cacao della domenica

L’incredibile assedio di Alessandria

Intorno all'anno 1000 inizia in tutta Europa un movimento di ribellione contro i signori feudali e le gerarchie ecclesiastiche. Il tentativo dei signori feudali di instaurare un controllo più rigido della società erodendo libertà e diritti che si erano conquistati durante il caos dei secoli precedenti, provoca le rivolte dei contadini. Al loro fianco scendono gli artigiani delle nascenti città che mal tollerano le esose tasse imperiali. Sulla rivolta soffiano banchieri, ricchi commercianti e imprenditori manifatturieri. Ma i signori feudali non capiscono come stanno le cose e, convinti che la loro cavalleria pesante sia invincibile, decidono di non concedere autonomie, esenzioni fiscali e spazi di autodeterminazione.

Milano viene espugnata per ben tre volte dall'Imperatore Federico I detto il Barbarossa che alla fine rade al suolo tutta la città lasciando intatte solo 17 chiese, fonde l'oro che rivestiva le colonne di San Lorenzo e infine fa trasportare le pietre delle case demolite fino a Pavia dalla popolazione vestita solo di un saio, col capo cosparso di cenere e le spade legate al collo. Per essere sicuro di non dover tornare un'altra volta in Italia, oltre a scacciare la popolazione dalla città, fa anche arare il perimetro urbano e lo fa cospargere di sale per renderlo sterile. Poi, visto che è un tipo pignolo ci lascia anche una guarnigione con l'incarico di uccidere chiunque fosse sorpreso su quelle terre.
Passa qualche anno, i profughi si accampano ai confini della città, mentre i milanesi più ricchi trovano ospitalità altrove. È un'orda di straccioni e piccoli artigiani quella che una notte dell'anno 1167 rioccupa il perimetro della città massacrando la guarnigione tedesca. Ricostruita alla meglio Milano, essi si pongono il problema di come affrontare di nuovo il Barbarossa. Fortunatamente i generali di professione erano fuggiti insieme ai banchieri, così capi improvvisati scelgono di combattere non facendo affidamento su mura ciclopiche e cavalleria pesante.
Una follia!
Essi iniziano la costruzione della più grande trappola che mai nella storia sia stata costruita. Conoscendo il percorso che il Barbarossa seguiva ogni volta nelle sue incursioni scelgono una zona paludosa alla confluenza del Tanaro e del Brenta. Qui costruiscono una città in grado di ospitare circa 5.000 abitanti. Per riuscire nell'impresa fanno un bando che offre a chiunque sia disposto a costruire e a difendere il borgo la cittadinanza, cioè la protezione dai signori feudali.
Al libero comune viene dato il nome di Alessandria in onore del Papa Alessandro III, grande nemico di Barbarossa. È una città molto particolare. È tutta fatta di legno e soprattutto è costruita per la maggior parte su barche. Anche le mura di cinta sono costituite da palizzate erette sopra barche. Una città galleggiante in mezzo a un acquitrino paludoso.
Nell'autunno del 1174 arriva il Barbarossa forte di 4.000 cavalieri, 6.000 fanti e con un seguito di 10.000 persone tra artigiani, operai, servi, commercianti e prostitute. Quando l'Imperatore vede quel patetico accrocco di pali chiede cosa sia. Si dice che gli sia stato risposto: "Alessandria, battezzata cosi' in tuo spregio!" e il Barbarossa disse allora: "Distruggetela!"
Qui si interrompe la cronaca imperiale. Ci sono sei mesi di buco. Quello che noi sappiamo è che Federico Barbarossa non riesce a conquistare Alessandria e che ne va dall’assedio senza più l’esercito. È arrivato con 20.000 uomini e se ne va con 2.000 e addirittura deve vendere parte delle sue proprietà personali per finanziare la costituzione di un nuovo esercito.
La storia ufficiale, quella che anche Umberto Eco sceglie di raccontare, dice che non si sa come questi Alessandrini resistono dopo sei mesi d’assedio.
Si racconta che avendo finito i viveri ci sia stato un contadino molto furbo che prende l’ultima vacca che gli è restata e l’ultimo sacco d’avena,  dà da mangiare l’avena alla vacca e poi finge che la vacca sfugga in un momento di distrazione. I tedeschi la catturano e la uccidono e quando vedono che ha la pancia piena di avena e pensano: “Se dopo sei mesi d’assedio gli Alessandrini hanno ancora la possibilità di nutrire il proprio bestiame vuol dire che hanno ancora talmente tanto cibo che non si arrenderanno mai”. E quindi Federico Barbarossa rinuncia a espugnare la città e se ne va.
Questa storia non sta in piedi, inoltre questo stratagemma risale ai tempi dei Greci, è una storia trita e ritrita. Non sta in piedi anche perché Milano, e altre città, non erano riuscite a resistere all’assedio per neanche più di un mese, come hanno fatto questi con le mura di legno, una città costruita sulle barche a resistere addirittura sei mesi? Era impossibile.
