I Romanzi e le storie di Jacopo Fo

Buone vacanze

Buone vacanze sulle spiagge assolate
Nei boschi e nelle vallate
Buone vacanze meritate

Buone vacanze dai discorsi soporiferi
E dall’ansimare del Presidente
Dalle centrali nucleari che voglion costruire
E dalle verita' che non ci vogliono dire.

Buone vacanze dalle intercettazioni
Dalle registrazioni
Dalle finzioni
Dai minchioni

Buone vacanze eque e solidali
Per quelli che hanno cuori
Internazionali
Buone vacanze di pace ai pacifisti
E di surf ai surfisti

Buone vacanze ai comunisti
Anche se sono un po’ tristi
agli amanti antagonisti
ai bambini liberisti

Che abbiate notti intorno al fuoco
Che incontriate un bravo cuoco
Che vediate l’alba sorridente
Di una nuova era
Frizzante

Che tu abbia treni in orario
E il Dio delle code in autostrada ti sia amico
Che tu possa incontrare colui che da' indicazioni esatte
Che non ti massacrino le zanzare
Ne' altre creature rare
Che ti salvi dall’influenza Messicana
E non scivoli sopra una banana
Che dove sei andato
Non ci sia il colpo di stato
E se non hai un amore
Ne trovi uno dolcissimo
Che fa il dottore
E ti da' il batticuore
Mentre ti toglie ogni dolore

Buone vacanze ai camionisti in val Gardena
E agli economisti sotto la luna piena
Ai poeti che discendono i torrenti
Su canoe lanciate a mille all’ora
E ai disoccupati che amano gli alianti
E sognano lavori gratificanti
Che li possano trovare
In riva al mare
Insieme a un biglietto vincente
Per la lotteria della mente

Buone vacanze ai costruttori di pace
Che cucinano le patate alla brace
E ai costruttori di pannelli solari
Che se la spassano alle Baleari

Buone vacanze ai taxisti
Che sognano che salga sulla loro auto
Una ragazza tedesca con le labbra che sanno di albicocca
E alle professoresse del liceo
Che vorrebbero interrogare
Un uomo se lo guardi poi lo vuoi mangiare.

Buone vacanze
Anche a Antonellina
Che vive in Cina e mangia solo minestrina
La sera e la mattina
Ma in vacanza andra' a Katmandu'
E mangera' solo zebu'

Jacopo Fo

Cacao torna il 6 settembre. Sara' pazzesco

 


Diario di una notte con il Presidente

Ecco, in esclusiva per Cacao, l’intervista ad A.S., ventiquattrenne di Busto Arsizio, studentessa di urologia alla Bocconi.
(E’ inutile che ci telefoniate per sapere il nome intero. Non lo diciamo. E forse anche la Bocconi non e' la sua vera universita' (anche perche' valla trovare la facolta' di urologia alla Bocconi). Non siamo mica nati ieri che ti diciamo l’universita' vera… E probabilmente anche le iniziali non sono vere. Potrebbe essere A.N. o P.T.L.  o B.D.S.C.N.V.W. NON LO SAPRAI MAI. Si chiama depistaggio.)

Come e' arrivata a conoscere il Presidente?
Tramite Tarantuzzi, di Taranto, un ottimo ballerino di tarantella un po’ tarantolato.

Ci racconti.
Tarantuzzi vende protesi cinesi fabbricate in Vietnam all’ospedale di Taranto. Li' ce n’e' molto bisogno perche' la gente casca a pezzi a causa dell’inquinamento.
L’ho conosciuto a una festa per la consegna della millesima gamba in plastica riciclata alla Asl.
Aveva vinto la gara d’appalto per altre mille protesi a Bari. Era molto contento. Io ero li' per via di una mia cugina che ha studiato veterinaria e adesso e' primario a ortopedia.
Mi ha presentato lei a Tarantuzzi. E lui mi ha detto che ero molto attraente e mi ha invitata a una festa a Roma, mi ha detto che si trattava di gente importante e che avrei avuto un gettone di mille euro per la serata, come rimborso spese per il viaggio. Salutandomi poi, mi ha gridato: “E se ti serve una gamba telefonami!”

E lei e' andata a questa festa?
Si'.

Vuole raccontare come sono andate le cose?
Sono arrivata in treno e sono andata all’albergo che mi avevano prenotato. Non mi ricordo il nome, era in via dei Satiri, vicino al teatro dei Satiri e al ristorante dei Satiri. Forse si chiamava Hotel dei Satiri ma non lo ricordo con precisione. Poi andai all’hotel dov’era Tarantuzzi che era insieme a 7 ragazze di cui non ricordo il nome. Una forse si chiamava Maria. Poi c’era la Nina, la Pinta, Cleopatra, Messalina, e una tipa strana che tutti chiamavano Rasputin, capelli corvini, occhi un po’ allucinati, forse russa. Solo li' scoprii che saremmo andate a casa del Presidente. Tarantuzzi mi disse: “Andiamo a casa del Presidente.” Io li' per li' non avevo capito e gli chiesi: “Quale Presidente?”
Tarantuzzi mi rispose: “Andiamo a casa del Presidente.” E io: “Quale Presidente?”
E lui: “Il Presidente!” E io: “Ahh, il Presidente.”
Cosi' andammo alla sua villa, prendemmo l’auto blu, l’elicottero blu, l’aereo blu, poi un sommergibile blu, un riscio' blu, due carrozze ognuna trainata da 8 cavalli blu, un taxi giallo. E io chiesi: “Perche' il taxi e' giallo?”.
Ma nessuno mi rispose. Comunque io sono una che dico quel che penso. Non sono capace di stare zitta. Quando siamo arrivate mi sono resa conto che tutte le ragazze erano vestite con quella che si puo' considerare una divisa d’ordinanza alle feste del Presidente: un abito nero. Io indossavo un tubino scollato davanti e di dietro. Me lo sono fatta da sola con un filo interdentale di Armani. Nero.
Ho chiesto a Tarantuzzi: “Non era meglio se venivamo tutte vestite di blu?” Tarantuzzi non mi ha risposto.
Quando incontrai il Presidente dissi: “Ma lei e' il Presidente!” E lui mi sorrise e mi disse: “Sei proprio una ragazza sensibile anche se usi troppo filo interdentale.”

E come si e' svolta la cena?
E’ stata molto raffinata. C’erano vulevan, vlan, involtini e tortelli, alla fine hanno servito anche un gelato al Puffo, blu. I camerieri pero' erano in guanti bianchi. Avevamo sette forchette a destra e sette a sinistra, 3 coltelli, due cucchiai e due cucchiaini, due bicchieri 3 sottopiatti, il sottobicchiere. Insomma una cosa raffinata, tutto argento e cristalli di Boemia.
Il Presidente si era messo troppo trucco in faccia e ogni tanto gli si sgretolava un po’ di cerone che gli cascava nel piatto e lui se lo mangiava e intanto raccontava barzellette su accoppiamenti tra giraffe e rinoceronti. Io non avevo mai pensato alle difficolta' di una giraffa che vuole contrarre un rapporto orale con un rinoceronte… Sono cosi' bassi…

E dopo cena?
Abbiamo guardato un filmino dell’incontro tra il Presidente e Bush. Poi abbiamo cantato canzoni napoletane, poi abbiamo ballato. Anche io ho ballato con lui. C’erano almeno venti donne, tutte bellissime, qualcuna anche famosa e 5 uomini, ma non posso dire chi. Ma erano importanti, molto importanti. Alcuni anche in tv. Ma gli uomini erano pochi per cui ballavano in poche, qualcuna non ha ballato per niente. Io ho ballato con tutti gli uomini presenti. Berlusconi e' stato molto formale. Non e' vero come dicono alcune che abbia 3 mani. E’ un bipede normale.

E poi?
Poi abbiamo guardato le foto delle ville del Presidente, poi abbiamo cantato l’inno di Forza Italia mentre sul megaschermo sfilavano le immagini della campagna elettorale, poi abbiamo riguardato il video dell’incontro con Bush. Poi abbiamo cantato, il Presidente ha raccontato la storia di quando un topolino voleva fare sesso anale con un’elefantessa e e' morto sul piu' bello per via che lei aveva mangiato troppi fagioli e lui e' stato scagliato contro un albero di cocco. E morendo dice: “Cocca mi ha fregato il cocco.” A quel punto abbiamo iniziato tutte a chiamarlo Papi. Non avevo mai pensato a quanto potesse essere pericoloso per un topolino sodomizzare un’elefantessa. Il Presidente mi e' sembrato veramente un uomo saggio e profondo. Abbiamo anche parlato di politica e di questioni di stato. Ci ha detto che doveva decidere quali carri armati comprare e ci ha fatto vedere delle foto. Alla fine si e' deciso di comprare quelli con il cannone piu' grosso.

E quindi si e' passati alla terza fase della serata…
No, a quel punto e' arrivato un signore napoletano, con una chitarra in mano. L’ho trovato simpatico perche' aveva una chitarra blu. Abbiamo cantato canzoni napoletane, abbiamo guardato le foto delle auto del Presidente, dei motoscafi del Presidente e dei suoi yachts. Un grande album di pelle di coccodrillo bianco. Una cosa preziosa. E lui ci ha raccontato la storia del coccodrillo bianco che vuole avere un incontro ravvicinato del quarto tipo con una pantera nera. Non le posso dire di piu'.
Poi abbiamo guardato le foto dell’incontro tra il Presidente e Putin. E il Presidente ci diceva: “Vedete? Sono io il Presidente, questo e' Putin, parla proprio con me, si vede che mi somiglia, guardate quanti capelli ho in testa qui. Adesso ne ho di piu'. Volete contarli? Sono piu' di mille. Li ho pagati duemilacinquecento euro l’uno. Volete vedere il filmino delle fatture?”
Ma poi non ce lo ha fatto vedere. Peccato. Poi e' passato a chiacchierare con noi. A ognuna diceva delle cose gentili. Sapeva tutto. Incredibile. Aveva un dossier su ognuna di noi. Vita morte e miracoli. Cosi' capii perche' Tarantuzzi mi aveva fatto tante domande. Su di me, mio padre, i miei fidanzati, il mio lavoro. E’ che il Presidente vuole sapere tutto delle sue ospiti. Gli piace dimostrare che possiede una memoria incredibile. E che ha delle belle ville.

E poi e' scattata la terza fase della festa?
No. Poi ci ha distribuito dei regalini. Sciocchezze: farfalle, tartarughine. Gli piacciono questi gioiellini e ne regala un paio a tutte, sono d’argento, ci ha regalato anche dei soldatini di piombo dipinti a mano dalle suore di clausura polacche. Soldatini di gladiatori romani. Mi e' sembrato che assomigliassero tutti al Presidente.
Poi ci ha fatto vedere il filmino di quando lui fa “cucu'” alla Merkel. E diceva “Guardate, faccio cucu' alla Merkel, sono proprio io questo qui! Vedete quanto mi somiglio? Non e' straordinario quanto mi somiglio? E guardate quanti capelli ho. E sono pure alto. Non altissimo ma alto si'. E comunque sapete cosa si dice dei nani? La Merkel non lo sapeva e' gliel’ho spiegato.”

Poi le altre ragazze sono andate via e lei e' restata?
Si'.

E cosa e' successo?
All’inizio voleva che gli contassi i capelli, ma io non ho voluto.
Poi mi ha detto: voglio farti vedere il letto che mi ha regalato Putin. Sai chi e' Putin? E’ il Presidente della Russia. Anche io sono Presidente. Lui mi conosce. Sono cose da presidenti. Mi ha regalato il letto perche' mi conosce. Siamo amici. Non e' che Putin regala letti a tutti. Figurati, poi lui e' stato anche un agente segreto del KGB. Sai quella banda di criminali comunisti? Ma lui era diverso, non e' mai stato comunista, lo faceva solo per soldi. Me lo ha detto lui. Lo conosco. Per questo mi e' simpatico. E poi mi regala dei letti, che e' un segno di amicizia. Perche' gli ho detto che dormo solo 3 ore per notte. Non riesco a dormire di piu'. Finisce sempre che mi sogno i capelli di Prodi e poi mi sveglio.”
Erano le 4 del mattino e lui mi disse: “Ti faccio vedere il filmino di quando ho fatto le corna al presidente spagnolo? Oppure preferisci il filmino di quando ho vinto le elezioni la prima volta? Ero proprio io sai?”
Poi si e' fatto una doccia fredda. E ha voluto che andassi anch’io sotto la doccia con lui. Poi abbiamo guardato un film di lui quando incontra il presidente giapponese. Poi abbiamo fatto una doccia fredda, poi mi ha chiesto di cantare “O sole mio” e lui diceva: “Dici a me?”.
Poi abbiamo fatto una doccia fredda. Mi ha fatto vedere le foto dei suoi studi televisivi. Poi mi ha invitato a fare una doccia fredda. Poi mi ha fatto vedere le foto dei suoi dipendenti dalla A alla C. E ha detto: “Li pago tutti io. Perche' non facciamo una doccia fredda?” Dopo mi ha fatto vedere le foto delle sue senatrici piu' belle e delle sue show girl. Poi abbiamo fatto una doccia fredda. E io gli ho chiesto: “Ma non c’e' un po’ d’acqua calda?”
E lui mi ha risposto: “Dai, facciamo una doccia fredda.”
E io: “Stiamo gia' facendo una doccia fredda.”
E lui: “Ti ho fatto vedere il mio filmino con Bush?”
Dopo il filmino si e' addormentato. E io ho detto: “Finalmente!” Stavo per addormentarmi anch’io quando lo sento che mi dice: “Perche' non facciamo una doccia fredda?”
Finalmente l’ho lasciato all’alba e sono tornata in albergo. Prima di lasciarmi mi ha regalato una foto di lui con Bush e mi ha detto: Questo sono io. Insieme a Bush. La prossima volta ti faccio vedere il filmino.”
E mi ha dato un bacio sulla fronte. E’ stato il contatto piu' intimo che ho avuto con lui.
Il giorno dopo mi ha telefonato. Avevo la raucedine, il mal di gola, il raffreddore e un po’ di influenza e sinusite. Mi ha detto: “Hai un abbassamento di voce, strano… L’altra notte non ti ho sentita urlare.”


Io, il Diavolo e la Beata Eustochio

(Dio ti parla da Radio Santa 104 FM)

Una storia di Santi e Demoni alla vecchia maniera.

Mi chiamo Giovanni Senzaterra, ho 42 anni e di mestiere mi occupo di sistemi per scalare i motori di ricerca. Un’attivita' che 3 anni fa non esisteva ancora. Mi piacciono le novita'. Sono laico dalla testa ai piedi e comunista da tre generazioni.
Avevo svoltato verso Perugia, nel bel mezzo di una crisi economica planetaria. Era un giovedi' che si paventava una pandemia di influenza cattiva, quando girando i canali dell’autoradio capito su Radio Santa 104 FM. Una giovane donna stava dicendo: “Sento che il Demonio e' dentro di me!”
Che non sono cose che generalmente si dicono nel 2009, verso le 3 del pomeriggio.
Tutto questo succedeva l’altro ieri e da li' in poi la mia vita ha preso una piega che dovrei quantomeno definire STRANA.
Ero li' che ascoltavo l’indemoniata alla radio.
Perdirindina, esclamo tra me e me. C’e' un Padre in studio, alla radio, che da' consigli all’indemoniata che lamenta che nella sua zona non ci sono esorcisti. Disservizi religiosi. Padre Tommaso (scopriro' poco dopo che si tratta di una star della caccia ai satanassi) la conforta: “Si figuri signorina, e' pieno il mondo di posti dove non ci sono esorcisti. In Italia ne abbiamo solo 300, pensi che in Australia non ne hanno neanche uno… Comunque non si preoccupi, non c’e' come la  benedizione alla fine della messa, contro il Diavolo. L’importante e' che lei l’accolga dicendo “Signore liberami dalle tentazioni.”

Nel giro di mezz’ora entro in un mondo alieno. Una sfilza di indemoniati si fanno avanti per avere conforto. Non sapevo ci fosse tanta gente che crede ancora a queste cose… e poi per chi votano?
Una donna dice: “Continuo a peccare Padre, mi confesso anche tre volte la settimana, ma poi ricasco nel peccato. Non ce la faccio piu'.”
Il padre e' comprensivo: “Non importa quante volte pecchi, figliola, l’importante e' pentirsi. Puoi chiedere perdono al Signore mille volte e lui mille volte ti perdonera'.”
Prendi esempio dalla Beata Eustochio, vai a pregare di fronte alle sue spoglie a Padova, ne trarrai conforto. Lei visse tutta la vita posseduta da Satana ma continuo' a invocare il Signore.

