formazione militare ragazze

Brigata Pablo Neruda. Comunicato numero 1. A tutte le auto.

Sono arrivato al settimo capitolo del più grande romanzo storico dopo la Bibbia.
Vorrei sottolineare che ho superato vertici espressivi talmente verticali da provocare stati di coscienza alterati in modo non illegale.
Quindi ti comunico che la tua vita potrebbe prendere svolte esaltanti se avrai la fortuna di cadere dentro il racconto.
Non si tratta di pura fantasia ma di un evento onirico che influenzerà i destini di milioni di persone.
Sto scrivendo questa storia a puntate perché la racconto via via che succede.
E’ un romanzo in diretta direttamente dai sottoscala del mondo.
Posti che non conviene in nessun caso visitare a meno che tu non sia un consumato cronista ingaggiato dal più potente network del pianeta.
Comodamente seduto sulla tua migliore poltrona potrai immergerti nell’esistenza di persone che corrono nei tunnel del mondo di sotto cercando i codici per decifrare un libro nascosto in un altro libro.

Per saperne di più leggi: “L’Educazione Militare delle Ragazze” pubblicato sui migliori blog del pianeta Terra.

INDICE CAPITOLI

Capitolo 1 Ottima marmellata d’arance

Capitolo 2 Ragazze educate

Capitolo 3 Una situazione complessa

Capitolo 4 Agguati mentali

Capitolo 5 Eventi indecifrabili

Capitolo 6 La Fratellanza

Capitolo 7 Nera. Ma quanto nera?


La formazione militare delle ragazze. Nera. Ma quanto nera?

Capitolo 7

La notte era nera.
Come un sotterraneo senza luce.
Oppure come il buco del culo di un babbuino cieco.
La mia anima era in subbuglio.
Dentro la base segreta di una misteriosa congregazione di visionari, la Fortezza, mi avevano dato una stanza piccola e spoglia, con un letto di legno e un copriletto azzurro.
Mi ero addormentato subito perché ne avevo bisogno.
E sapevo come fare ad addormentarmi comunque.
Grazie a un antichissimo trucco cinese: muovi il collo lentamente, molto lentamente, un movimento di qualche millimetro.
E ti addormenti come un sasso che scivola nello stagno a causa dell’argilla scivolosa e della riva scoscesa.

Poi però mi ero svegliato nella notte.
Nel buio nero ero restato a lungo con gli occhi spalancati e la mente scioccata, prima di rendermi conto di essere sveglio.

La mia mente pensava senza che io fossi costretto a partecipare ai pensieri.
Pensavo a mia insaputa.
Ordini di pensieri diversi. Simultanei sovrapposti. Come se fossi dotato di due cervelli che lavoravano indipendentemente dal mio.
Da una parte valutavo i fatti, i fatti nudi e crudi.
Avevo sognato una ragazza che chiedeva aiuto per via di una città assediata.
Avevo trovato un sito internet che si rivolgeva a me chiamandomi per nome.

Avevo ricevuto una telefonata che mi diceva di fuggire.
Ero scappato.
La polizia aveva fatto irruzione in casa mia.
Una ragazza mi aveva raccolto facendomi salire sul suo scooter.
Nella casa dove mi aveva portato la ragazza, Miriam, avevo trovato dei libri con copertine che non corrispondevano al testo contenuto.
Avevo fatto l’amore con una donna sconosciuta (Ester) convinto che fosse un’altra donna (Miriam). E poi avevo scoperto che erano sorelle e che le sorelle in realtà erano 3.
Avevo trovato un uomo morto (che poi si era saputo che non era un cadavere ma un manichino).
Avevo visto una copia di me stesso.
Ero finito in mezzo a una sparatoria.
Ora mi trovavo nella sede centrale di una setta segreta.
Mi era stato spiegato che ero finito in tutta questa storia perché avevo pubblicato un articolo sul mio blog che parlava di bufale matematiche, articolo che non era stato capito e scambiato invece per una sorta di rivelazione algoritmica capace addirittura di prevedere l’andamento dei mercati finanziari mondiali.

 

Analizzai ogni elemento. Cercai relazioni, spiegazioni, assonanze.
E non riuscii a capire proprio niente.
Tutto era assolutamente completamente privo di senso.
Eppure mi era successo.
E questo lo pensavo con una parte del mio cervello.
Contemporaneamente, un altro settore della mia mente, si chiedeva insistentemente che fine avesse fatto Ester e quale delle tre sorelle fosse la donna della mia vita.
E questo pensiero, insistente, evanescente, mi saltava fuori per i fatti suoi esattamente come succede quando ti accorgi di essere innamorato.
Lì per lì non ci pensi. Ma ti arriva un’immagine in testa di quella ragazza. Poi pensi ad altro. E poi torna quell’immagine, sempre la stessa… Uno sguardo, un sorriso… Magari c’è anche una parola con quel particolare tono di voce. O la velocità di un gesto che nella tua memoria rivela un retrogusto stupefacente.
E dopo un po’ che continua ad arrivarti questa immagine in testa ti viene anche una domanda: “Ma perché continuo a pensare a questa donna?”
Poi ti arriva il sospetto: “Non è che sono innamorato?”
E poi ti rendi conto che è proprio successo. A tua insaputa il cuore ha valutato, misurato, confrontato, analizzato odori, distanze genetiche, triangolazioni astrali, destini, appartenenze a clan alchemici, causalità quantitative, risonanze energetiche, echi, ricordi, memorie, coincidenze, brusii.
Stava succedendo proprio così. Solo che nel casino di quelle 48 ore (più o meno) doveva essere successo qualche cosa di sbagliato, qualche dente degli ingranaggi della mente era saltato e io mi ero invaghito di ben tre ragazze contemporaneamente, per di più sorelle (che è una delle 5 cose che non devi fare MAI in questo settore della galassia. Informati, sta in cima alla classifica. C’è scritto tre volte no con il punto esclamativo).
E per di più era come se avessi fatto già l’amore con tutte e tre e fossi assolutamente convinto di poterle amare in blocco.
In questo livello della mia mente avevo quindi aperto una serie di linee di pensiero.
Le amavo veramente?
Loro mi amavano?
Loro si prendevano solo gioco di me?
Era possibile amare 3 donne e convivere con loro contemporaneamente per tutta la vita?
Amare sessualmente 3 donne contemporaneamente può far male alla salute e/o contaminare l’anima?
Una volta avevo fatto l’amore con due ragazze.
Il mattino dopo mi ero sentito strano. Come se avessi preso una scossa elettrica molto forte. Sentivo una vibrazione malsana nel ventre.
Forse era il senso di colpa per aver violato i confini della nazione morale.
Forse è proprio che c’è troppa elettricità se si fa sesso in più di 2. Si rischia il corto circuito per sovraccarico.
Mi chiesi come mai non esistevano manuali tipo: “Come fare sesso con 3 donne e campare 100 anni”.
Non sono questi i temi che affascinano il grande pubblico.
Decisi che avrei scritto io quel libro.
Avrebbe venduto milioni di copie.
Erano grossomodo le 3 e 30 quando accesi la luce del comodino, un piccolo abatjour in finto legno con vezzosa schermatura di seta stampata con disegni cinesi di uccellini appollaiati su rami che spuntano sopra un mare di nebbia.
Appoggiai i piedi sul pavimento freddo di cemento grezzo rifinito con resina vegetale.
Mi presi la testa fra le mani. Decisi di farmi un giro.
Presi i pantaloni che avevo buttato su una sedia e una monetina rotolò fuori dalla tasca finendo sotto al letto.
Il suono della monetina che rimbalzava sul pavimento mi sembrò perfetto.
Mi chinai a raccoglierla, inginocchiandomi per terra. E sotto il letto vidi un libro. Lo presi.
Si intitolava: “Microcosmo” di Margulis.
Un libro che avevo letto.
Parlava di mitocondri, esseri che vivono in simbiosi dentro ognuna delle nostre cellule. Una scoperta inquietante fatta negli anni ‘80.
Ci sono due modi di vedere la questione. La cellula nasce da due micro-proto-organismi che si alleano coabitando uno nell’altro, quindi la base della vita è una meravigliosa cooperazione.
Oppure siamo posseduti da entità extracomunitarie che ci hanno colonizzato 2 miliardi di anni fa e sono ancora lì, in ogni nostra cellula a rompere i coglioni.
E per inciso il mitocondrio, non essendo propriamente una forma vivente, continua a replicare sé stesso scindendosi in due da prima che esistesse la prima cellula vivente. Quindi è lo stesso individuo uguale identico che abita le cellule viventi del pianeta terra.
E tutto quello che vedi, mangia, prende il sole e respira su questo pianeta c’ha dentro un mitocondrio in ogni cellula. Che poi sarebbe la parte della cellula che trasforma lo zucchero in energia… Quindi non l’ultima stronzata superflua.
Insomma, a fartela breve potresti vedere tutte le forme viventi semplicemente come mezzi di trasporto del mitocondrio. Che siccome voleva correre, volare, scoreggiare e fare sesso si è costruito un suo universo cellulare e ne ha diretto l’evoluzione, per potersi permettere nuove esperienze.
Che poi è la teoria di Guerre Stellari. Che molti l’hanno considerato solo una serie di film scemi.
Ma nella prima parte, che è uscita come quinto film (e già questo non è normale) ci sono 8 secondi in cui il maestro Jedi spiega all’allievo che La Forza permea ogni cosa perché sono i Mitocondri a contenerla, perché loro sono connessi intimamente con l’energia creatrice.
Questo dice, più o meno.
E pensa se davvero tutta la serie di Guerre Stellari fosse soltanto e unicamente uno strumento concepito dai mitocondri per comunicare all’umanità il senso della nostra esistenza.
Ma tutto questo ragionamento non riusciva a scalfire minimamente l’interrogativo primario: “Riuscirò a fare sesso con le tre sorelle contemporaneamente?”