Ed ecco il racconto che mio padre mi faceva quando ero piccolo e che aveva sentito a sua volta dal nonno su come aveva funzionato questa trappola.
Quando Federico Barbarossa dà l’ordine di distruggere Alessandria partono i guastatori con le asce, i scudi, le balestre e gli archi ed entrano nell’acquitrino che circonda la città. Non è molto profondo, l’acqua arriva alla vita, avanzano senza problemi: dalla città non arriva alcuna reazione come se fossero tutti morti. E i guastatori arrivano fino alle mura e iniziano a colpirle con le asce per creare un varco, entrare nella città e distruggerla. A questo punto Barbarossa è convinto di avere già vinto, d’altra parte era ridicolo pensare che una città di legno potesse resistere… e allora fa partire la cavalleria che si butta nell’acqua e si avvicina alle fortificazioni. Iniziano a volare sui cavalieri, gettati dalla città, dei blocchi di pietra. Queste pietre sono leggerissime, arrivano addosso ai cavalieri e non fanno danni ma quando arrivano in acqua iniziano a bollire. È calce viva e brucia la pelle degli uomini e dei cavalli che si imbizzarriscono, succede un gran casino tra i cavalieri e i guastatori che sono immersi nell’acqua. Si aprono le porte della città ed esce un’armata di persone sulle barche e attacca. Fanno una strage. Rubano armature, insegne e armi e le inchiodano sulle mura della città e tutta la popolazione sale sulle mura e come gesto di disprezzo fa pipì sulle insegne imperiali. Si racconta addirittura che avessero imparato degli insulti volgarissimi in tedesco e li urlano a Federico Barbarossa per farlo incazzare ancora di più.
Barbarossa, il primo giorno di assedio, ha già perso una bella fetta del suo esercito e si rende conto che espugnare questa città non è poi così semplice.
Decide di procurarsi dei barconi per attaccare montando su queste grandi zattere le catapulte e le altre armi da guerra. Ci mette un po’ di tempo per costruire queste barche e quando attacca si rende conto che non è così facile, gli Alessandrini li lasciano avvicinare alle mura che sono mobili e così intrappolano le zattere dell’esercito tedesco e massacrano tutti. Di nuovo rubano le insegne, le appendono sulle mura della città e ci pisciano sopra insultando in tedesco l’Imperatore.
Federico Barbarossa ha un’altra idea: vuole costruire un pontile di legno con dei pali ficcati nella palude di modo da arrivare sotto le mura con le torri d’assedio e gli arieti. Pensa così che avrà una vittoria facile.
E così passano ancora alcune settimane, ci vuole tempo per costruire il ponte. Sta arrivando l’inverno, i lavori sono rallentati e inoltre gli Alessandrini spesso fanno delle sortite e incendiano il ponte, usando delle zattere in fiamme che mandano contro i pali di legno.  
Barbarossa capisce che neanche quella è una buona idea.
L’ultima possibilità è riempire l’acquitrino di terra e pietre così da farlo diventare terraferma e rendere possibile l’attacco. L’acquitrino è grande e anche in questo caso il lavoro è lungo e passano i mesi…
Prova anche a chiedere una tregua durante la quale scopre che c’è un tunnel che arriva al centro della città e cerca di entrare ma gli Alessandrini non ci cascano e quando gli imperiali cercano di usare il tunnel trovano i cittadini ad aspettarli.
Ormai son passati sei mesi, arriva la primavera e con essa la stagione delle piogge.
Abbiamo trovato un racconto su questo periodo fatto da un monaco. Questi monaci milanesi si erano trasferiti vicino ad Alessandria, probabilmente per appoggiare la costruzione di questa città su barche. Facevano parte dell’ordine degli “Umiliati”, un ordine che non esiste più forse sciolto perché erano troppo pericolosi.
Questi frati ci raccontano che avevano costruito insieme agli Alessandrini tre dighe: una sul Tanaro, una sul Bormida e una all’incrocio tra il Tanaro e il Bormida. Piove, le dighe si riempiono - si erano sbarrate due valli enormi, strette ma lunghissime, parliamo di un milione di litri d’acqua – e a un segnale che parte dalla città e via via viene ripetuto sulle rive di questi due fiumi si fanno crollare queste dighe liberando così un’ondata spaventosa. La città di barche si alza, il campo di Federico Barbarossa no e quindi immaginate il disastro: armi disperse nel fango, viveri distrutti, soldati e animali annegati.
La mattina dopo l’inondazione l’esercito più potente del mondo occidentale è completamente devastato e allora sono gli Alessandrini ad attaccare. Sono nella fase finale della battaglia quando arriva l’esercito dei nobili, dei ricchi lombardi che invece di finire l’Imperatore pensano di poter contrattare la pace. Barattano con l’Imperatore la possibilità di salvarsi la vita con i superstiti con una promessa di libertà e di lasciare ai Liberi Comuni la loro autonomia pur accettando il dominio dell’Impero.
Come è finita?
Il resto alla prossima puntata
(Continua)