La Beata Eustochio?
Ma chi era costei?
Mai sentita nominare.
Scopro che va forte tra gli indemoniati. C’e' tutto un culto su di lei.
Vedo una ragazza sul bordo della strada. Gonna lunga, scozzese, con una camicetta bianca. Fa cenno col dito per chiedere un passaggio. Mi fermo. Ha il viso senza trucco, e' molto giovane e carina. Tipo occhi scuri, capelli scuri, pelle chiara. Chiarissima.
Le dico: “Sto andando a Todi”. Lei risponde: “Devo andare proprio li', me lo darebbe un passaggio?” Parla con un filo di voce. Timidissima. La faccio salire.
Riparto. Alla radio un uomo dice: “A proposito della Beata Eustochio, dovrebbe intercedere anche per me, continuo a cadere sul terzo comandamento, Padre, io prego, mi confesso, ma continuo a cadere.”
Cerco di ricordare qual e' il terzo comandamento. Mahh… Buio totale. Invece di andare a catechismo vendevo l’Unita'. Gioventu' bruciata.
Il prete non spiega qual e' il terzo comandamento. Da' per scontato che lo conoscano tutti.
Non oso chiederlo alla ragazza, magari si spaventa a essere in macchina con uno che non sa neanche i dieci comandamenti in fila.
Azzardo invece un: “Lei la conosce la Beata Eustochio?”
“Certo.” Dice la ragazza rianimandosi.
“Chi era?” Le lancio uno sguardo, poi riprendo la visuale sulla strada. Ho visto una scintilla nei suoi occhi. “La Beata Eustochio, una donna veramente sfortunata. Di nome faceva Lucrezia Bellini, di Padova, nata nel 1444, anno orribile, era figlia di una monaca del monastero benedettino di S. Prosdocimo e di Bartolomeo Bellini. Figlia illegittima di una suora… Puo' immaginarsi la situazione… “

Sono stupito. Aveva l’aria di sapere tutto su questa Eustochio. Nome assurdo peraltro. Le dico: “Che caso incontrare una persona che conosca questa Beata. Io non l’avevo mai sentita nominare.”
La guardo con la coda dell’occhio per un istante.
Ha un’espressione pensierosa.
“Non credo che la casualita' esista. Facciamo tutti parte di un grande Disegno Divino.
Forse c’e' un motivo se ha incontrato me proprio mentre si chiedeva chi fosse la Beata Eustochio.
Conosco molto bene la sua storia… Se vuole gliela racconto.”
A quel punto ero veramente curioso. “Certo, mi racconti!”
“Poco dopo la nascita la Bellini viene affidata a una famiglia di laici. A quattro anni viene considerata indiavolata. Nessuna riesce a tenerle testa. Un animale selvatico.
A 7 anni la rinchiudono nello stesso convento della madre. Che in realta' era un luogo di perdizione. Nel vero senso della parola. La madre della Beata Eustochio non era un’eccezione in quanto a peccati carnali. Tanto che a un certo punto, nel 1460 il vescovo Jacopo Zeno, approfittando della morte della vecchia badessa,  interviene per vietare agli uomini l’ingresso nel convento, almeno la notte.
Per tutta risposta le suore pigliano e se ne vanno lasciando nel convento di Posdocimo soltanto la giovane indemoniata che digiuna, prega e porta il cilicio con grande devozione.
Il monastero viene allora affidato alle Benedettine provenienti dal convento di S. Maria della Misericordia, sotto la guida della badessa Giustina da Lazzara
Una tipa dura che si accorge subito che la Beata e' indemoniata perche' urla, sputa, si spoglia e compie altri atti licenziosi. Per ridurla alla ragione la fa legare a una colonna per 3 giorni. Ma la badessa non puo' nulla contro il Demonio che possiede la giovane. E anzi la badessa si ammala e muore misteriosamente. La Beata viene quindi accusata di stregoneria e sottoposta a gravi maltrattamenti che essa sopporta con grande devozione benedicendoli. Arrivano a segregarla per tre mesi a pane e acqua Alla fine la sua fede viene riconosciuta e lei prende i voti a 18 anni scegliendo il nome di Eustochio, pia donna romana del 300 dopo la nascita di Nostro Signore, paladina della castita'. Ma prendere i voti non la libera dalle possessioni. Muore a 25 anni avendo trascorso tutta la vita in balia delle forze oscure. Muore pero' con il sorriso sulle labbra avendo raccomandato la propria anima al Signore. Ma neppure da morta ha pace. La sua sepoltura viene spostata 4 volte. Inizialmente viene seppellita in terra, senza una bara, solo un sacco di cotone. Ma il suo corpo, riesumato 4 anni dopo la sepoltura, appare incontaminato. Addirittura il colorito del suo viso e' roseo. Il miracolo le diede il diritto di essere sepolta in una cripta nel monastero. Ma dopo pochi giorni si compi' un altro miracolo: la buca della sua fossa, che non era stata ancora riempita, si riempi' di acqua fresca e pulita e si sparse la voce che chi si bagnava con quell’acqua guariva di ogni malattia. Poi, nel ‘700 visto che il suo corpo era ancora incorrotto fu esposta addirittura in una bara di cristallo nella chiesa del monastero. Alla fine il monastero di Prosdocimo fu chiuso e la Beata fu traslata nella chiesa di San Pietro sempre a Padova. Solo allora la fonte miracolosa smise di dare acqua.”
“Una storia veramente incredibile…” Dissi io.
“Si', un grande insegnamento. Il Demonio puo' indurci in tentazione ma non puo' piegarci se siamo retti nella fede.”
Feci un’espressione perplessa e mi grattai il mento.
Generalmente non amo buttarmi nella polemica con i cristiani. Penso che la fede sia una questione sulla quale non si puo' discutere. Averla e' comunque un bene… A patto che non ti metti a bruciare gli infedeli. E la ragazza non mi sembrava molto aggressiva.
Cambiai discorso. Eravamo quasi arrivati a Todi. Le chiesi: “Dove la posso portare…”
Abbasso' gli occhi: “Non si disturbi.” Poi mi sorrise per la prima volta inaspettatamente.
“Se proprio e' cosi' gentile e non le reca disturbo sono diretta a San Giovenale, sta a una decina di minuti da qui.”
Le chiesi di dirmi la strada. Svoltammo, la via divenne piu' stretta mentre salivamo per una gola coperta da alberi secolari. Il paesaggio era cambiato bruscamente. E anche il tempo. Una nuvola nera oscurava il cielo sopra di noi. Buttai l’occhio verso di lei mentre sterzavo lungo una curva. Si stava mordendo il labbro inferiore. Era giovane e fresca ed era anche molto carina. Incredibile che fosse anche un’appassionata di beate medioevali. Ma anche la mia prima fidanzata era molto carina e estremamente cattolica…
La seconda volta che uscimmo insieme, dopo avermi baciato su una panchina del parco Sempione mi disse: “Promettimi che non mi chiederai mai di toccarmi il seno.”
Io avevo 16 anni, ero molto imbranato e quello era stato il primo agognato bacio della mia vita. Non avevo proprio neanche immaginato di arrivare addirittura a toccarle i seni. Le dissi: “Va bene.” Lei mi guardo' con gli occhi improvvisamente strani e mi ordino': “Toccami il seno!” E io la baciai e le appoggiai la mano sul cappotto, all’altezza del seno e mi sembro' di volare.
Strane ragazze le cattoliche.
Sanno peccare in modo imprevedibile…

Poi mi ritornarono in mente le ultime parole della ragazza che era in auto vicino a me. Non volevo discutere pero', mentre entravamo nell’ombra fitta di una foresta un commento lo azzardai: “Non trova che sia un po’ strano questo fatto che si puo' essere preda del demonio per tutta la vita e contemporaneamente avere fede?”
Lei sorrise impercettibilmente e si stiro' la gonna con le mani assicurandosi che coprisse le ginocchia: “Per niente. E’ questo che ci distingue da coloro che hanno seguito lo scisma di Lutero e Calvino. Soprattutto Calvino. Loro credono che il credente impugni una spada fiammeggiante di fede capace di tener lontano il Demonio. Credono che l’uomo debba dimostrare la sua fede attraverso le opere. E’ una fede infantile, positivista. Noi cattolici invece siamo consci dell’insignificante forza dell’animo umano. Sappiamo che non possiamo nulla di fronte al Demonio. Ma sappiamo che Dio ci comprende e ha pieta' di noi se noi ci affidiamo a lui. Il nostro Dio non ci difende ne' dal male ne' dal dolore. Ci mette alla prova con le tribolazioni. Quello che ci chiede e' di non smettere di ringraziare per la nostra sorte, qualunque essa sia.”
Ero stupito. Avevo di fronte una dottoressa in teologia, come minimo. Che risponderle?
Ci fu un silenzio. Alla radio padre Tommaso rispondeva all’ennesimo indemoniato che soffriva per un malocchio: “Se qualcuno ti getta continuamente il Malocchio c’e' un modo molto semplice per difendersi. Appena questa persona ti guarda tu devi benedirla. Guarda credimi, questo e' molto potente. La persona ti butta addosso il maleficio e tu dentro di te dici SIGNORE BENEDICI QUESTA PERSONA. Perche' vedi, noi dobbiamo amare anche i demoni, come dice Sant’Agostino, perche' essi tentandoci fabbricano la nostra corona.”
“Giri qui a sinistra.” Mi disse. Ubbidii. Iniziammo a percorrere una strada bianca c’erano grandi pietre nere che affioravano dal suolo come antichi dolmen informi. La terra era secca nonostante fosse piovuto a volonta' per mesi.

 “Certo che questo Sant’Agostino mette a posto tutto. Capisco anche perche' il nostro governo ha fatto una legge che impedisce le intercettazioni telefoniche… Amano i demoni… Se la giustizia e' troppo efficiente e arresta tutti i corrotti e tutti i mafiosi diventa un gran danno per i bravi cristiani che si trovano a corto di malvagi!”
Lei mi guarda acida mentre la strada diventa sempre piu' ripida. Sopra un muro vedo una grande croce bianca dipinta. Non so perche' mi ricorda qualche cosa di tribale e atavico.
Mi rendo conto anche che la mia battuta l’ha irritata. Vedo che freme e si controlla.
Capisco di aver toppato con la mia battuta su Berlusconi…
Passano alcuni secondi di silenzio gelido. Poi lei apre bocca: “Guardi, lei sembra una persona gentile. Ma sulle questioni di fede e' proprio fuori strada. Suppongo che lei sia una persona di sinistra. Ormai parlate solo male di Berlusconi.”
“Si', ha ragione, ho toppato. Sono andato fuori tema… Comunque il suo discorso e' molto interessante…” Dico io. Non ho voglia di litigare con una ragazza alla quale ho dato un passaggio. E’ mia ospite e l’ospite e' sacro.
“No. Non si tratta di andare fuori tema. Il problema e' diverso. Il compito di noi credenti non e' quello di vivere meglio. Il nostro dovere e' di sacrificarci per gli altri e al contempo accettare il nostro dolore con modestia e gratitudine. Forse ha ragione lei. Questa legge sulle intercettazioni telefoniche dara' una mano a stupratori, pedofili, corrotti e truffatori. Ma noi non vogliamo rendere il mondo migliore. Questo e' il compito di Dio. Se vorra'. Il nostro scopo su questa terra e' onorare il Suo Nome non correggere la sua opera.”
Mi rendo conto che ho di fronte uno strano tipo di cattolica. Altro che teologia della solidarieta' e dell’impegno sociale.
“Mi scusi una domanda. Solo per capire meglio come la pensa, perche' il suo modo di essere cristiana mi incuriosisce. Ma ad esempio lei, la storia delle veline nella villa di Berlusconi come la vede? Un presidente cattolico che si circonda di donne licenziose non e' una contraddizione?”
Lei sospira. “Ma andiamo… Che c’entra questo? Secondo lei la Chiesa dovrebbe occuparsi di qualche ragazza in topless? Non sono questioni che interessano chi ha deciso di dedicare la sua vita al Signore. A noi interessano le nostre prove di fede. Gli uomini molto potenti sono esposti a molte tentazioni. E allora? Vorrebbe che le dicessi che Berlusconi e' un indemoniato? Potrebbe essere. E’ il presidente del Milan, la squadra del Diavolo, vive ad Arcore, nella casa che fu di quel marchese, Casati Stampa, che uccise la moglie, con la quale praticava l’amore di gruppo, accecato da una crisi di gelosia.
Berlusconi e' un appassionato di esoterismo, fondo' il suo impero su 22 societa', e 22 e' il numero della Cabala… E come lei sa la Cabala e tutto il Talmud furono dichiarati eretici e blasfemi dal papato in piu' occasioni. Dante mise all’Inferno coloro che pretendevano di predire il futuro. Avevano la testa tagliata e attaccata a rovescio, di modo che potessero guardare solo dietro di loro stessi. Potremmo sospettare che Berlusconi sia indemoniato. E allora? Cosa cambierebbe? Non abbiamo ne' il tempo ne' le forze per combattere i demoni. La questione Berlusconi riguarda solo lui: sta chiedendo ogni giorno perdono a Dio per essere caduto preda del peccato?”
“Beh ma scusi… E’ troppo facile. Si pecca e poi si chiede perdono dando la colpa al povero Diavolo! E’ la logica della vendita delle indulgenze. Pagavi una tassa oggi per uccidere domani e avevi il paradiso assicurato.”
“Lei continua a non capire… Giri qui a destra. Venga, c’e' una piccola chiesetta, voglio mostrarle una cosa.”
Smonto dalla macchina. Lei prende per un sentiero di terra battuta in mezzo a una fiorita di achillea e iperico. La seguo. Arriviamo a una chiesetta minuscola. Appoggia la mano sulla porta di legno annerito. La sua mano e' bianchissima.
“Entrare in questa chiesa per me e' difficilissimo. C’e' qualche cosa dentro di me che e' preda del terrore. Ognuno ha i suoi demoni.”
Poi entra nella chiesa semibuia. La seguo. Lei si appoggia alla parete. Mi accorgo che trema. Ansima.
Mi guarda. Mi parla, la sua voce e' diversa. A tratti sembra stia scherzando, a tratti e' estremamente compresa in quello che dice: “Il mondo come tu te lo immagini non esiste. I buoni da una parte, i cattivi dall’altra. Sono fantasie da bambino. Il mondo e' lotta quotidiana contro i demoni. Una guerra che si perde ogni giorno.”
Guardavo il suo viso cercando di decifrarne l’espressione e non mi accorsi di nulla. La sua camicetta bianca scivolo' per terra e in un secondo fu completamente nuda. Appoggio' la sua mano in un certo punto sopra i miei calzoni mormorando: “Ognuno ha il suo demonio.”
Aveva un corpo splendido!

Non so se hai mai fatto sesso senza regole in una chiesetta del centro Italia con una donna che sa tutto della Beata Eustochio e mentre raggiunge l’orgasmo urla: PRENDIMI DEMONIO, PRENDIMI, NON HO PAURA DI TE!
Se ti e' capitato sai quanto puo' essere destabilizzante.
Sono due giorni che mi sento strano.
Mi ha attaccato il Demonio?
Ognuno ha le sue fantasie e io le rispetto ma preferisco esperienze piu' morbide.
Comunque e' stato molto vitalistico.
Quando me ne andai si era inginocchiata a pregare.
Risalendo in auto pensai che in fondo avevo toccato con mano uno degli aspetti piu' profondi e misteriosi della cultura italica.
Tutti sanno chi e' Berlusconi ma almeno meta' degli italiani lo lascerebbe volentieri solo con la propria figlia.
Non ci si sogna neppure di sconfiggere il demonio, si cede alle sue lusinghe e poi si chiede perdono.
Dio e' pronto a perdonarti mille volte per i tuoi peccati.
Tu chiedi perdono e lui ti perdona.
Basta chiedere.
Dio non e' come un bancomat che prima o poi si esaurisce.

NB
I dialoghi radiofonici citati sono realmente tratti dalla trasmissione radiofonica di un prete esorcista. La storia di Santa Eustochio e' altrettanto reale come la citazione di sant’Agostino.


Las pompas ne las pampas e aerei di stato.

La giovane ballerina di flamenco era eccitata all’idea di salire sull’aereo di stato.
Un piccolo jet militare con poltrone di pelle di struzzo. Una scelta estetica dovuta a un generale della finanza che si faceva portare le cernie fresche dell’Adriatico sulle Alpi e che per questo merito aveva ottenuto l’elezione nel parlamento piu' trandy d’Europa.
Amanda de Carlos de Nila y de Alcazar era un poco accaldata. Una goccia di sudore le solleticava la pelle proprio lungo il solco tra gli abbondanti seni. Seni che erano stati la sua fortuna insieme all’incontro con Jose' de Altamura, in arte Paco Trivellas, giovane cantautore al quale doveva i versi del suo ultimo successo. Una hit che stava spopolando in Venezuela, Ecuador e Peru' e che andava forte anche sulle radio ispaniche della costa del Pacifico.

Me gusta las pompas
Me gusta ne las pampas
Me gusta jogar
Escucha una pregunta:
Quiere de bailar la samba?
Sambas fuentes
Sambas calientes
Sambas perigliosas
Sambas amorosas

Grande canzone.
E lei si dimenava in maniera spettacolare mentre la cantava nel videoclip.
E ora era a bordo di un aereo presidenziale che l’avrebbe portata all’aeroporto di Olbia.
Li' l’aspettava un elicottero.
Si sentiva una Marilyn Monroe.
Avrebbe cantato e ballato di fronte ad alcuni degli uomini piu' potenti del mondo. Altro che esibirsi nei locali di Caracas e Bogota'.
Era un salto stellare. Verso tutto.

