Gela Le Radici del Futuro

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Aggiornato: 2 ore 16 min fa

Il successo della Web serie “Italia Gela Sicilia” mentre è in preparazione la seconda stagione

Gio, 10/03/2019 - 15:38

La web serie Italia Sicilia Gela sta riscuotendo uno straordinario successo internazionale: ha già vinto il Sicily Web Fest (Ustica, Italia) ed Next Short Film Festival (Calcutta, India).
Inoltre è stata selezionata per i festival di Hollywood, Seul, Londra, Amsterdam, Copenaghen, Bilbao.
Finora ha raggiunto oltre 500.000 visualizzazioni portando nel mondo l’immagine delle bellezze di Gela e l’impegno di tanti cittadini per la sua valorizzazione.
Prodotta da Jacopo Fo srl (Gruppo Atlantide) con la regia di Iacopo Patierno, si inserisce nel progetto di promozione turistica, artistica e culturale Gela le Radici del Futuro realizzato con il sostegno di Eni e il patrocinio del Comune di Gela.
Sul sito del progetto www.gelaleradicidelfuturo.it è possibile vederla integralmente.
Dopo il successo della prima stagione, è in corso di preparazione una seconda stagione della web serie le cui riprese termineranno entro la fine dell’anno.
La prima stagione di Italia Sicilia Gela racconta in 7 episodi Gela attraverso la voce di altrettanti protagonisti che ne danno uno spaccato inconsueto rispetto alla percezione che se ne ha comunemente, rivelando assieme ai suoi problemi le straordinarie bellezze e potenzialità che racchiude.
Una storia che parla di una città in particolare, Gela, ma ben rappresenta simbolicamente la Sicilia nel suo insieme e tutta l’Italia, combattuta tra difficoltà ed enormi opportunità.
Nel primo episodio si racconta la storia di don Lino Di Dio che ha creato la Casa della Misericordia, una grande macchina di solidarietà.
A seguire riflettori sul mare la grande risorsa di Gela con la storia di Elisa che è rimasta in città costruendo il suo lavoro attorno allo stabilimento balneare.
Poi la storia di Sandra che da 7 anni è organizzatrice del Kite Festival del Golfo, un evento che porta in città sportivi di tutto il mondo.
Nel quarto episodio c’è Silvia con le sue immersioni subacquee nella zona di Manfria, alla scoperta, magari, di nuovi reperti archeologici e nel successivo episodio Giuseppe che narra la storia antica è bellissima di Gela fondata dai Greci.
Con Francesco, musicista per passatempo, grafico pubblicitario di professione la scena si sposta sugli anni bui della guerra di mafia e su come oggi Gela sia cambiata.
Ed infine Dalila e Tiberio raccontano la storia del quartiere Macchitella fondato negli anni Sessanta da Eni per dare casa agli operai dello stabilimento voluto da Enrizo Mattei.

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Chiesa San Francesco d’Assisi

Mar, 10/01/2019 - 19:28

Vicino al palazzo municipale si erge la Chiesa San Francesco d’Assisi. Edificata nel 1499 dai resti una vecchia chiesa, a causa della sua vetustità, nel 1615 fu in parte diroccata e ricostruita intorno al 1659, da un gruppo di artigiani locali e all’interno decorata da artisti che all’epoca erano molto rinomati in Sicilia.

La Chiesa ha due ingressi: uno con scalinata ad ovest che dà sulla piazzetta del municipio, con portale in elegante stile settecentesco. L’ingresso laterale è invece, in via Donizetti.

Priva di una torre campanaria, dispone di quattro campane suonate con sistema elettronico automatico.

E’ ad unica navata e al suo interno, in stile tardo barocco, conserva statue lignee del 1700 (S. Michele Arcangelo, un Crocifisso, il Sacro cuore di Gesù, Sant’Antonio da Padova, San Francesco d’Assisi) e diversi antichi dipinti del 1600 e 1700 di famosi pittori.

La tela “Il Martirio di Sant’Orsola” è del Paladino, il dipinto “La vita di San Francesco” è dello Zoppo di Gangi e la “Deposizione del 1768” appartiene a Vito d’Anna.

