formazione militare ragazze

La formazione militare delle ragazze. ULTIMO CAPITOLO

Capitolo 17

I quattro dell’Alleanza si avvicinarono. Io, Pinin e Armin formavamo il gruppo di contatto. I cinque anziani amici di Pinin erano sparsi per la sala con le facce da turisti. Quando i quattro furono a un paio di metri Armin li salutò. Ci guardammo. Non ci furono strette di mano. Armin disse: “Aspettiamo che arrivino gli altri”.
“Aspettiamo”, disse il più anziano dei quattro, un signore imponente con una gran pancia e una settantina d’anni. Calvo. Gli altri tre erano giovanotti con lievi rigonfiamenti sotto le giacche.
Uno in particolare mi colpì. Aveva una faccia neutra, il naso piccolo, le mani piccole. Da una serie di segnali corporei trassi l’impressione che comandasse lui la forza d’urto.
Poi arrivarono quelli dell’Alleanza, anche loro erano quattro come avevamo chiesto. Tutti e quattro in blu. Tre maschi e una femmina. Carina ma aveva un corpo da lottatrice. Il capo delegazione era un vecchio piccolo e secco come un colpo di tosse.
Se avevano delle pistole le nascondevano bene. Forse erano tipi da fondina alla caviglia. La ragazza poteva nascondere una calibro 32 nel reggiseno.
Anche loro si avvicinarono. Sorridevano. Armin li salutò, il vecchio segaligno rispose aggiungendo un cenno gelido per la delegazione dell’Alleanza. I suoi accompagnatori restarono col sorriso meccanico sulla faccia e gli occhi spenti. Assassini nati.
Poi il vecchio della Congregazione diede uno sguardo alla Pinin: “Ti vedo bene, cara.”
Lei lo guardò come se vedesse un lombrico per la prima volta: “A te invece ti vedo sciupato…”
Lui incassò senza cambiare espressione. Sorriso metallico.
Pinin conosceva proprio tutti in questa storia.

“Allora?” Chiese il grosso vecchio dell’Alleanza.
“Allora dite ai vostri ragazzi di fare quattro passi indietro… Dobbiamo fare un discorso molto privato.
I due vecchi guardarono i loro accompagnatori che arretrarono pigramente un po’ contrariati. Stavano per perdersi la parte interessante.
Il loro dolore non mi spezzò il cuore.
“Allora caro Luigi Tosaerba, caro Marco, vi abbiamo qui convocati perché dobbiamo risolvere una questione incresciosa. Il ragazzo…” Indicò me. “E' stato coinvolto in una storia alla quale è estraneo. Le nipotine di Pinin hanno fatto un po’ di sciocchezze giovanili. Vi hanno raccontato un po’ di favole perché voi eravate ansiosi di credere alle favole. Adesso dobbiamo porre fine a questa faccenda prima che qualcuno si faccia male.”
Il vecchio piccolo disse: “Si è già fatta male molta gente.”
Il vecchio grosso aggiunse: “Per una volta siamo d’accordo su qualche cosa… E poi con che presunzione ci vieni a dire cosa dobbiamo o non dobbiamo fare?”
“Innanzi tutto state buonini perché avete otto pistole puntate addosso.
“Mi stai minacciando!” Esclamò il vecchio piccolo. Il vecchio grosso si guardò intorno e intercettò un paio di sorrisi da parte della nostra squadra Terza Età appostata intorno.
Armin continuò: “Non ti minaccio, ti informo. E poi ti informo anche che sappiamo che alla fin fine voi due siete amiconi. Muovete come pedine quei poveri fessi che credono alle vostre favole. E per inciso di matematica alchemica non capite un cazzo.”
“Ma tu chi cazzo ti credi?” sbottò il vecchio grosso, Tosaerba.
“Chi sono io lo sai bene. E ti ricordo che una volta ti ho anche salvato la vita, quando facevi l’imbecille rivoluzionario. Ma non è questo il punto. Il punto è che abbiamo le registrazioni di alcune telefonate tra voi due stronzi che vi mettete d’accordo. E ora siete sotto tiro. Quindi tu Tosaerba adesso telefoni e dici di lasciare andare le ragazze. Sono nella tua clinica. E tu Bussolotto telefoni ai tuoi e dici di ritirarsi.”
“Bussolotto lo dici a tua madre.”
“Non alzare la voce con me.”
E lì capii che era tutta una storia tra vecchie conoscenze, una storia dei tempi che furono, quando la città prendeva fuoco facilmente e le bande armate imperversavano. Vecchie amicizie, vecchi odi.
Il vecchio piccolo, Bussolotto, disse: “Non vorrai mica metterti a sparare qui dentro?”
Armin: “Sono convinto che a Leonardo piacerebbe.”
Proprio in quel momento mi resi conto che c’era un sacco di gente. Una decina di uomini comandati da Morbius, uno dei soci di Armin, si erano piazzati tra noi e gli accompagnatori di Bussolotto e Tosaerba. Un’altra decina, con a capo Scheletor, attorniavano noi, fingendo di ammirare l’Ultima Cena. Armin aveva convocato la Polizia Alchemica al completo.
Armin dedicò al suo gruppo di fuoco un’occhiata ampia e soddisfatta. Poi si rivolse al piccolo e al grosso: “Ragazzi, credo che non vi convenga continuare a fare i rompicoglioni. Una telefonata a testa e poi vi dimenticate di tutto. Se non lo fate vi ammazziamo e vi sputtaniamo con i vostri adepti. E non so in che ordine facciamo le due cose. Se non ci rompete le palle vi lasciamo vivere e continuare a fare i vostri giochini. Se non sono stato chiaro vi sparo nelle gambe così mi capite meglio. Abbiamo un intero battaglione fuori, abbiamo auto blindate ed esplosivo. Se vogliamo teniamo l’intero quartiere per due ore, dopo aver cosparso delle vostre budella questo luogo dove si celebra l’arte e la bellezza. Sarà uno schifo ma non mi rovinerà la cena di stasera.
Decidete: telefonate o morite?”
I due stronzi si guardarono e vidi benissimo che erano umanamente uguali. Un paio di merde.
Tirarono fuori i telefonini, molto controvoglia.
Telefonarono.
Passarono dieci minuti durante i quali non successe assolutamente niente e nessuno parlò.
Poi suonò il telefonino di Armin: suoneria campane a festa.
Lui rispose. Ascoltò. Sorrise e disse ai presenti: “Ok, la partita è chiusa. Se vi sento ancora respirare vengo a casa vostra a strapparvi gli occhi.”
Loro non dissero niente. Noi uscimmo. Dietro di noi gli amici di Armin. Poi scivolarono fuori anche gli amici di Pinin.
Un’auto ci aspettava fuori col motore acceso. Ma non faceva né rumore né puzza perché era una grossa auto elettrica. La nostra scorta si dileguò a piedi. Mente ci allontanavamo li vidi camminare in ordine sparso, metà su un marciapiedi, metà sull’altro. Formazione sciolta.

42 ore dopo mi svegliai da un lungo sonno. Sopra di me giravano le pale di un ventilatore appeso al soffitto, di quelli enormi usciti dai romanzi di Hemingway. Ero disteso di traverso su un grande letto coperto da una zanzariera. Faceva caldo. Mi misi seduto. Allungai la mano verso una birra calda che se ne stava solitaria sul comodino di bambù.
Mi feci una doccia. Mi infilai una camicia e un paio di calzoni Havana, poi feci i cento metri che mi separavano dal mare. Un mare immenso. Con sopra un cielo troppo alto. Odore di tropici, un odore leggermente marcio con una punta di aroma di rum.
Il sole era quello del primo pomeriggio. Mi guardai intorno. La spiaggia era rosa, lunghissima e semideserta. Sentii delle risate. Sotto un ombrellone c’erano le quattro sorelle Tempesta.
“Salute!” Dissi quando arrivai vicino a loro.
Mi guardarono come se avessi interrotto qualche cosa. Poi Ester disse: “Forse ti dobbiamo delle scuse.”
“E magari anche qualche spiegazione.” Dissi io.
“Magari…” Sospirò Deborah.
La guardai. Mannaggia… Era bellissima.
Ma non mi sentivo di far finta di niente. Avevano giocato con la mia vita come fosse una pallina da ping pong. Avevano rischiato di farmi ammazzare o di produrmi altri danni permanenti.
Ma sapevo già che alla fine avrei mollato.
Troppa pelle nuda esposta al sole per reggere a lungo con l’incazzatura.

Nei giorni successivi mi feci molte domande.
E feci molte domande alle ragazze.
La storia del sogno guidato era vera solo in parte. L’ultima parte. Quella che ci eravamo trovati di fronte agli eserciti schierati dell’Alleanza e della Congregazione, con l’Armata Rossa appostata in mezzo. Quello era un sogno. A partire dal risveglio del mattino. Gli adepti dell’Alleanza erano arrivati di notte e mi avevano narcotizzato mentre dormivo. Poi mi avevano portato alla clinica.
Anche il sogno che avevo fatto all’inizio di tutto era frutto di un trucco. Avevo sognato che una ragazza mi diceva: “Timbuctù è assediata. Timbuctù la profumata. Vieni a salvarmi. I Kung non lasceranno vivo nessuno!”
Noemi mi disse che il giorno prima che tutto iniziasse, il giorno prima del sogno, mi ero trovato in ascensore con un uomo anziano. E l’ascensore si era bloccato. Questo me lo ricordavo. Non mi ricordavo invece di essere stato ipnotizzato. Quello che mi era sembrato un sogno era un ricordo indotto.
Era vero il cadavere nella casa dove viveva il pesce rosso prigioniero (che poi avevo liberato, anche lui era vero).
Ed era successa realmente la battaglia alla Fortezza, quando la Confraternita aveva attaccato ed eravamo fuggiti per i tunnel.
E anche quei morti erano veri.
Perché ero stato scelto io?
Le ragazze avevano realizzato un programmino che analizzava numeri: numeri civici, numeri telefonici, date di nascita, targa dell’auto.
Ci avevano infilato dentro i numeri di un migliaio di identità prese a caso da alcune banche dati ed era venuto fuori il mio nome insieme a una percentuale notevole di numeri 5.
Così era scattata la caccia all’uomo. Che nel caso specifico ero io.
Che stronzata!
La storia dei libri con le copertine diverse aveva un senso?
No, erano lì per caso. Uno zio pazzo aveva dedicato gli ultimi anni della sua vita a scambiare le copertine ai libri.
E il libro che si intitolava L’educazione militare delle ragazze che significato aveva?
Deborah mi disse: “E’ un bel libro. Ne ho una copia in borsa, se vuoi te lo regalo. A noi non è servito granché a tenerci fuori dai guai…”.

Insomma, eravamo lì a prendere il sole e a bere succhi di frutta e mangiare aragoste arrosto. Era necessario che restassimo lì, fuori dai guai, per qualche anno… A meno che quelli dell’Alleanza e della Confederazione non si sterminassero reciprocamente prima.
La zia Pinin ci aveva messo soldi bastevoli su un conto corrente alle isole Cayman. E c’era parecchio mare da guardare. Non a caso lo chiamano oceano.
Insomma poteva andare peggio.

Poi una notte, dopo che avevo fatto l’amore con Deborah le dissi: “Io comunque il numero me lo ricordo”.
Lei disse: “Lasciamo perdere.” E si addormentò.

Io pensai: 2743. Poi mi addormentai anch’io.
Il giorno dopo, facendo il bagno nell’oceano incontrai un pesce rosso. Mi guardò, lo guardai, e mi parve di conoscerlo.
Ma con i pesci non puoi mai dire: si somigliano tutti.

Fine
(probabilmente)

 

INDICE CAPITOLI

Capitolo 1 Ottima marmellata d’arance

Capitolo 2 Ragazze educate

Capitolo 3 Una situazione complessa

Capitolo 4 Agguati mentali

Capitolo 5 Eventi indecifrabili

Capitolo 6 La Fratellanza

Capitolo 7 Nera. Ma quanto nera?

Capitolo 8 Il tripudio della confusione

Capitolo 9 La Fortezza

Capitolo 10 Scatole dentro scatole dentro scatole

Capitolo 11 La Polizia Alchemica

Capitolo 12 Fisso il pensiero fisso

Capitolo 13 clicca qui

Capitolo 14 clicca qui

Capitolo 15 clicca qui

Capitolo 16 Pinin

Capitolo 17 Fine

 

La formazione militare delle ragazze. Pinin

Capitolo 16

Quando mi svegliai ero in una stanza dentro la clinica.
O almeno supponevo che fosse la clinica.
Poi persi di nuovo conoscenza.
Poi entrò nella mia stanza la signora anziana svampita. Quella con il vestito a fiori.
Avevo di fronte un grosso infermiere che mi stava cambiando la flebo. Dopo un attimo non c’era più. Al suo posto apparve la signora svampita che mi aveva detto che non avrei amato nessuna delle tre sorelle, poi si era scoperto che aveva ragione perché le sorelle erano quattro.
Mi sorrise e mi disse: “Alzati coglione, sennò questi ti fanno fuori con le flebo.”.
Mi afferrò per i polsi e tirò fino a mettermi seduto. Aveva una presa da lottatore. Probabilmente si era allenata le dita chiudendo ravioli. A volte le donne anziane hanno una forza mostruosa.
Continuò a trainarmi per i polsi fino a quando fui giù dal letto. I miei piedi erano nudi, il pavimento era freddo e per terra c’era l’infermiere lungo disteso. Aveva un lieve sorriso. Forse stava facendo un bel sogno. Evidentemente la signora svampita l’aveva abbattuto. Pensai di chiederle se avesse usato una siringa o il kung fu. Ma non mi ricordo se gliel’ho chiesto veramente. Poi io ero su una carrozzina a rotelle. La vecchietta spingeva. Fuori c’era il nipote, quello che l’aveva accompagnata via la prima volta che l’avevo vista. Il nipote era sempre molto gentile, e guidava un’autoambulanza. Ma questo lo capii dopo, quando superammo il cartello che diceva Milano 200 km.

“Chi sei?” Chiesi alla vecchietta.
Lei come al solito tirò fuori un sorrisetto da anziana inoffensiva. Poi sottovoce, quasi fosse una confessione, mi disse: “Siamo la Resistenza!”
“Tu e chi?”
“Io e Roberto, mio nipote.”
“E cosa fate?”
“Cerchiamo di tirare fuori dalla rete qualcuno. Tipo te, ad esempio.”
“E ci riuscite?”
“A volte.” Sorrise di nuovo.
La guardai. Il nipote, Roberto stava guidando. Io e la signora a fiori eravamo seduti a fianco. La signora era in mezzo. Roberto mi sorrise, poi si rimise a guardare la strada.
La signora a fiori disse: “Allora, innanzi tutto è necessario che tu capisca bene la situazione. Ahh, scusa, non mi sono neanche presentata. Io sono Pina. Ma tutti mi chiamano Pinin. E sono la zia delle sorelle. Per questo so tante cose. Ho capito che c’era qualche cosa che non andava e Roberto mi ha aiutata a mettere dei microfoni. Piccolissimi. Lui è ingegnere informatico. Ci capisce. Sto cercando di impedire a quelle ragazze di fare troppi danni.
Si sono cacciate in una storia più grande di loro.
Io l’ho sempre detto. Da ragazza ero scapestrata anch’io. Stavo con un ragazzo che poi scoprii che era delle Brigate Rosse e mi trovai invischiata. Ma me la sono cavata con un mesetto di prigione… M’è andata bene.”
Fissai intensamente il mio sguardo sul suo viso. Non aveva proprio l’aria di una che poteva essere stata delle Brigate Rosse. Mi grattai il mento incredulo. Avevo la barba ispida.
“E’ lì che ho smesso di credere che sia possibile fare un complotto. Cioè, il complotto lo puoi anche fare ma poi non funziona. Perché appena nasce un complotto subito qualcuno all’interno del complotto si mette a complottare contro qualcun altro. Una volta che si decide di ordire un complotto si cade dentro un vortice di altri complotti e controcomplotti. E' un gioco a somma zero. Non ci sono vincitori. E' solo un massacro.
Le mie nipotine non sono cattive ragazze. Solo che sono presuntuose. D’altronde anche io ero così… Credevano di poter rigirare tutti a loro piacere solo perché sono belle, intelligenti e disinibite. Ma non funziona così. E adesso sono maledettamente in pericolo. E io sono molto preoccupata.”
Avevo tante domande in testa già di mio, e più la signora Pinin parlava e più domande mi nascevano in testa.
“Fermati!” Le dissi. “Una cosa per volta. Chi vuol fare del male alle sorelle?”
“La lista è lunga. La storia è complicata. Dovrei raccontarti tutto dall’inizio.”
“Faremmo notte, salta subito alle conclusioni.”
“Ci sono due gruppi.”
“Questo lo so già, la Congregazione e l’Alleanza…”
“Bravo. Poi c’è anche un gruppo di ragazzi della mia generazione. Anche quelli li conosco. Per vie traverse. Sai com’è ci si conosceva da giovani… Loro hanno scelto un nome idiota: La Polizia Alchemica, una volta erano l’Armata Rossa... Hanno quasi settantanni e sono restati  bambini. Ma la cosa interessante è che in realtà la Congregazione e l’Alleanza, sono due organizzazioni antagoniste solo sulla carta. Sai come succede: gli estremi che si toccano.” Fece un sorrisino passandosi la mano nei capelli. Un gesto vanesio, di quelli che fanno le ragazze quando vogliono giocare con il tuo cuore. Mi resi conto che da giovane doveva essere di una bellezza impressionante.
“Le mie nipotine hanno scoperto che i capi dei due partiti hanno fatto qualche patto scellerato. E hanno deciso di sfruttare l’informazione. Pensavano di essere molto furbe. Si sono inventate un uomo del destino. Un uomo immaginario. Il portatore ignaro di un’anomalia quantistica. L’uomo che conosceva il numero che avrebbe permesso di generare l’algoritmo che avrebbe permesso di prevedere tutti i numeri: le quotazioni azionarie, le uscite alla roulette, le estrazioni del lotto.
Ma le ragazze hanno sbagliato i conti. Erano troppo brave a raccontare favole e quegli uomini erano troppo desiderosi di crederci.
Alla fine hanno dovuto tirare fuori l’uomo del numero. E tu passavi di lì, bello come il sole. Sufficientemente boy scout, sufficientemente strano, sufficientemente credibile.
Poi Deborah si è innamorata di te e questo ha complicato tutto. Poi siete scappati… E adesso bisogna correre ai ripari. Dobbiamo trovare il modo di fare uscire dalla storia le ragazze.”
“Come?”
“Come si intitola quel film?… Reloaded. Dobbiamo ricaricare il file. Correggere gli errori. Ho degli amici. Amici fidati. Dobbiamo andare dalla Polizia Alchemica e raccontare tutto. È grazie a loro che ho saputo dov’eri finito. Loro hanno i mezzi… Non ti hanno perso di vista un solo momento… Quell’Armin… Non è uno stupido. Da ragazzo non sembrava proprio. Era cotto di me ma io niente… O quasi… Insomma dobbiamo rivolgerci a loro! E loro devono andare dalla Congregazione e dall’Alleanza e dire che è suonato il gong e i giochi sono chiusi. E voi sparite.”
“Voi chi?”
“Tu, e le mie ragazze. Tutto ha un prezzo. Ma se restate da queste parti, per una ragione o per l’altra sarete tutti morti. Troppi soldi in ballo, veri e presunti, troppi signori della guerra che si combattono e si tradiscono. Voi siete solo pedine sacrificabili sulla scacchiera. E sei abbastanza grande per capire che le pedine sacrificabili prima o poi finiscono in padella. Soprattutto se tutti sono convinti che una pedina conosca un numero che vale un milione di miliardi di dollari. Il finale del film puoi scrivertelo da te.”