La festa a casa del Presidente inizio' in maniera favolosa. C’erano tutti: la Beba , il Bubu, Lulu', Juju', le Letterine, le Veline, i Veloni, i generali, i grandi burocrati e i loro avvocati, i loro commercialisti, i loro ministri. E soprattutto il papi. Bello, con tutti quei capelli che sembrano di tungsteno. Aveva i denti bianchi, ma cosi' bianchi che abbagliavano.
La musica era giusta, i cocktail superlativi, le guardie del corpo assolutamente muscolose.
Poi successe il patatrac.
Urla, donne che svenivano, poliziotti che sbucavano da tutte le parti.
E quel coso che scappava.
Qualcuno urlo': “Riacchiappate il pene del Presidente!” Un altro grido': “Prendetelo, e' li'!”
Spintoni, gente che cadeva nelle piscine (cinque piscine), vassoi rovesciati nelle scollature, sedie rovesciate sugli stinchi dei notai e dei faccendieri che urlavano come se gli avessero schiacciato il conto in banca.
Poi lei lo vide. E anche lui vide lei.
Era piccolo, rosa e rugoso. Ma aveva qualche cosa di trascendentale. Sembrava avesse una luce dentro.
Era a meno di due metri da lei. Immobile nel caos. La puntava?
Si', la puntava.
Lei balzo' per prenderlo, lui schivo'. Lei rotolo' per terra malamente e fini' con le gambe spalancate. Lui salto' agile come una rana su quei suoi zampotti sferici. E track! Si infilo' sotto le gonne, frantumo' gli slip e sguscio' dentro di lei.
ISTANTANEO.
Lei ebbe un’intuizione geniale e strinse le cosce. Era in trappola. Lo sentiva che si dimenava.
Arrivarono tre energumeni della sicurezza e la sollevarono di peso. Uno le disse: “Tenga le gambe ben strette, non se lo lasci scappare!”
“Non ci penso proprio!” disse lei.
La portarono di corsa dentro la villa mentre un paio di guardie facevano strada.
Papi era li', sconvolto.
“L’abbiamo trovato Presidente!”
“Sia lodato!” disse lui.
Poi aggiunse: “Adesso il chirurgo mi sente! Mi aveva garantito una nuova giovinezza con il pene robotico e guarda qui che cazzo di casino! Come faccio a vivere con un pene che mi scappa via!”
Uno dei bodyguard le disse: “Adesso puo' farlo uscire.”
Lei allargo' le gambe a sufficienza, dimeno' un po’ il sedere e il pene del Presidente scivolo' fuori rimbalzando per terra come una palla matta.
“Vieni qui, bastardo!” disse il presidente.
Il pene ubbidi', strisciando sulle sue sfere con il capino chino, come se fosse triste.
“Adesso ti avvito con la chiave inglese cosi' non mi scappi piu'!” ringhio' il Presidente. Si giro', si senti' un lamento soffocato. Poi il fruscio della zip dei calzoni che veniva tirata su. Il Presidente riconsegno' la chiave inglese a un assistente.
Poi si rivolse ad Amanda: “Grazie signorina, non avrei saputo come fare senza di lei… In mezzo a una festa poi… Che casino se lei non l’avesse acchiappato… E piuttosto… Complimenti per la sveltezza di passera!”
E le sorrise…
E anche Amanda sorrise.


Minorenne sarda fugge di casa per fare sesso col presidente del Consiglio.

Dramma in famiglia: il padre e' un sindaco comunista.

Il sindaco di Mussummannaggia, paesino della Barbagia che nessuno avrebbe mai definito “ridente”, era incazzato come una iena. Sua figlia Irene Maccalone era sparita da tre giorni. Da una perquisizione minuziosa in camera sua, il sindaco, Aristide Maccalone, aveva desunto vari aspetti sconosciuti della vita della ragazza.
Una confezione di pillole anticoncezionali vuota gli aveva palesato che la piccola non era piu' vergine o comunque aveva intenzione di smettere di esserlo nell’immediato futuro. Una e-mail indirizzata al premier provava che si era invaghita dell’uomo piu' sparlato d’Italia. La mancanza di alcuni capi d’abbigliamento ed elementi utili all’igiene personale mostrava che si era allontanata di casa volontariamente portandosi dietro vestiti e quant’altro era necessario per un viaggio.
Tutto questo era grave perche' la ragazza era sedicenne e per via che Aristide Maccalone era di Rifondazione Comunista e questo era diametralmente contrario al fatto che la figlia volesse unirsi biblicamente con il capo del governo della destra.
Aristide era quindi estremamente esterrefatto, imbufalito e inorridito e si domandava insistentemente dove avesse sbagliato.
Le decisioni che prese successivamente furono due: partire per il continente portandosi dietro Razzuto e Poddu, suoi cognati, e telefonare a Michele Leopardi, che non era imparentato col famoso poeta ed era oltremodo di sinistra.
La conversazione fu rapida: “Mi scappo' la figlia. Vengo lli' e veddiamo se puoi aiutarmi a rritrovarrla” disse Aristide. “Va bene” rispose Leopardi.
Durante il viaggio in aereo Maccalone Aristide getto' uno sguardo ai quotidiani che distribuivano gratuitamente sull’aviogetto. Fece una smorfia leggendo che Papa Benedetto Sedicesimo, il Tedescaccio, aveva raggiunto un accordo con la Nestle'. Avrebbero sponsorizzato la permanenza in seminario di diecimila aspiranti preti in cambio di un gemellaggio tra Papa Benedetto e l’acqua minerale San Benedetto. Una serie di foto nelle quali il Papa beveva sorridente un bicchier d’acqua mostrando i suoi dentini corti da squalo, insieme a Del Piero e Cristina Chiabotto (la miss).
In altri momenti Aristide si sarebbe lasciato andare a considerazioni pesanti sulla mercificazione della fede ma in quel frangente aveva altro per la testa.
Quella sera stessa ci fu il summit in casa di Leopardi, a Bologna, per l’organizzazione della caccia alla ragazzina.
Aristide aveva portato una foto della figlia, stile prima comunione.
Per prima cosa Leopardi l’aveva scansionata e rielaborata in Photoshop, aggiungendo rossetto e mascara in abbondanza. Poi aveva diffuso l’immagine nella rete di installatori fotovoltaici e comunicatori ecotecnologici che il Partito Democratico aveva creato in collaborazione con le Coop, diecimila nuovi posti di lavoro, un esercito di professionisti che avevano dato elettricita' gratis a un milione di famiglie italiane e rappresentavano la punta di diamante dell’azione diretta del Partito contro la crisi economica. Una rete di uomini e donne che battevano la penisola senza sosta e che, stando a quanto diceva Leopardi, sarebbero stati in grado di trovare uno spillo nel deserto del Sahara.

Il mattino dopo Aristide si alzo', fece colazione con pecorino e interiora di pecora saltate in padella, ripiene di fegato, cervella, ricotta e olive mentre il Tg1 dava conto del dibattito sulla proposta di legge che concedeva alle piu' alte cariche dello Stato la facolta' di contrarre matrimoni poligamici. Napolitano aveva dichiarato che la cosa non gli interessava, il capo del governo aveva gia' prenotato lo Stadio Olimpico di Roma per una grande festa nella quale avrebbe acquisito un numero imprecisato di spose.
Franceschini intanto era ancora in Abruzzo, dove insieme ai membri del direttivo nazionale festeggiava la costruzione della decima casa antisismica realizzata da lui e i suoi sodali con il sudore della loro propria fronte, olio di gomito e tecniche innovative. Dichiarava al tg che le case che stavano costruendo non sarebbero crollate neanche se il pianeta si fosse iscritto a un corso di danza del ventre sincopata.
Una serie di riflessioni sui mutamenti nella politica italiana, che si stava svolgendo dentro il cranio brachicefalo di Aristide, chiaro segno di una misteriosa discendenza longobarda, furono interrotte da Leopardi che raggiante entrava in cucina dicendo: “L’hanno trovata. E’ in coda per un provino a Cinecitta', dove stanno facendo le selezioni per le ragazze-poltrona della nuova trasmissione di Jerry Scotti.”
“Raggazze poltrona?” chiese Aristide sconcertato.
“Si', e' una nuova idea per un quiz” spiego' Leopardi. “Un paio di ragazze si mettono in modo tale che i concorrenti ci si siedono sopra.”
Aristide non riusci' a spiccicare una sola parola di commento. Per anni, per farla addormentare la sera, aveva letto a sua figlia il Capitale, e ora lei era fuggita di casa per fare la ragazza-poltrona. Razzuto e Poddu, suoi cognati, riuscirono invece a declamare una litania di bestemmie piene di doppie, pronunciata come un mormorio minaccioso.
“Andiammo a prenderla e la riportiammo a ccasa” concluse Aristide.
Leopardi gli fece notare che si viveva ancora in una repubblica democratica.
Aristide ribatte': “E’ minorrenne!”
“Dimentichi la nuova legge che stabilisce che i genitori non possono impedire alle figlie che hanno superato i 14 anni di partecipare a provini cinematografici, televisivi o fotografici. La Costituzione italiana riconosce il diritto inalienabile alla visibilita' televisiva. Se piombiamo li' e cerchiamo di trascinarla via, finiamo tutti in galera.”
“Cosa pproponi?”
“Forse Giacometti ci puo' aiutare.”

Due ore dopo erano a casa di Giacometti, a Cesena. Piu' che una casa era un incrocio tra un laboratorio dadaista, una boutique d’alta moda, una catena di montaggio e il Moma di New York. Ovunque erano disseminati computer, macchinari misteriosi e pezzi di manichini, teste, braccia, busti. Una serie di corpi completi erano disposti in giro piu' o meno muniti di biancheria intima e vestiti. Le donne artificiali erano realizzate con uno straordinario realismo.
Quando Giacometti fu messo a parte dell’incresciosa situazione, disse: “Ok, ci penseranno le mie ragazze.”

La coda era ancora interminabile alle 4 di pomeriggio, intorno allo Studio 7 di Cinecitta', quando si fermo' un pulmino dal quale discesero 7 ragazze di incomparabile perfezione fisica vestite come supermodelle strafirmate con sgargianti capi di abbigliamento rossi e gialli. Fluorescenti. Formarono un cuneo compatto, muovendo all’unisono braccia e gambe e si abbatterono contro il personale della sicurezza che centellinava l’ingresso delle ragazze in coda davanti agli studios. 
Quando arrivarono al cospetto degli esaminatori si tolsero i vestiti e si misero a ballare con hula hop, yo-yo, monotrampolo a trespolo muniti di molla. Fecero tripli salti mortali, si misero a poltrona, a sedia, a baldacchino, alla pecorina.
Il loro seni roteavano a una velocita' tale che alcuni esaminatori furono colti da vertigini e malori di varia natura.
Furono scritturate istantaneamente.
Lo stesso accadde durante tutti i provini che si susseguirono in quella settimana.
Manipoli di donne robot costruite da Giacometti in morbido lattice biodinamico sbaragliarono migliaia di candidate televallette, teleballerine, telepresentatrici al primo colpo.
Dopo dieci giorni Irene Maccalone torno' a casa a Mussummannaggia.
Il senso della sua fuga era stato vanificato dal fatto che il capo del governo italiano aveva annunciato il suo matrimonio imminente con una ventina di ragazze bioniche.
Ovviamente solo pochissimi sapevano che quelle donne le costruiva Giacometti nella sua villetta di Cesena, munite di tanto di certificato di nascita, patente, passaporto e numero di assistenza sanitaria. Miracoli della pirateria informatica.
E Aristide si era ben guardato dal rivelare alla figlia la verita'. Si era limitato a dire: “Figlia mmia, il cappittalismo e' una stronzatta.”

Per inciso il capo del governo non sopravvisse alla prima notte di nozze con il plotone di androidi. Anche se il premier aveva il pene che sembrava l’avesse infilato nel tostapane prima di farlo esplodere, nessuno si fece troppe domande su quel che poteva essere successo. Aveva un meraviglioso sorriso sulle labbra.
La sinistra provo' a ironizzare sul fatto che fosse deceduto per un eccesso amoroso.
Ghedini li ammutoli' dichiarando: “Beato colui che lascia questo mondo piacevolmente.”


Uccidete tutti quelli che non hanno gli occhi azzurri!

Urlo' la Cesira uscendo dal minimarket di Casa del Diavolo. Quello della Merisana, che sta sull’incrocio del bar Pannacci.
Era in corso una rissa verbale con la signora Forza, che aveva commentato in modo pesante l’uscita di Kabira, l’extracomunitaria del paese. Che a Casa del Diavolo centro, di extracomunitari ce ne stanno pochi per via che sono tutte villette e non ci sono appartamenti in affitto. A Ponte Pattoli, invece, ce ne stanno piu' che al Bronx. Ed e' cosi' lungo tutta la valle perche' i paesi sul Tevere sono piu' vecchi, con una struttura abitativa piu' variegata. Invece i paesi sulla Tiberina, che stanno ai piedi delle colline, lontano un paio di chilometri dal Tevere, sono tutti nati negli anni sessanta, costruiti dai mezzadri stanchi della miseria, che abbandonavano i latifondi sulle colline, con la terra piu' magra del mondo (argilla che sembra gomma da masticare) e cercavano fortuna a valle, come muratori o come operai.
Questi si costruivano la casetta unifamiliare, microscopica, lavorando la notte e la domenica, che poi si allargava negli anni. Molti altri mezzadri o proprietari di mucchi di sassi e sterpi, emigrarono in Belgio o in Svizzera e tornarono negli anni settanta e si costruirono la villetta anche loro, sulla Tiberina, col giardino davanti e l’orto dietro. I paesi lungo la Tiberina sono cosi' costituiti da file di casette col giardino. Sembra di essere alla periferia di Washington. Ma e' Umbria e i geometri che hanno progettato le case sono italiani. E si vede.
Comunque, il risultato era anche che i paesi lungo la Tiberina erano abitati da gente che votava per l’85% comunista. Il resto erano socialisti.
Ma poi adesso non si capisce piu' niente. E senti la vecchia signora che si e' fatta 15 anni in Francia a pulire i pavimenti che dice: “Bisognerebbe rimandarli a casa tutti, questi baluba”. E quando sente queste cose la Cesira da' in escandescenze. E sinceramente non me la sento di darle torto.
Comunque, alla Cesira le erano venute le ovaie rotanti per via del fidanzato della figlia Manuela che, diciamolo, ha la schiena di vetro che se si china per fare un lavoro si rompe.
Che gia' la Manuela come lavoro fa la clown, che solo a pronunciarlo la Cesira fa fatica e dice “clon”, ma almeno lei passi che lavora e qualche soldo lo guadagna. Ma quello li', che adesso si devono anche sposare, ha proprio una disfunzione alle mani, oppure al cervello. Sicuramente le mani ce le ha di marzapane.
Cesira ne stava parlando col marito, appena ritornato dall’ospedale. Cioe' era lui che mugugnava, ma lei non gli dava corda, che' aveva appena avuto un infarto perche' la figlia Manuela si era segnata per candidarsi alle comunali con la Rifondazione Comunista che invece Ildebrando sta coi Comunisti italiani.
Che poi adesso pareva che si presentavano tutti assieme, anche con i Verdi e con Mussi, quello con i baffi e i capelli neri spessi piu' di quelli di Prodi, che ce ne vuole.
Che Asdrubale, che e' il fratello minore di Cesira, al ragazzo della Manuela l’aveva anche assunto in prova a fare il muratore ma quello gia' il secondo giorno era riuscito a spaccare la betumiera, infilando la pala nel coso che gira. “Che ce ne vuole!” aveva gridato Asdrubale, che e' uno che c’ha le braccia come due prosciutti cotti ma la voce sottile. “Ancora non ho capito come ha fatto!”.
E la Cesira aveva dovuto annuire. Poi era stata la volta del Paolo il Mugnaio, che e' cugino di seconda e ha studiato da geometra. L’ha preso in studio come aiuto e quello si e' perso l’affare per fare le misurazioni che vattelapesca stavano facendo in un roveto. Almeno cosi' dice il fidanzato della Manuela. E la Manuela a difenderlo, a dire che non si puo' pretendere che uno non perda una roba con tre gambe di legno, che pesa 20 chili, in mezzo a un roveto.
La Cesira si stava chiedendo come cazzo fosse possibile perdere una cosa con tre gambe, che pesa 20 chili, in mezzo a un roveto. Come cazzo c’era riuscito? Ma era stata zitta per non esacerbare la situazione. Poi si era messo in societa' con un suo amico commercialista per vendere delle villette a schiera nelle Marche, sul mare. Una multiproprieta'. Ma poi era crollato il mercato delle multiproprieta'.
La Manuela diceva che non era mica colpa sua se era crollata la bolla finanziaria internazionale.
A quel punto la Cesira non era riuscita a stare zitta e aveva sbottato: “Emmacheccazzo al tuo ragazzo gli crolla tutto.”
Quella sera si ritrovarono tutti a cena e la Cesira aveva deciso di fare un bel discorso. Aveva cucinato i cappelletti in brodo, che aveva impastato lei la mattina presto, e un paio di polli in umido col sugo rosso e il peperoncino. E ci aveva aggiunto un po’ di chicchi d’uva che erano una primizia e l’aveva letto su Donna Moderna che era una ricetta che aveva fatto impazzire la Principessa Diana, un giorno che era andata in qualche isola piena di africani. La ricetta si chiamava proprio Pollo all’Africana della Principessa Diana.
Erano arrivati al pollo che Cesira aveva deciso di iniziare il discorso. Si era riempita la bocca con un bel boccone e poi aveva inforchettato abilmente un acino d’uva per sentirselo sciogliere in bocca insieme alla carne e al sugo. Come se volesse inglobare un’ultima dose di energia prima di prendere il toro per le corna. E proprio quell’acino d’uva la tradi' andandole per traverso. Inizio' ad agitarsi e a strabuzzare gli occhi mentre diventava viola e sarebbe sicuramente morta di li' a poco cadendo per terra e sbattendo la testa sullo spigolo del tavolo se no fosse intervenuto il ragazzo della Manuela, che era un po’ pirla ma aveva fatto un corso di pronto soccorso per via che davano un gettone di presenza di 10 euri al giorno, e una cosa l’aveva capita: cosa fare se a uno gli va un acino d’uva di traverso e sta morendo. E visto che era anche un baldo giovane con due salti fu dietro la Cesira, la cinse con le braccia e le mise un pugno contro l’imboccatura dello stomaco e con l’altra mano messa sopra il pugno a coppa le diede un bel tre sbuzziconi sotto lo sterno con forza per farle sputare fuori il boccone. E in effetti ci riusci', la Cesira si accascio' riprendendo a respirare a fatica, la Manuela le porto' un bicchiere d’acqua. Intanto Ildebrando Trifacchia, il marito di Cesira e padre della Manuela era ancora immobile con il viso percorso da un’espressione di puro terrore paralizzante.
Piu' tardi Cesira gli avrebbe detto: “Certo che se era per te ero morta…” Ma questa e' un’altra storia. Al momento la Cesira era piena di gratitudine per il ragazzo della Manuela e assaporava il gusto della vita.
E aveva anche deciso di rimandare il suo bel discorsetto sul lavoro e la voglia di lavorare. Quando si furono ripresi e ricominciarono a spazzare via l’ottimo spezzatino di pollo col sugo rosso, il ragazzo della Manuela disse: “Ho un bell’annuncio da farvi.” Tutti lo guardarono in attesa. Lui assaporo' l’istante di attenzione per un bel po’. Poi finalmente si decise a parlare, prima che qualcuno fosse preso da una crisi isterica violenta: “Ho trovato lavoro.”
La tensione sali' a mille. La domanda “Che lavoro?” albergava sui visi dei presenti.
Altra ondata di spasmodica suspense.
Poi finalmente il bastardo fini' la frase: “Ho trovato lavoro come mangiatore di fuoco.”
“E vaffanculo!” Penso' la Cesira. Ma non lo disse.