Inanna, la Dea sumera censurata


di Jacopo Fo

Inanna seduce il Dio creatore, signore dell’acqua dolce, che dà vita e fertilità.
E quando egli è ebbro del vino invecchiato che lei gli ha offerto e della passione sensuale, si fa rivelare i 100 segreti della conoscenza, che poi regala agli esseri umani.
Inanna è una e trina. Lei è contemporaneamente 3 Dee.
Il suo amato, Dumuzi, viene ucciso e lei per riportarlo in vita scende nel mondo di sotto dove regna sua sorella Ereshkigal. Inanna si adorna di 7 ornamenti d’oro, perle e pietre preziose e scende nel mondo dei morti, superando 7 cancelli. Ma a ogni cancello deve rinunciare a uno dei 7 ornamenti.
Arriva quindi nuda al cospetto della sorella. Chi varca la soglia del mondo di sotto muore e dopo tre giorni resuscita.
Alla fine Inanna fa un patto con la sorella, il suo sposo Dumuzi starà per sei mesi nel mondo dei morti e per sei mesi nel mondo dei vivi, così che per la metà dell’anno le piante possano crescere e i frutti maturare.

Le storie di Inanna sono molteplici e per ognuna abbiamo diverse versioni. Questi racconti, all’origine di numerosissimi miti religiosi, sono un condensato di idee e simboli che sono le fondamenta dei miti umani. La sua epopea è tra le più antiche e complesse.
Eppure a scuola neppure te ne parlano.
Se il racconto di Inanna venisse letto a scuola in effetti avremmo dei problemi. Soprattutto laddove dice:

“Quanto a me, Inanna,
Chi arerà la mia vulva?
Chi arerà il mio alto campo?
Chi arerà il mio umido terreno?
Quanto a me, giovane donna,
Chi arerà la mia vulva?...”

Dumuzi rispose:
"Grande Signora, il re arerà la tua vulva.
Io, Dumuzi il Re, arerò la tua vulva."

Inanna disse:
"Ara dunque la mia vulva, o uomo del mio cuore!
Ara la mia vulva!"

In grembo al re si ergeva l'alto cedro…

Inanna cantò:
"Egli è germogliato: egli è fiorito;
E' lattuga seminata vicino all'acqua.
E' il beneamato del mio grembo…

Sempre mi reca dolcezza il mio uomo dolce come il miele,
Il mio uomo dolce come il miele.
Il mio signore, dolcezza degli dei,
E' lui il beneamato del mio grembo.
Miele è la sua mano, miele è il suo piede,
Sempre mi reca dolcezza…

Colui che impaziente, impetuoso, mi accarezza l'ombelico,
Colui che mi accarezza le morbide cosce,
E' lui il beneamato del mio grembo,
Egli è lattuga seminata vicino all'acqua."

5.500 anni fa già si parlava d’amore così!
Fantastico! Scommetto che se mi permettessero di fare una lezione su Inanna nei licei avrei tutta l’attenzione degli studenti…
Mi piace vincere facile… Poi probabilmente orde di genitori leghisti brucerebbero l’edificio scolastico e mi darebbero la caccia…

Oltre alla bellezza amorosa e alla complessità del mito di Inanna c’è un particolare che mi pare veramente importante dal punto di vista storico e che non ho trovato citato da nessuna parte, il che vuol dire che quantomeno è poco noto.

Per raccontare di che si tratta ho bisogno di fare una premessa.
Da decenni un gruppo minoritario di storici (per lo più donne, vedi Marija Gimbutas, Il linguaggio della Dea; Riane Eisler, Il piacere è sacro) sostiene, sulla base di notevoli prove archeologiche, che verso il 7000 a.C. lungo i grandi fiumi, in Egitto, Medio Oriente, India e Cina, si sviluppò una civiltà matriarcale di pescatori contadini.
Questi popoli scolpivano un gran numero di donne prosperose, falli, vagine e seni. Abitavano in villaggi senza mura e senza abitazioni regali.
Avevano case dotate di camini e cardini. Le loro sepolture non rivelano differenze di rango e le sepolture delle donne sono simili a quelle degli uomini. Grandi costruttori di canali, abili ceramisti, tessitori, falegnami e commercianti, inventarono una sorta di scrittura per immagini dedicata alla celebrazione della fertilità e non ci lasciarono nessuna immagine che celebrasse guerre o abilità guerriere. Popolazioni pacifiche che traevano la loro forza dalla capacità di collaborare per sfruttare al massimo la fertilità dei terreni che lo straripare periodico dei fiumi offriva, realizzando grandi opere collettive per irreggimentare le piene e imponenti costruzioni sopraelevate per tenere al sicuro le sementi. Questa civiltà viene comunemente chiamata matriarcale, ma molti storici oggi preferiscono il termine “collaborativa” (partnership) perché nella parola “matriarcale” si ravvisa il contrario di una società patriarcale, quindi dominata dalla femmina anziché dal maschio. Queste società ittico-agricole erano invece paritarie.

Nello stesso periodo, nelle steppe euroasiatiche si sviluppava una civiltà di allevatori nomadi. La condizione del pastore, ben diversa da quella del pescatore contadino, induce alla competizione. Da subito i pastori devono contrastare le belve che attaccano le greggi. Il bravo allevatore uccide il leone, quello meno abile perde tutto il gregge. Presso questi popoli le arti militari sono quindi fondamentali. Il valore del singolo pastore/guerriero è al centro della loro economia. Si sviluppa quindi l’individualismo e ben presto oltre agli animali feroci, i pastori devono fronteggiare predatori umani. Rapinare le greggi è più facile che rapinare i raccolti perché le pecore camminano da sole. Nasce così la proprietà individuale degli armenti e ben presto i maschi reclamano la proprietà anche sulle donne. Nasce il mito della verginità. Uomini più abili di altri diventano re e generali.
Il livello di violenza dentro i villaggi e con i vicini aumenta, alcuni si costruiscono armi più evolute e riescono a dominare vasti territori. La rapina e lo schiavismo diventano fonti economiche primarie. Quando alcuni riescono a costruire archi abbastanza potenti da uccidere un uomo da una certa distanza e quando riescono a domare i cavalli, iniziano ad attaccare le ricche e ben più evolute popolazioni delle grandi pianure.
Ed è questo il momento storico nel quale iniziano guerre su vasta scala. I popoli matriarcali resistono ma alla fine soccombono. A volte fuggono verso territori impervi pur di mantenere la loro libertà, a volte vengono trasformati in servi o schiavi dei vincitori.
Contemporaneamente i guerrieri pastori restano ammaliati dalla cultura, dalla ricchezza, dalla tecnologia e dalle arti dei popoli vinti.
Inizia così un processo di fusione e assimilazione.

