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Afro-Napoli United, la seconda squadra di calcio di Napoli

People For Planet - 4 ore 9 min fa

Ndiaye Maissa Codou, senegalese, senza documenti fino a qualche mese fa, giunto in Italia su un barcone nel 2018, è diventato ufficialmente un calciatore della A.S. Roma, per ora nella squadra Primavera.
E’ il quinto giocatore, il primo in Serie A, accolto e cresciuto nel vivaio della Afro Napoli United, Associazione Sportiva Dilettantistica che promuove l’integrazione sociale dei migranti arrivati in Italia attraverso lo sport, il calcio.
Siamo andati a intervistarli.

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Gli strani casi dell’animo umano: “Quelli che… io li conosco quelli come te”

People For Planet - 5 ore 51 min fa

Eppure, oggi si è particolarmente portati a ragionare per categorie e per stereotipi; atteggiamento che fa risparmiare tempo, “fatica” ma che impedisce anche di vedere il singolo; perdendosi la realtà e – spesso – rinunciando anche a molto in termini di umanità.

In alcuni casi il rischio non è così grave, in altri l’errore potrebbe andare ben oltre il luogo comune, rivelandosi più che fastidioso.

Vediamo una serie di generalizzazioni accompagnate – perché no? – da allegri assurdi logici:

“Gli uomini sono tutti uguali”

Ragazze, possiamo fare di meglio! Per fortuna non è così: altrimenti, nella nostra vita avremmo avuto un unico fidanzato, solo con fattezze diverse, ma da smemorate: ricominciando ogni volta e soffrendo il distacco altrettante volte. O altrettante meno una. 
(In effetti c’è chi lo fa, ma ci sono gli analisti per questo). 
In ogni caso, non sono tutti uguali i Puffi, figuriamoci gli uomini.
#IneccepibiliArgomentazioni

“Gli immigrati sono tutti criminali”

Gli immigrati – come categoria umana – non esistono. Non possono essere tutti qualcosa. Non assumiamo un determinato sistema di valori, una pericolosità sociale, una qualsiasi altra caratteristica in base ai km che facciamo o al numero di confini che varchiamo. 
Altrimenti, potremmo dire che gli agorafobici – che non escono di casa e sono “a km zero” – sono tutti Madre Teresa.
Sono altre le condizioni esistenziali che trasformano l’uomo in stato di necessità: la povertà, la violenza subita, la mancanza d’accoglienza. Cominciamo a generalizzare su questo, nell’ottica della comprensione e dell’aiuto. 
#BastaLuoghiComuniCheUccidonoLaGente

“Le donne senza figli sono donne a metà”

No: quelle con i figli sono le mamme, non le donne. Infatti esistono due parole differenti per esprimere i due concetti. Donne e mamme.
Come mai gli uomini senza figli non sono uomini a metà?
Siamo nel 2020, basta mascherare i vecchi ruoli sociali dentro pseudo teorie sulla natura di genere.
#PerL’UomoÈdiverso
#OraSìCheÈchiaro
#MaPiantatela

“I bambini sono tutti belli”, “i nonni sono tutti belli”, “le spose sono tutte belle”

No. I cuccioli sono teneri, ai nonni vogliamo bene, le spose sono raggianti. E con 4 ore di parrucchiere alle spalle e sei tonnellate di fondotinta vorrei pure vedere!
La bellezza è un’altra cosa, ma dovrebbe cominciare a contare un po’ meno di tutte le altre caratteristiche: la tenerezza, l’affetto, e la raggianza… raggeria… raggità… l’essere molto molto felici.
#MannaggiaAme
#ComunqueCiSiamoCapiti

“Gli Italiani sono gente di cuore”

Fino a che non ci libereremo delle generalizzazioni precedenti, non renderemo credibile questa. Che, forse, è la più importante.
Guardiamo le persone una a una. Perché sono – ognuna – un universo unico e meraviglioso.
#Solidarietà
#Umanità
#CuraPerL’altro
#Crediamoci
#Avveriamola

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Bank of America taglia i fondi alle carceri private negli USA

People For Planet - 8 ore 51 min fa

Ha del clamoroso la notizia che Bank of America taglierà i fondi alle società di carcerazione privata degli Stati Uniti. Ad annunciarlo ai microfoni della CNN è stato un portavoce ufficiale: «Per via delle opacità giuridiche e politiche, che hanno creato preoccupazione tra i nostri dipendenti e azionisti, è nostra intenzione interrompere i rapporti».

Le carceri private in America sono nate negli Anni ’80 e sono tra i business più redditizi, anche a causa della stretta sulle politiche migratorie da parte del Presidente americano Donald Trump. Come spiegato in uno studio del Progressive Labor Party, i «contratti privati per il lavoro dei carcerati sono un incentivo per imprigionare sempre più gente» perché gli azionisti corporativi guadagnano grazie al lavoro dei carcerati e «fanno lobbying a favore di pene più lunghe, per espandere la loro mano d’opera. Così il sistema si autoalimenta».

Il caso del carcere privato di Clint (Texas) dove è emerso che 250 bambini erano ospitati in pessime condizioni (qui un servizio della BBC), ha inasprito il dibattito e spinto il senatore democratico candidato alle presidenziali del 2020 Bernie Sanders a intervenire: «Bisogna cancellare tutto ciò che Trump ha fatto per demonizzare e danneggiare gli immigrati».

Ufficialmente la svolta etica di Bank of America è frutto di un’indagine condotta dal comitato ESG (Enviroment Social Governance) incaricato di valutare la gestione di impresa della banca e il suo impatto in campo ambientale e sociale, ma è chiaro a tutti il segnale politico dietro la scelta. I dati diffusi nel 2018 dal Dipartimento della Giustizia e dall’International Center of Prison Studies parlano di 2,3 milioni di persone (quasi la metà sono afroamericani, nonostante rappresentino appena un settimo della popolazione). Un numero destinato a crescere per via dei migranti che finiscono in carcere perché resi ‘illegali’ dalle nuove leggi introdotte da Donald Trump. Illegali e redditizi: i due principali gruppi (quotati in borsa) responsabili della gestione carceraria, la Corrections Corporation of America (CCA) e The Geo Group nel 2016 ricevevano 70 dollari al giorno per ognuno dei 195mila detenuti ma ne spendevano 12 per la loro cura. Durante le elezioni presidenziali entrambi i gruppi hanno finanziato i candidati alla Casa Bianca, Donald Trump e Hillary Clinton. 

Foto di Barbara Rosner da Pixabay

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Un massaggio ti cambia la vita!

People For Planet - Sab, 10/19/2019 - 13:00

Una delle migliori scoperte che ho fatto in vita mia è stata quella del massaggio.
Tu ti sdrai comodamente, una persona gentile inizia a manipolarti i muscoli, muoverti le articolazioni, accarezzare la pelle e le tue percezioni cambiano rapidamente. La sensazione del massaggio ti inonda e il tuo cervello inizia a lavorare in un altro modo, senti il mondo diversamente e il tuo umore cambia.

Magico!

Sogno un movimento politico dove durante i comizi gli spettatori si massaggiano le spalle formando un trenino, tutti seduti per terra su morbidi materassini.
Ma ancora pochi hanno colto appieno la potenzialità del massaggio come strumento di critica sociale, lotta economica, protesta, ribellione.
Eppure è evidente che il massaggio è potente nel far cambiare umore e tonificare il corpo.

Perché così tante persone rinunciano a questa esperienza?

Paura del corpo, paura delle emozioni, paura del contatto fisico, delle sensazioni…
Volendo esagerare potrei dire che esiste un rapporto tra il numero medio di massaggi ricevuti da un italiano e il livello di corruzione, di cultura e di felicità.
Reich diceva che la presa del potere nazista in Germania era un effetto collaterale della frigidità sessuale maschile… Quindi esiste un Indice Nazionale Orgasmico che ci permetterebbe di individuare le cause profonde del dissesto sociale e dei sommovimenti politici.
Parimenti potremmo parlare di un Indice dei Massaggi Ricevuti. Che poi è parecchio collegato all’Indice Orgasmico.
Non nel senso che dal massaggio si passi al sesso ma nel senso che più le persone ricevono e regalano massaggi più si sveglia la loro sensibilità emotiva e la loro capacità di abbandono. E quindi la probabilità di innamoramento con conseguente dialogo amoroso.
(Lo dico perché aver scritto tre libri sul sesso mi ha bollato a vita come maniaco sessuale…)

Un pediluvio per la pace

In effetti sono anni che ci impegniamo sul fronte del massaggio.
Una delle azioni di maggior successo è stata quella di andare alla Marcia della Pace Perugia-Assisi, in una ventina, a offrire pediluvi profumati e massaggi ai piedi stanchi dei marciatori.
Una forma di lotta che ha dato risultati difficili da valutare in termini numerici… Ma ci chiediamo: Quanto questa iniziativa ha interagito con la fine dell’Impero Berlusconi? In che misura ha evitato una guerra tra la Svizzera e l’Austria? E se ha contribuito ad evitare una guerra tra Svizzera e Austria potrebbe anche aver dissuaso gli alieni che volevano distruggere la Terra?
(Prego notare che le ultime frasi seguono pedissequamente lo schema illogico che permea parecchie trasmissioni televisive, Le ho scritte apposta perché non vorrei essere preso troppo sul serio, solo un po’…)
Detto questo penso che non desti stupore il fatto che abbiamo deciso di lanciare una campagna mondiale di massaggizzazione.

Un movimento mondiale?

Invitiamo tutti a scendere in piazza e inseguire le persone che tornano a casa con i sacchetti della spesa, invitandole a fermarsi e farsi massaggiare le stanche braccia.
Contemporaneamente noi potremmo sferrare un attacco strategico via web e via “esseri umani in carne ed ossa”. Il massaggio via web è leggermente restrittivo

Leggi anche:
Mal di schiena solidale
Perché non credi al potere dei tuoi muscoli?
Ti meriti di vivere meglio! E lo puoi fare

Foto di Mariolh da Pixabay 

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Autolavaggio, soluzioni a confronto: qual è migliore per il Pianeta?

People For Planet - Sab, 10/19/2019 - 07:00

Sfatiamo subito un mito: lavare l’auto non è un’attività da patiti per l’estetica, è utile a mantenere il veicolo in condizioni ottimali. Negli ultimi anni però, con l’aumento della sensibilità per le questioni ambientali, ci si è interrogati su quale sia la maniera migliore per minimizzare l’impatto del lavaggio della propria auto.