Un’altra importante opera è l’acquasantiera di marmo attribuita a uno dei Gagini è del XVI secolo.

Ma ciò che più affascina di questa struttura è sicuramente il caratteristico soffitto a cassettoni in legno, celeste e con borchie dorate, risalente al 1500.

La Chiesa è dedicata al culto della Immacolata Concezione, festa che viene celebrata l’8 dicembre e che richiama molti devoti.

Di recente sono venuti alla luce, grazie ai restauri, sotto il pavimento, diversi affreschi, sepolture gentilizie e sugli stucchi e che decorano gli altari e le pareti, antiche dorature.

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La colazione dei ragazzi di allora

Mar, 10/01/2019 - 18:43

La colazione dei ragazzi di allora, prima di giungere a scuola, era ben diversa da quella di oggi che è perlopiù composta da biscotti, merendine zuccherate, torte o cereali.

La colazione di una volta era sicuramente più genuina e salutare.

I ragazzi che andavano nella scuola Santa Maria di Gesù, nel mese di ottobre, solitamente compravano i “mbriacotti” da accompagnare col pane: era un piattino di corbezzoli dal cui succo si produceva un liquido che faceva “ubriacare”.

Il corbezzolo è una pianta tipica della macchia mediterranea che cresce spontaneamente proprio nella pianura di Gela.

Le mattine d’inverno i ragazzini andavano in giro con delle ciotole in cui c’era il pane sminuzzato per andare a comprare a “ricuttedda” o a “roba cotta”.

Interessante era la procedura davvero particolare, con cui si otteneva “a tuma” .

I pastori mungevano le capre e le pecore, poi mettevano il latte in un recipiente, lo colavano e versavano nella “ quarara” e poi una volta messa sul fuoco, vi si aggiungeva e si faceva sciogliere, il “ caglio” (ingrediente fondamentale nei formaggi)con un arnese. Infine si metteva tutto nella “ vascedda”( vaschetta).

Un altro tipo di formaggio era “ a lacciata” cioè un mix di siero e latte, riposto nella “ quarara”  sul fuoco, insieme ad altro latte. Si girava il liquido con una canna detta “ a curina” e così si faceva salire la ricotta: una parte si metteva nelle “ cavagne” e una parte col siero veniva messa su pezzetti di pane nelle ciotole dei ragazzi che cosi’ facevano una calda colazione.

Altri di loro preferivano andare dal macellaio che cuoceva la trippa nella quarara. Al brodo della trippa si aggiungevano pezzi di interiora nelle ciotole per averere la “ roba cotta”.

Si ringrazia il sito Gela città di mare per alcune foto.

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La leggenda del Castelluccio

Mar, 10/01/2019 - 18:19

La Leggenda del Castelluccio di Gela parla di una bellissima castellana dalla lunga chioma nera che attirava tutti i passanti e i contadini con i suoi canti melodiosi.

Si narra che la bella castellana fosse di corporatura esile, che indossava un meraviglioso manto blu e argento, truccata con uno strano rossetto verde, tanto verde che alcuni pensavano provenisse dalla sua bile. Era una figura dotata di fascino misterioso perché tanto bella quanto crudele, severa e intransigente con i servitori, ambigua, sfuggente.

Durante le sue giornate si occupava della servitù e si prendeva cura dei cavalli.

Tanti uomini erano attratti dalla sua bellezza e dalla sua voce, ma chiunque tentava di avvicinarsi, poi scompariva nel nulla.

Chi doveva discutere di affari con lei, inviava i messaggi con i piccioni. Ma anche quelli non facevano più ritorno.

Alcuni raccontano di aver visto di notte un cavaliere con l’armatura, aggirarsi intorno alla fortezza, per poi scomparire nella oscurità.

Questi strani eventi mettevano certamente paura ai numerosi viandanti che, spesso, evitavano di avvicinarsi troppo al castello.

Si racconta anche che fra quelle mura secolari del castello vi fossero dei fantasmi e ombre.

Si dice inoltre che ci fosse nascosto un tesoro ovvero “a travatura” ma finora nessuno è mai riuscito a trovarne traccia.

Non si sa se la Castellana sia veramente esistita in questo castello ma ciò che è vero è che all’interno del castello, ci sono dei tunnel sotterranei che lo collegano fin dentro la città di Gela.

