CuoreBasilicata

Abbonamento a feed CuoreBasilicata CuoreBasilicata
Cultura | Natura | Gusto
Aggiornato: 2 min 12 sec fa

Ciambotta

Lun, 06/17/2019 - 18:38
Livello di difficoltà: MEDIOCosto: MEDIOTipologia: CONTORNI, RICETTE TRADIZIONALIINGREDIENTI
  • 500 g di peperoni rossi e gialli
  • 500 g di patate
  • 2 melanzane
  • 2 zucchine
  • 1 cipolla
  • 300 g di pomodori maturi
  • olio extravergine di oliva q.b.
  • 1 costa di sedano
  • foglie di basilico q.b.
  • sale q.b.
  • una pagnotta da 2 kg
PREPARAZIONE

Lavate le melanzane, poi tagliatele a dadini. Per eliminare il loro caratteristico sapore amarognolo, cospargetele di sale e attendete che rilascino l’acqua per un tempo di 15-20 minuti; dopodiché risciacquate.

Lavate e pulite le patate, quindi tagliatele a tocchetti. Stesso procedimento per le zucchine.

Lavate e tagliate i pomodori.

Tagliate e private dei semi i vostri peperoni.

Affettate la cipolla e lasciatela soffriggere (in una padella abbastanza capiente) con il sedano tagliato a rondelle e abbondante olio EVO. A questo punto nella stessa padella aggiungete le melanzane, le patate, le zucchine, i pomodori e qualche foglia di basilico. Coprite con un coperchio e lasciate cuocere a fuoco basso per circa 30 minuti.

I peperoni dovranno essere aggiunti alle altre verdure soltanto a metà cottura per evitare che si sfaldino troppo.

Regolate di sale e rimestate di tanto in tanto durante la cottura.

Infine tagliate orizzontalmente il pane nella parte superiore e privatelo totalmente della mollica interna, in modo da creare un contenitore dove poi inserirete le verdure ancora calde. Dopo un’ora il pane avrà assorbito interamente i sapori e gli aromi del ripieno; la ciambotta sarà quindi pronta per essere consumata.

CURIOSITÀ

La ciambotta lucana è una preparazione di origine contadina composta da verdure tipiche del periodo estivo. Un tempo i contadini e i pastori portavano con sé questo stufato di verdure all’interno di una pagnotta di pane (usata come un vero e proprio contenitore oltre che come accompagnamento) per poi consumarlo fuori casa durante le lunghe giornate di lavoro.

Una variante molto diffusa in Basilicata prevede l’aggiunta di salsiccia stagionata e uova.

Categorie: Altri blog

Tagliolini dell’Ascensione

Sab, 06/01/2019 - 11:34
Livello di difficoltà: BASSOCosto: BASSOTipologia: PRIMI PIATTI, RICETTE TRADIZIONALIINGREDIENTI

Per la pasta:

  • 300 g di farina di grano duro
  • 3 uova
  • sale q.b.

Per il liquido di cottura:

  • 1 l di latte di capra (in alternativa latte vaccino)
  • 4 bicchieri di acqua
  • 50 g di zucchero
  • cannella q.b.
PREPARAZIONE

Disponete la farina a fontana e inserite le uova (già sbattute), un pizzico di sale e dell’acqua poco alla volta. Lavorate fino a ottenere un impasto liscio ed omogeneo.

Lasciate riposare la pasta per circa mezz’ora. Dopodiché preparate la sfoglia e con l’aiuto di una macchina per la pasta create delle strisce di 2-3 mm (capellini).

In una pentola per la pasta versate il latte di capra (o vaccino) e l’acqua. Una volta raggiunto il bollore, aggiungete i tagliolini e lasciate cuocere per qualche minuto.

Una volta cotti, impiattate i tagliolini insieme al vostro brodo di cottura e spolverate con lo zucchero e la cannella. Amalgamate per bene e lasciate intiepidire prima di gustarli.

Se preferite un piatto più brodoso basterà aumentare la quantità di latte nel liquido di cottura.

CURIOSITÀ

Si tratta di un antichissimo piatto della tradizione culinaria della Basilicata, preparato in occasione della festività Cristiana dell’Ascensione. In questa giornata i pastori distribuivano gratuitamente il loro latte ai propri compaesani per via della credenza diffusa che cagliare il latte, o addirittura tenere anche una sola goccia per sé, avrebbe causato la sterilità degli animali.

Categorie: Altri blog

La leggenda di Bianca Capano

Sab, 06/01/2019 - 10:54

Quando sono i secoli a trascorrere, diviene difficile tratteggiare con certezza il confine tra la Storia e la sua versione edulcorata, tramandata dalle folle per rendere eroico e meno banale (oggi diremmo più cinematografico) il proprio passaggio nel mondo.

Dalla Marsico Nuovo del XVI secolo, ad esempio, si tramanda una vicenda che non sfigurerebbe in un colossal di Mel Gibson.

I Sanseverino conti di Marsico

La città di Marsico fu all’epoca contea normanna del Regno di Sicilia, in mano alla famiglia Sanseverino. Su una bassa collina in contrada San Giovanni si possono difatti ancora fotografare i ruderi dell’antico castello, ove l’intera vicenda ebbe luogo.

Marsico visse anni bui sotto il dominio dei Sanseverino, ostili alla propria gente e dichiarati avversari della famiglia Capano, nobili del popolo, il cui più illustre esponente fu il giureconsulto Alessandro.
Amico e protetto del viceré di Napoli, egli costrinse il conte Ferrante Sanseverino, incapace di averne altrimenti la meglio, a far valere diversamente il proprio potere: quando Alessandro annunciò le nozze della figlia Bianca con un nobile napoletano, egli ne approfittò ripristinando lo ius primæ noctis.

Lo ius primæ noctis: Storia o leggenda?

Il leggendario “diritto della prima notte” dei feudatari su ogni novella sposa, che pare vigesse in epoca medievale, non è in realtà che un mito moderno, il più cinematografico di tutti i miti, se è vero che non se ne ha traccia documentata nella storiografia di quel periodo, né delle epoche immediatamente successive.
Ciò non esclude che alcuni nobiluomini potessero davvero avvalersi di una certa autorità nei confronti delle dame di casta intermedia, di fatto ancora indifese, e da ciò trarre il diritto di reclamare la proprietà sui loro corpi allorché di fatto non avessero ancora concepito o preso marito.