La gentile vecchia, era dura come una spranga di tungsteno sbattuta sulla testa. Ho sentito dire che non c’è niente di più duro.
Ma sinceramente non so neanche cos’è il tungsteno.
Ci fermammo in una casa alla periferia di Milano. Una villetta in mezzo a una schiera di villette, in un quartiere recintato dove c’erano molte schiere di villette e dei signori in divisa con dei fucili da elefanti e delle pistole estremamente grosse che facevano su e giù lungo la recinzione con il filo spinato sopra. Gente che si fida insomma.
Quando uscimmo di lì, dalla villetta a schiera, erano le otto di mattina. Avevo fatto colazione con una fetta di torta margherita con le mandorle e il caffelatte. Neanche mia nonna la faceva così buona. Il che è tutto dire.
La signora che l’aveva infornata era bionda platino e asciutta. Era anche alta uno e ottanta. Sorrideva anche a lei e mi aveva voluto spiegare a tutti i costi la ricetta. Magari la farai ai tuoi bambini. Una nonnina molto carina. Poi mi aveva dato un cartoccino. Qui ce n’è un altra fetta. Me la infilai in tasca ringraziando. Poi mi aveva messo in mano una Beretta calibro nove parabellum a 17 colpi con mirino laser. Una bestia con un’impugnatura che fatichi a tenerla se non sei Carnera. E mentre me la infilavo nella cintura mi aveva fatto scivolare nella tasca della giacca tre caricatori.
Adorabili vecchiette.
“Non si sa mai.” Mi disse.
Indossavo giacca e pantaloni del marito della signora. Un tipo alto anche lui. Alto, magro e calvo. Indossavamo tutti una giacca grigia e camicia bianca. Pantaloni grigi. Eravamo in cinque. Io e 4 signori di una certa età. Poi c'era la zia Pinin che guidava la spedizione punitiva. La signora Pinin me li aveva presentati dicendo: “Loro sono miei amici. Ci si può fidare, non hanno parlato quando stare zitti costava caro…” Una signora piena di risorse e con molti amici ex brigatisti…
Salimmo su due macchine.
Dopo una mezz’ora arrivammo sotto il palazzo dove la Polizia Alchemica aveva la sua sede. L’ascensore era grande e ci entrammo tutti e sei.
Arrivammo al quinto piano. Pinin disse: “Armin è un maniaco… sceglie sempre il quinto piano.”
Ci trovammo di fronte a un’ampia sala con il desk della reception. Lo sapevo perché c’era scritto desk reception sopra una lastra di rame lucente, incisa con caratteri neri.
Pinin si rivolse alla signorina seduta dietro il ripiano di cristallo nero e le disse: “Tesoro, chiama il tuo capo… Il dottor Pauletti…”
La ragazza fece uno di quei sorrisi che si comprano solo nei supermercati per ricchi e chiese: “Chi devo annunciare?”
“Pinin.”
“Mi scusino.”
Si alzò, girò i tacchi e prese per un corridoio che si apriva di fronte a noi.
Pinin ci guardò e le andò dietro. E noi dietro di lei.
La ragazza della reception si accorse che le stavamo dietro solo quando arrivò di fronte all’ufficio del capo. Disse: “Ma voi?...”
La superammo. Entrammo nell’ufficio. La signora Pinin disse: “Armin, dobbiamo parlare”. Un signore con i capelli grigi ci guardava perplesso: “Carissima Pinin, quanto tempo… A cosa devo la visita?”
Si avvicinò affabile tendendole la mano.
Dieci occhi lo guardarono. Lui si mosse con cautela.
Poi disse: “Vedo che i tuoi amici sono nervosi.”
“Siamo tutti nervosi. Le mie nipotine sono nei guai.
E tu potresti risolvere questi guai.”
“Con piacere. Ma perché ti sei portata dietro questi bravi giovani. Bastava che tu chiedessi. Sono lieto di aiutarti.”
“I giovanotti non sono per te. Sono qui perché adesso andiamo a parlare con i capi delle due fazioni. E penso che ti converrà essere molto convincente. Potresti dire loro che se non si dimenticano subito dell’esistenza delle mie nipotine tu ti arrabbieresti molto.”
“Mi chiedi una cosa complicata.”
“Anche per me è stato complicato stare zitta per un mucchio di tempo. E tu ti sei evitato una decina di anni di prigione per banda armata. E poi sei tu che hai deciso di creare la Polizia Alchemica… Che tra parentesi è un nome del cazzo.”
Armin ci pensò sopra.
Pinin gli lasciò il tempo.
Poi Armin disse: “Va bene.”
Pinin disse: “Chiamali al telefono. Dì che li vogliamo incontrare a Santa Maria delle Grazie, Dove c’è l’Ultima Cena di Leonardo. Fra un’ora.”
“Così alla svelta?”
“Telefona!” Lo disse in modo definitivo. Uno dei bodyguard attempati che stava alla mia sinistra sorrise. Gli altri tennero la faccia da mulo.

Dopo un’ora eravamo di fronte al grande dipinto di Leonardo. Che per inciso è evidente che l’Apostolo alla destra di Gesù è una donna.
Era pieno di gente. Turisti intruppati dietro le loro guide con la bandierina.
Poi arrivò la delegazione dell’Alleanza. Erano in quattro. Appena li vidi sentii che mi stavano antipatici. Avevano delle giacche blu con le spalle mosce che già mi stavano sui coglioni quando andavano di moda.

 

INDICE CAPITOLI

Capitolo 1 Ottima marmellata d’arance

Capitolo 2 Ragazze educate

Capitolo 3 Una situazione complessa

Capitolo 4 Agguati mentali

Capitolo 5 Eventi indecifrabili

Capitolo 6 La Fratellanza

Capitolo 7 Nera. Ma quanto nera?

Capitolo 8 Il tripudio della confusione

Capitolo 9 La Fortezza

Capitolo 10 Scatole dentro scatole dentro scatole

Capitolo 11 La Polizia Alchemica

Capitolo 12 Fisso il pensiero fisso

Capitolo 13 clicca qui

Capitolo 14 clicca qui

Capitolo 15 clicca qui

Capitolo 16 Pinin

Capitolo 17 Fine

 

La formazione militare delle ragazze. Capitolo 15

Ero solo nella stanza.
Ed ero abbastanza sveglio.
C’era penombra. Mi sembrava di essere in ospedale.
Non sapevo dov’ero.
Mi ricordavo che Deborah mi aveva chiesto di dirle il numero che avevo visto stando dentro un sogno drogato.
Praticamente tutto quello che avevo vissuto recentemente era solo un sogno. Il che spiegava parecchie cose.
Ad esempio i libri che avevano una copertina diversa dal contenuto e i libri che contenevano lo stesso testo ma il testo in realtà era diverso.
Era vero che era stato tutto un sogno?
Me lo chiesi, poi mi addormentai di nuovo.
Poi mi accorsi che stavo pensando e per un attimo mi resi conto che i miei pensieri erano un po’ impresentabili.
Poi caddi dentro a una domanda che mi parve essenziale. Vorrei sapere se 4444 pinguini incolonnati sono un bel numero. Credo di sì.
D’altra parte anche 4444 pere sono un bel numero.
Invece 4445 sacchi di merda non sono un bel numero. Ma questo non si verificava per via che i sacchi sono pieni di merda. Sicuramente esiste una certa quantità di sacchi di merda che dà vita a un bel numero. Io non la conosco ma non esiste motivo per il quale non sia possibile. Potrebbe essere un numero di quelli che vanno avanti per pagine. Tipo 473829384756378466413232313167389217395008376542784884665373992847
649283642936528956455344323123683492384608234689236509465289342390
462364293574857985602362395728365029562956293756239562946387458736
984570475923865309648376493656574047490853046384306509459345029563
8074623956285740’5729652364835436296598547526590326429305649545639
236932642935205723573057’305239523’5762356235703747534759686252432
431213211212132132132151515415415415415415415454376484647478895968
632270891281828284834732052854574673607… e via così per 22 pagine e poi sacchi di merda. Cioè un gran numero di sacchi di merda. Più di quelli che puoi incontrare a una cena di gala di quelle che fuori c’è una sfilata di auto che la più piccola è un monolocale con bagno.
Poi passai a occuparmi della teoria della penetrabilità della sabbia. Quando capisci questo sei molto, molto avanti.
Molto molto molto. Molto molto molto molto.

Hai sicuramente provato a infilare, verticalmente, lentamente, il dito indice nella sabbia.
Si verifica uno strabiliante scorrimento della suddetta materia granulosa e un conseguente rotolamento lungo il derma (non il darma e neanche il karma) fornendo all’utente un micromassaggio che, se ascoltato, potrebbe rivelare sensazioni assolutamente particolari.
E non so se, così en passant (ho studiato francese in Senegal) hai notato che la parola DERMA contiene le stesse lettere dell’alfabeto della parola MERDA?
Dal piano di sotto del mio cervello mi informano in questo momento che si tratta di un anagramma. L’anagramma di DERMA è MERDA. E’ una nozione che un secondo fa non sapevo e che ora so con la determinazione sfrenata di un caimano in calore.
Hai mai formulato la seguente domanda ?
“Tutti gli anagrammi di una parola hanno un senso comune, un nesso, un’assonanza qualsiasi?”
Queste sono le domande che dovrebbero farti a scuola. Ma i professori generalmente le temono, perché sono domande senza ritorno.
Non mi ricordo cosa stavamo dicendo ma va bene così.
Ah, una cosa, hai mai sperimentato la pazzia?
E' importante, se ti succede, che tu sappia che esiste un momento esatto in cui tu decidi se essere pazzo o no.
Un bivio. Girare dalla parte della follia e non ci vuol niente.
Alcuni lo sanno e hanno talmente paura che per tutta la vita non escono mai dai binari.
Ma io te lo posso dire. Basta un minimo di amore per te stesso e non impazzisci. Dai un po’ giù di testa ma poi ti dici: va beh… Ma sai che palle fare il matto da qui a quando si staccano le ruote?
A capo.

Non so se ti è mai capitato di passare la notte con i nazisti che ti danno la caccia. Forse quello che sognai era causato da tutti gli psicofarmaci che mi avevano dato.
Comunque nel mio sogno i nazisti non sparavano bene.
Mi ricordo che io invece avevo una Desert Eagle, aquila del deserto, una pistola israeliana enorme. Più che altro un cannone portatile. Mi dava gusto sparare ai nazisti con un’arma israeliana. Mi sembrava politicamente corretto.
Quando mi svegliai ero di ottimo umore. Poi mi ricordai che ero nel bel mezzo di un casino e c’era una ragazza molto bella che voleva sapere da me un numero che non avevo  nessuna intenzione di dirle. E avevo le idee confuse su parecchie cose. Ad esempio, non sapevo se tutto quello che avevo vissuto in quei giorni me l’ero veramente sognato oppure no. Mi sembrava che i sogni fossero fatti di un’altra sostanza.

Poi Deborah entrò nella mia stanza. Le dissi: “Se vuoi ancora sapere il numero non te lo dico.”
“Non voglio sapere nessun numero. E quella che ti ha chiesto il numero non ero io.”
“Come non eri tu!? Certo che eri tu.”
“No, era Betsabea. La mia sorella gemella.”
Feci un rapido conto mentale. “Ma allora siete 5 sorelle!”
Lei mi guardò senza rispondere. Poi disse: “Spicciati, dobbiamo andare via di qui alla svelta.”
“Scappiamo?”
“Infilati i calzoni, svelto!”
“Mi sento confuso.” Lo dissi ma mi stavo infilando i calzoni.
Dopodichè vissi un’esperienza gradevole. Mi sembrava di essere un bambino. Ricordo poi che lei mi teneva per mano, la sua mano era calda. Morbida. Mi sembrava che le mie dita affondassero dentro le sue. Avrai presente come affonda una ciliegia nella melassa… Sono esperienze importanti. La ciliegia affonda nella melassa lentamente, godendo.
Mi ricordo dei corridoi, poco illuminati. Era notte. C’erano altre stanze, alcune con le porte aperte. Dentro persone che dormivano.
Camminammo per un certo tempo. I miei piedi si appoggiavano uno dopo l’altro, alternativamente, sul pavimento rigido. Ero decisamente bravo a farlo anche se Deborah mi tirava e mi diceva cose tipo: “Muovi le gambe, tesoro.” Era esattamente quello che stavo facendo con grandissimo impegno. Molto lentamente per assaporare quel piacere particolare.
Poi sentii che c’era vento, e c’erano alberi intorno. Lei voleva che io entrassi dentro un’automobile, ma io desideravo piuttosto sdraiarmici sopra. Era calda.
Ma tu sai come sono le donne. Ti pigliano dal lato debole.
Chissà come fanno a scoprire il lato debole.
Forse ti distrai e glielo dici tu.
Poi mi sono distratto. Non so cosa sia successo ma in effetti stavamo viaggiando. Io e lei dentro l’automobile rossa. Molto rossa. Lei guidava. Anche io guidavo però non avevo il volante. Se l’era preso lei. Comunque guidavo bene anche senza. E facevo il suono del motore con la bocca. Così avevamo un motore a testa.
Lei però aveva anche i seni e su questo non potevo batterla.
Poi mi ricordai che anch’io avevo qualche cosa che lei non aveva. Poi mi addormentai.
E sognai di andare in un posto dove c’era una donna che insegnava a un gruppo di ragazze.
E alcune erano gemelle.
La signora aveva un vestito rosso. Ma meno rosso dell’automobile.
Poi disse: “Una ragazza di buona famiglia, che abbia ricevuto un’appropriata educazione militare, sarà conscia del fatto che la maggioranza delle azioni umane sono determinate da 3 fattori: le suggestioni, i preconcetti (che sono una particolare forma di suggestione) e le manipolazioni (che sono una suggestione intenzionale). Ci sono poi concause: false percezioni e falsi ricordi, effetti collaterali dell’interazione tra manipolazioni, suggestioni e preconcetti. Quindi buona parte delle scelte umane non hanno a che vedere con il buon senso, il conseguimento di vantaggi morali o materiali, ma piuttosto dipendono da un ottuso concatenarsi di cause e effetti, suggestioni e manipolazioni, che si sovrappongono e si contrastano, determinando azioni a volte decisamente insensate, compiute da persone convinte di avere pensieri e idee proprie, quando invece hanno solo un forte mal di testa.
Ad esempio, immaginiamo che una ragazza accorta voglia farsi dire da un uomo un’informazione di particolare importanza. Dirgli: faccio sesso con te se mi dici quello che sai potrebbe non essere l’approccio più efficiente. E anche legarlo a una sedia e scorticarlo con un coltello per farlo parlare potrebbe essere un metodo inadatto allo scopo di ottenere le informazioni desiderate.
Negli anni settanta gli specialisti in torture della dittatura portoghese scoprirono che era molto più semplice privare i prigionieri del sonno drogandoli. Dopo 72 ore non erano più in grado di capire nulla della realtà ed era facile convincerli che uno dei torturatori era in realtà il capo del partito comunista e che era necessario che, in quanto capo del partito, sapesse tutto quello che il prigioniero sapeva.
Se voglio ottenere un’informazione è più facile riuscirci se convinco chi sa quel che desidero conoscere che io non lo voglio sapere e che è necessario costringermi ad ascoltare.” 
Dopodichè mi svegliai e mi resi conto che avevo capito tutto.
Poi questa certezza evaporò e mi rimisi a pensare alla teoria della penetrabilità della sabbia.
Poi mi accorsi che qualcuno stava tentando di infilarmi qualche cosa in bocca.
Poi mi resi conto che lei, la donna, senomunita, stava cercando di trasferire nella mia bocca un cucchiaino di plastica contenete gelato al caffè.
Molto buono.
La ringraziai soffiando ma non mi venne bene e la spruzzai con il gelato spernacchiandolo a pioggia.
Feci una faccia molto soddisfatta perché avevo dimostrato di essere un vero uomo.
Lei disse qualche cosa, poi scoppiò a ridere e mi diede un bacio.
Ma fu troppo veloce perché riuscissi a percepire bene le sensazioni.
Poi l’auto andava.
Poi eravamo in un posto chiuso, noi due chiusi dentro l’auto. Poi uscimmo. Poi lei mi tirava i calzoni per togliermeli. Poi ero sotto le coperte e stavo molto bene.
Poi lei entrò sotto le coperte e io le dissi: tu sei molto bella.
Lo ripetei parecchie volte. Poi lei mi abbracciò, mi mise una mano sulla bocca e mi addormentai.
Andai in Germania, nel 1941, e iniziai a sparare ai nazisti. Se vai nel 1941 ne trovi moltissimi.

