cacao della domenica

Il Teatro Fa bene raccontato da Jacopo Fo – Parte prima

Il progetto de “Il Teatro Fa Bene”, nato nel 2015 in collaborazione con ENI Foundation e Medici con l’Africa CUAMM, è giunto al suo termine, portando a realizzazione il proprio scopo: uno spettacolo teatrale itinerante, che sensibilizzasse la popolazione residente nelle zone nord del Mozambico sulle buone pratiche sanitarie e alimentari, in particolare quelle legate alla maternità e alla cura dei neonati.
Questa splendida esperienza ha rappresentato l’occasione per un intervento di Jacopo in pubblico. Di seguito la prima parte del suo discorso.

Il progetto de “Il Teatro Fa Bene” prevedeva che 7 attori mozambicani venissero in Italia per due stage durante i quali avrebbero imparato la messa in scena di uno spettacolo che doveva sensibilizzare gli abitanti del loro Paese, in particolare della zona a nord, vicino alla Tanzania, sulle problematiche materno-infantili.
Parliamo di una zona del Mozambico senza luce, senza strade, in condizioni veramente difficili, dove la mortalità infantile è molto alta.
Gli attori selezionati arrivarono in Italia a metà luglio del 2015. Erano tutti attori dilettanti e per i primi cinque giorni di stage ho chiesto loro di raccontarmi la loro vita e le loro esperienze teatrali.
Non solo, ho chiesto anche se si ricordavano di qualche spettacolo visto da bambini e uno di questi mi dice: “Sì, mi ricordo che durante una festa eravamo tutti seduti in cerchio per terra e si alza un vecchio e racconta la storia di una donna giovane che viene sposata a un vecchio che non ama. Lei ama un ragazzo e il vecchio è geloso e la controlla. Allora, per riuscire a vedere il suo amore la ragazza si finge malata e il ragazzo si finge un medico che va a curarla”.
La struttura di questa storia ricorda un racconto di Boccaccio, e la ritroviamo in Mozambico!
E non è detto che nasca dall’Italia per arrivare in Africa, potrebbe essere il contrario: la cultura medioevale attingeva a mani basse ai testi arabi e città africane come Timbuctù erano capitali della letteratura a livello mondiale. In quella città c’erano più biblioteche che in tutta un’area di centinaia di chilometri.
In tutti i casi, sia che il testo nasca in Italia o in Africa ritroviamo la figura di Arlecchino. E non solo un Arlecchino medievale ma anche uno molto moderno. Si racconta una storia in cui questo personaggio cerca di sedurre la sua Colombina chiedendo un bacio in cambio di un profilo Facebook. Ha un cellulare di legno e con questo cerca di imbrogliare la ragazza.
Se ci pensiamo è la trasposizione di un canone che troviamo in centinaia di commedie.
L’esperienza interessante nello stage è stata quella di non cercare di imporre un modo di recitare o un personaggio in particolare. Tutti gli attori hanno recitato tutti i personaggi, sia maschili che femminili. Continuando a provare cercavamo insieme di capire quale personaggio si adattasse meglio a ogni attore.
Il personaggio del falso medico era il più difficile dal punto di vista teatrale, serviva un attore con lo spirito di Arlecchino. C’era un ragazzo serissimo che a un certo punto, nel mezzo di una discussione con un altro ragazzo fa un verso che non c’entra niente ma che mi fa capire che lui è perfetto per quella parte.
Colpito da quella scena prendo da parte il ragazzo e gli dico: “Ecco, sei perfetto per il falso medico ma devi tirare fuori il bambino cattivo che hai dentro e che hai represso”.
Era la persona più seria del gruppo ed è diventato un falso medico strepitoso.
Nella regia teatrale ci sono due impostazioni: in una si hanno le idee chiare per arrivare a un certo risultato; l’altra secondo me è più divertente: non sai dove andrai a parare ma stai a vedere cosa viene fuori man mano che procedi.
Questo spettacolo è stato scritto dopo le improvvisazioni degli attori. Non avevo idea di cosa mettere in scena.
Ho scritto tutti i miei spettacoli ma lì è facile: ti racconto cosa mi è successo e lo faccio da solo in scena. In quel caso si trattava di scrivere uno spettacolo con 7 attori, scrivere i dialoghi, costruire la trama, ecc… era una cosa che non sapevo fare.
Sostanzialmente ho fatto finta di saperlo. Ho indossato la maschera del bianco, figlio d’arte, di quello che sa come si fa. In realtà non avevo la più pallida idea e al settimo giorno di stage volevo mettermi a piangere e allora ho chiesto agli attori: “Come la fareste voi questa scena?”
Vedevo come andava, sceglievo la soluzione migliore e di notte la scrivevo presentandomi il giorno dopo con lo scritto che sembrava originale, in realtà avevo biecamente copiato le loro soluzioni.
Scrivere i testi e poi recitarli è molto difficile, e di solito non funziona.
Anche mio padre, che ha ricevuto il Nobel perché era bravino, scriveva un testo poi lo leggeva ad alta voce e già lì cambiava molto. Poi lo leggeva mia madre che glielo devastava, dopo di che invitavano a casa amici, parenti, passanti, il postino, e si chiedeva loro di ascoltarli.
Non era necessario aspettare di sentire le critiche, c’erano altri modi per capire se il testo funzionava o meno.
Per esempio, se si era in un ambiente dove si poteva fumare e qualcuno si accendeva una sigaretta si tagliava il brano perché voleva dire che lo spettatore si era distratto e se il testo fosse stato avvincente non sarebbe successo, non si sarebbe acceso la sigaretta.
Dove non si poteva fumare si guardava il linguaggio corporeo, se lo spettatore restava fermo vuol dire che si era catturata la sua attenzione, se si muoveva troppo voleva dire che si stava distraendo e quindi il pezzo andava tagliato.
Altri tagli enormi venivano fatti durante le prove con gli attori, prima quelle seduti al tavolo, poi in movimento e con i costumi.
Quando si arrivava al debutto, del testo originale era rimasto ben poco. Dopo sei mesi di rappresentazioni non era rimasto praticamente nulla.
Potete verificare quanto dico andando a consultare l’archivio curato da mia madre al sito e troverete le varie correzioni seguite alla prima stesura dello spettacolo. Vi accorgerete che tra la prima stesura e quella dopo sei mesi di rappresentazioni non c’è quasi più alcun rapporto!
Lo spettacolo in un certo senso si scrive da sé. Se una sera un attore casca e la gente ride, la sera dopo si fa la finta caduta. Se una sera uno spettatore interviene e tutti ridono, il giorno dopo si mette in platea un attore che fa finta di intervenire. Lo spettacolo è un patchwork di tutto quello che succede mentre fai lo spettacolo.
Ci sono degli rappresentazioni dei miei genitori che nella versione finale sono piene di incidenti. In alcuni la struttura iniziale era distrutta, perché era uno spettacolo in cui continuavano a farsi male e tutti ridevano. Quindi hanno cambiato l’attore perché era in ospedale…
Accade che mi vengano a trovare e mi dicano: “Ho scritto un testo teatrale e vorrei trovare una compagnia che me lo rappresenti”. Di norma a meno che tu non sia Dio, quel testo lì fa cagare.
Inoltre se l’attore non ha il potere di improvvisare e di cambiare qualche battuta, il testo non va avanti. Si gioca sugli inciampi, sui cambi… Il testo teatrale a differenza del romanzo non esiste. La scrittura teatrale è un appunto che serve per sviluppare uno spettacolo.
Poi vi diranno che non è così, che ci sono dei canoni ben precisi, ecc. Ma chi usa quegli strumenti così rigidi di solito fa spettacoli che secondo me non sono un granchè perché è roba morta, preconfezionata.
La cosa divertente del recitare a teatro è che ogni sera è un’esperienza nuova. Si cambia, se non funziona si distrugge e si rifà.

