cacao della domenica

Il Teatro Fa bene raccontato da Jacopo Fo – Parte Terza

Dopo la pausa delle domande dal pubblico pubblicate nel Cacao della Domenica del 3 maggio scorso Jacopo riprende la sua chiacchierata sul senso del teatro.

Penso che se a una persona nella vita va tutto bene sia meglio. E penso anche che dal dolore non si impari molto, anzi niente, il dolore è un’esperienza disgustosa. È anche vero che vivendo in un mondo pieno di problemi a volte recitare può essere uno strumento per sopravvivere perché vuoi raccontare qualche cosa.
Da questo punto di vista il teatro, come tutte le forme d’arte, è una medicina straordinaria. I medici dovrebbero prescriverlo nelle ricette: “Dopo i pasti fare arte e solidarietà”, perché sono le due cose che fanno meglio alla salute.
Ho visto i miei genitori sopravvivere oltre il punto di fine vita dal punto di vista clinico, i medici non ci potevano credere. Mio padre doveva finire il lavoro su Darwin e ci è riuscito. Secondo i medici doveva morire tre mesi e mezzo prima. Non aveva più capacità polmonare e malgrado questo nei primi giorni di agosto ha recitato davanti a tremila persone a Roma, finendo lo spettacolo cantando. Il medico che lo seguiva mi ha poi detto: “Visto questo, ora credo nei miracoli malgrado io sia ateo. Clinicamente quello che ho visto è impossibile”.
Se a voi non interessa raccontare perché non ve ne frega niente del mondo e vi va bene così, tutto vi funziona a meraviglia e il mondo è rosa… e secondo me avete dei problemi… allora non ci sarà determinazione nel vostro teatro. Secondo me è difficile che una persona in questo mondo sia perfettamente felice e possa fare un teatro che possiamo immaginarci per il futuro come la celebrazione della gioia e dell’amore.
Basta guardarsi intorno: questo pianeta è un massacro, venite avvelenati tutti i giorni da un livello di inquinamento atmosferico spaventoso, in un qualunque angolo di strada potete trovare un imbecille che vi ammazza, ancora c’è chi muore di fame… certo, vi va molto meglio di uno che sta in Siria però anche voi avete qualche problemino.
Se questa condizione non vi sposta nessuna emozione perché siete soddisfatti di voi stessi, dal punto di vista teatrale non farete mai niente. Non avete niente da raccontare…
La misura del teatro di Franca Rame l’ha data anche il fatto che lei ha raccontato, anche se in maniera edulcorata, lo stupro e le torture che ha subito. E’ stata la sua cura per anni. Mia madre recitava non perché voleva avere successo ma perché a stare in casa a pensare diventava matta e l’unico modo per sopravvivere era raccontare, condividere tutte le sere con mille persone quello che aveva subito.
Era brava a recitare anche prima, per carità, ma quando hai una tale urgenza arrivi a dei livelli di interazione e di scambio con il pubblico decisamente particolari. Da questo punto di vista mia madre ha inventato una forma di teatro molto particolare.
In un momento di gravissima depressione non riusciva più a tenere il cibo, vomitava tutto quello che metteva in bocca. Si rese conto che l’unica cosa che riusciva a digerire erano due forchettate di spaghetti che mangiava in una scena alla fine di uno spettacolo - vi ricordo che Franca apparteneva a una famiglia di attori girovaghi e ha debuttato a 12 giorni… il suo imprinting con il palcoscenico non è quello di un normale attore -. Finita quella tournée rischiava di morire per denutrizione e allora pensò che l’unico modo per vivere era quello di mettere in scena uno spettacolo nuovo dove raccontava la storia della sua vita e alla fine si faceva portare in scena un piatto di spaghetti che mangiava davanti al pubblico, raccontando che era l’unico cibo che riusciva a digerire. Lei mangiava e il pubblico piangeva. Era un’urgenza esistenziale.
Ora, io vi auguro che non vi succeda mai nulla di terribile nella vostra vita, però qualcosa deve aver colpito la vostra sensibilità e deve farvi desiderare in modo bruciante di cambiare questo mondo. Altrimenti non c’è, come la maggioranza degli attori che non vanno da nessuna parte. Poi ci sono attori che non hanno niente da dire e hanno ugualmente successo ma quella è un’altra categoria. Sono i “culoni”, hanno la faccia giusta, fanno la mossetta giusta, tutti ridono e guadagnano i milioni di dollari, ma sono pochi, veramente pochi.
Nella maggioranza degli attori che ha successo riconoscete un’emozione per il mondo anche se non siete d’accordo con quello che dicono. Purtroppo questa emozione la scuola non la insegna, o ce l’avete dentro oppure andate a lavorare in banca.

Domanda: Dici che l’unica alternativa sia la banca?
Jacopo: Meglio competere in una banca che cercare di fare arte se non hai un cavolo da dire.