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Il Palio dell’Alemanna a Gela

Sab, 08/31/2019 - 16:14

Sono diverse le tradizioni locali che ogni anno permettono di apprezzare e conoscere quelle che sono le radici storiche della città di Gela. Tali iniziative rientrano talvolta in un calendario religioso che spesso si limita alle sole funzioni ecclesiali, certo partecipate dai fedeli ma poco conosciute al di fuori dei confini comunali. Tali tradizioni vengono sempre più spesso dimenticate dai più giovani, nel rischio di perdere quelle che sono le nostre radici storiche.
La festa dell’Alemanna rientra tra quegli eventi che racchiudono in se l’identità storica della comunità in cui viviamo, un’icona che nei secoli ha saputo ispirare i fedeli.
Patrona della città sin dal 1693, l’icona mariana, di chiare origini medievali, viene festeggiata l’8 settembre.
Per tale occasione il Gruppo Archeologico Geloi, da un’idea di Giuseppe La Spina e Francesco d’Aleo, ha ideato la realizzazione del “Palio dell’Alemanna“, un’iniziativa che si prefigge di valorizzare la conoscenza di una fase storica forse sin troppo bistrattata, quella medievale, la quale risulta essere invece ricca di eventi importanti che vedono la nostra città diretta protagonista.

Pochi infatti sanno la nostra città, al momento della fondazione medievale di Eraclea (oggi Gela), può vantare tra i suoi “ecisti” l’Imperatore Federico II di Hohestaufen, per tanti lo stupor mundi.
Il “Palio dell’Alemanna“, intende dunque rievocare quei costumi e quelle radici che risultano essere ancora oggi intrisecamente connessi al nostro presente.

Tale iniziativa si prefigge di divenire un importante attrattore turistico essendo un evento ripetibile negli anni, essa offre inoltre l’opportunità di godere non solo dei festeggiamenti ma anche di una manifestazione rievocativa con costumi d’epoca, ricostruzioni storiche e cosa più importante, degli spazi dove poter degustare i prodotti tipici del nostro territorio.
Giochi e scenografie faranno da contorno, in un’atmosfera suggestiva che vedrà protagonista il nostro centro storico murato con la partecipazione attiva dei comuni limitrofi e dei gruppi di rievocazione storica, quali i Tamburi di Buccheri, i Milites Trinacriae, i Cavalieri di Putia, i Tamburi dell’Alemanna e gli Sbandieratori.

Un palio che si rispetti deve comprendere anche delle gare le quali debbono richiamare il più fedelmente possibile giochi del periodo storico di riferimento. Per tale motivo il Gruppo Archeologico Geloi propone la realizzazione di due tipologie di competizione:
1- Gara degli arcieri
2- Gara dei cavalieri

Le due competizioni si svolgeranno  presso il centro storico di Gela e coinvolgeranno decine di atleti provenienti da tutta Italia andando a determinare un richiamo straordinario per tutti quegli appassionati presenti sul territorio nazionale e all’estero. I

Idea dell’organizzazione è quella di coinvolgere i comitati di quartiere, così da creare una sana competizione che permetta anche il coinvolgimento dell’intera cittadinanza. Ogni quartiere aderente al palio avrà un proprio stendardo e propri colori da esibire sia nell’ambito della parata sia nell’ambito delle gare che verranno svolte. Ogni quartiere vincitore riceverà il “palio” che consiste nella custodia per un anno dello stendardo ufficiale del palio dell’Alemanna. Il quartiere vincitore potrà fregiare il Palio con il proprio stemma inserito nel retro assieme all’anno in cui lo stesso è risultato vincitore.

Avvicinare i giovani alle tradizioni e al recupero del nostro patrimonio culturale garantirebbe un futuro più roseo sotto diversi punti di vista. Il Palio vuole essere uno spunto, un’attrattiva che permetta ai giovani e non di trovare nuovi spunti e perché no, attivarsi per la nascita di nuovi gruppi locali che possano incentivare nuove iniziative nell’arco dell’anno.

Il Palio dell’Alemanna vuole essere un inizio, una pietra di fondazione essenziale per iniziare questo cammino per conoscere e apprezzare le nostre radici.