Perché lavare l’auto

Ultimamente qualcuno ha evidenziato che si potrebbero evitare consumi inutili scegliendo, ad esempio, di non stirare i vestiti. Nel caso del lavaggio dell’auto non vale la stessa regola. Lavare il proprio veicolo serve ad evitare conseguenze negative legate all’esposizione o al deposito di materiali corrosivi o comunque dannosi. Lavare l’auto l’inverno, quando piove di più e potrebbe sembrare uno sforzo inutile, è utile a rimuovere sostanze come il sale antighiaccio sparso sull’asfalto, che è meglio non lasciare troppo a contatto con la vettura per via dell’effetto corrosivo a lungo andare. Insomma, se vogliamo che la nostra auto duri più a lungo dobbiamo ricordarci di lavarla, sebbene non in maniera ossessiva e per una pura questione estetica. E dobbiamo ricordare anche che troppi lavaggi possono fare altrettanto male alla nostra auto, soprattutto se le facciamo subire trattamenti con spazzole di gomma, spugne di ogni genere e detergenti chimici. Come sempre, la regola d’oro è la moderazione.

Autolavaggio e impatto ambientale

Appurato che lavare l’auto è utile, possiamo capire quale sia l’impatto ambientale di questa attività. Per chi non si sposta senza che la propria auto sia perfettamente pulita e luccicante, ridurre il numero di lavaggi inutili resta il passo avanti più incisivo.

Per lavare un’auto si consumano in media 150-200 litri d’acqua, 600 litri per lavare un camion. Purtroppo i dati disponibili risalgono al 2010 ma a cambiare è soltanto il numero di auto che circolano nel nostro Paese e che potrebbe essere utile a determinare lo spreco di acqua destinata al lavaggio di veicoli. A calcolare le stime è stato l’Osservatorio Autopromotec, che parla anche di una media di 3 lavaggi auto all’anno ed evidenzia il secondo aspetto che determina l’impatto ambientale: l’utilizzo di prodotti più o meno eco-friendly. Di solito si usano detergenti organici e siliconici, in media 100 grammi per lavare un’auto e 500 grammi per lavare un camion. Vanno aggiunte le cere e le sostanze schiumogene, in media 50 grammi per un’auto e 250 grammi per un camion. Tutto finisce nella rete fognaria, insieme all’acqua sprecata. Là dove non esistono depuratori, è chiaro che si riversa tutto nell’ambiente.

Illeciti e ambiente

C’è poi un’altra questione da considerare. Molti impianti spesso sono vecchi, soprattutto i classici fai-da-te aperti una decina di anni fa che non sono mai stati soggetti ad un restyling in chiave sostenibile. Ma c’è di peggio. Oltre agli autolavaggi aperti nel perfetto rispetto delle normative vigenti, ce ne sono altri che ogni giorno vengono scoperti, sanzionati, chiusi temporaneamente o per sempre perché abusivi o aperti senza le dovute autorizzazioni amministrative. L’abusività e il non rispetto delle regole si traducono spesso in danni ambientali, dovuti al mancato trattamento dei liquidi residui del lavaggio, che appunto finiscono dritti nelle reti fognarie o nel sottosuolo senza passare per sistemi appositi di filtraggio.

Autolavaggio o lavaggio in giardino?

Può sembrare strano, eppure l’autolavaggio è sicuramente la scelta migliore se vogliamo limitare l’impatto ambientale e lo spreco di acqua, in primis. Riportiamo alcuni calcoli utili presi dal New York Times, a riprova dell’interesse per la questione un po’ ovunque nel mondo.

Per lavare un’auto in giardino utilizzeremmo con molta probabilità la classica canna dell’acqua, immaginiamone una dal diametro standard e lunga una quindicina di metri, con una pressione dell’acqua tale da fornire circa 40 litri al minuto. In 10 minuti avremmo fatto fuori circa 400 litri di acqua. 10 minuti però non sono sufficienti a lavare l’intera vettura in maniera minuziosa.

Uno studio più aggiornato di quelli finora citati, quello dell’International Carwash Association, ci rivela che un autolavaggio self-service limita l’erogazione di acqua a circa 65 litri, mentre gli autolavaggi automatici la limitano a 150 circa in media. E quell’acqua spesso finisce in sistemi che la riciclano e la riutilizzano dopo un trattamento, il che aiuta anche i proprietari a ottimizzare i costi.

Ma l’autolavaggio permette soprattutto di evitare la dispersione di sostanze nocive nell’ambiente. Quando laviamo l’auto a casa tutto lo sporco, gli olii, le sostanze provenienti dal motore e quelle contenute nei detergenti – se non usiamo prodotti green – finiscono nelle fogne, proprio come in quegli autolavaggi abusivi. Al contrario, gli autolavaggi a norma, quando non possono più riutilizzare l’acqua, la deviano verso sistemi di trattamento, dove gli agenti inquinanti vengono filtrati prima di essere immessi nella rete fognaria.

Se proprio decidiamo di lavare l’auto a casa, quindi, meglio se usiamo un secchio al posto della canna dell’acqua e ci muniamo di detergenti privi di sostanze inquinanti.

Lavaggio a secco o a vapore

È possibile lavare la propria auto anche a secco o a vapore, due soluzioni molto gettonate negli ultimi anni. Il lavaggio a secco implica l’utilizzo di prodotti appositi che non necessitano di alcun risciacquo e che, appunto, vanno sotto il nome di “savewater”. Si asciugano in fretta, attirano lo sporco in superficie, lucidano mentre puliscono e sono biodegradabili, vale a dire che basta sciacquare poi i panni utilizzati. Inutile dire che il risparmio di acqua è il vantaggio principale, ma consideriamo anche che un lavaggio a secco può essere effettuato ovunque. Stesso discorso per il lavaggio a vapore: si risparmia acqua, non si utilizzano detergenti chimici e si effettua senza spostare necessariamente l’auto.

L’evoluzione dell’auto lavaggio: i washer a domicilio

Abbiamo parlato di impianti obsoleti e inquinanti, ma esiste un altro lato della medaglia. Anche il settore dell’autolavaggio si è evoluto, al punto che alcune aziende offrono un servizio di lavaggio a domicilio. Ormai ordiniamo tutto tramite app, perché non dovrebbe essere possibile ordinare la pulizia della propria auto? MisterLavaggio è una delle realtà che offrono questo servizio e, tra i vantaggi che elenca, oltre alla innegabile comodità, figurano proprio il rispetto per l’ambiente e il risparmio di acqua. L’acqua infatti non viene utilizzata affatto, non vengono prodotti residui durante il lavaggio e i prodotti utilizzati sono sostenibili. Il lavaggio si effettua a mano, grazie alla presenza di washer, professionisti che per svolgere il proprio lavoro seguono corsi di formazione e sono obbligati a rispettare standard aziendali. Per prenotare il lavaggio (a casa ma, ad esempio, anche quando l’auto è parcheggiata sotto l’ufficio) si scarica un’app, si decide la data e l’orario, si inseriscono alcuni dati sul tipo di vettura e il luogo del lavaggio. L’auto non sarà spostata, il pagamento avverrà direttamente tramite la stessa app.

Funziona in maniera simile anche il servizio di lavaggio e sanificazione a vapore della Ecoline Wash, che nel 2017 si è contraddistinta per aver coinvolto i Neet della Cooperativa Rinascere nella zona di Padova: dopo un periodo di formazione, alcuni giovani inoccupati sono stati inseriti attraverso tirocini e poi contratti stabili tra i lavoratori che svolgono il servizio di lavaggio a domicilio.

Immagine di copertina: Armando Tondo

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Brexit, il nuovo accordo è uno schiaffo all’ambiente

People For Planet - Ven, 10/18/2019 - 15:00

L’intesa raggiunta tra Boris Johnson e l’Ue non è solo un attacco alla stabilità politica ed economica dell’Europa, mentre si inizia a parlare di recessione. Non si tratta solo del rischio di rinfocolare la mai sopita lotta tra inglesi e irlandesi, con piccoli e grandi attentati che si sono susseguiti nel nord del Regno Unito dall’inizio dell’estate. L’accordo sulla Brexit – complesso e articolato come solo un’agonia durata due anni e mezzo poteva essere – è considerata oggi la peggiore minaccia ambientale nel vecchio continente.

Cosa prevede l’accordo

Le principali modifiche del nuovo accordo sulla Brexit derivano dal protocollo sull’Irlanda e l’Irlanda del Nord. Il nodo della Brexit era legato al fatto che si volesse evitare un confine fisico tra Irlanda (Stato indipendente), l’Irlanda del Nord (parte del Regno Unito) e il Regno Unito stesso. Questo anche per non riaccendere gli animi del conflitto che dagli anni 70 ai ’90 ha fatto 3mila morti nei due Paesi.

Così, l’accordo firmato ieri si sostanzia in quattro parti. La prima prevede che le norme Ue si applicheranno a tutti i beni in Irlanda del nord, il che implica controlli al confine. La seconda stabilisce che l’Irlanda del nord rimarrà all’interno del territorio doganale del Regno Unito, ma resterà in qualche modo anche nel mercato unico attraverso un procedimento molto complicato (in sintesi: le autorità del Regno Unito applicheranno le loro tariffe a beni provenienti da paesi terzi purché i beni in ingresso in Irlanda del nord non siano a rischio di ingresso nel mercato unico. Nel caso contrario, si applicheranno le tariffe Ue). La terza riguarda l’Iva: in Irlanda del Nord si applicherà quella europea, spesso dunque diversa da quella del Regno Unito, ma solo sui beni materiali e non sui servizi. La quarta riguarda il meccanismo del consenso: quattro anni dopo l’entrata in vigore dell’accordo, l’assemblea dell’Irlanda del nord deciderà con maggioranza semplice se confermare l’accordo.

I timori dei ricercatori

Un quinto punto molto importante è stato quello sul “level playing field”, e cioè il Regno Unito si è impegnato ad allineare gli standard su ambiente e diritti dei lavoratori anche a dopo la Brexit, evitando così una concorrenza sleale nei confronti dell’Europa. “Ma la paura per l’ambiente – e dunque l’economia, e la salute – resta la principale paura riguardante Brexit” scrive Brendan Moore del Tyndall Centre for Climate Change Research sul Brexit&Environment Network, sito creato da un gruppo di ricercatori delle più prestigiose università britanniche per tentare di alzare la voce su questo punto: il danno incalcolabile che Brexit causerà all’ambiente. Rispetto all’accordo di Theresa May, che conteneva diversi punti di garanzia rispetto a inquinamento dell’aria e dell’acqua, l’accordo di ieri firmato da Boris Johnson le ha cancellate tutte.