La ribellione

Fu pertanto in questa cornice che il conte Ferrante costrinse la ragazza a fargli visita nel vecchio castello, alla vigilia delle nozze.
La leggenda narra di come don Alessandro avesse sulle prime provato a opporsi, salvo essere trattenuto dalla volontà della figlia, che impose invece di difendere da sé l’onore proprio e di quante avessero già patito in silenzio la stessa ingiustizia – liberando alfine, una volta per tutte, Marsico dalla tirannia.

Quando fu al cospetto del conte ella lo pugnalò, mettendolo in fuga e ponendo di fatto fine alla sua egemonia, acclamata dal popolo festante e dalle altre future spose finalmente liberate.

La liberazione

La Storia racconta d’altra parte come Ferrante, ultimo conte di Marsico, entrò proprio allora in contrasto col viceré, da cui fu esiliato, e ogni suo feudo fu messo all’asta.
Correva l’anno 1552, se qualcosa di certo è rimasto in tutta questa vicenda.

A noi piace però ripensare al tentativo di riscattare un intero popolo da parte di chi ne fosse ancora parte, un’eroina poi scordata dai libri di Storia eppure ancora parte della memoria e dell’indole di ogni lucano: a ricordare anche questo, forse, serve oggi la leggenda di Bianca Capano.

Categorie: Altri blog

Frittelle zuccherate

Sab, 05/25/2019 - 15:53
Livello di difficoltà: BASSOCosto: BASSOTipologia: DOLCI TRADIZIONALIINGREDIENTI

Per l’impasto:

  • 500 g di farina
  • 500 g di patate
  • 50 g di zucchero
  • 100 ml di olio extravergine di oliva
  • 3 uova
  • una bustina di lievito di birra
  • scorza di ½ limone grattugiata
  • 1 bicchiere di latte tiepido

Per guarnire:

  • zucchero semolato q.b.
PREPARAZIONE

Sbattete le uova e, a parte, sciogliete il lievito di birra nel bicchiere di latte tiepido. Lessate le patate e schiacciatele.

Portate tutti gli ingredienti su una spianatoia e lavorate fino a quando l’impasto risulterà liscio e omogeneo. A questo punto lasciate lievitare l’impasto per circa un’ora, coprendolo con un panno.

Quando l’impasto avrà raddoppiato il suo volume, prelevate dei pezzi per creare dei cilindri che andrete a richiudere su sé stessi. Una volta pronte tutte le ciambelle, lasciatele riposare ulteriormente per 30 minuti circa.

Mettete la padella sul fuoco, versatevi l’olio di semi e, quando è a temperatura, friggete le ciambelle un po’ alla volta.

Quando avranno assunto una colorazione dorata, scolatele dall’olio (aiutandovi con una schiumarola) e cospargetele con zucchero semolato fino a ricoprire l’intera superficie.

CURIOSITÀ

Molteplici sono i termini dialettali con cui, a seconda dell’area, vengono chiamate queste gustose frittelle lucane ricoperte di zucchero (“zeppole”, “crispedd”, “ruosp” ecc.) che vengono preparate principalmente in occasione delle festività natalizie e durante periodo di Carnevale.

Categorie: Altri blog

La “Cuccìa”

Dom, 05/19/2019 - 11:08
Livello di difficoltà: BASSOCosto: BASSOTipologia: CONTORNI, ZUPPE, RICETTE TRADIZIONALIINGREDIENTI
  • 100 g di grano tenero
  • 100 g di fagioli
  • 100 g di mais
  • 1 spicchio d’aglio
  • 1 cucchiaio di polvere di peperone “crusco”
  • olio extravergine di oliva q.b.
  • sale q.b.
PREPARAZIONE

Lasciate il grano, i fagioli e il mais a bagno per 12 ore in recipienti separati.

In una grossa pentola colma d’acqua, mettete a cuocere a fuoco lento il grano per circa un’ora e mezza. Fate la stessa cosa per il granoturco, che farete cuocere per circa 45 minuti, e i fagioli per 40 minuti. Durante la cottura, aggiungete del sale e dell’acqua calda se necessario.

In una padella fate soffriggere per qualche minuto la polvere di peperone “crusco” con l’olio, il sale e l’aglio tritato. Aggiungete nella padella con il soffritto il grano, i fagioli e il mais. Lasciate insaporire la zuppa a fuoco basso, per circa 5 minuti.

Servite la cuccìa ancora calda e condite con un filo d’olio extravergine di oliva.

CURIOSITÀ

La “cuccìa” (o “grano dei morti”) è un’antichissima preparazione diffusa in quasi tutto il bacino del Mediterraneo e diversi paesi dell’Europa orientale. Il termine deriva dal greco τα κοκκια, ovvero i grani, i granuli. Nell’antica Grecia infatti era consuetudine preparare pietanze composte da grandi quantitativi di semi in occasione di particolari rituali dedicati alla commemorazione dei defunti.
I semi contenuti nella ricetta possiedono il significato simbolico della rinascita e dell’affermazione della luce sull’oscurità.

Secondo una tradizione lucana, la sera del 12 dicembre ogni famiglia prepara la cuccìa, affinché durante la notte Santa Lucia possa imprimere il suo segno su di essa; il giorno successivo il piatto viene condiviso con amici e parenti.

Categorie: Altri blog

Pasta di “Mischiglio”

Dom, 05/12/2019 - 11:15
Livello di difficoltà: BASSOCosto: MEDIOTipologia: PRIMI PIATTI, PASTA TRADIZIONALEINGREDIENTI

Per la pasta:

  • 50 g di farina di fave
  • 50 g di farina di ceci
  • 50 g di farina di orzo
  • 100 g di farina di semola di grano duro
  • 100 g di farina di grano tenero
  • sale q.b.

Per il condimento:

  • 500 g di pomodori pelati
  • 50 g di cacioricotta grattugiato
  • mezza cipolla a fettine
  • 1 spicchio d’aglio
  • 1 foglia d’alloro
  • olio q.b.
PREPARAZIONE

Per prima cosa, impastate tutte le farine aggiungendo del sale e dell’acqua poco alla volta. Una volta ottenuto un impasto liscio ed elastico lasciate riposare per circa 10 minuti.

Stendete la pasta e create tanti bastoncini lunghi 4 cm che andrete a schiacciare con tre dita (indice, medio e anulare) esercitando una leggera pressione e contemporaneamente trascinando verso di voi. Ricaverete così la tradizionale pasta lucana nota come strascinati”.