Fine prima parte


Il teatro e la lotta (seconda parte)

Intervento di Jacopo Fo all’Università La Sapienza di Roma il 24 marzo 2017
Il teatro e la lotta (seconda parte – per leggere la prima parte clicca qui)

Insieme a Giustino Durano e Franco Parenti mio padre e mia madre avevano fatto uno spettacolo che si chiamava “I Sani da legare”. L’anno dopo la compagnia mise in scena “Il dito nell’occhio” e Parenti e Durano dissero a mio padre che lo avrebbero ripreso in compagnia ma da solo. Senza Franca. Mio padre non sapeva come dirglielo e quindi le ha chiesto: “Mi vuoi sposare?” e immediatamente dopo: “Però non reciti l’anno prossimo”. Quindi io modestamente arrivo per un problema di recitazione. E immaginatevi come sono messo.
Questo fatto di raccontare i cavoli propri oggi è ancora poco diffuso e si trova in particolare nel cabaret americano. Ai tempi è stata una novità assoluta inventata da mia madre. E’ chiaro che ogni attore racconta se stesso, ma mia madre è stata una delle prime grandi attrici – probabilmente la prima grande attrice a livello mondiale – che ha iniziato a raccontare la sua vita per filo e per segno: da quando aveva 4 anni e ha incontrato il primo maniaco sessuale che le ha mostrato il membro e lei non capiva perché questo signore le mostrasse una salsiccia ansimando, via via tutte le esperienze della sua vita. E la comicità che riusciva a sviluppare partiva proprio dal fatto che raccontava episodi esilaranti che le erano successi veramente.
Certo che per poter raccontare episodi esilaranti della propria vita, bisogna viverli.
In uno spettacolo in particolare, “Sesso, grazie, tanto per gradire”, Franca Rame racconta proprio la sua storia, il suo rapporto con la sessualità con i maschi, e questa è stata la grande rivoluzione di quel momento.
Come si fa a diventare attori di questo tipo? Molti affermano che oggi non c’è spazio per nuovi attori e hanno ragione: per far la parte dell’attor giovane dovete aspettare che l’attore giovane di quella compagnia stabile muoia perché continua a fare l’attor giovane anche passati gli ottant’anni! Non c’è modo di sradicarli, è tutto un gioco di reciproci accreditamenti che non hanno niente a che fare con il numero di spettatori che uno porta a teatro… è abbastanza imbarazzante.
Malgrado questo ci sono enormi possibilità, ci sono settori che permettono di fare gli attori che generalmente non vengono considerati. Ad esempio, la guida turistica. E’ un mestiere che viene fatto fare a gente che non è capace di raccontare.
La mia più grande storia di teatro è stata portare le gite scolastiche nel bosco. Avevo anche fatto un corso ma avevo anche capito che parlare di licheni a dei 14enni con gli ormoni a mille era una partita persa, non gliene poteva fregare di meno.
Se poi li metti a contare i licheni su un quadratino di terra 10 cm per 10, ti odiano proprio. E hanno ragione.
Per cui piano piano mi sono costruito il mio primo spettacolo che aveva l’obiettivo di ottenere l’attenzione di 50 ragazzi in un bosco. Vi garantisco che è una scuola di teatro, di scrittura teatrale e di regia, che non ce n’è uguali.
Sapete che si ride per il sesso e per la merda e nelle gite scolastiche non potevo parlare di sesso quindi avevo preparato tutto un discorso sulla merda partendo dalla cacca di cavallo. Cercavo di far stabilire agli studenti da quanti giorni era stata cagata quella cacca di cavallo, tipo addestramento Sioux, e nessuno voleva annusare… e così di seguito raccontavo tutta la storia della merda. In questo modo riuscivo a ottenere la loro attenzione.
Quindi vi consiglio di fare qualunque cosa per avere la possibilità di recitare, ci sono davvero tantissime occasioni, non è facile perché di base niente è facile ma se un ragazzo vuole fare il protagonista di una commedia del teatro stabile di Vicenza il livello di difficoltà è un milione a uno. Se volete fare la guida turistica a Roma già scendiamo a delle percentuali accettabili.
Avete poi la grande possibilità di fregarvene del mercato e degli inciuci, prendere il vostro smartphone e andare in diretta su Facebook. Se avete delle storie da raccontare, qualche cosa da dire, qualcosa che vi appassiona, con questi mezzi potete raggiungere milioni di persone facendo cose strepitose.
Quando quelli della mia generazione non riuscivano a sfondare potevano dire: è tutto un magna magna, se non metti parti intime a disposizione dei potenti non fai carriera – e anche per fare quello bisogna essere abili e determinati perché c’è un sacco di gente che dà il proprio corpo senza ricevere alcuna contropartita, bisogna essere abilissimi, ci sono migliaia di persone che cercano di far carriera scopando anche lì ce la fa uno su cento, gli altri 99 vengono trombati senza ottenere grandi risultati  - e questo ci rendeva dei privilegiati.
Voi non avete nemmeno questa scusa perché – dati 2015 – il record di incasso in Italia, nel mondo dello spettacolo, è di un ragazzino di 16 anni che ha incassato due milioni di euro commentando i videogame, costo dell’operazione: zero. Il cellulare ce l’aveva, Facebook è gratis, e allora…  se qualcuno ha qualcosa da dire lo dice.
Se non riuscite a fare nulla sulla rete andate a casa: non ci sono scuse. Purtroppo avete il problema che siete una generazione che non ha scuse: se sei capace passi, se non sei capace non passi e quindi fai un altro mestiere.