Cancellate le norme di salvaguardia

Nel nuovo accordo, la Gran Bretagna non è inclusa nelle regole dell’unione doganale e quindi le disposizioni intese a garantire l’allineamento della protezione ambientale in quello scenario sono state rimosse. In parallelo con la volontà di trovare nuovi interlocutori economici – gli Usa – il regno di Johnson sarà più probabilmente allineato al modo di vedere la questione ambientale in stile Trump, piuttosto che in stile Parigi.

Il nuovo accordo rimuove addirittura i requisiti relativi all’organismo di controllo del Regno Unito (Office for Environmental Protection), ed elimina la supervisione del comitato misto su questioni politiche quali gli standard di qualità dell’aria.

“Nella dichiarazione politica (leggi formalmente), restano i pur ampi impegni a parità di condizioni nelle norme ambientali. Tuttavia – spiega Moore – qui è importante fare riferimento alla lettera di Johnson al presidente del Consiglio europeo Donald Tusk del 19 agosto, in cui affermava:

Sebbene continuiamo a impegnarci per standard ambientali, di prodotto e di lavoro di livello mondiale, le leggi e i regolamenti per garantirli divergeranno potenzialmente da quelli dell’UE. Questo è il punto della nostra uscita e la nostra capacità di consentire ciò è fondamentale per la nostra futura democrazia.

Peggio di prima

In base a questo accordo, i rischi per l’ambiente sono ridotti rispetto a una Brexit senza accordo, ma sono maggiori rispetto all’accordo saltato a maggio.

“Questo accordo allenta i vincoli del diritto ambientale dell’UE che il Regno Unito era tenuto a rispettare. Inoltre, la creazione di un confine di fatto regolamentato tra l’Irlanda del Nord e la Gran Bretagna ha importanti implicazioni per la governance ambientale”, che sarà di fatto più ardua da far rispettare. Ad oggi, resta a consolazione di un accordo suicida solo la resistenza britannica, pur molto diffusa, e condita dal celebre senso per l’ironia.

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Dazi Usa: cosa sono e perché ci colpiscono?

People For Planet - Ven, 10/18/2019 - 13:40

Continuano le notizie e le proteste per l’inasprimento dei dazi che l’amministrazione Trump ha deciso di istituire nei confronti di diversi prodotti europei. Ma di cosa si tratta in concreto?

Ricostruiamo la vicenda con l’aiuto dell’Avvocato Dario Dongo, esperto di Diritto Alimentare Internazionale, fondatore di Great Italian Food Trade e del sito Fare – che offrono informazione indipendente su politiche e regole nella filiera alimentare – oltreché dell’associazione Egalitè (https://www.egalite.org)

Avvocato Dongo, partiamo dall’inizio: cosa sono i dazi e da quanto tempo esistono?

«I dazi doganali sono imposte sulle importazioni di beni in arrivo da altri Paesi. Sono strumenti di politica economica, tecnicamente definiti barriere tariffarie, volti a proteggere le filiere produttive locali rispetto alla concorrenza estera. L’applicazione di tributi sulle merci in ingresso rappresenta anche una fonte di entrate fiscali per il Paese importatore.

 Gli import duties, i dazi all’importazione, sono solitamente applicati sulla quasi totalità delle merci importate da ogni Paese, compresi gli Stati Uniti. Non si applicano in aree doganali comuni, come il mercato interno europeo, e in alcune aree duty-free.  Altri tipi di concessioni o riduzioni particolari si applicano anche in base ad accordi di libero scambio, come il recente trattato tra UE e Giappone (JEFTA).

Ai dazi sulle importazioni – che appunto variano da Paese a Paese, anche in relazione alle diverse categorie di prodotti – si aggiungono poi alcune imposte sui consumi. Come l’imposta sul valore aggiunto (IVA, in Italia) e le “sugar tax” applicate in alcuni Paesi su bevande gassate e zuccherate e/o su alimenti ultraprocessati che contengano zucchero. E le imposte sulla produzione e importazione di categorie particolari di prodotti, come le accise su bevande alcoliche e tabacchi. 

In pratica, quasi tutti i Paesi fuori dall’Unione Europea impongono dazi nei confronti dei prodotti europei, e viceversa. E anche nei casi di accordi in vista di un miglioramento del libero scambio i dazi non vengono del tutto eliminati. Si tende piuttosto alla loro progressiva riduzione, cercando una reciprocità».

Che differenza c’è quindi ora con i nuovi dazi proposti da Trump?

«L’amministrazione Trump ha ricevuto il via libera dall’Organizzazione Mondiale del Commercio (World Trade Organization, WTO) a riscuotere dazi supplementari, sulle merci importate dall’Unione Europea, fino all’ammontare di 7,5 miliardi di dollari. A titolo di ritorsione nei confronti dell’Europa, colpevole di avere concesso finanziamenti illeciti al Consorzio Airbus. Una corporation partecipata da Francia e Germania, Spagna e Inghilterra, la quale ha appunto ricevuto dall’Europa aiuti di Stato non compatibili con le regole concordate presso il WTO».

Ma come si è arrivati a mettere il dazio sul formaggio per una contesa sugli aerei?

«Tutto comincia nel 2004, quando gli Stati Uniti denunciano all’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) i finanziamenti erogati dalla Commissione Europea al gruppo Airbus. Finanziamenti pubblici cospicui che hanno alterato le condizioni di concorrenza internazionale nel settore aerospaziale, a discapito del gruppo Boeing (USA). Il quale poi a sua volta, sempre nel 2004, ha ricevuto aiuti di Stato da parte degli USA. I quali a loro volta sono stati contestati dall’Unione Europea presso il WTO e per cui si attende una decisione. 

Pochi giorni fa, il 2 ottobre 2019, dopo 15 anni, il WTO ha riconosciuto l’illegittimità degli aiuti europei a favore di Airbus. Riconoscendo il diritto degli USA di applicare dazi supplementari sulle importazioni di merci dall’Europa, per compensare i torti subiti».

Da esperto di diritto alimentare internazionale può dirci se sia legittimo tutto ciò? Perché viene punito l’agroalimentare che è tutt’altro settore?

«Dal punto di vista delle regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio è una procedura legittima. Vi sono diversi precedenti, tra i quali si ricordano i contenziosi ventennali attivati dagli USA contro l’UE per denunciare le nostre regole in tema di OGM e divieto d’impiego degli ormoni di sintesi nella zootecnia bovina. Anche in quei casi l’Europa ebbe la peggio e i dazi ritorsivi vennero applicati anche nei confronti dell’Italia.

In questo caso l’industria agroalimentare non è la sola colpita, perché i dazi supplementari verranno applicati anche ad altri prodotti, come i prodotti tessili e di abbigliamento che provengano dal regno Unito e alcuni veicoli. L’agroalimentare rimane un target favorito perché è una delle prime voci per le esportazioni europee, con selezioni diverse da paese a paese: da noi sono colpiti i formaggi, in Francia i vini».

Ma secondo lei gli italiani fanno bene ad indignarsi?

«L’Italia subisce una doppia ingiustizia, in questo caso, da parte dell’Europa. La Commissione europea ha utilizzato fondi europei – quindi anche italiani – per il finanziamento illegale di un’impresa, Airbus, partecipata da Francia e Germania, Inghilterra e Spagna. Un consorzio nel quali gli italiani non sono presenti. Nonostante questo siamo soggetti anche noi alle ritorsioni americane. L’Italia dovrebbe chiedere un risarcimento all’Unione Europea per questo».

Cosa potrà accadere alle nostre esportazioni?

«È difficile calcolare l’esito di queste misure», spiega l’Avvocato Dario Dongo. «L’incremento dei dazi del 25% interviene sul valore delle merci nella fase di importazione. È possibile che gli operatori coinvolti nella filiera decidano di rinunciare a parte delle loro marginalità per mitigare l’impatto sul prezzo finale dei prodotti».

Oltre al danno diretto con l’aumento dei costi si aggiunge il danno indiretto della potenziale perdita di quote mercato dei nostri prodotti in favore di produzioni locali. Il Parmigiano Reggiano DOP rischia di perdere spazio a scaffale rispetto al Parmesan, sua volgare imitazione realizzata con ingredienti, additivi e processi di lavorazione per noi inconcepibili. Vi si trova addirittura la cellulosa, che in Italia si usa per produrre la carta!»

Avvocato Dongo, nella sua esperienza cosa consiglia, cosa si può fare per difendere le nostre produzioni?

«Oltre a chiedere il conto alla Commissione europea bisogna investire su efficaci campagne di informazione in tutti i mercati dove esportiamo, USA inclusi. È utile anche avvalersi di moderne tecnologie come la Blockchain pubblica per la valutazione della qualità dei prodotti, per mettere in evidenza il vero valore dei prodotti alimentari autentici, di tradizione millenaria, poco trasformati e realizzati con ingredienti di qualità.  

Può essere un’occasione per la nostra filiera produttiva per integrarsi ulteriormente sui territori, ad esempio a partire dalla fase di produzione delle materie prime per mangimi, chiudendo la filiera in Italia ed evitando per esempio di fornirsi di soia proveniente dall’estero e specialmente dal Sud America dove sono permesse coltivazioni non sostenibili, spesso anche Ogm».

Lei e la sua associazione Egalitè avete un appello in questo senso

«Noi vorremmo che si escludesse dal nostro mercato e dalla filiera produttiva quelle merci – come soia OGM, olio di palma e carni americane – che derivano da filiere sanguinarie e incendiarie, per le quali si disbosca e non si presta attenzione fino in fondo alla salute dei consumatori. Ed è perciò che riaffermiamo la nostra campagna #Buycott, invitando tutti a sottoscrivere la nostra petizione su https://www.egalite.org/buycott-petizione/».

Immagine di Gage Skidmore

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Ambiente: 30 casi di grave danno in Italia. Ecco dove

People For Planet - Ven, 10/18/2019 - 12:47

Dalle discariche di Chiaiano e Casal di Principe in Campania, a quelle di Malagrotta e Anagni nel Lazio, e di Bellolampo in Sicilia, dalle emissioni della Tirreno Power a Vado Ligure e Quiliano, all’interramento di liquami, fanghi e scarti di lavorazione a Rende in provincia di Cosenza.