Nel frattempo preparate un soffritto con aglio, olio, una foglia di alloro, la cipolla tagliata a fettine, pomodori pelati ed un pizzico di sale. Lasciate cuocere cercando di non far restringere di molto il sugo. Trascorso qualche minuto spegnete.

A questo punto cuocete la pasta per una decina di minuti in abbondante acqua salata. A cottura ultimata scolate e mescolate con il sugo preparato in precedenza.

Impiattate e cospargete con del cacioricotta grattugiato.

CURIOSITÀ

La pasta di “mischiglio” è un’antica tipologia di pasta lucana, prodotta “mischiando” appunto la farina di fave con quella di ceci, orzo e semola. Secondo alcune ricerche storiche sembra che questa pasta venisse già consumata verso la fine del XVI secolo dai nobili della Contea di Chiaromonte e dei marchesati di Fardella, Calvera e Teana.

Categorie: Altri blog

La principessa Aurora

Lun, 05/06/2019 - 15:41

L’idilliaco sbalordimento offerto dall’incantevolezza dei luoghi della Lucania può lasciar traccia non solo negli occhi, ma, com’è talvolta avvenuto, anche tra le pagine della letteratura.

Fra i latori eccellenti di tale testimonianza non passa inosservato il personaggio della Principessa Aurora Sanseverino di Saponara.

I Sanseverino a Saponara

Sul finire del XVII sec., Saponara (l’odierna Grumento Nova) conservava ancora i fasti dell’antica città romana di Grumentum. Il borgo dominava la Val d’Agri e ne rappresentava uno dei centri più popolosi e il principale polo culturale.
Caratterizzato da un’economia ancora feudale, esso era fortificato da mura e raccolto attorno al Castello dei Sanseverino, una delle più illustri casate storiche d’Italia.

La giovinezza e i matrimoni

Aurora nacque il 28 aprile 1669 da Carlo Maria Sanseverino principe di Bisignano e conte di Saponara, e da Maria Fardella principessa di Pacecco.

Sin da bambina mostrò grande intelligenza e una spiccata predisposizione per le arti, dedicandosi presto allo studio di discipline quali il latino, la filosofia, la musica, la pittura, e soprattutto la poesia.

Sposò, a soli 11 anni e su pressione del padre, il conte Girolamo Acquaviva di Conversano, di cui restò presto vedova. Ciò la indusse a contrarre seconde nozze con Niccolò Gaetani dell’Aquila d’Aragona, a cui diede due figli.
L’evento fu celebrato con una fastosa cerimonia nel castello di Saponara, in occasione della quale fu inscenato un dramma pastorale intitolato Eliodoro.

Il mecenatismo

Dopo il matrimonio, si trasferì nella dimora del marito a Napoli, città caratterizzata all’epoca da un intenso fermento culturale. Qui ospitò poeti, musicisti e pittori, dando vita a un vivace cenacolo letterario ove confluirono i migliori artisti e poeti della città, e che assurse in breve a maggior centro culturale del Regno di Napoli.
Fu una attivissima mecenate e commissionò la musica delle sue commedie (in alcune delle quali recitò ella stessa) ai maggiori musicisti dell’epoca, tra cui Hendel e Cimarosa.

Aurora e l’Arcadia

Nel 1695 Aurora entrò nell’accademia dell’Arcadia, assumendo il nome di Lucinda Coritesia.
Il suo modo di far poesia fu pertanto quello tipico dell’Arcadia, che privilegiava l’uso del sonetto e della canzone, con un ritorno tematico alla semplicità naturale e pastorale: per Aurora i temi erano prevalentemente malinconici e avvolti in una sorta di sospirante sentimentalismo.

L’idillio rurale lucano come mito poetico

Ma la sua opera fu anche profondamente influenzata dal paesaggio rurale dell’entroterra lucano. Questi scenari incantati e irreali, tali da apparire dipinti, costituirono uno spunto fondamentale e uno sfondo pressoché perfetto per la narrazione di una natura idilliaca, di un mondo fiabesco, ricco, attraente benché vago, indefinito, lontano.
Il microcosmo poetico di Aurora non ammetteva riferimenti alla situazione storico-politica contemporanea e sembrava vivere del tutto avulso dal mondo esterno, in una sorta di sognante distacco dalla realtà.

Le pietre, i pascoli, le acque e le luci della valle costituivano così la materia prima con cui la poesia e i sogni stessi di Aurora erano costruiti, ma fu a sua volta lei, nel breve tempo della sua vita, a illuminare il mondo di cui avrebbe poi fatto poesia.

Categorie: Altri blog

Pane cotto

Sab, 05/04/2019 - 17:06
Livello di difficoltà: BASSOCosto: BASSOTipologia: PRIMI PIATTI, RICETTE TRADIZIONALIINGREDIENTI
  • 300 g di pane casereccio raffermo
  • 2 uova
  • ½ cipolla
  • peperoncino q.b.
  • 1 litro di acqua
  • qualche foglia di prezzemolo
  • olio extravergine di oliva q.b.
  • sale q.b.
PREPARAZIONE

In una padella capiente fate soffriggere l’olio con la cipolla e un pizzico di peperoncino.

Aggiungete quindi al soffritto circa 1 litro di acqua che porterete a bollore. A questo punto unitevi il prezzemolo, le uova (intere o sbattute) e del sale a piacimento.

In un piatto da zuppa sistemate le fette di pane raffermo, cospargetele con il brodo bollente e, infine, con un filo di olio extravergine di oliva.

CURIOSITÀ

Il tradizionale “pane cotto” lucano è un piatto d’altri tempi, nato dalla necessità dei contadini e della popolazione più povera di riutilizzare il pane raffermo insieme a prodotti facilmente reperibili come uova, verdure di campo, ecc… In questa maniera si evitavano inutili sprechi di cibo in tempi in cui moltissime persone non riuscivano a soddisfare il proprio fabbisogno nutrizionale giornaliero.

Categorie: Altri blog

Fave e cicoria selvatica

Dom, 04/28/2019 - 10:40
Livello di difficoltà: BASSOCosto: BASSOTipologia: CONTORNI, SECONDI PIATTI, RICETTE TRADIZIONALIINGREDIENTI
  • 500 g di fave secche
  • peperoncino piccante q.b.
  • 600 g di cicorie campestri o catalogna
  • olio extravergine di oliva q.b.
  • 2 spicchi di aglio
  • sale q.b.
PREPARAZIONE

Sciacquare le fave secche per eliminare eventuali impurità e mettetele in ammollo per una notte intera in abbondante acqua tiepida.