Il giorno dopo ricominciai lentamente a prendere il controllo della situazione. Avevo ancora dei momenti deliranti e mi addormentavo improvvisamente.
Facemmo anche una passeggiata.
Mangiammo anche. Eravamo in una casa in mezzo a un bosco. Io e lei. Non ero mai stato lì.
Dopo pranzo la guardai e le dissi: “Forse è meglio che mi spieghi un sacco di cose.”
“Sì, forse è meglio…” Rispose lei.
“Ti ricordi quando ci siamo incontrati?”
“Sì, alla Faggiasca, la locanda…”
“Ecco. Quello non te lo sei sognato. Da lì poi siamo andati in una casa isolata. E siamo stati insieme 6 mesi. Un giorno siamo andati a fare una passeggiata. Io sono restata indietro per un minuto, stavo raccogliendo delle more. Quando ti ho raggiunto eri seduto sul bordo del sentiero, appoggiato ad un albero. Ti eri addormentato. Ho cercato di svegliarti ma non ci sono riuscita. Eri come in catalessi. Mi sono spaventata. A quel punto è arrivata Betsabea, la mia gemella. Aveva in mano una cerbottana. Mi ha detto che ti aveva colpito con un dardo drogato. Per giustificarsi mi ha raccontato una storia assurda, un complotto, un segreto che tu conosci ma non sai di conoscere… Betsabea è così, è completamente pazza. Sono arrivati due uomini con una barella e ti hanno portato alla clinica. Ho fatto finta di dare loro corda e alla prima occasione sono venuta a prenderti. Ho dovuto aspettare che tu ti risvegliassi però… Hai passato 3 giorni a delirare.”
Osservai attentamente il suo viso. Poi le dissi: “Sei bellissima ma non credo a una sola parola di quello che hai detto. So perfettamente che siamo ancora nella stanza della clinica dove mi avete drogato e che questo è un fottutissimo sogno guidato. E sai perché lo so? Perché lì, nell’erba vicino a te, c’è una piccola lucertola che sta facendomi le boccacce e nella realtà oggettiva le lucertole non fanno le boccacce. Tu a me non mi freghi!”

 

INDICE CAPITOLI

Capitolo 1 Ottima marmellata d’arance

Capitolo 2 Ragazze educate

Capitolo 3 Una situazione complessa

Capitolo 4 Agguati mentali

Capitolo 5 Eventi indecifrabili

Capitolo 6 La Fratellanza

Capitolo 7 Nera. Ma quanto nera?

Capitolo 8 Il tripudio della confusione

Capitolo 9 La Fortezza

Capitolo 10 Scatole dentro scatole dentro scatole

Capitolo 11 La Polizia Alchemica

Capitolo 12 Fisso il pensiero fisso

Capitolo 13 clicca qui

Capitolo 14 clicca qui

Capitolo 15 clicca qui

Capitolo 16 Pinin

Capitolo 17 Fine

La formazione militare delle ragazze. Capitolo 14

Poi, un bel mattino andammo a fare una passeggiata.
Io e Deborah. Mano nella mano. Cuore a cuore. Sole e amore.
Attraverso uno stretto sentiero oltrepassammo una selva di rovi e ginestre e ci trovammo sopra un poggio dal quale si dominava una valle non molto ampia, limitata da una catena di colline basse. Si vedevano solo boschi, pascoli e oliveti. C’era movimento. Esseri umani. Ci facemmo più avanti per vedere meglio. Un ragazzo sbucò dalla macchia. Aveva un fucile in mano e portava una divisa intensamente verde, senza mostrine, e un elmetto.
“La strada è bloccata!” Disse.
“Bloccata da che cosa?” Chiesi io.
“C’è una battaglia. Sta per iniziare.”
Poi ci guardò.
Aveva i capelli biondi, lunghi, sotto l’elmetto, che scendevano fino alle spalle. Disse: “Aspettate un attimo.”
Schiacciò un pulsante che pendeva dal taschino sinistro e disse: “Qui punto 26, ci sono due civili…”
Dopo qualche secondo mi guardò: “Come ti chiami?”
“Giovanni Lanzacurte.”
Ripeté il mio nome. Passò un altro minuto durante il quale io e Deborah ci tenemmo per mano in silenzio.
“Va bene, dicono di passare, vi porto al comando.”
Si girò addentrandosi nella macchia. Lo seguimmo.
Percorremmo mezzo chilometro, poi arrivammo a una radura che era stata circondata da un muretto di sacchi riempiti di terra.
“Eccolo, capitano!” Disse il soldato che ci aveva accompagnati rivolgendosi a un uomo con la barba incolta e una carabina di grosso calibro in mano.
“E’ arrivato dunque!” Disse stringendomi la mano. “Sono Roberto Randazzi, comando io questo battaglione.”
Deborah lo guardava con aria stupita. Poi guardò me. Anch’io ero perplesso: “Come fa a conoscere il mio nome?”
“Ho avuto un messaggio dal comando dell’Armata Rossa. Mi hanno detto che probabilmente sarebbe arrivato.”
“L’Armata Rossa?” Non ci potevo credere. In Italia, nel 2012, mi ero imbattuto in un intero reparto di comunisti armati! Assurdo.
Il capitano concentrò lo sguardo su di me, sembrava trattenesse un’emozione: “Sì, siamo tutti comunisti. E questa è l’Armata Rossa. Un’Armata Rossa piccola, certo. Ma si ricordi che Mao Tze Tung fondò il Partito Comunista cinese con solo 8 compagni. Capisco che sia fuori moda ma ce ne freghiamo. Qui ci sono 513 comunisti armati. Alla vostra destra ci sono quelli della Congregazione a sinistra quelli dell’Alleanza. Si vedono poco perché si sono trincerati. Il nostro compito qui dovrebbe essere quello di impedire che si massacrino. E, a quel che mi dicono, lei potrebbe fermare un’inutile carneficina. Abbiamo montato un impianto di amplificazione abbastanza potente e lei potrebbe provare a dissuaderli”.
“Io?”
“Sì, sembra che lei sia una persona importante, forse le daranno retta.”
E dicendo così tirò fuori dalla tasca della giacca militare, un radiomicrofono, lo avvicinò alla bocca e produsse uno schiocco con la lingua che si diffuse per tutta la valle con un volume notevole. Sull’amplificazione non avevano fatto economie. I comunisti sono così. Su certe cose non li batte nessuno.
Poi il capitano Randazzi mi mise in mano il microfono.
Cercai con gli occhi lungo il fianco della collina e iniziai a distinguere le due linee degli schieramenti contrapposti. Un mucchio di pietre, una linea di terra appena scavata e ammonticchiata, un tronco d’albero, costituivano segmenti coerenti e artificiali che tracciavano la disposizione dei tre schieramenti. In mezzo, nella parte della valle più prossima a noi si vedevano le divise color verde acceso dei comunisti, raggruppati anch’essi dietro a sbarramenti di pietre, tronchi e sacchi di terra.
Non sapevo proprio cosa dire.
Quasi per prendere tempo dissi: “Sono Giovanni Lanzacurte, perché volete massacrarvi?”
Dopo che le mie parole si furono diffuse nella valle vidi spuntare da più parti uomini e donne che si sporgevano dai loro trinceramenti. Fui preso da una forte emozione e sentii quasi girarmi la testa. Guardai Deborah che mi stava osservando e forse mi voleva incoraggiare con il suo sguardo.
E dissi: “Morire non è una buona opzione.” Altre teste spuntarono dai ripari improvvisati.
“Generalmente vivere è meglio.”
E a questo punto successe qualche cosa nella mia mente, come se un’intelligenza a me sconosciuta avesse preso possesso della mia bocca.
A mia insaputa. Le parole mi uscivano fluide dalla bocca e io per primo mi stupivo per l’audacia di quel che dicevo: “Veramente credete che semplicemente osservando il fluire dei numeri si possa svelare il segreto dipanarsi degli eventi? Veramente credete che un essere umano possa diventare il fulcro di questi eventi e che il corso della storia possa cambiare a seconda che quest’uomo viva o muoia o a causa dei gesti che compirà? Non ha senso! L’Universo è mistero! Perché volete morire? In questa valle ci sono 2743 esseri umani che potrebbero fra pochi minuti trasformarsi in cadaveri a causa di un’ideologia assurda. L’universo è mistero! Nessuno può conoscere il destino. Nessun essere umano è indispensabile per determinare la storia, tutti sono necessari… Uno solo spermatozoo feconda l’uovo ma perché ci riesca 200 milioni di spermatozoi devono nuotare con lui!” Mentre parlavo io stesso mi chiedevo checcazzo stessi dicendo. E perché mi era venuto in mente di dire che erano proprio 2743? Da dove l’avevo imparato?
A quel punto dalla macchia spuntò quella signora anziana che mi aveva detto quella frase quando stavo per strada, all’inizio di questa storia… Quella signora che mi aveva chiamato Michele e che aveva insistito a dire che mi chiamavo Michele anche quando le avevo detto che mi chiamavo Giovanni… E che mi aveva detto che non dovevo scegliere tra le tre Sorelle Tempesta… Quella signora che sembrava un po’ strana e che un ragazzo aveva portato via trattandola un po’ da demente…
Uscì dalla macchia, si avvicinò a me, con un bel vestito a fiori e disse: “Te l’avevo detto che non dovevi scegliere tra le tre donne. Era a questa che eri destinato.” E indicò Deborah con un grande sorriso compiaciuto e materno.
Io mi chiesi: “E questo cosa c'entra?”
Avevo una forte sensazione di incoerenza come se la realtà continuasse a saltare da un contesto a un altro.
Poi, con la coda dell’occhio vidi una cosa che non poteva esserci: un enorme panda di peluche che mi guardò sconsolato ed esclamò: “Certo che sono proprio stronzi!”
Allora ebbi la certezza che la realtà aveva perso ogni coerenza.

Aprii gli occhi mettendomi a sedere di scatto. Non riuscii a distinguere subito quello che mi circondava. Le immagini arrivavano al mio cervello che però non era in grado di interpretarle. Poi lentamente le immagini acquistarono un senso. Ero in una stanza che poteva essere quella di un ospedale. Intorno a me c’erano alcune persone. Donne.
Una voce disse: “Si è svegliato, accendi il registratore.”
Le guardai. Poi le riconobbi. Erano Deborah, Miriam, Noemi e Ester. Le tre Sorelle Tempesta che nel frattempo erano diventate quattro.
Deborah mi prese la mano e mi disse: “Ce l’hai fatta? Qual è il numero che hai visto? Dillo subito prima di dimenticarlo!”
Mi ricordai il numero. Era 2743. Non me lo sarei scordato.
Debora insisteva: “Il numero, Giovanni, il numero! Te lo ricordi?”
La guardai. Facevo un po’ fatica a mettere a fuoco la vista.
Quando ebbi l’immagine nitida del suo viso lo osservai. Poi dissi: “Col cazzo che vi dico il numero!”
Poi svenni.

Quando lentamente ricominciai a ricevere segnali dal mondo esterno sentii una voce di donna che mi parlava dolcemente: “Giovanni, è stato tutto un sogno. L’irruzione a casa tua, il cadavere, la sparatoria, la distruzione della Fortezza, la fuga, il tempo passato nella casa sulle colline. Giovanni, sforzati di ricordare: sei tu che hai programmato il sogno. Volevi riuscire a ricordarti un numero seppellito nella tua memoria. E' molto importante: è il numero per decodificare il programma, hai impiegato anni per arrivare a questo, se non te lo ricordi dovrai fare un altro sogno artificiale… Me lo hai detto tu di chiederti subito il numero, appena ti svegliavi… Volevi usare le emozioni del sogno per far affiorare il ricordo. Ti ricordi chi sei Giovanni? Tu sei un ricercatore, fai esperimenti sulla mente profonda. Per questo hai deciso di costruire un sogno artificiale. Vuoi riuscire a ricordarti il numero!”
Il numero me lo ricordavo. 2743. Non lo avrei dimenticato. 2743. Ma non lo avrei detto a quella donna in nessun caso. Avevo capito benissimo che volevano imbrogliarmi. Non avevo progettato io quel sogno. Non avrei mai inventato una storia così idiota. E mi ricordavo benissimo chi ero e non ero nessun cazzo di ricercatore scientifico sulla mente profonda. Me lo ricordavo perfettamente chi ero: ero un WEB MASTER. Un Maestro del Web. E il Web era un’arte marziale digitale che io praticavo fin dalla prima infanzia. Ero un Web Master cintura fucsia. La più alta in grado. Le cinture dei Web Master al di sopra dei dieci livelli di cintura nera, sono sette: grigio topo, grigio totano, giallo fluorescente, blu cobalto, verde Veronese, rosso Tiziano, celeste. Poi c’è la cintura fucsia che è oltre e nel mondo ce l’abbiamo solo in 22.
Mi ricordavo tutto perfettamente. Stavolta non mi avrebbero fregato. Ero stufo di giocare al loro gioco.
Non so quante volte lei mi ripeté le stesse frasi. Poi a un certo punto mi resi conto che ero perfettamente sveglio. La guardai: “Mi dispiace Deborah… Non mi ricordo nessun numero”.
“Giovanni, non fare il bambino. Si vede che stai mentendo. Te lo ricordi benissimo il numero. Ma se non me lo dici poi te lo dimentichi. E’ la terza volta che ci provi e quando ti svegli pensi che io sia una tua nemica. E’ un residuo del sogno. E magari non ti ricordi neanche di essere uno scienziato. E che sei mio marito te lo ricordi?
E tutte le volte che abbiamo fatto l’amore te le ricordi?”
Usava la voce come un’arma da guerra. Un’arma con proiettili dolcissimi che avrebbero sciolto persino le mura ghiacciate di Avalon.
“E Timbuktù, la città assediata? Cosa mi dici della città assediata? Un sogno anche quello? Ma un sogno nel sogno non  è un sogno. Allora? Rispondi?”
Lei mi fece uno di quei sorrisi che non si comprano per corrispondenza. Poi mormorò, con una voce soave: “Tesoro, non fare il bambino, su, capisco che sei drogato come una cocuzza ma potresti sforzarti un po’… Proprio non me lo vuoi dire il numero?”
“Hai una voce bellissima, Deborah. E ho anche sognato che i tuoi seni erano incantevoli. E forse sono anche un bambino se mi parli così morbidamente. Ma neppure per tutto il rosolio del mondo sono disposto a vendere la mia anima. Forse non ti ho mai detto che io sono comunque comunista. Non me ne frega un cazzo se è crollato il muro di Berlino. Quelli non erano comunisti. Facevano finta e ci rubavano le bandiere.
Noi non arretreremo di un passo di fronte ai carri armati di Hitler. Figurati se mi compri con un sorriso. Fedifraga!”
Lei mi sorrise: “Soldatino, sei fatto come una pera cotta, la prossima volta ti dimezziamo la dose…” Sorrise di nuovo e mi passò le dita tra i capelli ravviandomi una ciocca che mi pendeva sulla fronte: “E per inciso tu non sei neanche comunista…”
“Come no!?” Scattai io. “Chiedimi una qualunque pagina del Manifesto del Partito Comunista di Marx e Engels! Avanti! E visto che lei non mi faceva la domanda iniziai a recitarlo: Uno spettro ossessiona l’Europa, lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono unite in una Santa Alleanza per braccare questo spettro: il Papa lo Zar, Metternich e Guizot, i radicali di Francia e i poliziotti di Germania.
Quale forza di opposizione non è stata accusata di comunismo dai suoi avversari al potere? Quale è la forza di opposizione che, a sua volta, non ha rinfacciato ai suoi avversari di destra o di sinistra l’epiteto infamante di comunisti?
Da questi fatti si ricavano due conclusioni.
1) Ormai il comunismo è considerato da tutte le potenze d’Europa come una potenza.
2) E' ora che i comunisti proclamino al mondo intero il loro modo di vedere, i loro scopi e tendenze; è ora che oppongano alla favola dello spettro del comunismo un manifesto del partito.”
Lei mise i polpastrelli dell’indice e del medio della sua deliziosa mano sinistra sulle mie labbra impedendomi così di continuare: “Hai intenzione di recitarmelo tutto?”
“Se non ero comunista come mai lo so tutto a memoria?”
“Tuo padre era comunista e ti ha costretto a impararlo a memoria, una pagina a settimana da quando avevi 4 anni. Per questo odi tuo padre e tutti i comunisti. Te lo ricordi questo?”
“Deborah, non so quale potenza criptocapitalista ha comprato la tua anima ma ricordati: le montagne possono sciogliersi e gli oceani evaporare ma un comunista è un comunista. E' un fattore genetico. I pipistrelli hanno le ali, i comunisti hanno fede nella storia. Il capitalismo sta generando dentro di sé, a causa delle sue stesse leggi economiche e sociali, un’umanità di nuovo tipo che si darà una più evoluta forma sociale. E questo sarà il socialismo. Ulteriori evoluzioni porteranno poi al comunismo. Questo è un fatto certo come il il sorgere del sole. Il comunismo non è un’ideologia è la scienza della storia. E sarebbe andato tutto benissimo se non si fosse messo di mezzo quel cretino di Lenin!”
E dopo aver detto questo svenni di nuovo.

 

INDICE CAPITOLI

Capitolo 1 Ottima marmellata d’arance

Capitolo 2 Ragazze educate

Capitolo 3 Una situazione complessa

Capitolo 4 Agguati mentali

Capitolo 5 Eventi indecifrabili

Capitolo 6 La Fratellanza

Capitolo 7 Nera. Ma quanto nera?