 


Non usate il mio sangue per lavare i pavimenti!

Dove si narra di donne, di costate d’agnello, di comunisti indomiti e di foschi traditori.

Oggi voglio raccontarti una storia d’amore.
Ma attenzione, non si tratta di una fuga dalle tragiche urgenze della crisi economica, delle guerre e dei disastri vari che affliggono in particolare l’Italia.

I fumetti di Jacopo Fo

Anzi! Si tratta di entrare a piedi giunti nel centro del problema, che non e' Berlusconi ma il progressista medio, che lo critica a parole senza rendersi conto della propria complicita' esistenziale, di stili di vita che ne fanno un sostenitore oggettivo dell’Italia dello Sfascio.
La crisi italiana e' principalmente una crisi morale, etica, sentimentale, confusionale.
Che cosa vale la tua battaglia contro Berlusconi se non sai baciare?
Come possiamo affrontare i tempi bui, e uscirne, se ancora al primo posto dell’agenda politica della Sinistra non vediamo gli abbracci?
Il personale e' politico, gridavano le femministe negli anni settanta, ma ancora il concetto non e' penetrato nei meandri della mente collettiva dei progressisti.

Se la Dea me ne dara' possibilita' e i lettori mi sosterranno, pubblichero' da oggi una serie di racconti su alcuni fatti gravissimi avvenuti tra la famiglia Trifacchia e la famiglia Manoni. Si trattera' di questioni scabrose, risse, tradimenti che si stagliano sullo scenario di Casa Del Diavolo, ameno paesino lungo la via Tiberina che da circa 2000 anni porta da Roma a Ravenna e viceversa.

Ecco, finita la premessa inizia la storia.

Le urla di Cesira Trifacchia si levavano alte superando il giardino di fronte alla bifamiliare a due piani circondata da olivi e cipressi. Stava urlando con sua figlia Manuela perche' la sera prima, sabato, era tornata a un’ora scandalosa. Manuela era abituata a quelle sfuriate e aveva deciso di rimanere ferma nella sua posizione. Aveva 18 anni e tornava a casa quando le pareva. Tanto piu' che con Francesco erano fidanzati in casa e anche se il matrimonio non era stato fissato erano comunque li' li' per sposarsi.
Ma le urla della Cesira, pur potenti, furono sovrastate da quelle di Maria Pantalia, oriunda di Palermo: “Cesira: fuggi di chesa che s’ammazzeno al barre! Il to’ marito con Roberto Manoni! Corri!”
Maria aveva cercato di naturalizzarsi umbra, la sua pronuncia dell’idioma locale era molto approssimativa ma quantomeno aveva imparato le parole. La vulgata di queste parti, infatti, prevede l’utilizzo di termini apparentemente italiani, piu' o meno, ma con significati piuttosto traslati.
Fuggire di chesa non vuol dire infatti fuggire di casa, bensi' uscire di casa.
Una chesa scaricheta e' una casa diroccata, il capocollo e' la coppa e la coppa e' la lonza.
Mollare vuol dire bagnare e non lasciare. Far l’amore significa fidanzarsi in casa. Niente di terribile comunque. Al di la' di singole situazioni come quella dell’Antonio, immigrato da Milano in cerca di aria pura e rapporti umani, che facendo il muratore e colpito da uno strappo muscolare alla schiena mentre sollevava una trave con un altro edile, si mise a gridare: “Molla! Molla!” per via che non riusciva piu' a reggere la trave per il dolore ma non poteva lasciarla cadere senza rischiare di mettere a repentaglio la sicurezza psicofisica del suo collega. Solo che l’altro sentendo il milanese urlare MOLLA  si chiedeva: “Checchezzo devo molla' che qui ‘n c’e' niente da bagnare?!?”

Quando la Cesira giunse trafelata al bar Pannacci trovo' il marito che si fronteggiava col cognato con una decina di uomini e donne che li tenevano separati mentre si buttavano addosso una serie di insulti reciproci e a tutte le divinita' dell’Olimpo cristiano, di quelli che se ti sente il parroco poi ti scomunicano.
Non che il parroco, don Michetta, ci passasse spesso per Casa del Diavolo. Giusto la domenica per la messa, che lui era parroco di Ponte Pattoli, posto rispettabile, che quando gli avevano costruito la chiesa a Casa del Diavolo l’aveva presa come un’offesa personale. Una chiesa a Casa del Diavolo era una cosa intollerabile. Non solo era un paesino con un nome blasfemo, ma per giunta era abitato da gente che per l’85% votava comunista. Il resto erano socialisti. Per questo alla fine di una diatriba pluriennale i casadeldiavolesi si erano accordati di costruire la chiesa cento metri oltre il cartello comunale che sanciva la fine del paese. Quindi dal punto di vista prettamente cartografico a Casa del Diavolo non esisteva nessuna chiesa. E l’ortodossia era salva.
Comunque la Cesira, donna solida, entro' nel bar come una furia e afferro' il marito per la giacca iniziando a tirarlo con la determinazione cieca di un trattore a cingoli da 80 cavalli. Gli parlo' in italiano perche' tutti capissero: “Vieni a casa che mi fai fare un figura da zingari!” Il marito, Ildebrando Trifacchia, lancio' un ultimo potente: “Ti spacco la faccia!” seguito da osservazioni indecorose sulle parti intime e la moralita' in campo sessuale della Madonna, di Santa Rita da Cascia, Santa Teresa d’Almaviva, San Pancrazio Martire (che a suo dire aveva anche problemi di identita' sessuale oltre che di martirio) Santa Teresa di Gallura e San Guinario. Ma forse non disse San Guinario ma sanguinario non si sa bene riferito a chi.
Questo per via che Ildebrando Trifacchia era un professionista della bestemmia, uno che andava su internet per documentarsi e trovare nuovi santi da mandare a quel paese. Una specie di missione laica in difesa della Costituzione. Piu' o meno.
La ragione del contendere, ormai era risaputo, riguardava due questioni che si confondevano da tempo. Innanzi tutto Ildebrando Trifacchia era convinto, come molti in paese, che Roberto Manoni avesse avuto una tresca clandestina con Rita Sfarzi, una trentenne abbronzata con la lampada, grande forchetta che lavorava come operaia al maglificio. E Ildebrando, che era il fratello di Barbara Trifacchia che era la moglie del Manoni Roberto, aveva preso la cosa come uno sgarro alla famiglia.
L’altro motivo dei continui scontri tra i due era la Casa del Popolo. Il Partito Comunista era diventato DS e Ildebrando, con altri, aveva seguito gli scissionisti di Rifondazione che volevano continuare a essere comunisti. Ma la Casa del Popolo, che era stato costruita lavorando al sabato e alla domenica, era restata ai DS. Allora Ildebrando e gli scissionisti si erano rimboccati le maniche e avevano tirato su un’altra casa del popolo. L’avevano chiamata Casa dei Popoli per sottolineare che il nuovo partito scissionista aveva idee piu' ampie del vecchio PCI.
Roberto Manoni aveva anche lui aderito a Rifondazione Comunista. Ma poi anche il partito di Bertinotti si era scisso e Ildebrando era confluito nei Comunisti Italiani, perdendo cosi' per la seconda volta la casa del popolo. Manoni invece era restato con Rifondazione ed era diventato responsabile della Casa dei Popoli.
Quando Ildebrando rientro' presso la sua abitazione e la Cesira chiuse la porta, si trovo' a doversi sorbire una potente sfuriata a base di NON NE POSSO PIU’ DI QUESTE SCENE DA BEDUINI! MI FAI VERGOGNARE CON TUTTO IL PAESE! DOMANI CI VAI TE A FARE LA SPESA.
Questo detto in umbro stretto che e' una cosa che non saprei neanche trascrivere.
E Ildebrando Trifacchia capi' che avrebbe passato una pessima serata. A quel punto la figlia Manuela decise che era meglio andarsene al bar a chiacchierare con le bariste piuttosto che sorbirsi la guerra mondiale quotidiana tra i genitori.
Si infilo' il cappotto ma non fu abbastanza veloce da evitare che la madre la investisse con la seconda puntata delle recriminazioni sui suoi orari amorosi e sul fatto che il marito se fosse stato un padre l’avrebbe gia' ammazzata. Ildebrando pungolato dalla moglie muggi' come un animale ferito una cosa tipo: “E te con quel deficiente del tuo fidanzato se scopro che e' vero che vi fumate quella merda gli spacco la faccia a lui e a te ti butto in strada e pensa a trovarti un lavoro!”
Manuela ebbe uno sbocco di ira che stento' a controllare registrando una fitta alla gastrite. Ma se avesse detto quel che le veniva da dire probabilmente avrebbe rimediato un paio di ceffoni. Il fatto e' che lei il lavoro ce l’aveva, ma per il padre era inconcepibile che fosse pagata per andare a fare il pagliaccio negli ospedali per divertire i bambini. “NON SARA’ UN LAVORO VERO QUELLO LI’?!?…”
Ma la rabbia per l’impotenza di non potergli rispondere a tono la indusse a prendere una decisione terribile: si sarebbe iscritta a Rifondazione Comunista e si sarebbe candidata alle elezioni comunali. Suo padre avrebbe visto di cosa era capace e avrebbe imparato a non romperle le palle. Che tra l’altro che lei si facesse le canne era una sua fissa che a lei dava fastidio qualunque cosa, anche il vino. Ma lui si era convinto che le nuove generazioni erano bacate e non avevano voglia di lavorare e non c’erano cazzi.

Quando Ildebrando, due giorni dopo, seppe da Tregambe (che era un soprannome dovuto alla particolare misura della dotazione di Paolo Tamanti) che la figlia Manuela si era segnata sulla lista dei candidati a Rifondazione, prima penso' di ucciderla, poi di uccidere Manoni, poi di suicidarsi col gas e far saltare cosi' tutta la villetta e magari demolire nello scoppio anche quelle dei vicini.
Poi gli prese un infarto e lo portarono all’ospedale dopo avergli dato le scosse a bordo dell’ambulanza come nei telefilm.
La Cesira disse alla figlia una sola cosa, come se fosse una nota a margine: “Se non ti cancelli dalla Rifondazione ti cavo gli occhi.” Che era quando non gridava che la Cesira diventava pericolosa.
Allorche' Manuela capi' che era andata oltre il segno e non sentendosela di ammazzare il padre di dolore si ando' a cancellare e per rappezzare lo scandalo si mise d’accordo con il cognato Roberto Manoni e raccontarono che era stato solo uno scherzo, che Manuela non era candidata sul serio.
Che la moglie di Roberto Manoni, Barbara Trifacchia, sorella di Ildebrando, d’altra parte aveva lavorato di fino sul consorte. Donna magrolina, per niente dotata di corporatura come il fratello, aveva pero' uno spirito d’acciaio, aveva lottato con la disperazione per salvare il primogenito da una brutta malattia, appariva di indole mite, ma quando si metteva in testa una cosa era capace di tirare giu' i paracarri a testate da Casa del Diavolo a Citta' di Castello.
E Barbara aveva detto al marito: “Ricomponi questa storia con mio fratello che se quello mi muore io poi ti taglio la gola mentre dormi”.
Quindi andarono quasi in corteo all’ospedale, Manuela, Roberto e Barbara a raccontare la versione dello scherzo. Alla quale peraltro Ildebrando non credette ma accetto' con un mugugno le rose rosse (12) che Manoni gli portava in segno di pace comunista. “In fondo siamo tutti dalla stessa parte… Il nemico e' Berlusconi.” Aveva detto Manoni guardando la moglie in cerca di approvazione e perdono.
Poi la Cesira, visto che Ildebrando continuava ad avere la faccia da lebbroso bastonato, per tirarlo un po’ su gli disse: “Dai, Ildebrando, che poi adesso lo puoi fare il tuo laboratorio, con la nuova legge che ha fatto Berlusconi possiamo costruire 30 metri quadrati, cosi' non ti fai piu' il sangue cattivo con quelli del Comune.”
Pensava di portare un po’ di sollievo all’anima in pena del marito ma ottenne l’effetto contrario. Ildebrando ringhio': “E io dovrei fare il mio laboratorio con una legge truffa dei fascisti? Ma neanche se crepo!” E poi gli ando' di traverso la saliva e quasi si strozzo', dovette arrivare l’infermiera e dargli dei pugni sulla schiena che avrebbero abbattuto un elefante africano e poi mando' via tutti.
Che la storia del laboratorio di Ildebrando era argomento dolente. Infatti Ildebrando si riteneva vittima di un sopruso. E la cosa gli doleva particolarmente per via che il comune era in mano alla sinistra e all’edilizia c’era addirittura un assessore dei Comunisti Italiani, cioe' del suo stesso partito. Ma, ahime', era un grandissimo stronzo. Infatti Ildebrando aveva in effetti terreno sufficiente per reclamare una concessione edilizia per un annesso di 30 metri quadrati ma una successiva delibera comunale, proposta da Rifondazione per motivi misteriosi, aveva determinato che se un podere era attraversato da una strada comunale le cubature edificabili alle quali le due parti del terreno davano diritto non erano cumulabili. Parole che a Ildebrando per pronunciarle faceva male la bocca. Ildebrando bestemmiava chiedendo che danno potesse mai fare il suo laboratorio, intrappolato come dalle sabbie mobili da domande, autocertificazioni, progetti, marche da bollo e studi sull’impatto ambientale costosissimi. “E’ tutta una mafia di geometri” diceva. “Checcazzo c’e' da studiare sull’impatto ambientale di 30 metri quadrati? Che le formiche cambiano strada?”
Ma l’ingegnere del Comune, un tipo segaligno con gli occhiali da sole graduati, gli aveva spiegato: “Tutto ha un impatto ambientale. Abbiamo bisogno della perizia di un tecnico.” Ci studiavano la notte per far buttare via i soldi alla gente. E lui aveva speso 7000 euri uno sull’altro per una relazione tecnica piena di stronzate che non diceva un cazzo. E cosa avrebbe potuto dire? E comunque l’autorizzazione edilizia non si era sbloccata. Intanto l’ingegnere con gli occhiali da sole aveva fatto deviare e asfaltare la strada comunale per Castiglione e costruire un ponte a 4 corsie coi soldi pubblici per rendere meglio raggiungibile la sua villetta composta da due costruzioni. La strada ci passava in mezzo e nonostante ci transitassero solo 10 macchine al giorno a lui dava fastidio, e anche il ponticello preesistente, largo 6 metri non gli pareva decoroso. Conto dell’opera piu' o meno 400mila euro. E Ildebrando invece non poteva costruirsi il suo laboratorio che dalla strada non si vedeva neanche perche' aveva piantato una fila di cipressi. Bastardi di merda. Ed erano pure tutti di sinistra. E adesso arrivava Berlusconi e gli risolveva il problema? E lui avrebbe dovuto piegarsi a ringraziare una legge di Berlusconi, cosi' al bar il Professore gli avrebbe detto: “Allora Trifacchia, ho visto che stai facendo andare la betumiera e finalmente costruisci il tuo laboratorio… Pero' allora oggi devi brindare alla destra che se era per i comunisti tuoi compari col cazzo ch’el costruivi.”
No, piuttosto dava fuoco a tutta la casa.

