cacao della domenica

Qual è la soluzione migliore? – Parte seconda

Quando ero un ragazzino ero la metà di adesso, anche ora non sono un colosso ma da ragazzo facevo veramente paura. Ed ero anche brufoloso, cosa veramente disdicevole, quindi avevo un livello di insuccesso con le ragazze olimpionico.
Soprattutto d’estate, quando arrivavo a Cesenatico e mi mettevo in costume da bagno, e le mie possibilità precipitavano verticalmente.
L’unico sistema per combinare qualcosa era avere qualcosa da raccontare alle ragazze, avevo una decina di argomenti che tiravo fuori all’occorrenza, facevo una bella figura e così avevo qualche rara possibilità.

Con il passare del tempo mi sono accorto che il sistema di scegliere una via alternativa nella risoluzione dei problemi (vedi cacao domenica 22 ottobre) è proprio giusto.
La prima cosa che ci insegnano è che esiste un metodo già “determinato” e se si vogliono risolvere i nostri problemi bisogna applicare il metodo “ufficiale”.
Ecco, vorrei dirvi che di solito il metodo ufficiale non funziona, e non ci vuole Einstein per capirlo, basta guardare la situazione del mondo: un sistema che ammazza ogni anno 10 milioni di persone di fame e che ne ammazza 100 milioni perché hanno mangiato troppo.
Abbiamo bombe atomiche che potrebbero distruggere 5000 volte il pianeta, e negli anni 70 era peggio, potevamo distruggere il mondo 10mila volte. Capisco che è un discorso noioso ma provate a pensare per un momento all’enormità di questa cosa.
Ci sono stati anni di trattative per distruggere l’arsenale nucleare perché i generali da una parte e quelli dall’altra dicevano: se noi smantelliamo le nostre armi accadrà che noi potremmo far esplodere il pianeta 4999 volte e loro 5000 e così il nostro deterrente nucleare ne soffre.
E se decidiamo che il sistema del potere è sbagliato, non è che ce n’è un altro che invece è perfetto: non funziona così, ognuno di noi ha il suo sistema, quello che ognuno di noi può cercare è il proprio modo di risolvere i propri problemi.
Se pensate che ci sia un qualcuno che è più alto, più bello, più intelligente, più biondo di voi che ha in tasca la soluzione ai vostri problemi e che se seguite il suo sistema arriverete all’obiettivo, ebbene, vi accorgerete che non funziona.
E’ stato effettuato un esperimento che dovrebbe cancellare tutte le discussioni che continuo a sentire sul come stare bene: un medico francese ha fatto una ricerca nei vari ospedali europei per cercare quelle persone che dovevano essere morte e che invece erano ancora vive in modo clinicamente inspiegabile. Insomma, quei casi in cui le analisi, le condizioni del paziente farebbero pensare che questi dovrebbe essere trapassato da tempo ma che invece, oltre ogni previsione, continua a vivere.
Il medico francese e la sua equipe trovano 3000 casi “miracolosi” e quindi vanno a visitare queste persone.  Possiamo immaginare che queste 3000 persone abbiamo trovato IL sistema giusto, quello che guarisce da malattie altrimenti mortali e quello che scopre è che queste persone sono guarite con 1500 sistemi diversi, alcuni completamente idioti. Buttarsi nell’acqua gelata d’inverno a Trieste alle cinque del mattino non ha nessun rapporto con la leucemia ma c’è un uomo con la leucemia che quando fa questa cosa guarisce, e gli altri del reparto leucemici, visto che quel paziente è guarito vogliono imitarlo e si vanno a buttare al mare d’inverno pure loro: una strage.
Quindi quello era un sistema che andava bene per QUEL paziente.
Alcuni guariscono con la medicina ufficiale, il medico aveva dato una medicina pensando: boh, proviamo e si stupisce lui stesso della guarigione. Magari gli ha solo prescritto dell’aspirina pensando che male non poteva poi fare e il paziente è guarito!

Allora, quando qualcuno vi dice: fai questo perché funziona, scappate! Non vi serve perché questa è la SUA soluzione. Ecco perché nel corso di Yoga demenziale non vi faccio fare degli esercizi ma vi propongo una serie di esperimenti, di possibilità e vi do una serie di informazioni, poi se voi volete provare qualcosa o no, quelli sono fatti vostri.
Se volete arrivare in ritardo alle lezioni o non venirci affatto va benissimo, perché funziona solo se vi interessa e quando vi interessa.
Fare qualcosa controvoglia è peggio che non farla. Il principio fondamentale è che voi siete le uniche persone che sanno cosa è importante per voi, o se non lo sanno possono provare a fare degli esperimenti ma fare qualcosa controvoglia per definizione non serve.
Se vi hanno detto che lo studio è noia e sofferenza, vi hanno detto una cosa sbagliata, si riescono a capire le cose nel momento in cui si trova la passione. Il problema è quello e la passione è un’altra cosa che non vi posso insegnare. Però possiamo fare degli esprimenti insieme appassionanti e sperare che si crei un vortice di divertimento collettivo così magari ci si appassiona a qualcosa che prima non interessava.
Appassionarsi, secondo me, è l’unico vero affare. Per prima cosa alla propria vita.

Mi rendo conto che molti dei miei problemi li ho risolti per culo.
Ma di questo ve ne parlo la settimana prossima :)
(continua)

Qual e’ la soluzione migliore?

di Jacopo Fo

Ci sono molte persone che sostengono di aver trovato la soluzione dei problemi.
Io non ho trovato la soluzione dei problemi, uso un altro metodo: metto insieme informazioni che mancano.
L’idea è che se una persona ha un maggior numero di informazioni, e quelle sbagliate vengono corrette, potrà affrontare i suoi problemi in maniera più efficiente e più produttiva.
Questa mia propensione deriva da un’esperienza per me molto scioccante: quando avevo tre anni e mezzo la mia famiglia ha deciso per la terza e ultima volta di fare una gita fuori porta. Forse per le vostre famiglie funziona ma per la mia era assolutamente insostenibile e infatti ce ne sono state solo tre…
Decidono di andare a mangiare in un ristorante sulle Alpi, per arrivarci bisognava prendere la seggiovia. Era estate e partiamo per questa spedizione. Arriviamo alla seggiovia e andando contro a ogni trattato internazionale sul trattamento dei prigionieri politici e dei bambini, la mia famiglia mi mette su un seggiolino che va a un’altezza spropositata sopra una foresta e nessuno li denuncia al Telefono Azzurro o chiama i vigili del fuoco o gli agenti psichiatrici e io vengo colto logicamente da una crisi di panico.
Quando arrivo in fondo, c’è l’addetto che mi deve far scendere, il ragazzo si rende conto che grazie alla muscolatura scimmia ho un forza mostruosa e non riesce a staccarmi dal seggiolino.
Una persona normale avrebbe fatto fermare qualche secondo la seggiovia, mi avrebbe calmato e fatto scendere, questo tizio sceglie un altro metodo e mi dà un ceffone mostruoso e mi tira giù.
Arriva mio padre sul suo seggiolino e invece di uccidere sotto i miei occhi festanti questo essere immondo, non fa una piega e capisco che funziona così: seggiovia, ceffone, il mondo è una merda.
Arriva mia madre anche lei impassibile sul fatto che io sia stato percosso da uno sconosciuto e mi portano in questo c… di ristorante di m… in cima alla montagna.
Non mi sono gustato molto il cibo perché pensavo al ceffone che avrei preso al ritorno.
Finalmente mio padre si rende conto che sono sull’orlo di una crisi di nervi e mi chiede: “hai paura a ritornare sulla seggiovia?” e io penso: “E’ un genio! Dovrebbero dargli il Nobel!”
“Bene” continua lui “Se hai paura torniamo giù a piedi”.