Presi il libro da sotto il letto.
E prima che potessi chiedermelo mi resi conto che le pagine all’interno del libro non corrispondevano. Non parlava di mitocondri.
Ero capitato su un’altra edizione camaleontica de “L’Educazione Militare delle Ragazze”.
Mi parve troppo.
Mi parve un modo grossolano per farmi intendere che ero al centro di un qualche complotto.
Qualcuno aveva lasciato il libro apposta sperando che l’avrei trovato. Ma a che scopo?
Vidi che una pagina era segnata con un angolo ripiegato.
Iniziai a leggere:
“Una giovine che abbia ricevuto un’educazione militare onorevole seguirà il Codice d’Onore naturalmente.
Essa infatti avrà inteso che per la mente umana non vi è modo di separare il vero dal falso.
Non siamo capaci di renderci pienamente conto della nostra situazione. E spesso molti particolari della realtà ci sfuggono e siamo portati a costruire spiegazioni per quel che accade che sono completamente sbagliate.
Nel Medioevo c’era chi credeva che la sporcizia e gli stracci generassero spontaneamente topi così come l’acqua che bolle produce vapore.
Possiamo ridere di questi ignoranti ma ugualmente saremo portati a fraintendere facilmente eventi dei quali abbiamo una visione solo parziale.
Per questo una ragazza ben educata seguirà fedelmente i disegni della danza rispettando divieti scaramantici e interdizioni.
Nella notte dei tempi non vi erano strade segnate, né indicazioni che potessero aiutare i viaggiatori a seguire un percorso.
Poi gli umani inventarono ogni sorta di segnale e tracciato allo scopo di non perdersi più.
Arrivarono a tratteggiare il pavimento delle strade e lasciare luci accese tutta la notte perché i viaggiatori notturni non si perdessero.
Così il Popolo durante i millenni ha scoperto e classificato i segnali che permettono di trovare la strada nella trama della vita.
Alcuni considerano la conoscenza e il rispetto dei segnali come sciocche superstizioni. Non capiscono che si tratta di indizi.
Un gatto nero segnala una zona morta del tempo. Per questo bisogna fermarsi e aspettare. Chi proseguisse sulla strada che il gatto nero ha attraversato non andrebbe in contro a nessuna SFORTUNA. Bensì si esporrebbe al percorrere una tangenziale che non porta da nessuna parte.
Ed è altrimenti importante considerare che ci sono soltanto 12 tribù più una detta la Tribù Perduta. E vi sono 64 tipi umani in ogni tribù.
E se incontri un uomo calvo questo ti dice che è l’ora organizzativa. E se incontri la donna rossa sarai preda della parte selvaggia dei tuoi sentimenti.
Così le Ragazze che hanno ricevuto in dono una buona Educazione Militare, seguiranno i segnali che il grande frattale dispone sulla loro strada come consiglio. Non perché temano ritorsioni della sorte se non lo facessero ma perché ben sanno quanto è facile perdersi e vivere la vita di un altro seguendo una strada che non è la tua.
Quando una giovane segue la sua via, raccoglie cibo nei suoi territori ancestrali e beve dalle sue fonti, avrà in sé la forza di mille bufali che mettono in fuga i leoni.

Vi è forse qualche cosa di più importante del seguire la propria passione, la propria inclinazione, il proprio desiderio, il proprio piacere e la propria natura?
Nessun piacere ti soddisferà fino in fondo se non è fatto della tua stessa sostanza.
Tu risuoni a causa di vibrazioni che hanno una precisa intensità. Tonalità, nota musicale.
Quelle sono la tua ristorazione e la fonte del tuo equilibrio e della tua saggezza.
Laddove la tua musica non traccia la strada la tua anima si smarrisce.”