Sono solo alcuni dei 30 casi di grave danno o minaccia ambientale segnalati dal primo rapporto di Ispra-Snpa, presentato ieri alla Camera dei Deputati. In dieci casi, il Ministero dell’Ambiente si è costituito parte civile o ha attivato il relativo iter e in totale sono attivi 22 procedimenti giudiziali attivi e 8 casi extragiudiziali. Parliamo di danni per inquinamento soprattutto di acque sotterranee (32%), laghifiumi (23%), e terreni (19%).

Il Sistema nazionale di protezione dell’ambiente (Snpa), costituito dall’Ispra e dalle Arpa regionali che operano verifiche sui territori, ha aperto in totale 161 istruttorie di valutazionedel danno ambientale nel biennio 2017-2018: 39 per casi giudiziari (sede penale o civile), 18 per extra-giudiziari, 104 istruttorie per casi penali in fase preliminare (nei quali l’accertamento del danno è ancora a livello potenziale).

Le regioni più danneggiate

In ordine di istruttorie aperte: Sicilia (29), Campania (20), Lombardia (14), Puglia e Umbria (13), Abruzzo e Toscana (11) , Lazio e Liguria (10), Calabria (7), Piemonte e Veneto (5), Basilicata e Sardegna (3), Valle d’Aosta (2), Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Marche, Molise e Trentino-Alto Adige (1).

Nel rapporto viene segnalato che le attività che hanno comportano un danno ambientale sono quelle svolte dagli impianti di depurazione e di gestione dei rifiuti, dai cantieri edili e di realizzazione delle infrastrutture, dagli impianti industriali.

Nel comunicato stampa diffuso dall’Ispra si legge: “l’Italia ha pienamente introdotto nella propria normativa il principio di danno ambientale e ad oggi siamo il paese che dichiara più casi in Europa. Restano, tuttavia, da affrontare alcuni importanti temi, come ad esempio stabilire i criteri per definire la procedura amministrativa, la copertura assicurativa del danno, i criteri di accertamento e quelli di riparazione”. Dunque, c’è ancora parecchia strada da fare.

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Vaccini, pediatri: “Più coperture grazie ai social”

People For Planet - Ven, 10/18/2019 - 12:00

“L’inversione di tendenza nel nostro Paese si deve prima di tutto alla rilevanza data al tema dalla stampa, ma anche a iniziative individuali e di associazioni come IoVaccino, RIV o VaccinarSì, che hanno finalmente aperto i social network anche all’informazione di qualità. Prima internet era terreno quasi incontrastato dei movimenti antivaccinisti”, Roberta Villa,medico e giornalista scientifica, è parte del Nitag Italia (National Immunization Technical Advisory Group), organismo indipendente previsto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per consigliare i governi sulle politiche vaccinali. Se ne è parlato al XXXI Congresso Nazionale dell’Associazione Culturale Pediatri, da poco concluso a Matera.

Molto resta da fare

Se le cose migliorano, tuttavia, non vanno ancora bene. Dall’inizio del 2019, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha registrato 99mila casi di morbillo in tutta Europa: significa che in 10 anni siamo passati da 14 Paesi dell’Ue con il 95% di copertura (immunità di gregge) contro il morbillo, ad appena 4. In Italia, il morbillo è considerato ufficialmente endemico: con 1.334 casi e un decesso nei primi sei mesi del 2019, siamo al 9° posto nella classifica dei Paesi europei più colpiti. Nel 2018, eravamo 5°. Peggio ancora nel 2017, quando entrò in vigore il decreto Lorenzin, che rese obbligatorie una serie di vaccinazioni (fra cui il morbillo), pena l’esclusione dei bambini dalle scuole. “Ma non è stato l’obbligo a far migliorare le cose: l’inversione di tendenza era iniziata un anno e mezzo prima dell’arrivo della legge: il merito va all’informazione, su tutti i suoi fronti”, spiega Villa.

Troppe disparità regionali

“Quel che resta da fare adesso, è pensare a un’obbligatorietà diversa, che valuti ad esempio il divario esistente tra diverse aree del Paese, che non è affatto diminuito”, aggiunge Vittorio de Micheli, epidemiologo e Presidente del Nitag Italia. “Per il vaccino esavalente (coperture a 24 mesi) ci sono circa 12 punti percentuali di differenza tra la prima e l’ultima regione, rispettivamente la Toscana e il Trentino Alto Adige*, mentre per il morbillo (prima dose) il divario supera i 20 punti percentuali. Non bastano i nuovi nati e le regioni più performanti per raggiungere il traguardo. Per eliminare il morbillo, occorre riuscire a coprire tutto il territorio nazionale e proteggere anche gli adulti”.

Un capitolo ancora aperto sono poi gli standard di qualità e di funzionalità per i sistemi informativi, così come l’aggiornamento del personale sanitario. Del resto, se i gruppi contrari alla vaccinazione sono in tutto, in Italia, meno dell’1% della popolazione, come dimostra uno studio realizzato dall’Istituto Superiore di Sanità, risulta irragionevole attribuire tutte le colpe solo a questa sparuta minoranza. “Serve informazione e soprattutto serve un approccio inclusivo, oggi, tra medico e paziente, e tra ricerca e società”, concludono gli esperti.

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La maglia solidale per fare rete

People For Planet - Ven, 10/18/2019 - 12:00

Il 9 ottobre 2017 la mia amica Mattea ha partorito due fantastici gemelli all’ospedale Silvestrini di Perugia, reparto prematuri. Al ritorno a casa la neomamma mi ha portato un volantino che parlava di un’associazione dal nome simpatico: “Cuore di maglia”. Nel logo una mano che tiene un bambino piccolissimo. “A te piace lavorare a maglia” mi ha detto Mattea “Quest’associazione si occupa di confezionare cappellini, copertine, e altro per i neonati prematuri… magari ti interessa”.

Come no! Finalmente potevo dare sfogo alla mia passione per i lavori “femminili” senza ammorbare tutti gli amici con sciarpe, scaldacolli, e qualsiasi altro manufatto che poi avrei voluto poi vedere indossato per tutto l’anno, estate compresa.

È cominciata così la mia avventura con le donne di Cuore di Maglia e mi si è aperto un mondo.

Sono circa 90 i reparti italiani di Terapia Intensiva Neonatale per i quali i volontari di Cuore di Maglia realizzano copertine, morbidi cappellini, scarpine e un giocattolo che si chiama “dudù”, un polipetto all’uncinetto, confezionato con tentacoli a spirale che ricordano il cordone ombelicale. I neonati lo toccano e si rilassano.

Non è facile la Terapia Intensiva, né per i piccoli né per i genitori: macchine, bip, un ambiente asettico non sono certo quello che immaginiamo dovrebbe accompagnare la gioia della nascita; per questo motivo ogni bimbo indossa una “sacchetto nanna” che lo contiene fatto di morbidissima e coloratissima lana merinos (rigorosamente, come nella pubblicità della pasta) e il sacchetto ha un buco in fondo così che possano passare i fili della terapia.

E son tutti lavoretti piccolini: una scarpetta è lunga come mezzo biscotto pavesino, un cappellino ha il diametro di una pallina da tennis, una copertina misura 60 cm per 60.

Ogni città ha una propria “ambasciatrice” e le volontarie si riuniscono circa una volta al mese, generalmente in posti aperti al pubblico così che chi passa veda un po’ di gente che sferruzza e si sa, la curiosità è l’anima del volontariato.

A Perugia ci vediamo il primo giovedì del mese al bar di Ferretti, siamo una quindicina di donne di età varia. Ognuna arriva con un sacchetto pieno di oggetti magnifici e coloratissimi, in pochi minuti nei tavolini del bar un tripudio di colori e di morbidezza. E chi passa guarda queste donne che sferruzzano allegramente e non ce n’è uno che non sorrida. E già questo basterebbe. L’ambasciatrice Paola Checcaglini raccoglie tutto e distribuisce questi piccoli capolavori nei reparti di Perugia, Arezzo e di Castiglione del Lago.

Però non basta, e infatti Paola e Francesca non si sono fermate qui e hanno aperto un’associazione dal nome importante: Coraggio.

Ed è proprio con Francesca Angelini che parliamo di Coraggio e di quante iniziative buone, divertenti, importanti, “coraggiose” si possono fare con un gomitolo di lana.

«Con Paola Checcaglini e altri genitori i cui figli hanno a che fare con il disturbo del comportamento alimentare, abbiamo creato l’Associazione Coraggio nel 2017 per allargare l’ “offerta” e per parlare del problema specifico non tanto dal punto di vista terapeutico – per questo ci sono medici e cure – quanto per aiutare il reinserimento sociale dei ragazzi che hanno sofferto di questi disturbi.» Mi racconta Francesca: «Lavorando con Cuore di Maglia, ci siamo rese conto che spesso il “fare” insieme qualcosa con un obiettivo comune allevia la solitudine e il dolore delle persone. Il nostro motto è ‘Dono, quindi siamo’, se lavoriamo a un progetto comune per donare riusciamo a stare meglio».

Mentre Francesca parla mi viene in mente Patch Adams, il medico americano, che ho conosciuto nel 1999 durante il festival della Comicoterapia tenutosi presso la “Libera Università di Alcatraz”, l’agriturismo gestito da Jacopo Fo. Patch raccontava che durante l’adolescenza aveva passato un periodo di profonda depressione a causa della morte prematura del padre, così grave la malattia che aveva tentato due volte il suicidio e la madre lo aveva ricoverato in una clinica psichiatrica per aiutarlo. Nella stessa stanza con Patch c’era un uomo affetto da schizofrenia che aveva allucinazioni terrificanti. Patch allora cercava di distrarlo, lo faceva rilassare, ridere e così si accorse che aiutando il suo compagno di sventure si sentiva meglio. Consolare l’amico lo consolava. Ed è così che divenne medico, un medico particolare, un medico clown.

Aiutare aiuta, e me lo conferma anche Francesca. E abbatte le barriere sociali, economiche, di età:

dopo quasi due anni che ci frequentiamo non so che lavoro facciano le mie compagne di sferruzzo, non so che situazione economica abbiano: «Il gruppo è eterogeneo perché la solitudine non guarda in faccia nessuno così come il dolore, le difficoltà», mi conferma Francesca. «Il fatto di poter stare insieme per qualcun altro che pensiamo abbia più bisogno di noi, di un segno di attenzione, del sentirsi dire ‘guarda che non sei solo’ ci ha unito molto e Cuore di maglia questo discorso lo fa mirato a un target molto particolare: i bambini prematuri ricoverati nei reparti di pediatria neonatale».