Domanda: Credo che Dario e Franca avessero anche qualcosa in più rispetto agli altri attori. Soprattutto Franca, essendo una figlia d’arte. Tradizionalmente si dice che un figlio d’arte è colui che sa di sapere perché avendo imparato fin da piccolo a fare qualcosa non ne ha la consapevolezza, gli è naturale perché lo ha imparato per imitazione da sempre.
E invece sia Dario che Franca erano persone che sapevano riflettere sul proprio mestiere e questo faceva la differenza.
Jacopo: Sì, però è un processo successivo.
Domanda: Credi sia successivo?
Jacopo: Beh, mio padre ha iniziato raccontando le storie in treno mentre andava a Milano perché voleva far la corte alle ragazze e ha funzionato. Le prime storie le raccontava nel treno da Varese a Milano perché si annoiava e non essendo una gran bellezza…
Poi senz’altro è anche successo quello che dici, però ho sempre visto che la molla iniziale era qualcosa che li faceva incazzare perché era falsa o ingiusta.
Mia madre ha sempre tagliato i testi di mio padre, intere commedie buttate via. E non è che discuteva molto. Quando mio padre diceva “Ma non posso tagliare questo pezzo!” Mia madre rispondeva: “Tante belle parole tutte in fila” Più criptico di così! Semplicemente non funzionava dal punto di vista teatrale. Annoiava. Non analizzavano poi molto…
Senz’altro l’analisi c’è stata con Mistero Buffo, per esempio, ma quello che mi preme comunicare in questa sede ai ragazzi è che esiste un gesto iniziale primordiale ed è la decisione di volere comunicare e per farlo si è disposti a fare qualunque cosa per ottenere il risultato di avere qualcuno che ti stia a sentire.
Sei squilibrato, hai dei problemi e per stare in piedi hai bisogno che la gente ti ascolti. Io stesso sono qui per questo motivo, il fatto che voi mi stiate ascoltando mi permette di andare a casa e sentirmi meglio perché ho incontrato delle persone che mi hanno considerato una persona degna di essere ascoltata. In questo metto tutte le frustrazioni di quando avevo la vostra età ed ero lo zimbello della scuola, uno sfigato cronico e brufoloso.
E’ lì che nasce la mia determinazione. Molto spesso le persone di maggior successo a scuola e all’università nella vita sono un disastro perché non hanno una rabbia e una determinazione sufficienti per emergere. Voi ora siete in un mondo finto in cui eccelle chi riesce a risultare seducente per i coetanei, sembrare intelligente ai professori. Ecco, posso dirvi che simbolicamente questi li ho seppelliti tutti. L’unico che mi ha battuto anche da vecchio è Andrea De Carlo, mio compagno di scuola, ma lì c’è poco da fare. E’ uno di quelli che nascono perfetti, aveva una sorella meravigliosa che non voleva stare con me, lui a 17 anni già sapeva che avrebbe venduto migliaia di libri e io no… poi ne ho venduti anche io ma lui di più.
Sappiate che prima o poi farò un romanzo che venderà più di quelli di Andrea De Carlo. Anzi, potrebbe essere un grande titolo: Questo romanzo venderà più di quelli di Andrea De Carlo.

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Solidarietà e 5 per mille: anche i centometristi ricchi, belli e biondi soffrono. Ma nessuno li aiuta

di Jacopo Fo

Tutte le associazioni umanitarie stanno facendo a gara per ottenere il 5 per mille dai cittadini. Ogni volta che vedo una pubblicità mi dico che anche noi, con il Nuovo Comitato Il Nobel per i Disabili, dovremmo fare un po’ di comunicazione.
Poi vedo la pubblicità di Emergency e mi vien da dire che è meglio che le persone il 5 per mille lo diano a loro.
Qualcuno si chiederà perché allora non sciogliamo il Comitato e non confluiamo in Emergency.
Il perché è il pensiero che sia importante che qualcuno si occupi di questioni secondarie.
Questioni che proprio per questo sono piuttosto trascurate.
Quando mia madre propose di comprare pulmini attrezzati per il trasporto di persone sulle sedie a rotelle in effetti mi sono chiesto se fosse l’iniziativa più urgente.
E se dare un aiuto legale ed economico ai soldati italiani contaminati dall’uranio impoverito nella ex Jugoslavia è di sicuro un aiuto per un bisogno primario di persone che stanno morendo e a cui sono negati i propri diritti, altre iniziative possono sembrare un po’ strane.
Ad esempio mia madre decise di realizzare una medaglia in oro per premiare Adele Parrillo. Adele era la compagna di Stefano Rolla, ucciso nell'attentato del 12 novembre 2003 a Nassiriya. Siccome non erano sposati lei fu esclusa dalle cerimonie ufficiali. La medaglia recava incisa la figura di una Dea della giustizia che invece di essere bendata aveva gli occhiali. Sul retro una frase: "Un segno di stima non può cancellare il dolore ma elimina l'oltraggio del silenzio".
Con quel che costa una medaglia d’oro era proprio il caso di investire in un riconoscimento morale, denaro che si sarebbe potuto spendere per comprare medicine?
E che dire delle iniziative come Arte Irregolare che permette a persone al di fuori del mercato dell’arte di esporre e vendere dipinti in uno spazio nel quale non espongono solo “diversi” ma anche artisti affermati come mio padre?
C’è poi un settore della nostra attività basato su assistenza legale e materiale a persone che vivono situazioni eccezionali. Nel senso che la loro vita è un’eccezione e non fanno parte di nessuna delle categorie umane che sono assistite da associazioni “dedicate”.
C’è chi soccorre i bimbi, i neri, i profughi, le donne, i malati, i disabili, i senzatetto eccetera.
Noi assistiamo chi per una ragione o per l’altra è fuori da qualunque categoria.

Ho riflettuto a lungo sul nostro lavoro.
E mi sono convinto che vale la pena di continuare con questo impegno.

Il nostro obiettivo, come movimento solidale nel suo complesso, è certamente quello di aiutare chi è in una situazione di emergenza ma anche quello di migliorare il mondo.
E per migliorare il pianeta dobbiamo continuare a sviluppare la sensibilità delle persone e il diffondersi dello spirito di solidarietà.
E da questo punto di vista tutte le azioni positive sono importanti al di là del numero di persone alle quali si salva la vita nel breve periodo.
Se il nostro obiettivo è che non ci sia più nessuno che rischi di morire per mancanza di cibo, igiene o medicine, dobbiamo sviluppare un’azione che sia la più vasta possibile.
Non dobbiamo trascurare nessuna iniziativa positiva perché il nostro obiettivo è diffondere la comprensione, la coscienza civile, l’ascolto. Ecco che allora un’azione mai compiuta prima, come decorare una donna che ha subìto un torto, diventa importante anche se Adele sarebbe sopravvissuta ugualmente senza una medaglia d’oro coniata apposta per lei. Perché l’ideale della solidarietà e della giustizia sociale si diffonderà con grande potenza solo se la solidarietà sarà rivolta verso tutti, a prescindere dal grado di pericolo fisico che vivono e dalla tipologia del dolore che sperimentano.
Ad esempio, trovo che sia una grave carenza del movimento solidale il fatto che nessuno si impegni a soccorrere ricchi sessantenni in perfetta salute ma afflitti dalla sindrome della diciottenne popputa. Il fatto che siano ricchi, sani e sessualmente sgarrupati non dovrebbe diminuire il nostro amore e la nostra disponibilità solidale.
So che è difficile dedicarsi all’ascolto e alla consolazione di un vecchio porco ma solo se il nostro amore per l’umanità sarà totale e incondizionato riusciremo a contagiare tutta l’umanità con una visione solidale della vita. Se la nostra solidarietà esclude qualcuno, il nostro messaggio diventa parziale e quindi debole. Vogliamo un mondo migliore per tutti e proprio perché ne trarrebbero vantaggio tutti possiamo chiedere con voce chiara che tutti si sentano coinvolti.