Mi misi a riflettere su quale potesse essere il significato di queste parole rispetto alla mia vita e decisi che non c’entravano un cazzo. Assolutamente un cazzo.
Se qualcuno aveva avuto la pensata di comunicarmi qualche cosa lasciando in giro copie di questo manuale aveva commesso un errore.
Mi aveva spedito un messaggio in una lingua completamente incomprensibile.
Pensai: ti mandano un messaggio che annuncia la tua morte e ti spiega come evitarla. Ma è scritto in cinese e il tempo necessario per trovare il modo di tradurre il messaggio è superiore al tempo entro il quale dovresti fare quel che serve per evitare di morire.
Quindi, l’unico senso del messaggio è dirti che devi morire, che ci sarebbe un modo di evitarlo ma che tu non hai il tempo sufficiente per riuscire a scoprire cosa fare per non morire.
Cioè, sei in presenza del messaggio di uno stronzo che vuol solo scassarti le palle in punto di morte.
Tutto questo concatenarsi delirante di pensieri mi aveva portato a uno stato di nevrastenia. Sentivo una sottile sensazione elettrica alle ginocchia. Come quando a scuola stava per suonare la campanella e io non vedevo l’ora di alzarmi e muovere le gambe e il cervello fuori dall’ossessiva tiritera della nozioni scolastiche.
Una sensazione che tutti conoscono ma che non ha nome.
Mi alzai. Mi infilai le scarpe e il maglione.
Decisi di andare a vedere se c’era in giro qualcuno. Forse là dentro le attività non si fermavano mai, le squadre di analisti si alternavano di fronte ai computer giorno e notte per non perdere mai di vista l’andamento numerico del mondo. O qualche cosa del genere.
Mi resi conto che la mole delle informazioni che mi mancavano era esorbitante.
Uscii in corridoio cercando di non fare rumore per non disturbare chi riusciva a dormire.
Era un corridoio grigio, con una luce fredda e secca che tagliava gli spazi in luci e ombre. Un corridoio lunghissimo che a tratti curvava. Eravamo parecchi metri sotto terra ma l’aria era fresca e gradevole. Dopo una svolta vidi in fondo una figura umana che camminava lentamente verso di me. Dopo qualche passo distinsi che si trattava di una donna. Le zone di luce e di ombra sul suo viso e sui suoi abiti creavano territori marcatamente distinti.
Poi mi resi conto che era Ester. La terza sorella. Quella che si era infilata nel mio letto e mi aveva amato a mia insaputa.
Insaputa che fosse lei. Perché che avevamo fatto l’amore me n’ero accorto.
Ci misi un attimo a riconoscere i suoi lineamenti. Sia per la luce sia perché anche se l’avevo pensata molto l’avevo realmente vista con un minimo di illuminazione, per poco.
“Ciao” le dissi. Come se fosse normale incontrarsi alle 4 di mattina, in un corridoio sotterraneo della base segreta di una setta misterica che non si capisce bene chiccazzo sono.
“Ciao.” Mi disse lei. Come se fosse normale avere le labbra di una gradazione di rosa che non si vende da nessuna parte.
E dietro le labbra un portale di perle.
Che volendo potrebbero anche schiudersi aprendosi sopra un universo scivoloso e bollente capace di sconvolgere la mente del più coraggioso dei guerrieri Uz.
Che per inciso gli Uz sono una delle dodici tribù, questo lo so per certo, ma sarebbe troppo complicato spiegare come l’ho saputo.

Lei mi guardò per una cosa come 12 secondi. Che detto così parrebbe poco. Ma in pratica dodici secondi sono la bellezza di 12 mila istanti uno dopo l’altro. Ma siccome l’Universo, oggettivamente, è dotato di un tempo di sospensione tra un istante e quello successivo, allora accade che tu sei lì e ti dici: “Mi sta guardando. I suoi occhi sono abissi di salgemma infuocata e baratri di rosolio fresco. Cavolo. E’ già almeno da un istante che i suoi occhi sono dentro i miei e viceversa, grazie al noto sistema dei neuroni a specchio. E ho proprio la sensazione che continuerà a guardarmi per tutto questo istante. Forse dovrei dire qualche cosa? Oppure me ne frego e mi godo questo istante e poi vediamo l’istante successivo. Ecco, questo istante sta per finire, lo sento dal frastuono della clessidra del mondo, che è giunta agli ultimi granelli. Ora verrà il nulla assoluto prima che la concatenazione delle ruote del cosmo produca l’esistenza del rimbalzo del nulla dando vita a un successivo istante.
Cazzo.
E questo per dodicimila volte di seguito.
E poi dicono che la vita è breve! Stronzi ingrati.

Insomma, fu uno sguardo intenso che soggettivamente durò parecchio. Quando lei sbatté le palpebre il contabile esistenziale che vive dentro di me disse: “Ok, si può morire anche adesso, abbiamo vissuto abbastanza.”
Poi lei sbattè le palpebre e io percepii una perturbazione della Forza.
Quindi lei mi disse: “Mi fai proprio sangue, non ci posso fare niente.”
Fece un movimento con la testa come a dire: “L’Universo faccia come crede…” E poi mi baciò.
Non so se vi è mai capitato di incontrare un treno con 40 vagoni agganciati carichi di container contenenti solo sbarre di piombo. Incontrarlo nel senso longitudinale che ti viene addosso.
Cioè una cosa traumatica.
Io uguale.
Esco dalla mia stanza e vengo investito da una roba fisica, molto fisica, che mi si stampa sulle labbra in forma di femmina archetipo e ti sbatte letteralmente contro il muro. Inizialmente. Perché a circa dodici passi da lì c’è la porta della sua stanza e di lì in poi diventa, chiusa la porta, un luogo di perdizione sibaritica.
Che i sibariti erano gente che ci sapeva fare.

Dopo, molto dopo.
Lei mi guarda e mi chiede: “Ma cosa cavolo hai pubblicato sul tuo blog che ci sono duemila persone che ti vogliono assolutamente morto?”
Avrei preferito che lei mi chiedesse qualche cos’altro.

(Metamessaggio per i lettori di questo romanzo.
Ho accettato questa sfida che nessuno mi aveva proposto. Ho fatto apparentemente tutto da solo.
Quindi da 7 settimane sto scrivendo questo racconto con l’unico sostegno dei messaggi di 4 lettori (che Dio li benedica, almeno quattro lettori ci sono e questo è sufficiente.)
Ma sospetto che ce ne sia un quinto, di lettore, che non si è manifestato.
Ora vorrei dire a questo lettore che non può più restare indifferente. Se hai letto i sette capitoli puoi a questo punto renderti conto che sto attraversando un deserto letterario sotto il sole cocente, con la borraccia dell’acqua vuota e 200 predoni alle calcagna e che sta a te decidere se agire o non agire ma comunque anche l’inazione è una scelta che avrà le sue conseguenze. Non solo su di me e su questo racconto ma pure sulla tua vita personale. E’ una questione di mitocondri e di tribù, di guerre segrete che durano da millenni e di linee tracciate sull’asfalto delle strade. Una vota che sai la verità la verità diventa un attrattore dentro la tua vita.
Secondo me accettare di essere coinvolti è di buon auspicio. Non è scaramanzia è scienza.)

 

INDICE CAPITOLI

Capitolo 1 Ottima marmellata d’arance

Capitolo 2 Ragazze educate

Capitolo 3 Una situazione complessa

Capitolo 4 Agguati mentali

Capitolo 5 Eventi indecifrabili

Capitolo 6 La Fratellanza

Capitolo 7 Nera. Ma quanto nera?