Il teatro e la lotta (prima parte)

Intervento di Jacopo Fo all’Università La Sapienza di Roma il 24 marzo 2017

Buonasera!

Non è garantito che la genetica assicuri anche di essere intelligenti… quindi voi avete questo grosso dubbio, che io capisco: sono solo un cretino figlio di Dario Fo e Franca Rame oppure no?
Quello che posso provare a mettervi a disposizione è una serie di cose che mi hanno insegnato, non si tratta tanto di informazioni quanto di un metodo.
Quello che sono, nel bene e nel male, è il risultato di un trattamento che tradizionalmente veniva messo in atto nelle famiglie degli attori. Se nelle famiglie dei clown e degli acrobati mettono i bambini nelle altalene a tre mesi di vita così che riescano a fare il triplo salto mortale prestissimo, la scuola che ho subito io, e in un certo senso non potevo farne a meno, è molto diversa dal percorso che solitamente si crede debba fare un attore. Io sono cresciuto in un sistema di bottega.
Mio padre e mia madre non mi hanno mai fatto una sola lezione di teatro.
Ho smesso di studiare a 17 anni perché non ero in grado di seguire il percorso scolastico che mi veniva proposto e quindi l’alternativa era: o continuare a studiare o mettersi a lavorare.
Ho scelto il lavoro e mio padre mi disse: “Mi servono venti maschere tra tre mesi per il prossimo spettacolo” e io timidamente risposi: “Ma non so fare le maschere, esimio genitore” e mio padre: “Va beh, impari. Vai ad Abano dal mio amico Donato Sartori e lui ti spiega come si fa”.
Quindi mi spediscono ad Abano Terme, arrivo in questo immenso capannone pieno di ogni tipo di scultura, oggetti da tutte le parti del mondo – se vi capita di passare di lì andate a vedere la casa di Donato Sartori, lui è morto ma la famiglia continua la tradizione: è uno dei più bei musei di maschere che esistano in Europa – … e dopo tre mesi ho consegnato a mio padre le venti maschere.
Non perché fossi particolarmente bravo ma perché, secondo me, la forza di questo metodo è che non è contemplato il fallimento: devi fare 20 maschere. Punto. Se fra tre mesi sei ancora vivo devi aver fatto venti maschere sennò vuol dire che sei morto.
E’ stato fatto un esperimento: le maestre di una classe di quinta elementare sono andate a parlare con i professori della prima media raccontando loro una frottola pazzesca. In pratica hanno detto a questi professori: “Vi arriverà una classe stranissima, noi pensavamo che fossero una manica di deficienti e invece sono dei geni. Noi li trattavamo come dei bambini normali e questi rispondevano in modo incredibile. Ci abbiamo messo un paio d’anni a capire questa cosa, quindi vi avvisiamo che vi arriverà questa classe unica nella storia della nostra esperienza scolastica”. I professori della scuola media dicono “Ok” e dopo tre anni questa classe che era stata selezionata per la sua assoluta mediocrità era diventata la migliore, i ragazzi avevano ottimi risultati e rispondevano ai test in maniera spettacolare.
Se nella vostra famiglia vi hanno sempre detto: “Non correre che cadi” sono cavoli amari, nel senso che vi hanno fatto una violenza mostruosa: i bambini devo correre e devono cadere. E quando cadono bisogna dire loro: “Wow! Sei ancora vivo! Incredibile! Sei stato proprio bravo!”
E questo è stato il metodo della mia famiglia. Si dava per scontato che io sapessi fare alcune cose. E alcune erano da Telefono Azzurro: a 11 anni attraversavo l’Italia in treno da solo. Per esempio: andavo da Milano a Roma, prendevo poi il taxi e arrivavo a teatro dai miei. Era considerato normale e a mia figlia in nessun caso avrei fatto fare una cosa del genere. Ma erano altri tempi e funzionava così.
La mia prima audizione la feci quando avevo circa 23 anni. La commedia prevedeva i personaggi della moglie, del marito e il figlio, tra l’altro pure drogato. I miei genitori mi chiesero di provare a recitare la parte del figlio, avevo l’età giusta. Feci il provino e mi presero, io non ero molto contento, speravo che mi bocciassero. E così sono fuggito e sono andato a vivere in campagna.
Negli anni poi mi sono messo a fare teatro, prima clandestinamente indossando delle maschere, nessuno sapeva che ero io. Mettetevi nei miei panni: provare a fare l’attore con due mostri sacri del genere in casa… me la facevo sotto, come si dice in linguaggio forbito.
Arrivato ai 40 anni ormai recitavo da qualche tempo in vari posti e per la prima volta ho debuttato in un teatro vero, con le poltrone rosse, il palcoscenico e mio padre ha pensato bene che doveva venire a incoraggiarmi. E lì mi ha impartito l’unica lezione di teatro che vi passo perché vi può essere utile. Mi disse: “Prima di uno spettacolo fatti una passeggiata. Le serate dove ho recitato meglio sono state quelle in cui non avevo molta voglia, in platea non c’era nessuno che volessi particolarmente impressionare ma siccome sono un professionista ho comunque cercato di dare il meglio e mi sono accorto che proprio in quelle occasioni ho recitato meglio che in altre serate dove magari mi ero applicato di più. E poi ricordati che quando sali sul palcoscenico quelli che hai davanti sono degli amici perché si sono messi il cappotto e sono usciti di casa per venire a vederti”. Fine. Un corso di teatro decisamente rapido.