«Questo specifico settore ha un limite», continua Francesca: «È quello dell’acquisto delle lane, non tutti si possono permettere di comperare la costosa lana merinos indispensabile per questi bambini. E allora con l’associazione Coraggio ci siamo dette: visto che le nostre figlie vengono comunque considerate un problema, uno scarto della società, visto che qualcuno sta pure pensando che si rientri nel campo della salute mentale e sia addirittura il caso di riaprire i manicomi… ok, lavoriamo con gli scarti. Facciamo in modo che gli scarti diventino delle risorse”.

Quindi via a chiedere lane, stoffe, quello che le aziende buttano via. «Ovviamente lo sferruzzo è stata la cosa che ci ha unito e riteniamo essere il linguaggio internazionale che non guarda all’età, al ceto sociale: bene o male tutti sanno lavorare a maglia o tutti possono imparare».

Le chiedo da dove sia partita l’idea di confezionare coperte composte da quadrati di lana lavorati all’uncinetto o a ferri: «Mi ricordai che anni prima una rivista femminile aveva realizzato un progetto che si chiamava La coperta della bontà e quindi ne ho parlato con le donne dell’associazione pensando che in fondo era la cosa più semplice del mondo: si facevano i quadrati, si mettevano insieme e da lì è nata l’idea delle coperte da donare alle famiglie terremotate di Cascia.

L’unione fa la forza, il progetto è partito a marzo e con la forza dei social lo abbiamo fatto conoscere, sono arrivati quadrati da tutta Italia, più di 2000, e ci abbiamo colorato il centro di Perugia mettendo le coperte una a fianco all’altra sulla scalinata del Duomo. ((immagini allegate)), Volevo dare un tocco di follia al progetto, proprio perché siamo nella salute mentale e le follie non fanno male, i folli non fanno male, la follia fa parte di tutti, se ce ne prendessimo un po’ per uno…

Abbiamo dato le coperte a Cascia e abbiamo steso le coperte anche lì ((foto)). Poi siamo riuscite a trasmettere anche alle donne di Cascia l’entusiasmo all’idea di lavorare insieme, quindi si è creato un laboratorio, un salotto come facevamo noi a Perugia, si incontrano in un agriturismo”

Da lì è nata una serie di progetti per mettere insieme persone in difficoltà o in un momento difficile da affrontare e dire loro: “Stiamo vicini, ognuno di noi ha il suo dolore, se volete lo condividiamo oppure no, stiamo insieme nella massima libertà”.

Ricucire dopo il terremoto, la lana per fare una rete di solidarietà

A Cascia le donne hanno lavorato insieme ricreando anche un rapporto personale che si era interrotto con il terremoto e l’anno scorso sono stati confezionati cappelli, sciarpe, mantelline per le persone povere di Roma e la stessa cosa si sta organizzando a Visso, dove la situazione è ancora più difficile: il paese è distrutto e le famiglie vivono nei prefabbricati.

E allora si ricomincia, si recupera lana avanzata da altri progetti, un po’ la procurano le stesse donne di Visso e si lavora per preparare delle coperte da regalare ai malati dell’ospedale di Tolentino.

«È un’esperienza bellissima, commovente» racconta Francesca. «Ma soprattutto molto adrenalinica per le signore che se ne occupano». Tanto che si sono lanciate in un progetto pubblicitario: hanno realizzato alcune coperte che hanno regalato agli artisti di “Risorgimarche”, la manifestazione di Neri Marcorè che vede coinvolti attori e cantanti. E così hanno fatto conoscere la loro realtà a 20mila persone. Geniali.

E siccome una cosa tira l’altra, ecco che proprio in questi giorni alcune audaci sferruzzatrici stanno componendo un poncho da regalare a Jovanotti, e allora, sì, ne parleranno proprio tutti.

A Cascia intanto non stanno certo con le mani in mano: con il progetto Passa il favore si sta lavorando alacremente per preparare sciarpe, cappelli, guanti per la comunità di Sant’Egidio così che possano essere regalati ai poveri al pranzo di Natale.

Basta così? Macché!

Le signore di Visso stanno preparando anche un pensiero da portare alle scuole di Amatrice verso la fine di settembre. Sono composizioni che verranno messe nelle aule delle scuole elementari, e segnalibri con roselline fatte all’uncinetto da regalare a ognuno dei 240 bambini che frequentano la scuola.  

E anche ad Amatrice Francesca, insieme all’assessore, sta organizzando un gruppo di donne per lavorare a maglia: «Stiamo creando una rete» mi conferma, e le brillano gli occhi quando mi racconta il suo grande sogno: «Vorremmo tanto organizzare un distretto sulla fibra, partendo dalle pecore, vorremmo coprire tutta la filiera dal vello al filo e così creare un gruppo di donne che possano aprire un’attività commerciale che permetta loro di guadagnare». La definisce la sua follia più grande. Ma diamole tempo, non ho dubbi che ci riuscirà.

Al nostro incontro mensile Francesca è arrivata assieme a una giovane donna marocchina dall’aria timida.

«Ti presento Hassana, in questo mio girovagare ho partecipato a un evento che si chiamava La Salute scende in piazza dove abbiamo regalato le bambole fatte a mano in un altro progetto e lì ho conosciuto una delle responsabili del centro Pace Assisi che mi ha proposto di creare anche a Perugia quello che loro stanno facendo in Uganda: un progetto di microsartoria per realizzare borse. Però non sapeva chi poteva farle e allora ho contattato l’associazione Liberamente Donna che si occupa di donne che hanno subito violenza e che hanno bisogno di inserirsi in un gruppo, per sentirsi più sicure e più accolte, e ci hanno segnalato Hassana e un’altra signora, e insieme abbiamo fatto un modello di borsa che piace molto, tutto con materiali di recupero e con l’assistenza di Omar, un ragazzo della Sierra Leone arrivato qui con i barconi e bravissimo nei lavori di sartoria.

L’obiettivo è darle da vendere al commercio equo e solidale e abbiamo un contatto con la grande distribuzione per metterle nei supermercati, saranno diverse una dall’altra e ottimi regali di Natale.»

Mi gira la testa, ma non è ancora finita perché in tutto questo so che molti cappellini e sciarpe hanno varcato i confini e sono arrivati in Malawi: come si è arrivati fin lì?

«Stavamo facendo le bambole da regalare alle pallavoliste così da far passare il concetto dell’oggetto fatto a più mani, del dettaglio magari brutto ma che poi nel complesso diventa bello…» racconta serafica Francesca. «E le vede una mia amica a Milano, lei lavora all’ospedale Niguarda e ha un’amica che segue 150 ragazzi in una scuola in Malawi».

La ragazza del Niguarda aveva della lana che non veniva usata e quindi la ha passata a Francesca in cambio di un po’ di bamboline da mandare in Malawi come regalo di Natale.
In Malawi fa caldo a dicembre e fa freddo in agosto e allora come non mandare un po’ di cappellini quando lì è inverno?»

Eh già, perché no?

Non solo maglia

Mentre le signore lavorano a maglia non ci si dimentica lo scopo dell’associazione Coraggio, spiega Francesca: «Abbiamo portato avanti tante iniziative per i giovani: abbiamo contattato psicologici con i quali organizzare incontri per parlare con i ragazzi. Abbiamo progetti di informazione sul problema della salute mentale, per superare il preconcetto e sviluppare l’empatia che permetta di entrare nei panni dell’altro, cercando così di evitare certi errori e soprattutto lo stigma: vogliamo far capire che una persona HA una malattia, non È la sua malattia. Se dico che una persona ha un tumore non dico che è un tumore, quindi non posso dire ‘quella persona è anoressica’ ma ‘combatte l’anoressia’; è molto importante lavorare su questo.

E allora abbiamo organizzato incontri con i ragazzi la sera, in un bar e sono stati molto interessanti.

E poi incontri in Regione, relazioni ecc, non perdiamo di vista questo fronte».

Sentiamo spesso parlare della necessità di fare rete, di connettere le centinaia se non le migliaia di realtà del volontariato in Italia; ecco, mi pare che Francesca e la sua Associazione stiano proprio facendo questo. Mi confessa: «Non è semplice, ci sono i campanilismi, le donne delle montagne umbre sono chiuse, si fa fatica e metterle insieme ma un paio di ferri da lana e uno scopo comune spesso fanno miracoli, basta crederci».

E lei ci crede, senz’altro.

Immagine di copertina: Armando Tondo

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I 10 migliori Film di sempre di Commedia all’Italiana

People For Planet - Ven, 10/18/2019 - 10:00

Un genere che ha fatto grande il cinema italiano. L’autobiografia di una nazione con tante risate,  registi maestri e artigiani, attori e attrici di gran spessore, sceneggiatori di fine scrittura e grande cultura. I teorici sostengono che molto di deve alla Commedia dell’Arte e alle condizioni storiche. Sono film intramontabili. Alcuni ingiustamente massacrati dalla critica. La Commedia all’Italiana quando la si definisce sfugge come un’anguilla a volerla inquadrare in un Tempo e in un Divenire. Dino Risi non accettava neanche la definizione giudicandola riduttiva preferendo parlare di “commedie italiane”. Io ne ho scelte 10 arrivando a fine ‘900. Sono le mie preferite. Mettendo in testa Dino Risi.

IL SORPASSO di Dino Risi, 1962

Erano deserte  le strade romane del Ferragosto del 1962 quando Dino Risi gira quel capolavoro titolato “Il sorpasso”. Doveva chiamarsi “Il giretto” il film che ha ispirato “Easy rider” e che racconta l’Italia “on the road” meglio dell’enciclopedia Treccani. Se sei giovane cercalo quel film che non hai mai visto. Ti divertirai da morire perché i film che raccontano la vita e la morte non tramontano mai. E forse capirai perché l’Italia è popolata da una società divisa e contraddittoria dove la scampano sempre quelli come il protagonista Cortona interpretato da un magistrale Vittorio Gassman. Un Paese a misura di cialtroni opportunisti che sanno sempre vestire l’abito del “miles gloriosus”. Colonna sonora epocale. 

C’ERAVAMO TANTO AMATI di Ettore Scola, 1974

È il romanzo di formazione della società italiana in forma di commedia. L’avvocato, il portantino, il professore cinefilo di Nocera Inferiore e la bella Luciana che incrociano Mike Bongiorno, Federico Fellini, Marcello Mastroianni nella parte di loro stessi sono uno specchio  della nostra cultura dalla Resistenza agli anni Settanta. Dalla canzone “Sandokan” all’omaggio alla Potemkin il film dedicato a Vittorio De Sica risulta essere un nodo gordiano delle speranze e dei tradimenti di una generazione. Perfetto nella quadratura estetica (alternanza di bianco e nero e colore) si avvale di una sceneggiatura di ferro e poggia su un cast di attori in stato di grazia stellare (Vittorio Gassmann, Nino Manfredi, Stefano Satta Flores, Stefania Sandrelli, Giovanna Ralli, Aldo Fabrizi).