Non gli credetti perché ormai sapevo che mio padre faceva delle cose assurde.
Una volta tornai a casa sconvolto dall’asilo perché avevo scoperto che tutti i bambini avevano l’onomastico e io non sapevo neanche cos’era.
Allora chiesi ai miei genitori: “Ma quando è il mio onomastico?” e mio padre invece di andare a cercare nel libretto degli onomastici dove c’era San Jacopo, povera creatura, mi dice: “Guarda Jacopo, non discutiamo come ti chiami, perché non è colpa mia. Quando eri nella pancia della mamma io mi sono avvicinato e ho chiesto: bambino come vuoi chiamarti? E tu hai risposto Jacopo e così ti abbiamo chiamato”.
Quindi, voi capite, che ero abituato a manipolazioni orrende.

Tornando alla nostra gita in montagna, mio padre mi dice: “Scendiamo a piedi”.
“Ma davvero? Certo!” rispondo.
E per me quella camminata è stata un’esperienza fantastica tanto che credo sia uno dei motivi per cui anni dopo sono venuto a vivere in mezzo ai boschi.
Per me era un luogo inconcepibile, abituato a strade e case questo spazio immenso che abbiamo percorso per ore mi sembrava impossibile.
Era una situazione mentale stupefacente perché è l’incapacità di leggere la realtà che non si conosce. Ho avuto la mia prima esperienza in quella lunga passeggiata perché a un certo punto arriviamo su un torrente, per me non esisteva il concetto del mondo “naturale” fuori dal mondo cittadino, quindi vedo quest’acqua e mi dico: “Ma chi ha rovesciato tutta quest’acqua?” e mi rivolgo a mio padre. “E questa chi l’asciuga adesso?”
E poi vedo le mucche e chiedo a mio padre: “Chi sono questi mostri?”
E lui mi risponde: “Non ti preoccupare, se non gli dai fastidio non ti attaccano, sono delle mucche”
E il fatto che lui sapesse cosa c’era in questo mondo sconosciuto era veramente incredibile.
Dopo ore meravigliose e un colossale imprinting naturalistico arriviamo a valle e troviamo mia madre che era andata in seggiovia perché aveva le scarpe col tacco e la troviamo tutta sgarrupata perché, presa dall’ansia per il marito e il figlio in mezzo al bosco, era scesa dal seggiolino prima di arrivare alla piattaforma e aveva fatto così un bel salto, per fortuna un pino aveva attutito la caduta ma si era strappata il vestito, le calze, ecc.
E lì ho capito che c’è sempre un’altra via ed è sempre meglio.
Quando ho dei problemi chiedo qual è la soluzione e se non mi piace vado a vedere se c’è un’altra soluzione e… funziona.

La rivoluzione zapatista

di Jacopo Fo

Vi racconto un’altra piccola storia. E’ una leggenda, non so se sia una storia vera ma la trovo molto bella.
Quando i nativi americani videro le prime navi spagnole ancorate vicino alla spiaggia dalle quali scendevano le barche piene di marinai, erano in grado di vedere le barche ma non riuscivano a vedere le navi, perché il loro cervello non era in grado di concepirle: guardavano le vele bianche e pensavano che le navi fossero delle strane nuvole.
In pratica, se non si è registrata nella mente l’esistenza di una qualche cosa si rischia di non vederla.
Questo è quello che è successo a tantissimi bravi comunisti, ahimè, che sono andati in Chiapas e sono ritornati facendoci resoconti eroici dell’eroica rivoluzione dei compagni zapatisti.
Sul fatto che gli zapatisti siano compagni non ci sono dubbi, salutano con il pugno chiuso come i comunisti, hanno tutti il passamontagna come avevamo noi negli scontri degli anni ’70 e questa è un’altra solida similitudine.
E invece non è vero. Loro salutavano con il pugno chiuso prima di Cristoforo Colombo, che non c’entra un cavolo con Carlo Marx e l’Internazionale Comunista. E lo stesso vale per il passamontagna, l’avevano già nel 1000 a.C. perché l’eroe non si deve vedere in viso, l’eroe è il popolo.
E si scopre che gli zapatisti stanno da un’altra parte, per esempio sono dei patiti di numerologia: un giorno dovevano andare a Città del Messico per una grandissima manifestazione ed è sorto un grande problema: dovevano partire in 1111 e invece erano molti di più e questo secondo i presagi Maya avrebbe portato sfortuna.
Un altro episodio è relativo alla loro rivoluzione. Decidono di fare la guerra ma non in modo convenzionale. E’ l’unica guerra nella storia del mondo che è stata dichiarata, combattuta per soli sette giorni e in cui muoiono 12 persone per sbaglio e poi basta. Anche se l’esercito messicano continua a sparare loro non reagiscono più.
In realtà non si è trattato nemmeno di una vera guerra: semplicemente sono passati da una situazione di totale pacificità – nessuno in Chiapas aveva lanciato nemmeno un sasso contro la polizia – al conflitto più simbolico. Hanno inventato la prima guerra simbolica della storia del mondo. La prima guerra che nega la guerra. La prima guerra che è durata un giorno. La prima guerra che non ha dato il potere a generali imbecilli e criminali.

Il dibattito per decidere del conflitto coinvolge tutti i villaggi e dura un anno fino ad arrivare a un voto unanime. Se c’era qualcuno che aveva dei dubbi stavano a discutere per mesi fino a che non si convinceva, roba da psicopatici.
Poi iniziano a cucire delle divise perché volevano fare una guerra all’europea, quindi i soldati dovevano avere la divisa. Trovano una partita di cotone verde pisello e tutti a cucire queste divise allucinanti.
E, siccome non avevano armi decidono di fare i fucili di legno così che nelle fotografie sembrasse che tutti avevano i fucili.
E quando un esercito di ventimila uomini e donne con i fucili di legno può sconfiggere un esercito regolare armato fino ai denti?  
Il primo gennaio alle cinque del mattino! Quando tutti i militari sono ubriachi nelle caserme.
Gli zapatisti attaccano contemporaneamente in quattromila per volta cinque città, disarmano le guarnigioni e buttano i fucili di legno perché si sono rubati quelli veri.
Dopodiché trovano un gruppo di soldati ancora svegli e lì c’è l’unica sparatoria dove 12 zapatisti vengono uccisi.
Questa storia sarebbe già abbastanza singolare se non fosse che la rivoluzione doveva essere dichiarata un anno prima ma la mattina, quando attraverso i walkie talkie fecero l’appello dei villaggi, ne mancava uno. Era un bel problema, non si poteva certo lasciare fuori un villaggio: vi immaginate la vergogna degli abitanti e delle generazioni future? No, no, bisognava rimandare di un anno esatto.
E per un anno tutti mantennero il segreto, per un anno intero quattromila persone non fecero parola di quello che sarebbe avvenuto. Impossibile da credere, ma è andata proprio così.