Ildebrando torno' a casa dall’ospedale dopo 10 giorni. Aveva perso 6 chili ed era sciupato.
Ma almeno sua figlia non era piu' candidata con la Rifondazione.
E per dare un contentino al papa' aveva anche fissato di sposarsi a settembre. E la figlia gli aveva anche giurato che non aveva mai fumato la marijuana.
E poi alla fine aveva deciso che andassero al diavolo tutti i falsi compagni del Comune e quello stronzo del Professore, che lui il laboratorio lo voleva e se per costruirlo avesse dovuto usare una legge fatta dai fascisti lo avrebbe fatto. In fondo anche i fascisti, ogni tanto possono fare una cosa giusta per sbaglio. Se poi qualcuno con quella legge di merda ci faceva un palazzo sul mare non era mica colpa sua, di Ildebrando. Una legge sbagliata si puo' usare in modo giusto o in modo sbagliato. Lui era nel giusto. Era il mondo che era sbagliato.
Poi una notte sua moglie Cesira lo senti' piangere nel sonno, lo abbraccio' e gli disse dolcemente: “Dai Ildebrando, che poi tutto si sistema…”

 


Marziani arrapati ma comunisti.

Cosa fai quando un marziano, bello come un Dio greco, biondo, con i ricciolini morbidi e lucenti come seta ti guarda con gli occhi piu' innocenti che puoi immaginare e ti chiede: “Saresti disposta a dedicare le prossime ore a unire le nostre energie in senso fisico e riproduttivo?”
Cioe', non e' che mi abbia detto proprio: “Vuoi scopare?” ma il senso era quello.
Io sono sempre stata una brava ragazza. Cioe' relativamente. Ho 40 anni e qualche storia l’ho avuta. Mi e' anche capitato di andare a una festa, incontrare quello con l’odore giusto e trovarmici a fare sesso di notte ai giardinetti. Ma sono stati dei casi.
Il problema era che lui mi guardava si' angelico ma aveva completamente saltato ogni preliminare.
Il suo approccio era completamente a secco. Altro che “scopata senza cerniera”. Stavo entrando in un bar a San Donato, un paesino a una quindicina di chilometri da Poggibonsi, alle due del pomeriggio… Cioe' non New York alle 2 di notte.
Lui stava uscendo dal bar.
Mi guarda per un nanosecondo e mi dice se volevo unirmi sessualmente a lui. Neanche un: buon giorno, mi chiamo Pinco Pallino, che bel sole oggi. Niente.
Che la giornata era pure iniziata male, ero andata in Comune che non mi volevano far dipingere la mia casetta in mezzo al bosco di rosso veneziano perche' non e' un colore contemplato dalla tavola dei colori ammissibili nel Comune. Il rosso Tiziano si', il rosso veneziano no. Avevo deciso di rovesciare la scrivania dell’ingegnere comunale. Che e' vero che la delibera non l’ha decisa lui ma a un certo punto, se sei li' avrai pur sempre qualche responsabilita' se di lavoro fai applicare una norma idiota. Che poi non ero neanche riuscita ad arrivare alla rissa per via che quello in coda prima di me ha direttamente cercato di strozzarlo. Che alla fine e' arrivata la polizia.
Mi hanno detto che e' la terza volta questo mese che qualcuno da' in escandescenze nell’Ufficio Tecnico. Pare sia un’epidemia. I giornali non ne parlano, non ci sono statistiche ma credo che ci sia stato un grande cambiamento nella psiche degli italiani. Hanno iniziato a dar fuori di testa e prendersela fisicamente con la burocrazia. Non che io condivida la violenza fisica. Ma insomma, questa e' legittima difesa…
Comunque alla fine, dopo esattamente 9 secondi in cui sono restata immobile a guardare questo ragazzetto sui 20 anni che sprizzava salute e sorrisi da tutti i pori e mi guardava come se avesse visto la Madonna di Fatima, gli ho detto: “Va bene.”
Che li' per li' non sapevo neanche che fosse un marziano.
L’ho scoperto dopo. Cioe' non subito dopo.
Gli ho detto: “Si'. Ma prima devo prendere un caffe'.”
Intanto che lo bevevo continuava a guardarmi sognante. Al limite dell’imbarazzante.
“Come ti chiami?” Gli ho chiesto per rompere il silenzio.
“Antonio Baldissarri.”
“Paola Canale. Piacere.”
“Oh, il piacere e' tutto mio. Hai una vibrazione che pervade profondamente i meandri della mia anima.”
Cioe', praticamente stavo per far sesso con un poeta.
Devo dire che la situazione era strana, in quel bar anni cinquanta, 100% linoleum lucido, con un barista che sembrava Giuseppe Stalin in un giorno che era incazzato perche' i comunisti non si volevano far fucilare tutti.
Quando uscimmo mi disse: “Vieni a vedere il mio camper, e' futurista.”
Per un attimo ebbi paura. Come fa un camper a essere futurista? Passi il poeta ma il critico d’arte non lo reggo.
Quando siamo entrati nel camper ho capito che non era futurista ma futuristico.
Era come se fosse stato scavato nel legno. Polimere. Mi ha detto lui.
Ed era gia' nudo.
Che in effetti dopo un’ora che facevamo una cosa tutta movimenti sinusoidali tipo pitoni mi sono accorta che praticamente, restando assolutamente immobile, lui riusciva a far vibrare il creapopoli, sbatacchiava, si gonfiava e sgonfiava. Insomma una cosa futurista.
Gli ho detto: “Sei sicuro che sei normale? Non e' che ti sei sbagliato e stamattina ti sei montato un cellulare incrociato con un montapanna al posto del tuo coso regolamentare?”
“Non ti piace?” Chiese lui preoccupato.
Oddio. Dopo 17 orgasmi sconvolgenti non potevo proprio dire che non mi piacesse. Ma una cosa cosi' possiamo definirla inusuale. Come definireste un violento Parkinson sussultorio in un membro maschile? Una malattia? Un colpo di culo?
Che poi mi ha detto che se volevo poteva anche non farlo.
Li' ho capito che c’era sotto qualche cosa. E cosi' ha confessato di essere un marziano.
In realta' non e' proprio un marziano. E non si chiama proprio Baldissarri. Ma qualche cosa come Arahhamg Ghillignihhr. Se lo pronuncia lui suona bene.
E viene da un pianeta della Galassia di Kzek, che non sapevo neanche che esistesse. Proviene da un pianeta che loro chiamano Terra. Che nella loro lingua si dice Kmktnis. Sul fatto che venivamo tutti da un pianeta chiamato Terra abbiamo riso. Lo adoro quando ride.
Su una cosa siamo uguali. Anche lui e' comunista. Dice che da loro sono quasi tutti comunisti. Da millenni. E’ qui per fare uno studio sulle epoche dei Grandi Comunicatori del Dolore. Mi ha spiegato che si tratta di una fase che tutte le societa' devono passare durante la loro evoluzione. Il tempo in cui la forma della comunicazione sostituisce la verita' della comunicazione.
Questo volevo farvi sapere, soprattutto, con questo articolo: passera'. La storia di centinaia di pianeti, dice Arahhamg, dimostra che questa fase e' generalmente piuttosto breve. Una specie di sbronza collettiva che di regola porta a un rapido disastro economico. Poi dal bailamme delle mutazioni sociopolitiche emergono nuove entita' associative, nuovi leader capaci di unire gli innovatori.
E poi si arriva che finalmente i cittadini diventano coscienti del loro potere e non cercano piu' leader, si danno all’azione digitale diretta.
Insomma, care amiche: stringete i denti, bisogna solo resistere un altro po’.
Se incontrate un marziano di Kmktnis, comunque, e' meglio.

 


Fare sesso con le fotomodelle non e' politicamente scorretto.

Stavo correndo verso la fermata dell’autobus, per via che ero in ritardo per andare al lavoro.
Chiamalo lavoro… Sto in un call center specializzato nella vendita di abbonamenti per una rivista che si chiama: “La voce della Polizia”.
Devo far finta di essere un poliziotto e far credere che puo' essere un vero affare attaccare sull’auto un adesivo con scritto “Io leggo LA VOCE DELLA POLIZIA.”
In autunno invece comincia la campagna di abbonamenti per “La voce del finanziere”. E li' devi far capire al piccolo imprenditore che, in caso di irruzione degli ispettori della finanza, e' meglio avere appeso alla parete un bel calendario plastificato con cornice in fintolegno e sotto scritto: “Io leggo LA VOCE DEL FINANZIERE”.
(CONTINUA DOPO L'IMMAGINE)

Fumetti Jacopo Fo PALAZZI

Oltre a essere un lavoro ai limiti della legalita' si incazzano pure se arrivo in ritardo. Ti chiederai come la metto con la mia coscienza a fare un lavoro da mezzo truffatore. La mia risposta e' che uno che pensa che conviene dare una mancia al giornale della polizia per non avere noie con i limiti di velocita' e' un grandissimo pezzo di merda che va punito a tutti i costi. Da un certo punto di vista la mia e' un’attivita' etica.
Questo te lo dico da sobrio, tra le otto del mattino e le 22. Prima delle otto non sono in grado di parlare. Dopo le 22 generalmente ho bevuto un po’ e se mi piglia la balla triste potrei dirti che la mia vita e' una merda, e' veramente difficile trovare un altro lavoro che mi dia 2.400 euro al mese e devo pagare le cure mediche a mia madre. E non e' la solita bugia.
Vorrei fare altro. Ad esempio, aprire un ristorante sul mare che serve 50 coperti. Con un menu' basato su un solo piatto: risotto con l’ossobuco, prezzemolo e vino bianco. Una scorza di limone e una spruzzata di latte di vergine. Oltre al risotto ci sono 32 coppettine che contengono 32 delizie fragranti.
Olive nere di Gaeta.
Salsa di tartufi.
Crema di asparagi.
Vellutata di zucca.
Insalata russa, hummus, salsa di avocado, salsa tartar, provoline affumicate, sedano all’olio d’oliva, pollo marinato per 12 ore in salsa tandoori e yogurt baltico, tzatziki, crema di fagioli al pomodoro e basilico, pesto genovese da spalmare su crostini di pane integrale tostato.
Insomma, credo ci si sia capiti.
Un posto dove pelare i potenti della terra con conti spaventosi e dove pero' puoi mangiare le stesse cose a 15 euro. Mi hanno detto che a Firenze c’e' un ristorante che funziona cosi', il Cibreo. L’ha aperto un ex rivoluzionario che non si e' ancora pentito.
Forse io apriro' un ristorante in un’altra vita.
Sto correndo lungo viale Monza, all’altezza del numero 1547, e mi si avvicina un’automobile. Una Audi da 50 stipendi mensili.
Una voce femminile mi strilla nel traffico: “Salga! Le do uno strappo visto che e' di fretta, cosi' intanto mi spiega dov’e' Corso Buenos Aires!”
Giro la testa e la guardo. Hai presente Cameron Diaz in “The Mask” quando entra nella banca per la prima volta? Ok, lei e' molto meglio.
Ansimo. Apparentemente perche' stavo correndo: “Come ha detto?”
“Ti do un passaggio se mi spieghi dov’e' Corso Buenos Aires.”
Annuisco, mi avvicino alla portiera del passeggero, salgo: “Grazie, sono Giovanni Sartirana.”
“Prego, Paola D’Alberto. Dove corre?”
“Alla fermata dell’autobus, fra 200 metri. Ma se va in Corso Buenos Aires puo' portarmi fino alla metropolitana di Piazzale Loreto, Corso Buenos Aires inizia proprio li'.”
“Bene. Grazie.”
Stette in silenzio.
Io con la coda dell’occhio la guardai. Indossava un giaccone di qualche sostanza hi tech, argentata.
Sotto portava un tubino fucsia che lasciava scoperte le gambe in maniera tale che 50 anni fa avrebbe rischiato l’arresto. Calze color perla al tramonto.
Dieci a uno che era una fotomodella. Mi chiesi se era politicamente corretto fare sesso con una fotomodella la mattina presto.
Lei giro' il viso verso di me mentre fermava l’auto al semaforo: “Va al lavoro?”
“Disgraziatamente.”
“Sarebbe interessato a una variante?”
Mi passo' in testa una frase tipo: giovane sedotto in viale Monza da una Dea sessuata.
Sorrisi, probabilmente con l’ara da bambino ebete di fronte a 100 chili di cioccolato alle mandorle tostate e sminuzzate.
“Ad esempio?”
“Credi negli extraterrestri?”
Sospirai intimamente… Ho trovato la pazza della mattina.
“Non credo a niente prima di aver preso il caffe'. E non l’ho ancora preso.” Dicevo la verita'.
“Ok. Ma, dimmi, solo per fare un’ipotesi: saresti contrario a intrattenere rapporti intimi con esseri provenienti da un’altra galassia?”
Sorrisi. Non ci capivo piu' niente. Con chi ero capitato?
“Beh, dipende come sono fatte queste extraterrestri… Se hanno 20 tentacoli e il corpo da lumaca senza guscio preferirei astenermi.”
Lei disse: “E se fossero come me?” E mi scocco' un sorriso che avrebbe richiesto un porto d’armi che abilitasse al trasporto di artiglieria pesante. Contemporaneamente ingrano' la prima e l’auto riparti' superando il semaforo.
Stava rilanciando?
Decisi di giocare a carte scoperte.
“Non e' che te lo devo dire io che sei di una bellezza portentosa e che schiere di maschi sarebbero disposti a andare a piedi fino a Roma per poter avere un incontro ravvicinato con te.”
“Che carino…” Mentre mi guardava con la coda dell’occhio sorrise ancora. Stava diventando un vizio.
Poi successe qualche cosa di strano. Ci fu un WOAP, un’ondata di calore, vidi che tutto si appannava ed ebbi la sensazione di fluttuare fuori dall’auto. All’inizio lentamente, poi presi velocita' come se fossi diventato un razzo.
Alcuni secondi dopo mi trovai in un punto del cielo, di fronte a me una nuvola tremolo' e mi apparve come una struttura solida. Un’astronave. Lo capii poco dopo. La superficie vaporosa della nuvola si apri' per una sezione grande a sufficienza per farci entrare un Boeing, fui aspirato da un tubo e mi trovai in un grande salone dove un centinaio di extraterrestri femmine, dalle forme perfette, mi accolsero.
Sono un tipo riservato quindi non mi dilunghero' sui 57 modi diversi con i quali mi manifestarono il loro entusiasmo nel fare la mia conoscenza e mi mostrarono la benevolenza del loro popolo e la loro concezione, avanzatissima e atletica, del kamasutra extragalattico.
Io stesso fui stupito, e molto, dall’inarrestabile carica sessuale che riuscii a esprimere, forse a causa di qualche droga che inalai senza accorgermene.
Comunque fui veramente molto ben impressionato dalla sensazione dei loro corpi avviluppati su di me.
Alla fine, mentre eravamo sdraiati sul morbidissimo e caldo pavimento di quel grande salone, l’extraterrestre che si era presentata come Paola D’Alberto, e che gia' sentivo di amare profondamente,  mi disse: “Ora i nostri popoli hanno stipulato un patto di fraternita' eterna.”
Ero sovrappensiero quando risposi: “Perche'?”
Lei parve perplessa: “Beh, abbiamo unito i nostri corpi, quindi le nostre razze hanno comunicato reciprocamente.”
“Beh, non so come funzioni da voi. Da noi se fai sesso con una persona e' un fatto privato.”
“Come sarebbe a dire? Gli abitanti del tuo pianeta non hanno provato le stesse sensazioni che hai percepito tu?”
Ci misi un attimo per capire, chiesi a mia volta: “Vuoi dire che e' come se avessi fatto l’amore con tutti gli abitanti del tuo pianeta? Anche i maschi?”
“Certo. 4 miliardi di viventi hanno sperimentato ogni sensazione che abbiamo provato noi.”
Ero molto piu' perplesso: “Cavolo. Da noi non funziona cosi'.”
Parve molto delusa. Si consulto' con le sue conterranee, in una lingua che sembrava sardo, sembravano stupite e preoccupate.
Poi Paola mi parlo' di nuovo: “Vuoi dire che quello che abbiamo fatto non ha valore legale per tutti gli abitanti del tuo pianeta?”
Le dissi che i rapporti sessuali non hanno nessun valore legale da noi. A quel punto sembrarono perdere parecchio interesse per me. Si addentrarono in una discussione a tratti drammatica. Paola poi mi spiego' che avevano percorso 20mila anni luce per stringere un’alleanza con noi e ora non sapevano piu' cosa fare.
Spiegai che era meglio se provavano per vie ufficiali. Ci misi un’ora per far comprendere il concetto di “governo nazionale”.
Poi dovetti spiegare chi era il NOSTRO capo del governo. Quando dissi loro che aveva approvato delle leggi per salvare se' stesso dai processi si levarono gemiti di vero dolore. Alla fine decisero che non volevano avere niente a che fare con una specie di ominidi autistici, aggressivi e spietati.
Mi chiesero dove dovessero riportarmi.
Fu li' che ebbi il colpo di genio: “Volete dire che mi volete abbandonare cosi' dopo quello che c’e' stato tra noi? Siamo gente primitiva ma abbiamo un cuore anche noi. Il sesso per noi non ha valore legale ma una profonda importanza emotiva.
Vi rendete conto che mi avete completamente sconvolto la vita? Ho vissuto un’esperienza paradisiaca e ora devo ritornare al mio mondo crudele dove ogni anno 10 milioni di persone muoiono di fame e dove nessuno mi crederebbe mai se gli raccontassi quello che e' successo? Avete fatto di me un diverso, uno sradicato. Non potete lasciarmi cosi'. Sono un essere umano anch’io anche se non sono evoluto come voi. Un essere umano che non ha neppure la consolazione di poter comunicare con i suoi simili empaticamente”.
Alla fine raggiungemmo un accomodamento.
Mi accontentai di un paio di sgabelli di platino tempestati di diamanti che, mi dissero, per loro, non avevano nessun valore, e di una tabella di calcoli statistici che riguardavano le prossime estrazioni del Lotto.
Mi feci lasciare alla Bovisa, dove un mio amico aveva una gioielleria.
Adesso sono qui, nel mio ristorante sul mare, le cose vanno bene. Ho ridotto i coperti a 25. La gente fa la fila. E ho tre cuochi. Non faccio il ristoratore per i soldi. Ho beccato 6 estrazioni del Super Enalotto una dietro l’altra e ho messo via piu' di 70 milioni di euro.
Mi piace vedere le persone mentre assaporano i piatti che ho studiato per loro.
E mi piace stare su questa terrazza, di notte, a guardare il mare.
Non sta mai fermo.
Ma ogni tanto ripenso a quelle donne stupende che viaggiavano da una stella all’altra a bordo di una grande nuvola morbida e calda.
E sento un po’ di nostalgia.