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Lo Stemma del Palio

Sab, 08/31/2019 - 15:50

Come nasce lo stemma del Palio dell’Alemanna, quali sono le sue origini ed il suo significato?
Lo stemma nasce dalla volontà di lasciare un segno indelebile del Palio, una traccia storica di ciò che vuole essere un evento cittadino partecipato e condiviso, un richiamo a ciò che la tradizione ci ha tramandato e che occorre mantenere e valorizzare. Il logo prevede quattro partiture in cui ritroviamo:
1- Lo stemma della città di Gela, di antichissima origine, esso viene fatto risalire alla fondazione federiciana e vede un’aquila poggiante su due colonne doriche su uno sfondo rosso cremisi.
2- L’icona bizantineggiante della Madonna dell’Alemanna, un dipinto risalente probabilmente al tardo medioevo.
3- La Croce teutonica a cui il palio si ispira e che richiama sia alla figura di Federico II di Hohenstaufen sia all’icona Mariana.
4- L’icona di Federico II, Imperatore del sacro Romano Impero, Re di Sicilia e fondatore della città medievale di Eraclea (oggi Gela)
Lo stemma risulta inoltre decorato da foglie di acanto sovrastato nella parte superiore da un’aquila imperiale.
Il nastro bianco con bordi granata fa da cornice alla scritta “Palio Alemanna Gela”.
In basso il numero romano MMXVI segna l’anno ella prima edizione del Palio.
La realizzazione dello stemma è opera del grafico Francesco d’Aleo, socio del Gruppo Archeologico Geloi.

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La web serie “Italia Sicilia Gela” vince al Sicily Web Fest!

Lun, 08/12/2019 - 16:13

La web serie “Italia Sicilia Gela” ha vinto il Premio del Pubblico al Sicily Web Fest 2019, il festival mondiale delle web serie che si è  appena tenuto a Ustica. Il premio è stato ricevuto dal regista della web serie Iacopo Patierno.

Qui una intervista al regista rilasciata prima della comunicazione del premio https://www.facebook.com/1234344563321067/posts/2342625549159624/

Italia Sicilia Gela è alla prima stagione, attualmente sono in corso le riprese per la seconda stagione. Si inserisce nel progetto www.gelaleradicidelfuturo.it, realizzato da Jacopo Fo srl (Gruppo  Atlantide) con il sostegno di Eni e il patrocinio del Comune di Gela.

La web serie è stata selezionata tra le finaliste anche dai festival di  Bilbao, Seul, Copenaghen, Londra, Amsterdam e Hollywood che si
svolgeranno nei prossimi mesi.

Per vedere le puntate della web serie
https://www.gelaleradicidelfuturo.com/web-serie/

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Al via l’international Archeo Camp 2019

Gio, 08/01/2019 - 17:18

Il 20 Luglio a Gela studenti spagnoli, portoghesi e brasiliani, in visita al centro storico di Gela, museo archeologico, bagni greci e Gela in miniatura, hanno potuto apprezzare i nostri beni inestimabili, grazie all’iniziativa denominata INTERNATIONAL ARCHEO-CAMP 2019 che vede coinvolte le Università di Malaga, Cadice e Coimbra, il Mediterranean Centre of Studies (MICOS) ed il Gruppo Archeologico Geloi.

L’attività è sostenuta da un progetto CE (Erasmus), ENI, Università, YOUTH CITY FACTORY, MICOS. Partner del progetto Regione Siciliana assessorato BB.II.SS., Soprintendenza BB.CC. di Caltanissetta, Polo Museale di Gela e Comune di Gela.
Il 30 Luglio è iniziato ufficialmente l’ARCHEO CAMP e terminirá il 7 Settembre, una delle iniziative di grande valore culturale nell’ambito del progetto #youthcityfactory

Un’esperienza di formazione a breve termine dove archeologi , studenti in archeologia e volontari , sono chiamati a mettere a disposizione le propie capacità per svolgere attività di studio, ricerca ma anche recupero del patrimonio storico a Gela.