Quindi se hai pochi soldi da donare dalli a Emergency, che è meglio.
Ma se puta caso hai già donato un milione di euro a Emergency, che Dio ti abbia in gloria, manda diecimila euro anche a noi e la tua azione solidale raggiungerà l’acme della perfezione.

PS.
Visto che la rete è popolata anche da commentatori compulsivi bisognosi d’affetto, specifico che la proposta di assistere vecchi vogliosi è data come iperbole evocativo, parabola simbolica, caso limite teorico. Io i vecchi esaltati li aborro. Preferisco le diciottenni poppute.
Ma forse questa precisazione scatenerà più casino che altro. Volevo condurre in modo leggero un discorso filosofico estremamente profondo sulla strategia solidale. E anche aver offerto il fianco a bordate di critiche selvagge è una buona azione. Sfogarsi sul web commentando causticamente un post su Cacao fa bene. Soprattutto dopo pranzo.
Dateci dentro! Son qui apposta.

5 per mille al Nuovo Comitato Il Nobel per i disabili Onlus


Il Teatro Fa bene raccontato da Jacopo Fo – Parte seconda

Nel corso dell’intervento di Jacopo riportato nel Cacao di domenica scorsa il pubblico è intervenuto con numerose domande: ne riportiamo le più significative.
Buona lettura!

Domanda: Nel lavoro dei suoi genitori, e anche nel suo, quando è stato consapevole e voluto il recupero di certe pratiche teatrali storiche?
Risposta: I primi otto spettacoli di mio padre erano atti unici che mia madre recitava quando era piccola. Si andava allora sul sicuro: dal momento in cui si usa un canovaccio, una struttura narrativa rodata, la possibilità di sbagliare è bassa.
Nel caso dello spettacolo per il Mozambico ho narrato una storia che mi è stata raccontata e l’ho sistemata con dei canoni un po’ più moderni, con delle trovate diverse. Se volete potete vederla qui http://www.ilteatrofabene.it/webserie-puntata-1-tre-mesi-prima/.
Ho usato i trucchi della Commedia dell’Arte per far ridere e in Mozambico ha avuto un grande successo. Ovviamente non è uno spettacolo che va bene per un teatro occidentale.
Per capire meglio vi consiglio di leggere uno dei primi testi che i miei genitori hanno smesso in scena, La Marcolfa, e vi accorgerete di quanto è semplice e divertente la struttura del testo. Sbagliare uno spettacolo così era veramente difficile, quindi i miei genitori hanno iniziato con questi atti unici, hanno avuto molto successo e soltanto dopo tre anni hanno messo in scena uno spettacolo scritto interamente da mio padre.
E comunque Dario ha sempre usato delle chiavi, delle macchine teatrali.
La macchina del film Johnny Stecchino di Benigni era stata usata da mio padre nel ’61. E’ la macchina dei due gemelli e si tramanda da secoli.  La chiave è il modo di raccontare una macchina. La macchina è la struttura narrativa come si concatena per tenere l’attenzione dello spettatore.
Il disastro di molti spettacoli è che non hanno nessuna macchina e quindi non ha potenza.

Domanda: C’è stato un momento in cui ha messo in dubbio la sua passione per il teatro? Ha avuto qualche crisi?
Risposta: La crisi c’è stata all’inizio: non volevo saperne di fare l’attore. Disegnavo fumetti e facevo parte del Male, una rivista di satira politica che aveva un grande successo alla fine degli anni ’70. Poi mi sono messo a scrivere e anche lì è andata bene.
Lavoravo sotto falso nome perché volevo capire se avevo successo perché ero bravo io o perché ero figlio di Dario e Franca.
Ho iniziato a firmare con il mio vero nome quando scrivevo per L’Unità e per un motivo ben preciso: ai tempi i miei genitori erano stati buttati fuori dal Partito Comunista, e quindi scrivere sul quotidiano del partito cose tipo “anche i comunisti rubano” con il mio vero nome mi dava una grande soddisfazione.
Soltanto successivamente ho iniziato a recitare, ho avuto il coraggio di farlo. Quindi non ho avuto crisi dopo. Certo, ora sto scrivendo lo spettacolo nuovo e ci sto lavorando da molto, per me è molto faticoso, mio padre ne faceva uno o addirittura due all’anno. Io ne scrivo uno ogni tre o quattro anni.

