La formazione militare delle ragazze. Fisso il pensiero fisso.

Capitolo 12

Lei era diventata il mio pensiero fisso.
Il posto della mente nel quale mi rifugiavo sfuggendo a qualunque altro pensiero.
Riuscivo a dimenticare i complotti e chi mi voleva male, per ragioni peraltro a me sconosciute.
Un posto comodo dentro la mia testa. Avere una donna da amare, da corteggiare, credere per un momento che tutti i problemi possano finire sulle sue labbra.
Nel pomeriggio del terzo giorno l’avevo trovata nella piscina. Dentro la piscina. Una piscina di quelle senza piastrelle, col fondo dipinto con foglie e pesci provenienti da un altro pianeta, e un sistema di lagunaggio per depurare l’acqua… Un piccolissimo torrente scendeva a spirale da una minuscola collina artificiale. Poco più di un metro di altezza, 10 metri di diametro. L’acqua veniva pompata attraverso un tubo interrato sulla cima della collinetta e scorreva giù in mezzo a ghiaia e radici, rotolando sui sassi e finiva di nuovo in piscina, pulita.
Miracoli dell’ossigeno, del movimento, dei batteri e delle piante.

Lei era distesa sopra un materassino che galleggiava al centro della piscina. E tutto era estremamente biologico.
Io mi misi sotto un ombrellone, seduto su una sdraio e mi lasciai prendere da un torpore; era una giornata quasi estiva.
Attuai quindi quella che si può definire una strategia di appostamento. Consiste nel tenersi in vista della donna che desideri senza avvicinarla. Perché questa modalità abbia successo devi essere presente e al contempo indifferente come un sasso… Lei deve decidere di avvicinarti mentre tu ti limiti a circondarla con i tuoi desideri. Ovviamente questo tipo di linguaggio immobile funziona solo con donne che cercano uomini di pietra. Donne generalmente lussureggianti d’acqua. E lei, che galleggiava sul pelo della vasca, con addosso una miniatura di due pezzi, mi pareva proprio un tripudio di liquidità.
Effettivamente mi addormentai. Se fingi soltanto non funziona. Ed effettivamente ad un certo punto fui risvegliato da una modificazione del mondo che mi circondava. Una sensazione fresca, non sgradevole, toccò il mio corpo. Dopo un certo tempo (un sasso non deve avere fretta) socchiusi lentamente gli occhi e mi resi conto della causa di quella perturbazione climatica. Lei si era posta di fronte a me in modo tale che la sua ombra si allungava sul mio corpo, oscurando il sole. Vedevo solo la sua sagoma scura in contro luce e mi sembrò bellissima.
E particolarmente appropriata la sua risposta alla mia mossa. Non mi aveva parlato svegliandomi, si era limitata a modificare il contesto, producendo una variazione minima ma proprio per questo estremamente potente. Ero affascinato all’idea che lei avesse compreso la filosofia della mia iniziativa rispondendomi con una carta dello stesso seme.
Alchimie. Le adoro.
Avevo ormai aperto gli occhi. Lei mi guardò e dardeggiò la mia anima chiedendomi: “Fai il sasso?”
Per un tempo pari a quello impiegato da un rospo a tirar fuori la lingua, restai abbacinato. Possibile che lei avesse letto nella mia mente? Mi parve di essere vulnerabile.
Mentre i secondi smettevano di scorrere linearmente, per arrotolarsi in un tempo sospeso, valutai l’impellente necessità di trovare una risposta consona.
Poi, come una diga che finalmente lascia andare il fiume, mi riuscirono le parole di bocca: “Qualcuno deve ben tener fermo il mondo!”
E lei, di rimando, come in un solfeggio: “Poverino…” Ironica, come parlasse a un bambino: “Chissà che fatica, fare il fermacarte per conto di tutta l’umanità. Non hai bisogno d’aiuto?” E lì dovetti mettere al lavoro tutta la squadra dei decrittatori che lavorano nel mio cervello, per leggere tra le righe, tra le lettere, guardare dietro le pause e vedere cosa c’era di nascosto. Perché ammetterai che quel Non hai bisogno di aiuto? rischiava di sottintendere un amo (nel senso pescoso del termine), forse un’offerta di dare (ella) questo aiuto medesimo. E lo disse in tutta la sua liquidità. E quindi, con l’aggiunta della pressione ormonale, arrivai quasi a vedere una disponibilità erotica illimitata e forse forsennata.