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Addio ad Andrea Camilleri: successo, vita ed entusiasmo

Mer, 07/17/2019 - 14:15
Lezioni di vita dall’inventore di Montalbano

Dalla stampa nazionale:

ANDREA CAMILLERI, 1925-2019. Dialetto e umanità: così lo hanno capito tutti. Andrea Camilleri, il successo arrivato a 67 anni e i libri in 120 lingue: “dialetto per diletto” e umanità, così si è fatto capire in tutto il mondo.

Con lo scrittore siciliano se ne va una delle stelle di riferimento della letteratura contemporanea che da direttore di produzione in Rai fu “scoperto” all’età della pensione da Sellerio, arrivando a vendere oltre 10 milioni di copie. Con il suo “vigatese” (lingua pittoresca e standardizzata) è riuscito a farsi capire da chiunque, con il suo eloquio ipnotico ha vissuto una terza giovinezza nel suo agire pubblico e politico, da uomo di sinistra Camilleri sono.

Andrea Camilleri è morto. Avrebbe compiuto 94 anni il prossimo settembre. Se ne va una delle più popolari e maestose stelle della letteratura contemporanea, tradotta in 120 lingue, venduta in oltre 30 milioni di copie. Uno scrittore che con quel “dialetto per diletto” usato per il suo commissario Montalbano è diventato una pietra miliare della scrittura italiana. La lingua della propria regione trasformata in passepartout nazionale.

Il “vigatese”, dialetto standardizzato e italianizzato, proverbiale, pittoresco e continuamente spiegato. Con quei verbi appuntiti, gli aggettivi e sostantivi irruviditi, il miracolo linguistico Camilleri – il suo “italiano bastardo”, quel “flusso di un suono” – si è fatto case-study espressivo unico, prepotente e innegabile. Ben oltre la Ferrante-mania o le radicali genialità stilistiche di un Gadda. Camilleri si è fatto capire da chiunque. E parafrasando clandestinamente Alberto Moravia “abbiamo perso prima di tutto un romanziere, e di romanzieri ne nascono solo tre o quattro in un secolo”. Poi c’è l’invenzione del personaggio letterario. E qui forse c’è un pizzico in più di casualità nel successo che di furbesca premeditazione. Salvo Montalbano, commissario come Maigret, con una “o” aggiunta in omaggio al grande Manuel Vazquez Montalban e al suo Pepe Carvalho, omo di ciriveddro e d’intuito, è una figura cesellata a tutto tondo, alquanto burbero e spigoloso, con un passato che i lettori hanno imparato a scoprire pagina dopo pagina. Nulla di eccezionale, ma tutto di superlativo. Complice il faccione calvo di Luca Zingaretti in tv, e la regolarità con cui Camilleri e la sua saga edita da Sellerio hanno trascinato verso i piani alti delle vendite il giallo, Montalbano ha assunto il valore di archetipo letterario in mezzo ad un profluvio di epigoni più o meno maldestri, più o meno scopiazzati. Continua a leggere (Fonte: ILFATTOQUOTIDIANO.IT di Davide Turrini)

  • LE DUE GRANDI LEZIONI CHE ANDREA CAMILLERI RICEVETTE IN VITA. La prima grande lezione che Camilleri ha ricevuto nella sua vita risale al 1949, precisamente quando stava sostenendo l’esame di ingresso per entrare come allievo regista all’Accademia di Arte Drammatica di Roma. Lo scrittore racconta la storia con la sua voce calda e da fumatore accanito, spiegandoci e raccontandoci, parola dopo parola, la situazione. Dopo le due ore e mezza previste dalla prova, il giovane Camilleri consegna il compito e il maestro di regia Orazio Costa, dandogli la mano gli dice “Sappia che io non condivido nulla di ciò che ha scritto e detto in queste due ore. Arrivederla.

Di conseguenza, lo scrittore convinto di non essere stato ammesso, lascia l’alberguccio in cui alloggiava per andare a casa di un suo amico e girare Roma.