Domanda: E’ così sbagliato aspirare al successo?
Risposta: Io voglio raccontare una storia a tutto il mondo. Per fare questo devo avere successo. Voler avere successo è un’altra cosa: non è una differenza piccola, non sto giocando sulle parole. Voglio raccontare una cosa, il mondo deve saperla. Ci sono cose che mi fanno tremendamente incazzare, il mio obiettivo nel mio nuovo spettacolo è raccontarle. Se ho successo lo racconterò a più persone. In certi momenti della mia vita ho raccontato cose che facevano talmente arrabbiare la gente che non avevo alcun successo ma non me ne fregava niente.
Ti racconto questa storia per spiegarmi meglio: il Male era stato fondato da Pino Zac e ci lavoravano Angese, Vincino e altri. Poi Pino Zac lasciò la direzione e la gestione divenne collettiva.
Eravamo alla fine degli anni ’70, un periodo un po’ oscuro: c’erano le Brigate Rosse, il terrorismo, valanghe di droga ecc.  
Il Male era un settimanale che aveva grande successo nelle periferie devastate e tra gli intellettuali. Ricevemmo 180 denunce per oscenità, dileggio alla religione con un record mio personale di 87 denunce.
Non mi hanno arrestato perché pubblicavo con il nome di Giovanni Karen e quando in redazione arrivava la polizia dicevo che non sapevo chi era, le vignette ci arrivavano per posta…
Nel 1979 decidemmo di fare un Festival della Miseria. Era la prima volta che l’area dell’ex macello di Roma veniva utilizzata per eventi culturali. Montiamo un palco aperto a chiunque, quindi c’erano quelli che lavoravano con Renzo Arbore, e anche Cicciolina, Ilona Staller, la porno star che si stava candidando con il Partito radicale. Insomma, un palcoscenico dove c’era di tutto e anche il pubblico era variegato, ancor prima dello spettacolo erano sorte alcune risse e c’erano i primi feriti. Una situazione assurda.
Avevo 24 anni e un passato burrascoso e decisi che volevo raccontare a queste 3000 persone che la materia non esiste, che a scuola ci hanno imbrogliato perché ci fanno vedere l’atomo e il neurone che gira intorno al nucleo sullo stesso foglio del libro di testo, ma in realtà non è
così: se il nucleo dell’atomo fosse grande come un nocciolo di una ciliegia e fosse qui a Roma, l’elettrone starebbe girando tra Albania, ex Jugoslavia, Svizzera, ecc. Quindi la materia è vuota. Se accatastiamo tutti i nuclei e i satelliti degli atomi uno sopra l’altro la materia che costituisce il Monte Bianco starebbe in una tazzina da tè. Si tratta di un discorso scientifico, non mi sono inventato niente. Se poi andiamo a vedere le particelle subatomiche la materia lì non esiste proprio, almeno come la intendiamo noi, esistono a singhiozzo, un po’ sono onde, un po’ materia.
Quindi la materia esiste ma solo poca e a momenti, quindi non scassate le palle col mutuo e dedicatevi all’arte.
Avevo la profonda esigenza di dire questa cosa a tremila persone. Tu mi chiederai: perché? E che cavolo ne so? Mi andava di andare lì e dire a 3000 persone che li avevano imbrogliati a scuola. Ancora adesso non ho capito perché volessi scioccare con questa rivelazione, forse mi dedicherò a 10 anni di psicanalisi e poi ti telefono per dirtelo.
Comunque desideravo ardentemente affermare che non sapevano un cavolo della realtà: insomma, ero leggermente provocatorio.
Sono lì in quinta del palcoscenico che aspetto il mio turno per esibirmi e annunciano lo striptease di Ilona Staller, che si sarebbe spogliata nuda e poi avrebbe giocato con un serpente.
Immaginatevi 3000 persone che vanno a vedere il festival del Male, erano gasatissimi, una suburra, si sentivano urla bestiali.
A Ilona Staller, uscendo dalla roulotte che avevamo noleggiato e fungeva da camerino, si strappa il vestito, quindi deve rientrare e farselo ricucire perché non può spogliarsi se il vestito non c’è già più…
Vincino allora mi dice: “Vai tu”.
Per tutta una serie di ragioni che non sto a spiegarvi perché sarebbe troppo lungo, avevo un cappello da vigile urbano nero e un cappotto blu lunghissimo. Vengo presentato come Giovanni Karen, il più porco disegnatore del Male, e salgo sul palcoscenico. E inizio a spiegare che la materia non esiste.
Il mio pezzo durava tre minuti e mezzo, dopo il primo iniziano a fischiarmi come sanno fare soltanto tremila persone che vogliono vedere la passera di Ilona Staller quando arriva un pirla che vuole spiegare la fisica nucleare e loro a scuola erano tutti ripetenti.
Il presentatore, che non aveva capito che ero del gruppo degli organizzatori, vedendo che il pubblico fischia cerca di allontanarmi; io ho avuto un momento di debolezza e arretro. Arrivato in quinta trovo gli altri del Male che mi dicono: “Ma testa di cazzo, il Festival l’abbiamo fatto noi, facciamo quel che ci pare, esci e finisci il tuo pezzo”.
Rinfocolato dai miei amici che mi supportavano, riguadagno il palcoscenico. Immaginatevi a quel punto il pubblico che mi vede risbucare al posto di Ilona Staller…
Il presentatore mi vede tornare e spalleggiato dalle urla belluine della massa arrapata decide di fronteggiarmi, anche perché al tempo ero magrissimo e quindi lui, essendo una bestia, pensava di poter averla vinta facilmente. Il suo linguaggio corporeo mi comunica che vuole espellermi dal palcoscenico a spintoni.
Caso volle che quel giorno un ragazzo, un ex fascista che avevo salvato dal linciaggio a Milano, mi avesse regalato una spada da kendo, una vera katana affilata; non sapendo dove appoggiarla in quella bolgia me l’ero messa sotto il cappotto.
Il presentatore viene verso di me inviperito urlando che me ne devo andare io e i miei atomi. E io mi slaccio il cappotto come fanno nei film western, lentamente, e tiro fuori la katana e mi metto in posizione di combattimento. Lo guardo negli occhi e lui capisce che non sto scherzando. Ero leggermente nervoso davanti a tremila persone che già mi fischiavano, volevo finire il mio pezzo, puttana la miseria!
A questo punto davanti alla possibilità dell’omicidio di un noto personaggio televisivo, le tremila persone tacciono, io agito la spada e le prime file degli spettatori indietreggiano di un passo. Il presentatore arretra pure lui, io ricomincio a spiegare che la materia non esiste. Finisco il mio pezzo in un silenzio di tomba. E quando il pubblico capisce che ho terminato, vi giuro, mi hanno spostato con i fischi.
Non erano più solo fischi, ormai si trattava di una competizione: volevano dimostrarmi che anche loro ce l’avevano lungo e duro. Ma io di più.
Questo è stato il mio grande debutto in teatro.
Ero fermamente convinto che il mondo era una merda, che mi giravano le palle ma che se fosse entrato loro in testa come funziona la fisica nucleare magari qualcuno avrebbe iniziato a ragionare.