Capitolo 8 Il tripudio della confusione

Capitolo 9 La Fortezza

Capitolo 10 Scatole dentro scatole dentro scatole

Capitolo 11 La Polizia Alchemica

Capitolo 12 Fisso il pensiero fisso

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Capitolo 14 clicca qui

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Capitolo 16 Pinin

Capitolo 17 Fine

 

La formazione militare delle ragazze. Capitolo 13

Un’ora più tardi avevo riempito con le mie quattro cose una sacca, avevo pagato il conto per la mia permanenza e stavo uscendo dalla porta.
Incrociai Deborah. Mi guardò con l’aria affranta. Mi venne fuori un leggerissimo sorriso. Non so perché. E mi uscì fuori dalla bocca un: “Peccato… Mi piacevi veramente.”
“Giovanni…” Mi disse lei e sembrava che si mettesse a piangere.
“Ho da fare una cosa con la mia vita”
Tornai a Bologna: andai a trovare una ragazza che conoscevo. Barbara Cannata, una ragazza che aveva una bellissima testa sopra sue spalle stupende.
Parlammo un po’… Dopo un’ora ero seduto con la bocca aperta. Un donna con due seni enormi li teneva appoggiati sulla mia spalla mentre lavorava con un trapano. I dentisti con seni grandi sono i migliori, fungono benissimo da anestetico-rilassante muscolare. “Eccolo!” Disse la dentista estremamente soddisfatta. “Avevi ragione: guarda!”
Con una pinzetta teneva artigliato una piccolissimo cilindro metallico. Quei figli di buona donna avevano finto di togliere un segnalatore da un mio simpaticissimo dente… E invece mi avevano infilato un segnalatore nel simpaticissimo dente.
L’avevo capito perché solo così Deborah avrebbe potuto sapere dove fossi. Mi ero dannato abbastanza ad accertarmi di non essere seguito per sapere che NESSUNO mi aveva seguito.
Quindi scartate le possibilità possibili restano solo le possibilità impossibili. Come dice Sherlock Holmes.
A volte sono molto intelligente. Mi succede così, a  mia insaputa.
Uscimmo dal retro del palazzo della dentista. Entrammo e uscimmo da due grandi magazzini. Prendemmo un taxi al volo, andammo all’università. Entrammo da un’ingresso principale e uscimmo da un’uscita secondaria.
Prendemmo un secondo taxi e a quel punto ero ragionevolmente sicuro che nessuno ci stesse seguendo.

Poi andammo dal fratello di Barbara. Di mestiere aggiusta auto. Mi diede una Lupo di un suo amico che era in viaggio negli Usa. Cioè un’auto che nessuno avrebbe potuto individuare.
Ritornai alla Faggiasca che era notte. Avevo fatto una scommessa. Mi misi di fronte alla porta di una delle camere. Bussai. Passarono 4 secondi prima che la voce di Deborah chiedesse: “Chi è?”
“Sono io”
Lei aprì, l’unica luce era quella del corridoio. Quella donna era bellissima. La sentivo dentro il cuore come una lama.
“Le cose stanno così: potresti mollare tutte queste storie e venire via con me. Ho un’auto pulita e non c’è più niente di strano nei miei denti.”
Mi aspettavo che fosse stupita da quelle parole.
Invece disse solo: “Va bene.” Accese la luce e dopo 60 secondi aveva la sua borsa in mano.
Lasciai 200 euro sul bancone del ricevimento con un biglietto.
Salimmo in macchina e mi venne in mente la battuta di un film: “Saliamo in macchina e andiamo dritto fino a quando si staccano le ruote.” Mi sentivo estremamente determinato.
Guidai in silenzio per 300 chilometri.
Ci fermammo in un motel, prendemmo una camera. Salimmo al terzo piano. Infilai la tessera magnetica nella fessura. La porta si aprì. Entrammo. La spinsi delicatamente contro la parete. Iniziai a baciarla. Con un ritmo che avrebbe potuto andare avanti per mille anni.
Non avevo pensato a infilare la tessera magnetica dentro la fessura che mantiene accese le luci. Così dopo un po’ le luci si spensero. Io continuai a toglierle i vestiti di dosso.
Lentamente. Avevo tempo. Non era una storia di una notte e via. Avevo intenzione di fare sesso con lei almeno mille volte.

 

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Capitolo 1 Ottima marmellata d’arance

Capitolo 2 Ragazze educate

Capitolo 3 Una situazione complessa

Capitolo 4 Agguati mentali

Capitolo 5 Eventi indecifrabili

Capitolo 6 La Fratellanza

Capitolo 7 Nera. Ma quanto nera?

Capitolo 8 Il tripudio della confusione

Capitolo 9 La Fortezza

Capitolo 10 Scatole dentro scatole dentro scatole

Capitolo 11 La Polizia Alchemica

Capitolo 12 Fisso il pensiero fisso

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Capitolo 16 Pinin

Capitolo 17 Fine

 

La formazione militare delle ragazze. Fisso il pensiero fisso.

Capitolo 12

Lei era diventata il mio pensiero fisso.
Il posto della mente nel quale mi rifugiavo sfuggendo a qualunque altro pensiero.
Riuscivo a dimenticare i complotti e chi mi voleva male, per ragioni peraltro a me sconosciute.
Un posto comodo dentro la mia testa. Avere una donna da amare, da corteggiare, credere per un momento che tutti i problemi possano finire sulle sue labbra.
Nel pomeriggio del terzo giorno l’avevo trovata nella piscina. Dentro la piscina. Una piscina di quelle senza piastrelle, col fondo dipinto con foglie e pesci provenienti da un altro pianeta, e un sistema di lagunaggio per depurare l’acqua… Un piccolissimo torrente scendeva a spirale da una minuscola collina artificiale. Poco più di un metro di altezza, 10 metri di diametro. L’acqua veniva pompata attraverso un tubo interrato sulla cima della collinetta e scorreva giù in mezzo a ghiaia e radici, rotolando sui sassi e finiva di nuovo in piscina, pulita.
Miracoli dell’ossigeno, del movimento, dei batteri e delle piante.

Lei era distesa sopra un materassino che galleggiava al centro della piscina. E tutto era estremamente biologico.
Io mi misi sotto un ombrellone, seduto su una sdraio e mi lasciai prendere da un torpore; era una giornata quasi estiva.
Attuai quindi quella che si può definire una strategia di appostamento. Consiste nel tenersi in vista della donna che desideri senza avvicinarla. Perché questa modalità abbia successo devi essere presente e al contempo indifferente come un sasso… Lei deve decidere di avvicinarti mentre tu ti limiti a circondarla con i tuoi desideri. Ovviamente questo tipo di linguaggio immobile funziona solo con donne che cercano uomini di pietra. Donne generalmente lussureggianti d’acqua. E lei, che galleggiava sul pelo della vasca, con addosso una miniatura di due pezzi, mi pareva proprio un tripudio di liquidità.
Effettivamente mi addormentai. Se fingi soltanto non funziona. Ed effettivamente ad un certo punto fui risvegliato da una modificazione del mondo che mi circondava. Una sensazione fresca, non sgradevole, toccò il mio corpo. Dopo un certo tempo (un sasso non deve avere fretta) socchiusi lentamente gli occhi e mi resi conto della causa di quella perturbazione climatica. Lei si era posta di fronte a me in modo tale che la sua ombra si allungava sul mio corpo, oscurando il sole. Vedevo solo la sua sagoma scura in contro luce e mi sembrò bellissima.
E particolarmente appropriata la sua risposta alla mia mossa. Non mi aveva parlato svegliandomi, si era limitata a modificare il contesto, producendo una variazione minima ma proprio per questo estremamente potente. Ero affascinato all’idea che lei avesse compreso la filosofia della mia iniziativa rispondendomi con una carta dello stesso seme.
Alchimie. Le adoro.
Avevo ormai aperto gli occhi. Lei mi guardò e dardeggiò la mia anima chiedendomi: “Fai il sasso?”
Per un tempo pari a quello impiegato da un rospo a tirar fuori la lingua, restai abbacinato. Possibile che lei avesse letto nella mia mente? Mi parve di essere vulnerabile.
Mentre i secondi smettevano di scorrere linearmente, per arrotolarsi in un tempo sospeso, valutai l’impellente necessità di trovare una risposta consona.
Poi, come una diga che finalmente lascia andare il fiume, mi riuscirono le parole di bocca: “Qualcuno deve ben tener fermo il mondo!”
E lei, di rimando, come in un solfeggio: “Poverino…” Ironica, come parlasse a un bambino: “Chissà che fatica, fare il fermacarte per conto di tutta l’umanità. Non hai bisogno d’aiuto?” E lì dovetti mettere al lavoro tutta la squadra dei decrittatori che lavorano nel mio cervello, per leggere tra le righe, tra le lettere, guardare dietro le pause e vedere cosa c’era di nascosto. Perché ammetterai che quel Non hai bisogno di aiuto? rischiava di sottintendere un amo (nel senso pescoso del termine), forse un’offerta di dare (ella) questo aiuto medesimo. E lo disse in tutta la sua liquidità. E quindi, con l’aggiunta della pressione ormonale, arrivai quasi a vedere una disponibilità erotica illimitata e forse forsennata.
Allora, raccolta una profonda ispirazione io dissi, inclinando leggermente la testa: “In effetti troverei estremamente gradevole che tu ti sedessi vicino a me e insieme guardassimo il cielo laggiù fino a che le montagne non si sciolgono e si riesce a scorgere il mare.” Che tradotto poi vorrebbe dire stai con me in eterno. Imperocché praticamente mi ero dichiarato con una richiesta chiara e indiscutibile.
Al contempo le avevo lanciato una sfida che dava per scontato un intero mondo di modi di vedere.
Le donne di un certo lignaggio culturale insistono nel notare con rammarico l’instabilità maschile e simultaneamente la paura diffusamente mascolina di impegnarsi oltre un (possibilmente rapido) congiungimento notturno.
Quindi mi presentavo come il massimo della compatibilità, ammesso che lei mi potesse in qualche modo prendere in considerazione e fosse quindi interessata a storie sentimentali che durassero più di ere geologiche.
Quindi, detto questo, tacqui, attendendo il dipanarsi degli eventi con lo stesso spirito selvaggio e intrepido degli spartani ordinatamente schierati alle Termopili.
E lei, voce soave, mi rispose (a me): “Tanti promettono di restare fermi come pietre di fronte agli tsunami e poi durano meno del tempo di una sigaretta”.
A quel punto iniziai, sgomento, a sospettare di essere caduto in una trappola senza fondo come gli occhi di lei. Ero andato per pescare ed ero stato preso all’amo (nel senso dell’amore). Ma aver trovato una fanciulla che fosse capace di cogliere al volo un codice, un metamessaggio, un discorso trasversale, e ribattere a tono, senza rompere la sottile linea dell’ambiguità, mi parve esperienza estatica e motivo per rischiare la mia intera esistenza. E come non cogliere la sottile e pur chiara analogia sensuale e copulativa, fallica, tra la sigaretta che brucia e la passione che si incendia e la durata della passione stessa?
E io allora dissi: “Può succedere che una foresta bruci velocemente. Può succedere che il mondo bruci… Possono succedere tante cose. Ma io ammiro l’insistenza dei sassi a essere sassi. La loro ostinata  dedizione. E se c’è vento e pioggia in abbondanza, e hai pazienza, possiamo rotolare da qui fino al mare nei prossimi 4 miliardi di anni”.
“Ragioni in grande.”
“I tuoi occhi sono grandi.”
“Fermati.”
“Mi fai battere il cuore talmente forte che non ti sento. Leggo il labiale.  Mi dici di fermarmi. Ma come faccio?”
“Sei disonesto.”
Mirai basso: “C’è stata una confusione di identità. Un problema di omonimia. Non sono io quell’uomo che non ha mantenuto le promesse. Io sono venuto qui per cantare e per ballare e lo farò fino a che la terra reggerà i miei piedi. E se tu vorrai balleremo insieme. Dicono che il passo doppio contenga una sottile magia matematica capace di far circolare il sangue in modo più armonico e al contempo impetuoso.”
“Non dirmi che balli il tango!”
“Vivo per questo.”
“Bugiardo spudorato.”
“E' la seconda volta che mi accusi, deduco che non ti sono indifferente. Sento un languore che mi scioglie le braccia.”
“Stai zitto, ladro.”
“Non ti ho rubato ancora niente.”
“Ma hai troppa voglia di farlo.”
“Potrei rubarti una moneta e dartene due.”
“Non saresti un buon commerciante.”
“C’è chi ha gli orologi chi il tempo. Io ho il tempo di seguire uno per uno il percorso dei tuoi capelli e di contarli sussurrandoti i numeri nelle orecchie.”
“Zitto.”
“E potrei contare anche il numero delle tue dita fino al giorno dopo l’ultimo giorno.”
“Non mi incanti.”
“E potrei contare tutti i numeri delle linee rotondeggianti che si possono tracciare con il naso sulla tua pelle.”
“Baro.”
“E potrei enumerare tutte le cifre che sono nascoste nelle distanze tra i pori della tua pelle.”
“Sparisci.”
“E potrei contare le misure delle tue caviglie, delle tue ginocchia, dei tuoi fianchi, del tuo collo, delle tue braccia, dei tuoi polsi e della tua gola, usando come metro solo i due polpastrelli delle dita che uso per indicare il cielo.”
“Stronzo.”
“E potrei dirti segretamente la quantità contenuta nella radice quadrata del chiarore dei tuoi denti e poi…”
Ma il poi non si seppe mai, perché lei aveva avvicinato la sua morbida persona a me e mi aveva impedito di pronunciare altre parole utilizzando le sue labbra come irresistibili manette.
(Deh, le tue labbra manette per la mia bocca
deh, succo d’albicocca
freccia che scocca dalla brocca e tocca
aree della mia mente
in modo sorprendente.)”

Molto tempo dopo (dopo i baci, dopo una passeggiata, dopo una radura, dopo i corpi che si scioglievano in rintocchi di sudore sulla pelle con il vento che ci soffia sopra, e le dita come barche a vela che cercano i flutti farabutti che ti rovesciano la biologia rendendo amorale il respiro…).
Molto tempo dopo (eoni, mufloni, ere e corriere, sere e pantere).
Molto tempo dopo, dopo essere stati ore a dire discorsi che è impossibile ricordarsi per tanto che erano leggeri (ed essendo leggeri non hanno avuto possibilità di lasciare tracce sulla sabbia della spiaggia della memoria).
Molto tempo dopo mentre stavamo tornando verso la locanda che ci ospitava ci trovammo di fronte l’oste, Marco Giuffré.
Era seduto sul crinale a monte del sentiero, sulla destra per noi che salivamo. Aveva il tipico filo d’erba in bocca, irresistibile per chi frequenta i campi da abbastanza tempo.
E ci guardò. E non mi servì altro per sapere che si avvicinava una nuova tempesta. Nonostante avesse le orecchie grosse, il naso grosso e ci guardasse tranquillo.
Mi guardò, mi sorrise e poi disse a Deborah: “Come lo cucini?”
Lei impallidì.
“Che dici?” Dissi io.
Lui non mi rispose e si rivolse ancora a lei: “Su, Deborah, io so tutto. Non credere che non si veda, soprattutto se si conosce la tua storia.” Fece una pausa, si toccò il mento. Sorrise e poi continuò: “E delle tue tre sorelle… Allora vuoi raccontarci la storia di come sei arrivata qui, subito dopo che è arrivato lui… Ora lui ti ama perdutamente e tu cosa vuoi fare?”
Sinceramente non avrei voluto essere lì e non avrei voluto essere di razza caucasica. Avrei preferito essere un ginkobilloba tibetano.
Ma ero anche curioso di capire perché Marco Giuffré era lì e perché se la stava prendendo con la donna che amavo e che mi aveva riempito di felicità e che ora aveva uno sguardo stramaledettamente smarrito. E poi quella frase: le tue 3 sorelle.
Chi potevano essere se non QUELLE tre sorelle, le uniche erano loro, quelle tre che erano entrate nella mia vita in modo assolutamente sconvolgente. E se la matematica resta un territorio condiviso voleva dire che esistevano quattro Sorelle Tempesta. Almeno quattro.
Confuso? Sì.
E allora lei disse: “Tu non capisci.”
E lui: “Non sono abbastanza furbo ma ho moltissimo tempo e alla lunga, se le cose me le spiegano, riesco anch’io a capirle.”
Lei disse: “E’ vero, mi hanno mandata qui.”
Poi mi guardò: “Non ho detto la verità quando ti ho raccontato che ero qui da tre giorni.” Poi guardò Giuffré, tirando fuori una punta di orgoglio: “Ma poi mi sono innamorata di lui.” Poi mi guardò. Restò per alcuni istanti sospesa. Poi guardò nuovamente Giuffré. Guardò per terra sconsolata. Scoppiò piangere e scappò via.
Micidiali le donne! Ti prendono sempre in contropiede. La guardai mentre correva e pensai che l’amavo immensamente… Anche se fosse stata un agente del Kgb l’avrei amata…

Quando fu uscita dalla mia visuale mi rivolsi a Giuffré: “Cos’è questa storia?”
“Niente, fa parte anche lei del complotto galattico degli sciocchi… L’alleanza, l’Unione… Gli illuminati, gli alchimisti… Però probabilmente ti ama.
“E tu come lo sai?”
“Ho fatto i compiti da piccolo.”
“Beh… Come cazzo hai fatto a saperlo? Chi ti ha dato queste informazioni? Conosci le sue sorelle?”
“No e nessuno mi ha raccontato niente. Sono autodidatta.”
“E da dove le hai cavate le informazioni?”
“Deborah.”
“Quando?”
“Mentre le parlavo.”
“Allora leggi il pensiero?”
“No.”
“Una volta ho sparato a uno che faceva il sofista. Li considero come i pescecani: nemici atavici.”
“Non faccio il sofista. Solo che tu non sai quello che so io e quindi non vedi quello che per me è lampante.”
“Spiegami.”
“E’ una storia lunga.”
“Ti ascolto.”
E Marco Giuffré iniziò a raccontare.

 

INDICE CAPITOLI

Capitolo 1 Ottima marmellata d’arance

Capitolo 2 Ragazze educate

Capitolo 3 Una situazione complessa

Capitolo 4 Agguati mentali

Capitolo 5 Eventi indecifrabili

Capitolo 6 La Fratellanza

Capitolo 7 Nera. Ma quanto nera?