Quante balle ci raccontano…

Di Jacopo Fo

Riprendiamo il discorso lasciato in sospeso la settimana scorsa con la panoramica di tutte le balle che ci hanno raccontato su tutto.
Credo sia importante che si capisca che i giudizi che diamo sulla realtà spesso sono viziati dal fatto che partono da un’idea tecnicamente sbagliata.
La maggioranza di noi ha studiato al liceo che la cellula è il più piccolo organismo vivente unitario, perché la cellula è fatta da una sola unica entità. All’inizio degli anni ’80 una ricercatrice – la maggioranza di queste scoperte sono state fatte da donne – la dottoressa Margulis fa una cosa che hanno fatto centinaia di migliaia di biologi: ha preso una cellula e l’ha guardata con il microscopio. Guarda bene e ha un’illuminazione e ne ha quasi paura perché si chiede come mai nessuno si sia mai accorto di quello che lei sta vedendo: e cioè che quegli aggeggi che poi si mettono assieme e formano la cellula sono i mitocondri.
La Margulis si accorge che in ogni cellula umana c’è un mitocondrio e sono anche all’esterno della cellula stessa e quindi la cellula è una cooperativa. Dopodiché propone una nuova teoria evoluzionistica basata sul fatto che gli elementi fondamentali dell’evoluzione non sono la competizione e la capacità di connessione sessuale, ma il primo elemento è la capacità di cooperazione e sostiene che noi esseri umani siamo riusciti a evolverci in una certa maniera proprio perché la cosa che sappiamo fare meglio è la cooperazione.
Allora, vorrei che provaste a fare un esperimento: pensate in che misura vi vedete parte di un gruppo, se pensate alla famiglia, alla vostra squadra di calcio, a qualunque organizzazione, ente, gruppi di amici… fino a che punto vi sentite partecipi di queste persone, fino a che punto la vostra salute fisica dipende dal fatto che voi incontriate queste persone? Se state male, tra le ricette per stare meglio c’è l’andare a trovare i vostri amici o è meglio chiudersi in casa?
Esiste una disinformazione sull’importanza del contatto con gli altri esseri umani.
In televisione ci martellano con la pubblicità che vende prodotti che sterminano qualunque tipo di batteri in casa. Il grande ribelle di questa campagna pubblicitaria disastrosa è il nuovo dentifricio che dice: perché volete sterminare i batteri nella bocca? Ne avete tanti quante le stelle nel cielo, vi vogliono bene, usate un dentifricio che non stermina i batteri perché è una stronzata. Il nostro ammazza solo quelli cattivi.

La verità la dice la pubblicità dello Yogurt. Noi riusciamo a digerire perché abbiamo miliardi di fermenti lattici, di creature che demoliscono il cibo che mangiamo, non siamo in grado di assorbire il cibo se non ci sono i batteri. E non solo: intorno a noi ci sono miliardi di batteri che sono un esercito che ci adora, sono convinti che noi siamo Dio e farebbero qualunque cosa per noi.
Se arriva un virus o un batterio cattivo, je menano. Se il virus riesce a superare il primo muro ce n’è un secondo che sono i batteri che stanno sulla nostra pelle che sono straordinari con cui abbiamo rapporti intimi e non ce ne rendiamo conto. Abbiamo gli organi sessuali completamente coperti di batteri e quando sentite certi desideri c’è da chiedersi se vengono dal cervello o è la sfera batterica cha ha iniziato ad agitarsi e a creare delle situazioni particolari.
Alla luce dell’importanza dei batteri sono state fatte delle ricerche sui depressi. Non so se avete notato su voi stessi oppure su qualche amico che il depresso tende a lavarsi di meno. E’ uno dei primi sintomi della malattia.
Perché? C’è un motivo ben preciso. Gli scienziati hanno scoperto che dopo tre giorni che non ci si lava, sul corpo si sviluppa un certo tipo di batterio detto “zellosus” che sta bene quando c’è quel sudaticcio, appiccicaticcio, quei sali minerali essiccati, ecc. E questo porco, perché è il batterio più maiale che esista, è drogato fradicio di dopamina e ha scoperto (vorrei sapere come cavolo ha fatto) che noi la produciamo.
Allora quattro miliardi di batteri al quadrato si mettono d’impegno e fanno la danza della dopamina, le cellule sottostanti sentono il gran fracasso e mandano un segnale al cervello che dice “Dopamina! Dopamina!” e allora il cervello la produce e questi miliardi di batteri se la fanno in vena!
E il depresso sta meglio perché il cervello aumenta la quantità di dopamina prodotta.
E questa è la meraviglia del creato, è una cosa fantastica, andrebbe insegnata a scuola. E bisognerebbe anche insegnare che noi avremmo un crollo delle spese sanitarie se invece di permettere queste pubblicità che incitano a disinfettare tutto si facesse una pubblicità progresso che dice: attenzione, quando vi lavate risparmiate di pulirvi o un gomito o un ginocchio, che sono le parti meno puzzolenti del corpo, di modo tale che lì possa resistere una colonia di questi batteri maialoni che vi fanno produrre più dopamina.
I destini dell’umanità sono in mano ai batteri. Ognuno di noi ha una “fauna” batterica personale (dicono flora ma è sbagliato, quella è fauna, i batteri ruggiscono, alcuni hanno proboscidi lunghissime). Ed è tanto personale che la malavita è fottuta perché oggi la traccia batterica del criminale si può vedere anche dopo quattro ore dal fatto criminoso e non c’è modo di nasconderla. Per non emettere una traccia batterica bisognerebbe andare in giro con uno scafandro pressurizzato che non emette aria perché ne basta un filo, e olè!
La ricchezza batterica è incredibile tanto che per certe malattie intestinali che distruggono la fauna batterica hanno pensato che si possono trapiantare le feci. Il procedimento non è truce come si potrebbe pensare, le feci vengono trattate e si guarisce perché qualcuno ha donato i propri batteri.
Perché ci abbracciamo e ci baciamo? Perché noi italiani viviamo più di tutti i popoli del mondo eccetto i giapponesi? (Che poi bisognerebbe capire perché i giapponesi vivono così a lungo… ma è tutta un’altra storia).
Noi siamo longevi per due motivi semplicissimi: in Italia ce la pigliamo più calma, se fai una stronzata in Germania ti mettono in galera e non ne esci più. In Italia… “mo’ adesso vediamo…” non c’è un mondo certo, c’è il grigio e il grigio allunga la vita. E le cose come vengono fatte in Italia? A cazzo di cane, e questo è fondamentale per il nostro benessere.
E l’altra cosa che ci allunga la vita è che noi ci abbracciamo e ci baciamo e gli attori italiani vivono tantissimo perché si abbracciano e si baciano più della media dei commercialisti.
Quando uno sta in casa e non esce, non abbraccia nessuno e sta male. Se avete dei problemi di salute chiedetevi quanta gente abbracciate, e poi chiedetevi quanto tempo passate a fare qualche cosa con qualcun altro. Qualunque cosa, non per forza meditazione o yoga, qualunque cosa, anche marciare a passo romano, andare alla partita, cantare nel coro della chiesa. Qualunque cosa voi facciate con qualcun altro crea un fenomeno che è stato studiato non a caso da un italiano. Nittamo Montecucco nel 1999 scopre che un gruppo di persone che fa insieme qualunque cosa dopo 31 minuti raggiunge un impressionante sintonizzazione delle onde cerebrali misurabile con l’encefalogramma. Inoltre, così facendo si aumenta la produzione di dopamina che è il neurotrasmettitore che ci fa stare bene, funzionare il fegato, i reni ecc e dà pure euforia. I popoli che hanno meno di noi l’idea dell’individualità rispetto al gruppo hanno più dopamina nel sangue.
Quanto il fatto di essere accolti da una collettività di amici, di familiari, di colleghi di lavoro è importante per il vostro benessere? Più della dieta o meno?
Franco Berrino, oncologo epidemiologo ha raccolto molte testimonianze su questo. In particolare una ricerca condotta su alcune infermiere americane ha rilevato che, al di là dei benefici relativi alla dieta, a stare meglio erano quelle che pregavano insieme tre volte alla settimana; e non solo: le infermiere nere che andavano a pregare tre volte alla settimana avevano dei valori di benessere generale maggiori delle bianche. Dio è razzista?
No, solo che i riti sono diversi: i neri cantano durante la funzione e quindi si scopre che l’arte ha un valore enorme. Cantare in coro è più che pregare, la musica ti dà emozione, ti porta in uno stato mentale in cui la mente razionale si spegne. La musica ti muove una serie di meccanismi poetici.
(continua)

