cacao della domenica

Noi viviamo in mezzo alle allucinazioni – Parte seconda

In certi momenti di emozione il nostro cervello formula dei sistemi di associazione di idee terribili e capita a tutti.
Una ragazza mi ha chiesto: “Allora non c’è la certezza della vita, del proprio pensiero, di niente…” Certo, rispondo io, c’è una certezza media: mediamente sono una persona civile e rispettosa, poi ho fatto delle cazzate nella mia vita che mi dispiace moltissimo aver fatto, ma non ho il controllo al 100% di me stesso. Non sono un guru. Non sono perfetto.
Quante volte abbiamo sentito dire: mi sono fatto male come uno stupido. No, SEI uno stupido. Se eri intelligente non lo facevi; si è mai sentito di una persona che si è fatto male in maniera intelligente? Esiste un modo intelligente di farsi male? No, sei un coglione.
E guarda che questa consapevolezza provoca un grande rilassamento nella propria vita, è una formazione basic: io non sono intelligente, ho le allucinazioni.
Ti sei resa conto nella tua vita di vedere cose che non ci sono?
Sbagliamo tutti. Non dico che siccome sei un cretino non puoi neanche uscire di casa e prendere l’autobus perché sei troppo scemo. Non voglio estremizzare. Dico semplicemente che rispetto a quello che fai e rispetto a quello che dicono gli altri di quello che tu fai, se mantieni un atteggiamento possibilista vivi meglio.
Ho raramente scontri con le altre persone ma quando capita e ho una contestazione su una cosa specifica che io non ricordo di aver fatto e l’altra persona ne è convinta, invece di litigare gli dico: forse hai ragione, mi dispiace.
Non sono in grado di giurare che non ho detto quello che lui afferma di aver sentito, però che ne sai, ho il 50% di probabilità, forse ho avuto un’allucinazione io o forse ce l’ha avuta l’altro.
Questo non distrugge la possibilità che tu riesca a prendere il tram tutti i giorni e di arrivare al lavoro in orario. O che tu abbia delle idee giuste sulla guerra, la fame, l’inquinamento, l’amore, l’amicizia, il rispetto degli altri, però ti dà una valvola di sicurezza.
Sulla difficoltà di capirsi, di comunicare vi posso raccontare un episodio molto significativo. Era il primo giorno di lavoro per mio cugino. Lo metto davanti a un computer e gli dico: “scannerizza questi 500 disegni, cancella con la gomma la matita”. Torno dopo due ore e lui aveva scannerizzato il primo disegno e stava cancellando la matita col mouse sul computer con la gomma del programma, tempo di lavoro: 20 ore.
Se avesse cancellato prima, proprio sul disegno, ci avrebbe messo 3 secondi.
Gli dico: “Ma sei scemo? Prima si cancella e poi si scannerizza”. E lui risponde: “Eh no, tu hai detto: scannerizza E cancella. E’ il mio primo giorno di lavoro; se tu mi dici così, io eseguo.”
E’ stato un imprinting violento, da quel giorno ogni volta che dico a una persona di fare qualcosa mi chiedo: “Cosa gli ho detto?” e per non sbagliare glielo chiedo: “Cosa ti ho detto?”
Ho scoperto che nelle trattative di lavoro questa modalità è fondamentale. Uno ti dice una cosa e tu invece di rispondere se puoi o non puoi farla chiedi: “Scusami, io ho capito che mi hai detto questo…” e l’altro di solito risponde: “No, non ti ho detto questo…”
Mi è successo con la HP che aveva un problema drammatico: i suoi dirigenti medi andavano dal cliente che voleva un software particolare, si facevano spiegare dal cliente cosa voleva, tornavano in azienda, incaricavano un paio di programmatori di realizzare una demo per il cliente. I programmatori ci lavoravano un mese e quando portavano il software di prova al cliente, questi diceva che non era quello che aveva chiesto.
Per ovviare al problema hanno frequentato un corso di una settimana qui ad Alcatraz ma in realtà la soluzione gliela potevo già dare il primo giorno: Se dovete firmare un contratto da 200mila euro prima andate due giorni in un agriturismo con il cliente a giocare a ping pong o a tennis o a quello che volete, così stabilite un linguaggio comune. Perché se due persone non si conoscono non riescono a capirsi. Se il contratto è di una cifra inferiore quanto meno portatelo a cena, così c’è un minimo di confidenza umana.
Robert Redford, oltre a essere attore e regista, è un uomo geniale. E vi dico perché. Scoppia negli Usa una battaglia tra ecologisti e petrolieri perché questi ultimi vogliono trivellare in una riserva naturale. Ne seguono scontri pazzeschi.
A un certo punto i 7 capi della più importanti aziende petrolifere e i 7 più importanti esponenti del movimento ecologista ricevono una lettera da Redford che li invita a passare una settimana in crociera sul suo yacht. E se ti invita Robert Redford a passare una settima sul suo yacht di solito ci vai…
Sospetto che Redford abbia scelto la settimana con le peggiori previsioni atmosferiche e questi poveri 14 esseri umani si trovano sballottati dal mare per 7 giorni e 7 notti e quindi devono collaborare perché altrimenti affogano.
Quando finalmente scendono a terra Redford li mette intorno a un tavolo e trovano un accordo che riesce a soddisfare entrambe le parti.
E’ chiaro che è una strategia di fondo, se ammettiamo che la stupidità e il malinteso sono meccanismi trainanti dei problemi umani è un progresso rivoluzionario.
Il fatto di ammettere di avere le allucinazioni, unito al fatto che non ci sentiamo parte di un gruppo di esseri umani che collabora ma ci sentiamo divisi in fronti contrapposti, fa sì che non vediamo un’intelligenza collettiva, non ci fa vedere che le nostre competenze, la nostra biodiversità sono necessarie.

(Continua nella prossima puntata: Non potremmo vivere senza le persone di destra)