Per carità, è importante conoscere la storia del teatro ecc. ed è anche importante sapere che c’è un muro e che non c’è nessuno al mondo che può insegnarvi a sfondarlo. O avete voglia di farlo, avete la determinazione e il divertimento per abbatterlo, oppure non ce la farete.
Non ho niente contro la scuola e l’insegnamento. Gli ultimi 37 anni li ho dedicati a fare una scuola, una libera Università. Visto che non ero nemmeno diplomato al liceo ho dovuto fare una scuola Libera per diventarne rettore e realizzare così il mio sogno. Quindi sono a favore dell’insegnamento, insegno da 37 anni. Bisognerebbe chiarire che l’insegnamento è fondamentale e utilissimo ma poi c’è una parte che devi fare tu. E quella non te la può insegnare nessuno. Puoi stare a vedere per tanto tempo come fanno quelli che ne sono capaci. Spero che voi andiate a teatro a vedere molti spettacoli perché quello è il modo per imparare. Se ne avete la possibilità andate a vedere le prove di uno spettacolo, si impara molto di più.
In alcune puntate della serie in onda su Rai5 che raccontano la storia dei miei genitori gli ultimi cinque minuti sono dedicati ai corsi di teatro di Dario e Franca, e lì vedete le correzioni. Ed è molto interessante vedere quando mio padre o mia madre dicono: “No, così non va bene…”. Si impara più dagli errori propri o degli altri che dalle cose giuste.
Ciò detto, mi rendo conto che sono stato molto facilitato dal fatto che la mia famiglia ha fatto il teatro più semplice che esista. Molti comici fanno le imitazioni, per esempio, e quello è molto difficile. Lo stile della Commedia dell’Arte, che mi padre definiva “epico”, è invece facilissimo perché tutti voi, o almeno gran parte, siete in grado di raccontare a qualcuno una storia, qualcosa che vi è successo, in maniera che si capisca e che sia interessante.
Quello che si fa in questo tipo di teatro è soltanto questo: raccontare una storia esattamente come la si racconterebbe a un amico con poche variazioni, perché ovviamente se si parla a una persona a un metro da noi si ha un certo tipo di approccio che cambia se si parla a cinquanta persone. Il meccanismo però è lo stesso.
Su YouTube potete trovare il nostro Alcatraz Channel: lì c’è una serie di video di persone a cui abbiamo chiesto di raccontare un episodio divertente della propria vita. Sono una quarantina di video realizzati dagli allievi di un corso di teatro.
E’ molto interessante vedere la diversità tra un racconto e l’altro. Del teatro “ufficiale” italiano mi dà molto fastidio vedere che recitano tutti alla stessa maniera. Se invece andiamo a vedere come la gente racconta nella vita reale dei fatti che ha vissuto, si scopre che lo sa fare in maniera più semplice, quando si racconta di qualcosa che ci è realmente successa ecco che la recitazione è più spontanea.
Mia madre viene da questa scuola e ha molto influenzato mio padre perché lei faceva parte di una famiglia di attori girovaghi della fine dell’800 e stavano sul palcoscenico come se stessero al caffè, raccontavano storie e se dovevano pensare a come recitare il discorso della madre al figlio che parte, lo recitavano immaginando che lì ci fosse il figlio che stava realmente partendo, era tutto improvvisato, non avevano testi scritti.
Quello che io ho fatto in teatro è stato raccontare semplicemente delle cose che mi erano realmente successe. Durante i corsi ad Alcatraz cercavo di raccontarle in modo divertente e quelle più divertenti le ho cucite insieme e così ho fatto il primo spettacolo e poi un secondo, un terzo, un quarto. Quello che rende semplice questo lavoro è che racconto la verità. E il pubblico sente che non sto recitando, sto raccontando cosa mi è successo, nessuna tecnica di recitazione.
Questa è stata una rottura enorme negli anni ‘50/’60.
Figuratevi che mia madre fece un film con Renato Rascel dal titolo “Rascel Fifì” – se lo andate a vedere troverete mio padre biondo che fa il gangster sciupafemmine, la cosa più improbabile che si possa immaginare, povera creatura -  e fu doppiata da un’altra attrice perché la produzione disse che non sapeva recitare perché l’impostazione ai tempi prevedeva che le attrici recitassero con il “birignao”. Cosa che nessuno nella vita normalmente usa se non quelle che lo fanno di mestiere e che anche quando vanno a casa usano il birignao per dire: “Il bambino ha fatto la popò…” (continua)