La storia di Inanna – Seconda parte

(vedi la prima parte qui)

La cosa divertente di questa storia è che esiste un pezzo della Bibbia che non è così esplicito ma che è altrettanto scioccante ed è un brano che inizialmente, inserito quando fu redatta, non venne inserito perché i rabbini dissero che non era il caso di mettere un brano del genere in un libro sacro. Ci fu una rissa e 150 anni dopo ci fu un’insurrezione femminile perché quel pezzo veniva cantato nei matrimoni. La sacralità del matrimonio per il popolo veniva celebrata con questo canto d’amore delicatissimo per cui le donne volevano che fosse inserito nella Bibbia e costrinsero i rabbini a fare l’unica modifica che sia mai stata fatta sul Vecchio testamento.
Questa canzone è bellissima e c’è una stranezza per quanto riguarda il colore della pelle, infatti inizia con la fanciulla che parla e dice:
“Bruna sono ma bella,
o figlie di Gerusalemme,
come le tende di Kedar, (che erano nere, NdR)
come i padiglioni di Salma.
Non state a guardare che sono bruna,
poiché mi ha abbronzato il sole”.
E’ un inizio stranissimo, sembra che sia di colore, non semplicemente abbronzata. Però il ritmo di questa poesia nella struttura è molto simile al precedente.
In un altro brano lei dice: tu sei dolce come lattuga cresciuta sul bordo del fiume, c’è questo gusto per i paragoni che è meraviglioso.
Tornando a Inanna, la cosa curiosa è che nel Gilgamesh, scritto 500 anni dopo, Inanna non è più una dea, non è più la donna meravigliosa che ha dato ricchezza e conoscenza all’umanità. E’ una poco di buono.
Che cosa è successo nel frattempo? La prima ondata di guerrieri allevatori si è civilizzata ma la società matriarcale si è diluita perché i conquistatori hanno portato la loro cultura, poi è arrivata un’altra ondata e un’altra ancora… il Gilgamesh viene scritto quando la cultura è completamente cambiata.
I meccanismi della storia si vedono in trasparenza negli scritti. Gilgamesh è questo grande eroe, un semidio, compie grandi imprese. Inanna lo vede e se ne innamora perché è bellissimo e fortissimo e gli chiede di stare con lui, colma di desiderio. Gilgamesh le risponde che non ci pensa nemmeno, qualunque cosa facesse per lei, da portarle il miele la mattina e i datteri la sera, lei lo avrebbe distrutto, come aveva fatto con tutti gli altri uomini che aveva avuto.
E la accusa addirittura di aver ucciso l’amante Dumuzi, quando invece lei era scesa nel mondo dei morti per andare a liberarlo.
Insomma, viene riletta la storia, Gilgamesh la accusa di essere una prostituta perché ha sedotto il povero dio delle acque rubandogli i suoi segreti, omette di dire che poi li ha regalati all’umanità.
Un chiaro esempio di fake news, di mistificazione, di distruzione dell’identità della dea perché non è più importante, ora c’è un dio, la società matriarcale è stata abbattuta. Ora abbiamo la società patriarcale che deve affermare che la dea, la Grande Madre, non conta niente. Quindi viene riscritta la storia e tutte le grandi imprese di Inanna i suoi sacrifici, i doni meravigliosi in favore dell’umanità le vengono rovesciate addosso.

Quante balle ci hanno raccontato su tutto.
Credo sia importante capire che i giudizi che diamo sulla realtà spesso sono viziati dal fatto che partono da affermazioni tecnicamente sbagliate.
Ma ne parliamo nella prossima puntata.
(continua)

Quando la situazione si fa seria tocca farla ridere!

Per chi è deluso dall'umana insipienza, per chi è avvilito per la disumana scemenza, per chi dei sogni non riesce a farne senza,  ecco qualche cosa di completa differenza.

Stiamo radunando la banda dei teatrivi, comunicattivi, per dar vita alla più colassiale operazione dadaista di menti rinnovabili, spiriti atossici, fantasie biodinamiche, e mi fermo qui per non divenire prolesso.

L'obiettivo è formare un laboratorio creattivo permanente e immanente, ma anche un po' invadente, che produrrà inchieste rutilanti, video shock, buffonate flash mob, arte da asporto, filosofia da diporto.

Dopo i fasti del Male, dopo l'invenzione dei ristoranti biologici, dei corsi di scrittura creativa, i trionfi dei muscoletti vaginali e del parto dolce, dopo l'esplosione della comicoterapia nei reparti pediatrici, dopo lo sterminio delle lampadine ad incandescenza, dopo l'olio di colza andato a ruba nei supermercati e la scoperta dell'acqua calda solare... dopo il ritrovamento di Arlecchino in Africa, dopo il tripudio mondiale di Wiwanana cerchiamo volontari senza macchia e senza paura, per far vedere a Mark Zuckerberg che si può usare il web per fare qualche cosa di completamente diverso!

Chi cerchiamo
Esseri maschi, femmine e ibridi, di tutte le età, anche non muniti di titolo di studio, capelli, cappelli o altro, ma estremamente ricchi di dinamiche oniriche evolute, gente capace di entusiasmarsi, tramare, tremare, avere la pelle d'oca, passare le notti sugli aisberg a pelle d'orso, infiltrarsi nelle trincee della disinformazione fingendo di essere Pippo o Pluto (Paperino no perché è passato al nemico) e che contemporaneamente amino cooperare, collaborare, condividere, couorchizzare, sperimentalizzarsi.  

Chi siamo
L'Alcatraz Band, la più tosta unità d'assalto mediatico invisibile, attualmente in circolazione. Abbiamo passato questi mesi a tessere alleanze strategiche e a stabilire principi di coesistenza pacifica: aborriamo le assemblee perché nelle assemblee ci sono i leader e gli anti leader, quelli che parlano e quelli che no; abbiamo cassato il centralismo democratico perché crediamo che tutto funziona bene solo se la maggioranza si sottomette alle decisioni della minoranza, abbiamo sostituito i meccanismi di potere con la mansuetudine.

Siamo per la tempesta di cervelli estrema (che all'inizio cominci a parlare ma non sai neanche di che cosa) crediamo nella casualità creativa e nella coincidenza devozionale.

Quanto costa? Niente è gratis.

Non siamo qui per vendere e neanche per regalare.

Quel che cerchiamo e quel che offriamo non ha prezzo. Rilasciamo pure attestati di frequenza per sedare parenti e coniugi ansiosi e nella migliore delle ipotesi creeremo insieme un milione di posti di lavoro in professioni che al momento ancora non esistono come lo Spulciatore di Bufale, il Pettinatore di Bambole Bulimiche, il Pattinatore di Scie Chimiche, il Calzolaio per Millepiedi, il Succhiatore di Verdure, l'Orco Sinergico, lo Snocciolatore Semantico, il Grànfico, l'Azzappa Garbugli.