Capitolo 8 Il tripudio della confusione

Capitolo 9 La Fortezza

Capitolo 10 Scatole dentro scatole dentro scatole

Capitolo 11 La Polizia Alchemica

Capitolo 12 Fisso il pensiero fisso

Capitolo 13 clicca qui

Capitolo 14 clicca qui

Capitolo 15 clicca qui

Capitolo 16 Pinin

Capitolo 17 Fine

La formazione militare delle ragazze. La Polizia Alchemica

Capitolo 11

In una stanza ben illuminata un uomo in camicia e maglione blu sta parlando, in piedi con una coscia che appoggia sul bordo del tavolo. Ha una sessantina d’anni, è brizzolato, i capelli nell’insieme risultano grigi.
Ci sono altre persone nella stanza. Sedute intorno al grande tavolo di legno grezzo e consumato, con gli spigoli arrotondati dall’usura, in parte sbeccati o demoliti dai gesti quotidiani. Un tavolo da lavoro. Seduti intorno al tavolo sono tutti uomini.
Altri, due per l’esattezza, sono in piedi.
Un uomo con spessi baffi neri sta versando del vino da una brocca in un bicchiere che tiene nella destra. Un tipo minuto, vestito color sabbia, sta leggermente in disparte, indeciso se guardare gli altri o fuori dalla finestra. Sembra che stia aspettando di veder arrivare qualcuno.
“Parlate come se fossimo la Polizia Alchemica!” Sbottò Scheletor, con i gomiti appoggiati sul tavolo, dal tono della voce sembrava muovere un’accusa.
Armin, in piedi di fronte a lui, lo guardò di traverso: “Non è un reato.” Poi aggiunse:
“In fondo siamo la Polizia Alchemica, se ne esiste una.”
Scheletor rincarò: “Ma cosa vuol dire se ne esiste una? Hai dei dubbi sul fatto che non esista nessuna Polizia Alchemica?”
Armin, l’uomo coi capelli grigi che stava in piedi, appoggiato al bordo del tavolo, dissentì: “Perché dici che non esiste? Noi cosa siamo allora?”
“Siamo la Polizia Alchemica?”
“Se vogliamo!” Concluse Satanus.
Ci fu silenzio.
Scheletor scosse la testa e mormorò: “Siete scemi dentro.” Ma lo disse rassegnato, quasi con affetto.

Armin decise di tirare le fila del discorso: “Allora cerchiamo di riassumere: ci sono i  cattivi, ci sono quelli che pensano di essere buoni e invece sono delle teste di cazzo che combinano guai e poi ci siamo noi che, come abbiamo appena detto, siamo la Polizia Alchemica. Poi c’è uno che non c’entra niente e che praticamente ha la funzione del pallone nelle partite di calcio. Una specie di capro sacrificale. Per inciso, permettetemi di notare che all’origine il pallone era proprio un capretto morto. Ancora oggi in Afghanistan si gioca una specie di rugby a cavallo e si usa proprio un capretto morto come pallone. Un antico gioco patriarcale: rubare al vicino un capretto. Il furto e il patriarcato nacquero insieme. Anzi probabilmente fu il furto a generare il patriarcato. Gli uomini diventarono guerrieri per proteggere i loro capretti.”
Robian mosse i baffi neri e disse: “Hai proprio rotto il cazzo con le tue citazioni erudite. La vuoi piantare? E finisci il discorso!”
Armin non rispose. Continuò lanciando a Robian uno sguardo divertito: “Come in tutte le partite che si rispettino il pallone è la cosa importante. Noi dobbiamo salvare il pallone. La squadra dei Buoni Stupidi pensa che il pallone sia sacrificabile, sono gente che crede che il fine giustifica i mezzi. Noi invece sappiamo che la forma è essenziale, il pallone è importante, non deve morire. Ha un compito fondamentale nella battaglia tra il bene e il male.”
Robian mosse di nuovo i baffi: “E a noi che ce ne frega del pallone?”
“Non è un pallone, è un simbolo e come tutti i simboli ha un valore anche materiale, alla fin fine. Solo lui può fare una certa cosa. Ma per farla deve essere vivo.” Aveva pronunciato quest’ultima frase come se parlasse a un bambino deficiente. Guardava Robian e gli sorrideva paterno e pieno d’amore.
Robian sbuffò: “Ma vaffanculo, vai…”
Il giovane Morbius, che non aveva ancora peli sulle guance, chiese “Ma cosa deve fare questo pallone?”
Armin si grattò il mento con sopra la barba di quattro giorni: “Non si sa. Nessuno lo sa. Tradizionalmente i malvagi vogliono costringerlo a compiere qualche azione contronatura. Sono convinti che questo aumenterà il loro potere. Ma non è vero. È vero invece che ogni volta che le forze dell’Entropia riescono a impedire alla persona che incarna il simbolo di compiere il proprio destino, l’umanità resta ferma per un altro giro.”
Satanus, il biondo enorme con l’impermeabile giallo e il naso a becco chiese: “E allora noi che siamo più intelligenti e che siamo la Polizia Alchemica cosa dobbiamo fare?”
“Uno, dobbiamo individuare chi partecipa alla partita nel ruolo del pallone. Due, dobbiamo proteggerlo.
Tre, dobbiamo neutralizzare i buoni stupidi, se ci riusciremo i cattivi stupidi si faranno male da soli e noi avremo vinto. Cioè, avremo ottenuto che l’Umanità entri in una nuova, luminosa, fase evolutiva.”
“Tutto qui?” Chiese Robian.
Satanus iniziava a spazientirsi: “E qual è la prima mossa?”
Armin si leccò il labbro superiore e per un attimo assunse la faccia di una vecchia zia che ha preparato la torta per i nipotini e pregusta la sorpresa.
Robian capì che c’era sotto una trappola: Armin era convinto di avere già vinto. Lo conosceva e sapeva benissimo che era geneticamente stronzo. Era dal liceo che andava avanti quella storia. E adesso, compiuti i 60 anni, non aveva ancora smesso.
Robian decise di stare zitto per non rendere più piacevole l’eventuale vittoria dell’amico.
Dagli una corda lunga e spera che si impicchi da solo.
Armin prese a parlare con un tono neutro. Recitava. Male. “Dunque, ho fatto due conti, dobbiamo preventivare almeno un mese di emergenza per affrontare questa crisi. Ci serviranno 40 uomini, divisi in 3 turni di otto ore, 12 auto per i pedinamenti, una squadra di supporto logistico con meccanici e specialisti delle rilevazioni ambientali, telecamere eccetera. Almeno altri 15 uomini di supporto quindi. Una centrale di intelligence ne richiede altri 21, divisi in 3 turni e devono avere radio a onde corte e satellitari. E poi abbiamo bisogno di un operativo di 8 uomini se c’è da menar le mani. Aggiungiamoci una ventina di uomini in panchina come riserve, non si sa mai. Attrezzature di sorveglianza, armi e direi anche un paio di elicotteri.
Il tutto non dovrebbe costare più di venti milioni di euro. Supergiù.” Aveva sganciato la bomba e ora Armin sorrideva felice come un bambino.
Robian non riuscì a trattenersi nonostante i buoni propositi: “E dove li trovi 20 milioni di euro. Li tieni nascosti nel salvadanaio?”
Il commento di Robian fu seguito da rumoreggiamenti vari degli altri. Morbius scoreggiò. Taurus gli disse: “Ma che schifo!”
Lui rispose: “Se Armin può dire queste stronzate io posso scoreggiare.”
Armin li lasciò sfogare. Aprì il suo portatile e lo accese. Poi disse con voce enfatica. “Ok ragazzi. Qui ci sono i 20 milioni di dollari. Ho aspettato a incassarli che ci foste anche voi solo per mero sentimento umanitario. Voi potrete vedere con i vostri occhi e gioire nel profondo delle vostre anime.”
Morbius uggiolò roteando gli occhi: “Wow! Un misto tra Gesù di Nazareth e Mandrake! Ecco a cosa ero destinato fin da bambino! Ecco cosa mi ripagherà di tutti i mal di pancia sopportati nella vita!”
Armin sorrise: “Morbius, ora tu diventerai ricco. Abbi solo un poco di pazienza ancora.”
Armin schiacciò il tasto ENTER  e sullo schermo apparvero 6 pannelli rettangolari. Tre erano sormontati dalle scritte PASSE MANQUE, PAIRE DISPAIRE, ROUGE NOIR. Gli altri tre erano sotto un unico titolo: TABLE CODE.
Tutti si avvicinarono per vedere meglio.
Scheletor  esclamò: “Ma checcazzo è?”
Gli rispose Sangre: “Gli ha fuso il cervello, vuole vincere 20 milioni di euro alla roulette!”
Subissarono Armin di improperi. Ma lui smise di rispondere e si mise a battere sui tasti.
Tutta una serie di dati scorrevano velocissimi nei riquadri. Delle lucine lampeggiavano.
La schermata era piena di segnali intermittenti. Borchie luminose tridimensionali piene di riflessi come se fossero di ottone. Levette. Armin si era divertito con un interfaccia di sapore nautico. Non c’era audio.
Il gruppo iniziò a disinteressarsi di Armin e del suo computer.
Commentavano la situazione parlando di lui come se non ci fosse. O fosse morto.
Morbius disse: “Poverino sembrava normale. Anzi fino a un certo punto forse era normale. Beh, non quando si buttò dalla finestra per sfuggire all’arresto. Lì non fu intelligente. Ma comunque…”
Armin li interruppe trionfante: “Allora, diciamo che abbiamo incassato i primi 11 mila euro. Schiaccio qui. Esco. Chiedo l’incasso. Ecco fra pochi minuti vedrete l’accredito sul nostro conto. Adesso chiedete scusa e dite ad alta voce: siamo fessi perché non credevamo a Armin che è un grande. Su ragazzi voglio sentire le vostre voci.”
Non ebbe quel che chiedeva. Almeno non subito.
Prima vollero verificare l’accredito. Scheletor disse: “Tu non hai mai avuto 11 mila euro in banca. Non ci credo. E’ tutto finto.”
Allora toccò a lui andare in banca e ritirare gli 11 mila euro. Che nel frattempo erano diventati 67 mila. Erano le dieci di mattina e le banche erano aperte. Armin aveva previsto che non gli avrebbero creduto in nessun caso a meno che non avessero visto il frusciante uscire dagli sportelli virginali di una banca, sotto forma di banconote che puzzavano di sangue e violenza.
Scesero tutti insieme le scale, con Scheletor che apriva la processione con l’assegno tenuto bene in mostra, in punta di dita.
Entrarono tutti in banca sorridenti e si misero di fronte alla cassa. Avrebbero scommesso anche mille euro che la cassiera si sarebbe rifiutata di pagare.
I miscredenti smisero di sorridere quando la signora con i capelli cotonati e gli occhiali da gatta che stava dietro lo sportello iniziò ad ammassare banconote di grosso taglio e a contarle.

Festeggiamenti
Quando tutti ebbero visto, toccato e detto “Armin è Grande” con totale convinzione, e saputo che avrebbero ricevuto uno stipendio annuo di un milione di euro per la loro eroica militanza (decennale) nella Polizia Alchemica, e bevuto e fumato abbastanza, Armin valutò che fossero pronti per la grande rivelazione.
Armin li guidò fino all’ascensore, scesero al piano terra, attraversarono la strada come un’orda di cosacchi ubriachi, sghignazzando e rischiando di essere tutti travolti da un triciclo a motore furgonato, entrarono nel portone del palazzo di fronte, salirono al quinto piano, Armin aprì una porta digitando un codice sopra una tastierina azzurra ed entrarono in un grandissimo salone pieno di computer ordinatamente allineati lungo file di tavoli. “Ho affittato tutto il piano. C’era un’agenzia di viaggi che è fallita. Ho tenuto le poltroncine, sono allegre, rosse e bianche. Qui ci sono 50 pc, con 1500 gigabyte di memoria ciascuno. Questo è il cuore del sistema. Ho altri 10 uffici come questo nel quartiere.”
Robian chiese: “Vuoi dire che questi computer ti fanno vincere alla roulette?”
Armin annuì solennemente.
Satanus domandò?: “Ma ci spieghi come cavolo funziona?”
Armin disse: “Molto in breve, negli ultimi 30 anni non mi sono dedicato solo ai bagordi e a leggere fantascienza. Non ve l’ho mai detto per evitare che mi pigliaste per il culo ma io ho sempre studiato matematica. Una branchia particolare della matematica: la statistica.
Oggi nel mondo ci sono più di diecimila roulette nei casinò online. È quindi possibile compiere un’impresa inimmaginabile solo 2 anni fa. Collegarsi con diecimila diversi IP, le identità dei computer, a diecimila casinò. E realizzare in tempo reale una statistica globale delle uscite: pari e dispari, rosso e nero.
Il problema di tutti i sistemi per vincere alla roulette è che si basano sui risultati di una sola roulette.
Un campione statisticamente insignificante. Ma se io osservo diecimila roulette contemporaneamente e nell’insieme si verifica un’uscita maggiore di rossi o di neri posso stare certo che seguirà una fase in cui usciranno più neri che rossi. E se gioco su diecimila tavoli contemporaneamente non posso fare altro che vincere.
Perché sui grandi numeri sono certo che le uscite del rosso e del nero saranno estremamente vicine al pareggio. Il mio sistema di computer inizia a puntare sul rosso solo quando la percentuale delle uscite globali rosse è sotto dell’1%. A quel punto posso essere certo che incasserò in ogni ciclo di puntate di tutti i miei computer, sul rosso, almeno lo 0,1% in più di quanto ho scommesso. Piccole vincite. Ma le hai ogni minuto. La cosa veramente difficile è stata mettere insieme i primi due milioni di euro per costruire tutto questo. Ho iniziato con un programmino che elaborava i dati di 250 roulette. Non riuscivo a vincere più di 5 mila euro alla settimana.”
Armin li guardò ben conscio che non avevano capito niente. Ma non aveva importanza. Conosceva quegli uomini e sapeva che erano in grado di fare cose che per lui erano impossibili. In una squadra che funziona ognuno eccelle nelle sue competenze.
Poi Armin decise che era il momento di raccontare la seconda parte della storia.
Scesero di nuovo in strada. Percorsero 600 metri, entrarono in un palazzo degli inizi del 1900, di quelli che riempiono le aree della città che non sono state distrutte dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Un palazzo austero con un grande portone di legno nero e vetrate liberty, floreali, sulla parete che divideva l’androne dal giardino interno. Salirono al quinto piano con l’ascensore in ferro battuto e cabina in legno di rovere.
Armin disse: “Adoro gli appartamenti al quinto piano, non so perché.” Digitò un altro codice sopra un altro tastierino azzurro al lato di un’altra porta. Entrarono in uno spazio luminosissimo, con i soffitti alti quattro metri e la moquette color senape. Ampie vetrate di cristallo antiproiettile a triplo strato riempito di gas isolante e tende di canapa color canapa.
Due impeccabili segretarie, uscite da una rivista per sole donne ricche, con addosso due tailleur di Armani, blu, li accolsero sorridenti: “Buon giorno dottor Pauletti!” Dissero in coro. Armin era il suo nome di battaglia. Se l’era guadagnato da ragazzo. Tutti strinsero le mani alle due donne dopodichè Armin e i suoi ospiti si accomodarono in una sala riunioni con ampie poltrone di pelle imbottita, di fronte a uno schermo al plasma composto da 20 televisori da 400 pollici. Le segretarie portarono da bere, da mangiare (formaggio parmigiano, mozzarelline di bufala, focaccia calda, olive e un buon Pelaverga. Morbius chiese: “Ma siamo sicuri che è tutto biologico?”).

Quando le segretarie se ne furono andate Armin schiacciò un telecomando. Era chiaro che si era preparato lo show nei minimi particolari. Scheletor pensò: “E’ un maniaco!”
Una lunga linea apparve nello schermo gigantesco. Un diagramma. La linea seghettata aumentava progressivamente la misura degli sbalzi.
Armin iniziò a spiegare il grafico: “Questa è la linea riassuntiva degli squilibri tra il numero totale di uscite nere e rosse delle ultime 8 settimane.
Come vedete sta aumentando la percentuale di uscite squilibrate.” Indicò con il raggio di una penna laser un picco della linea seghettata. “Qui le uscite rosse erano addirittura il 55,9% del totale. E questo squilibrio è durato per 3 cicli di uscite. Il massimo mai registrato in 80 settimane. In poche parole è come se il flusso dei numeri risentisse di una qualche perturbazione. Ed è indagando su questa questione che ho scoperto che ci avviciniamo a un punto critico della storia dell’Umanità. Se lo superiamo otterremo un grande salto di qualità. Se non ci riusciamo ripiomberemo in un’altra  fase di guerre e fame. Dovremo ripercorrere ancora una volta tutto un ciclo di dolore. 64 anni di Miseria, Morte, Mistificazione.”
 

INDICE CAPITOLI

Capitolo 1 Ottima marmellata d’arance

Capitolo 2 Ragazze educate

Capitolo 3 Una situazione complessa

Capitolo 4 Agguati mentali

Capitolo 5 Eventi indecifrabili

Capitolo 6 La Fratellanza

Capitolo 7 Nera. Ma quanto nera?

Capitolo 8 Il tripudio della confusione

Capitolo 9 La Fortezza

Capitolo 10 Scatole dentro scatole dentro scatole

Capitolo 11 La Polizia Alchemica

Capitolo 12 Fisso il pensiero fisso

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Capitolo 16 Pinin

Capitolo 17 Fine

 

La formazione militare delle ragazze. Scatole dentro scatole dentro scatole

Capitolo 10

Il giorno dopo stavo rilassando i miei neuroni camminando lungo un sentiero poco distante dalla locanda, misi un piede in fallo e scivolai sull’erba bagnata crollando rovinosamente al suolo, dandomi un colpo di reni, per evitare l’impatto della testa sul terreno. Ma il colpo di reni pur salvandomi il cranio mi causò uno strappo al collo.
Mentre stavo accasciato per terra a fare i conti con il mio dolore fisico e un certo disprezzo per il mio essere corporeo, un viso femminile estremamente chiaro apparve nel mio campo visivo. Dietro di lei c’era solo il cielo.
Tecnicamente potrei dire che riluceva, se non temessi di esser preso per mistico.
In un primo momento infatti credetti si trattasse di un’allucinazione dovuta alla gran botta in testa che avevo preso (nonostante il colpo di reni e il guizzo del collo. Alcuni quando prendono un colpo in testa vedono le stelle del cielo, altri le stelle del cinema).
Poi una voce celestiale chiese: “Va tutto bene?”
E io ebbi la netta sensazione di essere morto, ormai intento a dialogare con un angelo angelico.
Molto angelico.
“Ce la fai a muoverti?”
Sentii la sua mano toccarmi la spalla mentre si chinava ancor più su di me occupando col suo viso tutto lo spazio visivo. Ed ebbi una netta, violenta, sensazione di essere ancora vivo e pure particolarmente interessato a continuare a vivere.
Lei mi aiutò ad alzarmi, evento durante il quale dimostrai di essere più stoico di Muzio Scevola, quello svaporato di Muzio Scevola, che si bruciò la mano che aveva fallito l’assassinio di un nemico di Roma. Se la bruciò sopra un braciere pronunciando la frase: “Questa mano ha fallito questa mano io punisco!” (Hist manus fallavit! Hist manus ego punintibur!)
Praticamente un cretino.
E questo per dire quanto soffrii.
Comunque, a parte la mancanza di una connessione fluida tra le parti del corpo (mi sentivo quasi decapitato, come dopo un colpo di mannaia che il boia ha sbagliato), ero estremamente vivo e attratto dalla creatura che mi stava sorreggendo e mentre lo faceva emanava un profumo che avrebbe fermato un treno in corsa.
Evitai di dirle: “La lasciano andare in giro con quegli occhi senza porto d’armi?” e evitai anche un “Ho avuto la sensazione che la Grande Dea mi stesse parlando ma ora che ti vedo meglio mi accorgo che tu sei più carina!”. Ma feci uno sforzo per tacere.
Scelsi la linea guardarla in silenzio. E sperai che nel caso stessi sbavando lei potesse illudersi che fosse a causa della botta. Non so se hai mai pensato come dev’essere difficile vivere per le donne troppo belle, e che strana idea l’esperienza suggerisce loro. Dev’essere curioso abitare un mondo dove i maschi per lo più balbettano. E quando entri in un bar senti la temperatura che si alza di due gradi.
Insomma non so come dirlo meglio: lei mi face una certa impressione.
Pensai: se si chiama Deborah mi suicido.
Lei mi disse: “Io sono Deborah.”
Io mi rivolsi al mio Dio e gli dissi: stai esagerando!
Deborah è un nome che mi alza la pressione. Mi ha sempre fatto questo effetto.
Forse per via della canzone di Mina: lunghe ali di fuoco han coperto la luna sopra di me!
Riuscii a sapere che era lì da tre giorni, alla Faggiasca, insegnava storia dell’arte in un liceo, era in convalescenza per una brutta polmonite ed era arrivata da Bergamo fin lì per prendersi un po’ di aria pura. Aveva 26 anni ed era del segno della Vergine ascendente Gemelli. Anno del Coguaro.
Il mio cervello registrò anche una serie di altre informazioni su di lei che non sto a elencare perché le mie gentili lettrici non mi capirebbero.
Poi scomparve dicendo qualche cosa di astruso come: “Ho dimenticato un batuffolo in camera.”
Incomprensibile ma estremamente morbido.