Dio è nero (E Gesù è un profugo siriano)

Carissimi,
vi proponiamo in anteprima il testo guida della mostra: Dio è nero (E Gesù è un profugo siriano) di Jacopo Fo, dal 7 al 20 aprile a Roma, presso la galleria Monogramma
Arte Contemporanea
- via Margutta 102 – 00187 - Roma - www.monogramma.it - infomonogramma@gmail.com
Nelle foto un bozzetto originale delle opere in esposizione.
Buona lettura.

Dio è nero (E Gesù è un profugo siriano)
di Jacopo Fo

Questa mostra è un atto di opposizione a quanti erigono muri in nome di Dio.
A quanti non sentono l'imperativo morale di portare aiuto ai profughi e ai diseredati.
Viviamo una fase di revanscismo di sentimenti ignobili.
Sento il bisogno di ribellarmi all'ipocrisia di chi inneggia alla guerra e poi rifiuta di soccorrere i profughi.
Innanzi tutto mettiamo i puntini sulle "i".
Secondo i Vangeli, Gesù era un profugo immigrato in Egitto per sfuggire alla persecuzione.
E non era biondo. Era piuttosto scuro di pelle e di capelli. Anche perché ai tempi gli ebrei non erano ancora arrivati nell'Europa del nord, dove a causa del freddo si sono un po' sbiancati. Lo confermano autorevoli ricerche. Senza contare che una delle 12 tribù di Israele era nera, proprio nera, e lo è ancora! Quindi c'è il rischio che Gesù fosse non solo abbronzato ma proprio nero.
Quindi ne discende che la sua mamma, la Madonna, fosse piuttosto scura di pelle anche lei. Cosa di cui peraltro molti italiani sono convinti da tempo visto il proliferare delle Madonne Nere sul suolo italico.
Inoltre la rivoluzionaria ricerca di Luca Cavalli Sforza sul dna dei mitocondri delle cellule umane, ha dimostrato che discendiamo tutti da alcune donne africane nere di pelle. Quindi Eva era nera, e visto che Dio ci fece a sua immagina e somiglianza, è indiscutibile pure che Dio è nero!
Ed è pure dimostrato che le principali invenzioni dell'umanità primitiva, l'uso del fuoco, l'agricoltura, la ceramica, sono state realizzate da popolazioni nere dell'Africa prima delle migrazioni nel resto del mondo.
Questi sono i fatti, taciuti dalle scuole e dalla maggioranza dei testi divulgativi.
Ho deciso quindi di realizzare una serie di dipinti che facciano giustizia delle falsificazioni cromatiche razziste. Una mostra che parte da Roma e ha come obiettivo quello di girare l'Europa per arrivare infine in Africa.
Vorrei con questa azione pittorica innanzi tutto celebrare la bellezza dei popoli neri e secondariamente raccontare quel che viene taciuto. Ho una sola paura: che mi si accusi di blasfemia per aver dipinto un Dio nero. Temo che la stupidità dei bigotti razzisti sia superiore a qualsiasi logica consequenziale. Vediamo cosa succede.

PS
Questi lavori proseguono la ricerca sulle meravigliose sfumature della pelle nera che ho intrapreso per realizzare i pannelli di informazione sanitaria utilizzati durante il progetto teatrale in Mozambico "Il Teatro Fa Bene".


Ma che bello fare cose impossibili


 
È parecchio che mi chiedo perché i progressisti non funzionino molto bene.
È indubbio che la coscienza, ecologista, solidale e pacifica si sta diffondendo, e cresce pure il numero delle persone che si impegnano quotidianamente per migliorare un granello di mondo.
Ma con 500mila associazioni solidali e centinaia di milioni di volontari per la libertà e la giustizia dovremmo concludere un po’ di più.
Si va lenti e a singhiozzi e mo’ c’abbiamo Trump tra i maroni… Che non è un gran successo…
Son decenni che sbatto contro questo interrogativo: perché non riusciamo a fare di più, perché non siamo capaci di fare veramente argine all’orrore delle violenze, delle guerre e della fame.
Avevamo sognato Obama, le primavere arabe… Ora guardiamo le immagini del drone che sorvola Aleppo devastata dall’idiozia criminale umana.
E questo nonostante la nostra capacità di comunicazione grazie a internet sia mille volte più potente di 20 anni fa.
 