Le tracce di questo processo sono rinvenibili nei testi più antichi dell’umanità.

I miti di gran parte del mondo narrano di una Dea creatrice che viene spodestata da un Dio guerriero. E dopo le prime ondate migratorie dei pastori guerrieri altri arrivano e conquistano quei territori e allora i nuovi vincitori aggiungono nel Pantheon dei popoli vinti un nuovo Dio guerriero, più potente del precedente, che lo spodesta. Ad esempio, nel Pantheon greco dopo la Dea creatrice Gea si susseguono ben tre Divinità maschili, una dopo l’altra.
Sto scrivendo un libro che ricostruisce queste stratificazioni nelle narrazioni religiose, si trovano tracce ovunque, anche nella Bibbia…

La storia di Inanna è interessante perché evidentemente nasce presso le culture matriarcali, alle quali deve il suo impianto generale e la struttura narrativa, e viene poi cannibalizzata da racconti patriarcali successivi.

Ad esempio, nella più tarda epopea di Gilgamesh, Inanna (chiamata Ishtar) tenta di sedurre l’eroe che però la rifiuta perché sa che distrugge i suoi amanti. Qui abbiamo da una parte l’origine del racconto della donna demone, o strega, che usa la seduzione per distruggere e contaminare e pure il mito delle Mille e una Notte, dall’altro c’è il rovesciamento del valore di Inanna che da Dea centrale e positiva (ruba la conoscenza per donarla agli uomini e garantisce la continuazione della vita e la maturazione dei frutti sconfiggendo l’inverno) diventa una specie di demone distruttore che trasforma i suoi amanti in animali oppure li uccide.

Il disprezzo di Gilgamesh è totale:
“Tu saresti come un forno che non fa sciogliere il ghiaccio,
una porta sgangherata che non trattiene i venti e la pioggia;
un palazzo che schiaccia i propri guerrieri,
un elefante che strappa la sua bardatura,
pece che brucia l'uomo che la porta,
un otre che inzuppa l'uomo che lo porta,
calcare che fa crollare il muro di pietra,
un ariete che distrugge le postazioni nemiche,
una scarpa che morde il piede del suo portatore.
A quale dei tuoi amanti sei rimasta per sempre fedele?”
(Tavola 6, versetti da 1 a 114 - vedi qui pag 35)

Dopodiché, è il caso di notare, Gilgamesh parte e precedendo Ercole di parecchi secoli va a uccidere il Toro Celeste, simbolo della fertilità matriarcale che Ishtar offesa ha scatenato contro gli umani.
La stessa Dea passa da grande benefattrice dell’umanità a orribile megera.

Una parte dell’epopea di Inanna è particolarmente interessante perché mi pare scritta in epoca successiva alla prima sconfitta dei matriarcali, quando ancora la donna non è considerata inferiore e peccatrice e la cultura dei vinti è ancora forte e intatta.
I conquistatori hanno il potere ma sono odiati dai vinti che li considerano dei selvaggi, abili con le armi ma incivili e ignoranti. I vincitori si rendono conto della loro inferiorità culturale e adottano in parte i costumi dei pescatori agricoli.

In questo contesto si inserisce il dialogo tra Inanna e Dumuzi, il re pastore.
All’inizio del breve poema Inanna rifiuta il pastore, vuole sposare il contadino, dice Inanna:
“L'uomo del mio cuore maneggia la zappa.
L'agricoltore! Lui è l'uomo del mio cuore!
Raccoglie il grano in grandi mucchi.
Riempie puntualmente di grano i miei magazzini."
Interviene a questo punto Dumuzi:
“Dumuzi parlò:
"Perché parli dell'agricoltore?
Perché ne parli?
Se lui ti dà farina nera,
Io ti darò lana nera.
Se lui ti dà farina bianca,
Io ti darò farina bianca.
Se lui ti dà birra,
Io ti darò dolce latte.
Se lui ti dà il pane,
Io ti darò il formaggio con il miele.
All'agricoltore darò la panna che mi avanza.
All'agricoltore darò il latte che mi avanza.
Perché parli dell'agricoltore?
Ha forse lui più di quanto io non abbia?"

Alla fine Inanna accetta il pastore e la poesia diventa un cantico amoroso.
L’integrazione tra i due gruppi etnici è avviata.

E come la fotografia di un passaggio epocale, giunge a noi, 5500 anni dopo essere stata scritta. Una prova letteraria che rafforza l’ipotesi delle culture matriarcali dominanti nelle grandi pianure irrigue.

I millenni successivi sono la storia di altre invasioni, dopo i Sumeri conquistarono le terre solcate dal Tigri e dall’Eufrate, i Babilonesi, gli Assiri e gli Ittiti.

Ma ancora ai tempi di Erodoto erano vive alcune tradizioni matriarcali come quella secondo la quale una donna doveva accoppiarsi con uno straniero prima del matrimonio e a questo scopo si recava al tempio della Grande Madre/Ishtar/Inanna dove attendeva che un forestiero la scegliesse; questo costume era una forma atrofizzata dell’ospitalità sessuale praticata dai matriarcali allo scopo di arricchire il sangue del loro popolo.