Il giorno successivo scolatele e lasciatele asciugare per qualche minuto. A questo punto bisognerà lessare le fave finché non si ammorbidiscono del tutto, per poi ridurle in purea con l’aiuto di un robot da cucina o un frullatore a immersione. Mettete la purea in una padella e fatela insaporire con olio, uno spicchio di aglio e del peperoncino a proprio piacimento.

Pulite e lavate le cicorie. Lessatele in abbondante acqua salata, scolatele e fate soffriggere anch’esse in una padella con aglio, olio, peperoncino e un pizzico di sale.

Servite in piatti fondi prima la purea di fave, poi la cicoria adagiata a fianco. Infine condite la pietanza con un filo di olio extravergine di oliva.

CURIOSITÀ

È un piatto di origine contadina diffuso soprattutto in Basilicata e Puglia. La sua particolarità è il contrasto, particolarmente deciso, tra il sapore amarognolo delle cicorie selvatiche e la dolcezza delle fave secche.

Categorie: Altri blog

U Munaciedd

Dom, 04/14/2019 - 19:14

Si racconta che di notte, poco prima di avvistarlo, si potesse udire il rintocco delle campane della vecchia Chiesa, suonate a mo’ di monito, o a compimento e celebrazione di un antico rito ai più sconosciuto.

Soltanto allora, preparati benché mai abbastanza, si poteva incontrare lui, u Munaciedd.

Il “Monacello” nella fantasia popolare

Si tratta in effetti di una leggenda popolare ben radicata in tutto il Sud Italia, nelle varianti del “Munaciell” napoletano o del “Monachicchio” lucano descritto fra gli altri da Carlo Levi nel suo “Cristo si è fermato a Eboli”.
Tuttavia in alcuni centri, e in particolare a Marsicovetere, si tramanda una versione della storia decisamente più tetra, e per certi suoi aspetti più “reale”.

Sebbene infatti nella maggior parte dei casi si parlasse fondamentalmente di uno spiritello bonario, tutt’al più dispettoso e un po’ irriverente, il cui incontro potesse persino portare fortuna (la tradizione in molti paesi lucani vuole che chi riuscisse a togliergli il cappuccio addirittura diventasse ricco), e benché, in diversi contesti, questa potesse assomigliare a una stramba favola della buonanotte, da queste parti invece u Munaciedd era qualcuno, o qualcosa, da cui si raccomandava davvero i bambini di stare alla larga.

U Munaciedd di Marsicovetere

I ricordi, e testimonianze più o meno attendibili, riferiscono infatti di uno spirito demoniaco, un’anima sospesa simile più allo spettro di un film horror che a un folletto burlone.

Un piccolo monaco incappucciato e un po’ gobbo, dal richiamo sibilante, che si diceva essere venuto al mondo e albergare presso l’antico monastero di Santa Maria di Costantinopoli, ai piedi del paese.
Qui aspettava pazientemente chi nottetempo vi s’inoltrasse, tra i rintocchi del campanile e gli ululati dei cani alla luna appannati dalla lugubre brezza di montagna che fischiava tra i rovi, per rapirli facendoli scomparire e dimenticare per sempre o, nei casi migliori, renderli pazzi o incapaci di ritornare alla vita.

Pare che avesse anche eletto a sua “base cittadina” un cadente fienile posto lungo la gradinata che scendeva a valle partendo dalla piazza del paese, l’antica “via degli zingari” oggi trasformata in una strada carrabile ma ancora nota, guarda caso, come “scesa r’u munaciedd”. Qui si racconta fra l’altro, con convergenza quasi storiografica, che egli avesse tratto in prigionia una vergine, che l’indomani avrebbe dovuto sposarsi, conducendola all’oblio e alla pazzia.

U Munaciedd tra leggenda e realtà

C’è chi dice che il monaco abbia trovato la pace col crollo dell’antico campanile della Chiesa, avvenuto durante il tragico terremoto del 1980.

Il buonsenso dei nostri tempi, e il pullulare di racconti analoghi ma sostanzialmente divergenti più o meno in ogni centro della Basilicata, inducono oggi alla convinzione che si tratti di nient’altro che narrazioni mitiche, votate a un certo tipo di moralizzazione spirituale o, nei casi più oscuri, alla mera esorcizzazione di reali episodi criminali opportunamente dissimulati sotto il manto della fantasia – per scongiurare tra gli uomini la paura antica procurata dal male compiuto dagli uomini stessi.

E c’è però chi ancora oggi, preso dalla strana frenesia di percorrere di notte i ciottoli che costeggiano le rovine dell’antico convento, si dice riesca a riconoscere nel fruscio dei cespugli il sibilo ammaliante del Munaciedd.

Categorie: Altri blog

Lagane e ceci

Sab, 03/30/2019 - 13:13
Livello di difficoltà: BASSOCosto: BASSOTipologia: PRIMI PIATTI, RICETTE TRADIZIONALIINGREDIENTI

Per la pasta:

  • 500 g di farina 00
  • 3 uova
  • sale q.b.
  • acqua q.b.

Per il condimento:

  • 200 g di ceci secchi
  • olio extravergine di oliva q.b.
  • 1 spicchio d’aglio
  • 1 foglia di alloro (facoltativo)
  • peperoncino macinato q.b.
  • 1 cucchiaio di polvere di peperone “crusco” dolce
  • 6-7 pomodorini
  • sale q.b.
PREPARAZIONE

Disponete a fontana la farina, aggiungendo un pizzico di sale e dell’acqua quanto basta. Lavorate la pasta fino a renderla liscia ed elastica. Aiutandovi con un matterello, stendete la pasta in una sfoglia piuttosto sottile. Lasciate asciugare la sfoglia per circa 10 minuti.

Tagliate poi la pasta a strisce larghe circa 2-3 cm in modo da formare le vostre lagane.

Dopodiché cuocete i ceci (precedentemente messi in ammollo per 12 ore) e mettete da parte un po’ dell’acqua di cottura.

Cuocete la pasta e, a cottura ultimata, scolatela.