Capitolo 8 Il tripudio della confusione

Capitolo 9 La Fortezza

Capitolo 10 Scatole dentro scatole dentro scatole

Capitolo 11 La Polizia Alchemica

Capitolo 12 Fisso il pensiero fisso

Capitolo 13 clicca qui

Capitolo 14 clicca qui

Capitolo 15 clicca qui

Capitolo 16 Pinin

Capitolo 17 Fine

 


La formazione militare delle ragazze. La Fratellanza

Capitolo sesto
(Nota dell’autore: Qualcuno potrebbe pensare che questo stia diventando un romanzo fantasy… Ma io ti garantisco che tutto quanto sto raccontando è assolutamente verosimile e scientificamente non fa una piega… 100% esente da favole paranormali…)

Mi resi conto innanzi tutto che c’era un su e un giù.
Io ero estremamente giù e avevo come obiettivo raggiungere la superficie.
Ma la superficie di che?
Stavo respirando. Di questo ero abbastanza sicuro.
Quindi non ero sott’acqua. Quindi non c’era una superficie specifica da raggiungere.
Poi ricordai la puntura alla spalla.
Chi sei? mi chiese una voce interiore.
Che domanda del cazzo, sono io, rispose un’altra voce.
Pronto? Chi parla? Chiese una terza voce.
Segnalo un disfunzionamento, disse una quarta voce che si esprimeva con un tono meccanico.
Buon giorno, non so che ore siano e che tempo faccia ma comunque sono qui per augurarvi il buon giorno da Radio…
Qualcuno parlò in lingue che non conoscevo.
Un’altra identità si limitava a emettere suoni sconnessi.
Allora io dissi dentro di me: Ma insomma qualcuno deve prendere il controllo! Non capisco un cazzo.
Allora finalmente sentii una voce sicura e determinata: buon giorno. Sono io. C’è stato un problema. Ora non sappiamo che problema. Non sappiamo molto in effetti. Ma la cosa importante è non farsi prendere dal panico. Il panico non va bene. Quindi ora per prima cosa ristabiliamo la calma. Poi analizzeremo tutte le informazioni. Poi vedremo cosa fare.
Poi persi di nuovo conoscenza.