Viviamo in mezzo alle allucinazioni

di Jacopo Fo

Perché riescono a spacciarci tante idee completamente stupide?
Non voglio avvilirvi ma una delle spiegazioni è che ci hanno detto che siamo gli esseri più intelligenti del pianeta, in realtà noi siamo solo i meno stupidi.
Tutti noi abbiamo sempre una quota scioccante di stupidità che cerchiamo di nascondere e senz’altro qualcuno in questo momento sta pensando: “Sì, ma io no, sono venuto bene e sono particolarmente intelligente”.
Mi spiace ma ho le prove del contrario perché ho la certezza matematica che a tutti voi è successo di essere in casa, cercate le chiavi di casa e non le trovate, guardate in tasca e non ci sono, guardate dappertutto e non le trovate e dopo che avete rovesciato la casa guardate in tasca e le trovate.
Questo fenomeno è particolarmente interessante perché non puoi sostenere che le chiavi di casa ogni tanto vanno al bar da sole a prendersi un caffè. A ben riflettere dietro tutto questo c’è dietro un fenomeno straordinario e cioè che la mano non mente: quando mettete la mano in tasca lei sente le chiavi, trasmette il segnale al cervello e in quel momento nella vostra mente succede qualcosa di misterioso collegato a non so cosa, magari a un trauma infantile con la zia Rosina e per motivi imperscrutabili il vostro cervello decide che in quel momento gli stanno sulle palle le chiavi.
Quindi prende il file che voi state vivendo in quell’istante e lo butta via e va a pescare nella memoria la sensazione della mano che fruga nelle tasche vuote.
E’ una vera e propria sostituzione e questo andrebbe proprio insegnato a scuola: il nostro cervello costantemente compie degli errori grossolani. Lui stesso è un sistema grossolano.
Noi discendiamo dalle scimmie della giungla: quando sta bene la scimmia? Quando guardando intorno a sé tutto quello che vede è identificato.
Quando vede qualcosa che non è identificato entra in allarme e il suo cervello entra in sofferenza. Ha un’urgenza pazzesca di identificare che cosa ha davanti.
Quindi noi abbiamo uno straordinario sistema di identificazione. Quando tutto è identificato il cervello ci premia, altrimenti ci sprona con delle sostanze chimiche, sgradevoli che ci mettono in attività.
Se siamo coscienti di questo e sappiamo che abbiamo la capacità di fare degli errori di percezione potremmo arrivare alla conclusione che siamo un po’ stupidi quindi mettere in atto delle contromisure.
Quante volte avete litigato con una persona che vi accusava di aver detto qualcosa di spiacevole su di lei? E voi continuate ad affermare che non è vero e allora l’amico ribadisce che non è sordo, ha sentito benissimo e così via. Ho risolto questo problema, ho evitato di rompere amicizie fondamentali per il mio equilibrio quando mi sono reso conto, dopo varie ricerche, che il cervello non funziona. O meglio: funziona a volte.
Per scrivere i miei libri spesso mi sono informato su vari testi. Leggo, sottolineo quello che mi interessa e poi cucio il mio testo divulgativo.
Mi capita spesso poi di cercare quella citazione che ho sottolineato in blu, con due righe laterali, in quella pagina di sinistra… e non c’è. Eppure me la ricordo perfettamente, ho la fotografia in testa.
Me la sono inventata, ho fatto una sintesi di varie cose e poi ci ho fatto un finto ricordo.
Sui finti ricordi trovate decine di libri che ne parlano, sono stati fatti degli esperimenti pazzeschi. Il più interessante è stato fatto in una classe di agenti della Polizia di Stato Usa dove gli agenti si stanno preparando all’esame per diventare investigatori per l’FBI, quindi parliamo dei migliori, di 30 persone abituate ad assistere a scontri, addestrate e capaci.
Mentre questi agenti sono a lezione, si spalanca la porta dell’aula ed entrano due uomini, uno spara all’altro e scappa. Il “morto” viene coperto con un lenzuolo. A questo punto il docente svela che si tratta di un test: “mi dite di che colore era chi ha sparato e di che colore era la persona colpita?”. Risultato: i bianchi dicono che un bianco è stato colpito da un nero e i neri che un nero è stato colpito da un bianco. E il risultato non cambiava qualsiasi combinazione si provasse.
Questa è un’informazione fondamentale per la nostra vita.
Non vi sto dicendo cosa dovete fare o come vivere, sto solo dicendo: attenzione, se vi trovate nella situazione che vi dicevo prima della rissa con l’amico che vi accusa di aver detto qualcosa su di lui avete la possibilità di rispondere in modo da non rompere amicizie fondamentali: “Non so se ho detto questa cosa, forse l’ho fatto e forse tu hai capito male, comunque mi dispiace che tu abbia capito questo, non lo volevo dire: ogni tanto disparlo”.
Punto. Chiusa la discussione. Che altro può dire l’amico? Se insiste vuole dire che è un po’ testa di cavolo che non vuole ammettere che anche lui può aver capito male.

Noi viviamo in mezzo alle allucinazioni e di questo parliamo la settimana prossima.

Qual è la soluzione migliore? – Parte terza

Come dicevamo nel Cacao della Domenica del 29 ottobre molti miei problemi li ho risolti per una botta di fortuna.
C’è una schiera di persone che definisco “deficienti” perché manca loro l’umanità e il rispetto per gli altri. Queste persone vanno in giro a dire cose del tipo “Se vuoi, puoi”, ecco, io ritengo che sia proprio importante fare muro rispetto a questa affermazione: Se vuoi puoi, un cavolo!
Perché ci sono milioni di donne che ogni mattina si alzano all’alba, lavorano 14 ore e vogliono enormemente comperare cibo e medicine ai loro figli e non possono.
Allora forse bisogna dire: Se vuoi e hai un culo mostruoso, puoi.
Ma se dicessero così non riuscirebbero più a vendere le loro ricette per risolvere i problemi con il pensiero positivo, con la nuova fede che viene da Oriente, da Occidente, dall’Africa, dalla Papuasia, con il nuovo mantra, i chakra, l’imposizione delle mani… tutte queste cavolate disumane. Siamo circondati da una banda di venditori di stupidaggini.
Se vi interessa ho scritto un libro: Come fare il buddista senza farsi male raccontando un minimo pacchetto di truffe.
Se devo citare un grande che ha avuto una vita che lo autorizza a dire quello che ha detto penso a Krishnamurti. Lui e suo fratello gemello quando sono ancora bambini scoprono una religione che era un mix tra induismo e misticismo europeo, i cui seguaci sono persone con molti soldi: principi, industriali, maraja, ecc. I due decidono che uno sarà il Messia.
Il fratello muore e quindi Krishnamurti è sicuro di essere il Messia. E’ di famiglia agiata e quindi riceve la migliore educazione: sono suoi maestri grandissimi intellettuali occidentali con impostazione scientifica e da grandi mistici orientali. E’ forse il primo esempio di qualcuno che, agli inizi del 1900, ha un grandissimo livello di formazione sia occidentale che orientale.
Quando compie 18 anni e ormai sa tutto, raduna i suoi fedeli e dice: “Signori, grazie per questi doni che mi avete fatto, grazie per avermi fatto vivere questa formazione straordinaria, ma vi devo dire la verità: vi siete sbagliati, non sono il Messia, ciao”.
Distribuisce tutte le sue ricchezze e gira per tutto il mondo dicendo sempre la stessa cosa: “non c’è niente che ti possa far fare un solo passo verso la crescita personale, non esiste nessun metodo, l’unica cosa che puoi fare è quel che ti piace e mentre lo fai ascolta la sensazione”.
Tutto qui, ed ecco perché non esiste una religione basata su Krishnamurti, tutto il messaggio è trasmissibile in 30 secondi.  :)
Poi le sue conferenze sono state tradotte in libri e affronta questo tema da 500 punti di vista.

Non c’è alcun metodo; quando vi dicono: “serve meditare” vi stanno mentendo. La meditazione si può fare se hai voglia di fare la meditazione e a te per una serie di ragioni piace la meditazione.
Preferisci il giardinaggio? Stare davanti al televisore a guardare la partita? Fare sesso? Qualunque cosa, qualunque attività gradevole se la ascolti ti può dare aiuto e se sei in una brutta situazione è l’unica cosa che ti può alleviare la sofferenza.
Chi vi dice: se fai questo o quell’altro non soffrirai più è un bastardo, cane rognoso, fetente.
Punto.

Allora, vi invito a prendere in considerazione questa possibilità: che non ci sia nessuno che vi possa insegnare qualcosa; potete ricevere delle informazioni ma questo è un altro paio di maniche. La figura del Maestro, di una persona che ti è superiore per qualche motivo e che è in grado di risolvere anche una parte del tuo problema, è una falsa illusione.
C’è qualcuno che vi può aggiustare un meccanismo: hai mal di fegato e qualcuno ti può aiutare a curarlo. Hai subito un trauma e uno psicologo ti può aiutare ad affrontarlo, ma è un’altra cosa.
Nella mia famiglia mi hanno insegnato un grande principio: “Fai quel che vuoi che cambi di più”. E devo dire che i miei lo hanno applicato nel bene e nel male.
Compreso il fatto che quando mia madre si è rotta le palle è morta. Ha detto: Mi sono rotta i coglioni, non ho più voglia di vivere, saranno fatti miei?  