Versate dell’olio in una padella e mettetevi a soffriggere l’aglio, l’alloro, il peperoncino, la polvere di peperone e i pomodorini spezzettati. Aggiungete nella padella con il soffritto le lagane e i ceci cotti, insieme ad un mestolo di acqua di cottura. Fate cuocere ed insaporire per qualche minuto. Amalgamate per bene e servite caldo.

CURIOSITÀ

È un piatto tipico della Basilicata, diffuso in questa regione già al tempo della dominazione romana. Infatti il poeta Orazio, nato a Venosa nel 65 a.C., scrive nelle sue Satire: “inde domum me ad porri et ciceris refero laganique catinum” (quindi mi ritiro in casa, al mio piatto di porri, ceci e lagane).

Categorie: Altri blog

Biscotti al finocchio

Gio, 03/28/2019 - 14:58
Livello di difficoltà: BASSOCosto: BASSOTipologia: PRODOTTI DA FORNO, TARALLIINGREDIENTI
  • 500 g di farina 00
  • 1 uovo
  • 1 cucchiaino di semi di finocchio
  • 1 cucchiaino di lievito per dolci
  • 60 g di strutto (in alternativa, olio extravergine di oliva)
  • sale q.b.
PREPARAZIONE

Disponete la farina a fontana e aggiungete all’interno i semi di finocchio, il sale, l’uovo, il lievito, lo strutto e dell’acqua.

Impastate il tutto (aggiungendo altra acqua se necessario) fino a ottenere un panetto liscio e omogeneo. Il composto dovrà riposare per circa un’ora a temperatura ambiente, coperto da un canovaccio umido.

Nel frattempo, in una pentola portate a bollore dell’acqua che utilizzerete successivamente per la cottura dei biscotti.

Prelevate piccole porzioni di impasto che andrete a stendere in modo da ricavare dei cilindri di 1-2 cm di diametro e 20 cm circa di lunghezza. Prendete le estremità dei vostri cilindri di pasta e sovrapponetele, facendo una leggera pressione per attaccarle tra loro. Le forme da scegliere variano da quella classica del tipico tarallo fino alla tradizionale sagoma ad “8”.

Immergete delicatamente i biscotti nell’acqua bollente. Appena saliranno a galla, scolateli con l’aiuto di una schiumarola e sistemateli su un canovaccio pulito.

Disponete i vostri biscotti al finocchio su una teglia ben coperta da carta da forno. Infornateli a 200 gradi per 25 minuti circa. Una volta che avranno assunto una colorazione dorata, sfornateli e lasciateli raffreddare completamente prima di consumarli.

CURIOSITÀ

In Basilicata esiste un vastissimo assortimento di biscotti sia dolci che salati, aromatizzati con spezie o ricoperti di glassa, e dalle forme e grandezze più disparate (le ricette possono variare addirittura da famiglia a famiglia!). La variante a base di semi di finocchio accompagna perfettamente formaggi tipici, salumi e buon vino locale.

Un tempo, tra le massaie lucane vi era l’abitudine di preparare biscotti in occasioni importanti come matrimoni, festività religiose e compleanni.

Categorie: Altri blog

Il terremoto del 1857

Lun, 03/18/2019 - 19:49

Una delle date più drammatiche nella Storia dell’Alta Val d’Agri è indubbiamente quella del 16 dicembre 1857, il giorno cioè del “grande terremoto”.

Quel giorno, intorno alle dieci di sera, due violentissime scosse devastarono la Basilicata e in particolare i paesi della valle.

Il sisma ebbe epicentro a Montemurro (che fu di fatto rasa al suolo), una intensità epicentrale pari al grado XI della scala Mercalli e una magnitudo pari a 7,03, che ne fece il terremoto più distruttivo osservato in Italia fino ad allora, il terzo in Europa, e il primo al mondo fra quelli documentati fotograficamente.

Complessivamente le case crollate furono più di 3.300, e circa 2.800 quelle rese pericolanti e inabitabili. La maggior parte delle testimonianze monumentali del passato fu letteralmente cancellata dalla Storia. Quanto alle vittime, ne furono contate circa diecimila solo limitatamente ai comuni della valle.

Il terremoto visto “da fuori”

I resoconti delle scosse fecero subito capolino sui più importanti quotidiani e periodici europei, in particolare londinesi e parigini. Nei giorni successivi, il Times ne fornì testimonianze via via sempre più dettagliate, mentre L’Illustrated London News pubblicò le prime immagini delle devastazioni nelle aree della valle, scattate dal fotografo dei Borbone Alphonse Bernoud per quello che fu a tutti gli effetti il primo reportage fotografico di un terremoto al mondo.

L’eredità scientifica

A Bernoud si deve la maggior parte delle fotografie del sisma, mentre l’ingegnere irlandese che lo studiò sul terreno, Robert Mallet, commissionò un’altra campagna fotografica a Claude Grillet, nel 1858, per una spedizione scientifica da parte della Royal Society of London e la realizzazione di quello che è considerato lo studio che permise la nascita della moderna sismologia.

Della catastrofe si occupò anche il celebre romanziere inglese Charles Dickens: nella rivista “Household Words”, da lui diretta, egli pubblicò l’articolo Earthquake experiences riguardante il terremoto in Val d’Agri. Il suo contributo nella diffusione delle notizie relative all’evento si rivelò cruciale per la conoscenza dei bisogni del Meridione, consentendo inoltre lo sviluppo di iniziative di aiuto e supporto ai terremotati.

Categorie: Altri blog

I moti carbonari e il Risorgimento lucano

Lun, 03/18/2019 - 19:46

L’area di Cuore Basilicata è stata anche protagonista in un momento cruciale della Storia nazionale, quello legato alle sommosse risorgimentali promosse in nome dell’unità d’Italia.

La “Vendita carbonara” di Calvello

In questa remota provincia del Regno di Napoli, infatti, il movimento rivoluzionario assunse un carattere particolarmente spontaneo e diffuso: già nel 1816 a Calvello era attiva un’importante sezione carbonara animata da studenti e professionisti che frequentando l’Università di Napoli erano entrati in contatto con le idee e le utopie della Rivoluzione Napoletana del 1799.