Poi sentii il mio corpo come un ammasso di gelatina indipendente dal mio sistema nervoso. La coscienza di me stesso continuava a evaporare dentro un lago di sogni ripetitivi. Il file ripartiva dalla sensazione di un collo sotto le mie dita. Non riuscivo a far andare avanti il film. Come quando ti si blocca lo streaming. Ci misi un po’ a riprendere il controllo della deglutizione. Aveva la bocca che sembrava un magazzino di pollina. Cioè merda di pollo stagionata. Nessuna guida alimentare la consiglia.
Poi riuscii a muovere la mano sinistra. Quasi tutte le dita. Solo dopo un tempo interminabile riuscii a interrompere la serie di svenimenti a catena e ad aprire gli occhi. Era buio.
“Cosa è successo?” Biascicai lentamente.
Fu Noemi a rispondere. Mentre ascoltavo la sua voce realizzai che eravamo seduti sui sedili posteriori di un fuoristrada in movimento.
“Ti hanno dopato. E’ arrivato un signore con una valigetta, ha tirato fuori un trapano da hobbisti, ti ha estratto una ricetrasmittente dall’otturazione di un dente e poi ti ha tappato il buco con dell’amalgama. Aveva l’aria molto professionale.
Ora siamo su quest’auto, non so ve stiamo andando ma abbiamo una scorta più grossa di quella del presidente Obama.”
Cercai di elaborare le informazioni ma il cervello mi funzionava come una motosega a pedali. Cioè malissimo. (Ci sarà un motivo per cui in commercio non trovi motoseghe a pedali?! Certo che c’è, le motoseghe a pedali sono maledettamente inefficienti.)
Noemi e Miriam erano sedute al mio fianco. Sui sedili davanti c’erano due giovani uomini.
“Siamo nelle mani dei buoni o dei cattivi?” Chiesi a Noemi.
“Non ti so dire. Al momento cerco di stare zitta così non strozzo mia sorella… A proposito, il tuo tentativo di strangolare il capo di questa gente è stato veramente spettacolare. Per un attimo ho creduto che ci saresti riuscito. Il salto a pesce t’è venuto bene.”
Arrossii in una vampata infantile di emozione e orgoglio. Poi mi resi conto che la battuta di Noemi doveva essere ironica.
Cercai di ricapitolare la situazione sedando completamente il caos che le mie identità interiori stavano scatenando. Ma non c’era niente da ricapitolare. Restai muto ad ascoltare la marea di domande senza risposta che mi arrivavano al cervello.
Poi sentii una voce ritrasmessa da una radiolina: “Ok, siamo stati intercettati. C’è un posto di blocco a 500 metri. Preparatevi. Tutto come stabilito.”
La nostra auto rallentò e accostò. Altre 4 auto ci superarono.
Procedemmo lentamente per 300 metri poi girammo a sinistra. Mentre svoltavamo piccoli lampi scoppiavano nel buio e c’era un crepitare… Qualcuno era impegnato in modo forsennato nell’uso di armi di piccolo calibro. Una sparatoria senza mortai. Ci allontanammo accelerando. Dietro di noi restò una sola auto di scorta che ci superò facendo da apripista. Dopo duecento metri scorgemmo in fondo alla strada un’auto messa di traverso. La nostra scorta inchiodò, iniziando subito a sparare dai finestrini. Altre armi fecero fuoco contro di noi.
Il nostro autista ingranò la retromarcia a massima velocità. I proiettili colpirono più volte il nostro fuoristrada che evidentemente era dotato di una buona blindatura.
L’auto poi si buttò per un viottolo sterrato. Il nostro autista stava esibendosi in una cantilena di bestemmie scurrili e piuttosto particolareggiate. Indiscutibilmente era toscano.
Hanno un senso lirico nell’esercitare la lesa maestà di un Dio inclemente, della Madonna sua madre e di tutti i Santi suoi complici.
Mi resi conto che mi ero automaticamente schierato dalla parte dei miei rapitori. Cioè quelli che mi avevano narcotizzato armi alla mano, trapanato un mio dente, trasportato chissà dove. Magari ero in errore e quelli che ci sparavano addosso stavano cercando di liberarmi dai miei sequestratori…
Ma non c’è niente da fare, quando qualcuno ti spara addosso con una o più armi da fuoco contemporaneamente sei istintivamente portato a credere che sia una persona malvagia. E statisticamente hai pure ragione.
Da lì in poi comunque nessuno sparò più.
Viaggiavamo in silenzio. Carichi di tensione. Ognuno perso nei propri ragionamenti. Il ragazzo seduto a fianco del guidatore teneva in mano un grosso mitragliatore.
Quando l’auto si fermò mi ero di nuovo appisolato.
Eravamo in aperta campagna, sulle colline. C’era una grande casa con alcune costruzioni più piccole intorno.
Scendemmo. Feci qualche passo con difficoltà.
Sulla porta della casa un giovane salutò il nostro autista. Aveva in mano un fucile da caccia a due canne.
Guardai incuriosito la katana che portava a tracolla. Ma dove cavolo sono capitato?
Entrammo in una grande sala piena di tavoli e monitor. C’era parecchia gente che lavorava sotto luci molto forti. Nessuno fece caso a noi. Percorremmo un corridoio sul quale si aprivano altre stanze dove altra gente era indaffarata. Altri ne incontrammo lungo il percorso. La maggioranza era molto giovane e con la faccia estremamente seria. Era tipo un telefilm sui Marines. Questo mi venne in mente. Nessuno indossava una divisa. Erano vestiti da partecipanti a una gita in campagna. Scarpe comode e blue jeans. Ma avevano qualche cosa di militaresco. Beh in effetti parecchi avevano un cinturone con la pistola… Non datemi del cretino. Sono stato in un kibbutz israeliano. Anche lì sono tutti armati fino ai denti ma hanno un’aria da club culturale. Questi invece erano proprio in guerra. Scendemmo scale che mi sembrarono lunghissime e ripide. Oltrepassammo una porta in stile bunker e ci trovammo in una sala enorme, senza finestre ma molto ben illuminata. Il soffitto era ad almeno 10 metri d’altezza e ci sarebbe potuto entrare campo di calcio. Mi impressionò lo strano accrocco di travi, funi e di casette sopraelevate, scale e reti che creavano una complessa ragnatela a partire dai 4 metri d’altezza. C’erano parecchi bambini e una zona piena di divani dove una ventina di persone stavano chiacchierando e mangiando minutaglie da piccoli piattini di ceramica blu.
Quando arrivammo ci fecero accomodare e altri si avvicinarono. Una donna anziana mi mise in mano un piattino e un bicchiere di vino bianco dicendo: “Avrete fame dopo tutte queste emozioni.” Sembrava mia nonna da giovane.
“Comunque qui potete stare tranquilli. Siete al sicuro.” Se uno li avesse visti in quel momento avrebbe potuto pensare a una festa di compleanno. Erano tutti sorridenti e sembravano lontani mille miglia dalla sparatoria e dalla gente armata al piano di sopra.
“Abbiamo installato ogni sorta di rilevatori e telecamere, non ci sfugge neanche un coniglio…” Disse un uomo completamente calvo e rugoso.
Pensai che quelli dovessero essere i vecchietti di cui parlava Miriam.
Un’altra donna disse: “Ci sono costate un po’ tanto tutte queste apparecchiature elettroniche… Ma ora abbiamo un buon controllo dei dintorni…”
Un altro uomo disse: “Poi ci sono i ragazzi. Sanno sparare benissimo e hanno ottime armi.”
Ma dove cavolo ero finito? Il club della scala quaranta aveva deciso di ingaggiare una guerra senza tregua?… E contro chi?
Cercai di trovare una voce convincente e poi dissi: ”Ecco, vedete… Io sono molto confuso… Gli ultimi due giorni sono stati un po’ traumatici. Ho fatto strani sogni su una città assediata. Al telefono una voce di donna mi ha ordinato di fuggire da casa mia. Sedicenti poliziotti hanno fatto irruzione nel mio appartamento. Una ragazza con uno scooter mi ha raccolto per strada. Ho trovato strani libri nei quali le copertine non corrispondevano al contenuto. Ho trovato un morto. Ho visto un mio sosia, mi hanno narcotizzato, trapanato un dente, sparato addosso e ora sono qui…. Mi piacerebbe sapere che cosa è successo e magari anche perché.”
Noemi si associò: “Sì, anche a me farebbe piacere capirci qualche cosa. Io sono stata solo sequestrata e poi hanno sparato contro la nostra auto. Però sono anch’io piuttosto confusa.”
Miriam invece non disse niente. Si guardava le mani con insistenza.
Li osservai per vedere l’effetto. Mi sorridevano tutti come se avessi recitato bene la poesia di Natale.
Un consesso di vecchi zii sorridenti.
Poi quello completamente calvo, con gli occhiali arancione, ci disse.
“Allora, partiamo dalle cose più semplici. Il tuo sosia è solo uno truccato bene. In questo momento sta viaggiando verso la Francia con la microspia che abbiamo tolto dal tuo dente.
Passerà di fronte a parecchie telecamere di sorveglianza e darà ai nostri avversari la sensazione che tu sia altrove. In questo modo dovremmo riuscire a tenerti al sicuro.
La seconda questione che posso chiarire alla svelta è quella del morto. Non c’è nessun morto. Quello che avete visto era un manichino realizzato molto bene.”
Miriam sbotto: “Ma allora Paolo non è morto? Ma io l’ho visto! L’ho anche toccato!”
Un uomo vicino agli ottanta, magrissimo intervenne. “L’ho fatto io. In gelatina balistica. Ha la stessa consistenza di un corpo morto. Quando lo tocchi hai proprio la sensazione che sia fatto di carne. Il viso invece era un calco in lattice, con una mano di colore acrilico misto a borotalco… perfetto anche al tatto.”
L’uomo calvo con gli occhiali arancione lo interruppe. “Paolo non è morto. E’ molto pentito per quello che ha fatto ed è vivo. Lo teniamo nascosto fino a quando non migliorerà la situazione… E ora se avete pazienza vorrei raccontarvi tutto fin dal principio…”
L’uomo calvo con gli occhiali arancione si passò la mano sulla fronte, chinando leggermente il capo, poi riprese a parlare: ”C’è una guerra in corso. Una guerra di nuovo tipo. Una guerra che per lo più si combatte senza armi. O meglio, le armi hanno un ruolo marginale. Qualche morto qua e là. Solo una piccola parte di questa guerra si combatte sui campi di battaglia con i bombardamenti e i carri armati… E’ una guerra a bassa intensità. Ma non per questo il bottino è meno grande. La posta in gioco è sempre la stessa: il dominio sul mondo.
Oggi le nazioni non si conquistano con i carri armati ma con la manipolazione. Si manipolano i mercati, i governi, i media.
Ma la cosa sta diventando sempre più difficile.
Una volta esistevano cento quotidiani e una decina di televisioni. Oggi ci sono milioni di pagine su Facebook.
E’ un bel problema per i signori del mondo.
E per risolverlo hanno speso molti soldi. Hanno finanziato università, hanno fatto regali ai rettori, hanno messo in palio premi favolosi.
Così sono nate organizzazioni di nuovo tipo. Un nuovo settore merceologico: la conoscenza degli ondeggiamenti dei desideri dei consumatori. Ma era tutta fuffa fino a quando qualcuno non ha scoperto un nuovo algoritmo.
Immaginate un grande computer che contiene le regole dell’universo, ci metti dentro tutti i fatti accaduti oggi nel mondo, e lui ti dice di che umore sarà l’umanità domani. E se l’umanità sarà più pessimista del solito tu scommetti sul crollo delle borse internazionali.
Forse non avete idea di quanti miliardi si potrebbero guadagnare in questo modo…”
 “Va bene!” dissi “Poniamo pure che sia così e che una potente organizzazione controlli il mondo perché sa in anticipo di che umore saremo domani. Ma io cosa c’entro?”
“Il tuo problema è che quell’algoritmo che permette di prevedere, è stato pubblicato sul web da una persona che non si è nemmeno lontanamente resa conto di cosa aveva scoperto. E qualcuno ha pensato che questa persona avesse intenzione di procurare dei guai.”
“E allora?” insistetti io… Era snervante.
“E allora cosa hai pubblicato sul tuo blog 5 settimane fa?”
Feci la faccia di un ministro che si accorge di abitare in una casa che gli è stata comprata a sua insaputa.
Sapevo benissimo cosa avevo pubblicato 5 settimane prima.
Ma checcavolo poteva centrare con la possibilità di prevedere…
A meno che…
Oddiomio!
Ero capitato in un consesso di suonati complottisti.
Ma potevano essere così scemi?
Ce l’avevano con me perché non avevano capito un cazzo di quello che avevo scritto?
Avevo alacremente lavorato a una lunga riflessione sulla stupidità umana e sulle manie complottiste fiorite intorno a presunte coincidenze legate all’11 settembre 2001. Non so se hai presente quelle mail che girano da anni, che elencano una serie di 11 che non finisce più… E poi vai a verificare e scopri che la sigla dell’aereo non era 11, che il nome e il cognome di Bush non sono di 11 lettere eccetera.
Cioè come uno possa aver messo in relazione il mio articolo sull’idiozia numerica con un algoritmo che prevede il futuro finanziario non lo so proprio. Dev’essere un cretino!
Tutto questo lo pensai in una manciata di millesimi di secondo.
Poi dissi: “Ma che stronzata è questa? Vuoi dire che dei cretini che non sanno capire il significato di un testo, hanno deciso che io dico qualche che non dico ma che loro non capiscono cosa dico e peraltro anzi scrivo tutto il contrario perché queste storie sui numeri magici sono delle stronzate? Ma sono cretini!” Mi resi conto di aver pronunciato una frase un po’ incasinata dal punto di vista sintattico, e pure ripetitiva, ma avevo la giustificazione dello stupore e comunque il senso si capiva… In ogni caso ero frustrato perché odio quando mi metto a parlare l’italiano come una mucca spagnola.
Il vecchio con gli occhiali arancione mi guardò mestamente: “Beh, non sarebbe la prima volta che qualcuno finisce nei guai perché qualcun altro non capisce nulla. Migliaia di supposte streghe sono state bruciate perché erano più brave dei medici a far nascere i bambini e questo, essendo intollerabile per i medici, veniva considerato un potere demoniaco. Gli imbecilli spesso sono anche cattivi.”