Conosco solo questo sistema per fare teatro: ci vado perché ho dei gravi problemi psichici e voglio che la gente mi voglia bene! E siccome io voglio bene a loro, voglio anche spiegare delle cose rompicoglioni quindi devo riuscire a fare una roba che fa ridere e spiego anche come funziona questo o quell’altro perché ho anche una passione didattica mostruosa.
E’ sufficiente come modello comportamentale?
In quel momento non volevo il successo: volevo che si ricordassero che avevano visto uno psicotico che aveva detto che la materia era vuota. Poi magari uno su cento avrebbe verificato che avevo ragione.
Non vi fa incazzare questo mondo? Incazzarsi fa male. Per non soffrire, un buon sistema è dire a tutti che il mondo ti manda in bestia. Poi ti senti meglio anche se ti fischiano.

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Il Teatro Fa bene raccontato da Jacopo Fo – Parte prima

Il progetto de “Il Teatro Fa Bene”, nato nel 2015 in collaborazione con ENI Foundation e Medici con l’Africa CUAMM, è giunto al suo termine, portando a realizzazione il proprio scopo: uno spettacolo teatrale itinerante, che sensibilizzasse la popolazione residente nelle zone nord del Mozambico sulle buone pratiche sanitarie e alimentari, in particolare quelle legate alla maternità e alla cura dei neonati.
Questa splendida esperienza ha rappresentato l’occasione per un intervento di Jacopo in pubblico. Di seguito la prima parte del suo discorso.

Il progetto de “Il Teatro Fa Bene” prevedeva che 7 attori mozambicani venissero in Italia per due stage durante i quali avrebbero imparato la messa in scena di uno spettacolo che doveva sensibilizzare gli abitanti del loro Paese, in particolare della zona a nord, vicino alla Tanzania, sulle problematiche materno-infantili.
Parliamo di una zona del Mozambico senza luce, senza strade, in condizioni veramente difficili, dove la mortalità infantile è molto alta.
Gli attori selezionati arrivarono in Italia a metà luglio del 2015. Erano tutti attori dilettanti e per i primi cinque giorni di stage ho chiesto loro di raccontarmi la loro vita e le loro esperienze teatrali.
Non solo, ho chiesto anche se si ricordavano di qualche spettacolo visto da bambini e uno di questi mi dice: “Sì, mi ricordo che durante una festa eravamo tutti seduti in cerchio per terra e si alza un vecchio e racconta la storia di una donna giovane che viene sposata a un vecchio che non ama. Lei ama un ragazzo e il vecchio è geloso e la controlla. Allora, per riuscire a vedere il suo amore la ragazza si finge malata e il ragazzo si finge un medico che va a curarla”.
La struttura di questa storia ricorda un racconto di Boccaccio, e la ritroviamo in Mozambico!
E non è detto che nasca dall’Italia per arrivare in Africa, potrebbe essere il contrario: la cultura medioevale attingeva a mani basse ai testi arabi e città africane come Timbuctù erano capitali della letteratura a livello mondiale. In quella città c’erano più biblioteche che in tutta un’area di centinaia di chilometri.
In tutti i casi, sia che il testo nasca in Italia o in Africa ritroviamo la figura di Arlecchino. E non solo un Arlecchino medievale ma anche uno molto moderno. Si racconta una storia in cui questo personaggio cerca di sedurre la sua Colombina chiedendo un bacio in cambio di un profilo Facebook. Ha un cellulare di legno e con questo cerca di imbrogliare la ragazza.
Se ci pensiamo è la trasposizione di un canone che troviamo in centinaia di commedie.
L’esperienza interessante nello stage è stata quella di non cercare di imporre un modo di recitare o un personaggio in particolare. Tutti gli attori hanno recitato tutti i personaggi, sia maschili che femminili. Continuando a provare cercavamo insieme di capire quale personaggio si adattasse meglio a ogni attore.
Il personaggio del falso medico era il più difficile dal punto di vista teatrale, serviva un attore con lo spirito di Arlecchino. C’era un ragazzo serissimo che a un certo punto, nel mezzo di una discussione con un altro ragazzo fa un verso che non c’entra niente ma che mi fa capire che lui è perfetto per quella parte.
Colpito da quella scena prendo da parte il ragazzo e gli dico: “Ecco, sei perfetto per il falso medico ma devi tirare fuori il bambino cattivo che hai dentro e che hai represso”.
Era la persona più seria del gruppo ed è diventato un falso medico strepitoso.
Nella regia teatrale ci sono due impostazioni: in una si hanno le idee chiare per arrivare a un certo risultato; l’altra secondo me è più divertente: non sai dove andrai a parare ma stai a vedere cosa viene fuori man mano che procedi.
Questo spettacolo è stato scritto dopo le improvvisazioni degli attori. Non avevo idea di cosa mettere in scena.
Ho scritto tutti i miei spettacoli ma lì è facile: ti racconto cosa mi è successo e lo faccio da solo in scena. In quel caso si trattava di scrivere uno spettacolo con 7 attori, scrivere i dialoghi, costruire la trama, ecc… era una cosa che non sapevo fare.
Sostanzialmente ho fatto finta di saperlo. Ho indossato la maschera del bianco, figlio d’arte, di quello che sa come si fa. In realtà non avevo la più pallida idea e al settimo giorno di stage volevo mettermi a piangere e allora ho chiesto agli attori: “Come la fareste voi questa scena?”
Vedevo come andava, sceglievo la soluzione migliore e di notte la scrivevo presentandomi il giorno dopo con lo scritto che sembrava originale, in realtà avevo biecamente copiato le loro soluzioni.
Scrivere i testi e poi recitarli è molto difficile, e di solito non funziona.
Anche mio padre, che ha ricevuto il Nobel perché era bravino, scriveva un testo poi lo leggeva ad alta voce e già lì cambiava molto. Poi lo leggeva mia madre che glielo devastava, dopo di che invitavano a casa amici, parenti, passanti, il postino, e si chiedeva loro di ascoltarli.
Non era necessario aspettare di sentire le critiche, c’erano altri modi per capire se il testo funzionava o meno.
Per esempio, se si era in un ambiente dove si poteva fumare e qualcuno si accendeva una sigaretta si tagliava il brano perché voleva dire che lo spettatore si era distratto e se il testo fosse stato avvincente non sarebbe successo, non si sarebbe acceso la sigaretta.
Dove non si poteva fumare si guardava il linguaggio corporeo, se lo spettatore restava fermo vuol dire che si era catturata la sua attenzione, se si muoveva troppo voleva dire che si stava distraendo e quindi il pezzo andava tagliato.
Altri tagli enormi venivano fatti durante le prove con gli attori, prima quelle seduti al tavolo, poi in movimento e con i costumi.
Quando si arrivava al debutto, del testo originale era rimasto ben poco. Dopo sei mesi di rappresentazioni non era rimasto praticamente nulla.
Potete verificare quanto dico andando a consultare l’archivio curato da mia madre al sito e troverete le varie correzioni seguite alla prima stesura dello spettacolo. Vi accorgerete che tra la prima stesura e quella dopo sei mesi di rappresentazioni non c’è quasi più alcun rapporto!
Lo spettacolo in un certo senso si scrive da sé. Se una sera un attore casca e la gente ride, la sera dopo si fa la finta caduta. Se una sera uno spettatore interviene e tutti ridono, il giorno dopo si mette in platea un attore che fa finta di intervenire. Lo spettacolo è un patchwork di tutto quello che succede mentre fai lo spettacolo.
Ci sono degli rappresentazioni dei miei genitori che nella versione finale sono piene di incidenti. In alcuni la struttura iniziale era distrutta, perché era uno spettacolo in cui continuavano a farsi male e tutti ridevano. Quindi hanno cambiato l’attore perché era in ospedale…
Accade che mi vengano a trovare e mi dicano: “Ho scritto un testo teatrale e vorrei trovare una compagnia che me lo rappresenti”. Di norma a meno che tu non sia Dio, quel testo lì fa cagare.
Inoltre se l’attore non ha il potere di improvvisare e di cambiare qualche battuta, il testo non va avanti. Si gioca sugli inciampi, sui cambi… Il testo teatrale a differenza del romanzo non esiste. La scrittura teatrale è un appunto che serve per sviluppare uno spettacolo.
Poi vi diranno che non è così, che ci sono dei canoni ben precisi, ecc. Ma chi usa quegli strumenti così rigidi di solito fa spettacoli che secondo me non sono un granchè perché è roba morta, preconfezionata.
La cosa divertente del recitare a teatro è che ogni sera è un’esperienza nuova. Si cambia, se non funziona si distrugge e si rifà.