Quando giunge il giorno della partenza, passa da quell’alberguccio per controllare se fosse arrivata della corrispondenza per lui: due sono le missive, la prima da parte di suo padre per avvertirlo che fosse stato ammesso all’Accademia e la seconda che lo avvisa del fatto che le lezioni erano cominciate da sei giorni. Così quando Andrea Camilleri si presenta a scuola il professore di regia Orazio Costa gli domanda perché fosse arrivato solo quel giorno e lo scrittore: “Perché pensavo che non sarei mai entrato dato che lei mi disse che non condivideva”. “Alt” interrompe il professore: non condividere non significa che le opinioni o le idee dell’altro sono sciocche. Ed ecco la prima grande lezione: ascoltare sempre fino in fondo le ragioni dell’altro, anche se non le si condivideContinua a leggere (Fonte: LIBRERIAMO.IT)

  • CAMILLERI ATTRAVERSO LE SUE FRASI. Andrea Camilleri non c’è più. Lo ricordiamo attraverso 10 sue frasi, testimonianza di impegno civile e di senso dell’humour.

«Era tradizioni ’n Sicilia che ogni delitto di mafia vinissi, in primisi, fatto passari come originato da ’na quistioni di corna.»

«Che paìsi era quello indove un deputato regionali, connannato in primo grado per aviri aiutato mafiosi, viniva promosso senatori?»

«I tri quarti di quelli che accattano i giornali, si leggino sulo i titoli che spisso, e questa è ’na bella usanza tutta taliàna, dicino ’na cosa opposta a quello che dici l’articolo.»

«L’artista è colui che ha una costante percezione alterata della realtà.»

«L’esecuzione dell’inno fascista significava, per gli avventori, l’obbligo di smettere di mangiare e di alzarsi in piedi.»

«Fin quando un personaggio non è in grado di alzarsi dalla pagina e cominciare a camminarmi per la stanza, quel personaggio, secondo me, ancora non è risolto.»Continua a leggere (Fonte: PEOPLEFORPLANET.IT di Bruno Patierno)

Fonte immagine STYLE24.IT

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Camilleri attraverso le sue frasi

Mer, 07/17/2019 - 11:57

Andrea Camilleri non c’è più. Lo ricordiamo attraverso 10 sue frasi, testimonianza di impegno civile e di senso dell’humour

«Era tradizioni ’n Sicilia che ogni delitto di mafia vinissi, in primisi, fatto passari come originato da ’na quistioni di corna.»

«Che paìsi era quello indove un deputato regionali, connannato in primo grado per aviri aiutato mafiosi, viniva promosso senatori?»

«I tri quarti di quelli che accattano i giornali, si leggino sulo i titoli che spisso, e questa è ’na bella usanza tutta taliàna, dicino ’na cosa opposta a quello che dici l’articolo.»

«L’artista è colui che ha una costante percezione alterata della realtà.»

«L’esecuzione dell’inno fascista significava, per gli avventori, l’obbligo di smettere di mangiare e di alzarsi in piedi.»

«Fin quando un personaggio non è in grado di alzarsi dalla pagina e cominciare a camminarmi per la stanza, quel personaggio, secondo me, ancora non è risolto.»

«Che paìsi era quello indove uno che era stato ministro e presidenti del consiglio ’na gran quantità di vote, aviva avuto riconosciuto in via definitiva, ma prescritto, il reato di collusione con la mafia e continuava a fari il senatore a vita?»

«Un autentico cretino, difficile a trovarsi in questi tempi in cui i cretini si camuffano da intelligenti.»

«In gioventù percepisci il tempo come un’entità astratta, nella maturità acquisti la nozione di un tempo in qualche modo collegato concretamente al tuo esistere, nella vecchiaia… Nella vecchiaia raggiungi la consapevolezza che il tempo è un flusso continuo che scorre al di fuori di te.»

«È il pensiero della morte che aiuta a vivere.»

Fonte articolo: https://www.peopleforplanet.it/camilleri-attraverso-le-sue-frasi/

Fonte immagine: www.flickr.com/

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Chiesa del Carmine

Mar, 07/16/2019 - 12:04

La Chiesa del Carmine di Gela, che si affaccia sull’antistante piazza Roma, è dedicata alla Madonna del Monte Carmelo e risale probabilmente al 500′.

Fu edificata assieme all’attiguo convento, dai PP. Carmelitani.

Essa presenta un’unica navata con campanile postero-laterale, dieci finestre laterali, sui cui vetri si trova istoriata una croce e otto cappelle con altari.