Trovo estremamente affascinante cercare le tracce della scomparsa cultura matriarcale nella contaminazione di racconti e usanze.
Se vuoi leggere tutto il testo del poema di Inanna vai a Dialogo d’amore.
La discesa di Inanna negli inferi la trovi invece qui.


Lezioni di filosofia orientale (come non le avete mai sentite)

Incontro di Jacopo Fo con gli studenti al teatro Puccini di Firenze in occasione della decima edizione del Filosofestival – Prima parte

Buongiorno,
la filosofia orientale è un grosso bordello. Innanzitutto perché siamo abituati ad aver a che fare con i nostri preti, e i preti orientali sembrano tutti belli, bravi e intelligenti e invece là dove c’è il potere vi sono sempre dei meccanismi perversi.
In Tibet, in uno dei centri culturali che oggi va molto di moda, c’è un personaggio che è come San Francesco in Italia, grossomodo: la differenza è che la popolazione tibetana è molto matriarcale, le donne hanno un grande potere e hanno una grande libertà anche dal punto di vista sessuale. Ad esempio è uno dei pochi Paesi del mondo dove una donna può sposare tutti i fratelli di una famiglia.
Quindi, essendo la cultura tibetana di origine matriarcale, la sessualità non è considerata peccato come da noi, anzi è un momento di elevazione dell’anima. Nelle culture matriarcali primitive di cui esistono ancora oggi tracce in alcune zone dell’Africa, dell’Asia e del Sudamerica, quello che per noi è la comunione con la divinità si ottiene attraverso due modi: ridendo e con il piacere sessuale.
L’orgasmo è l’unione con la divinità.
Per quanto riguarda il ridere, in Italia fino al 1200 in Puglia esisteva il Risus Pascalis, la risata di Pasqua. Durante la messa di Pasqua, per ottenere la consacrazione dell’Ostia, bisognava che tutti i fedeli ridessero sennò Dio non arrivava perché non gli piaceva la gente seria.
Tornando al San Francesco tibetano, devo dire che era un personaggio veramente molto strano. Si racconta che un tempo in Tibet ci fu un periodo di grande siccità e i monaci tibetani facevano credere al popolo che erano loro a decidere quando doveva piovere. E quindi il popolo, vista la carestia, se la prendono con i monaci accusandoli di essere alla fame per colpa della loro malvagità perché non fanno venire la pioggia.
Il Dalai lama è disperato e organizza un grande rito collettivo in una valle con decine di migliaia di persone. Immaginatevi una sorta di teatro con delle scalinate dove ci sono tutte le autorità religiose, i suonatori con le trombe lunghissime, le ruote della preghiera che girano… dopo ore ancora il cielo è terso e non si vede alcuna nuvola all’orizzonte. A questo punto arriva Kunga Legpa, tutto sporco, stracciato ma lo fanno passare perché è un famoso maestro spirituale e quando è in uno spiazzo davanti a tutta la gente e ai monaci si mette a testa in giù e incrocia le gambe. La tunica gli cade lasciando scoperto il sedere e lui spara una scoreggia epocale. Immediatamente inizia a piovere tantissimo e Kunga Legpa si rimette in piedi mentre tutti felici scappano da questa pioggia fortissima. L’unico che rimane fermo al suo posto è il Dalai Lama che è sconvolto dall’aver assistito a questo miracolo e Kunga Legpa gli si rivolge dicendo: “Hai visto che vale più una mia scoreggia di tutte le tue preghiere?”
E malgrado questo non gli tagliano la testa, in Tibet lo considerano una persona importante e a queste parole il Dalai Lama risponde: “Bene, visto che tu hai fatto piovere quando noi non ne siamo stati capaci ti do l’autorizzazione a formare un tuo ordine monacale, però al massimo sono ammessi dodici monaci, perché altrimenti mettereste in crisi tutta la chiesa tibetana.”
Esiste un vangelo delle gesta di Kunga Legpa che si intitola “Le gioiose avventure di Kunga Legpa”.
Vicino a Grosseto c’è un’associazione culturale buddista Merigar dove vive un discendente di Kunga Legpa, il professor Chögyal Namkhai Norbu, professore di lingue orientali.
Questo vangelo è molto divertente perché sono raccontati tutti i miracoli del monaco tibetano, anche se a dire il vero, l’unico vero miracolo è quello che vi ho appena raccontato.
Gli altri sono assurdi, per esempio: Kunga Legpa entra in una bettola e vede che c’è una donna che sta per avvelenare il marito, quando la donna vede il sorriso del monaco desiste dal suo proposito.
Un altro giorno sta camminando quando vede un gruppo di banditi che sta nascosto in attesa di assaltare una carovana e fare una carneficina. Allora il monaco si avvicina e dice: “Buongiorno, ma che bella giornata!” E se ne va. I banditi si guardano tra di loro e si dicono: “Ma perché stiamo qui ad aspettare di ammazzare la gente? Oggi possiamo fare delle cose più divertenti” e così rinunciano al massacro.
Insomma, tutti i miracoli di Kunga Legpa sono preventivi perché lui dice: “Che gusto c’è a resuscitare un morto? Bisogna impedire che lo ammazzino. Questo è il vero miracolo”.
Gira nei villaggi e fa prediche molto strane - ricordiamo che si parla sempre di popolazioni matriarcali, certi discorsi nel Medioevo in Toscana o in Sicilia sarebbero stati impensabili - parla alla gente e urla: “Uomini, voi non capite niente, siete delle teste di cavolo, portate qui le vostre donne e così facciamo l’amore e attraverso il rapporto insegno loro l’illuminazione e la grande sapienza del buddismo”. Due ragazze, in due diverse situazioni, si presentano e dicono: “Siamo qui, siamo disposte a fare l’amore per imparare tutta la tua conoscenza”.
Porta la prima ragazza in una grotta, per giorni si accoppiano in maniera molto appassionata dopodichè il monaco esce dalla grotta, la mura dopo averle lasciato cibo e acqua, dichiarando che dopo tanto amore è meglio che la ragazza stia da sola e si gusti con calma tutto quello che è accaduto. Torna dopo 15 giorni, abbatte il muro e la fanciulla esce dalla grotta volando perché è talmente pura e felice da non essere più sensibile alla forza di gravità e così vola nel mondo predicando la grandezza del Buddha.
E così avviene anche, in tempi diversi, con la seconda ragazza.
In alcuni templi buddisti potete vedere un altare dedicato a questo santo dove vi sono scolpite immagini che difficilmente potrete vedere nelle nostre chiese cattoliche: Kunga Legpa è sempre ritratto vestito da straccione che regge un enorme sesso maschile dal quale escono lampi e tuoni, un’eruzione vulcanica. La gente va lì e prega, decisamente una cultura molto diversa dalla nostra :)