Fine prima parte


Il teatro e la lotta (seconda parte)

Intervento di Jacopo Fo all’Università La Sapienza di Roma il 24 marzo 2017
Il teatro e la lotta (seconda parte – per leggere la prima parte clicca qui)

Insieme a Giustino Durano e Franco Parenti mio padre e mia madre avevano fatto uno spettacolo che si chiamava “I Sani da legare”. L’anno dopo la compagnia mise in scena “Il dito nell’occhio” e Parenti e Durano dissero a mio padre che lo avrebbero ripreso in compagnia ma da solo. Senza Franca. Mio padre non sapeva come dirglielo e quindi le ha chiesto: “Mi vuoi sposare?” e immediatamente dopo: “Però non reciti l’anno prossimo”. Quindi io modestamente arrivo per un problema di recitazione. E immaginatevi come sono messo.
Questo fatto di raccontare i cavoli propri oggi è ancora poco diffuso e si trova in particolare nel cabaret americano. Ai tempi è stata una novità assoluta inventata da mia madre. E’ chiaro che ogni attore racconta se stesso, ma mia madre è stata una delle prime grandi attrici – probabilmente la prima grande attrice a livello mondiale – che ha iniziato a raccontare la sua vita per filo e per segno: da quando aveva 4 anni e ha incontrato il primo maniaco sessuale che le ha mostrato il membro e lei non capiva perché questo signore le mostrasse una salsiccia ansimando, via via tutte le esperienze della sua vita. E la comicità che riusciva a sviluppare partiva proprio dal fatto che raccontava episodi esilaranti che le erano successi veramente.
Certo che per poter raccontare episodi esilaranti della propria vita, bisogna viverli.
In uno spettacolo in particolare, “Sesso, grazie, tanto per gradire”, Franca Rame racconta proprio la sua storia, il suo rapporto con la sessualità con i maschi, e questa è stata la grande rivoluzione di quel momento.
Come si fa a diventare attori di questo tipo? Molti affermano che oggi non c’è spazio per nuovi attori e hanno ragione: per far la parte dell’attor giovane dovete aspettare che l’attore giovane di quella compagnia stabile muoia perché continua a fare l’attor giovane anche passati gli ottant’anni! Non c’è modo di sradicarli, è tutto un gioco di reciproci accreditamenti che non hanno niente a che fare con il numero di spettatori che uno porta a teatro… è abbastanza imbarazzante.
Malgrado questo ci sono enormi possibilità, ci sono settori che permettono di fare gli attori che generalmente non vengono considerati. Ad esempio, la guida turistica. E’ un mestiere che viene fatto fare a gente che non è capace di raccontare.
La mia più grande storia di teatro è stata portare le gite scolastiche nel bosco. Avevo anche fatto un corso ma avevo anche capito che parlare di licheni a dei 14enni con gli ormoni a mille era una partita persa, non gliene poteva fregare di meno.
Se poi li metti a contare i licheni su un quadratino di terra 10 cm per 10, ti odiano proprio. E hanno ragione.
Per cui piano piano mi sono costruito il mio primo spettacolo che aveva l’obiettivo di ottenere l’attenzione di 50 ragazzi in un bosco. Vi garantisco che è una scuola di teatro, di scrittura teatrale e di regia, che non ce n’è uguali.
Sapete che si ride per il sesso e per la merda e nelle gite scolastiche non potevo parlare di sesso quindi avevo preparato tutto un discorso sulla merda partendo dalla cacca di cavallo. Cercavo di far stabilire agli studenti da quanti giorni era stata cagata quella cacca di cavallo, tipo addestramento Sioux, e nessuno voleva annusare… e così di seguito raccontavo tutta la storia della merda. In questo modo riuscivo a ottenere la loro attenzione.
Quindi vi consiglio di fare qualunque cosa per avere la possibilità di recitare, ci sono davvero tantissime occasioni, non è facile perché di base niente è facile ma se un ragazzo vuole fare il protagonista di una commedia del teatro stabile di Vicenza il livello di difficoltà è un milione a uno. Se volete fare la guida turistica a Roma già scendiamo a delle percentuali accettabili.
Avete poi la grande possibilità di fregarvene del mercato e degli inciuci, prendere il vostro smartphone e andare in diretta su Facebook. Se avete delle storie da raccontare, qualche cosa da dire, qualcosa che vi appassiona, con questi mezzi potete raggiungere milioni di persone facendo cose strepitose.
Quando quelli della mia generazione non riuscivano a sfondare potevano dire: è tutto un magna magna, se non metti parti intime a disposizione dei potenti non fai carriera – e anche per fare quello bisogna essere abili e determinati perché c’è un sacco di gente che dà il proprio corpo senza ricevere alcuna contropartita, bisogna essere abilissimi, ci sono migliaia di persone che cercano di far carriera scopando anche lì ce la fa uno su cento, gli altri 99 vengono trombati senza ottenere grandi risultati  - e questo ci rendeva dei privilegiati.
Voi non avete nemmeno questa scusa perché – dati 2015 – il record di incasso in Italia, nel mondo dello spettacolo, è di un ragazzino di 16 anni che ha incassato due milioni di euro commentando i videogame, costo dell’operazione: zero. Il cellulare ce l’aveva, Facebook è gratis, e allora…  se qualcuno ha qualcosa da dire lo dice.
Se non riuscite a fare nulla sulla rete andate a casa: non ci sono scuse. Purtroppo avete il problema che siete una generazione che non ha scuse: se sei capace passi, se non sei capace non passi e quindi fai un altro mestiere.