Quella sera la rividi a cena. Una ventina di ospiti erano distribuiti lungo un tavolone. Ma lei si sedette lontano da me.
Poi si ritirò presto non lasciandomi nessuna possibilità di riprendere il dialogo.
Dopo cena mi trovai di fronte un bicchiere di vin santo e Marco Giuffré, uno dei gestori. Aveva il naso grosso, le orecchie grosse e mi guardava tranquillo. Come se avesse avuto a disposizione tutto il tempo che c’era. Parlammo fino a quando tutti furono andati a letto scambiandoci storie lontane. Entrambi ancorati a certi anni della nostra vita. Racconti che ti rinfrancano, terreni sicuri, situati in un passato lontano. E ti fanno credere di conoscere da sempre qualcuno che hai appena incontrato.
Come vecchi compagni d’armi.
Luisa, la sua compagna, biondissima, verso le 24 venne a darci la buonanotte.
Poi lui restò in silenzio come se aspettasse una domanda sospesa. E io la feci: “Sai qualche cosa della Congregazione?” Si guardò in giro senza cercare niente. Poi mi fissò gli occhi addosso, tranquillo. Bevve un altro sorso dal bicchiere da osteria, fece schioccare la lingua, si toccò il mento e disse: “Non ci crederai ma me l’ero immaginato. Portate un marchio.”
“Un marchio?”
“Sì, non saprei dire cosa, magari solo un certo ritmo nella voce, ma è difficile che mi sbaglio. Chi incappa nella Congregazione resta segnato.”
Lo guardai chiedendomi se volevo veramente saperne di più. Poi la mia identità guerriera prese il sopravvento:”Fino a tre giorni fa non sapevo neanche che esistessero.”
“E poi?”
“Poi ne ho sentito parlare, a Bologna, una cena in pizzeria. Ma non ci ho capito niente.”
Marco Giuffré inclinò la testa leggermente come a misurarmi. Aveva l’aria di non credere una parola di quel che avevo detto. Il che parve però non interessargli.
Faceva parte di quelli che credere e dubitare gli paiono attività superflue.
“Stai attento sono brutta gente.”
“Raccontami.”
Restò in silenzio. Bevve un altro sorso. Mi guardò: “Che livello di complessità sei disposto a tollerare!”
Ero abbastanza ubriaco da dirgli: “Il massimo.”
“Allora ti racconto una storia. C’è un uomo convinto che la moglie lo tradisca. Inizia a comportarsi in modo strano. Ripetutamente finge di avere un appuntamento per lasciarla sola e poterla pedinare. Lei si insospettisce, crede che lui abbia un amante. E pensa di aver individuato la donna dalla quale corre suo marito fingendo appuntamenti di lavoro: la segretaria di lui. Il marito della segretaria è geloso. Per una serie di coincidenze si convince che sua moglie lo tradisce con il datore di lavoro. E inizia a seguire anche lui la moglie. Per un’altra serie di coincidenze il datore di lavoro incontra la segretaria in un parco. Lei è seguita dal marito, lui dalla moglie. Il marito lo blocca in mezzo alla strada e lo insulta. La segretaria e la moglie dell’insultato vedono la scena e accorrono. I due uomini iniziano a picchiarsi. Le due donne cercano di separarli. Proprio in quel momento un rapinatore esce da una banca e siccome è completamente pazzo lancia una bomba a mano che esplode vicino ai 4 litiganti uccidendoli.”
Lo guardai e per più di un secondo pensai di aver parlato tutta la sera con un cretino: “E questo cosa vuol dire?”
Marco Giuffré fece un risolino, si riempì il bicchiere di vinsanto e rispose: “Vuol dire che la gente si affanna per delle stronzate e non si accorge di quel che veramente gli succede intorno. La Congregazione e l’Alleanza si combattono all’ultimo sangue ma entrambe sono solo un imbroglio e un’allucinazione collettiva.
Entrambe convincono i loro adepti di essere organizzazioni che possiedono conoscenze alchemiche tali da permettere loro di guadagnare milioni di euro. Dicono: possiamo prevedere le quotazioni azionarie. E siccome possiedono una conoscenza segreta e in effetti dispongono di fiumi di denaro, ottengono la fiducia ceca di molte persone che poi sono disposte ad obbedire a qualunque ordine.
Possono facilmente convincere una morigerata collegiale a darsi sessualmente a un vecchio finanziere per carpirne i segreti… In realtà il gioco funziona esattamente al contrario. Grazie all’illusione di una conoscenza segreta riescono a manipolare le persone e a far sì che gli adepti siano disposti a tutto pur di trovare le informazioni riservate con le quali poi queste due sette ottengono notevoli guadagni in borsa.
Non hanno nessun algoritmo magico, hanno molte orecchie e molte puttane… E sono maestri nel far parlare la gente.”
Lasciai che quel discorso affondasse nel lago ghiacciato della mia mente. Aspettai che si inabissasse per poterlo toccare in tutte le sue parti.
Ed ebbi di lì a poco la nitida certezza che Marco Giuffré diceva la verità.
Non esisteva nessun codice numerico, nessuna conoscenza cabalistica capace di regalare montagne di banconote con poco sforzo. Era vero invece che lo spionaggio finanziario era diventato negli ultimi vent’anni la fonte di denaro più grandiosa. Il traffico di droga, il commercio di armi, il gioco d’azzardo, il commercio sessuale, gli appalti truccati e le tangenti, messi insieme non facevano un decimo delle fortune che cambiavano di mano grazie alle semplici informazioni. Bastava sapere con un anticipo di poche ore che un’azienda era nei guai e usare il computer più vicino e scommettere su un differenziale a ribasso. Se sbagliavi perdevi tutto, ma se azzeccavi la previsione raddoppiavi il tuo capitale in meno di un giorno.
E speculare sulle informazioni riservate non rende necessario l’uso delle armi, anche se a volte aiutano… Il grosso del lavoro consiste nell’ascoltare molta gente, registrare molti dati e incrociarli.
Ma servivano molte persone assolutamente dedite al progetto. Gente animata da quello zelo e da quella passione che i soldi da soli non possono comprare.
Marco Giuffré riprese a parlare interrompendo i rimbalzi nella mia mente. Io sentii una fitta al collo e mi massaggiai delicatamente.
Lui disse: “Schiavi moderni. Schiavi consenzienti. Il resto sono tutte balle. Manipolano i cervelli. Questa è la verità.”
“Ma come fanno.”
“Sono bravi. E hanno molta fantasia. Ti accalappiano costruendoti addosso delle storie. Ti fanno vivere avventure pericolose, ti mettono al centro. Costruiscono un film con te dentro, ti fanno sentire in pericolo e poi ti salvano, costruiscono nella tua testa una gratitudine cristallina e la sfruttano per farti fare qualunque cosa. Ho sentito di una ragazza che ha partecipato a una rapina finita male ed è diventata una latitante, perennemente in fuga, per due mesi. Alla fine ha scoperto che la rapina era finta, finti i poliziotti che li avevano inseguiti, tutto finto. Non c’era nessun mandato di cattura contro di lei, non era ricercata. Lo ha scoperto dopo un mese che si prostituiva in un bordello clandestino. Anche i giornali che le avevano mostrato con sopra la sua fotografia erano falsi. Una storia da fantascienza: lei ci è quasi andata fuori di testa. Non hai idea di cosa siano capaci i tuoi amici. Poi puoi dire che quelli dell’Alleanza sono meno carogne e che quelli della Congregazione sono dei criminali fetenti. Ma alla fine sono la stessa cosa. E sono disposti a uccidere per tenere in aria i loro giochi.”

Andai a letto. Confuso. Una verità nascondeva un’altra verità che nascondeva una terza verità, che poteva essere benissimo una nuova, più raffinata menzogna.
Ma io mi chiesi se arrivare fin lì, alle Faggiasche, fosse il frutto del mio desiderio o di qualche oscura forma di ipnosi.
E Marco Giuffré faceva parte del mio incubo o del loro complotto?
E mi chiesi se l’attacco e la distruzione della fortezza potessero essere una messa in scena. Non mi pareva probabile. Troppo dispendioso. E poi quale poteva essere lo scopo? Mi venne in mente la storia dei nazisti che per scatenare l’odio verso gli ebrei organizzarono attentati dando ai semiti la colpa. La coesione del gruppo ha bisogno di un nemico. E se è un nemico mortale è meglio. La paura del nemico è un cemento formidabile per le relazioni autoritarie. Lo aveva scritto William Raich negli anni trenta osservando l’avanzata inarrestabile del nazismo.
Immaginai un gruppo di spietati nazisti che invece di invadere le nazioni scelgono di prendere possesso dei mercati finanziari. La stessa capacità di gestire l’isteria di massa del Terzo Raich unita alle tecniche di manipolazione moderne, dalla PNL in poi. Se Hitler avesse avuto un computer con una connessione veloce al mercato globalizzato avrebbe perso tempo a invadere la Russia? Certo se era così si trattava di un complotto molto complesso, molto più arzigogolato di quelli degli Illuminati immaginati dai blog complottisti… Ma la sfida moderna è quella della complessità…
Mi addormentai senza angustiarmi ulteriormente leggendo qualche pagina dell’Educazione militare delle Ragazze che avevo trovato nella libreria dell’ostello…

Forse il gatto era entrato nella notte. Ma la porta mi pareva di averla chiusa. Forse era sempre stato lì e non l’avevo visto. I gatti sono capaci di rendersi invisibili.
Comunque il gatto mi guardò.
Io continuai a dormire facendo finta di niente.
Poi il gatto mi guardò di nuovo. E io guardai il gatto.
Poi mi rimisi a dormire. Ma ormai sapevo per certo che il gatto mi stava guardando.
Allora guardai il gatto. E il gatto mi guardò. Poi finalmente mi svegliai, tutto sudato. Non c’era nessun gatto.
Mi misi sotto la doccia, cercando di ritrovare un filo che fosse attaccato da qualche parte.

Quando il mattino dopo mi svegliai in una giornata traboccante di sole mi ricordai che mi ero innamorato di una donna che si chiamava Deborah. Poi mi ricordai che stalinisti e nazisti stavano massacrandosi per il possesso della mia anima.
E come inizio giornata non fu un gran che.
Per fortuna nella sala dove servivano la prima colazione c’era dell’ottima marmellata d’arancia. Biodinamica. Non so cosa voglia dire ma mi piace il suono.
Sembra una cosa affidabile e moderna.

Rischiare la pelle galvanizza i desideri.
“Grossomodo sì… Concludevo il mio articolo osservando che fino ad ora si è trovato un solo modo scientifico di sfruttare gli squilibri distributivi dovuti alla legge che impedisce che nei piccoli numeri si manifestino vistose irregolarità (che scompaiono quando si prendono in considerazione numeri enormi di situazioni).
E si tratta proprio di qualche cosa di scientifico.
Gli uffici tributari del Governo Usa scoprono se il bilancio di un’azienda è falso analizzando la frequenza dei numeri.
Siccome è più probabile che un venditore fissi come prezzo 99 centesimi piuttosto che un dollaro, tutta la contabilità è permeata di una sovrabbondanza di 9 e suoi multipli.
Ma c’è anche una maggiore presenza abbastanza strana di alcuni altri numeri… Una frequenza che si ripete con grande costanza…
Se una persona invece falsifica i bilanci tende a scrivere cifre ripetendo più spesso alcuni numeri e crea quindi una frequenza dissonante rispetto a quella naturale. Ad esempio in un bilancio falsificato ci sono molti 11… Così li beccano subito!”
“Veramente se ci sono troppi 11 ti arrestano?” Chiese Ester stupita.
“No stavo inventando. Non so quali numeri siano più frequenti… Forse è un algoritmo che tengono segreto…”
Mi dedicai a finire un piatto di insalata condita con un ottimo olio di oliva e diedi loro il tempo di valutare il mio racconto.
La sala nel frattempo si era quasi svuotata e alcuni inservienti stavano pulendo i tavoli.
Noemi disse: “Ecco perché ti vogliono catturare. Tu hai raccontato il fulcro della loro teoria di manipolazione. Vogliono chiuderti in un sotterraneo e farti cercare numerini ricorrenti per il resto della tua vita.”
“Che numerino?” Chiesi io.
“I numerino che segnalano l’avvicinarsi di un momento di crisi.”
“E cioè?”
“Come credi che riescano a manipolare la borsa?
Loro usano proprio quel che dici tu. Analizzano parole e numeri e li trasformano in una linea sopra un diagramma che indica esattamente se in quel momento c’è una distribuzione omogenea di tutti i numeri oppure se alcuni numeri stanno intensificando la loro frequenza. Diciamo che non è un caso che un massacro avvenga in un giorno nel quale abbiamo già di base un’alta frequenza.
L’11 è più facile che intensifichi la sua presenza il 9-11, che dista 111 giorni dalla fine dell’anno… La presenza di una perturbazione della regolarità della frequenza di un numero “invita” altre coincidenze e fatti eclatanti ad addensarsi. Il crollo di un titolo azionario tendenzialmente avverrà in un momento di particolare frequenza di alcuni numeri…”
“mi sembra un po’ azzardato come ragionamento.” Dissi io.
“Può darsi. Ma non è questo il punto. Loro sono convinti che funzioni. E in effetti sostengono che tutti i soldi di cui dispongono derivano proprio dalla loro prodigiosa capacità di intuire i momenti di crisi delle quotazioni azionarie e realizzare enormi guadagni scommettendo sui crolli al momento giusto… Scommettono sui crolli perché sono più facili… E anche i nostri cari vecchietti che ci ospitano ne sono convinti… Tutti questi ragazzi cosa credi che facciano dalla mattina alla sera sui loro computer? Immagazzina ogni sorta di dati, dalle temperature climatiche alle estrazioni del lotto. E analizzano minuto per minuto questo flusso di numeri cercando eccessi di frequenze… Come facciano poi a scoprire da questo qualche cosa di utile non saprei dirtelo. Ma tutta questa guerra gira intorno a questa sfida matematica e a cosa puoi fare o non fare con la montagna di denaro che ci tirano fuori.”
La guardai intensamente. Forse sperando che la forza del mio sguardo potesse costringerla a ritrattare quanto aveva appena detto.
Mi sembrava una totale follia.
Tutto. Far soldi sfruttando le frequenze numeriche ma anche prendersela con me perché avevo scritto quattro cose elementari sui numeri.
Ma quale altra spiegazione potevo dare di tutto quanto era successo fino ad allora? Nessuna.
E quando non hai nessun’altra spiegazione per un evento è facile aggrapparsi alla meno stupida. Non capire proprio niente è angosciante.
Ma abbracciare un’idea solo perché non ne hai un’altra migliore non è il massimo del buon senso.
E’ un comportamento stupido quanto diffuso.
Una reazione automatica nella quale speravo di non cadere. La mia capacità di ragionare è una cosa alla quale tengo parecchio. Di cervello ne abbiamo uno solo e se lo spampani mettendoci dentro delle stronzate semplicistiche prima o poi devi pagare il conto.

Ok, allora diciamo che esiste un partito dei cattivi che vogliono manipolare il mondo utilizzando conoscenze numeriche e manipolazioni e chissà cos’altro. Poi c’è il partito dei buoni che cerca di impedire a questi malvagi di controllare il mondo.
Ma questo non vuol dire che si stia guardando la battaglia giusta.
Allarga la tua visuale, non restare intrappolato nelle strutture di causa e effetto che colpiscono la tua mente.
Di fronte a te si svolge una battaglia, e vero. E per una serie assurda di casualità tu sei coinvolto nella battaglia. Sei diventato una preda per i cacciatori e c’è pure chi ti vuole difendere.
Ma è questa la tua battaglia?
E veramente questo lo scontro che sta determinando i destini del mondo?
Magari ti sei imbattuto in due eserciti di imbecilli che si stanno massacrando convinti di lottare per ottenere chissà ché e invece la loro battaglia è completamente ininfluente. Non ha nessun modo di incidere sul futuro.
E quello che accadrà dipende da tutt’altra questione.

 

INDICE CAPITOLI

Capitolo 1 Ottima marmellata d’arance

Capitolo 2 Ragazze educate

Capitolo 3 Una situazione complessa

Capitolo 4 Agguati mentali

Capitolo 5 Eventi indecifrabili

Capitolo 6 La Fratellanza

Capitolo 7 Nera. Ma quanto nera?