Poniamo ad esempio che tu abbi il desiderio di fare l’attore: Come si fa? Puoi andare in una scuola di teatro. Va benissimo, noi le abbiamo fatte per tantissimi anni.
Ma se vuoi veramente fare l’attore: recita! Vai per strada e conti le persone che riesci a fermare raccontando una storia.
Quando riesci a fermare cento persone vuol dire che sei diventato bravo.
Non ti piace andare in mezzo alla strada? Gite scolastiche? Ho imparato a fare l’attore cercando di risolvere un problema all’apparenza irrisolvibile: come faccio ad avere l’attenzione di 50 ragazzini con tempeste ormonali di proporzioni tsunamiche che non gliene frega niente di NIENTE e tenerli interessati parlando di boschi?
Ho iniziato delle lezioni parlando solo di merda: la merda dei cavalli, andiamo a cercare quella degli animali nei boschi, quella delle formiche, guardate che mondo di merda, tutto funziona con la merda che viene mangiata dagli alberi che la digeriscono, ma anche gli alberi cagano anche se non fanno rumore… e alla fine i ragazzi mi ascoltavano. Oddio, andavano via pensando che ero completamente fuori di testa ma avevo ottenuto il mio risultato.
Allora, vuoi fare l’attore? Fallo. Serve aver visto degli spettacoli, aver guardato come fanno gli altri e magari cercare di non fare le stesse cose. Serve avere qualcosa da cui partire: un pubblico.
Non volete avere a che fare con gli adolescenti perché vi fanno impressione e vi ricordano momenti tragici della vostra esistenza?
Andate dove volete, dove c’è un assembramento, e lo fate.
Sento già qualcuno che pensa: è difficile. Vi posso assicurare che l’altra strada è più difficile: ci vogliono anni di corsi, trovare il modo di entrare in una compagnia teatrale – cosa impossibile in Italia perché a 70 anni c’è quello che fa ancora l’attor giovane e lo devi uccidere prima che la compagnia cerchi un altro attor giovane.
Le compagnie teatrali sono una lobby: tutto legale e chi entra non ne esce più. Ci si scambiano gli attori, determinano i loro pagamenti, eccetera e i nostri teatri italiani perdono più di 10 milioni di euro all’anno. Parlo dei teatri Stabili, quello di Torino, di Napoli, ecc.  
Quindi se è così complicato perché non trovare un altro modo per fare l’attore?

Alla prossima settimana!

Qual è la soluzione migliore? – Parte seconda

Quando ero un ragazzino ero la metà di adesso, anche ora non sono un colosso ma da ragazzo facevo veramente paura. Ed ero anche brufoloso, cosa veramente disdicevole, quindi avevo un livello di insuccesso con le ragazze olimpionico.
Soprattutto d’estate, quando arrivavo a Cesenatico e mi mettevo in costume da bagno, e le mie possibilità precipitavano verticalmente.
L’unico sistema per combinare qualcosa era avere qualcosa da raccontare alle ragazze, avevo una decina di argomenti che tiravo fuori all’occorrenza, facevo una bella figura e così avevo qualche rara possibilità.

Con il passare del tempo mi sono accorto che il sistema di scegliere una via alternativa nella risoluzione dei problemi (vedi cacao domenica 22 ottobre) è proprio giusto.
La prima cosa che ci insegnano è che esiste un metodo già “determinato” e se si vogliono risolvere i nostri problemi bisogna applicare il metodo “ufficiale”.
Ecco, vorrei dirvi che di solito il metodo ufficiale non funziona, e non ci vuole Einstein per capirlo, basta guardare la situazione del mondo: un sistema che ammazza ogni anno 10 milioni di persone di fame e che ne ammazza 100 milioni perché hanno mangiato troppo.
Abbiamo bombe atomiche che potrebbero distruggere 5000 volte il pianeta, e negli anni 70 era peggio, potevamo distruggere il mondo 10mila volte. Capisco che è un discorso noioso ma provate a pensare per un momento all’enormità di questa cosa.
Ci sono stati anni di trattative per distruggere l’arsenale nucleare perché i generali da una parte e quelli dall’altra dicevano: se noi smantelliamo le nostre armi accadrà che noi potremmo far esplodere il pianeta 4999 volte e loro 5000 e così il nostro deterrente nucleare ne soffre.
E se decidiamo che il sistema del potere è sbagliato, non è che ce n’è un altro che invece è perfetto: non funziona così, ognuno di noi ha il suo sistema, quello che ognuno di noi può cercare è il proprio modo di risolvere i propri problemi.
Se pensate che ci sia un qualcuno che è più alto, più bello, più intelligente, più biondo di voi che ha in tasca la soluzione ai vostri problemi e che se seguite il suo sistema arriverete all’obiettivo, ebbene, vi accorgerete che non funziona.
E’ stato effettuato un esperimento che dovrebbe cancellare tutte le discussioni che continuo a sentire sul come stare bene: un medico francese ha fatto una ricerca nei vari ospedali europei per cercare quelle persone che dovevano essere morte e che invece erano ancora vive in modo clinicamente inspiegabile. Insomma, quei casi in cui le analisi, le condizioni del paziente farebbero pensare che questi dovrebbe essere trapassato da tempo ma che invece, oltre ogni previsione, continua a vivere.
Il medico francese e la sua equipe trovano 3000 casi “miracolosi” e quindi vanno a visitare queste persone.  Possiamo immaginare che queste 3000 persone abbiamo trovato IL sistema giusto, quello che guarisce da malattie altrimenti mortali e quello che scopre è che queste persone sono guarite con 1500 sistemi diversi, alcuni completamente idioti. Buttarsi nell’acqua gelata d’inverno a Trieste alle cinque del mattino non ha nessun rapporto con la leucemia ma c’è un uomo con la leucemia che quando fa questa cosa guarisce, e gli altri del reparto leucemici, visto che quel paziente è guarito vogliono imitarlo e si vanno a buttare al mare d’inverno pure loro: una strage.
Quindi quello era un sistema che andava bene per QUEL paziente.
Alcuni guariscono con la medicina ufficiale, il medico aveva dato una medicina pensando: boh, proviamo e si stupisce lui stesso della guarigione. Magari gli ha solo prescritto dell’aspirina pensando che male non poteva poi fare e il paziente è guarito!

Allora, quando qualcuno vi dice: fai questo perché funziona, scappate! Non vi serve perché questa è la SUA soluzione. Ecco perché nel corso di Yoga demenziale non vi faccio fare degli esercizi ma vi propongo una serie di esperimenti, di possibilità e vi do una serie di informazioni, poi se voi volete provare qualcosa o no, quelli sono fatti vostri.
Se volete arrivare in ritardo alle lezioni o non venirci affatto va benissimo, perché funziona solo se vi interessa e quando vi interessa.
Fare qualcosa controvoglia è peggio che non farla. Il principio fondamentale è che voi siete le uniche persone che sanno cosa è importante per voi, o se non lo sanno possono provare a fare degli esperimenti ma fare qualcosa controvoglia per definizione non serve.
Se vi hanno detto che lo studio è noia e sofferenza, vi hanno detto una cosa sbagliata, si riescono a capire le cose nel momento in cui si trova la passione. Il problema è quello e la passione è un’altra cosa che non vi posso insegnare. Però possiamo fare degli esprimenti insieme appassionanti e sperare che si crei un vortice di divertimento collettivo così magari ci si appassiona a qualcosa che prima non interessava.
Appassionarsi, secondo me, è l’unico vero affare. Per prima cosa alla propria vita.