Sono arrivato a darmi una risposta, c’ho messo qualche decennio ma credo di essere giunto all’ombelico del problema: la nostra capacità di iniziativa è fiacca perché la cultura dei progressisti è ammalata di un morbo, di un paradigma mentale sbilenco che riguarda esattamente la nostra idea dell’azione stessa.
Mia madre parlava spesso di professionismo e dilettantismo. Una categoria mentale che ho impiegato un po’ a penetrare veramente.
Nel Movimento Progressista Mondiale è maggioritaria una visione dell’impegno sociale parolaia. È un’affermazione dura, sgradevole ma credo proprio che questo sia il centro del problema.
Molte persone arrivano a comprendere la misura dell’orrore che ancora domina questo pianeta. Ma raggiungere la coscienza dell’ingiustizia e del dolore che questo sistema infligge sembra loro già un grande risultato. Quando devono poi decidere cosa FARE concretamente pensano che sia sufficiente PARLARE di questa loro convinzione. Solo pochi si danno l’obiettivo di agire ottenendo dei risultati concreti.
Non hanno il sacro rispetto per quell’atteggiamento pragmatico che è il solo che su questo pianeta garantisce risultati, cioè non hanno un atteggiamento da professionista.
Si discute per ore sulle idee, sui principi, ci si innamora delle idee e dei principi, COME cambiare le cose diventa secondario.
La maggioranza dei progressisti non percepisce neppure la centralità delle questioni di metodo.
Trovo avvilente il pressapochismo che ne discende. La nostra comunicazione risulta debole (e Trump se la gode) proprio perché è il principio che conta, non i fatti.
Prendiamo un tema centrale per i progressisti: la violenza sulle donne. Ma com’è possibile che il 90% dei discorsi che ascolto partano da una balla autolesionista?
Continuo a sentir dire: “La violenza contro le donne ha raggiunto ormai livelli intollerabili!”.
La realtà è che la violenza sulle donne sta costantemente diminuendo proprio grazie a un grandioso cambiamento culturale. Dopo un secolo di lotte femministe la maggioranza della popolazione ha capito che ammazzare le donne, picchiarle, violentarle è disumano e finalmente il problema e un orrore nascosto per millenni è arrivato sulle prime pagine dei giornali.
Perché non si dice che il numero di donne ammazzate sta diminuendo lentamente da decenni? Questo è il fatto reale, comprovato da tutte le statistiche. Non è possibile in nessun modo affermare il contrario. Quel che finalmente sta aumentando esponenzialmente è la coscienza dell’intollerabilità della violenza sulle donne!!! Se questo non fosse successo dovremmo dire che tutto l’impegno di milioni di persone, per decenni non è servito a un cazzo! E questo sarebbe tragico. Ma come fai a pensare di cambiare il mondo e agire concretamente contro la violenza sulle donne se parti dicendo una cosa falsa e contemporaneamente sminuendo il frutto di un enorme impegno collettivo? Parti dandoti la zappa sui piedi, non hai riflettuto, non ti sei studiato il problema, parli per sentito dire. Certo, apparentemente fa più effetto dire “C’è un aumento spaventoso degli omicidi e delle violenze” ma è un modo di fare comunicazione che ha le gambe corte. Questo modo di approcciare il problema parte da un’affermazione che pullula di mancanza di interesse per la realtà, di PROFESSIONISMO.
E alla fine questo modo di procedere è la ragione prima della nostra relativamente bassa capacità di incidere sulla realtà.
Se vogliamo coinvolgere sempre più persone nell’impegno quotidiano contro la violenza di genere dobbiamo partire da premesse solide. E dobbiamo anche andare a fondo dei problemi (vedi: “Lo stupratore è frigido”).
Questo pressapochismo lo troviamo ovunque tra i progressisti, figlio dell’idea bislacca che se hai ragione il fato è con te e vincerai. Abbiamo visto che non è così.
 
Lo stesso pressapochismo lo troviamo su tutti i temi cruciali.
Nell’era di Internet si può ancora sentire gente che dice: “L’Italia possiede l’80% del patrimonio artistico mondiale”. Balle. E basterebbe pensarci un secondo per rendersi conto che è impossibile. Abbiamo grossomodo il 10% del patrimonio artistico mondiale, e già è un’enormità. L’80% è un numero ridicolo. E che credibilità puoi avere se parti da un’affermazione che chiunque si faccia dieci minuti di ricerca sul Web scopre subito che spari numeri a casaccio?
 