Capitolo 8 Il tripudio della confusione

Capitolo 9 La Fortezza

Capitolo 10 Scatole dentro scatole dentro scatole

Capitolo 11 La Polizia Alchemica

Capitolo 12 Fisso il pensiero fisso

Capitolo 13 clicca qui

Capitolo 14 clicca qui

Capitolo 15 clicca qui

Capitolo 16 Pinin

Capitolo 17 Fine

 

La formazione militare delle ragazze.

Capitolo 9

I telegiornali ebbero un bel da fare a raccontare cosa era successo.
Nella battaglia alla fortezza erano restati a terra 98 cadaveri.
La polizia brancolava nel buio: terrorismo, sette sataniche, trafficanti di droga. I resti di una grande quantità di computer diedero da fare ai tecnici della squadra informatica che in effetti capirono ben poco delle stringhe di numeri archiviati. Conclusero che si trattava di una sorta di alchimia magica… Quindi una setta esoterica…
Quella notte scoprii anche il nome di quelli che avevano attaccato la Fortezza: la Congregazione.
Me lo disse l’uomo con gli occhiali arancione, che mi spiegò che loro, i buoni, avevano scelto come nome l’Alleanza.
Camminammo a lungo per le campagne e lui aveva voglia di parlare.
In testa mi si precisava un quadro sempre più chiaro. La Congregazione e l’Alleanza si combattevano da parecchi anni. Entrambi volevano utilizzare l’analisi della frequenza dei numeri per prevedere le oscillazioni azionarie e accumulare montagne di soldi.
Ma la Congregazione desiderava soltanto usare questo denaro per dominare il mondo. Invece l’Alleanza usava il denaro sottratto dal mercato azionario per compiere opere meritorie e tra queste, fondamentale, sventare i piani di dominio della Congregazione.
Mentre camminavo a fianco dell’uomo con gli occhiali arancione mi chiesi cosa c'entrassi io in quella guerra e perché mai c’ero finito in mezzo.
Avevo rischiato di morire o di uccidere. Per fortuna entrambi i destini mi erano stati risparmiati grazie a un colpo benefico del caso. 
 

Ma ero profondamente scosso e avevo in gola una sensazione metallica che mi era via via aumentata da quando era iniziata quella fottuta storia, con un sogno e una telefonata.
Avevo voglia di essere da un’altra parte.
I prati che attraversavamo erano umidi e la terra si attaccava alle suole delle scarpe rendendo faticoso camminare.
Impiegammo due ore a raggiungere un albergo che era il punto di raccolta dell’Alleanza, stabilito in caso si presentassero situazioni di emergenza che costringessero ad abbandonare la Fortezza.
Gente previdente.
Ma di un tipo di previdenza che mi metteva ansia.
Ero indeciso come una suora incinta.
Desideravo essere da un’altra parte.

L’hotel era il Red King, una costruzione moderna, isolata dal resto del mondo da un parco e un grande parcheggio. Mattoni rossi, cristallo e decorazioni minimaliste. Nella grande hall con il soffitto alto e grosse travi di legno che lo sostenevano, si erano radunati buona parte dei reduci della battaglia.
I bambini erano stati messi a dormire tutti insieme e due ragazze erano restate di guardia.
Le tre Sorelle Tempesta, che mi avevano bene o male trascinato in quel casino, stavano sedute in mezzo alle altre donne. Quando entrai si alzarono e vennero ad abbracciarmi, sentii la loro emozione e anch’io mi emozionai. Mi fece immensamente piacere che tenessero a me. Era una cosa buona in una pessima giornata.
Mi sedetti vicino a loro spossato, mi fu offerto un thè con biscotti secchi. Delizioso.
Essere ancora in vita mi stava provocando l’ampliarsi delle percezioni. Ero ipersensibile.
Piano piano molti scelsero di andare a dormire a piccoli gruppi. Nessuno voleva stare in una camera singola. Sentii una ragazza che diceva: “Preferisco dormire per terra che da sola.”
Verso le tre di mattina eravamo restati in una decina.
Io ero semisteso sul divano e guardavo il soffitto, senza formulare neppure un pensiero.
Ester mi chiese: “Sai che giorno era ieri?” La guardai interrogativo, non mi diede il tempo di pensare alla risposta. “era il 12-12-2012. E l’attacco alla Fortezza è iniziato alle 21 e 12 minuti. E 21 è il rovescio di 12.”
Girai la testa e la guardai. Mi sorrideva radiosa, accovacciata, indossava un paio di jeans e un maglione che sospettavo fosse assolutamente morbido…
Feci uno sforzo notevole per decifrare quello che mi aveva appena detto. Poi decisi che non ero in grado: “Casualità affascinanti.” Risposi ma evitai di mettermi a discutere di numeri.
Noemi disse: “Che ne dite se andiamo a dormire?”
Ester e Miriam annuirono.
Noemi mi guardò: “Vieni a dormire con noi?”
Qualcuno dentro di me fece un sobbalzo. Era una mia identità molto maschia che intravide rosee possibilità e mi proiettò dentro la mente un’immagine di corpi caldi che si premevano nell’estasi.
Qualunque calamità non è in grado di spegnere il desiderio degli umani. Anzi dopo che hai scampato un grave pericolo si risvegliano pulsioni che hanno come unico obiettivo la continuazione della specie.
Prendemmo l’ascensore e salimmo al secondo piano. Quando fummo di fronte alla loro camera restai a guardare per qualche secondo la targhetta della porta. La camera era la numero 212.
Le guardai. Ester scoppiò a ridere: “Siamo perseguitate dai numeri.”
Mentre loro tre si chiudevano in bagno io mi distesi sul letto.
Pochi minuti dopo mi trovarono profondamente addormentato.

Sognai di nuovo la ragazza che mi diceva con aria allarmata: “Vieni a salvarci Timbuktù è assediata!”.
Poi sognai che la polizia faceva irruzione a casa mia. Di fronte a un palazzo disseminato di finestre nere un mio sosia mi diceva: “Tutto quello che è dentro è fuori, ma tu stai guardando dalla parte sbagliata!” Non avevo idea di che cosa volesse dire. Ma quelle parole mi lasciarono una sensazione sgradevole.

La mattina mi svegliai lentamente. Per parecchi secondi non fui in grado di capire dove ero e perché. Poi i ricordi si disposero in modo ordinato nella mia mente.
Nella stanza ero solo.
E le tre sorelle?
Succedeva sempre così… La notte erano lì ma al mattino erano sparite…
Scesi nella hall in cerca di cibo. Al bancone del ricevimento mi diedero un biglietto.
C’era scritto: “Dobbiamo risolvere una questione urgente. Ci vediamo domani.”
Mi chiesi: “Dove?”.
Poi mi ricordai come fossi crollato nel sonno la sera prima perdendomi eventuali scenari sensuali.

Feci colazione nella sala ristorante dell’albergo semideserta con un thè e una fetta di pane tostato con burro e marmellata di arance (ahimé di non eccelsa qualità ma comunque gradevole… Ho un debole per la marmellata d’arance…).
Mentre inzuppavo il pane si materializzò nella mia mente l’immagine di una casa con un grande castagno davanti. Un’immagine gradevole.
Conoscevo quel posto e mi resi conto che desideravo essere lì.
Ma le tre Sorelle Tempesta mi avevano chiesto di aspettarle.
Ci sono momenti nei quali devi decidere se fare quel che ci si aspetta che tu faccia oppure agire in modo imprevisto.
Quando ti sparano addosso e ti trovi nel bel mezzo di un massacro tendi a sentirti minacciato.
Io mi sentivo pure incapace anche soltanto di capire lo scenario intorno a me… La serie di eventi incredibili che mi aveva risucchiato era insensata.
Improvvisamente presi una decisione. E appena decisi mi sentii enormemente sollevato.
Non avevo bagagli. Lasciai al banco dell’accoglimento un biglietto per le sorelle.
Non sapevo proprio cosa scrivere. Quindi decisi di usare uno stile criptico. Scrissi: “Ho un impegno urgente con la mia vita. Spero stiate bene. Siate prudenti, siamo in mezzo a una follia collettiva. Un abbraccio.”
Rilessi quelle tre righe. Poteva andare.
In tasca avevo 43 euro. Mi incamminai verso la fermata di un autobus che mi portò a Milano. Passai da Antonio Ravalli, un compagno dei tempi dei cortei studenteschi. Avevo bisogno di soldi. Lo accompagnai in banca e mi prestò mille euro.
Sapeva che glieli avrei restituiti.
Se non freghi mai nessuno, alla lunga i tuoi amici si fidano di te. E quando sei nella merda è una gran comodità avere qualcuno che si fida di te.
Con i soldi in  tasca iniziai la mia fuga. Avevo dato per scontato che qualcuno mi avesse seguito.
Entrai e uscii da un paio di supermercati, passando per porte secondarie e parcheggi.
Poi feci una serie di percorsi che avevano l’unico scopo di verificare l’esistenza di un’eventuale coda. Mi sembrava di essere in un film.
Quando fui abbastanza sicuro di non portarmi dietro inseguitori salii su un autobus verso la periferia, poi un passaggio da un camionista, fino a Lodi. Lì presi un treno locale per Bologna, poi un autobus per Sasso Marconi. Comprai in un ferramenta un binocolo cinese da 10 euro, potentissimo, e un coltello a serramanico. Poi salii su un altro autobus e infine proseguii a piedi per 3 chilometri per arrivare fino alla Faggiasca, un podere isolato sulle colline emiliane, verso il confine con la Toscana.
Quando arrivai in cima alla salita mi fermai, mi misi in bocca una bacca di ginepro e iniziai a scrutare la valle con il binocolo. Dal punto che avevo scelto per fermarmi potevo vedere la valle nitidamente. Restai lì un’ora ma non arrivò nessun bipede, buono o cattivo che fosse.
Poi ripresi il cammino.
Quando arrivai alla Faggiasca il sole stava tramontando. Ero stato lì un paio di volte anni prima a spaparanzarmi sotto il sole estivo. Nella grande casa ospitavano cittadini in cerca di un po’ d’aria che amavano le carni chianine allevate al pascolo, le verdure coltivate in un orto che sembrava una scultura dadaista, e il vino che apriva la mente come un apriscatole. E se esageravi con la quantità te la lasciava aperta tutta la notte.
Gestivano l’ostello collinare due famiglie di milanesi pentiti, persone delle quali avevo un ricordo gradevole.
Escludevo che chiunque, anche conoscendomi, potesse collegarmi a quel posto.
Volevo sparire.
Marco Giuffré, mi accolse con un bel sorriso. E mi assegnò una camera che aveva le finestre verso oriente.
Dopo la cena a base di polenta bianca e brasato insaporito col barolo, mi venne una gran voglia di sdraiarmi e lasciare che le parti del mio corpo si riconnettessero tra loro.
C’era una libreria con un centinaio di volumi a disposizione degli ospiti. Pensai di portarmene uno in camera casomai avessi avuto difficoltà ad addormentarmi.
Lo sguardo mi cadde su titolo che mi ricordavo bene. Era un’altra copia dell’Educazione Militare delle Ragazze.
Questa volta però il titolo corrispondeva al contenuto. In copertina c’era il disegno di tre ragazze che sorridevano, ritratte a mezzo busto. Dietro di loro un prato in fondo del quale iniziava un bosco fitto, si vedeva anche lo scorcio di una grande casa… Il disegno era nello stile anni ’50 delle copertine della Domenica Illustrata.
Le tre ragazze indossavano tailleur grigi e camicie bianche con l’ultimo bottone slacciato, sembravano delle eleganti impiegate di banca.
Quell’immagine andava bene per la pubblicità di una scuola femminile per dirigenti d’azienda.

Entrai nella doccia calda, mi tolsi di dosso il sudore e un po’ di tensione restando sotto il getto dell’acqua per una mezz’ora. Avevo comprato una maglietta nel bazar della locanda e quando mi misi a letto ero più candido di un giglio vergine.
Accesi la luce sul comodino di legno, presi il libro e lo sfogliai. Mi misi a scorrere il primo capitolo che avevo iniziato a leggere per continuare la lettura. Ma il primo capitolo era diverso. Quello che avevo letto a casa di Miriam diceva che una ragazza che abbia avuto una buona educazione militare avrebbe colpito solo 6 punti di un aggressore e non avrebbe cercato di centrare i genitali... Ma nel libro che avevo in mano l’inizio del primo capitolo era ben diverso. Parlava indiscutibilmente dell’educazione militare delle ragazze, ma non era lo stesso primo capitolo. Lo stile di scrittura era completamente diverso come il modo di affrontare gli argomenti.
Cominciava così:
“Della necessità di un’educazione militare.
Un padre augurerà sempre alla figlia di avere una vita serena e morbida. Ma saprà anche che esiste la possibilità, anche per la più dolce delle figlie, di incontrare sfortunatamente perigliosi frangenti.
Quindi il padre amorevole si preoccuperà di fornire alle figlie femmine una opportuna conoscenza della realtà della guerra.
Questo darà ad esse maggiori probabilità di successo ma le temprerà pure in un modo di pensare, efficiente e calcolato, che è di massima utilità anche al di fuori dei bellici contesti.
E quando il ruggito del mondo dovrà essere fronteggiato, le fanciulle si ricorderanno la fermezza della voce del padre e la rettitudine dei suoi insegnamenti e potranno seguirli e trarne ispirazione.
E potranno trovare la calma mentale per valutare non solo la forza dell’avversario ma anche il terreno sul quale si combatte. E sapranno che spesso la vittoria non viaggia sulle tue spade ma sul suolo sopra il quale il tuo nemico poggia i piedi.
Ad esempio il prode Alexander Nevsky attirò i pesanti cavalieri teutonici sopra le acque di un lago ghiacciato, il suo esercito si diede alla fuga, i cavalieri caricarono e la quantità di metallo delle loro armature, unita all’impeto del galoppo, sfondò la crosta di ghiaccio e tutti i teutonici precipitarono nell’acqua gelida morendo rapidamente, trascinati al fondo dalle stesse preziose armature che li avrebbero dovuti difendere.”
Chiusi il libro. Guardai la carta da parati a cerchi verdi che copriva la parete di fronte al letto e mi chiesi che senso poteva avere quel testo, e perché il caso o qualcuno poteva aver deciso di farmelo trovare per la terza volta… escludevo che chicchessia avesse mai potuto prevedere che io sarei giunto in quella casa. Quindi dovevo pensare che fosse il caso a governare quella coincidenza. Ma cazzo! Che caso assurdo.

 

INDICE CAPITOLI

Capitolo 1 Ottima marmellata d’arance

Capitolo 2 Ragazze educate

Capitolo 3 Una situazione complessa

Capitolo 4 Agguati mentali

Capitolo 5 Eventi indecifrabili

Capitolo 6 La Fratellanza

Capitolo 7 Nera. Ma quanto nera?

Capitolo 8 Il tripudio della confusione

Capitolo 9 La Fortezza

Capitolo 10 Scatole dentro scatole dentro scatole

Capitolo 11 La Polizia Alchemica

Capitolo 12 Fisso il pensiero fisso

Capitolo 13 clicca qui

Capitolo 14 clicca qui

Capitolo 15 clicca qui

Capitolo 16 Pinin

Capitolo 17 Fine

 

La formazione militare delle ragazze. Il tripudio della confusione

Capitolo 8

Avevo sognato di fare a botte tutta la notte. Prevalentemente con lucertole-locuste bipedi che avevano un alito straziante.
Avevo sognato che le facevo a pezzi a mani nude.
E mentre spezzavo ossa e chele e spargevo intestini e sangue verde su prati rachitici mi complimentavo con me stesso. Una roba tipo: “Wow! Non credevo di essere così forte!”
Non serve uno psicanalista per capire che il mio inconscio era stato influenzato dagli eventi degli ultimi due giorni.

Stavo ancora con gli occhi chiusi ma già avevo percepito una presenza nella stanza. Mi fissava insistentemente. Avrei preferito non aprire gli occhi in nessun caso. Ma ben presto mi resi conto che la presenza non avrebbe smesso di fissarmi. Quindi mi rassegnai e guardai.
Miriam era di fronte a me.
Mi osservava con l’espressione che si usa guardando una grossa cacca. Mentre ci si chiede quale bestia può averla fatta così grossa.
“Ciao!” Dissi.
“Che ci fai qui?”
“Passavo...”
“Anche questa volta ti sei scopato mia sorella a tua insaputa?”
“No questa volta no.”
Odio gli scontri interpersonali. Non servono a niente. Ma in questo caso mi faceva piacere vedere che era incazzata. Mi sentivo gratificato.
“Beh, riprenditi. Hai una mattinata intensa. I nostri salvatori vogliono verificare che tu non contenga virus potenzialmente letali per la comunità. Ti aspettano in infermeria.”
“Come la trovo?”
“Segui i cartelli.”
Non disse altro e se andò.
Io sorrisi.