Mi rendo conto che molti dei miei problemi li ho risolti per culo.
Ma di questo ve ne parlo la settimana prossima :)
(continua)

Qual e’ la soluzione migliore?

di Jacopo Fo

Ci sono molte persone che sostengono di aver trovato la soluzione dei problemi.
Io non ho trovato la soluzione dei problemi, uso un altro metodo: metto insieme informazioni che mancano.
L’idea è che se una persona ha un maggior numero di informazioni, e quelle sbagliate vengono corrette, potrà affrontare i suoi problemi in maniera più efficiente e più produttiva.
Questa mia propensione deriva da un’esperienza per me molto scioccante: quando avevo tre anni e mezzo la mia famiglia ha deciso per la terza e ultima volta di fare una gita fuori porta. Forse per le vostre famiglie funziona ma per la mia era assolutamente insostenibile e infatti ce ne sono state solo tre…
Decidono di andare a mangiare in un ristorante sulle Alpi, per arrivarci bisognava prendere la seggiovia. Era estate e partiamo per questa spedizione. Arriviamo alla seggiovia e andando contro a ogni trattato internazionale sul trattamento dei prigionieri politici e dei bambini, la mia famiglia mi mette su un seggiolino che va a un’altezza spropositata sopra una foresta e nessuno li denuncia al Telefono Azzurro o chiama i vigili del fuoco o gli agenti psichiatrici e io vengo colto logicamente da una crisi di panico.
Quando arrivo in fondo, c’è l’addetto che mi deve far scendere, il ragazzo si rende conto che grazie alla muscolatura scimmia ho un forza mostruosa e non riesce a staccarmi dal seggiolino.
Una persona normale avrebbe fatto fermare qualche secondo la seggiovia, mi avrebbe calmato e fatto scendere, questo tizio sceglie un altro metodo e mi dà un ceffone mostruoso e mi tira giù.
Arriva mio padre sul suo seggiolino e invece di uccidere sotto i miei occhi festanti questo essere immondo, non fa una piega e capisco che funziona così: seggiovia, ceffone, il mondo è una merda.
Arriva mia madre anche lei impassibile sul fatto che io sia stato percosso da uno sconosciuto e mi portano in questo c… di ristorante di m… in cima alla montagna.
Non mi sono gustato molto il cibo perché pensavo al ceffone che avrei preso al ritorno.
Finalmente mio padre si rende conto che sono sull’orlo di una crisi di nervi e mi chiede: “hai paura a ritornare sulla seggiovia?” e io penso: “E’ un genio! Dovrebbero dargli il Nobel!”
“Bene” continua lui “Se hai paura torniamo giù a piedi”.

Non gli credetti perché ormai sapevo che mio padre faceva delle cose assurde.
Una volta tornai a casa sconvolto dall’asilo perché avevo scoperto che tutti i bambini avevano l’onomastico e io non sapevo neanche cos’era.
Allora chiesi ai miei genitori: “Ma quando è il mio onomastico?” e mio padre invece di andare a cercare nel libretto degli onomastici dove c’era San Jacopo, povera creatura, mi dice: “Guarda Jacopo, non discutiamo come ti chiami, perché non è colpa mia. Quando eri nella pancia della mamma io mi sono avvicinato e ho chiesto: bambino come vuoi chiamarti? E tu hai risposto Jacopo e così ti abbiamo chiamato”.
Quindi, voi capite, che ero abituato a manipolazioni orrende.

Tornando alla nostra gita in montagna, mio padre mi dice: “Scendiamo a piedi”.
“Ma davvero? Certo!” rispondo.
E per me quella camminata è stata un’esperienza fantastica tanto che credo sia uno dei motivi per cui anni dopo sono venuto a vivere in mezzo ai boschi.
Per me era un luogo inconcepibile, abituato a strade e case questo spazio immenso che abbiamo percorso per ore mi sembrava impossibile.
Era una situazione mentale stupefacente perché è l’incapacità di leggere la realtà che non si conosce. Ho avuto la mia prima esperienza in quella lunga passeggiata perché a un certo punto arriviamo su un torrente, per me non esisteva il concetto del mondo “naturale” fuori dal mondo cittadino, quindi vedo quest’acqua e mi dico: “Ma chi ha rovesciato tutta quest’acqua?” e mi rivolgo a mio padre. “E questa chi l’asciuga adesso?”
E poi vedo le mucche e chiedo a mio padre: “Chi sono questi mostri?”
E lui mi risponde: “Non ti preoccupare, se non gli dai fastidio non ti attaccano, sono delle mucche”
E il fatto che lui sapesse cosa c’era in questo mondo sconosciuto era veramente incredibile.
Dopo ore meravigliose e un colossale imprinting naturalistico arriviamo a valle e troviamo mia madre che era andata in seggiovia perché aveva le scarpe col tacco e la troviamo tutta sgarrupata perché, presa dall’ansia per il marito e il figlio in mezzo al bosco, era scesa dal seggiolino prima di arrivare alla piattaforma e aveva fatto così un bel salto, per fortuna un pino aveva attutito la caduta ma si era strappata il vestito, le calze, ecc.
E lì ho capito che c’è sempre un’altra via ed è sempre meglio.
Quando ho dei problemi chiedo qual è la soluzione e se non mi piace vado a vedere se c’è un’altra soluzione e… funziona.

La rivoluzione zapatista

di Jacopo Fo

Vi racconto un’altra piccola storia. E’ una leggenda, non so se sia una storia vera ma la trovo molto bella.
Quando i nativi americani videro le prime navi spagnole ancorate vicino alla spiaggia dalle quali scendevano le barche piene di marinai, erano in grado di vedere le barche ma non riuscivano a vedere le navi, perché il loro cervello non era in grado di concepirle: guardavano le vele bianche e pensavano che le navi fossero delle strane nuvole.
In pratica, se non si è registrata nella mente l’esistenza di una qualche cosa si rischia di non vederla.
Questo è quello che è successo a tantissimi bravi comunisti, ahimè, che sono andati in Chiapas e sono ritornati facendoci resoconti eroici dell’eroica rivoluzione dei compagni zapatisti.
Sul fatto che gli zapatisti siano compagni non ci sono dubbi, salutano con il pugno chiuso come i comunisti, hanno tutti il passamontagna come avevamo noi negli scontri degli anni ’70 e questa è un’altra solida similitudine.
E invece non è vero. Loro salutavano con il pugno chiuso prima di Cristoforo Colombo, che non c’entra un cavolo con Carlo Marx e l’Internazionale Comunista. E lo stesso vale per il passamontagna, l’avevano già nel 1000 a.C. perché l’eroe non si deve vedere in viso, l’eroe è il popolo.
E si scopre che gli zapatisti stanno da un’altra parte, per esempio sono dei patiti di numerologia: un giorno dovevano andare a Città del Messico per una grandissima manifestazione ed è sorto un grande problema: dovevano partire in 1111 e invece erano molti di più e questo secondo i presagi Maya avrebbe portato sfortuna.
Un altro episodio è relativo alla loro rivoluzione. Decidono di fare la guerra ma non in modo convenzionale. E’ l’unica guerra nella storia del mondo che è stata dichiarata, combattuta per soli sette giorni e in cui muoiono 12 persone per sbaglio e poi basta. Anche se l’esercito messicano continua a sparare loro non reagiscono più.
In realtà non si è trattato nemmeno di una vera guerra: semplicemente sono passati da una situazione di totale pacificità – nessuno in Chiapas aveva lanciato nemmeno un sasso contro la polizia – al conflitto più simbolico. Hanno inventato la prima guerra simbolica della storia del mondo. La prima guerra che nega la guerra. La prima guerra che è durata un giorno. La prima guerra che non ha dato il potere a generali imbecilli e criminali.