Il teatro e la lotta (prima parte)

Intervento di Jacopo Fo all’Università La Sapienza di Roma il 24 marzo 2017

Buonasera!

Non è garantito che la genetica assicuri anche di essere intelligenti… quindi voi avete questo grosso dubbio, che io capisco: sono solo un cretino figlio di Dario Fo e Franca Rame oppure no?
Quello che posso provare a mettervi a disposizione è una serie di cose che mi hanno insegnato, non si tratta tanto di informazioni quanto di un metodo.
Quello che sono, nel bene e nel male, è il risultato di un trattamento che tradizionalmente veniva messo in atto nelle famiglie degli attori. Se nelle famiglie dei clown e degli acrobati mettono i bambini nelle altalene a tre mesi di vita così che riescano a fare il triplo salto mortale prestissimo, la scuola che ho subito io, e in un certo senso non potevo farne a meno, è molto diversa dal percorso che solitamente si crede debba fare un attore. Io sono cresciuto in un sistema di bottega.
Mio padre e mia madre non mi hanno mai fatto una sola lezione di teatro.
Ho smesso di studiare a 17 anni perché non ero in grado di seguire il percorso scolastico che mi veniva proposto e quindi l’alternativa era: o continuare a studiare o mettersi a lavorare.
Ho scelto il lavoro e mio padre mi disse: “Mi servono venti maschere tra tre mesi per il prossimo spettacolo” e io timidamente risposi: “Ma non so fare le maschere, esimio genitore” e mio padre: “Va beh, impari. Vai ad Abano dal mio amico Donato Sartori e lui ti spiega come si fa”.
Quindi mi spediscono ad Abano Terme, arrivo in questo immenso capannone pieno di ogni tipo di scultura, oggetti da tutte le parti del mondo – se vi capita di passare di lì andate a vedere la casa di Donato Sartori, lui è morto ma la famiglia continua la tradizione: è uno dei più bei musei di maschere che esistano in Europa – … e dopo tre mesi ho consegnato a mio padre le venti maschere.
Non perché fossi particolarmente bravo ma perché, secondo me, la forza di questo metodo è che non è contemplato il fallimento: devi fare 20 maschere. Punto. Se fra tre mesi sei ancora vivo devi aver fatto venti maschere sennò vuol dire che sei morto.
E’ stato fatto un esperimento: le maestre di una classe di quinta elementare sono andate a parlare con i professori della prima media raccontando loro una frottola pazzesca. In pratica hanno detto a questi professori: “Vi arriverà una classe stranissima, noi pensavamo che fossero una manica di deficienti e invece sono dei geni. Noi li trattavamo come dei bambini normali e questi rispondevano in modo incredibile. Ci abbiamo messo un paio d’anni a capire questa cosa, quindi vi avvisiamo che vi arriverà questa classe unica nella storia della nostra esperienza scolastica”. I professori della scuola media dicono “Ok” e dopo tre anni questa classe che era stata selezionata per la sua assoluta mediocrità era diventata la migliore, i ragazzi avevano ottimi risultati e rispondevano ai test in maniera spettacolare.
Se nella vostra famiglia vi hanno sempre detto: “Non correre che cadi” sono cavoli amari, nel senso che vi hanno fatto una violenza mostruosa: i bambini devo correre e devono cadere. E quando cadono bisogna dire loro: “Wow! Sei ancora vivo! Incredibile! Sei stato proprio bravo!”
E questo è stato il metodo della mia famiglia. Si dava per scontato che io sapessi fare alcune cose. E alcune erano da Telefono Azzurro: a 11 anni attraversavo l’Italia in treno da solo. Per esempio: andavo da Milano a Roma, prendevo poi il taxi e arrivavo a teatro dai miei. Era considerato normale e a mia figlia in nessun caso avrei fatto fare una cosa del genere. Ma erano altri tempi e funzionava così.
La mia prima audizione la feci quando avevo circa 23 anni. La commedia prevedeva i personaggi della moglie, del marito e il figlio, tra l’altro pure drogato. I miei genitori mi chiesero di provare a recitare la parte del figlio, avevo l’età giusta. Feci il provino e mi presero, io non ero molto contento, speravo che mi bocciassero. E così sono fuggito e sono andato a vivere in campagna.
Negli anni poi mi sono messo a fare teatro, prima clandestinamente indossando delle maschere, nessuno sapeva che ero io. Mettetevi nei miei panni: provare a fare l’attore con due mostri sacri del genere in casa… me la facevo sotto, come si dice in linguaggio forbito.
Arrivato ai 40 anni ormai recitavo da qualche tempo in vari posti e per la prima volta ho debuttato in un teatro vero, con le poltrone rosse, il palcoscenico e mio padre ha pensato bene che doveva venire a incoraggiarmi. E lì mi ha impartito l’unica lezione di teatro che vi passo perché vi può essere utile. Mi disse: “Prima di uno spettacolo fatti una passeggiata. Le serate dove ho recitato meglio sono state quelle in cui non avevo molta voglia, in platea non c’era nessuno che volessi particolarmente impressionare ma siccome sono un professionista ho comunque cercato di dare il meglio e mi sono accorto che proprio in quelle occasioni ho recitato meglio che in altre serate dove magari mi ero applicato di più. E poi ricordati che quando sali sul palcoscenico quelli che hai davanti sono degli amici perché si sono messi il cappotto e sono usciti di casa per venire a vederti”. Fine. Un corso di teatro decisamente rapido.