John Mac Cluan, nel suo trattato sulle dinamiche di massa, spiega che una comunità fortemente coesa, che tende a percepire il resto del mondo come nemico/minaccia, svilupperà comportamenti ossessivi miranti all’autodifesa.
I rituali di sicurezza e i riti di affiliazione diventano via via più complessi e incomprensibili col crescere del tasso di paranoia collettiva. Ugualmente si svilupperà la dipendenza da un capo.
Si tratta di tre fattori intimamente connessi e interdipendenti. Autorità, paranoia e rituali sono il cemento delle sette e delle organizzazioni clandestine. Non importa se si tratta di studenti drogati, eretici, tifosi di calcio, terroristi politici o semplici criminali.
Quello che stavo per scoprire era che anche i miei ospiti erano leggermente fissati…
Quando arrivai all’infermeria fui preso in consegna da una dottoressa cinquantenne che mi fece fare il giro di ambulatori con signore in camice bianco (tutte donne), che mi fecero spogliare completamente, mi diedero una specie di accappatoio stretto e corto, mi auscultarono e mi tirarono sangue, mi attaccarono ventose e sensori, prelevarono frammenti di unghia, gocce di saliva e capelli brutalmente strappati con tutta la radice e mi infilarono in una serie di macchine che mi guardarono dentro.
Un trattamento spersonalizzante.
Poi la mia accompagnatrice, mentre ero ancora sommariamente coperto soltanto dall’accappatoio, mi passò a una sua collega del settore psicologia: un’altra cinquantenne con le labbra rosse come buccia d’arancia e una corporatura decisamente formosa.
Mi fece distendere sopra un ennesimo lettino, mi mise in testa una retina di plastica piena di sensori che mi aderivano al cranio, mi spalmò i punti di contatto col cuoio capelluto con un’emulsione e iniziò a osservare un monitor e a farmi domande: scuole frequentate, malattie, vaccinazioni, rapporti con alcool e droghe, attività lavorative. Dopo una decina di minuti, con un gesto fluido aprì il mio accappatoio e prese il mio pene saldamente in mano. Mentre io restavo paralizzato dallo sconcerto lei mi chiese: “Tu odi la nostra organizzazione?”
E poi continuò con domande simili: “Sei qui per spiarci?”
Contemporaneamente entrò un’altra donna, giovanissima, e iniziò a far scorrere i palmi delle mani lungo il mio corpo, senza toccarmi, mantenendo una distanza di un centimetro tra i suoi palmi e la mia pelle. Muoveva le mani come fossero i sensori di un metal detector.
Intanto l’altra continua a chiedermi se ero un traditore infiltrato bastardo usando una voce piatta. Mi chiedeva se tifavo per qualche squadra di calcio e quale era il mio film preferito.
Sempre tenendo saldamente il mio membro.
Una cosa veramente imbarazzante!
Quella messa in scena aveva l’evidente scopo di destabilizzarmi e permettere alla macchina di osservare le mie reazioni in una situazione di shock.
Pensai che se i numeri che stavano apparendo sul monitor del pc fossero stati quelli sbagliati rischiavo di morire di lì a pochi minuti. Poi notai che tutta la sequenza a partire dalla sfilza di controlli medici era costruita abilmente proprio per portarmi in quella stanza con le batterie energetiche al minimo e quindi più facilmente espugnabile da una serie di domande dirette e pratiche sessualmente anomale.
E’ evidente che se una sconosciuta ti stringe il pene con forza, all’improvviso, un minimo di sbalzo emotivo ti pervade. Se sei umano, vivi in questo millennio e non sei ancora cadavere.
Per fortuna non ci furono aumenti volumetrici, il che mi evitò un’impennata dell’imbarazzo.
Era la cosa meno sensuale che avessi mai vissuto.
Quattro ore dopo ero ancora vivo ed ero seduto nella sala mensa dove un centinaio di persone consumavano un pasto salutista. Grandi tavoloni di legno e panche.
Era sera, anche se non si vedeva perché eravamo sottoterra. Servivano la cena alle sei di sera. Una cosa da Alaska. Alle sette piacciono le stranezze.
Stavo mangiando un piatto di spaghetti cucinati approssimativamente ed ero seduto vicino alle tre sorelle: Miriam, Noemi e Ester. Ester mi guardò in modo neutro, quasi non fosse successo niente quella notte in camera sua. Miriam sembrava aver dimenticato il risveglio traumatico al quale mi aveva sottoposto.
Forse era al corrente dell’investigazione paramedica che avevo subito e questo la soddisfava come una vendetta…
Miriam addentò una mela e mi disse: “Mi spieghi cosa hai messo sul tuo blog che li ha fatti così incazzare?”
Mi sembrò giusto rispondere in modo esauriente. Non avevo niente da nascondere e ci tenevo a chiarire che ero capitato in quella storia senza alcun motivo plausibile.

Il testo incriminato
Dissi: “Mi sono reso conto che è in corso un grande scontro culturale tra i sostenitori della scienza e tutta una serie di teorici del magico, degli extraterrestri dei complotti e della fine del mondo.
Da una parte i neomistici forniscono una serie di informazioni false, imprecise o irrilevanti cucendo teorie sul nulla. Ad esempio, quella lettera sulla frequenza del numero 11 intorno all’attentato delle Torri Gemelle.
La lettera fornisce una serie di numeri (11-9-2001, la sigla dell’aereo schiantato, il numero dei morti) e dice alla fine: non è incredibile che il numero 11 appaia così tante volte?
Non dice altro ma evidentemente allude a qualche cosa di soprannaturale.
A questa missiva molti hanno risposto dimostrando che parecchi numeri sono sbagliati. Le coincidenze si basano su falsificazioni: numero sbagliato dei morti, sigle di aerei errate eccetera.
E così sottintendono che non vi sia nessuna coincidenza particolare basata sul numero 11 il giorno degli aerei dirottati.
Quel che io ho scritto è che entrambi i partiti stanno delirando.
I difensori della scientificità si dimenticano che una volta che si eliminano i dati inesatti la quantità di 11 che appare in relazione agli attentati delle Torri Gemelle è comunque enorme!
Potrebbero spiegare questo fatto utilizzando elementari leggi statistiche ma non lo fanno… Forse sono convinti che il grande pubblico non possa capire la logicità di queste leggi matematiche e si convinca ancor di più dell’esistenza di prodigi mistici e complotti degli Illuminati.
Sulla barricata opposta ci sono persone che si stupiscono per qualche cosa che è banale quanto l’acqua calda e creano teorie assurde perché a scuola quando spiegavano statistica cadevano in uno stato di ipnosi catatonica.
Ho spiegato semplicemente questo nell’articolo che ho pubblicato sul mio blog: ci sono due schieramenti ideologici che si scontrano animati dalla stupidità o dal disprezzo dell’altrui intelligenza. Non pensavo certo che poi qualcuno avrebbe cercato di catturarmi o spararmi per questo.”
Le guardai, una per una in viso, per vedere che effetto aveva fatto il mio discorso.
Miriam ricambiò lo sguardo con un’aria interrogativa, storse un po’ la bocca e poi disse: “E allora?”
“E allora che?”
“Allora qual è la legge matematica che spiega l’alta frequenza del numero 11? Non ci reputi abbastanza intelligenti per enunciarla?”
“No, per carità. Non volevo annoiare.” Mi guardarono senza espressione. Tutte e tre. E allora ebbi la netta conferma che erano veramente sorelle. Identiche!
“La principale legge della statistica riguarda la distribuzione omogenea dei fenomeni.
Se butto una moneta 100 milioni di volte la moneta cadrà un numero pressoché uguale di volte su ciascuna delle sue facce.
Ma il secondo principio della statistica è che se io butto la moneta solo 10 volte avrò molto probabilmente più uscite testa o più risultati croce.
Sui piccoli numeri è facile che si verifichino squilibri distributivi. (1)
Se prendete qualunque giorno dell’anno, trascrivete i numeri relativi ai fatti che occupano le prime pagine dei giornali di quel giorno, e andate a vedere quante volte ricorrono i numeri da 1 a 20 scoprite che quasi sempre (non sempre) vi è una certa cifra che è più frequente. Non potrebbe essere altrimenti.
La cosa non ha un significato particolare. I prati sono verdi, il cielo è blu e in certi giorni succede per caso che un numero o certi fatti siano più frequenti…
Possiamo semplicemente dire che è in un tal giorno dell’anno è successa una cosa strana… Una casualità particolare…
E ci sono poi giorni che sono particolarmente particolari.
L’11-9-2001, ad esempio, data nella quale mancano 111 giorni alla fine dell’anno, nell’11° Stato degli Usa, vengono distrutte le Torri Gemelle, che hanno la forma di un 11 e il primo aereo a schiantarsi è il volo numero 11.
Ma l’11 settembre è anche un giorno eccezionale nella storia, sono state combattute molte più battaglie importanti rispetto alla media riscontrabile nella maggioranza delle date.
Ma l’11 settembre non solo ci sono state molte battaglie generiche, di queste ben quattro sono notevoli.
L’11-9 dell’anno 9 dopo Cristo, l’avanzata romana in Germania viene definitivamente fermata nella foresta di Teutoburgo.
L’unica volta che i nativi americani sono riusciti a distruggere una città dei bianchi è avvenuto l’11-9 del 1541, a Santiago del Cile.
E l’11-9-1683 Giovanni Sobieski libera Vienna dall'assedio turco e ferma per sempre l'avanzata ottomana in Europa.
L’11-9-1973 avviene il golpe in Cile.
E poi c’è 11-9-2001.
Se poi aggiungiamo che la chiesa Cattolica onora in questo giorno ben 9 martiri (2), un numero eccezionale rispetto alla media, abbiamo un bel pacchetto di casi coincidenti.”
Mi produssi in un’aria soddisfatta. Mi pareva di aver fatto un discorso chiaro.
“Tutto qui?” Chiese Noemi con un sorrisetto.

Stavo per rispondere quando iniziò a sentirsi uno scampanellio. Non era molto forte ma la mia attenzione fu richiamata dal fatto che tutti i presenti di immobilizzarono. Due inservienti lasciarono cadere le scope, uno urlò: “Siamo sotto attacco” e poi tutti corsero verso l’uscita della sala mensa. Anche noi scattammo in piedi e raggiungemmo rapidamente il corridoio.
Incrociammo una decina di persone che trasportavano fucili, mitragliatori e cassette di lamiera piene di proiettili e già aperte. Ci urlarono di correre nella grande sala.
Cosa avevano intenzione di fare?
Forse la cosa migliore non era raggrupparsi nella grande sala ma trovare un nascondiglio.
Non ero proprio sicuro di volermi fidare del loro sistema di difesa. Ma non avevo idea di cosa stesse succedendo. Quindi rimandai ogni decisione.
Nella grande sala c’erano già una cinquantina di persone. Per lo più anziani e bambini. Un paio di donne col pancione e un ragazzo con la gamba ingessata.
Alcuni anziani erano armati. Uno aveva un elmetto dei marines in testa. Le tre sorelle si erano avvicinate ai bambini.
Ci furono un paio di forti esplosioni seguite dal frastuono di muri e travi che crollavano. Evidentemente eravamo sotto l’attacco di una forza che non poneva limiti alla sua azione militare. E che aveva i mezzi per farlo.
Sentii una corrente gelata salirmi lungo la schiena e subito dopo un’ondata di calore arrivarmi in faccia. E quel sapore metallico in fondo alla gola.
Come sangue secco.
Le luci si spensero e dopo un attimo si accesero le lampade di emergenza che emettevano una luce azzurrognola e debole che dava alla sala un aspetto drammatico.
Una donna gridò: “Tutti al tunnel! Seguitemi.”
Il gruppo si mosse dietro di lei ma non tutti. Una decina di anziani  presero a rovesciare tavoli, sedie, carrelli e altri arredi creando una barricata.
“Resto con voi!” dissi avvicinandomi. L’anziano calvo, con gli occhiali arancioni, col quale avevo parlato al mio arrivo alla Fortezza, mi disse: “No. Vai con gli altri. Ci pensiamo noi a rallentarli.”
“Volete fare gli spartani?”
Il vecchio mi guardò con la mente altrove. Dopo qualche secondo di silenzio disse: “Vai. Non ho tempo da perdere. Rispetta la nostra decisione e non costringermi a spararti. Nei momenti di emergenza la disciplina è tutto e va fatta rispettare. Io qui sono il capo. Vai via!” Dopodichè puntò la canna del grosso mitra che imbracciava direttamente contro la mia faccia. Dai suoi occhi capii che non avrebbe esitato a spararmi. Conoscevo quello sguardo. Conoscevo quello stato d’animo. Una particolare stato di follia durante il quale non sei capace di considerare la tua eventuale morte come un aspetto significativo della situazione. E’ uno stato d’animo che ti porta ad agire in modo piuttosto rigido. Qualunque flessibilità ti farebbe perdere la concentrazione sul tuo scopo. E in quei momenti è determinante il tuo livello di focalizzazione…
Aveva deciso di morire con i suoi amici e non aveva intenzione di tollerare cambiamenti di programma.
Decisi di rimandare la mia dipartita. Uscendo da quella grande sala guardai quegli uomini che si apprestavano a morire.
C’era qualche cosa di poetico nel loro modo di muoversi.
Incredibile come a volte gli esseri umani riescano a rendere elegante una cosa così scomoda come la morte.
Raggiunsi il gruppo che si dirigeva ai tunnel. Noemi era l’ultima del gruppo, aveva in braccio una bambina che poteva avere 3 anni.
Le chiesi se potevo prendere la bambina in braccio. Ma la piccola stava piangendo e sicuramente sarebbe stata più tranquilla con Noemi. Me lo fece capire con un solo sguardo.
Non potei fare a meno di notare quanto fosse bella.
Sentii un forte calore allo stomaco.
Esplosioni, pericolo, donne da proteggere, bambini da salvare, sono queste le cose che riescono a scatenare le scariche emotive più potenti. Droghe che ti resettano il cervello sono pompate violentemente nelle tue vene, orde di ormoni portano alle cellule ordini inderogabili.
La chimica della paura, della speranza, dell’ira.
Non sono belle situazioni ma non si può negare che in quei momenti ci si sente straordinariamente vivi.
Il buon vecchio istinto selvaggio che scattava nei nostri antenati maschi quando la tigre coi denti a sciabola (una bestia orrenda!) minacciava il branco.
Le droghe che il cervello produce sotto shock hanno proprio quello scopo: trasformare un tranquillo webmaster in un gorilla impazzito.
Un grosso gorilla impazzito.

Alla fine del corridoio scendemmo una rampa di scale e percorremmo un secondo corridoio che proseguiva a un livello inferiore, poi oltrepassammo una porta. Una stanza. Un pesante armadio che venne spostato da decine di mani. Un portellone che lasciammo aperto sperando che la nostra retroguardia decidesse di ritirarsi. E poi un tunnel strettissimo, nel quale dovevamo correre piegati. Piccoli led rischiaravano il percorso. Dopo dieci minuti di corsa un’altra porta di ferro. Fuori un roveto nascondeva un sentiero strettissimo. Poi un prato. A un centinaio di metri un bosco fitto che si perdeva nella notte.
Individuai le tre sorelle, si occupavano di far correre i bambini verso il bosco. Vidi una donna castana, con un berretto in testa che aveva un fucile a tracolla. Le dissi:”Dammelo che resto indietro a coprirvi.” Lei mi sorrise e me lo diede ben volentieri insieme a tre caricatori. Mormorò: “Non so neanche sparare…” Mi feci dare anche la pila che teneva in mano. Mentre i fuggitivi correvano verso il bosco la sistemai per terra, vicino all’uscita del tunnel. Con un paio di pietre la bloccai in modo che illuminasse eventuali inseguitori. Volevo sapere a chi avrei sparato e non rischiare di colpire qualche spartano superstite.
Trovai una grossa pietra a una ventina di metri di distanza. Era vicina a un canale che avrei potuto sfruttare per ritirarmi.
Calcolai di avere qualche minuto prima che arrivassero. Appoggiai il fucile per terra e mi misi a spostare alcune pietre lì intorno in modo che mi offrissero un riparo mentre scivolavo nel canale.
Non feci un gran lavoro ma mi tranquillizzò.
Il fucile era una carabina Remington con un caricatore da 5 colpi. Non avevo mai visto quell’arma ma grossomodo capivo come funzionasse. Misi il colpo in canna, tolsi la sicura e mi sdraiai per terra dietro il masso. Respirai lasciando uscire l’aria senza sforzo. Rilassa.
Avevo sempre pensato che uccidere è una cosa terribile. Ma in quel momento non ci pensavo.

Passarono parecchi minuti. Non saprei dire quanti. Poi la terra tremò. Dopo un po’ vidi un movimento all’uscita del tunnel.
Un uomo poi un altro. Tenevo il primo al centro del mirino. E respiravo come in un sospiro di sollievo. Se proprio dovevo ammazzare qualcuno dovevo essere sicuro che fosse un nemico.
Da come si muovevano capii che dovevano avere una certa età.
Non tutti gli spartani si erano fatti ammazzare. Sorrisi sollevato: per il momento non dovevo ammazzare nessuno.
“Eih! Chi siete?” Sibilai.
“Siamo noi!”
Dialogo imbecille. Ma mi occorreva solo sentire la voce di uno di loro.
Vennero verso di me: “Abbiamo fatto saltare il tunnel, gli altri sono morti.” Li lascia avvicinare tenendo sempre il primo sotto mira, acquattato nella mia postazione. Volevo essere prudente.
Poi riconobbi l’uomo calvo con gli occhiali arancione. Disse: “E’ inutile aspettare. Non verrà nessuno. Scappiamo per il bosco.
Affrettammo il passo verso la boscaglia. Loro non parlavano.
Tutti gli altri erano morti.
Chissà quanti…
Dopo un paio di chilometri iniziò a scendermi l’adrenalina. Ormai eravamo lontani e stavamo percorrendo sentieri di campagna. Avevamo superato un paio di superstrade passando sotto un ponte e percorrendo un sottopassaggio.
Fu all’ora che mi resi conto di tutto quello che era successo e iniziai a tremare.

NOTA 1: Se prendo in considerazione gli eventi da quando esistono cronache precise osserverò per forza che i diversi tipi di eventi non si sono distribuiti in modo uniforme su tutti i 365 giorni dell’anno. Potremmo avere un’uniformità di eventi se avessimo cronache di un miliardo di anni.
Ma se prendiamo in considerazione solo 2.000 anni avrò per forza che in alcuni giorni si saranno dichiarate più guerre e in altri si saranno realizzate più invenzioni.
Sui piccoli numeri avrò certamente alcuni addensamenti di frequenze di qualche tipo.

NOTA 2:
San Didimo, martire

San Diodoro, martire

San Diomede, martire

San Giacinto di Roma, martire

San Giovanni Gabriele Perboyre martire
San Gusmeo, martire

San Proto di Roma, martire

San Ramiro di León, martire

San Vincenzo, abate di San Claudio, martire

 

INDICE CAPITOLI

Capitolo 1 Ottima marmellata d’arance

Capitolo 2 Ragazze educate

Capitolo 3 Una situazione complessa

Capitolo 4 Agguati mentali

Capitolo 5 Eventi indecifrabili

Capitolo 6 La Fratellanza

Capitolo 7 Nera. Ma quanto nera?

Capitolo 8 Il tripudio della confusione

Capitolo 9 La Fortezza

Capitolo 10 Scatole dentro scatole dentro scatole

Capitolo 11 La Polizia Alchemica

Capitolo 12 Fisso il pensiero fisso

Capitolo 13 clicca qui

Capitolo 14 clicca qui

Capitolo 15 clicca qui

Capitolo 16 Pinin

Capitolo 17 Fine