Il dibattito per decidere del conflitto coinvolge tutti i villaggi e dura un anno fino ad arrivare a un voto unanime. Se c’era qualcuno che aveva dei dubbi stavano a discutere per mesi fino a che non si convinceva, roba da psicopatici.
Poi iniziano a cucire delle divise perché volevano fare una guerra all’europea, quindi i soldati dovevano avere la divisa. Trovano una partita di cotone verde pisello e tutti a cucire queste divise allucinanti.
E, siccome non avevano armi decidono di fare i fucili di legno così che nelle fotografie sembrasse che tutti avevano i fucili.
E quando un esercito di ventimila uomini e donne con i fucili di legno può sconfiggere un esercito regolare armato fino ai denti?  
Il primo gennaio alle cinque del mattino! Quando tutti i militari sono ubriachi nelle caserme.
Gli zapatisti attaccano contemporaneamente in quattromila per volta cinque città, disarmano le guarnigioni e buttano i fucili di legno perché si sono rubati quelli veri.
Dopodiché trovano un gruppo di soldati ancora svegli e lì c’è l’unica sparatoria dove 12 zapatisti vengono uccisi.
Questa storia sarebbe già abbastanza singolare se non fosse che la rivoluzione doveva essere dichiarata un anno prima ma la mattina, quando attraverso i walkie talkie fecero l’appello dei villaggi, ne mancava uno. Era un bel problema, non si poteva certo lasciare fuori un villaggio: vi immaginate la vergogna degli abitanti e delle generazioni future? No, no, bisognava rimandare di un anno esatto.
E per un anno tutti mantennero il segreto, per un anno intero quattromila persone non fecero parola di quello che sarebbe avvenuto. Impossibile da credere, ma è andata proprio così.

Quante balle ci raccontano…

Di Jacopo Fo

Riprendiamo il discorso lasciato in sospeso la settimana scorsa con la panoramica di tutte le balle che ci hanno raccontato su tutto.
Credo sia importante che si capisca che i giudizi che diamo sulla realtà spesso sono viziati dal fatto che partono da un’idea tecnicamente sbagliata.
La maggioranza di noi ha studiato al liceo che la cellula è il più piccolo organismo vivente unitario, perché la cellula è fatta da una sola unica entità. All’inizio degli anni ’80 una ricercatrice – la maggioranza di queste scoperte sono state fatte da donne – la dottoressa Margulis fa una cosa che hanno fatto centinaia di migliaia di biologi: ha preso una cellula e l’ha guardata con il microscopio. Guarda bene e ha un’illuminazione e ne ha quasi paura perché si chiede come mai nessuno si sia mai accorto di quello che lei sta vedendo: e cioè che quegli aggeggi che poi si mettono assieme e formano la cellula sono i mitocondri.
La Margulis si accorge che in ogni cellula umana c’è un mitocondrio e sono anche all’esterno della cellula stessa e quindi la cellula è una cooperativa. Dopodiché propone una nuova teoria evoluzionistica basata sul fatto che gli elementi fondamentali dell’evoluzione non sono la competizione e la capacità di connessione sessuale, ma il primo elemento è la capacità di cooperazione e sostiene che noi esseri umani siamo riusciti a evolverci in una certa maniera proprio perché la cosa che sappiamo fare meglio è la cooperazione.
Allora, vorrei che provaste a fare un esperimento: pensate in che misura vi vedete parte di un gruppo, se pensate alla famiglia, alla vostra squadra di calcio, a qualunque organizzazione, ente, gruppi di amici… fino a che punto vi sentite partecipi di queste persone, fino a che punto la vostra salute fisica dipende dal fatto che voi incontriate queste persone? Se state male, tra le ricette per stare meglio c’è l’andare a trovare i vostri amici o è meglio chiudersi in casa?
Esiste una disinformazione sull’importanza del contatto con gli altri esseri umani.
In televisione ci martellano con la pubblicità che vende prodotti che sterminano qualunque tipo di batteri in casa. Il grande ribelle di questa campagna pubblicitaria disastrosa è il nuovo dentifricio che dice: perché volete sterminare i batteri nella bocca? Ne avete tanti quante le stelle nel cielo, vi vogliono bene, usate un dentifricio che non stermina i batteri perché è una stronzata. Il nostro ammazza solo quelli cattivi.