Ma questo che sto dicendo è solo la buccia del discorso, tanto per capirsi sul tema che vorrei discutere. Spesso mi trovo a partecipare a conversazioni con bravissimi e buonissimi attivisti progressisti con i quali si arriva presto a una totale incomprensione. Proprio perché è poco diffusa l’idea che in un progetto politico l’obiettivo sia altrettanto importante della strada per raggiungerlo.
Incontro un gruppo di amici che vuole presentare una lista d’opposizione alle elezioni comunali e mi raccontano cose bellissime sull’onestà, l’efficienza, il progresso. Ma una volta che hai vinto le elezioni come fai a raggiungere i tuoi obiettivi?
Su questo ci si limita a due parole e gran sventolamento di bandiere. Mi dispiace ma non ci sto. E pongo il problema di dotarsi innanzi tutto di un bilancio analitico del Comune. Solo che sono proprio pochi quelli che si pongono il problema del bilancio analitico. Lo scontro è tra gli onesti e i ladri. Vero. Ma lo scontro vero, strategico, è tra chi è capace di fare un buon bilancio analitico e chi non è capace.
Il bilancio analitico è ben altra cosa di un bilancio complessivo (che tutti i Comuni possiedono). Il bilancio complessivo non ti dice quanti sono i metri cubi riscaldati e quanto ti costa ogni metro cubo in un anno. E solo se lo sai puoi fare confronti e determinare (prima di vincere le elezioni) l’entità dello spreco, i soldi che puoi risparmiare e i servizi che puoi erogare con quei soldi risparmiati e quindi proporre un programma operativo vero. Il bilancio dei Comuni suddivide le spese per settori (scuola, edilizia, sanità, trasporti, sociale ecc) ma non ti dice quanto spendi globalmente nelle varie tipologie di “prodotti” (auto, carburanti, elettricità, acqua, dipendenti divisi per funzioni, ecc). E se non hai queste informazioni per tipologia di spesa non puoi confrontare le tue spese con quelle di altri Comuni nel mondo quindi non puoi capire dove spendi troppo, quindi non puoi realizzare un programma di ristrutturazione. Essere onesti non basta.
Il problema è che un bilancio analitico costa dei bei soldi. Per un Comune di medie dimensioni siamo oltre i 100mila euro. E non ci sono soldi. E non ci sono i soldi neanche per fare un po’ di formazione vera (professionale) a chi andrà a fare il sindaco o l’assessore. Anche la formazione costa. Grossi problemi. Affrontiamoli in modo pragmatico. Magari riesci a coinvolgere qualche manager e qualche commercialista e realizzare  almeno una ricognizione sul bilancio analitico. Quantomeno prima delle elezioni indichi la rotta. Ma il bilancio analitico DEVE far parte del tuo programma elettorale. DEVE essere al centro della tua campagna elettorale. Anche se è un concetto che nell’immediato è poco comprensibile e ti porta pochi voti. E devi dirlo che solo dei pazzi possono aver amministrato per decenni un comune senza MAI pensare che serve un bilancio analitico per capire cosa stanno facendo.
Sono anni che collaboro a progetti di razionalizzazione delle spese energetiche dei Comuni. Mai una volta che arrivi, chiedi quanto spendono per mq di riscaldamento e loro ti sanno rispondere.
Ma allora di cosa parliamo? Cosa vuol dire amministrare? Essere onesti? No, cari, qui servono idee nuove che ci portino fuori da una terribile crisi economica e culturale.
Tanto per farti rendere conto del livello di follia vigente, in un dibattito televisivo ho chiesto a Giachetti candidato sindaco a Roma per il PD se gli sembrava normale che Rutelli e Veltroni non abbiano dotato Roma di un cazzo di bilancio analitico. Lui mi ha risposto ridendo e dicendomi che ero un ignorante perché il Comune di Roma ha il suo bel bilancio e lo presenta  obbligatoriamente alla Corte dei Conti. E il giornalista che conduceva il dibattito e un altro illustre politologo ospite ridevano con lui guardandomi come se fossi cretino che pensavo che Roma non avesse un bilancio. Cioè non avevano neanche idea di cosa stessi parlando.
 
Ma il discorso sul bilancio analitico è solo un esempio. Discorsi analoghi potremmo farli su tutti i servizi erogati dal Comune, dalla cultura alla promozione dell’economia. Non ci sono analisi della situazione, non ci sono strumenti di misurazione della qualità dei servizi, non ci sono idee strategiche.
Non voglio fare per forza il primo della classe… È che trovo dilettantistico in modo superlativo il fatto che le amministrazioni non si dotino di strumenti per valutare la produttività dei progetti, l’efficacia dell’operato dei dipartimenti, la congruità della ricaduta dei finanziamenti europei. Tutte cose essenziali per il buon governo di un Comune o di una Regione… A livello nazionale poi non ne parliamo. Tutta questa roba non interessa ai governi quanto non interessa ai cittadini… E allora…
 
Ok. Basta con i piagnistei.
La buona notizia è che, oltre a decidere che non voglio più avere a che fare con la politica dei dilettanti, è che dopo 35 anni di sforzi siamo quantomeno arrivati a mettere insieme un’entità di nuovo tipo che risponde alla domanda di professionalità nel settore “Nuovi Mondi da Costruire”.
È una rete internazionale di professionisti. Una rete informale.
Lo sviluppo è stato molto lento, ogni anno le persone che entravano nel nostro “sistema” non erano più di 2 o 3.
Abbiamo condotto grandi campagne vittoriose: il parto dolce, la comicoterapia negli ospedali, la diffusone di idee innovative nel settore del benessere, i pannelli solari, il biodiesel, i riduttori del flusso dell’acqua dei rubinetti, l’illuminazione pubblica a led, il progetto Ecofuturo, il teatro di informazione sanitaria per i paesi in via di sviluppo e numerosi progetti di formazione e assistenza a nuove imprese basati sullo sviluppo delle potenzialità individuali e della passione… E quello che abbiamo sperimentato è che se metti al primo posto l’atteggiamento “da professionisti” i risultati arrivano.
Ed è anche più appassionante lavorare con una rete di persone che non perdono tempo a discutere dei massimi sistemi e si concentrano sulla realizzazione di un primo risultato.
Stiamo sperimentando che questa metodologia è potente. Dà grande soddisfazione lavorare con persone che se ti hanno promesso un lavoro entro il 14 marzo poi il 14 marzo o sono morte oppure ti consegnano il lavoro. Ma quel che sta venendo fuori che questo stile di lavoro è talmente potente che diventa l’equivalente di una linea politica. Una programma rivoluzionario basato non su “cosa sarebbe giusto fare” ma su “cosa è possibile fare oggi”. Una metodologia di lavoro che è una filosofia. Ad esempio, sono più di 15 anni che non facciamo una assemblea generale. Questo perché abbiamo scoperto che l’assemblea non va bene per lavorare insieme. In assemblea spuntano leader e contro leader, si creano fazioni e si alimentano le chiacchiere e la sete di protagonismo. E poi molti in assemblea non parlano. Quindi si tratta di uno strumento bello in teoria ma limitante in pratica. Noi seguiamo un altro metodo molto più democratico: quando hai un progetto ne parli con tutte le persone che sono utili per realizzarlo, personalmente. Il dialogo a due permette di sviscerare i problemi, di fare emergere le incertezze, di chiarire le intenzioni. Quando hai trovato le persone interessate e hai raggiunto un buon livello di condivisione, si inizia a lavorare e si discute solo delle questioni pratiche via via che si presentano.
Può sembrare un discorso assurdo a chi non voglia provare a rovesciare il punto di vista su “obiettivi politici” e “metodo di lavoro”. Che io sappia esiste una sola entità “politica” che ha da tempo sperimentato questa logica. Mi riferisco al movimento delle città in transizione. A questa organizzazione si aderisce solo sulla base di un’esperienza positiva realizzata, non sulla base della condivisione del credo dell’organizzazione. È un salto quantico. Il Transition Town non ha una linea politica o filosofica, ha un libro nel quale sono descritte nel dettaglio tutte le iniziative che hanno portato a un risultato positivo dal punto di vista della transizione dal sistema del petrolio a quello rinnovabile. Qualunque tipologia di azione va bene, la discriminante è unicamente cosa funziona e ci fa fare un passo in avanti. Ecco, noi applichiamo la stessa logica. Solo che oltre a essere professionisti dal punto di vista filosofico siamo un gruppo di persone che ha fatto di questo impegno anche il mestiere che ti dà da vivere. E questo ci ha fin’ora reso possibile un grande impegno in termini di ore di lavoro per ogni singola persona e quindi una notevole capacità di iniziativa.
 