I SOLITI IGNOTI di Mario Monicelli, 1958

La quotidianità, “la gente”, il comune sentire raccontata attraverso una banda del buco che sogna di poter trasformare la propria vita e si deve consolare con un piatto di pasta. Totò smascherato dalla macchietta circondato da uno gruppo di attori perfettamente a ruolo nel meccanismo della commedia. Age, Scarpelli, Suso Cecchi D’Amico scrivono da par loro. La regia di Monicelli è  una macchina spettacolare esemplare che mescola tragico e comico senza una sbavatura. Vanamente imitato ad Hollywood per alcuni remake.  

AMICI MIEI di Mario Monicelli, 1975 

Doveva girarlo Pietro Germi ambientandolo a Bologna. Si ammalò gravemente e prese in carico il progetto il maestro Monicelli trasferendo a Firenze le allegre vicende di una brigata di uomini adulti che con le loro zingarate irridono la vita che passa, i ruoli sociali e la paura delle morte. Comicità cattiva molto toscana, quindi autentica per un successo stratosferico (il film al botteghino superò gl’incassi de “Lo squalo di Spielberg”). Gli scherzi che costellano la trama sono da antologia. I personaggi fissi ancora nella memoria di chi li ha visti. Soprattutto il conte Mascetti e la sua supercazzola. Il suo nome è anche apparso su una scheda dell’elezioni per il presidente della Repubblica.  

DOMENICA D’AGOSTO di Luciano Emmer, 1950

Il cinema scopre il tempo libero nell’unità di tempo in forma balneare (topos ricorrente della nostra commedia) ed Emmer inventa il film a episodi con racconto parallelo e montaggio incrociato. Sei storie ben affiatate. Tutti vanno ad Ostia con mezzi diversi, tranne Marcello Mastroianni (doppiato da Sordi) vigile urbano nella città vuota e un rapinatore della domenica. Commedia di costume realizzata con ottima tecnica. Ha detto il regista Pupi Avati: «Fra i film italiani che amo è forse quello che più di tutti amo, che so rivedere ciclicamente con sempre rinnovato struggimento».

L’OMBRELLONE di Dino Risi, 1965

Film poco compreso dalla critica e invece autentico capolavoro della commedia balneare. Il week end di un ingegnere romano (Enrico Maria Salerno) che va a trovare la moglie (Sandra Milo) in vacanza in albergo sulla costiera romagnola. Trionfano gli sfondi accurati nei dettagli, le riprese del divertimento di massa, la bellissima colonna sonora. Il protagonista non riesce a inserirsi nel contesto e ne diventa vittima. Lelio Luttazzi intellettuale finto impegnato, Jean Sorel bello e impossibile, Raffaele Pisu clown da spiaggia. Un technicolor straordinario fratello di quello adoperato dal regista in “Pane amore e…”

PANE, AMORE E FANTASIA di Luigi Comencini, 1953

Caposaldo del neorealismo rosa che mette in scena l’Italia minore di un paese della Ciociaria con ruoli da commedia perfetti nel meccanismo ad incastro costruito sull’arte del pettegolezzo. Vittorio De Sica torna a fare l’attore nei panni del maresciallo mostrando l’umanità dell’autorità, Tina Pica è una bomba di comicità, Gina Lollobrigida un’esplosione di sensualità da maggiorata che entra nell’immaginario collettivo. Caratteristi bravissimi. Ritmi e montaggio perfetti. Il successo enorme ne determina due seguiti. Nel terzo entra in scena a Sorrento Sophia Loren.

RICOMINCIO DA TRE di Massimo Troisi ,1981

Il comico napoletano di straordinario successo televisivo, Massimo Troisi, va dal geniale produttore Fulvio Lucisano e senza avere neanche un soggetto scritto gli racconta la sua idea di film. Nasce così l’opera prima trionfale del personaggio di Gateano che emigra a Firenze per etica esistenziale e non per motivi economici. Comicità autentica che resta a futura memoria in un film che demolisce molti stereotipi. Compreso quello della Commedia all’italiana dei padri. 

ECCE BOMBO di Nanni Moretti, 1978

Un gruppo  di vitelloni politicizzati ma inquadrati nella Roma in bilico nella crisi del riflusso sono il motore di una commedia completamente rinnovata per canone e racconto. Uno dei migliori esordi del cinema italiano di un regista che subito diventa portavoce di certa cultura italiana. Nanni Moretti si presenta in dura contrapposizione con la commedia all’italiana (celebre il confronto televisivo con Monicelli). il film invece ne è la filiazione diretta per sguardo cinico e comicità amara del fallimento generazionale. 

LA VOGLIA MATTA di Luciano Salce, 1962 

Altro on the road italiano da rivalutare quello dell’ingegnere milanese Tognazzi che deve andare a trovare il figlio in collegio e invece segue una comitiva di teenagers  del boom attratto dalla bellezza agli esordi di una travolgente Catherine Spaak. Il geniale Luciano Salce gira una sorta di Lolita all’Italiana dove la generazione adulta è destinata a soccombere sulla travolgente vitalità allegra, e a volte tragica, di chi deve sostituirla. La giornata particolare di un borghese piccolo piccolo che si sostiene con la simpamina. Un italiano vero in una commedia al vetriolo nello stesso anno de “Il sorpasso”. 

In copertina: Immagine tratta dal film “Amici miei” di Mario Monicelli

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Calano i reati, attenzione però a truffe, estorsioni e droga

People For Planet - Ven, 10/18/2019 - 09:45

Il Sole 24 ore ha pubblicato uno studio che analizza l’Indice della criminalità in Italia nel 2018 in base ai dati forniti dal dipartimento di Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno.

Ogni giorno in Italia vengono denunciati 6.500 reati e si registra un calo del 2,4 per cento rispetto al 2018 continuando il trend iniziato nel 2013.

In controtendenza al dato generale si è verificato un incremento dei cyber attacchi (8,3%) anche nel primo semestre del 2019. Afferma Andrea Zapparoli Manzoni, uno degli autori del rapporto: «Dal 2016 assistiamo alla diffusione di attività cyber-criminali spicciole, come le quotidiane campagne mirate a compiere truffe ed estorsioni realizzate tramite phishing e ransomware, che hanno colpito molte organizzazioni e cittadini italiani»

In crescita anche i reati connessi allo spaccio di stupefacenti (+2,8%) e le estorsioni (+17%).

Il dato può essere comunque una buona notizia: più denunce significa che più cittadini e aziende decidono di affidarsi alla giustizia, abbattendo così il muro di omertà che specie per quanto riguarda le estorsioni è sempre stato molto forte.

Meno omicidi, furti e rapine

Malgrado la nostra percezione possa farci ritenere il contrario, gli omicidi sono calati nel 2018 del 10%, i furti del 6% e le rapine del 7%. Interessante il dato che rileva una diminuzione addirittura del 38% delle denunce per usura.

I deterrenti a questo tipo di reati possono essere molti, non ultima la diffusione massiccia di sistemi di allarme e videosorveglianza e la maggiore presenza di agenti sul territorio.

Più denunce a Milano ma a Firenze il record negativo

A Milano si sono denunciati 7.017 reati ogni 100mila abitanti e  risulta la prima città in questa classifica pur calando del 5,2% rispetto all’anno scorso, a Firenze invece va l’incremento più elevato: il 9,5% con 6,252 illeciti ogni 100 mila  abitanti.

La mappa rivela che a essere più colpite sono le grandi città e le località turistiche e anche in questo caso va considerato il fatto che nella proporzione tra illeciti denunciati e popolazione non si tiene conto delle denunce effettuate dai turisti che spesso, invece, sono le prede più appetibili per chi perpetra un certo di tipo di reato, come furti, scippi e rapine.

Cosa manca?

Come scrive Il Sole 24 ore: “Restano nell’ombra i fenomeni di microcriminalità, anch’essi diffusi sul territorio, che per diversi motivi sfuggono ai controlli oppure la cui comunicazione da parte delle vittime non è affatto scontata”.

Leggi anche:
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Foto di Alexas_Fotos da Pixabay 

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Se l’inquinamento aumenta, la memoria invecchia

People For Planet - Ven, 10/18/2019 - 09:00

L’inquinamento dell’aria danneggia la memoria portando a un peggioramento delle sue capacità pari a 10 anni di invecchiamento. La notizia arriva da uno studio condotto da un gruppo di ricercatori della Warwick Business School della Warwick University (Inghilterra).

La scoperta, spiegano Nattavudh Powdthavee e Andrew Oswald che hanno guidatolo studio, è coerente con precedenti risultati ottenuti da ricerche di laboratorio condotte su animali. Ma la nuova ricerca, i cui risultati verranno pubblicati sulla rivista Ecological Economics, è tra le prime a confermare lo stesso meccanismo negli esseri umani.

Leggi anche: Combatte l’ansia e migliora la memoria. Cinque motivi per apprezzare il silenzio

Memoria “più vecchia” di 10 anni

I ricercatori hanno esaminato 34 mila cittadini inglesi provenienti da 318 diverse aree d’Inghilterra, da zone dove l’aria è più inquinata come Kensington e Islington, a quelle dove l’inquinamento atmosferico è ai minimi livelli, come il Devon e il West Somerset.

Tutti i partecipanti sono stati sottoposti a un test standardizzato in cui è stato chiesto loro di ricordare 10 parole. Dopo aver aggiustato i risultati ottenuti rispetto ad altri fattori che potrebbero influire sullo stato della memoria di ciascun partecipante – tra cui età, salute, livello di istruzione, professione e ambiente socio-culturale di provenienza – i dati hanno messo in risalto che il peggioramento della qualità della memoria tra le aree d’Inghilterra in cui l’aria è più pulita e quelle in cui è più inquinata è equivalente alla perdita di memoria che si riscontra con 10 anni di invecchiamento. “Quando si tratta di ricordare un elenco di parole – spiega Oswald – un cinquantenne di Chelsea ottiene i medesimi risultati di un sessantenne di Plymouth”.

Biossido di azoto e PM10

In particolare memoria risulta essere significativamente peggiore in alcune zone in cui si rilevano alti livelli di biossido di azoto e di particolato atmosferico PM10, anche se, precisa lo studioso, “non siamo ancora sicuri di come agiscano in questo meccanismo il biossido di azoto e il particolato atmosferico”.