Se l'idea ti sollucchera e ti giuggiola martedì sera ore 21,30, sul mio FB in diretta video e possibilmente anche audio per non vedenti, con interazione chat, skyp, telephon. L'evento sarà disponibile anche in differita senza possibilità di intervenire retroattiva causa persistenza conseguenzialità temporale non iporesistente. Per tenersi informati registrati sulla meiling list degli amici di Alcatraz.

Ps
Mo' vojo vedé che trollano i troll su questo stesto!

Il potere della creatività – Quarta parte

Ci siamo lasciati a fine luglio raccontandovi di questo incontro avvenuto alla Libera Università di Alcatraz tra Jacopo e un gruppo di psicologi sul potere della creatività.
Riprendiamo a raccontarvelo partendo dalle domande del pubblico.

Pubblico: Quali aspetti della tua famiglia di origine porti avanti e quali, invece vuoi abbandonare nella gestione di questo luogo incantevole?
Jacopo: La mia famiglia era veramente strana nel senso che nel bene e nel male era una famiglia che aveva una compattezza incredibile, anche con tutti i casini di una famiglia…! I miei genitori litigavano a livelli spaziali, però c'era questa idea di unità e c'era anche una modalità molto particolare di motivare.
Il sistema educativo della mia famiglia si basava sul potere della fiducia, cosa che io poi ho cercato di portare avanti qui ad Alcatraz.
A diciotto anni ho smesso di andare a scuola e mio padre mi ha detto “Se non vuoi andare all'università, mettiti a lavorare” Ho risposto: “Ok” e lui “Va bene, allora fammi venti maschere di cartapesta, mi servono tra tre mesi”.
Ero sconcertato e ho protestato: “Papà, ma non ho mai fatto una maschera di cartapesta, come faccio?”
Allora Dario telefonò al suo amico Donato Sartori, grande fabbricatore di maschere e il giorno dopo partivo per Abano Terme.
Ho passato lì cinque giorni, ho imparato e poi le ho costruite e andavano anche bene.
Ecco il meccanismo, è una scommessa: se tuo padre ti mette in mano un progetto e tu sai che se non lo consegni in tempo non possono andare in scena con lo spettacolo pensi “Mio padre è convinto che io lo sappia fare”. E questo è determinante.

Non ho mai fatto corsi di teatro, si dava per scontato che io avessi guardato per tot anni come recitavano i miei.
Quindi chiedevo a me stesso: “Che cosa fanno? Cosa devo imparare?”
E questo mette in moto un meccanismo in cui ci si responsabilizza ed è molto potente, poi riguarda tutto... Devi fare arte perché è bellissimo e perché utile, è utile perché ci sono delle ingiustizie nel mondo e tu devi impegnarti contro queste ingiustizie. Ci sono delle persone in difficoltà e tu devi portare aiuto a queste persone e devi comportarti in una certa maniera perché se non ti comporti in quella maniera dai una ruota negativa al mondo.
L'ultimo ceffone che ho preso da mia madre (un ceffone vero, il famoso lavadenti...) è arrivato un giorno che Franca era malata. Era a letto e iniziammo a discutere perché la compagnia di mia madre, che era anche un’associazione politica, si era scissa e alcuni ragazzi che stavano nel mio gruppo politico (erano gli anni '70 e c'erano tante piccole organizzazioni) lavoravano con i miei. Avevano litigato con mio padre e mia madre e si erano comportati veramente molto male. Mia madre, mentre stava a letto moribonda, mi racconta di cosa era successo: un ragazzo del mio gruppo aveva insultato mio padre e io dico: “Beh cavolo, pazzesco, adesso voglio andare dai miei compagni e andare a sentire cosa è successo”.
PAM! (schiaffo)
Perché non si discute su quello che fa la famiglia... su che cosa ti devi informare? Se una cosa te la dice tua madre è la religione!
Benigni ha fatto una battuta meravigliosa. Mio padre negli ultimi anni ha iniziato ad attaccarlo in un modo feroce e l'ha distrutto quando è andato da Obama con Renzi. Quando hanno intervistato Benigni e gli hanno chiesto “Scusi, ma cosa pensa delle dure critiche che le ha mosso Dario Fo?” Lui ha risposto: “Dario Fo è come la mamma, non si discute quello che dice la mamma!”
L'ho adorato perché ha proprio fotografato un'impostazione quasi militarista...

Quando avevo sedici anni ero veramente uno sfigato pazzesco e stavo a Como. Como è una città drammatica perché la rivoluzione sessuale non è arrivata ancora oggi.
Era una situazione veramente terribile e io scoprii che a Milano invece c'era tutto un altro clima, lì viveva mia cugina con cui ero cresciuto e mi diceva che lì c'era un gran fermento.
Decisi di andare a Milano per vedere se trovavo una ragazza disponibile e incontrai una fanciulla meravigliosa, nacque una grande storia d'amore, la settimana dopo cercai di organizzarmi per tornare e mi convocarono a una riunione della federazione giovanile comunista italiana proprio quel pomeriggio di sabato in cui avevo in programma di andare a Milano dove c'era questa festa e forse l'avrei rivista.
Per me era un grosso problema decidere di tradire la rivoluzione comunista per andare a Milano, e alla fine andai a Milano e trasgredii ma fu un grande conflitto interiore. Per darvi un’idea… a undici anni vendevo L'Unità sulla spiaggia tutte le mattine, mi facevo i chilometri con la maglietta con su scritto: 'Io sto con i Vietcong'.
Terribile... ho avuto dei gravissimi problemi psicologici!

Ho una grande stima per quello che hanno fatto i miei genitori e continuo a farlo, quello che ho aggiunto di mio è che sto cercando di creare un’organizzazione culturale a rete, con persone che collaborano in maniera autonoma, senza assemblee, tutti rapporti a due, non è una struttura organizzata in modo piramidale: sono una serie di rapporti di amicizia come funziona poi in teatro. Sai che per fare quell'operazione ti serve un fonico, un attore, un regista, uno scenografo, se invece si tratta di organizzare interventi sull'ecologia, che è l'altro nostro grande settore d'intervento, ti serve un ingegnere, un meccanico ecc...  
Da questo punto di vista i miei erano più individualisti.

Pubblico: Quanto ti sei sentito in competizione con i tuoi genitori e di più con chi?
Jacopo: Beh, tantissimo con mio padre (avendo studiato psicologia, sapete benissimo come vanno queste cose!), però sinceramente la competizione non è stata il centro dei miei problemi, anche perché l'idea della competizione non era tra le persone ma nelle situazioni.
In vita mia ho totalizzato una quantità di fallimenti spaventosa e loro mi hanno sempre detto “Va bene, ok, non ha funzionato, insisti e vedrai che prima o poi ce la fai”.
Anche perché il problema è che competere con mio padre era complicato, non era certo una persona normale...
Scena: a Trieste, quattro del pomeriggio, ci fermiamo per chiedere indicazioni, mio padre scende dalla macchina, si rivolge a una ragazza e dice “Mi scusi, via tal dei tali?” Lei lo guarda, si gira e inizia a scappare. Noi che non riuscivamo a parlare a mio padre perché stavamo sghignazzando in maniera oscena perché a mio padre erano cascati i calzoni in mezzo alla strada...
Il futuro Premio Nobel era talmente disastrato che io ho avuto sempre un senso di superiorità rispetto a mio padre che invece per tutte le cose più semplici della vita era completamente negato. Per reazione sono diventato, prendendo da mia madre, più organizzativo, entro certi limiti... sono un casinista pazzesco però insomma… riesco a gestire un pochino di cose.