 

INDICE CAPITOLI

Capitolo 1 Ottima marmellata d’arance

Capitolo 2 Ragazze educate

Capitolo 3 Una situazione complessa

Capitolo 4 Agguati mentali

Capitolo 5 Eventi indecifrabili

Capitolo 6 La Fratellanza

Capitolo 7 Nera. Ma quanto nera?

Capitolo 8 Il tripudio della confusione

Capitolo 9 La Fortezza

Capitolo 10 Scatole dentro scatole dentro scatole

Capitolo 11 La Polizia Alchemica

Capitolo 12 Fisso il pensiero fisso

Capitolo 13 clicca qui

Capitolo 14 clicca qui

Capitolo 15 clicca qui

Capitolo 16 Pinin

Capitolo 17 Fine

 


La formazione militare delle ragazze. Eventi indecifrabili

Capitolo quinto

“E’ un cellulare criptato!” Disse Miriam abbastanza soddisfatta di sé.
Sì… figurati… Pensai io. Stavo diventando insofferente.
Forse invece di telefonare potresti spiegarmi. Mi sembra che tu mi abbia coinvolta abbastanza nei tuoi casini!”
Lei mi fece uno di quei sorrisi che si vedono esclusivamente nelle pubblicità delle auto da corsa… Sono sorrisi che le fotomodelle si fanno pagare tantissimo.
“Forse è meglio che ne parliamo in un posto un po’ più tranquillo di un tram… Che ne dici? O pensi sia meglio che facciamo un comizio… Anche una seduta collettiva potremmo fare… Psicoanalisi thriller da tram… Potrebbe venirne fuori una moda di massa…” Dopo queste spiritosaggini mi fece un altro sorriso da auto di lusso. A lei non costavano niente.
Restai senza parole. E’ un effetto che le donne mi fanno.
Ragionano troppo velocemente. A partire da mia madre. Quando le telefono mi fa delle domande difficilissime, tipo “Credi veramente che sia iniziata una fase recessiva?“ E dopo un secondo che mi ha sparato la domanda mi chiede: “E’ caduta la linea o stai facendo un videogames?” Come se passassi la giornata a fare i videogames. Non ti danno un secondo per pensarci su. Non so me facciano le donne. Hanno già tutte le risposte scritte dentro e basta loro pronunciarle a voce alta.
Ho letto che è una questione di sinapsi. Ne hanno molte di più dei maschi. Noi abbiamo immense nuvole di dati che veleggiano nella nostra mente completamente sconnesse dal resto della materia grigia.

Lei non mi rivolse ulteriormente la parola. Meglio così. Avevo bisogno di ritrovare il mio silenzio interiore. Tutte le mie identità interne mi tempestavano di affermazioni e domande tipo: “E’ la Cia! E’ un telefilm! Lei è una spia! Lei è pazza! Ti vogliono uccidere! Sei tu il capro espiatorio! Ti danno la caccia! E’ una trappola massonica! Hai pensato agli extraterrestri? Magia nera? Sei tu il predestinato e ti vogliono rinchiudere in prigione proprio per questo!…” La lista era interminabile. Le mie identità interiori avevano tirato fuori dai libri che avevo letto, i fumetti, i film, tutte le trame possibili e me le stagliavano davanti.
La mia identità normativa disse alle altre identità: “State facendo casino. Il casino crea disservizi logici. Tutti zitti per cinque minuti.”
A volte funziona. Quel giorno no.
Lei stava parlando con una sua sorella, suppongo. Con il cellulare che lei supponeva fosse criptato.
“Senti, è un’emergenza. Non discutiamone adesso. Ho bisogno che mi vieni al prendere. Ci vediamo al nostro bar. Mi hai capito? Dai smettila, ti ho detto non ne parliamo adesso. Veramente è un casino. Vieni subito. Ti prego!”
Evidentemente l’aveva convinta perché tirò un sospiro di sollievo mettendo via il cellulare.
Mi venne da ridere: “Deve essere dura dire a tutti questo non è il momento per discutere!”…
Volevo essere distaccato, elegante, non rissoso. Quello che io interpreto come essere affascinante. In certi momenti ti sembra che l’unica cosa utile sia entrare in empatia. Anche ai rapiti succede così… La chiamano sindrome di Stoccolma… Per via di una storica rapina in banca, con i dipendenti dell’istituto di credito tenuti in ostaggio per 6 giorni, che poi chiesero clemenza verso i rapitori.
Succedono cose strane nel cervello della gente…