Leggi anche: Cresce il numero di auto in Italia. E anche il numero di morti per inquinamento

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L’economia blu? Sarà l’economia del futuro, quella che supererà la green

People For Planet - Ven, 10/18/2019 - 07:00

L’economia blu è una branca della green economy, ma mentre quest’ultima prevede un modello di business basato su un minor impatto ambientale, che riduca le emissioni di CO2, la Blue Economy tende essenzialmente a volerle eliminare del tutto. Si basa sopratutto sull’innovazione e su metodi che possano creare uno sviluppo sostenibile proteggendo le risorse naturali e ambientali per le future generazioni.

Colui che per primo ne ha parlato è stato Gunter Pauli, economista belga e imprenditore di successo in numerosi settori. Pauli ha fondato la Zero Emissions Research Iniziative (http://www.zeri.org/), una comunità internazionale della quale fanno parte studiosi, esperti in economia, scienziati e ricercatori per trovare insieme soluzioni efficaci rispetto ad una economia che tenga conto della tutela dell’ambiente e della persona in primo luogo.

La concentrazione di C02 nell’atmosfera a maggio 2019 era di 414,28 ppm (parti per milione), poco meno del record toccato nel giugno 2018, quando era arrivata a 411,58 ppm, un valore mai raggiunto prima, il più alto da 800 mila anni. Per esempio nel 1969 eravamo arrivati a 323,25 ppm.

Questo lo scenario climatico da affrontare, e secondo il Report speciale sul riscaldamento globale dell’IPPC (Integrated Pollution Prevention and Control ovvero controllo e prevenzione integrata dell’inquinamento) di ottobre 2018 (report Sr15), dovremo fare in fretta per non raggiungere l’ulteriore surriscaldamento previsto di 1.5°, già entro il 2030.

E a questi foschi scenari si devono aggiungere quello energetico, quello industriale e quello agricolo, e i correlati i problemi sociali derivanti dalla forte disoccupazione.

Secondo Pauli, la Blue Economy è la più adatta per andare incontro a questi scenari, per arginarli, perché oggi abbiamo bisogno di un’economia con la quale usiamo ciò che abbiamo e rigeneriamo valore. Generando più valore possiamo creare nuovi posti di lavoro.

Mentre la Green Economy rappresenta tutto ciò che è ottimale per l’uomo e la natura ma è purtroppo costosa, ovvero produce metodologie adatte solo alle popolazioni più ricche e pertanto insostenibili, la Blue è la strategia più adatta per gli scenari di povertà che purtroppo rappresentano i territori più vasti al mondo.

Nel concreto, la chiave è quella di generare valore con tutte le occasioni e le risorse disponibili e di sviluppare economie piccole che generano valore a cascata, con processi che sono legati in modo che questa concatenazione riduca i costi e crei benefici multipli.

Per fare un esempio, ogni volta che beviamo un caffè espresso, il suo residuo si può utilizzare per produrre mobili, come fertilizzante e anche per la coltivazione dei funghi; per quest’ultimo impiego, il residuo è a sua volta un ottimo mangime per polli che deporranno le uova. Così anziché un solo flusso di cassa se ne hanno quattro e anche più e la realizzazione degli oggetti diventa meno costosa.

A El Hierro, una delle isole Canarie, la prima domanda che si sono fatti gli abitanti non è stata come riuscire a reggere la competizione, ma come aggiungere più valore a ciò che già facevano.

E a partire dalla ridefinizione di una risorsa naturale come l’allevamento delle capre e la realizzazione di altri prodotti (banane e ananas biologici prodotti e venduti in loco) gli allevatori fatturano oggi dieci volte quello che è il sussidio dell’Unione Europea.

Si sono poi accorti che il declino della pesca non dipendeva dal troppo pescato ma da pesca indiscriminata e insostenibile, effettuata con grandi reti. Per arginare l’impoverimento delle specie sono passati alle lenze e non hanno più estratto le femmine dei pesci in maniera sistematica: e la produttività della pesca è salita, come sono aumentati i pescatori.

Anche per la viticoltura, non si sono rivolti alla competizione globale, ma a strutture locali e mercato di riferimento locale. Hanno ragionato anche sulle fonti energetiche: i benefici non solo ambientali ma anche economici portavano nella direzione delle rinnovabili (il diesel era più costoso) e con un mix tra idroelettrico ed eolico hanno garantito stabilità alla rete. E ora si pensa a come non far più evaporare gli oltre 6 milioni di euro verso l’esterno sotto forma di carburante per le auto, puntando sull’elettrico.

Il risultato è che molti giovani spagnoli si stanno trasferendo a El Hierro, visto che bastano 50 capre che producono due litri di latte al giorno per fatturare 100mila euro l’anno. Il foraggio è gratuito, le capre limitano la diffusione degli infestanti e il costo della vita è più basso, ma non bisogna superare il numero dei 50 capi perché se le capre in gregge sono troppe la produzione cala. Ciò dimostra che per generare più valore dobbiamo cambiare modello di business. Con questa logica è rapido e facile generare entrate multiple che consentono di produrre valore anche per i servizi sociali.

La priorità principale è stata dunque il lavoro. Nell’ecosistema forestale, in natura, nessun soggetto è disoccupato. Ognuno ha un ruolo, un lavoro e contribuisce al meglio secondo le proprie capacità. Questo è il modello che ben rappresenta la Blue economy: servono zero emissioni e rifiuti ed economia circolare, ma è necessaria anche zero disoccupazione.

Secondo Gunter Pauli si potrebbe replicare, con le ovvie differenze di ogni contesto, questo modello in tutto il mondo, in ogni piccola realtà: sarebbe il modo migliore per tutelare davvero ambiente e persone.

Fonti:

https://www.lifegate.it/persone/news/ipcc-rapporto-sr15-cilma

https://www.business.it/blue-economy-cose-gunter-pauli/ Intervista a Gunter Pauli: “Superare la Green Economy?”

http://www.edizioniambiente.it/news/84/blue-economy-2-0-intervista-a-gunter-pauli/

https://www.lastampa.it/tuttogreen/2018/10/10/news/superare-la-green-economy-1.34051451

Immagine di copertina: Armando Tondo

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Sotto stress le cellule degli uomini si suicidano, quelle delle donne resistono

People For Planet - Gio, 10/17/2019 - 15:00

Sotto stress le cellule degli uomini si suicidano mentre quelle delle donne resistono e sopravvivono. Arriva da uno studio condotto dall’Istituto superiore di sanità la nuova evidenza scientifica che conferma che essere uomini o donne condiziona l’insorgenza e il decorso delle malattie, come pure la risposta alle cure: gli studiosi hanno infatti rilevato che le cellule maschili rispondono allo stress andando incontro a morte programmata, una forma di suicidio cellulare regolato, mentre le cellule femminili in risposta allo stesso stress attivano meccanismi di sopravvivenza e resistono alla morte cellulare.

La ricerca, pubblicata sulla rivista internazionale Cell Death and Disease, è stata realizzata in collaborazione con l’Università di Bologna e del Consiglio nazionale delle ricerche di Roma. Gli studiosi sono riusciti a identificare alcuni componenti molecolari alla base della diversa risposta delle cellule maschili (XY) e femminili (XX) agli stress, capaci nel primo caso di attivare processi di morte cellulare (apoptosi) e nel secondo di indurre meccanismi protettivi (autofagia).

“Alla base di queste differenze – spiega Anna Ruggieri del Centro per la salute genere specifica dell’Iss – potrebbe essere coinvolto un microRNA (miR548am-5p) che, proprio per questo, è stato oggetto del nostro studio”. I microRNA sono corte sequenze di materiale genetico che regolano l’espressione dei geni, e sono pertanto in grado di cambiare il destino delle cellule, modificandone le funzioni, la specializzazione e la capacità proliferativa. E’ noto che i microRNA hanno un ruolo di rilievo in molte malattie, dai tumori alle malattie infettive e autoimmuni, nelle quali si sono osservate alterazioni dei loro livelli di espressione. Inoltre, ogni microRNA è in grado di regolare numerosi geni, generando potenzialmente un effetto a cascata di grandi proporzioni.

La scoperta che non solo i geni, ma anche elementi regolatori della loro espressione come i microRNA siano presenti in quantità diverse tra uomo e donna “dimostra, ancora una volta, come la biologia dei due sessi sia fondamentalmente diversa e come tale vada affrontata – conclude Paola Matarrese dell’Iss, coautrice della ricerca -. Una delle importanti ricadute di questa scoperta è dunque il potenziale utilizzo di questi microRNA come biomarcatori di quelle malattie che colpiscono i due sessi in maniera diversa, oltre che come nuovi bersagli terapeutici sesso-specifici”.

Leggi anche: Le bellissime differenze tra cervello maschile e cervello femminile

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Chi è Frans Timmermans, il capo del green new deal europeo?

People For Planet - Gio, 10/17/2019 - 12:00

Surriscaldamento globale e Unione europea. La fortuna è quella di avere come coordinatore del green new deal europeo Frans Timmermans. La sfortuna riguarda, invece, il tempo, forse troppo poco per rimediare agli errori del passato. Il vicepresidente esecutivo della nuova Commissione europea, Frans Timmermans, avrà il doppio ruolo di coordinare il green deal europeo e di gestire le politiche di azione legate al clima. Ad annunciarlo è stata la presidente Ursula von der Leyen, all’indomani della discussa elezione, durante la conferenza stampa del 10 settembre in cui ha presentato la sua squadra di governo.

Ma chi è Franciscus Cornelis Gerardus Maria Timmermans?

Olandese, classe ’61, laureato in letteratura francese ma con un master in diritto europeo, oltre al limburghese e all’olandese parla fluentemente inglese, francese, tedesco, italiano e russo, non è ben visto a Est e soprattutto, è il promotore della proposta di legge, poi adottata dal Parlamento europeo, di eliminare la plastica monouso; e poi è romanista sfegatato. Dal 2014 primo vicepresidente della Commissione Ue, braccio destro di Jean-Claude Juncker, che lo scelse fin da subito e per questo inventò una carica che fino ad allora non esisteva, durante il suo mandato si è fatto dei nemici, soprattutto a Est: ree di avere calpestato lo stato di diritto, uno dei punti cardine della carta costituzionale dell’Unione Europea, Polonia e Ungheria sono state costrette a rivedere le loro leggi. Nei loro confronti Timmermans non ha esitato ad avviare la cosiddetta ‘procedura articolo 7’ che sanziona i Paesi membri nei quali si ritiene siano venuti meno i valori fondanti dell’Ue. Non c’è da stupirsi: non solo Timmermans è nato nella città simbolo dell’Europa unita, Maastricht, dove nel 1992 si è firmato il trattato che ha posto le basi per la nascita della moneta unica, ma, essendo il più anziano socialdemocratico nell’Istituzione, è a capo dell’iniziativa “Legiferare meglio” e sovraintende le Relazioni inter-istituzionali, lo Stato di Diritto, e la Carta dei Diritti Fondamentali e della Sostenibilità nell’Ue.