Pubblico: Se la creatività è anche un modo per mettersi in salvo, creando questo posto cosa hai potuto mettere in salvo di te?
Jacopo: Vengo da un'esperienza post-traumatica. Mia madre viene rapita e massacrata quando avevo 17 anni e io impazzisco.
La mia prima reazione è stata quella della ricerca della vendetta. Per un anno e mezzo mi sono solo posto il problema di come fare a beccare questi criminali e ammazzarli tutti.
Per questo sono caduto nelle spire dell'Autonomia Operaia con della gente adulta che mi diceva “Vieni con noi che noi siamo in grado di trovare i rapitori di tua madre”.
Presto mi sono reso conto che erano una manica di teste di cavolo… poi sono diventato pacifista, al momento vedevo semplicemente che questi erano pazzi, la loro concezione di come si fa un'inchiesta per trovare un colpevole, era demenziale... Per cui ho avuto un lampo di genio e me ne sono andato. A posteriori è stato molto interessante perché ho sperimentato cosa vuol dire la manipolazione di un gruppo su un soggetto. Queste organizzazioni hanno la stessa struttura di una setta religiosa. C'è un bombardamento quotidiano di “Ci stanno controllando, “Ci danno la caccia”,  “La polizia ci sta intercettando”, “Ti stanno seguendo” ed entri in uno stato di ansia che ti fa aderire all'organizzazione e l'organizzazione diventa sacra.

A un certo punto mi sono reso conto di essere impazzito. Un giorno mi trovavo con una ragazza con cui avevo avuto una breve storia d'amore ed eravamo ottimi amici, eravamo in Piazza del Perdono a Milano e anche lei faceva parte di Autonomia Operaia. Stavo parlando quando mi mette le mani sulle spalle e mi urla: “Jacopo! E' la quinta volta che me lo ripeti. Ho capito, son d'accordo, ma smettila!” Non mi ero accorto che ero entrato in un loop, tutta il giorno andavo in giro e ripetevo lo stesso discorso “Dobbiamo reagire, non è possibile, ci sono addosso, dobbiamo difenderci, dobbiamo attaccare”.
Ho preso il famoso schiaffo zen...
Poi nella vita ho capito che era tutta una follia. Per fortuna ne sono uscito prima di sparare a qualcuno, sono anche riuscito a uscirne portando con me 150 persone.

Ovviamente arrivare all'idea che non vale la pena ammazzare chi aveva aggredito mia madre è stato un transito lunghissimo.
Ho capito poi che queste persone non vivono, non sperimentano, non hanno il piacere della vita. Uno stupratore non è in grado di provare piacere e capisco che questo è un concetto difficilissimo da discutere con una donna che è stata stuprata però è così.
Se vi interessa ho fatto un lungo articolo in internet: “Lo stupratore è frigido”: vi è tutta una serie di articoli che citano una serie di ricerche, di documentazioni, di analisi.
Quando negli anni 90 sono venuti fuori alcuni nomi di coloro che avevano rapito mia madre, ho passato due giorni a meditare serenamente se era il caso di prendere un cacciavite arrugginito e andare a farli fuori in maniera lenta e dolorosa, poi ho pensato: “Ma chi se ne frega tanto... anzi che vivano il più possibile perché vivere in un vuoto pressurizzato, in assenza di emozioni, nell'incapacità di sentire se stessi, di avere empatia con gli altri... punizione più terribile di questa non c'è, non voglio ucciderli perchè farei loro un favore”.

Ma al di là di questo processo ho anche fatto una serie di cose che mi hanno fatto sfogare, tra cui gestire un giornale di satira violentissima. Mi sono tolto delle soddisfazioni nel fare provocazione, invece di reagire violentemente ho reagito come antagonista.
Il Male raccolse 186 denunce per oltraggio alla religione, al Capo di Stato... tiravamo secchiate di merda su tutti quelli che avevano potere, autorità. Di queste 186 denunce, 87 le avevo prese io, per cui... devo dire... mi sono proprio sfogato... della serie “C'ho un sassolino nella scarpa, adesso ve ne dico quattro perché siete un sistema di pezzi di sterco di elefante marcio!”

Il potere della creatività – Terza parte: Sulla trasgressione

Proseguiamo la chiacchierata che Jacopo ha tenuto ad Alcatraz in occasione dell’incontro con un gruppo di psicologi.

Domanda: Tu sei cresciuto in un ambiente molto creativo e la creatività è per te un'eredità familiare: quali sono allora le “trasgressioni” nella tua vita?

Jacopo: Io ho un grande lusso, quello di avere un lavoro che posso fare quando voglio. Quindi ci sono anche mattine in cui, se non ho un appuntamento (che tra l'altro cerco di fissare per pranzo perché mangiare e parlare per me è più facile), posso restare a letto o fare qualunque altra cosa che non sia già programmata.

Credo che nella nostra cultura sia presente un grosso “nodo”, che per me ha rappresentato un problema importante, vale a dire il fatto che noi abbiamo una concezione autoritaria del rapporto con noi stessi.
Un popolo che stimo tantissimo sono gli Oceanici: da che mondo è mondo non hanno mai combattuto una guerra, affermano che noi siamo un condominio e che la cosa migliore che possiamo fare è quella di mettere d'accordo le varie identità di questo condominio e usarle quando servono.
L'identità stupida ce l'abbiamo tutti, i famosi “5 minuti di mona” … se viene fuori a una festa può anche essere ok, ma se la usi per fare la dichiarazione dei redditi ti arrestano!

Quello che intendo dire è che bisogna distinguere... Io faccio grandi trattative tra me e me, e mi faccio delle concessioni... Per esempio, ritengo di essere una persona davvero noiosa per quanto riguarda l’alimentazione, e quando avevo tre bimbi piccoli prima   - la mia prima figlia e i suoi due fratelli -, e la mia seconda figlia dopo, ero sempre lì a dire: cosa mangi, cosa non mangi, quel prodotto non lo puoi comprare perché è tossico, quel prodotto non lo puoi comprare perché è prodotto dalle multinazionali che finanziano la guerra, ecc…  Al punto che mia figlia Jaele, quando era piccola ed eravamo al supermercato, mi chiedeva “Papà, queste cose le fanno i cattivi? Posso comprarle?”
Però ogni tanto c'era il Porky-party! Andavamo insieme nel paesino di Casa del Diavolo - a pochi chilometri da Alcatraz -, entravamo al bar e prendevamo tutte le schifezze possibili: merendine chewingum, caramelle, tutto quello che di più nefando c'era… ci chiudevamo in macchina e mangiavamo fino alla nausea, una cosa allucinante! Questa, secondo me è una trasgressione fondamentale, anche perché se ogni tanto mangi delle porcherie... ciccia!
Io sono vegetariano però la carbonara… non puoi dire “quella è carne”: quella è un'opera d'arte...  voglio dire, prima è stata invecchiata, poi è stata stagionata, poi affumicata, poi fritta... cioè... il maiale lì non c'è! E' un prodotto omeopatico!

Ecco, credo che, almeno per me, la trasgressione sia proprio questo ... Credo che sia giusto fare determinate cose, ma ogni tanto mi dico “ma chi se ne frega!”, faccio qualcosa di completamente diverso, mi dedico a qualche eccesso. E sono convinto che questo faccia bene!

Prendiamo la questione della dieta: decidi che devi metterti a dieta, prendi la tua identità golosa, la incarceri nelle cantine della tua anima, fai la dieta perfetta, inizi a dimagrire, tutto ok. Poi una notte ti addormenti, la tua identità poliziotta è stanchissima per questo controllo costante ed è in coma, l'identità golosa riesce ad evadere dalle segrete del castello e vai in cucina, apri il frigorifero e ti mangi il fabbisogno alimentare del Burkina Faso e tutto va a rotoli!