(Continua qui)


Dio c'è e vi saluta tutti

Era il lontano 1998 quando scrissi questo libro e a riguardarlo adesso mi diverte ancora molto ed è pieno di concetti interessanti… buona lettura!

Dio c’è e vi saluta tutti

Prefazione
Lo scopo di questo libro è raccontarvi una cosa talmente elementare che sfugge alla rozzezza del cervello. Se però non ti accorgi di questo fatto rischi che la vita ti diventa come il cioccolato al latte Polka. Costosa e indigesta. Rendersi conto che il tuo cervello è vittima di un'illusione ottica e che non guardi, non vedi, non ascolti né il mondo intorno a te né il tuo corpo, né le tue emozioni è di vitale importanza.
Cosa resta della vita se non ti ascolti vivere?

QUI, ORA! (Chi ha scorreggiato?)
Soltanto davanti a fatti che ti stupiscono riacquisti il senso del tempo, ascolti il presente.
Sennò fluttui tra passato e futuro che, come dice Sauro Tronconi, non esistono anche se la psicanalisi non parla d'altro.
La mia domanda è: dov'ero con la testa quel giorno di aprile che mentre stavo in treno ho tentato di aprire una mandorla con un coltello e invece mi sono aperto un dito?
Questo libro serve per evitare inutili ferite da arma da taglio e altre superflue lacerazioni sanguinanti. (Spero che la Croce Rossa Internazionale ne compri un milione di copie).

PERCEZIONI SOTTILI (Ho gli alluci in calore)
Hai il latte alle ginocchia, i fremiti alle cosce, il nodo alla gola, i gattini nello stomaco, ti urlano i tendini delle spalle, ti viene il sangue agli occhi, hai la testa che rumina, ti prudono le mani? Sono tutte sensazioni dovute alle emozioni. È il cervello inconscio che ci parla. Condivide emozioni e ti dà i suoi consigli. Ti suggerisce che c'è o non c'è feeling, una buona vibrazione, con qualcuno o in qualche situazione.
Ci sono un mucchio di queste sensazioni interiori. Ce ne sono anche di estremamente sottili e rapide che sembrano quasi impercepibili. Ma sono vere. Sono a un livello più basso di volume audio, ma sono comunque intense. Il semplice ascoltare questa modulazione di frequenza ci fa entrare in una dimensione percettiva amplificata. Senza filtri sensoriali, senza corazze.
Insomma, ti togli i tappi dalle orecchie. E finalmente ti accorgi che il tuo partner non ti sta sussurrando parole d'amore. Ti sta insultando con un megafono e intanto demolisce il tuo miniappartamento con il martello pneumatico.
(continua)

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Il Teatro Fa bene raccontato da Jacopo Fo – Parte Quinta

Chiudiamo con questa ultima parte la chiacchierata di Jacopo con gli studenti sul significato del Teatro (con divagazioni…)
Parte 1 - Parte 2 - Parte 3 - Parte 4

Domanda: Secondo te quanto può essere utile l’Università?
Jacopo: Nessuna utilità!