Tra i protagonisti più attivi nei moti del biennio 1820-22 figurava il medico calvellese Carlo Mazziotta, che insieme ai fratelli Giuseppe e Francesco Venita di Ferrandina partecipò nel giugno del 1820 a una cospirazione antiborbonica che prevedeva l’invio a Napoli di milizie lucane a sostegno dei carbonari campani in procinto di rivoltarsi al re. I congiurati vennero tuttavia scoperti e arrestati da un reparto di 1000 soldati austriaci, e condannati a morte per fucilazione.
Questa disfatta preparò in qualche modo la strada su cui si sarebbero realizzate le rivolte successive.

Il Risorgimento montemurrese

Capoluogo del Risorgimento lucano fu però Montemurro: in prima linea durante i moti del 1820 e del 1848, ebbe in Nicola e Giacinto Albini (definito da Francesco Crispi il “Mazzini lucano”) due importantissimi promotori. Sotto la guida loro, del progressista Nicola Mignogna e del colonnello cavouriano Camillo Boldoni, si consumarono le vicende dell’agosto 1860, allorché le vittoriose campagne garibaldine in Sicilia avevano risvegliato gli animi popolari e fomentato le lotte per la riappropriazione della terra: nella vicina Matera gli scontri assunsero un carattere talmente veemente, con l’assassinio del conte Gattini e dei suoi collaboratori da parte del popolo insorto, da indurre Albini e i suoi consorti ad affrettare le operazioni, la cui base nel frattempo era stata spostata a Corleto Perticara in seguito al terremoto del 1857 che aveva devastato Montemurro.

Da Corleto, 6000 uomini partirono alla volta di Potenza, capoluogo della provincia, dove sopraffecero agevolmente la resistenza di 400 gendarmi. Lì il 18 agosto 1860 si insediò il Governo Prodittatoriale di Albini e Mignogna e a capo della città fu messo il sindaco Antonio Sarli. L’8 settembre, mentre Garibaldi ancora risaliva dalla Sicilia, lo stesso Albini fu nominato Governatore della Basilicata, prima regione meridionale continentale annessa al Regno di Sardegna, potendo così proclamare la caduta dei Borboni e l’unità d’Italia.

Categorie: Altri blog

La Madonna nera di Viggiano

Lun, 03/18/2019 - 19:44

A settembre, le genti lucane tutte si riuniscono nella cittadina di Viggiano per festeggiare la loro protettrice: la Madonna Nera, regina della Lucania e cuore pulsante della devozione religiosa di questa regione e di quelle circostanti.

La Madonna Nera tra Storia e leggenda

La storia della Madonna di Viggiano è molto antica, e inizia con una città distrutta: la statua fu infatti venerata nella città di Grumentum, fino alla sua distruzione avvenuta intorno al 1050 d.C. per mano dei Saraceni, che indusse il Clero in fuga a nasconderla sulla cima del vicino Monte di Viggiano.

La leggenda narra di alcuni pastori che qualche secolo dopo, attirati da strani bagliori, segnalarono per primi il luogo in cui era stata nascosta. Miracolosamente intatta, la statua fu condotto a Viggiano e collocato nella cappella di Santa Maria fuori le mura, che divenne la sede urbana del Santuario costruito sulla cima del Monte, sul luogo del ritrovamento.

Si stabilì la tradizione di celebrare due volte l’anno la Madonna di Viggiano: la prima domenica di maggio, quando dal Santuario la statua viene trasferita sulla vetta, e la prima domenica di settembre, quando dal Monte ritorna in paese.

Una seconda leggenda vuole che sia stata la statua stessa a scegliere il luogo della sua permanenza: quando gli abitanti della vicina Marsicovetere portarono via il simulacro per dargli una sede nel loro paese, la Vergine da sola tornò nella cappella sul Monte di Viggiano.

La celebrazioni

La devozione dei fedeli nel corso degli anni è rimasta intatta: stendardi portati dai pellegrini accompagnati da zampogne e organetti, il girare per tre volte intorno alla cappella del Monte prima di entrarvi, il toccare l’urna della Madonna con rami o fiori, il contendersi l’onore di portare a spalla la statua, restano segni di una fede semplice e sincera.

Circa 50 mila pellegrini ogni anno giungono nelle strade del paese della Val d’Agri durante la prima domenica di settembre per salutare l’arrivo della Madonna Nera (mentre i festeggiamenti “profani” si concludono il giorno successivo con il concerto di importanti artisti, di respiro spesso internazionale.

Il simulacro

La statua lignea è fondamentalmente di stile bizantino, mentre la copertura in oro zecchino risale agli anni della dominazione spagnola (è molto simile difatti alla Madonna di Montserrat). La tipica coloritura bruna fu invece scelta dalle genti locali, che con questo colore volevano identificarla come la madre dell’intera Umanità d’Oriente e Occidente.

Curiosità

A Melbourne, nella chiesa di Saint Anthony’s Shrine, si trova una fedele riproduzione della statua della Madonna di Viggiano, giunta in Australia nel novembre del 1964 e voluta fortemente dai coloni viggianesi e lucani del Viggiano Social Club (ora Federazione Lucana).

Categorie: Altri blog

Angelo Clareno, l’eretico taumaturgo

Lun, 03/18/2019 - 19:41

Venendo giù dal centro di Marsicovetere, addossati al margine inferiore della collina che sovrasta la frazione di Villa d’Agri, si incontrano gli antichi ruderi del monastero eremitico di Santa Maria dell’Aspro.

La memoria, scritta e tramandata, racconta della centralità assunta da questo luogo nella vita del paese e dell’intera Basilicata, importanza perlopiù associata alla figura di Angelo Clareno, eretico francescano che trovò rifugio tra le mura del convento nei primi decenni del XIV secolo.

Il frate ribelle

Originario delle Marche, dove ottenne il diaconato nell’Ordine attorno al 1270, Angelo (al secolo Pietro) si legò presto alla frangia più rigorista del Francescanesimo Spirituale di Ancona, scelta che preluse alla costituzione del gruppo dei “fratelli della povera vita” (o “fraticelli”), che contestavano l’autorità papale auspicando il distacco dall’Ordine, il ritorno alla purezza delle origini e l’estensione della Regola francescana a tutti i cristiani e non solo a chi abbracciasse il voto.

Ciò indusse il frate a far fronte a una lunga esperienza di persecuzioni, prigionie e peregrinazioni per l’Europa, minacciato dapprima dai movimenti antipauperisti interni all’Ordine e, in seguito all’abdicazione di papa Celestino V (che gli aveva fin lì garantito una sorta di indulgenza) e l’ascesa al trono papale di Giovanni XXII, anche dalla Curia che ne decretò lo status di eretico e di fuggiasco.