Allora, secondo me, molto meglio una cosa graduale... eliminiamo dal menù tutti i cibi chiaramente tossici, mi impegno a mangiare solo cose buonissime e mi impegno però a gustarle... Uno dei problemi delle persone sovrappeso (non penso di dire una novità) è che non masticano, perché non gustano, per cui non hanno soddisfazione.
Si può avere una soddisfazione maggiore con la stessa quantità di cibo se si mastica lentamente e lo si assapora, e non masticando in maniera compulsiva.
Se veramente mi dedico ad avere un rapporto spirituale con quello che sto mangiando perché è buonissimo, se mangio cose buone masticandole bene, sento molto di più il sapore!
Siccome il nostro stomaco manda i segnali di sazietà solo dopo mezz'ora, il punto non è quanto mangio, ma quanto mangio nella prima mezz'ora. Meglio ancora, poi, se mangio cose sempre più buone, me le gusto, me le godo, se sono davvero completamente lì a sentire quant'è buono questo cibo… E magari lo faccio in maniera conviviale, e non da solo guardando in televisione un telefilm di paura, perché così entro sotto stress e non sento le sensazioni!

Tornando al punto iniziale, dunque, io sono per la trasgressione metodica quotidiana: le trasgressioni di altro tipo non mi interessano tanto ...
Io ho una zia molto strana che a cinquant'anni ha scritto un libro dal titolo “La regina dei medò”, i medò sarebbero proprio gli orpelli maschili... Ebbene, lei diceva che fino a 5 persone è amore, e dopo è un'orgia... Sinceramente credo che già farlo in due abbia un suo perché! Per cui sono per una riduzione di questo tipo di trasgressioni!

Il potere della creatività – Seconda parte

Domenica scorsa abbiamo concluso la prima parte dove Jacopo, in risposta a una domanda sul potere della creatività, parlava dell’arte come mezzo di evasione, che attraverso l’emozione suscitata, ha la caratteristica di portarci in un'altra dimensione della mente. Riprendiamo da lì…

L’arte è evasione ma anche meditazione… Lo dicono ormai numerosi studi: io posso meditare facendo teatro, ballando, correndo, perché la meditazione attraverso gli esercizi yoga è solo una delle mille possibilità.
In tutte le attività che prevedono passione ho la possibilità di ascoltare le sensazioni che quelle suscitano, e questa è una forma di meditazione. Si entra in un'altra dimensione, e possiamo anche aggiungere che è una forma di evasione che fa bene alla salute, perché lo stato mentale della razionalità (pensare, preoccuparsi ecc..) per il cervello è molto oneroso e faticoso.
E invece abbandono questo stato per entrare in quello stato della mente in cui si agisce in maniera automatica. Spero che questo discorso dell'agire “in maniera automatica”, come se si perdesse il controllo di quello che si fa, sia chiaro… Voi tutti l'avete sperimentato migliaia di volte, anche se purtroppo se ne parla troppo poco se non praticamente per nulla…
Un esempio: quando accade che, mentre ballo, io non riesca a ballare? Quando penso ai movimenti da fare! Quand'è che ballo bene? Quando mi lascio andare, quando non so che cosa faccio, ma il mio corpo capisce la musica e anche se non l'ho mai sentita faccio “tac!” esattamente quando battono i piatti. Ah che bello! E' gratificante! E' straordinario, un viaggio!

Ecco, qualunque cosa io faccia cerco di farla con questo godimento, con le caratteristiche che ho descritto adesso: se gioco come un bambino, se faccio una scatola di legno con il black and decker, se faccio da mangiare… “entro dentro la cosa”, la vivo veramente, entro in contatto con le sensazioni che mi dà...
Ascoltare le sensazioni… se sono belle ovviamente, se sono brutte penso ad altro che è meglio!
Tutti proviamo belle sensazioni, ma non facciamo caso alla potenza di queste belle sensazioni: se ci pensate c'è proprio un enorme buco nella nostra cultura perché tutto questo - che poi è il godimento della vita – rimane nascosto.

Vi faccio un altro esempio: che cosa c'è di bello nel tramonto del sole? Guardate che è la cosa più difficile al mondo da spiegare.  Tu sei davanti, come succede a me con le gite scolastiche, a un adolescente quindicenne incazzato che dice ma sì... il tramonto... che me ne frega... il sole va su, va giù... non c'è nessun evento, è sempre uguale. Oggi un po' più rosa, ieri era un po' più giallo, chi se ne frega... vogliamo occuparci di queste cavolate da vecchi bacucchi?!
Ecco, cosa c'è di bello nel tramonto? Tutti dicono “che bel tramonto!” CLICK e vanno via...
No! Che cosa c'è di bello nel tramonto? Non me lo sai dire?! E' difficilissimo! Nella nostra cultura non c'è questo elemento, ed è pazzesco! Pensate che questo è il centro dell'educazione tra i cosiddetti “selvaggi” dell'Australia. C'è un rito in cui lo zio materno porta il ragazzino a fare un viaggio di dieci giorni e l'obiettivo del viaggio è fermarsi in alcuni punti del percorso, che sono tramandati da zio a nipote da secoli, che sono i punti dove il mondo è bello e dove vale la pena sedersi e guardare. Lo zio guarda, il nipote guarda, i neuroni a specchio... si comunica cosa? Uno stato d'animo di stupore rispetto al fatto che cambia quella colorazione di rosa che diventa sempre più rossa e mi crea una sensazione dentro e ascolto la sensazione di essere vivo. Mi si spegne il cervello e divento contemplativo, entro in uno stato meditativo, se vogliamo dirlo con un termine orientale, ma possiamo dire: “entro in uno stato di presenza mentale”.

Nella nostra vita sperimentiamo di continuo questi molteplici livelli: quante volte tornando a casa in macchina avete detto “ma... come sono arrivato a casa?!” Cosa stiamo affermando? Che abbiamo messo il pilota automatico, e allora vuol dire che per tutti noi è normale e quotidiano avere un'attività fuori dal controllo. In realtà, attenzione, non è fuori dal nostro controllo, è fuori dal controllo di una certa modalità di funzionamento della mente ed è dentro un altro meccanismo. Posso scommettere che nessuno di noi - o molti pochi se è successo a qualcuno - ha avuto un incidente mentre era in questo stato, perché in quella dimensione si hanno le reazioni della scimmia, che sono cinque volte più veloci.
Quando abbiamo un incidente d'auto, questo avviene perché siamo distratti, ma non distratti da questo vuoto meditativo, siamo distratti perché stiamo pensando intensamente a qualcosa che ci preoccupa, oppure che desideriamo ferocemente, oppure di cui abbiamo nostalgia. Cioè, stiamo pensando in senso attivo, razionale, stiamo mettendo energia, stiamo mobilitando la nostra attenzione su qualcosa che non è la guida. Quando io sono in quella posizione e guido e il mio cervello funziona per immagini, il pilota automatico controlla la guida: noi siamo lì... immagini... associazioni, ricordi, suoni, odori... E il bello è che non sappiamo neanche descrivere bene cosa succede nella nostra mente, perché quando ciò accade non siamo presenti a guardare cosa stiamo facendo...
L'arte è una grande evasione!
(Continua)

Il potere della creatività

Intervento di Jacopo Fo ad Alcatraz, in occasione dell’incontro con un gruppo di psicologi – Prima parte - Seconda parte

Domanda: In che modo la tua creatività ti ha permesso di “evadere” da Alcatraz?