Domanda: Ok, le altre… e questa, la nostra? [Risate]
Jacopo: Vabbè, mi ha chiesto una cosa generale! Ti posso dire che quando faccio le selezioni di lavoro segno con un “due meno” chi arriva dicendo che è laureato, perché generalmente chi esce dall’università è bravo a giustificarsi con i professori… Chi lavora con me, se non ha fatto una cosa e si giustifica, con me ha chiuso. Perché io ho una morale calvinista, che è anche un po’ giapponese: quelli che si giustificano sono dei vigliacchi. Se arrivi in ritardo, di’: “Mi scuso per essere arrivato in ritardo”. Se mi spieghi perché, allora io ti rispondo che dovevi partire un’ora prima… Ti si è rotta la macchina? Ecchissenefrega!
Io lavoro “all’opposizione”, e per noi portare a termine il lavoro è difficilissimo, perché c’è la censura e tanto altro. E dunque lavoro solo con gente che se mi dice che quel certo lavoro sarà consegnato entro una certa data, o me lo consegna o è morta… Con molte persone con cui ero a scuola insieme quando avevo la vostra età, collaboro e lavoro ancora adesso. Per tutta la mia vita – ora ho 62 anni – ho selezionato solo gente che sa mantenere la propria parola. Il risultato è che oggi lavoriamo con la Rai, con Eni, eccetera, e riusciamo a lavorare in metà del tempo e per metà del prezzo, per cui riusciamo a vincere gare che nessun altro riesce a vincere. E questo è l’unico modo, pur essendo comunisti e rompicoglioni – e noi stiamo sulle balle anche ai comunisti, perché rompiamo i coglioni anche a loro, perché non siamo mai d’accordo con nessuno! – cioè garantiamo la qualità.
Il grande problema è la separazione tra l’apprendimento scolastico e il mondo del lavoro. Per questo vi dicevo prima che secondo me sarebbe geniale se voi usaste queste lezioni non ai fini delle interrogazioni ma per fare un oggetto che quando poi uscirete dall’Università avrà un valore: avere 20mila “amici”, supporter, che vi seguono su Facebook, 10mila su Instagram e 5mila su questo o su quello è un vero e proprio capitale. Se voi usate questi anni semplicemente per acquisire crediti … beh, per me buttate via il vostro tempo.
Quando studiavo io si andava a scuola con le spranghe… i professori non avevano nemmeno il coraggio di discutere con noi; nella mia scuola non c’erano i libretti delle assenze e presenze e nemmeno i registri. Per un anno non sono entrato in classe, ma sono stato promosso comunque perché abbiamo occupato la scuola. Stavo a scuola tutto il giorno, 8 ore, senza entrare in classe e assieme a un gruppo di altri studenti avevamo fatto un sacco di lavori, audiovisivi, serigrafie, ecc. Lavoravamo molto di più di quelli che studiavano, ma lavoravamo su cose che ci servivano. A partire da quel lavoro fatto a scuola, io poi ho scritto dei libri, e li ho anche venduti, e venduti bene! Per un periodo ho scritto 4-5 libri all’anno e ho potuto farlo perché ho “monetizzato” il lavoro precedente e ho fatto tesoro del metodo imparato allora, anche con i professori che avevano voglia di insegnarci a lavorare. E senza voti!
Capiamoci: io sono molto favorevole allo studio. Sono contrario a questo modo di studiare. Quello per cui voi cercate di prendere per il culo i professori e non vi accorgete che quelli presi per il culo siete voi… perché poi finite con il fare lavori di merda!
Vorrei che in questo tempo che vi ho dedicato almeno uno di voi si rendesse conto che lo stanno truffando e che ha davanti una prospettiva agghiacciante… trovarsi a 30 anni con un figlio e una famiglia da mantenere e un lavoro di merda, e … non puoi non andare a lavorare sennò il bimbo non mangia! Ragazzi, l’inferno è questo.
Andate in giro per la città: c’è davvero tantissima gente disperata … voi ora, invece, vivete un tempo in cui potete lavorare senza avere l’urgenza, perché comunque a casa qualcuno vi sta dando da mangiare (sennò sareste più magri di quello che siete!). Il fatto che non utilizziate le vostre 8 ore al giorno per fare qualcosa che vi serve per uscire dalla scuola con un lavoro in mano è disastroso. Ed è un disastro che, ahimè, fanno centinaia di migliaia di studenti. Ripeto: quelli della mia scuola che hanno fatto ciò che ho fatto io, quando sono usciti si sono ritrovati a fare chi il giornalista, chi il cantante, ecc… Ruggeri, sì, andava a scuola ma utilizzava il tempo per imparare a suonare e in quinta liceo faceva già concerti; Gad Lerner faceva già giornalismo; Andrea De Carlo scriveva già libri, e via di seguito. Se volete fare gli scrittori quando pensate di cominciare? Quando andate a lavorare in fabbrica o in ufficio?!?
Voi li vedete i vostri genitori quando tornano a casa dal lavoro la sera? Sono distrutti… Voi ora siete nell’età migliore: avete il tempo e avete la fantasia. E avete l’università che vi potrebbe aiutare. Sono convinto che qui potete trovare professori che vi supportano: approfittatene!

Domanda: Hai collaborato con i tuoi genitori alla stesura di molti testi. A quale sei più affezionato?
Jacopo: Il testo per me più emozionante è la storia dell’assedio di Alessandria; non posso raccontarlo ora perché è un po’ troppo lungo. E’ la prima storia che mio padre mi raccontò quando ero piccolo ed è l’ultimo romanzo che lui scrisse prima di morire. La sua famiglia, infatti, è di Alessandria e si tratta delle storie che il mio bisnonno raccontava a mio padre su come questi folli riuscirono a fregare l’esercito di Federico il Barbarossa. Quando mio padre a scuola sentì raccontare la versione ufficiale dell’assedio di Alessandria non ci credette perché non gli tornava con quanto gli aveva raccontato il nonno. Ed è così che ha iniziato le sue ricerche storiche. Se vi interessa, su internet – digitando Jacopo Fo assedio di Alessandria – trovate un mio lungo articolo in cui riassumo questa storia. Fra qualche tempo dovrebbe anche uscire il libro per la Giunti. Questa per me è emotivamente molto importante. Ma di storie come questa ve ne sono a centinaia.
Grazie della vostra attenzione, buona giornata a tutti!