Frate Clareno a Marsicovetere

Fu in capo a queste peregrinazioni che nel 1334 il monaco giunse in Val d’Agri, in una terra povera e incolta dove poté predicare la povertà degli ecclesiastici e il rinnovamento della vita in attesa dell’Apocalisse, e assurgere alla fama di taumaturgo attraendo al convento folle crescenti di fedeli da tutti i luoghi limitrofi, e garantendosi una certa immunità e protezione da parte del popolo e dei maggiorenti della valle.

La permanenza di Angelo nel monastero si interruppe solo alla sua morte, avvenuta il 15 giugno 1337. La sua tomba fu a lungo meta di pellegrinaggi, benché a partire dal XVII secolo, in seguito alla dispersione degli eremiti di Santa Maria dell’Aspro, non se ne trovò più traccia: di lui rimasero il sigillo personale con l’effigie di San Michele, alcune epistole, e l’appassionata testimonianza dei suoi discepoli.

Categorie: Altri blog

La valle della musica

Lun, 03/18/2019 - 19:39

Ho l’arpa al collo son viggianese;
Tutta la terra è il mio paese.
Come la rondine che lascia il nido,
Passa cantando di lido in lido:
E finché in seno mi batte il cor
Dirò canzoni d’armi e d’amor […]

(P. P. Parzanese, I Canti del Viggianese, 1838)

Da che si abbia memoria, per chi la conoscesse, la Val d’Agri è stata sinonimo di musica. E parlando di musica, è difficile non pensare alla tradizione arpistica “errante” viggianese, benché, in generale, quella del musicista di strada fosse una figura diffusa in molti centri della valle, storicamente ascrivibile all’influenza e all’antica compenetrazione nel terrirorio dei monaci basiliani.

Viggiano, la città dell’arpa

Fra Sette e Ottocento si sviluppò a Viggiano un tale fervore culturale e musicale, in termini di presenza di arpisti, flautisti (come Leonardo De Lorenzo), violinisti, costruttori di strumenti e liutai (presenti ancora oggi), da non trovare eguali tra le piccole comunità del Sud Italia.

In un quadro simile emergeva la figura del musicante girovago, suonatore dell’arpicella (un tipo di arpa portativa da 12 o 14 corde molto piccola e facilmente trasportabile nei lunghi spostamenti). Era una sorta di portatore di saggezza popolare che dalla Basilicata emigrava verso la Francia o l’Inghilterra.

E non a caso, facendo un giro per il centro storico è possibile ritrovare, sui portali di antiche abitazioni, chiavi di volta con arpe e strumenti musicali che simboleggiano la ricostruzione delle case avvenuta grazie alle risorse guadagnate e “riportate a casa” dai diversi musicisti girovaghi.

Rémi e l’arpa viggianese

Non stupisce allora il richiamo letterario ai musicanti da parte (fra gli altri) dell’autore francese Hector Malot nel romanzo “Sans famille” (in seguito trasposto in un famoso anime giapponese): il protagonista, Rémi, è uno sfortunato bambino della provincia francese che viene venduto dal padre a un suonatore ambulante, un migrante viggianese che gli insegna a suonare l’arpa inducendolo a esibirsi per strada.

Billie Joe Armstrong e i Green Day: un po’ di rock in Basilicata

È interessante notare come proprio a Viggiano abbia di recente ritrovato le sue origini il cantautore Billie Joe Armstrong, leader dei californiani Green Day: i suoi trisnonni, originari del borgo lucano, emigrarono negli Stati Uniti nell’Ottocento, periodo di massima intensità del fenomeno migratorio dall’Italia verso il nuovo continente. Ciò ha fatto sì che si avviasse un sorprendente e continuativo scambio tra l’artista e la popolazione e le istituzioni viggianesi, culminato con la visita al paese.

Georges Brassens a Marsico Nuovo

Analogamente Georges Brassens, poeta, attore e cantautore francese (1921-1981), spesso indicato come il maestro e l’ispiratore di Fabrizio De André, era originario di un altro importante centro della valle, Marsico Nuovo. A lui sono lì dedicati un vicolo e un piazza, oltre che strutture di accoglienza incluse in quello che l’Amministrazione Comunale ha battezzato “Borgo della Musica”.

In suo onore si indice peraltro un concorso per giovani cantautori, il premio Brassens.

Categorie: Altri blog

I monaci Basiliani e l’incontro con l’Oriente

Lun, 03/18/2019 - 19:36

Forse nessuna influenza, nessuna dominazione straniera, nessun movimento culturale ha tanto segnato il modo di vivere, gli usi e i costumi dei popoli della Val d’Agri quanto la compenetrazione in questi luoghi dei monaci bizantini, abitualmente chiamati monaci basiliani (benché di fatto San Basilio non abbia mai fondato un proprio ordine religioso).

I monaci arrivarono in Basilicata al seguito di Belisario, il condottiero che l’imperatore Giustiniano aveva investito nel VI sec. d.C. del compito di riportare in auge la fede cristiana contro l’arianesimo dei barbari invasori.

È però dopo la calata dei Longobardi, dopo l’abbandono dei primi rifugi, dopo che si videro costretti a ritornare in quei luoghi per difendere loro stessi e ogni immagine sacra dalla furia iconoclasta degli invasori, che si avviò il fenomeno chiamato seconda ellenizzazione e che più influenzò la fusione di culture operata dai monaci in tutto il Sud Italia.

Il contributo dei basiliani

I basiliani fondarono una serie di comunità monastiche finalizzate alla preghiera e al lavoro, edificando dei centri di culto che irradiavano la propria influenza su tutte le zone circostanti.
Essi si integrarono perfettamente nel tessuto sociale delle genti che gli avevano dato albergo e cui essi offrirono il conforto dell’anima e la cura dei corpi, nonché l’insegnanento delle arti agricole (un esempio fra i molti, la tecnica del terrazzamento), e di quelle classiche più in generale: basti menzionare gli affreschi rupestri, tuttora ammirabili, che imbellivano le grotte in cui dimoravano, o gli strumenti musicali che avevano introdotto alle genti locali, tra cui il sambukè, una sorta di cetra che essi suonavano e si fabbricavano da soli, fatta di sambuco e interiora di animali, la cui naturale evoluzione sarebbe stata la famosa arpicella viggianese.