Jacopo Fo

 


Sergio Angese è morto e vi saluta tutti!

Oggi è il primo anniversario della morte di Angese, vi racconto qualche cosa della sua vita.
E colgo l’occasione per citare la frase di una ragazza di grande saggezza: “La morte non deve essere poi così male. Non è tornato indietro nessuno.”

Sergio Angese
IL GUERRIERO DIVERTENTE
breve biografia autorizzata scritta da Jacopo Fo
(Che però si piglia tutte le responsabilità del caso visto che Sergio non ha mai potuto leggere questo testo perchè era occupato a fare altro.)

Premessa
Quando stava per morire Sergio mi ha chiesto di scrivere la sua storia.
Eccola. Non è una biografia paludata. E’ un racconto di quello che ho visto della sua vita. Credo che sia quello che lui voleva da me.
Ora la svilupperò, la metterò in bella scrittura e poi la pubblicheremo su carta, insieme a una scelta dei suoi disegni.

Capitolo primo
Riviste e socialisti

E’ passato un anno dalla morte di Sergio Angese.
L’ho conosciuto nel 1977, alla fine dell’anno, nella redazione del settimanale satirico “Il Male”.
Sergio era un giovane con i capelli corti e ben vestio. Portava la camicia e la giacca, aveva due figli piccoli, Alessio e Irene, una moglie, Paola, e un lavoro fisso come giornalista vignettaro a Paese Sera che era un quotidiano romano filocomunista (si mormorava che gli arrivasse perfino qualche soldo dall’Unione Sovietica. Ma non so se fosse vero).
La prima impressione che mi fece fu quella di un ragazzo con la faccia grassoccia che non c’entrava niente con noi che eravamo una banda di fumatori di canapa vestiti come capitava.
Ci misi un po’ a entrare in simpatia.
La mia stima verso di lui salì enormemente in due occasioni.
La prima fu quando disegnò una vignetta che trovo pazzesca.
Era appena scoppiato il caso del comune di Bologna che offriva case popolari anche ai conviventi gay. Lui disegnò un impiegato comunale, seduto di fronte a una scrivania, con davanti una coda di coppiette. L’unico non in coppia è un tipo che è il primo della fila e che dice: “A me un monolocale, io mi masturbo.” Geniale. Un totale rovesciamento quantico del punto di vista. L’equivalente di un tuffo carpiato triplo con capriola a rovescio, avvitamento e urlo finale.
La seconda occasione fu successiva a una rissa.
Al Male succedeva che un redattore decidesse di andare a sfondare la porta di Vincino, quando era lui il direttore, cercando di picchiarlo. Oppure che un giornalista arrivato per intervistarci ricevesse un pugno in faccia giusto sull’ingresso. Un caos aumentò via via che le droghe pesanti contaminavano una parte dei redattori. Io e Sergio facevamo parte dell’ala salutista. Fumavamo solo erba. E cercavamo in vari modi di mantenere in vita il giornale.
Io ero molto mingherlino e nei momenti di crisi andavo al lavoro con un martello da carpentiere sotto la giacca. Ma non lo usai mai perché il mio fisico rachitico era controbilanciato dal fatto che avevo militato nei gruppi vicini alle bande armate. In realtà avevo abbandonato Toni Negri prima che si iniziasse a sparare ma i miei colleghi erano comunque convinti che mi fossi macchiato di crimini violenti e mi rispettavano. A quei tempi tutti si dichiaravano innocenti e nessuno ci credeva.
Angese invece era grande e grosso e c’aveva i manoni. Quindi veniva rispettato per la possanza fisica.
Un giorno Piero Lo Sardo, quello che aveva cercato di picchiare Vincino e aveva tirato un pugno al giornalista, Sparagna e qualche altro debosciato, si misero d’accordo con il Partito Socialista di Craxi (cioè il Diavolo), intascarono 15 milioni di lire e realizzarono, senza dire niente a nessuno, un giornale per la campagna elettorale del PSI.
Quando lo sapemmo il giornale si incendiò. Io, Angese e Cinzia Leoni (la disegnatrice non l’attrice) volevamo buttarli fuori con l’accusa di alto tradimento della satira. Loro si difesero sostenendo che avevano sì collaborato con il nemico ma avevano realizzato un giornale talmente brutto che quando Craxi l’aveva visto aveva buttato via tutta la tiratura disgustato, quindi non avevano commesso tradimento ma avevano compiuto un’azione eroica di sabotaggio del nemico di classe. Cioè avevano un bel coraggio!
Alla fine passò una linea alla vaselina e non vennero espulsi. Ancora penso che sia stato il primo passo verso la morte del giornale. Comunque negli scontri feroci a un certo punto Angese diede un pugno a Vincenzo Sparagna. Il giorno dopo Sparagna si presentò in redazione mostrando la lastra della sua mandibola fratturata. Angese prende in mano la lastra, la guarda, la gira e dice: “Questa è una mandibola destra io il pugno te l’ho dato sulla sinistra.”
E io iniziai a stimare veramente Angese.
Ai tempi ero già diventato pacifista. Ma un conto è essere pacifisti, un conto è essere non violenti. La differenza è che il non violento non usa la violenza neanche se aggredito. Il pacifista cerca di evitare in ogni modo la violenza, ma se lo aggredisci, se può, ti maciulla. E vendersi ai socialisti era lo stesso che attaccarti alla gola con un coltello.

Mentre il giornale lentamente affondava io presi la strada di Santa Cristina, vicino a Perugia, lui diventò condirettore insieme a Vincino e cercarono di far risalire la rivista riuscendo a procrastinarne la sopravvivenza fino al 1982.
Io inviavo i miei disegni dall’Umbria e arrivavo a Roma una volta al mese.
Fu nel 1982 che iniziarono le lezioni alla Libera Università di Alcatraz, e tra i vari corsi c’era quello di fumetto. Sergio era tra gli insegnanti. Gli piacque molto il posto e il clima che si era creato e dopo qualche tempo decise di trasferirsi a Alcatraz prendendo in affitto da me una microscopica casetta di pietra, due stanze con un bagno, persa in mezzo ai boschi. Un posto da favola.
Così iniziammo a vivere a un chilometro di distanza. D’estate corteggiavamo le ragazze (e lui aveva più successo di me perché era più macio) d’inverno passavamo ore a discutere del mondo, della vita e di tutto il resto. Sergio collaborava allora a Satirycon, inserto satirico di Repubblica diretto da Forattini che ai tempi era uno di sinistra, e collaborava con l’Espresso. Insieme partecipavamo ai vari tentativi di Vincino di far rinascere il Male: L’Ottovolante, Il Clandestino, Zut…
Angese comunque se la passava bene, era un fumettaro di grido, pubblicava libri, realizzava illustrazioni strapagate per la pubblicità.
L’unico grande problema era che dovevamo alzarci prima del’alba e andare a consegnare la busta coi disegni al pulman che alle 5,45 passava a casa del Diavolo. Poi a Roma un redattore doveva andare alla fermata del pullman e farsi consegnare la busta e non sempre ci riusciva.
Poi Angese mi disse che c’era una roba chiamata fax, una diavoleria moderna appena arrivata sul mercato. Poi ne comprò una pagandola 7 milioni e mezzo di lire, una cifra spaventosa a quei tempi.
Tu infilavi il disegno nel fax e questo magicamente appariva in un altro fax anche a migliaia di chilometri di distanza. Grandioso! Niente più pullman.
Fu uno dei vari motivi per cui lo amai.

Capitolo secondo
Pugni e cavalli

Sergio Angese, che io chiamavo generalmente Angese piaceva alle donne in modo sensazionale.
Quello che a lui piaceva era la trama delle storie d’amore. Il modo in cui venivano fuori.
Era un mistico dell’intreccio della vita, della trama della storia.
Era un guerriero. Viveva in modo laico una certa mistica samurai. Non era però un militarista o un violento. Era una persona pacifica che però in alcuni frangenti reputava suo dovere morale usare le mani. Lo faceva in modo molto raro e molto scenografico. In effetti mi risulta che, al di là delle risse giovanili, lui abbia colpito qualcuno solo 3 volte.
La prima volta sull’altare dove stava sposandosi la sua prima moglie Paola. Si stava sposando con un altro. Lui arrivò, le disse che voleva sposarla, di venire via, il tipo che stava per sposarla si incazzò di brutto (comprensibile) e Angese gli tirò un pugno e si portò via la moglie, che poi sposò.
Era la classica situazione eroica romanzesca che piaceva a Sergio.
Il secondo pugno l’ho raccontato già, quello a Sparagna.
Il terzo pugno lo diede qualche anno dopo.
A Alcatraz c’era presa la passione per i cavalli. Avevamo aperto un maneggio che gestivamo insieme. Ma a un certo punto il lavoro divenne troppo gravoso e mi misi alla ricerca di un cavallaro che si occupasse delle passeggiate con gli ospiti. Un’impresa disperata perché i cavallari sono tutti pazzi. A un certo punto troviamo un tipo molto giovane che sembrava a posto. Inzia a lavorare. Con lui c’è la sua fidanzata, una tipa carina molto esile.
Passa qualche settimana, io non so dove stessi, telefonano a Alcatraz dalla questura. Risponde per caso Angese che non si occupava in nessun modo della gestione di Alcatraz.
Era successo che li avevano fermati perché lui aveva preso a pugni lei nel parcheggio di fronte alla questura. Li avevano fermati e gli avevano sequestrato la macchina perché non era in regola con nessuna legge dello stato. Era il ragazzo che telefonava chiedendo se qualcuno poteva andare a Perugia a prenderli. Ci va Angese. Arrivato in questura i poliziotti gli raccontano cosa è successo.
Lui li carica in macchina, il ragazzo davanti, la ragazza di dietro. Partono e Sergio inizia a spiegare al cavallaro che non si picchiano le donne e che non si picchiano davanti alla questura. Ogni chilometro gli dava un pugno senza togliere l’altra mano dal volante e senza smettere di guardare la strada. Un colpo allargando il braccio e colpendo con il dorso del pugno.
Nonostante i miei criteri pacifisti fossero diventati col tempo più rigidi non riuscii a dargli torto.
Angese aveva una mistica avventurosa della vita.
Era cresciuto nel ristorante di famiglia, a Roma, un’osteria piena di personaggi favolosi, attorniato da donne (come me). Il suo modo di essere macio non era basato sull’aggressività ma sulla capacità di inventare storie, situazioni che avevano sempre un retrogusto di sfida.
Era il tipo che andava a trattare un contratto con una grossa azienda milanese e nel bel mezzo della trattativa con la brillante manager rampante le mormorava qualche cosa di irripetibile e un secondo dopo le ordinava di appoggiare le mani alla parete e di farsi perquisire. E lei ubbidiva perché quello era proprio il pensiero che le era passato in quel momento in testa, o comunque una sua fantasia segreta.
Era un fantasista della seduzione.
Chiaro che quando io comprai 5 cavalli agricoli (cavallo montano da lavoro umbro bastardo) e insieme ci appassionammo alla cavalleria e alla doma, il quadrupede divenne per lui uno strumento di seduzione onirica formidabile.
A lui piaceva giocare in modo educativo sulle contraddizioni.
Era capace di andare dal direttore di un giornale per il quale lavorava e dirgli che avrebbe dovuto smettere di essere un opaco burocrate e assaporare il piacere animale di azzannare i potenti alla gola.
Con i direttori dei giornali questa schiettezza irridente non aveva molto successo. Infatti Angese pagò la sua onestà politica, il suo amore per la verità e la libertà di espressione e il piacere di prendere per il culo faccia a faccia direttori, condirettori e grandi firme, con l’ostracismo da tutti i giornali italiani. Lui fu il tipo che quando lavorava per la Nazione, al proprietario che gli proponeva l’idea per una vignetta, si era concesso il lusso di rispondere: “Questa idea è veramente priva di senso!” con un tono che gli costò l’allontanamento dal giornale per qualche anno.
Ma se Angese faceva inviperire i giornalisti potenti, incollati alle loro sedie di notizie addomesticate, otteneva un risultato diametralmente opposto con le donne.
E quando aveva un cavallo sotto il culo Sergio dava il massimo.
Intendiamoci, né io ne Sergio avevamo mai visto un cavallo. Imparare fu un vero disastro. Prendemmo calci e morsi e volammo per terra un numero incredibile di volte. Ma dopo sei mesi di massacro fisico e dita dei piedi fratturate dal pestone di un animale da 6 quintali, eravamo capaci di stare in sella. Avevamo uno stile un po’ gaucio, frutto di un mix di lezioni impartite da una mia fidanzata danese, un’insegnate lesbica tedesca che voleva castrare tutti (cavalli e non), un cavallaro sardo e un paio di umbri. Scuola internazionale.
Comunque stavamo in sella. Passavamo ogni giorno ore a lavorare coi cavalli, allenarli, pulirli, medicarli. C’era una simbiosi incredibile. Io facevo ridere i bambini delle gite scolastiche non riuscendo a salire sulla mia cavalla che era più larga che alta. Angese si era comprato un mezzo sangue bastardo che era molto bello, Astante, e gli aveva insegnato perfino la retromarcia, a impennare a comando, a muoversi come danzasse. Io andavo sempre al passo perché anche il trotto per me è troppo veloce. Questo non entusiasmava alcuni ospiti di Alcatraz che volevano provare il brivido selvaggio, allora li portavo giù dalle pietraie in mezzo ai rovi. Percorsi da scalatori che solo i nostri cavalli da lavoro erano capaci di compiere. Gli ospiti uscivano coperti di sangue (il loro sangue) e felici.
Angese prediligeva le escursioni di un giorno intero, con molti pezzi di salita fatti a piedi per non stancare la bestia, e i sentieri erbosi in piano al galoppo sfrenato.
Prendi una giornalista romana, una manager milanese, un’avvocatessa veneziana, falle provare a stare in sella un paio d’ore, falle sentire che è sopra un animale vivo, un vulcano genetico a quattro zampe e dopo proponile di andare a cavallo di notte, solo tu e lei. Tu e lei sopra un cavallo solo. Il cavallo è senza sella e siete nudi. E il cavallo cammina in salita così che le sue natiche premono contro le tue.
Le ragazze andavano giù di testa. Era il racconto che faceva Angese a rapirle, a dischiudere per loro le porte di un sogno impossibile nelle loro vite.
E questo quando i direttori dei giornali vedevano Angese, lo intuivano. Arrivava con meravigliosi impermeabili da cow boy australiano, lunghi a mezzo polpaccio, o con giacche di pelle di montone.
La barba di qualche giorno, la sigaretta di traverso. I direttori di giornali guardavano come le loro segretarie osservavano Angese, leggevano i suoi fumetti nei quali guardava il mondo da un altro punto di vista e capivano che non avrebbero avuto in tutta la vita storie sconvolgenti e appassionanti come quelle che Sergio era capace di inventarsi un giorno sì e uno no. E lo licenziavano.