Passammo dal tram a un autobus. Condivisi la scelta. Essere mischiati tra la folla mi dava maggior sicurezza. Arrivammo a un bar in viale Monza. Ci sedemmo a un tavolino che dava sulla vetrina per tener d’occhio la strada. Dopo una decina di minuti arrivò Noemi, la sorella maggiore, con una Polo grigia.
Mi sedetti dietro. Volevo stare il più lontano possibile da quelle due donne.
Quando arrivò a bordo della sua auto Noemi era già incazzata come la cavalleria romana. Per capire quanto fosse incazzata la cavalleria romana bisogna tener conto che non avevano ancora scoperto la comodità della sella e avevano emorroidi incendiarie.
“Checcazzo avete combinato adesso?” Urlò Noemi mentre salivamo a bordo. Io dietro.
Mi chiesi se il plurale di quel checcazzo avete combinato mi includesse.
Non sopporto di discutere con una donna che strepita.
Decisi di far finta di niente.
“Me lo vuoi dire cosa è successo?..... Miriam dico a te!”
“Senti, per favore non strillare! Hanno ammazzato Paolo. Il mio ex marito. E anche se era uno stronzo sono leggermente scossa!”
“Ma cosa ti inventi? Ma sei indemoniata?!?”
“L’hanno ammazzato, ti dico. Gli hanno sparato e gli hanno anche piantato una lama in corpo. Non sto facendo nessun giochetto psicologico. Sono nella merda totale. E tu non mi aiuti saltandomi addosso.”
Per un attimo Noemi fu sbaragliata. Stava zitta con gli occhi sulla strada. Poi senza neanche muovere le pupille di un millimetro disse: “Non puoi stupirti se dopo tutte le stronzate che hai fatto nessuno ti crede quando racconti una cosa vera. Se poi è vera. Ma comunque andiamo avanti. Chi ha ucciso Paolo? Perché? Tu cosa c’entri?”
A questo punto ero proprio curioso di sentire la risposta.
Ma Miriam mi prese in contropiede scoppiando a piangere.
Io le adoro le donne! Come fanno? E’ così impareggiabile, immediato, devastante. Scoppiano a piangere e tu ti dimentichi tutto e vuoi solo che smettano.
Ma Noemi era una donna. Tra donne non funziona… “Senti Miriam, qualunque cosa sia successa devi raccontarmela. Smettila di piangere che non serve a niente. Se vuoi il mio aiuto racconta. Sennò ti lascio a un taxi.”
Miriam smise magicamente di singhiozzare.
Mi piaceva sempre di più.
Forse ho una base di masochismo nascosta da qualche parte. Ma è così. Al cuore non si comanda. O meglio, puoi anche comandare. Ma lui se ne frega.
Cercai di fare un discorso ai miei sentimenti. Tipo: ma dai è evidente che è una stronza falsa… Ma contemporaneamente avevo una cosa alla bocca dello stomaco che non se ne andava. Una sensazione piacevole peraltro. Disgraziatamente.

La storia di Miriam

“Io ho smesso di frequentare quella gente. Ho chiuso. Mi facevo la mia vita. Poi mi arriva Paolo e mi dice: mi tieni questa borsa? Capisci? Dopo tutte quelle che mi ha combinato! Mi tieni la borsa? E io scema gli dico: sì va bene. Che stronza che sono. Mi dice che la viene a ritirare il giorno dopo e non si fa vedere per tre giorni. Allora guardo dentro e c’è della biancheria. Guardo bene e scopro che in un calzino arrotolato c’è una bustina di plastica rigida e dentro ci sono un centinaio di francobolli del Regno d’Italia. Sinceramente brutti, solo uno commemorativo del primo volo transatlantico, era un po’ colorato. Vado a vedere su internet e scopro che quello del volo aereo vale da solo 30 mila euro. Faccio due conti e scopro che nella bustina tra una cosa e l’altra ci sono francobolli per 2 milioni di euro abbondanti. Te lo immagini uno come Paolo con 2 milioni di euro?
E lui non si vede. Allora prendo un lucchetto di una mia valigia e chiudo la borsa. E butto le chiavi nel cesso, avvolte nella carta igienica.
I francobolli li nascondo sotto una piastrella del bagno che si era staccata e la riattacco con la colla, la stucco con acqua e farina, ci passo sopra un po’ di colore… Insomma i francobolli sono al sicuro. E Paolo non si fa vedere. Arrivano invece due energumeni e mi chiedono se ho visto Paolo e se mi ha lasciato qualche cosa. Mi ha lasciato la borsa, gli dico.
Sai cosa c’è dentro?
E’ chiusa, dico, se l’aprivo quello stronzo mi gonfiava di botte.”
Noemi la interrompe: “Paolo ti picchiava?”
“No, facevo per sembrare sincera. Loro un po’ non ci credono. Mi danno due schiaffi e io scoppio a piangere e a urlare. Allora se ne vanno con la borsa. Dopodichè stanotte alle tre mi telefona Paolo, che devo raggiungerlo. Sono arrivata che l’avevano già ammazzato.
Era steso per terra in un lago di sangue raggrumato.”
Che schifo, pensai ricordandomi la scena.
Mi hanno legata a una sedia e mi hanno detto che se non gli davo i francobolli mi ammazzavano. Mi hanno chiusa in una stanza a chiave. Poi c’è stato un gran casino. Sono arrivati degli altri che si sono portati via quelli che hanno ammazzato Paolo. Credo li abbiano riempiti di botte… Sentivo le urla...
Praticamente sono restata da sola in quella stanza, legata alla sedia con delle corde.” E mostra i polsi con due grossi lividi circolari… Sento una stretta allo stomaco. E il forte desiderio di uccidere chi l’ha legata… “Nella stanza si moriva di caldo. Ho iniziato a sudare e le corde si sono allentate. Per fortuna erano di canapa. Sono riuscita a far scivolare fuori un polso. Non riuscivo ad aprire la porta. Nella stanza c’era un telefono e ho chiamato Giovanni. Poi sono riuscita a smontare la serratura, mi era restata in tasca una limetta per unghie… e sono scappata. Speravo di incontrare Giovanni uscendo ma avevo troppa paura per aspettare.”
Noemi girò la testa per guardarla.
Io pensai che era deliziosa una ragazza che smonta una serratura usando solamente una piccola tenera limetta per le sue meravigliose unghie.
Rischiavo un collasso per eccesso di glucosio nel sangue.
“Si doce comm’ o’ zucchero…”
Io mi permisi di intervenire: “Scusa, già che ci sei potresti chiarire come c’entro io in questa storia? Mi sono perso la mia entrata in scena…”
Noemi si girò a darmi un’occhiata, come se si stupisse che fossi ancora seduto sul sedile posteriore dell’auto. Per di più vivo.
Miriam mi rispose: “Tu con questa storia non c’entri. E’ un lavoro che mi hanno chiesto i vecchietti.”
“Ma non avevi detto che non c’entravi più niente con le sette?”
“Senti, io non me ne occupo più, non li sento più, non vado a nessuna riunione e non partecipo a nessun progetto. Però con alcuni sono restata amica: mi hanno chiesto un favore. Mi hanno detto che lui - mi indica con un cenno della testa - era in pericolo e mi hanno chiesto di andare a ripescarlo in motorino. Poi mi dovevano telefonare per dirmi dove portarlo. Punto e chiuso.”
“Scusa, ma secondo te tutti i pensionati si occupano di trovare giovani avvenenti fanciulle per mandarle a soccorrere gente in pericolo?”
“Senti, mi hanno offerto mille euro per una giornata di lavoro…”
“Ma se vai dalla Camorra ti pagano pure di più!” Taglia giù Noemi.
“Ma non sono la Camorra… Mi hanno detto che lui era coinvolto in un errore giudiziario.”
“E questo sarebbe stare fuori da complotti e sette? Ma ti ascolti quando parli? Non ti rendi conto che un’altra volta sei restata coinvolta in una storia più grande di te della quale non sai un cazzo?”
Proprio in quel momento guardai fuori dal finestrino dell’auto. Una monovolume bianca ci stava superando. Dal finestrino vidi la mia faccia che mi guardava. Per un attimo ebbi la sensazione di vedere la mia faccia riflessa nel vetro dell’auto. Ma poi mi resi conto che la faccia era dietro il vetro. Un mio sosia mi stava guardando. Mi sorrise e mi salutò con la mano. Quasi urlai: “Guardate!” Intanto indicavo con il dito il mio sosia davanti a me. Anche le due ragazze lo videro.
Noemi sibilò: “Ma checcazzo di storia è questa?”
“Ma chi sono?” Chiese Miriam.
L’auto ci superò accelerando.
“Seguili!” Gridai io. “Cerca di superarli e bloccali! Tagliagli la strada.”
“Ma che dici! Magari sono armati.”
“Non me ne frega un cazzo. Devo sapere chi è che va in giro con la mia faccia! Ti prego.”
“Ok.” Disse Noemi e schiacciò l’acceleratore; l’auto si catapultò in avanti.
Ma anche la monovolume bianca accelerò.
Non avevano intenzione di farsi raggiungere.
L’inseguimento proseguì per qualche minuto zigzagando tra le auto.
Eravamo arrivati in un quartiere periferico, una distesa di casette con giardino. Vedemmo della gente in mezzo alla strada e fummo costretti a rallentare. Eravamo quasi fermi quando ci rendemmo conto che erano armati di fucili e pistole.
C’era un’auto che stava bloccando la strada. E mentre lasciavano passare la monovolume bianca noi fummo costretti a fermarci.
Un uomo guardò dentro la nostra auto.
Sorrise. Urlò: ”Sono qui!”
Poi rivolto a noi disse: “Scendete, presto!”
Non sembrava aggressivo.
Un altro uomo, sui cinquant’anni, con un ampio impermeabile grigio e una coppola in testa, si fece avanti mentre ubbidivamo all’ordine. Erano tutti armati ma non ci tenevano sotto tiro.
Il cinquantenne con l’impermeabile, evidentemente il capo, si rivolse a me senza preamboli: “Sei andato dal dentista recentemente?”
“Ma checcazzo volete?”
“Rispondimi!” Tagliò corto lui.
Io feci due conti mentali. Dirgli la verità non mi costava niente: “Sono andato dal dentista quattro giorni fa.”
“E’ quel che pensavo. Ti hanno installato un microchip nel dente… E’ così che sono riusciti a intercettarti un’altra volta. Ce ne sono una cinquantina a 200 metri da qui… Vieni, dobbiamo toglierlo subito.”
“Ma ti vuoi spiegare, Dio santo?!?” Risposi io esasperato.
“Prima ti salvo la vita poi ti spiego.” Fece un cenno a una ragazza che se ne stava lì vicino con una carabina di precisione a tracolla.
Feci in tempo a osservare che era giovanissima che lei, con un gesto fluido mi diede una pacca sulla spalla. Sentii il dolore acuto di una puntura. Cercai di reagire tirandole una manata ma la mancai. Allora mi avventai sull’uomo con l’impermeabile con l’intenzione di strozzarlo. Gli misi le mani alla gola, poi le forze mi mancarono e mi afflosciai in preda al panico.