La verità la dice la pubblicità dello Yogurt. Noi riusciamo a digerire perché abbiamo miliardi di fermenti lattici, di creature che demoliscono il cibo che mangiamo, non siamo in grado di assorbire il cibo se non ci sono i batteri. E non solo: intorno a noi ci sono miliardi di batteri che sono un esercito che ci adora, sono convinti che noi siamo Dio e farebbero qualunque cosa per noi.
Se arriva un virus o un batterio cattivo, je menano. Se il virus riesce a superare il primo muro ce n’è un secondo che sono i batteri che stanno sulla nostra pelle che sono straordinari con cui abbiamo rapporti intimi e non ce ne rendiamo conto. Abbiamo gli organi sessuali completamente coperti di batteri e quando sentite certi desideri c’è da chiedersi se vengono dal cervello o è la sfera batterica cha ha iniziato ad agitarsi e a creare delle situazioni particolari.
Alla luce dell’importanza dei batteri sono state fatte delle ricerche sui depressi. Non so se avete notato su voi stessi oppure su qualche amico che il depresso tende a lavarsi di meno. E’ uno dei primi sintomi della malattia.
Perché? C’è un motivo ben preciso. Gli scienziati hanno scoperto che dopo tre giorni che non ci si lava, sul corpo si sviluppa un certo tipo di batterio detto “zellosus” che sta bene quando c’è quel sudaticcio, appiccicaticcio, quei sali minerali essiccati, ecc. E questo porco, perché è il batterio più maiale che esista, è drogato fradicio di dopamina e ha scoperto (vorrei sapere come cavolo ha fatto) che noi la produciamo.
Allora quattro miliardi di batteri al quadrato si mettono d’impegno e fanno la danza della dopamina, le cellule sottostanti sentono il gran fracasso e mandano un segnale al cervello che dice “Dopamina! Dopamina!” e allora il cervello la produce e questi miliardi di batteri se la fanno in vena!
E il depresso sta meglio perché il cervello aumenta la quantità di dopamina prodotta.
E questa è la meraviglia del creato, è una cosa fantastica, andrebbe insegnata a scuola. E bisognerebbe anche insegnare che noi avremmo un crollo delle spese sanitarie se invece di permettere queste pubblicità che incitano a disinfettare tutto si facesse una pubblicità progresso che dice: attenzione, quando vi lavate risparmiate di pulirvi o un gomito o un ginocchio, che sono le parti meno puzzolenti del corpo, di modo tale che lì possa resistere una colonia di questi batteri maialoni che vi fanno produrre più dopamina.
I destini dell’umanità sono in mano ai batteri. Ognuno di noi ha una “fauna” batterica personale (dicono flora ma è sbagliato, quella è fauna, i batteri ruggiscono, alcuni hanno proboscidi lunghissime). Ed è tanto personale che la malavita è fottuta perché oggi la traccia batterica del criminale si può vedere anche dopo quattro ore dal fatto criminoso e non c’è modo di nasconderla. Per non emettere una traccia batterica bisognerebbe andare in giro con uno scafandro pressurizzato che non emette aria perché ne basta un filo, e olè!
La ricchezza batterica è incredibile tanto che per certe malattie intestinali che distruggono la fauna batterica hanno pensato che si possono trapiantare le feci. Il procedimento non è truce come si potrebbe pensare, le feci vengono trattate e si guarisce perché qualcuno ha donato i propri batteri.
Perché ci abbracciamo e ci baciamo? Perché noi italiani viviamo più di tutti i popoli del mondo eccetto i giapponesi? (Che poi bisognerebbe capire perché i giapponesi vivono così a lungo… ma è tutta un’altra storia).
Noi siamo longevi per due motivi semplicissimi: in Italia ce la pigliamo più calma, se fai una stronzata in Germania ti mettono in galera e non ne esci più. In Italia… “mo’ adesso vediamo…” non c’è un mondo certo, c’è il grigio e il grigio allunga la vita. E le cose come vengono fatte in Italia? A cazzo di cane, e questo è fondamentale per il nostro benessere.
E l’altra cosa che ci allunga la vita è che noi ci abbracciamo e ci baciamo e gli attori italiani vivono tantissimo perché si abbracciano e si baciano più della media dei commercialisti.
Quando uno sta in casa e non esce, non abbraccia nessuno e sta male. Se avete dei problemi di salute chiedetevi quanta gente abbracciate, e poi chiedetevi quanto tempo passate a fare qualche cosa con qualcun altro. Qualunque cosa, non per forza meditazione o yoga, qualunque cosa, anche marciare a passo romano, andare alla partita, cantare nel coro della chiesa. Qualunque cosa voi facciate con qualcun altro crea un fenomeno che è stato studiato non a caso da un italiano. Nittamo Montecucco nel 1999 scopre che un gruppo di persone che fa insieme qualunque cosa dopo 31 minuti raggiunge un impressionante sintonizzazione delle onde cerebrali misurabile con l’encefalogramma. Inoltre, così facendo si aumenta la produzione di dopamina che è il neurotrasmettitore che ci fa stare bene, funzionare il fegato, i reni ecc e dà pure euforia. I popoli che hanno meno di noi l’idea dell’individualità rispetto al gruppo hanno più dopamina nel sangue.
Quanto il fatto di essere accolti da una collettività di amici, di familiari, di colleghi di lavoro è importante per il vostro benessere? Più della dieta o meno?
Franco Berrino, oncologo epidemiologo ha raccolto molte testimonianze su questo. In particolare una ricerca condotta su alcune infermiere americane ha rilevato che, al di là dei benefici relativi alla dieta, a stare meglio erano quelle che pregavano insieme tre volte alla settimana; e non solo: le infermiere nere che andavano a pregare tre volte alla settimana avevano dei valori di benessere generale maggiori delle bianche. Dio è razzista?
No, solo che i riti sono diversi: i neri cantano durante la funzione e quindi si scopre che l’arte ha un valore enorme. Cantare in coro è più che pregare, la musica ti dà emozione, ti porta in uno stato mentale in cui la mente razionale si spegne. La musica ti muove una serie di meccanismi poetici.
(continua)

La storia di Inanna – Seconda parte

(vedi la prima parte qui)

La cosa divertente di questa storia è che esiste un pezzo della Bibbia che non è così esplicito ma che è altrettanto scioccante ed è un brano che inizialmente, inserito quando fu redatta, non venne inserito perché i rabbini dissero che non era il caso di mettere un brano del genere in un libro sacro. Ci fu una rissa e 150 anni dopo ci fu un’insurrezione femminile perché quel pezzo veniva cantato nei matrimoni. La sacralità del matrimonio per il popolo veniva celebrata con questo canto d’amore delicatissimo per cui le donne volevano che fosse inserito nella Bibbia e costrinsero i rabbini a fare l’unica modifica che sia mai stata fatta sul Vecchio testamento.
Questa canzone è bellissima e c’è una stranezza per quanto riguarda il colore della pelle, infatti inizia con la fanciulla che parla e dice:
“Bruna sono ma bella,
o figlie di Gerusalemme,
come le tende di Kedar, (che erano nere, NdR)
come i padiglioni di Salma.
Non state a guardare che sono bruna,
poiché mi ha abbronzato il sole”.
E’ un inizio stranissimo, sembra che sia di colore, non semplicemente abbronzata. Però il ritmo di questa poesia nella struttura è molto simile al precedente.
In un altro brano lei dice: tu sei dolce come lattuga cresciuta sul bordo del fiume, c’è questo gusto per i paragoni che è meraviglioso.
Tornando a Inanna, la cosa curiosa è che nel Gilgamesh, scritto 500 anni dopo, Inanna non è più una dea, non è più la donna meravigliosa che ha dato ricchezza e conoscenza all’umanità. E’ una poco di buono.
Che cosa è successo nel frattempo? La prima ondata di guerrieri allevatori si è civilizzata ma la società matriarcale si è diluita perché i conquistatori hanno portato la loro cultura, poi è arrivata un’altra ondata e un’altra ancora… il Gilgamesh viene scritto quando la cultura è completamente cambiata.
I meccanismi della storia si vedono in trasparenza negli scritti. Gilgamesh è questo grande eroe, un semidio, compie grandi imprese. Inanna lo vede e se ne innamora perché è bellissimo e fortissimo e gli chiede di stare con lui, colma di desiderio. Gilgamesh le risponde che non ci pensa nemmeno, qualunque cosa facesse per lei, da portarle il miele la mattina e i datteri la sera, lei lo avrebbe distrutto, come aveva fatto con tutti gli altri uomini che aveva avuto.
E la accusa addirittura di aver ucciso l’amante Dumuzi, quando invece lei era scesa nel mondo dei morti per andare a liberarlo.
Insomma, viene riletta la storia, Gilgamesh la accusa di essere una prostituta perché ha sedotto il povero dio delle acque rubandogli i suoi segreti, omette di dire che poi li ha regalati all’umanità.
Un chiaro esempio di fake news, di mistificazione, di distruzione dell’identità della dea perché non è più importante, ora c’è un dio, la società matriarcale è stata abbattuta. Ora abbiamo la società patriarcale che deve affermare che la dea, la Grande Madre, non conta niente. Quindi viene riscritta la storia e tutte le grandi imprese di Inanna i suoi sacrifici, i doni meravigliosi in favore dell’umanità le vengono rovesciate addosso.

Quante balle ci hanno raccontato su tutto.
Credo sia importante capire che i giudizi che diamo sulla realtà spesso sono viziati dal fatto che partono da affermazioni tecnicamente sbagliate.
Ma ne parliamo nella prossima puntata.
(continua)

Quando la situazione si fa seria tocca farla ridere!