I basiliani e la Madonna Nera

L’affetto filiale per la Vergine è un’altra delle peculiarità che caratterizzarono i loro insegnamenti: essi stuzzicarono in qualche modo la religiosità popolare dei fedeli al punto di indurli a rischiare la vita per nascondere le sacre icone, come quella della Madonna Nera di Viggiano, interrandole o riponendole in grotte per proteggerle da distruzione certa da parte dei Longobardi o dei Saraceni.

I ritrovamenti di molte di queste reliquie sono accompagnati da storie miracolose: si narra che bagliori di luce ultraterrena indicassero l’ubicazione esatta del nascondiglio della sacra immagine della Madonna Nera ai pastori che la ritrovarono, e ciò contribuisce ancora oggi a conferire una tinta un po’ mitica (oltre che mistica) al ricordo dei basiliani.

Categorie: Altri blog

Maria Rosa Marinelli, la Brigantessa

Lun, 03/18/2019 - 19:31

Com’è noto, il fenomeno del brigantaggio giocò un ruolo cruciale nella vita della Val d’Agri e della Basilicata postunitarie. Ci si sofferma di rado però sul ruolo rivestito dalla figura femminile nelle bande di briganti locali.

Le brigantesse

Occorre dire che in generale, se da un lato esisteva la donna del brigante, moglie o fidanzata di uno dei briganti gregari, che viveva nei paesi svolgendo la funzione di sentinella o fiancheggiatrice, dall’altro c’erano le brigantesse che vivevano col gruppo in clandestinità, partecipando attivamente alle azioni e godendo di maggior rispetto, soprattutto se erano le donne dei capibanda, come nel caso di Maria Rosa Marinelli.

Le donne costrette con la violenza a seguire i briganti vivevano una sorta di prigionia: per la vergogna di essere state violate, esse non facevano ritorno alle proprie famiglie, continuando a vivere sotto la sorveglianza dei briganti stessi.

Chi era Maria Rosa Marinelli

Diversamente da quanto a lungo tramandato, invece, Maria Rosa Marinelli non fu espressamente vittima del brigantaggio. Tutt’altro. Lo testimoniano gli studi di Serena Carrano esposti nell’opera “Maria Rosa Marinelli, fiore di bellezza tra i briganti”.

Maria Rosa era una giovanissima contadina originaria di Marsicovetere, che al tempo della sua “militanza” (tra il 1862 e il 1864) non aveva compiuto vent’anni.

Le testimonianze non parlano di lei come di una donna crudele, né tantomeno di una prostituta: era promessa sposa di Angelo Antonio Masini ancor prima che questi si desse alla macchia per sfuggire al servizio di leva. Tuttavia, in assenza del capobanda, Maria Rosa prendeva spesso le redini come luogotenente e capeggiava gli altri uomini del gruppo.

La vicenda giudiziaria

Alla morte di Masini in uno scontro armato a Padula, Maria Rosa si consegnò alla polizia. La pena prevista per il tipo di reato era di venti anni, ma il sottotenente Polistina, suo difensore, riuscì a ribaltare le accuse presentandola come vittima innocente, che agiva in regime di costrizione.

Scagionata dal tribunale militare, non ottenne tuttavia lo stesso dalla giustizia civile: il giudice di Viggiano la incriminò e il tribunale sancì la sua colpevolezza condannandola a quattro anni di reclusione per “associazione di malfattori, estorsione, sequestro di persona e lesioni”.

Scontata la pena poté tornare a vivere a Marsicovetere e sposarsi, confortata dall’affetto dei compaesani.

Categorie: Altri blog

Leonardo Sinisgalli, il poeta ingegnere

Lun, 03/18/2019 - 19:26

A Montemurro, in quella che egli definirà “la dolce provincia dell’Agri, nacque il 9 marzo 1908 Leonardo Sinisgalli, “il poeta delle due muse”, l’ingegnere amante dei versi che sempre tentò di superare la dicotomia scienza-belle lettere.

La vita di Sinisgalli

Movimentata e a tratti avventurosa fu la sua vita: fu un brillante studente, tanto che persino Enrico Fermi volle chiamarlo a far parte della sua squadra di via Panisperna. La vocazione di Leonardo erano però i versi, anche se le scienze non smisero mai di occupare un ruolo di primo piano nella sua vita. Fu un genio eclettico e poliedrico: pubblicista, narratore, illustratore.

Visse gli anni del fascismo e quelli di crisi del dopoguerra; l’estro creativo che lo contraddistinse venne stimolato dalle molteplici esperienze di vita. Memorabile lo slogan di sua invenzione, “camminate Pirelli”, in cui giocava a rendere transitivo un verbo che non lo è.

La poetica di Sinisgalli

L’essenza della poesia sinisgalliana è sostanzialmente riconducibile al verso: “vidi le muse su una quercia secolare che gracchiavano”. Il poeta si meraviglia dell’incontro con questi esseri ancestrali, lo scenario è assimilabile a quello dell’antica Grecia, per definire la quale si sovrappongono i ricordi dell’agreste paese natio (ricordi che sono un motivo ricorrente di tutta la sua produzione poetica).

Le sue liriche giungono a noi collezionate nelle raccolte “Vidi le muse”, “Mosche in bottiglia”, “I nuovi Campi Elisi”, “Dimenticatoio”.

Sinisgalli, Montemurro e la razionalità cosmica

Il rapporto del genio lucano con Montemurro non fu sempre cristallino. Egli ufficialmente non l’amava, ma la sua ombra e il suo ricordo aleggiavano nei suoi versi, in un retaggio da cui non volle mai liberarsi. La Musa era sua compagna fedele, ma pian piano diveniva decrepita, ed egli stesso si definiva reumatico, soggetto al tempo. Ma baluginava in lui un pensiero sull’essenza dello zero che lo teneva desto, un ultimo disperato tentativo di compenetrazione tra la cultura scientifica e quella umanistica.

Le scienze sono per il poeta un porto sicuro al quale attraccare, gli forniscono, specie la matematica (che egli definì “modello impenetrabile alla malinconia), il senso della razionalità cosmica. È quasi come se l’indagine scientifica stemperasse l’inquietudine del reale e l’incanto del quotidiano ne arginasse lo truggimento. Tali convinzioni non lo abbandonarono neanche negli ultimi anni, quando, pur sopravvenuto il disincanto, egli continuò a cercare e ricercare l’essenza dello zero.

Categorie: Altri blog