Angese adorava la pittura, la scultura che era stato il suo primo mestiere, la musica classica (Mozart) e Zingarò.
Zingarò era arrivato a Roma con il suo circo equestre e i suoi suonatori indiani.
Uno spettacolo pazzesco nel quale riusciva a far galoppare un cavallo da fermo che è la cosa più difficile da insegnare a un cavallo. La scena che aveva colpito di più Angese era quella nella quale un inserviente costruisce un muro triangolare di bicchieri uno sopra l’altro, poi versa lo champagne in modo che coli da un bicchiere all’altro riempiendoli tutti.
Poi arriva Zigarò sopra un enorme bestione nero che salta sul muro di bicchieri distruggendoli e poi s’imbizzarrisce e salta la transenna arrivando addosso agli spettatori con le zampe davanti, Zingarò salta giù dal cavallo prende una donna del pubblico tra le braccia e la bacia appassionatamente.
Favoloso. Ho sempre pensato che Zingarò fosse l’alter ego astrale di Angese.
Quando anni dopo sono andato a Parigi ho scoperto che il suo agente era lo stesso di mio padre. Sono andato a vederlo nel suo suntuoso circo di legno ottagonale. Sorge vicino al set abbandonato di un film utilizzato come bar, centro amministrativo e altro. Si tratta di alcune case fintamente diroccate (non so quanto fintamente) che danno l’idea di un villaggio semi bombardato.
Entri nel circo di legno scuro, a cupola, passando per un corridoio pensile che dà sopra i box dei cavalli. Una stalla ingresso rettangolare, lunga almeno trenta metri, che immette nell’arena circondata dalle gradinate. In un angolo un’orchestra suona enormi strumenti musicali inventati che riproducono il suono della pioggia, del vento, delle onde del mare dei tuoni e della grandine. Dalla parte opposta i musici dell’oriente con sithar e flauti.
Josè Guinot, l’agente di mio padre, è un intellettuale brillante, comunista e magrissimo quanto alto che restò scioccato dall’incontro con Zingarò ma incredibilmente gli diede fiducia.
Zingarò non parlava francese, girava con un interprete che traduceva i suoni gutturale di un dialetto delle steppe orientali. Il primo spettacolo si tenne in una piazza. A sipario chiuso si sentì un frastuono, poi Zingarò saltò letteralmente fuori dal sipario in sella al suo stallone nero, con un orrendo topo di fogna vivo, tra i denti. Sporgendosi da cavallo afferrò una giovane donna, se la caricò di traverso sulla sella, girò il cavallo, e si ributtò oltre il sipario. Si udirono le urla della ragazza e da sopra il sipario volavarono fuori gli abiti di lei.
Insomma un rapimento della steppa portato in una sonnecchiosa piazza francese allo scopo di sconvolgere le pulsioni più segrete di persone capaci di buttare la propria vita nella banalità quotidiana di un lavoro asfissiante e monotono e di una vita privata dove i demoni della regolamentazione danno la caccia alle idee fantastiche.
Ma José Guinot mi confidò che dopo qualche tempo aveva scoperto che Zingarò non spiccica una sola parola dei dialetti kagiki. E’ nato nella periferia di Parigi.
Zingarò spiega molto di Angese. Entrambi avevano la passione per lo stupore ed erano disposti a diventare contrabbandieri emotivi pur di raggiungere lo scopo. Che per Sergio non era né quello di fare sesso né quello di litigare con i direttori e i proprietari dei giornali. Angese seguiva la fede del gioco, della satira. Cercava quello che dava fastidio, che non si voleva vedere e lo raccontava nei suoi grandissimi fumetti. Rovesciava i giochi. Trasformava Craxi e Martelli in una coppia di Stanlio e Olio. Ed era capace di creare un’epopea come quella del Grande Dito, un’opera filosofica disegnata della quale pochi si sono accorti.
Dopo qualche anno passato a Alcatraz Sergio un giorno arrivò con una ragazza bellissima, brasiliana, Ceres Ramos che dopo anni di convivenza sposerà. Un grande amore. E anche qui una storia piena di colpi di scena. Tra i quali il fatto che un bel giorno Ceres diventa imprenditrice e crea una linea di vestiti fantastici, Da Legare, e diventa imprenditrice di moda. E Sergio si scopre abile a trattare l’apertura di un negozio all’Ipercoop, litigare con i fornitori, organizzare la comunicazione.
Dopo qualche anno Sergio si comprò una casetta minuscola, di una sola stanza con soppalco, vicino a Alcatraz. Dopo qualche tempo la rivendette e ne comprò una abbastanza grande, diroccata, che restaurò con amore riempiendola di dettagli ricercati e curiosi, decorazioni realizzate da lui tagliando piastrelle colorate, finestrelle fatte solo per mostrare un pezzetto di panorama. E scoprì così di avere la passione dei restauri. Continuò a vivere nella casa di Carpiano, a 4 chilometri da Alcatraz ma comprò una terza casa e la rivendette restaurata, poi un’altra ancora a Massa Martana, dove abitò negli ultimi mesi di vita.
Aveva intenzione di comprare un’altra casa al mare e di restaurare un barcone. Vivere sei mesi all’anno sull’acqua e sei sulla terra ferma.

Capitolo terzo.
Il Grande Dito

Quando Angese aveva una ventina d’anni andò a giocare al casinò: amava il poker ma non era un giocatore d’azzardo. Andò al casinò con 100 mila lire, e tornò a casa con 43 milioni. Si comprò una macchina sportiva e campò per un anno da gran signore. Regalò anche una 500 Fiat a suo cugino che l’aveva accompagnato nella scorreria. Poi non giocò più. Diceva che sono cose che si possono fare una volta sola nella vita.
Una logica eroica. Mistica oserei dire anche se Sergio non aveva niente di mistico e prendeva sempre in giro quelli fissati con le filosofie orientali e i guru. Era roba che non gli interessava.Guardava con ironia anche me e Andrea Pazienza che ci eravamo fatti prendere dal kendo di Mario Bottoni, grande maestro milanese che d’estate teneva corsi a Alcatraz.
La sua mistica era più strutturale, narrativa.
Cercò di esprimerla comicamente nel Grande Dito.
Il Grande Dito in raltà era Nero. Nero era il cane di Alcatraz. Un animale umanamente superiore.
Era un bastardo multiplo molto grosso. Una specie di pastore tedesco con dentro qualche linea di Labrador, e la taglia di un pastore maremmano. Era nero con una macchia bianca sulla frote e un’altra più grande sul petto. E anche lui adorava i cavalli. E ti guardava con aria intelligente e un po’ melanconica.
Era arrivato per i fatti suoi a Alcatraz e siccome faceva paura l’avevamo caricato in macchina e portato a 20 chilometri. Dopo 4 giorni ce lo ritroviamo davanti, sporco e puzzolente da panico.
Ma a quel punto il nostro codice d’onore ci impedì di ricacciarlo. Se proprio aveva deciso che voleva abitare con noi come potevamo dirgli di no?
Nero era un genio dell’ospitalità. Quando Alcatraz era aperta andava a ricevere gli ospiti e li scortava alla reception. Quando Alcatraz era chiusa non faceva scendere nessuno dall’auto. Abbaiava fino a che qualcuno diceva: “OK, Nero, smettila.”
Una volta il camionista che aveva riempito i bomboloni del gas stava venendo a casa mia per farmi firmare la ricevuta. Nero gli va incontro abbaiando. Lui astutamente gli da un calcio in faccia. Io nel frattempo ero uscito per fermare il cane, urlando perché temevo se lo mangiasse. Nel tempo di fare venti metri per prenderlo per il collare aveva sbranato i vestiti del camionista. Non gli aveva fatto un solo graffio ma lo aveva lasciato in mutande.
Non è facile per un cane controllare i propri denti con tanta precisione. Ma lui sapeva che se gli avesse fatto un solo graffio sarebbe stato abbattuto. Non potevamo tollerare cani mordaci. D’altra parte non poteva non reagire a un calcio in faccia. Io dovetti ripagare il guardaroba al camionista, ma dovetti convenire con Nero che aveva ragione lui.
Ma la dote più strabiliante di Nero era il suo stile nell’accompagnare le escursioni a cavallo e il modo in cui ci aiutava, spontaneamente, a radunare i cavalli dispersi sui pascoli. Probabilmente era stato il cane di qualche pastore. Comunque Angese aveva passato ore con Astante (il suo cavallo) e con Nero che gli trotterellava davanti annusandogli la strada, e si era convinto che quel cane nascondesse una saggezza misteriosa nobilitata da una particolare eleganza dinoccolata. Quindi lo aveva trasformato, trasfigurandolo, in una specie di Maestro mitico che guardava il mondo con occhi comici facendo capriole che gli permettevano di vedere il mondo da un punto di vista impossibile.
Il Grande Dito, che aveva proprio la forma di un grande dito indice indicatore, girava per i disegni di Angese e si soffermava a riflettere sul valore delle singole vocali pronunciate. Raccontarlo a parole è impossibile, tocca leggerlo, guardarlo. E’ pieno di donne seducenti.
Il Grande Dito usciva su Linus, la rivista della Rizzoli, ai tempi della direzione di Fulvia Serra, donna molto amabile che tollerava le interperanze di Sergio come una mamma. Quando lui arrivava nella redazione milanese credo che fosse un’esperienza traumatica per tutti. Diceva cose che non si dovrebbero mai dire a una redattrice di un giornale blandamente di sinistra. Soprattutto se lavora in una redazione dove sono tutte donne e tutte femministe.
Ad esempio non bisogna dire davanti a tutta la redazione che la direttrice è sotto ricatto perché possiedi una sua foto in costume da bagno.
Comunque Fulvia fu molto buona con noi. Mi lasciava scrivere degli articoli che poi doveva pagare col sangue (mai parlare male di Agnelli alla Rizzoli) e ci concesse perfino di realizzare un giornalino Awaj. Il titolo era formato dalle iniziali di Angese, Vincino, Andrea Pazienza e Jacopo.
Il formato era piccolo, orizzontale, come i fumettini degli anni 60. A colori. Sergio era riuscito a convincere un suo amico fraterno a scambiare viaggi all’estero sontuosi in cambio di un fumetto che dopo la pubblicazione su Avaj, poteva essere usata per la pubblicità di un’agenzia turistica. Ogni disegnatore a turno si faceva una settimana gratis da qualche parte e poi tornava con due puntate di fumetti nei quali raccontava il suo viaggio. Linus non pagava molto, meno di duecento mila lire a tavola, ma i soldi che ci dava per ogni pagina, con l’aggiunta del viaggio diventavano un bel prendere.
Ma al quarto numero Vincino ha la buona idea di raccontare la storia di quando Gianni Agnelli parte in pompa magna per la Russia con duecentomila alpini. Alle armi! Alle armi. Dopo una settimana Agnelli ritorna in aereo. I duecentomila alpini invece restano là. Per sempre.
La direzione di Linus ci fa sapere che questa storia non poteva uscire. Alla fine esce ma senza parole. Ardua mediazione. Così nasce su Avaj il primo fumetto italiano con i ballon del testo vuoti.
E’ l’ultimo lavoro che riusciamo a fare con la Grande Editoria. Avaj chiuderà poco dopo e da allora Sergio si trova fuori dal mondo ufficiale dei fumetti. E’ un rompicoglioni, uno che se non lo paghi va dall’avvocato e vince la causa, uno che non porta rispetto per nessuno e se gli censuri una vignetta ti manda al Diavolo.
Inizia per Sergio un periodo durissimo con pochi colpi di fortuna che lo tengono a galla ma lo costringono a una vita molto spartana. Ma lui resiste sulla sua strada.

Capitolo quarto
L’Eco della Carogna
Angese era un autore completo. Dopo il Male, con Enzo Sferra, amico e sodale nel settimanale, si mette a realizzare brevi cartoni animati di satira per la Rai. Poi ha grande successo su Repubblica, quindi su Tango, supplemento a fumetti dell’Unità. E’ lui a convincere Staino a farmi scrivere articoli al veleno. Poi continua il successo su Cuore, versione di Tango più digeribile per la direzione del Partito Comunista e diretta non più dall’inflessibile Staino ma dal più morbido Michele Serra (che non credo sia parente di Fulvia Serra direttrice di Linus). Dopo la chiusura di Avaj io mi metto a recitare. Sergio cerca con caparbietà un editore che editi un altro giornale di satira. Ma è dura. I tempi sono cambiati.
Non bisogna disturbare il manovratore. Nel 1995 finalmente Sergio Conosce Zanda, patron della Hobby & Work, casa edistrice d’assalto specializzata in edizioni a dispense. Conduciamo insieme la trattativa e alla fine ci accordiamo per l’uscita de “L’Eco della Carogna” mensile di giornalismo disegnato.
Parte l’avventura, Sergio è il direttore, manager, grande capo. Affitta una casa in valle, ci piazza i tavoli e la cucina, chiama un po’ di ragazzi a vivere lì nei paraggi. Abbiamo una buona squadra e la cucina organizzata da Angese con una signora del luogo, è ottima.
Il primo numero esce con un buon lancio ma la risposta delle edicole è bassissima. La situazione si capovolge quando pochi giorni dopo l’uscita Sergio presenta un esposto alla magistratura sul fatto che aveva le analisi della polvere prodotta dal Gratta e Vinci. Per dare lucentezza alla crosta da grattare c’avevano messo una sostanza cancerogena. La documentazione è ineccepibile e il giudice dispone il ritiro del Gratta e Vinci sul territorio nazionale. Mentre lo stato è costretto a cambiare in tutta fretta la composizione della polverina del Gratta & Vinci (milioni di vite umane salvate!). E Sergio è intervistato da giornali e telegiornali. L’Eco della Carogna va esaurito in tutta Italia. Inspiegabilmente l’editore non lo ristampa e anzi ritarda di 20 giorni l’uscita del secondo numero. Un suicidio dal punto di vista del marketing che porterà alla chiusura della rivista al quarto numero.
Da lì in poi per Angese lavorare diventa veramente impossibile. Riesce a pubblicare un paio di libri, a prendere qualche lavoro saltuario ma non si arrende. Alla fine viene ripreso alla Nazione con un compenso a tavola di una cinquantina di euro. Ma almeno lavora tutti i giorni. Intanto è scoppiata internet e lui inizia a pubblicare le sue vignette su Cacao e poi sul suo sito, prima Pesce Fresco News, poi Angese.it.
Gira qualche editore che vorrebbe lanciare un giornale nuovo, rivoluzionario. Ma poi scompare.
Angese prova la via della pubblicità. Riesce a piazzare una campagna per la concessionaria Fiat di Perugia, si inventa un personaggio di rivenditore mitico, il signor Safi che è il protagonista di avventure surreali e automobilistiche, con tanto di sagoma disegnata e ritagliata, a grandezza d’uomo, che sorride all’ingresso del salone. Un successo. La gente si diverte.
Ne nascono spazi sui giornali e avventure radiofoniche.
Inizia una nuova primavera, il suo blog va bene e c’è di nuovo occasione di lavorare. La rivoluzione energetica è alle porte e insieme ci mettiamo a progettare Ecotecno di cui esce un meraviglioso numero uno, supplemento di Modus Vivendi dei Verdi, in gran parte illustrato da Sergio con grandi immagini a doppia pagina. L’idea è quella di realizzare un giornale tecnologico illustrato come un giornale per bambini.
Poi succede quel che succede. Ma è certo che se non fosse morto sarebbe riuscito a riaffermarsi sulla scena. Semplicemente perché non era capace di fermarsi e perché era un grande narratore e un grande disegnatore.

APPENDICE
Ecco i due articoli che ho scritto durante la malattia di Sergio e dopo la sua morte.