Per chi è deluso dall'umana insipienza, per chi è avvilito per la disumana scemenza, per chi dei sogni non riesce a farne senza,  ecco qualche cosa di completa differenza.

Stiamo radunando la banda dei teatrivi, comunicattivi, per dar vita alla più colassiale operazione dadaista di menti rinnovabili, spiriti atossici, fantasie biodinamiche, e mi fermo qui per non divenire prolesso.

L'obiettivo è formare un laboratorio creattivo permanente e immanente, ma anche un po' invadente, che produrrà inchieste rutilanti, video shock, buffonate flash mob, arte da asporto, filosofia da diporto.

Dopo i fasti del Male, dopo l'invenzione dei ristoranti biologici, dei corsi di scrittura creativa, i trionfi dei muscoletti vaginali e del parto dolce, dopo l'esplosione della comicoterapia nei reparti pediatrici, dopo lo sterminio delle lampadine ad incandescenza, dopo l'olio di colza andato a ruba nei supermercati e la scoperta dell'acqua calda solare... dopo il ritrovamento di Arlecchino in Africa, dopo il tripudio mondiale di Wiwanana cerchiamo volontari senza macchia e senza paura, per far vedere a Mark Zuckerberg che si può usare il web per fare qualche cosa di completamente diverso!

Chi cerchiamo
Esseri maschi, femmine e ibridi, di tutte le età, anche non muniti di titolo di studio, capelli, cappelli o altro, ma estremamente ricchi di dinamiche oniriche evolute, gente capace di entusiasmarsi, tramare, tremare, avere la pelle d'oca, passare le notti sugli aisberg a pelle d'orso, infiltrarsi nelle trincee della disinformazione fingendo di essere Pippo o Pluto (Paperino no perché è passato al nemico) e che contemporaneamente amino cooperare, collaborare, condividere, couorchizzare, sperimentalizzarsi.  

Chi siamo
L'Alcatraz Band, la più tosta unità d'assalto mediatico invisibile, attualmente in circolazione. Abbiamo passato questi mesi a tessere alleanze strategiche e a stabilire principi di coesistenza pacifica: aborriamo le assemblee perché nelle assemblee ci sono i leader e gli anti leader, quelli che parlano e quelli che no; abbiamo cassato il centralismo democratico perché crediamo che tutto funziona bene solo se la maggioranza si sottomette alle decisioni della minoranza, abbiamo sostituito i meccanismi di potere con la mansuetudine.

Siamo per la tempesta di cervelli estrema (che all'inizio cominci a parlare ma non sai neanche di che cosa) crediamo nella casualità creativa e nella coincidenza devozionale.

Quanto costa? Niente è gratis.

Non siamo qui per vendere e neanche per regalare.

Quel che cerchiamo e quel che offriamo non ha prezzo. Rilasciamo pure attestati di frequenza per sedare parenti e coniugi ansiosi e nella migliore delle ipotesi creeremo insieme un milione di posti di lavoro in professioni che al momento ancora non esistono come lo Spulciatore di Bufale, il Pettinatore di Bambole Bulimiche, il Pattinatore di Scie Chimiche, il Calzolaio per Millepiedi, il Succhiatore di Verdure, l'Orco Sinergico, lo Snocciolatore Semantico, il Grànfico, l'Azzappa Garbugli.

Se l'idea ti sollucchera e ti giuggiola martedì sera ore 21,30, sul mio FB in diretta video e possibilmente anche audio per non vedenti, con interazione chat, skyp, telephon. L'evento sarà disponibile anche in differita senza possibilità di intervenire retroattiva causa persistenza conseguenzialità temporale non iporesistente. Per tenersi informati registrati sulla meiling list degli amici di Alcatraz.

Ps
Mo' vojo vedé che trollano i troll su questo stesto!

Il potere della creatività – Quarta parte

Ci siamo lasciati a fine luglio raccontandovi di questo incontro avvenuto alla Libera Università di Alcatraz tra Jacopo e un gruppo di psicologi sul potere della creatività.
Riprendiamo a raccontarvelo partendo dalle domande del pubblico.

Pubblico: Quali aspetti della tua famiglia di origine porti avanti e quali, invece vuoi abbandonare nella gestione di questo luogo incantevole?
Jacopo: La mia famiglia era veramente strana nel senso che nel bene e nel male era una famiglia che aveva una compattezza incredibile, anche con tutti i casini di una famiglia…! I miei genitori litigavano a livelli spaziali, però c'era questa idea di unità e c'era anche una modalità molto particolare di motivare.
Il sistema educativo della mia famiglia si basava sul potere della fiducia, cosa che io poi ho cercato di portare avanti qui ad Alcatraz.
A diciotto anni ho smesso di andare a scuola e mio padre mi ha detto “Se non vuoi andare all'università, mettiti a lavorare” Ho risposto: “Ok” e lui “Va bene, allora fammi venti maschere di cartapesta, mi servono tra tre mesi”.
Ero sconcertato e ho protestato: “Papà, ma non ho mai fatto una maschera di cartapesta, come faccio?”
Allora Dario telefonò al suo amico Donato Sartori, grande fabbricatore di maschere e il giorno dopo partivo per Abano Terme.
Ho passato lì cinque giorni, ho imparato e poi le ho costruite e andavano anche bene.
Ecco il meccanismo, è una scommessa: se tuo padre ti mette in mano un progetto e tu sai che se non lo consegni in tempo non possono andare in scena con lo spettacolo pensi “Mio padre è convinto che io lo sappia fare”. E questo è determinante.

Non ho mai fatto corsi di teatro, si dava per scontato che io avessi guardato per tot anni come recitavano i miei.
Quindi chiedevo a me stesso: “Che cosa fanno? Cosa devo imparare?”
E questo mette in moto un meccanismo in cui ci si responsabilizza ed è molto potente, poi riguarda tutto... Devi fare arte perché è bellissimo e perché utile, è utile perché ci sono delle ingiustizie nel mondo e tu devi impegnarti contro queste ingiustizie. Ci sono delle persone in difficoltà e tu devi portare aiuto a queste persone e devi comportarti in una certa maniera perché se non ti comporti in quella maniera dai una ruota negativa al mondo.
L'ultimo ceffone che ho preso da mia madre (un ceffone vero, il famoso lavadenti...) è arrivato un giorno che Franca era malata. Era a letto e iniziammo a discutere perché la compagnia di mia madre, che era anche un’associazione politica, si era scissa e alcuni ragazzi che stavano nel mio gruppo politico (erano gli anni '70 e c'erano tante piccole organizzazioni) lavoravano con i miei. Avevano litigato con mio padre e mia madre e si erano comportati veramente molto male. Mia madre, mentre stava a letto moribonda, mi racconta di cosa era successo: un ragazzo del mio gruppo aveva insultato mio padre e io dico: “Beh cavolo, pazzesco, adesso voglio andare dai miei compagni e andare a sentire cosa è successo”.
PAM! (schiaffo)
Perché non si discute su quello che fa la famiglia... su che cosa ti devi informare? Se una cosa te la dice tua madre è la religione!
Benigni ha fatto una battuta meravigliosa. Mio padre negli ultimi anni ha iniziato ad attaccarlo in un modo feroce e l'ha distrutto quando è andato da Obama con Renzi. Quando hanno intervistato Benigni e gli hanno chiesto “Scusi, ma cosa pensa delle dure critiche che le ha mosso Dario Fo?” Lui ha risposto: “Dario Fo è come la mamma, non si discute quello che dice la mamma!”
L'ho adorato perché ha proprio fotografato un'impostazione quasi militarista...