Allora, raccolta una profonda ispirazione io dissi, inclinando leggermente la testa: “In effetti troverei estremamente gradevole che tu ti sedessi vicino a me e insieme guardassimo il cielo laggiù fino a che le montagne non si sciolgono e si riesce a scorgere il mare.” Che tradotto poi vorrebbe dire stai con me in eterno. Imperocché praticamente mi ero dichiarato con una richiesta chiara e indiscutibile.
Al contempo le avevo lanciato una sfida che dava per scontato un intero mondo di modi di vedere.
Le donne di un certo lignaggio culturale insistono nel notare con rammarico l’instabilità maschile e simultaneamente la paura diffusamente mascolina di impegnarsi oltre un (possibilmente rapido) congiungimento notturno.
Quindi mi presentavo come il massimo della compatibilità, ammesso che lei mi potesse in qualche modo prendere in considerazione e fosse quindi interessata a storie sentimentali che durassero più di ere geologiche.
Quindi, detto questo, tacqui, attendendo il dipanarsi degli eventi con lo stesso spirito selvaggio e intrepido degli spartani ordinatamente schierati alle Termopili.
E lei, voce soave, mi rispose (a me): “Tanti promettono di restare fermi come pietre di fronte agli tsunami e poi durano meno del tempo di una sigaretta”.
A quel punto iniziai, sgomento, a sospettare di essere caduto in una trappola senza fondo come gli occhi di lei. Ero andato per pescare ed ero stato preso all’amo (nel senso dell’amore). Ma aver trovato una fanciulla che fosse capace di cogliere al volo un codice, un metamessaggio, un discorso trasversale, e ribattere a tono, senza rompere la sottile linea dell’ambiguità, mi parve esperienza estatica e motivo per rischiare la mia intera esistenza. E come non cogliere la sottile e pur chiara analogia sensuale e copulativa, fallica, tra la sigaretta che brucia e la passione che si incendia e la durata della passione stessa?
E io allora dissi: “Può succedere che una foresta bruci velocemente. Può succedere che il mondo bruci… Possono succedere tante cose. Ma io ammiro l’insistenza dei sassi a essere sassi. La loro ostinata  dedizione. E se c’è vento e pioggia in abbondanza, e hai pazienza, possiamo rotolare da qui fino al mare nei prossimi 4 miliardi di anni”.
“Ragioni in grande.”
“I tuoi occhi sono grandi.”
“Fermati.”
“Mi fai battere il cuore talmente forte che non ti sento. Leggo il labiale.  Mi dici di fermarmi. Ma come faccio?”
“Sei disonesto.”
Mirai basso: “C’è stata una confusione di identità. Un problema di omonimia. Non sono io quell’uomo che non ha mantenuto le promesse. Io sono venuto qui per cantare e per ballare e lo farò fino a che la terra reggerà i miei piedi. E se tu vorrai balleremo insieme. Dicono che il passo doppio contenga una sottile magia matematica capace di far circolare il sangue in modo più armonico e al contempo impetuoso.”
“Non dirmi che balli il tango!”
“Vivo per questo.”
“Bugiardo spudorato.”
“E' la seconda volta che mi accusi, deduco che non ti sono indifferente. Sento un languore che mi scioglie le braccia.”
“Stai zitto, ladro.”
“Non ti ho rubato ancora niente.”
“Ma hai troppa voglia di farlo.”
“Potrei rubarti una moneta e dartene due.”
“Non saresti un buon commerciante.”
“C’è chi ha gli orologi chi il tempo. Io ho il tempo di seguire uno per uno il percorso dei tuoi capelli e di contarli sussurrandoti i numeri nelle orecchie.”
“Zitto.”
“E potrei contare anche il numero delle tue dita fino al giorno dopo l’ultimo giorno.”
“Non mi incanti.”
“E potrei contare tutti i numeri delle linee rotondeggianti che si possono tracciare con il naso sulla tua pelle.”
“Baro.”
“E potrei enumerare tutte le cifre che sono nascoste nelle distanze tra i pori della tua pelle.”
“Sparisci.”
“E potrei contare le misure delle tue caviglie, delle tue ginocchia, dei tuoi fianchi, del tuo collo, delle tue braccia, dei tuoi polsi e della tua gola, usando come metro solo i due polpastrelli delle dita che uso per indicare il cielo.”
“Stronzo.”
“E potrei dirti segretamente la quantità contenuta nella radice quadrata del chiarore dei tuoi denti e poi…”
Ma il poi non si seppe mai, perché lei aveva avvicinato la sua morbida persona a me e mi aveva impedito di pronunciare altre parole utilizzando le sue labbra come irresistibili manette.
(Deh, le tue labbra manette per la mia bocca
deh, succo d’albicocca
freccia che scocca dalla brocca e tocca
aree della mia mente
in modo sorprendente.)”