Per carità, è importante conoscere la storia del teatro ecc. ed è anche importante sapere che c’è un muro e che non c’è nessuno al mondo che può insegnarvi a sfondarlo. O avete voglia di farlo, avete la determinazione e il divertimento per abbatterlo, oppure non ce la farete.
Non ho niente contro la scuola e l’insegnamento. Gli ultimi 37 anni li ho dedicati a fare una scuola, una libera Università. Visto che non ero nemmeno diplomato al liceo ho dovuto fare una scuola Libera per diventarne rettore e realizzare così il mio sogno. Quindi sono a favore dell’insegnamento, insegno da 37 anni. Bisognerebbe chiarire che l’insegnamento è fondamentale e utilissimo ma poi c’è una parte che devi fare tu. E quella non te la può insegnare nessuno. Puoi stare a vedere per tanto tempo come fanno quelli che ne sono capaci. Spero che voi andiate a teatro a vedere molti spettacoli perché quello è il modo per imparare. Se ne avete la possibilità andate a vedere le prove di uno spettacolo, si impara molto di più.
In alcune puntate della serie in onda su Rai5 che raccontano la storia dei miei genitori gli ultimi cinque minuti sono dedicati ai corsi di teatro di Dario e Franca, e lì vedete le correzioni. Ed è molto interessante vedere quando mio padre o mia madre dicono: “No, così non va bene…”. Si impara più dagli errori propri o degli altri che dalle cose giuste.
Ciò detto, mi rendo conto che sono stato molto facilitato dal fatto che la mia famiglia ha fatto il teatro più semplice che esista. Molti comici fanno le imitazioni, per esempio, e quello è molto difficile. Lo stile della Commedia dell’Arte, che mi padre definiva “epico”, è invece facilissimo perché tutti voi, o almeno gran parte, siete in grado di raccontare a qualcuno una storia, qualcosa che vi è successo, in maniera che si capisca e che sia interessante.
Quello che si fa in questo tipo di teatro è soltanto questo: raccontare una storia esattamente come la si racconterebbe a un amico con poche variazioni, perché ovviamente se si parla a una persona a un metro da noi si ha un certo tipo di approccio che cambia se si parla a cinquanta persone. Il meccanismo però è lo stesso.
Su YouTube potete trovare il nostro Alcatraz Channel: lì c’è una serie di video di persone a cui abbiamo chiesto di raccontare un episodio divertente della propria vita. Sono una quarantina di video realizzati dagli allievi di un corso di teatro.
E’ molto interessante vedere la diversità tra un racconto e l’altro. Del teatro “ufficiale” italiano mi dà molto fastidio vedere che recitano tutti alla stessa maniera. Se invece andiamo a vedere come la gente racconta nella vita reale dei fatti che ha vissuto, si scopre che lo sa fare in maniera più semplice, quando si racconta di qualcosa che ci è realmente successa ecco che la recitazione è più spontanea.
Mia madre viene da questa scuola e ha molto influenzato mio padre perché lei faceva parte di una famiglia di attori girovaghi della fine dell’800 e stavano sul palcoscenico come se stessero al caffè, raccontavano storie e se dovevano pensare a come recitare il discorso della madre al figlio che parte, lo recitavano immaginando che lì ci fosse il figlio che stava realmente partendo, era tutto improvvisato, non avevano testi scritti.
Quello che io ho fatto in teatro è stato raccontare semplicemente delle cose che mi erano realmente successe. Durante i corsi ad Alcatraz cercavo di raccontarle in modo divertente e quelle più divertenti le ho cucite insieme e così ho fatto il primo spettacolo e poi un secondo, un terzo, un quarto. Quello che rende semplice questo lavoro è che racconto la verità. E il pubblico sente che non sto recitando, sto raccontando cosa mi è successo, nessuna tecnica di recitazione.
Questa è stata una rottura enorme negli anni ‘50/’60.
Figuratevi che mia madre fece un film con Renato Rascel dal titolo “Rascel Fifì” – se lo andate a vedere troverete mio padre biondo che fa il gangster sciupafemmine, la cosa più improbabile che si possa immaginare, povera creatura -  e fu doppiata da un’altra attrice perché la produzione disse che non sapeva recitare perché l’impostazione ai tempi prevedeva che le attrici recitassero con il “birignao”. Cosa che nessuno nella vita normalmente usa se non quelle che lo fanno di mestiere e che anche quando vanno a casa usano il birignao per dire: “Il bambino ha fatto la popò…” (continua)