La torre campanaria ha una cuspide rivestita da mattonelle di maiolica.

In origine c’era il vecchio campanile a cupoletta danneggiato dall’ultima guerra.

L’architettura ella chiesa è semplice nello stile, con capitelli in stucco.

Sul pavimento della chiesa, dopo l’ingresso, vi è un riquadro con su scritto” CAN.ROSARIO DAMAGGIO FECE NEL 1938”.

Sul soffitto della navata si osservano due riquadri con decorazioni in stucco e una tela dove è raffigurata la scena della “ Tempesta sedata”.

Sul lato destro troviamo un’acquasantiera di marmo del 1571, con vasca sul cui bordo vi è raffigurato lo stemma dei carmelitani.

Negli interni dell’edificio religioso esistono diverse pale dipinte del 1700.

Sul lato destro: i dipinti “i Santi Carmelitani e “ San Giuseppe” e le statue di San Rocco e della Madonna del Carmine.

Tra la terza e la quarta cappella, un pulpito in legno realizzato da Baldassare Accomando, artista locale.

Sul lato sinistro: i dipinti “Martirio di San Lorenzo “ e “ L’Annunziata” e poi la statua  cuore di Gesù.

E’ particolare un dipinto su tavola, su fondo oro, della Crocifissione (forse l’opera d’arte più pregiata della chiesa), raffigurante Cristo in croce, la Madonna e San Giovanni. Questa tavola veniva usata per chiudere la custodia del Crocifisso di carta pesta.

Vi è poi un organo del 1917 con 9 registri e infine una statua del XV secolo in cartapesta del Crocifisso, nella cappella centrale.

La storia miracolosa del Crocifisso

Il Crocifisso è in stile bizantino, dipinto in nero ebano, adagiato su uno strato di bambagia, in un tabernacolo di legno con cornice dorata.

Nel 1602 si dice, cominciò a trasudare sangue e acqua per cinque giorni.

L’evento stupì tutti ed ebbe talmente tanto clamore che richiamò i religiosi e laici di tutta la Sicilia. Per accertarsi che l’evento accaduto fosse reale, si decise di appoggiare la statua su di un letto di cotone e chiuderlo in una stanza.

Dopo qualche giorno si vide che il cotone era inzuppato di sangue.

E’ per questo motivo che è tuttora ritenuto dalla popolazione gelese, un simulacro miracoloso e venne allora eletto patrono della città.

Oggi continua ad essere oggetto di venerazione ed è celebrato l’11 gennaio.

Sotto tale statua vi è un dipinto con cornice a raggera che raffigura L’Addolorata, mentre ai lati si notano due angioletti in legno dorato. Sulla volta della cappella vi sono affreschi che raffigurano lo Spirito Santo, angeli, l’apparizione della Madonna del Carmine al papa Onorio III, e infine l’apparizione della Madonna a San Simone Stock. Sul pavimento vi è un riquadro raffigurante lo stemma dei carmelitani, un monte con la croce e tre stelle.

Al lato sud della chiesa, c’è un giardinetto.

Si ringrazia Cerniglia per le foto.

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Quadro Madonna d’Alemanna

Mar, 07/16/2019 - 11:51

L’ 8 Settembre a Gela , si celebra la Madonna dell’Alemanna, patrona della città a partire da quando nel 1450 è stato trovato un quadro che raffigurava la Madonna in stile bizantino. Nel punto esatto del ritrovamento fu innalzata in suo onore una chiesa chiamata Santuario di Maria SS. Dell’Alemanna.

L’icona bizantina fu portata a Gela dai Cavalieri dell’ordine Teutonico i quali hanno da sempre praticato il culto in onore di Maria SS.D’Alemanna.

I racconti popolari tramandati di generazione in generazione parlano del rinvenimento del quadro raffigurante Maria SS.d’Alemanna come di un evento miracoloso.

La storia del ritrovamento miracoloso del quadro dell’Alemanna comincia Intorno al 1476, quando un contadino, mentre arava la terra come di consueto,

si accorse che i suoi buoi facevano fatica ad andare avanti e si fermavano.