Molto tempo dopo (dopo i baci, dopo una passeggiata, dopo una radura, dopo i corpi che si scioglievano in rintocchi di sudore sulla pelle con il vento che ci soffia sopra, e le dita come barche a vela che cercano i flutti farabutti che ti rovesciano la biologia rendendo amorale il respiro…).
Molto tempo dopo (eoni, mufloni, ere e corriere, sere e pantere).
Molto tempo dopo, dopo essere stati ore a dire discorsi che è impossibile ricordarsi per tanto che erano leggeri (ed essendo leggeri non hanno avuto possibilità di lasciare tracce sulla sabbia della spiaggia della memoria).
Molto tempo dopo mentre stavamo tornando verso la locanda che ci ospitava ci trovammo di fronte l’oste, Marco Giuffré.
Era seduto sul crinale a monte del sentiero, sulla destra per noi che salivamo. Aveva il tipico filo d’erba in bocca, irresistibile per chi frequenta i campi da abbastanza tempo.
E ci guardò. E non mi servì altro per sapere che si avvicinava una nuova tempesta. Nonostante avesse le orecchie grosse, il naso grosso e ci guardasse tranquillo.
Mi guardò, mi sorrise e poi disse a Deborah: “Come lo cucini?”
Lei impallidì.
“Che dici?” Dissi io.
Lui non mi rispose e si rivolse ancora a lei: “Su, Deborah, io so tutto. Non credere che non si veda, soprattutto se si conosce la tua storia.” Fece una pausa, si toccò il mento. Sorrise e poi continuò: “E delle tue tre sorelle… Allora vuoi raccontarci la storia di come sei arrivata qui, subito dopo che è arrivato lui… Ora lui ti ama perdutamente e tu cosa vuoi fare?”
Sinceramente non avrei voluto essere lì e non avrei voluto essere di razza caucasica. Avrei preferito essere un ginkobilloba tibetano.
Ma ero anche curioso di capire perché Marco Giuffré era lì e perché se la stava prendendo con la donna che amavo e che mi aveva riempito di felicità e che ora aveva uno sguardo stramaledettamente smarrito. E poi quella frase: le tue 3 sorelle.
Chi potevano essere se non QUELLE tre sorelle, le uniche erano loro, quelle tre che erano entrate nella mia vita in modo assolutamente sconvolgente. E se la matematica resta un territorio condiviso voleva dire che esistevano quattro Sorelle Tempesta. Almeno quattro.
Confuso? Sì.
E allora lei disse: “Tu non capisci.”
E lui: “Non sono abbastanza furbo ma ho moltissimo tempo e alla lunga, se le cose me le spiegano, riesco anch’io a capirle.”
Lei disse: “E’ vero, mi hanno mandata qui.”
Poi mi guardò: “Non ho detto la verità quando ti ho raccontato che ero qui da tre giorni.” Poi guardò Giuffré, tirando fuori una punta di orgoglio: “Ma poi mi sono innamorata di lui.” Poi mi guardò. Restò per alcuni istanti sospesa. Poi guardò nuovamente Giuffré. Guardò per terra sconsolata. Scoppiò piangere e scappò via.
Micidiali le donne! Ti prendono sempre in contropiede. La guardai mentre correva e pensai che l’amavo immensamente… Anche se fosse stata un agente del Kgb l’avrei amata…

Quando fu uscita dalla mia visuale mi rivolsi a Giuffré: “Cos’è questa storia?”
“Niente, fa parte anche lei del complotto galattico degli sciocchi… L’alleanza, l’Unione… Gli illuminati, gli alchimisti… Però probabilmente ti ama.
“E tu come lo sai?”
“Ho fatto i compiti da piccolo.”
“Beh… Come cazzo hai fatto a saperlo? Chi ti ha dato queste informazioni? Conosci le sue sorelle?”
“No e nessuno mi ha raccontato niente. Sono autodidatta.”
“E da dove le hai cavate le informazioni?”
“Deborah.”
“Quando?”
“Mentre le parlavo.”
“Allora leggi il pensiero?”
“No.”
“Una volta ho sparato a uno che faceva il sofista. Li considero come i pescecani: nemici atavici.”
“Non faccio il sofista. Solo che tu non sai quello che so io e quindi non vedi quello che per me è lampante.”
“Spiegami.”
“E’ una storia lunga.”
“Ti ascolto.”
E Marco Giuffré iniziò a raccontare.

 

INDICE CAPITOLI

Capitolo 1 Ottima marmellata d’arance

Capitolo 2 Ragazze educate

Capitolo 3 Una situazione complessa

Capitolo 4 Agguati mentali

Capitolo 5 Eventi indecifrabili

Capitolo 6 La Fratellanza

Capitolo 7 Nera. Ma quanto nera?

Capitolo 8 Il tripudio della confusione

Capitolo 9 La Fortezza

Capitolo 10 Scatole dentro scatole dentro scatole

Capitolo 11 La Polizia Alchemica

Capitolo 12 Fisso il pensiero fisso

Capitolo 13 clicca qui

Capitolo 14 clicca qui

Capitolo 15 clicca qui

Capitolo 16 Pinin

Capitolo 17 Fine


Commenti

Leggo solo oggi quest'episodio, finora non avevo trovato il tempo sufficiente da dedicare per poterlo gustare come sono solito fare... leggendolo mi accorgo che ci ho preso, il "dialogo seduttivo" merita più di una lettura distratta e frettolosa, se dovesse capitarmi di incontrare una donna che mi risponde a tono per un numero così alto di botta e risposta (congiunzione astrale da fine del mondo) la rapisco e la porto con me da qualche parte dell'universo conosciuto. Ma forse, se è a me così complementare da rispondere tanto a tono, non avrei bisogno di rapirla, ci fonderemmo in un unico essere bifronte e vivremmo in simbiosi per sempre... e pure per qualche paio di l'eternità in più!