Figlio di un diplomatico, a 11 anni Timmermans si trasferisce a Roma dove studia alla scuola britannica St. George e si appassiona alle partite della Roma allo stadio Olimpico. Costante non soltanto nella fede calcistica, Timmermans è sempre stato socialista, fin dalla sua discesa in politica nel 1998, quando è stato eletto con i laburisti olandesi. Terminati gli studi universitari, ha iniziato a lavorare nel dipartimento per l’integrazione europea del ministero degli Esteri olandese, per poi proseguire la carriera diplomatica a Mosca e ritornare nel 1994 in Europa, dove è diventato assistente del commissario olandese. Timmermans ha goduto di una straordinaria popolarità in patria, il primo mandato (vinto appunto per la prima volta nel 1998) gli è stato rinnovato per ben sei altre volte: dal 2007 al 2010 fa parte del governo di coalizione liberale-socialista come ministro degli Affari europei, dal 2012 al 2014 invece copre la carica di ministro degli Esteri.

Le manovre di compensazione che Timmermans metterà in atto per tamponare parte delle emissioni di CO2 e rallentare il riscaldamento globale, oltre a registrare programmi di riforestazione, prevedranno un’azione congiunta con il lituano Virginijus Sinkevičius, voluto dalla von der Leyen come commissario Ue per l’Ambiente e gli oceani.

La sfida è grande, la simpatia del personaggio, pure. E qualcuno già ventila l’ipotesi che il prossimo commissario Ue sarà proprio lui, Frans Timmermans.

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Influenza e falsi miti: smentite 8 fake news

People For Planet - Gio, 10/17/2019 - 12:00

Riguardo all’influenza stagionale e alla vaccinazione anti-influenzale sono molte le fake news che circolano. Eccone otto smentite dalla pagina del sito del ministero della Salute dedicata all’epidemia stagionale.

L’influenza stagionale non dà complicanze. Falso.

L’influenza stagionale può dar vita a diverse complicanze che vanno dalle polmoniti batteriche, alla disidratazione, al peggioramento di malattie preesistenti (quali ad esempio il diabete, malattie immunitarie o cardiovascolari e respiratorie croniche ), alle sinusiti e alle otiti (queste ultime soprattutto nei bambini). Sebbene queste complicanze siano più frequenti nei soggetti al di sopra dei 65 anni di età e con condizioni di rischio già presenti (ad esempio quelli che già soffrono di altre patologie), alcuni studi hanno messo in evidenza un aumentato rischio di casi gravi di influenza nei bambini molto piccoli e nelle donne incinte. In ogni caso, casi gravi di influenza si possono verificare anche in persone sane che non rientrano in alcuna delle categorie citate.

Leggi anche: Influenza, arrivano virus più insidiosi. Previsti 6 milioni di contagi

L’influenza si può curare con gli antibiotici. Falso.

Questi farmaci sono efficaci solo contro malattie di origine batterica e risultano totalmente impotenti nei confronti di una malattia virale come l’influenza.

Con l’influenza non si può allattare. Falso.

Il virus influenzale è diffuso in tutto l’organismo e quindi anche nel latte, dove però sono presenti anche gli anticorpi. Per evitare di contagiare il bambino per via “aerea” – che è la modalità principale di trasmissione – è consigliabile allattare mettendo una mascherina sulla bocca.

Se si è già avuta l’influenza non serve vaccinarsi. Falso.

La vaccinazione avrà l’effetto di richiamare la memoria immunologica e si avrà un aumento della risposta provocata dalla stessa vaccinazione (effetto booster). La vaccinazione di un soggetto già immune per effetto della malattia “naturale” non comporta un aumentato rischio di effetti collaterali.

La vaccinazione antinfluenzale può causare malattie croniche. Falso.

I dati attuali indicano che i vaccini antinfluenzali non inducono nei vaccinati alcuna malattia cronica né ne aggravano il decorso quando queste sono preesistenti alla vaccinazione. E’ necessaria una attenta valutazione per chiarire se eventi avversi (per evento avverso si intende un qualsiasi peggioramento dello stato di salute preesistente del soggetto vaccinato) che si verificano dopo una vaccinazione per l’influenza siano in realtà causati dalla vaccinazione antinfluenzale eseguita o siano dovuti a una pura coincidenza temporale. Le campagne di vaccinazione (così come tutti i programmi di vaccinazione universale quali le vaccinazioni raccomandate o obbligatorie per l’infanzia) sono accompagnate da programmi di farmacovigilanza.

Il vaccino antinfluenzale non può essere somministrato contemporaneamente ad altri vaccini. Falso.

Il vaccino antinfluenzale non interferisce con la risposta immune ad altri vaccini inattivati o vivi attenuati. Il vaccino inattivato dell’influenza può essere somministrato insieme ad altri vaccini iniettabili, a condizione però che i due vaccini vengano somministrati in siti di iniezione differenti e, comunque, è bene chiedere informazioni al proprio medico curante o al medico vaccinatore.

Il vaccino stesso può causare l’influenza. Falso.

I vaccini inattivati contengono il virus ucciso o parti di questo che non possono causare alcuna malattia. I vaccini a base di virus vivente (non usati in Italia) contengono l’elemento virale ma questo è stato attenuato per cui non è in grado di causare la malattia. In entrambi i casi la somministrazione del vaccino può causare lievi effetti collaterali caratterizzati da una sintomatologia simile a quella dell’influenza, ma molto meno marcata.

Leggi anche: Influenza o raffreddore? Cinque domande per capirlo

In gravidanza non ci si può sottoporre a vaccinazione antinfluenzale. Falso.

Le donne che si trovano in stato di gravidanza durante la stagione epidemica è opportuno che vengano vaccinate contro l’influenza per l’aumentato rischio di complicanze gravi e di decesso correlati alla malattia. La vaccinazione, con vaccino inattivato, può essere effettuata in qualsiasi trimestre della gravidanza, in quanto sembra non associata a effetti avversi sul nascituro. Dati più estesi sulla sicurezza sono disponibili per il secondo e terzo trimestre, rispetto al primo; comunque, le raccomandazioni delle autorità sanitarie internazionali (European centre for disease prevention and control, Organizzazione mondiale della sanità) indicano la vaccinazione delle donne in gravidanza a prescindere dal trimestre. 

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Wildlife Photographer of the Year 2019: i vincitori

People For Planet - Gio, 10/17/2019 - 11:00

Tra i vincitori anche due italiani: il giovane Riccardo Marchegiani con “Early riser” e l’altoatesino Manuel Plaickner con “Pondworld”.

Foto: ©Wildlife Photographer of the Year
(Natural History Museum, London)

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Il mercato dell’arte non è più lo stesso

People For Planet - Gio, 10/17/2019 - 10:52

Capita sempre più spesso di entrare in un aeroporto, in una stazione ferroviaria o in metropolitana e trovare delle vere e proprie mostre di artisti più o meno conosciuti. E allora chi aspetta di salire sull’aereo e sul treno si gode per qualche minuto qualcosa di bello e si sa, il bello aiuta a vivere meglio.

A questi nuovi siti, o Hub come dicono quelli bravi, si aggiungono le fiere d’arte moderna e contemporanea che si tengono nelle varie città: Art Verona, Arte Fiera a Bologna, Miart a Milano, Artissima a Torino. Non si tratta solo di mostre ma, come nel caso del IV Festival dell’Outsider Art – Arte Irregolare che si è tenuto a Verona dal 4 al 6 ottobre, l’evento comprende anche performance, convegni, film, spettacoli diventando manifestazione culturale a tutto tondo.

E allora l’arte arriva anche a chi di solito di arte non se ne intende, a chi non frequenta le gallerie blasonate.

E il mercato a questo punto? Va meglio?

In realtà la questione è più complessa: se fino al 2008 l’arte era un investimento anche a rischio, nel senso che si scommetteva su un autore e si acquistava un’opera sperando che si sarebbe rivalutata nel tempo, oggi la crisi ha reso i compratori più prudenti e chi se lo può permettere acquista solo le opere di autori affermati. In pratica, come in altri settori è scomparso il compratore “medio”, rimangono i ricchi che vanno sul sicuro acquistando soprattutto autori stranieri.

È cambiato il mondo e i giovani

Dimentichiamoci il giovane artista che, cartella di disegni sotto il braccio, si presenta al gallerista chiedendo supporto. Oggi i ragazzi si organizzano diversamente facendo rete, rivolgendosi ai propri simili anche all’estero utilizzando, specie nei primi approcci, in maniera massiccia il Web.

Insomma, l’immagine dell’artista che incontra il mecenate che scommette sul suo futuro e lo accompagna nella crescita è roba d’altri tempi. I giovani artisti si aiutano da soli partecipando a mostre collettive autogestite, concorsi, borse di studio all’estero. L’artista moderno parla perfettamente un paio di lingue, viaggia, si confronta, crea relazioni, scambi.

Ed esce dagli schemi: se fino a  pochi anni la distinzione tra Arte “Insider” e Outsider era netta – da una parte gallerie, curatori paludati, artisti protetti e dall’altra i “battitori liberi” – oggi il confine si è sfumato e l’artista è protagonista della propria arte e del proprio essere artista.

Restate in contatto, ne vedremo delle belle.

Leggi anche:
Arte irregolare, non chiamatela terapia
Arte e cambiamento climatico
Memoria Futura, IV Festival dell’OUTSIDER ART e dell’ARTE IRREGOLARE

Immagine: opera di Augustine Noula, Collettivo Artisti Bolognesi

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L’Andropausa non esiste! (Infografica)

People For Planet - Gio, 10/17/2019 - 07:14

Diceva Ippocrate nel IV secolo a.C.: “Tutte le parti del corpo che hanno una funzione, se usate con moderazione ed esercitate nell’attività alla quale sono deputate, diventano più sane, ben sviluppate ed invecchieranno più lentamente; ma se non saranno usate e lasciate inattive, queste diventeranno facili ad ammalarsi, difettose nella crescita ed invecchieranno precocemente”.

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

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