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Il Teatro Fa bene raccontato da Jacopo Fo – Parte Quarta

La chiacchierata di Jacopo con gli studenti sul significato del Teatro continua…

Domanda: Qualche anno fa frequentavo un’Accademia di teatro che poi ho lasciato perché non pensavo mi desse tutti i contenuti di cui avevo bisogno. Un giorno un professore molto giovane ci spiegò cos’era il gramelot  e poi passò tra gli studenti chiedendo loro di fare un esercizio. Per esempio, chiedeva di far vedere al pubblico una sedia con un gesto e una parola inventata. E così via, uno studente face una sedia, un altro un orologio, ecc. Arrivato da me mi chiede di fargli un sushi. Ora, io non avevo mai mangiato sushi e non sapevo nemmeno com’era fatto.
La mia domanda è: lei come lo farebbe il sushi? (risate e applausi)
Jacopo: Innanzitutto: se riprendessi questo racconto con una cinepresa e la mettessi su you tube, secondo me qualcuno ti guarda perché è molto divertente.
Ciò detto, la domanda è mal posta. Il gramelot è un finto linguaggio che veniva usato nel Medioevo dagli attori che non volevano essere decapitati per quello che dicevano quindi sostituivano le parole vere con una serie di suoni più o meno onomatopeici quando dovevano dire, per esempio, che il re era un pezzo di merda.
Se l’avessero detto in modo chiaro sarebbero finiti male, se usano suoni e gesti la passavano liscia: i censori non avrebbero potuto accusarli di niente, erano solo stati suoni inarticolati.
Quindi, il tuo insegnante non aveva capito cosa fosse il gramelot. Il gramelot è un gioco che mio padre e altri attori hanno sviluppato…
Che poi… mio padre non sapeva l’inglese e non era mai riuscito a impararlo e amava tantissimo il jazz e cantava con i suoi amici i brani jazz americani e si inventava le parole.
In seguito compose una canzone che diventò famosa e si intitolava: Il Pianto dei Piantatori di Piante. E la presentò alla radio spacciandola per una canzone americana e che i piantatori di piante piangevano in quel modo. Una stronzata epocale che fece ridere un sacco di gente.
In seguito utilizzò lo stesso linguaggio in Mistero Buffo e in gramelot fece i brani che, secondo il suo punto di vista, erano quelli che al tempo erano i più pericolosi.
Dietro il gramelot c’è anche un grande trucco teatrale: si fanno una serie di versi e di suoni da scimmione che sono vietati nella nostra consuetudine e la gente ride anche perché è liberatorio.
Quello che tu hai raccontato è interessante perché è la dimostrazione empirica che il tentativo di codificare quello che non è codificabile porta a dei discorsi che non hanno senso.

Domanda: Una delle critiche portate al teatro di Dario Fo e Franca Rame è che non sia arte o espressione poetica ma sia in realtà espressione politica di chi fa militanza, risultato di un “urgenza” comunicativa dei protagonisti… Come se si potesse portare a una separatezza tra ciò che è veramente teatro, poesia, letteratura, che risponde a determinati canoni nei testi e nei luoghi deputati alla loro rappresentazione, e tutto il resto, ciò che invece rimane escluso dall’orizzonte del “dicibile”
Jacopo: Questo è un problema centrale. Le persone asservite al potere si arrampicano sui vetri per poter affermare che certe espressioni non sono “arte”.
Guardiamo a Dante: La Divina Commedia, con il suo escamotage di Inferno, Purgatorio e Paradiso, è una satira politica, e Dante era una persona impegnata politicamente. Noi oggi leggiamo I Viaggi di Gulliver come fosse un libro per bambini, si tratta invece di un libro di battaglia politica. L’arte di serie A può assolutamente comprendere l’impegno politico … ricordiamo, tra i tanti, Tolstòj, Picasso… Sì, poi c’è anche Salvador Dalì, che si vende a Franco per avere in regalo il castello! Ma i venduti e i traditori sono sempre esistiti, e anche Dalì inizialmente fu un artista di rottura.
Ritengo che alla fine sia più una questione di lana caprina. Se andiamo a vedere chi resta nella memoria nei secoli, troviamo soprattutto persone che hanno rotto con i canoni estetici del loro tempo perché erano incazzati per motivi politici.
Di Leonardo Da Vinci non ci raccontano che l’unico dipinto andato distrutto perché prese fuoco – la Battaglia di Anghiari – era in realtà una satira. Secondo Macchiavelli in questa battaglia si scontrarono due eserciti, uno di Pisa e uno di Firenze, di 8mila uomini ciascuno, ma erano tutti mercenari svizzeri, da una parte svizzeri tedeschi e dall’altra svizzeri francesi. E, racconta appunto Macchiavelli, costoro combattono dall’alba al tramonto, con i due gruppi di generali che osservano dalla cima delle colline, e… c’è un solo morto! Un soldato che cade da cavallo… Leonardo dipinge questa storia in un momento politico particolare: nei bozzetti più antichi si vede un gruppo di vecchi sdentati che gioca a bandiera e non ci sono armi. Nelle versioni successive vengono aggiunte delle spade, i feriti, ecc. Abbiamo anche la testimonianza di Michelangelo, che sempre nel periodo di Firenze città libera dipinse la Battaglia delle Mutande, dove dipinge un gruppo di giovani nerboruti dell’esercito fiorentino che, visto il gran caldo, se ne stanno nell’acqua mezzi nudi. Sono due satire sulla guerra!
La stessa Cappella Sistina di Michelangelo venne considerata da alcuni, al tempo della sua esecuzione, un attacco frontale al potere.
In definitiva i grandi artisti della nostra storia avevano interessi culturali, sociali ed estetici: che oggi un critico teatrale ignorante ci venga a dire che quella certa espressione non è teatro perché vi è dentro della politica … beh, lo considero un analfabeta, non vale neppure la pena rispondere.

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