Jacopo: Ho spesso occasione di sottolineare la mia enorme fortuna: quella di essere vissuto in una famiglia molto creativa! Mi ritrovo così a fare lavori che, se non mi pagassero per farli, sarei io stesso a pagare per poterli realizzare… e questo per me è un obiettivo che ho cominciato ad apprendere già nella primissima infanzia, con modalità che mi hanno sempre motivato moltissimo.
I miei lavoravano davvero tanto, e avevo difficoltà ad avere la loro attenzione: ma avevo scoperto che quando disegnavo mio padre smetteva di fare qualunque cosa e si metteva a disegnare con me. Mi sembrava – e lo era! - un potere enorme, che, grazie al fatto che fin da quando avevo 3 o 4 anni era lo strumento con cui riuscivo ad avere l'attenzione di mio padre, ha fatto nascere in me la passione per il disegno.  
Mio padre non mi ha mai dato lezioni di arte, ho imparato guardandolo, penso anche attraverso i neuroni a specchio: il livello di “immersione” che avevano mio padre e mia madre quando facevano arte era totale.
Sotto questo punto di vista l'arte è un mezzo potentissimo, che nella nostra cultura è davvero sottovalutato. Ricordo mia madre nell'ultimo periodo della sua vita: era incredibile! Ad Alcatraz si organizzavano corsi di teatro ai quali partecipavano anche 100 ragazzi; mia madre era avvilita, stanca e depressa e si può dire che vivesse faticosamente la sua età, eppure quando iniziava a fare la lezione del suo corso lasciava tutti sconvolti: le cambiava la faccia, era come se facesse un lifting istantaneo, una roba da transmutazione! Questo cambiamento su una persona di ottantatré anni è immediatamente visibile e ne erano tutti stupiti, quasi fosse in preda a una possessione demoniaca!
Sempre a proposito della forza dell’arte: gli attori hanno una medicina che gli altri non possono prendere...
Vi racconto un aneddoto: Enzo Jannacci, oltre a essere un grande cantante, era un bravissimo cardiochirurgo, e una persona molto generosa: insomma, un grandissimo medico e un grandissimo uomo nelle relazioni con i malati.
Faccio una premessa: in teatro vige una regola ferrea, se c’è il pubblico non puoi non recitare, cioè se sei vivo devi salire sul palcoscenico, sei giustificato solo se sei morto.
Quando un attore era quasi morto ma doveva andare in scena si telefonava a Jannacci che dava il famoso “beverone Jannacci”, un cocktail fatto con un mix pazzesco inventato da lui, corrispondente a una super dose di cocaina, fatto però con aspirina, lassativo, vitamina c, whisky, due uova, ecc ...
Una volta Paolo Rossi era malatissimo - questa me l’ha raccontata proprio lui in persona – e gli danno questo “beverone Jannacci”: sale in scena, fa tutto lo spettacolo come se non fosse sembrato morto solo un attimo prima di entrare in scena, solo che finito lo spettacolo non riesce a smettere, per cui continua a raccontare altre cose della sua vita, altri aneddoti di quando era piccolo. Alla fine quelli del teatro gli dicono “Chiuso, eh” e lui si mette sui gradini davanti al teatro e continua... alla fine hanno dovuto ricoverarlo, fargli un'anestesia totale…  E’ che Enzo Jannacci non aveva ragionato sul fatto che a Paolo Rossi, essendo piccolo, sarebbe bastata mezza dose...
Sempre parlando di creatività c’è un’altra osservazione di fare. Ora, la recitazione non è un'attività razionale e c'è un rapporto molto strano tra quella che potremmo chiamare “mente scimmia” e il recitare. Faccio un esempio: può capitare di perdere il filo… attenzione, il filo dell'irrazionale… succede se ci si mette a pensare a quello che si sta facendo. E qui si corre un rischio pazzesco, quello di non ricordare più nulla. In pratica, se tu mentre reciti ti dici: “Ma che? sto recitando?!?”, si attiva la mente razionale che non è capace di ricordare le cose.
Quando questo accade in una commedia in cui ci sono più attori non è un grosso problema perché l'altro attore vede l'occhio perso e butta lì la battuta: “Siamo nel commissariato e allora lei, giornalista, cosa mi vuol dire?!” E tu capisci: “Ah cavolo, sono un giornalista, devo fare una domanda!”.
Quando si sta recitando un monologo è un disastro perché non c'è nessuno che può venire in soccorso.

A queste momentanee amnesie mia mamma aveva trovato una soluzione. Aveva dei fogli dove c'erano i titoli dei vari pezzi del monologo, una specie di scaletta.
Però c'è un problema: quando stai recitando, non riesci a leggere le parole, perché sei completamente nella mente non razionale che non è capace di leggere. Allora mia madre aveva pensato di mettere intorno alle parole degli aloni gialli, rossi, verdi, cioè di trasformare le parole in ideogrammi. In quel modo riusciva a leggerli.
Io e mio padre, amando il disegno, abbiamo trasformato questo metodo creando anche delle specie di fumetti, per cui nel foglio c’erano una serie di ideogrammi poi la raffigurazione di un omino che ricordava un movimento, oppure un oggetto, eccetera…
Mia madre è sempre stata la vera scienziata della famiglia.
La caratteristica del teatro epico - così come mio padre chiamava il teatro della narrazione in cui si raccontano storie - è che si interagisce con il pubblico: il pubblico, cioè, non è passivo e non guarda la rappresentazione come se la vedesse dal buco della serratura. No, in questo tipo di teatro l’attore parla con gli spettatori e così si crea l'improvvisazione.
L’esempio classico è lo spettatore che dice una frase, oppure se accade un incidente. L’attore, in questo caso, non fa finta di niente ma improvvisa una frase, una battuta. Il testo risulta così soltanto una specie di canovaccio, sul quale l’attore può fare quello che vuole.
Quanto agli spettacoli di mio padre, non si sapeva mai a che ora finissero perché se gli veniva in mente un'idea iniziava a fare un pezzo e invece di terminare alle 23 magari andava avanti fino alle 23 e 30 …  
Dove sta in questo caso il problema? Che poi non si è in grado di ricordare che cosa è stato detto durante l'improvvisazione! Qui si vede proprio bene la separazione tra il “cervello scimmia” e il cervello razionale: ciò che si fa con il “cervello scimmia” poi non ce lo ricordiamo.
E mia madre trovò la soluzione anche a questo problema: tutte le sere registrava lo spettacolo in modo che tutti i pezzi improvvisati poi potessero essere trascritti, annotati e memorizzati razionalmente. Altrimenti, pensate se a una battuta improvvisata tutti avessero riso come dei pazzi, e poi nessuno avesse saputo ricordare cosa era stato detto e non lo ricordasse neppure chi l’aveva fatta…!
Questa esperienza sicuramente l'avete fatta anche voi: succede ad esempio quando la mattina si resta a letto a poltrire e ogni tanto si fanno sogni e pensieri nel dormiveglia; e poi, quando si è proprio svegli svegli, non ce li ricordiamo. E magari dopo due o tre settimane ci si ritrova in quella situazione e ci si ricorda che avevamo pensato a quella cosa lì … e poi la si ridimentica!
E' straordinario... sono come due cervelli che vanno avanti in parallelo.
Per cui per me l'arte è stata proprio un mezzo di evasione reale: quando fai arte, come quando balli, quando canti, quando giochi con un bambino, quando fai l'amore… qualunque cosa che ti emoziona ha questa caratteristica: di portarti in un'altra dimensione della mente. (...)
(Continua)