E' possibile morire in modo dolce
Carissime, carissimi,
in questi giorni sono stato vicino a un caro amico che sta affrontando una grave malattia: Sergio Angeletti, in arte Angese. Questo articolo è stato scritto in un momento in cui non pensavamo che potesse sopravvivere. Ora Sergio sta meglo.
Ve ne parlo non per rattristarvi ma per raccontarvi che e' possibile affrontare la morte in modo diverso, e' possibile morire dolcemente.
Ve lo dico perche' credo che tutti abbiamo una paura fottuta del momento nel quale capisci che la tua vita sta per finire. E credo sia di conforto sapere che e' possibile affrontare questo momento serenamente.
Non che Sergio non avesse paura o non fosse dispiaciuto (se la tua morte non ti crea scompiglio sei un lobotomizzato emotivo oppure sei stupido). Ma e' riuscito a trovare un atteggiamento positivo anche di fronte a un evento cosi' sconvolgente.
La settimana scorsa ho scritto che era stato ricoverato per una "cazzata". Una peritonite agli intestini. Complicazioni seguite a una precedente operazione, invece ieri sono arrivate le analisi istologiche che insieme ai risultati della Tac hanno dato informazioni che non lasciano speranze. Ieri sera e' stato operato di nuovo d'urgenza anche se c'era poco da fare.
Ci siamo trovati intorno a lui che era ancora perfettamente lucido, desiderava avere intorno gli amici, almeno quelli che per ragioni geografiche potevano accorrere rapidamente.
Abbiamo parlato per ore con Paola, Irish, Rita, Angela ed Eleonora. Un po' scherzando, Sergio sparava battute esilaranti, un po' parlando del fatto che stava per morire. Era convinto di non risvegliarsi dall'anestesia. Ci ha dato istruzioni sulla sua sepoltura. E per la festa da fare al posto del funerale con i lamenti. Vuole essere cremato e seppellito ad Alcatraz sulla strada per la Torre, dove ci sono le pietre dipinte. Ha detto: "Seppellite li' i miei resti... Nel cimitero indiano." Vuole che ci mettiamo una pietra con sopra un cavallo dipinto, con il muso verso il ristorante, come se stesse tornando a casa dalla Torre. Poi ha voluto firmare la disposizione per essere cremato e una dichiarazione che richiedeva ai medici di evitare ogni accanimento terapeutico. E poi abbiamo parlato di cosa pensiamo succeda quando la vita finisce. Nessuno di noi e' credente ma non riusciamo neanche a immaginare che non continui a esistere nulla di nulla dei pensieri e dei ricordi. Non abbiamo le idee chiare, e in fondo non e' richiesto capirci qualche cosa di fronte al mistero della morte. Ma il semplice materialismo bruto (muori e basta) non ci sembra credibile. Forse non continua a esistere proprio la tua entita' cosciente ma solo qualche cosa di piu' labile... Ma proprio tutto tutto non puo' sparire. Quanto meno resta l'eco della tua vita. Come quando una boccia colpisce un'altra boccia mettendola in moto. Beh, non siamo arrivati a grandi conclusioni.
Comunque ci pareva surreale vederci li', intorno al suo letto a discutere della vita dopo la morte non in astratto ma come cosa imminente.
L'unica conclusione sicura a cui siamo giunti e' che una volta che Sergio sara' sepolto sotto la pietra con il cavallo dipinto, se qualcuno vorra' sapere come la pensa potra' andare li' e provare a parlargli.
Non ha garantito che rispondera' a tutti ma ci ha promesso che passando di li' sentiremo la sua amorevole presenza. Sono 30 anni che con Angese dividiamo le esperienze fondamentali della vita e so che se dice una cosa poi la fa. Se non esistesse niente dopo la vita, ma proprio niente, il nulla pressofuso degli atei duri, in ogni caso questa sarebbe solo una regola generale. E sicuramente Angese costituirebbe l'eccezione.
Il fatto che l'universo abbia sue leggi e' un suo problema non un nostro problema.
Si', perche' quando ti trovi a vedere una persona che affronta la morte, capendone la drammaticita' e la tristezza, capisci anche che sta compiendo un gesto che trascende i limiti della condizione umana. In fondo Dio, se anche dovesse esistere, non ha grandi meriti: e' Dio, per lui e' l'unica condizione possibile. Non fa nessuna fatica. Invece l'essere umano, per riuscire a affrontare con relativa serenita' la fine della vita deve compiere un atto straordinario che camminare sull'acqua a confronto e' una sciocchezza.
Sergio Angese e' riuscito a dire a se stesso: ho vissuto alla grande, ho avuto una vita intensa, ho fatto esperienze grandiose, adesso e' finita, vaffanculo, mi va bene cosi'.
Grande Angese, lo abbiamo ringraziato tutti, dicendogli che ci stava facendo un regalo mostrandoci come si possa morire in modo degno, concludendo la vita con eleganza, riuscendo a stemperare l'angoscia.
L'ultima immagine di Sergio, che porto con me, per l'eternita': lui che viene sospinto via in barella per questi corridoi infiniti di questo ospedale fabbrica. Incredibilmente rimpicciolito - lui, che e' sempre stato possente - con la testolina sprofondata tra le lenzuola, guarda il muro del corridoio che scorre con un sorriso, sembra un sorriso incantato, che avresti guardando un capolavoro, un tramonto o tuo figlio che gioca.
Mi piace pensare che guardasse la vita, che persiste anche in uno squallido corridoio d'ospedale, con lo stupore che merita.
E auguro a tutti voi che mi leggete di saper affrontare la morte come Sergio.
E vi auguro anche di avere una vita intensa e di gustarla il piu' possibile. Secondo per secondo. E' l'unico valore che ti ritrovi quando finisce.
E vi auguro di amare molto molti amici. Avrete piu' occasioni per soffrire ma credo che sia bello avere intorno persone che ti amano quando la vita fisiologica termina. Soffrire per amore e' un prezzo accettabile da pagare per il lusso di amare e essere amati.
Credo che si possa accettare la fine solo se hai assaporato quello che hai vissuto e lo hai condiviso.
Aggiungo due riflessioni.
Se e' vero che la vita e' una sola e' anche vero che la morte e' una sola. 
Credo che morendo si compia un'azione attiva che ha uno scopo anche se non saprei dire quale.
Probabilmente scoprirlo e' lo scopo della vita. Non e' un gioco di parole.
Questo e' un pensiero bifronte.
Da una parte sostengo che la morte potrebbe essere un fenomeno attivo che libera nell'universo l'energia mentale accumulata in una vita. E ipotizzo che lo scopo della vita e' alimentare e far crescere l'universo, migliorandolo attraverso l'apporto di miliardi di cariche energetiche liberate dai decessi. La qualita' dei decessi determina la potenza del miglioramento cui danno vita. Morendo bene diamo maggiori possibilita' di essere felici a chi vivra' dopo di noi.
D'altra parte la vita forse non ha uno scopo reale e quanto ho detto e' privo di costrutto. Ma in quanto io lo affermo, questo pensiero esiste e se riesco a morire restandone convinto ho creato uno scopo nella vita.
D'altronde per provare questa affermazione posso solo esistere assaporando la vita, e cio' da una parte mi dara' piacere, dall'altra mi permettera' di provare a me stesso che la vita ha un senso positivo e vale la pena migliorarla in quanto gia' cosi' mi permette di soddisfare la prima condizione essenziale: stabilire che la vita ha valore e quindi senso.
Forse la vita e' priva di senso ma noi possiamo compiere il miracolo di vivere talmente intensamente da poter dire, alla fine, eccone il senso, l'ho inventato io, l'ho costruito io e ora nessuno puo' mettere in dubbio che esista veramente.
Trovare il proprio senso della vita e' un atto che travalica i semplici limiti che essa stessa ci impone.
E probabilmente io sono sotto shock, senno' non avrei il coraggio di fare questi discorsi.
La nostra cultura rimuove la morte e poi la impaccheta in mille telefilm e telegiornali.
Non vogliamo parlare della morte ma non riusciamo a non pensarci. Non la affrontiamo come compimento del nostro lavoro di vivere e poi siamo disposti a pagare per vedere piu' morti di quelli che ci passa gratuitamente la tv. Cosi' ci abboniamo a Sky o andiamo al cinema.
Quanto sarebbe educativo invece discutere della propria morte anche a scuola e fare gite scolastiche in ospedale?
La morte e' una grande maestra. E' lei che ci insegna che la vita ha un immenso valore. La vita in se', non i grandi successi. La vita: guardare, camminare, annusare, toccare, correre, baciare, giocare, godere, mangiare, accarezzare e dire stupidaggini.
Mi sono sempre chiesto come mi trovero' io, come mi sentiro' quando capiro' che devo morire.
Ovviamente sommo privilegio sarebbe morire nel sonno. Ma se non mi e' dato...
Stare vicino ad Angese in queste ore mi ha insegnato un grande trucco.
Io sono il mio stato mentale di adesso. Ed e' ovvio che non possa pensare di dover affrontare la morte.
Ma quando ti trovi li', e sai che morirai presto, avviene una metamorfosi istantanea nella tua mente. Lo shock agisce in qualche modo come una droga miracolosa e, se riesci a guardare in faccia la situazione, entri in uno stato irreale dove puoi persino dare un senso alla morte. Beh, magari un senso no... Ma riesci almeno ad accettarla, a farla in qualche modo tua.
Lo stesso mi e' successo mentre andavo in ospedale la prima volta. Avevo paura di come avrei trovato Sergio dopo il primo intervento. Poi quando sei li' lo shock ti aiuta e ti trovi ad essere la persona che puo' affrontare quella prova. Pensare prima alle cose brutte non serve. Quando dovremo affrontarle, affiorera' dalla nostra mente piu' profonda un'identita' sconosciuta, un altro me stesso capace di affrontare quello stato perche' e' nato apposta per farlo. Averlo capito mi ha dato una grande tranquillita'.
Io non devo morire. Io sono quello che deve vivere perche' ora sto vivendo. Quando dovro' morire sara' un altro a doverlo fare. Uno specialista della propria morte.
2
Si muore una sola volta, abbiamo il diritto di farlo bene.
Se anche tu hai intenzione di morire (prima o poi), leggi qui.
Ospedali disumani e accanimento terapeutico.
Nell'altro articolo di oggi vi ho parlato di Sergio e di come ha affrontato la consapevolezza della sua morte imminente.
L'unico grande problema che ora ha lui e noi che gli vogliamo bene e' che non e' ancora morto. Il rischio terribile e' che finisca invischiato in un episodio di accanimento terapeutico.
A che serve soffrire ancora quando non ci sono piu' speranze?
Ognuno avrebbe il diritto di accomiatarsi dai suoi cari, ricevere qualche droga piacevole e poi un'anestesia totale, prima di ricevere una sostanza che ti termini senza dolore.
Ma come ben sapete, in Italia l'eutanasia e' vietata.
E si tratta di un doppio crimine contro l'umanita'.
Infatti oltre a provocare il dolore del malato e dei suoi cari, negare l'eutanasia significa rendere molto piu' difficile per un essere umano andarsene con una relativa serenita'.
Accettare l'idea della morte, accomiatarsi con un bel ricordo dalla vita, richiede una forza d'animo enorme.
Negare l'eutanasia significa portare l'essere umano oltre la sua capacita' di sopportazione e metterlo davanti alla fine della vita in condizioni psicofisiche disastrose, quindi rende difficilissimo avere una buona morte.
E questo e' un crimine orribile. 
L'incivilta' di questo paese si tocca anche qui.
E fa il paio con il modo nel quale sono organizzati molti ospedali.
Non tutti per fortuna.
Ma, ahime', sono molti i reparti che funzionano malissimo, perche' sono gestiti da primari insensibili o incapaci.
Credo che a tutti sia capitato di vedere la lentezza e la burocrazia, le attese e la disorganizzazione di molti ospedali. Le piccole incivilta' di infermieri e medici che urlano e sbattono le porte.
Gabriella, mentre assisteva suo padre morente, protesto' con un infermiere per il vociare del personale.
E lui rispose: "Ma siamo in ospedale, si sa che qui non si riesce a riposare!" 
Poi c'e' la piccola disumanita' di lasciare i pazienti da soli, nella sala pre operatoria. Quando operarono mia figlia di appendicite l'accompagnai alla sala operatoria mentre lei era in barella. E non volevano che entrassi con lei a farle compagnia fino a che l'anestesia avesse fatto effetto. L'infermiere si avvicina e mi dice: "Lei non puo' stare qui!" Potevo lasciare una bambina di 12 anni da sola, terrorizzata, ad aspettare l'anestesista?
Ero in una delle poche situazioni che mi rendono violento.
Dissi all'infermiere di chiamare la polizia e di avvisare che dovevano venire in tanti perche' avevo intenzione di fare molta resistenza. Ovviamente mi lasciarono con la mia bambina fino all'anestesia e nessuno provo' piu' a rompere i coglioni con le stronzate burocratiche.
E' assurdo che la battaglia per ottenere un'assistenza sanitaria piu' efficiente e pietosa trovi cosi' poco interesse nel Movimento per un mondo migliore. E' uno dei punti chiave che tiene le grandi masse lontane dal Movimento. Il Movimento ha delle priorita' politichesi e le grandi masse non sono stupide e scappano.
Priorita' sbagliate.
Anche perche' nessuno di noi e' immortale e rischiamo nella nostra vita di dover fare i conti con l'assistenza sanitaria e l'accanimento terapeutico. Lottate adesso, farlo in punto di morte e' un casino.
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Perche' oggi non pubblichiamo la terza puntata del romanzo.
Ieri e' stata una giornata intensa. Con Sergio all'ospedale, l'intervento d'urgenza eccetera. Torniamo a casa di notte e c'e' una bufera di neve. Riesco ad andare a dormire alle 3. E mentre dormo un ladro forza la porta di casa mia e mi ruba il computer, un meraviglioso Mac portatile color argento, con la terza puntata del romanzo. Avevo fatto una copia sulla pennina che avevo messo sulla libreria dentro la borsa del portatile. Hanno rubato anche quella. E oggi non ho proprio avuto la forza di riscriverla.
Ringrazio il ladro per non avermi sgozzato nel sonno.
E vi prego di pazientare fino alla prossima domenica.
Jacopo
PS: Se trovate in giro un Mac portatile, color argento 17 pollici, con un'ammaccatura sulla sinistra della tastiera, sulla ghiera dell'amplificatore, e' il mio.
Constatare che la tua casa e' stata violata e' traumatizzante. 
Ma forse riusciro' a costruire una teoria positiva anche su questo.
L'intelligenza e' l'arte di cambiare le carte in tavola.
C'era un tempo in cui nessuno voleva mangiare le interiora di bovino piene di cacca.
Poi qualcuno invento' la TRIPPA.
Il resto e' cronaca.

E' morto Angese, Sergio Angeletti per l'anagrafe. Un grande amico. Un grande artista.

SABATO 23 FEBBRAIO faremo una cerimonia in onore della sepoltura delle ceneri di Angese, che verranno tumulate alle ore 17, a Alcatraz.
Sergio e’ morto. Stroncato da una malattia che non aveva lasciato speranze.
Ma potremmo dire che e’ stato abbattuto mentre caricava a cavallo le trincee fortificate dei demoni. Sergio e’ stato un grande combattente per la liberta’. 
Uno che ha sempre messo la sua dignita’ di fronte alle convenienze. 
Uno dei piu’ grandi disegnatori italiani, giornalista e vignettista acuto, originale e geniale, al quale questo sistema di merda ha negato la possibilita’ di lavorare. 
Le grandi testate per le quali disegnava lo hanno via via cacciato perche’ non riusciva proprio ad arruolarsi nel manierismo leccaculo dominante. 
Dentro di me io piango il fratello che mi ha lasciato, ma sento che sia giusto innanzi tutto ricordare che era un combattente della liberta’ di pensiero, armato di un pennello sublime. E credo sia giusto dire che molto nella sua malattia ha pesato l'essere cacciato, esiliato, lasciato per anni senza lavoro. 
Lui non ha mollato, ha continuato giorno dopo giorno a pubblicare le sue straordinarie storie su www.angese.it. 
Giorno dopo giorno, nonostante nessuno lo pagasse per farlo. Incredibile costanza. 
E' andato cosi’ avanti per anni. Tentando continuamente nuove strade, resistendo nel dialogo con un pubblico di amanti della satira che lo avevano scovato nella rete. 
Sergio ha collezionato una quantita’ incredibile di porte sbattute in faccia. L'unico lavoro che gli era restato era uno spazio quotidiano sulla Nazione-Resto del Carlino, pagato una cifra vergognosamente bassa. 
Uno spazio concesso quasi con fastidio, in una situazione nella quale qualunque sua proposta veniva bruciata sul nascere. 
Sopravviveva in quello spazio perche’ non aveva altro e non voleva smettere di raccontare, comunque, a un grande pubblico. 
Un genio al quale e’ stato impedito di lavorare, di produrre le sue infinite idee. 
Lascia una casa che ha costruita pezzo per pezzo e che e’ un capolavoro di eleganza e fantasia. 
Lascia una quantita’ enorme di disegni e storie. E molti amici. 
Per ultimo ci ha regalato anche l'esperienza di vedere un uomo che affronta la morte con chiara coscienza della sua imminenza, continuando a vivere e amare la vita. 
Sicuramente vivro’ il tempo che avro’ a disposizione con una determinazione piu’ forte, in futuro. 
La vita e’ veramente preziosa e bellissima e anche nei frangenti piu’ tragici mantiene una sua poesia e eleganza. 
Sergio se ne e’ andato con grande eleganza, magro da far paura, con in testa il basco con la stella rossa, la barba quasi bianca, estremamente bello anche se scheletrico. 
Elegante come quando cavalcava lo stallone bastardo che aveva comprato a prezzo di carne da macello e trasformato in un magnifico alleato. 
Bastava un piccolo segnale delle redini e lo spostamento indietro del corpo e il cavallo iniziava a camminare a marcia indietro e sembrava danzasse. 
Se penso a Sergio lo vedo cosi’ anche se abbiamo passato molte piu’ ore a disegnare e discutere insieme piuttosto che a cavallo. 
Mi fermo qua. 
Vorrei aggiungere invece una nota. 
In quest'Italia di merda ci sono cose che funzionano in modo straordinario. 
In questi 2 mesi e mezzo di agonia abbiamo avuto contatti con diversi ospedali e cliniche, pubbliche e private. E abbiamo trovato isole di efficienza e di malsanita’ a volte divise solo da una porta. Nell'ultimo mese siamo finalmente approdati a una struttura pubblica assolutamente incredibile in Italia. Si tratta dell'Hospice di Perugia, clinica per le cure palliative, diretta dal professor Manlio Lucentini, con il quale collabora come psicologo il dottor Paolo Pannacci. 
Si tratta di un luogo confortevole, colorato, con camere grandi per ogni singolo malato con un letto a disposizione di un parente. Sala da pranzo comune con libreria, divani, cucine a disposizione. Infermiere e dottori sono gentilissimi e presenti in modo premuroso e amorevole. E soprattutto queste persone riescono a compiere il miracolo di farti arrivare alla morte senza dolore aiutandoti anche psicologicamente. Il che in Italia e’ moltissimo, visto che siamo agli ultimi posti nella graduatoria mondiale dl consumo degli antidolorifici per i malati terminali. Queste persone hanno accompagnato Sergio, giorno per giorno sostenendolo in ogni modo. E in questo nella disgrazia e’ stato fortunato. Sergio ha avuto una morte dura, con una lunga estenuante agonia. Ma certamente ha avuto sopra tutto il grande dono della presenza di Ceres, la sua amatissima moglie che si e’ prodigata al di la’ del possibile, standogli vicino giorno e notte in un modo che poche persone riescono a fare. E credo che questo, insieme all'affetto degli amici che sono venuti a trovarlo da tutta Italia, sia stato per Sergio una giusta consolazione, un riconoscimento di quanto il suo amore, la sua amicizia e il suo lavoro siano stati per noi un regalo importante. 
Ma tutto questo non sarebbe stato possibile senza l'esistenza dl'Hospice, di uno spazio umano dove Sergio ha potuto concludere con dignita’ la propria vita. 
PS 
Il corpo del grande Sergio Angese, verra’ bruciato. Le ceneri saranno sepolte nel territorio libero dell'Universita’ di Alcatraz secondo le sue ultime volonta’. 
Sulla strada che va alla torre, la’ dove sono le pietre dipinte, seppelliremo l'urna con le sue ceneri sotto una grande pietra sulla quale sara’ dipinto Astarte, il suo cavallo. 
Chi passera’ da quelle parti potra’ parlare ad Angese. 
Lui ha promesso che ascoltera’.
Che tu possa cavalcare in eterno nelle praterie del cielo.