Il contadino, pensando che sotto il terreno c’era qualche ostacolo da rimuovere, si mise a scavare in fretta, fin quando scorse con sorpresa che in realtà le sue mani cominciavano a tirar fuori una tavola dipinta raffnigurante l’effige della Beata Vergine.

Quando il contadino estrasse dal terreno l’intero quadro, si accorse che i due buoi si inginocchiarono.

Questa tavola fu sotterrata in quel punto dai Cavalieri Teutonici durante le incursioni saracene, nei secoli XIV e XV in una buca vicino l’altare dell’antica chiesetta omonima.

La Madonna dell’Alemanna è diventata così la patrona della città perché i gelesi attribuiscono ad essa due avvenimenti significativi: lo scampato pericolo dal terremoto del 1693 e l’incolumità durante il violento bombardamento navale del 10 luglio 1943.

 

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Come veniva coltivato il cotone?

Mar, 07/16/2019 - 11:45

La coltura del cotone in molte aree della Sicilia, in passato, era in forte sviluppo. Nel 1957 la si praticava su una superfice totale di quasi 35.000 ettari, di cui 14.500 nell’agrigentino ed il resto quasi completamente nella piana di Gela.

Proprio la cittadina nissena, durante la guerra di secessione americana, ospitò le prime piantagioni dell’isola; nel 1864 le distese di cotone superavano i 12.000 ettari, e non pochi produttori gelesi esportavano il prodotto sino a Malta.

Non per nulla Gela venne denominata “la madre del cotone in Italia”.

Dopo una prima crisi produttiva tra le due guerre mondiali, la breve epopea del cotone siciliano – complice la diffusione delle fibre sintetiche – si avviò verso il tramonto agli inizi degli anni Sessanta.

Fu in quel periodo che il ‘Cotonificio Siciliano’ chiuse i battenti, relegando questa lavorazione industriale negli archivi della storia manifatturiera dell’isola.

Oggi, l’unica testimonianza dell’epopea del cotone siciliano è affidata ai relitti di alcune attrezzature di lavoro, tristemente abbandonate.

Ma vediamo quali erano le procedure che portavano alla faticosa lavorazione del cotone.

Si cominciava il mese di febbraio, primi di marzo, con ripetute arature sul terreno destinato alla semina del cotone. I sacchi che contenevano i semi di cotone venivano messi a bagno nell’acqua per quattro ore e poi ricoperti con un telo, così se ne manteneva la temperatura nella fase di fermentazione.

I semi venivano messi a dimora in fossette profonde di 12 centimetri e tra di loro distanti circa 40 centimetri.

La raccolta veniva effettuata quando il cotone era bene maturo, cioè verso la fine del mese di agosto, inizio settembre.

File di uomini si recavano in campagna e procedevano per raccogliere il cotone alle tre del mattino (per poter lavorare meglio) tenendo legata la cintola al sacco e spogliando le piante dai candidi e morbidissimi fiocchi che sbucavano dalle capsule dischiuse.

I braccianti agricoli cercavano di riempire i sacchi il più possibile per poter guadagnare di più ma il massimo che potevano riempire era un quintale.

Il cotone che dopo il raccolto ha troppa umidità per essere immagazzinato, doveva essere steso al sole in sottili strati spesso rivoltati sopra superfici non terrose.

I proprietari consegnavano il raccolto all’ ammasso obbligatorio, dove oltre ad essere pesato, veniva anche esaminato e classificato secondo le quattro categorie qualitative, dall’ispettore provinciale dell’agricoltura.

Otto stabilimenti con un complesso di circa duecento macchine sgranatrici, eliminavano quindi i semi, ulteriore materia prima per l’estrazione di un ottimo olio.

Gela vantava ben tredici opifici e stabilimenti per la sgranatura del cotone che qui elenchiamo:

1) Società Cotoniere Siciliana

2) Mulino Tutti i Santi

3) Mulino Gela

4) Ente Fibre Tessili

5) Mulino Pinta

6) Opificio Liardi

7) Opificio Psaila

8) Opificio Favitta

9) Opificio Tanturella

10) Opificio Bresmes

11) Mulino Pellegrino

12) Opificio SILDA

13) Opificio Baiocchi

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