Quando avevo sedici anni ero veramente uno sfigato pazzesco e stavo a Como. Como è una città drammatica perché la rivoluzione sessuale non è arrivata ancora oggi.
Era una situazione veramente terribile e io scoprii che a Milano invece c'era tutto un altro clima, lì viveva mia cugina con cui ero cresciuto e mi diceva che lì c'era un gran fermento.
Decisi di andare a Milano per vedere se trovavo una ragazza disponibile e incontrai una fanciulla meravigliosa, nacque una grande storia d'amore, la settimana dopo cercai di organizzarmi per tornare e mi convocarono a una riunione della federazione giovanile comunista italiana proprio quel pomeriggio di sabato in cui avevo in programma di andare a Milano dove c'era questa festa e forse l'avrei rivista.
Per me era un grosso problema decidere di tradire la rivoluzione comunista per andare a Milano, e alla fine andai a Milano e trasgredii ma fu un grande conflitto interiore. Per darvi un’idea… a undici anni vendevo L'Unità sulla spiaggia tutte le mattine, mi facevo i chilometri con la maglietta con su scritto: 'Io sto con i Vietcong'.
Terribile... ho avuto dei gravissimi problemi psicologici!

Ho una grande stima per quello che hanno fatto i miei genitori e continuo a farlo, quello che ho aggiunto di mio è che sto cercando di creare un’organizzazione culturale a rete, con persone che collaborano in maniera autonoma, senza assemblee, tutti rapporti a due, non è una struttura organizzata in modo piramidale: sono una serie di rapporti di amicizia come funziona poi in teatro. Sai che per fare quell'operazione ti serve un fonico, un attore, un regista, uno scenografo, se invece si tratta di organizzare interventi sull'ecologia, che è l'altro nostro grande settore d'intervento, ti serve un ingegnere, un meccanico ecc...  
Da questo punto di vista i miei erano più individualisti.

Pubblico: Quanto ti sei sentito in competizione con i tuoi genitori e di più con chi?
Jacopo: Beh, tantissimo con mio padre (avendo studiato psicologia, sapete benissimo come vanno queste cose!), però sinceramente la competizione non è stata il centro dei miei problemi, anche perché l'idea della competizione non era tra le persone ma nelle situazioni.
In vita mia ho totalizzato una quantità di fallimenti spaventosa e loro mi hanno sempre detto “Va bene, ok, non ha funzionato, insisti e vedrai che prima o poi ce la fai”.
Anche perché il problema è che competere con mio padre era complicato, non era certo una persona normale...
Scena: a Trieste, quattro del pomeriggio, ci fermiamo per chiedere indicazioni, mio padre scende dalla macchina, si rivolge a una ragazza e dice “Mi scusi, via tal dei tali?” Lei lo guarda, si gira e inizia a scappare. Noi che non riuscivamo a parlare a mio padre perché stavamo sghignazzando in maniera oscena perché a mio padre erano cascati i calzoni in mezzo alla strada...
Il futuro Premio Nobel era talmente disastrato che io ho avuto sempre un senso di superiorità rispetto a mio padre che invece per tutte le cose più semplici della vita era completamente negato. Per reazione sono diventato, prendendo da mia madre, più organizzativo, entro certi limiti... sono un casinista pazzesco però insomma… riesco a gestire un pochino di cose.

Pubblico: Se la creatività è anche un modo per mettersi in salvo, creando questo posto cosa hai potuto mettere in salvo di te?
Jacopo: Vengo da un'esperienza post-traumatica. Mia madre viene rapita e massacrata quando avevo 17 anni e io impazzisco.
La mia prima reazione è stata quella della ricerca della vendetta. Per un anno e mezzo mi sono solo posto il problema di come fare a beccare questi criminali e ammazzarli tutti.
Per questo sono caduto nelle spire dell'Autonomia Operaia con della gente adulta che mi diceva “Vieni con noi che noi siamo in grado di trovare i rapitori di tua madre”.
Presto mi sono reso conto che erano una manica di teste di cavolo… poi sono diventato pacifista, al momento vedevo semplicemente che questi erano pazzi, la loro concezione di come si fa un'inchiesta per trovare un colpevole, era demenziale... Per cui ho avuto un lampo di genio e me ne sono andato. A posteriori è stato molto interessante perché ho sperimentato cosa vuol dire la manipolazione di un gruppo su un soggetto. Queste organizzazioni hanno la stessa struttura di una setta religiosa. C'è un bombardamento quotidiano di “Ci stanno controllando, “Ci danno la caccia”,  “La polizia ci sta intercettando”, “Ti stanno seguendo” ed entri in uno stato di ansia che ti fa aderire all'organizzazione e l'organizzazione diventa sacra.

A un certo punto mi sono reso conto di essere impazzito. Un giorno mi trovavo con una ragazza con cui avevo avuto una breve storia d'amore ed eravamo ottimi amici, eravamo in Piazza del Perdono a Milano e anche lei faceva parte di Autonomia Operaia. Stavo parlando quando mi mette le mani sulle spalle e mi urla: “Jacopo! E' la quinta volta che me lo ripeti. Ho capito, son d'accordo, ma smettila!” Non mi ero accorto che ero entrato in un loop, tutta il giorno andavo in giro e ripetevo lo stesso discorso “Dobbiamo reagire, non è possibile, ci sono addosso, dobbiamo difenderci, dobbiamo attaccare”.
Ho preso il famoso schiaffo zen...
Poi nella vita ho capito che era tutta una follia. Per fortuna ne sono uscito prima di sparare a qualcuno, sono anche riuscito a uscirne portando con me 150 persone.

Ovviamente arrivare all'idea che non vale la pena ammazzare chi aveva aggredito mia madre è stato un transito lunghissimo.
Ho capito poi che queste persone non vivono, non sperimentano, non hanno il piacere della vita. Uno stupratore non è in grado di provare piacere e capisco che questo è un concetto difficilissimo da discutere con una donna che è stata stuprata però è così.
Se vi interessa ho fatto un lungo articolo in internet: “Lo stupratore è frigido”: vi è tutta una serie di articoli che citano una serie di ricerche, di documentazioni, di analisi.
Quando negli anni 90 sono venuti fuori alcuni nomi di coloro che avevano rapito mia madre, ho passato due giorni a meditare serenamente se era il caso di prendere un cacciavite arrugginito e andare a farli fuori in maniera lenta e dolorosa, poi ho pensato: “Ma chi se ne frega tanto... anzi che vivano il più possibile perché vivere in un vuoto pressurizzato, in assenza di emozioni, nell'incapacità di sentire se stessi, di avere empatia con gli altri... punizione più terribile di questa non c'è, non voglio ucciderli perchè farei loro un favore”.

Ma al di là di questo processo ho anche fatto una serie di cose che mi hanno fatto sfogare, tra cui gestire un giornale di satira violentissima. Mi sono tolto delle soddisfazioni nel fare provocazione, invece di reagire violentemente ho reagito come antagonista.
Il Male raccolse 186 denunce per oltraggio alla religione, al Capo di Stato... tiravamo secchiate di merda su tutti quelli che avevano potere, autorità. Di queste 186 denunce, 87 le avevo prese io, per cui... devo dire... mi sono proprio sfogato... della serie “C'ho un sassolino nella scarpa, adesso ve ne dico quattro perché siete un sistema di pezzi di sterco di elefante marcio!”