Spero di aver posto con sufficiente chiarezza l’idea che se vogliamo ottenere grandi risultati tocca cambiare priorità.
Come ebbe a dire il Presidente Mao: “Sennò son cazzi amari!”

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1 milione di posti di lavoro. Li creiamo io e te

di Jacopo Fo

L'automazione produrrà disoccupazione a man bassa? Questo si chiedono in molti.
Credo di sì ma produrrà anche nuove professioni.
Per decenni miliardi di euro sono stati spesi in pubblicità. Il numero di addetti in questo settore (tv, giornali, ecc) era relativamente basso.
Già oggi grazie a Google e altri sono centuplicate le persone che traggono parte del loro bilancio economico da pubblicità su video e blog. Il numero di lavoratori dei media web è già maggiore di quelli occupati del resto dei media. Ma è esploso anche il numero di persone che guadagnano in proprio producendo contenuti e servizi alla comunicazione. Ma ancora il grosso degli incassi passa da poche mani, i colossi della comunicazione.
Osservo che potenzialmente i piccoli potrebbero offrire servizi e comunicazione molto più efficiente e incisiva (emozionale) dei grandi gruppi; ma dovrebbero connettersi. E questo, lo vediamo da decenni è difficile. Ho scritto alla nausea che se ci si collaborasse faremmo il botto e incasseremo più di Repubblica e il Corriere messi assieme. Comunque la potenzialità c'è. Prima o poi troveremo la strada.
E in effetti mi è pure venuta un'idea, stamattina sotto la doccia.
E se il problema fosse che fino ad oggi abbiamo tentato di connettere gruppi? Forse la soluzione è connettere singoli. Vedi FB ecc. forse funziona l'adesione individuale a una rete, quella di gruppo è più complessa...

Ok. Allora un sistema basic: copiato dalla pubblicità di Google. Ti registri, ricevi un codice, lo pubblichi in una casella del tuo blog e inizi a incassare per ogni click true (cioè ogni volta che uno sulla tua pagina clicca per entrare nello spazio dell'inserzionista). Una cosa semplice. E aggiungiamo però che l'annuncio sul tuo blog non è un testo ma un piccolo televisore che trasmette un palinsesto in diretta , e che se tu che pubblichi il televisorino hai un video lo puoi mandare in onda, hai a disposizione un tuo tempo tv corrispondente al numero di visitatori del tuo sito, esempio: ogni 1000 hai un minuto. Inoltre ottieni che una serie di spazi gestionali della rete ti linkano.
Quindi aumenti il traffico. Infine c'è un'agenzia centrale (o meglio una rete di agenzie) che vende pubblicità su questa tv, puntando sul fatto che essendo una rete particolare, perché SOLO TIPI PARTICOLARI FANNO LA FATICA DI COOPERARE; quindi la pubblicità su questa tv può essere venduta a un prezzo maggiore di quella classica Google. Cioè si possono vendere campagne con un alto valore aggiunto relativo al target e al valore emotivo della rete... non un gelido network commerciale.... ma una rete di creativi che collabora in varie forma alla gestione della compagna. La pubblicazione della tv sul tuo blog è solo l'opzione base. Chi vuole può aderire a livelli crescenti di collaborazione, assumendo particelle di lavoro di comunicazione, creazione contenuti, progettazione creativa, laboratori happening via teleconferenza ecc ecc e chi più ne ha più ne metta.
A questo punto se mi son spiegato e l'idea ti piace resta solo da decidere cosa fare. La prima mossa per me è sapere se ci sono 22 kamikaze disposti a fare la prima mossa. Cioè incontrarsi ad Alcatraz un fine settimana per parlarne. Se interessa la via maestra è maillare (neologismo prodotto qui per qui ora) elena@alcatraz.it specificare quale è il tuo blog o pagina FB (visto che possiamo monitorare e numerizzare (toh ne ho inventata un'altra di parola) anche accessi via FB.