 

INDICE CAPITOLI

Capitolo 1 Ottima marmellata d’arance

Capitolo 2 Ragazze educate

Capitolo 3 Una situazione complessa

Capitolo 4 Agguati mentali

Capitolo 5 Eventi indecifrabili

Capitolo 6 La Fratellanza

Capitolo 7 Nera. Ma quanto nera?

Capitolo 8 Il tripudio della confusione

Capitolo 9 La Fortezza

Capitolo 10 Scatole dentro scatole dentro scatole

Capitolo 11 La Polizia Alchemica

Capitolo 12 Fisso il pensiero fisso

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Capitolo 14 clicca qui

Capitolo 15 clicca qui

Capitolo 16 Pinin

Capitolo 17 Fine

 


La formazione militare delle ragazze. Agguati mentali

Capitolo quarto

Fermai un taxi al volo.
Mi feci lasciare a cento metri dall’appartamento di Ester. Iniziai a seguire un percorso tortuoso per essere sicuro di non aver dietro nessuno.
Vidi una donna che avanzava pesantemente verso di me. Una settantenne sovrappeso con l’aria pacata da casalinga, vestita in modo inappuntabile. Sembrava uscita da poco dal parrucchiere. I capelli erano striati di rosso pomodoro e castano. Per il resto sembrava normale. Indossava un pesante cappotto di lana blu e reggeva un sacchetto stracolmo di spesa dal quale spuntava la chioma di un sedano. Pensai che aveva fatto la spesa al mercato, non al centro commerciale.
La donna, quando fu a tre passi da me si fermò guardandomi. Poi disse con una bella voce chiara: “Ma tu sei Michele!”
La guardai perplesso: “No, signora, io sono Giovanni, mi dispiace…”
“No tu sei Michele. Dai retta a me. Adesso ancora non lo sai ma questo nome ti sarà utile. Lo sento. E scusa se mi permetto di darti un consiglio.
Ci sono tre ragazze, lo so benissimo. E tu non sai quale scegliere. Eh, ma una devi sceglierla. Dammi retta, non puoi continuare a fare il farfallone.”
La presi per una pazza: “Bene, grazie per il consiglio… Ne terrò conto.” E ripresi a camminare.
“Bene!” Disse lei. Poi come se si ricordasse improvvisamente di una cosa importante si girò seguendo con lo sguardo il mio movimento: “E comunque la domanda è: che cosa ti sta succedendo? Chi tira i fili? E’ chiaro che certe cose non possono succedere per caso… C’è un complotto e tu devi capire cosa vogliono da te. Qual è il bottino.”
Stavo per tempestarla di domande quando arrivò un ragazzino che la prese per il gomito: “Su vieni nonna, andiamo a casa, la mamma è in pensiero!”
Io le chiesi: “Che complotto?”
Il ragazzino mi disse: “La perdoni signore, mia nonna ogni tanto si confonde…”
E la nonna disse: “Sì ogni tanto mi confondo , sa com’é… L’età…”
Fece un risolino e si lasciò trascinare via dal nipote che le ripeteva che non doveva sparire così, che erano tutti preoccupati.
Restai a guardarli andare via indeciso sul da farsi. La nonnina non mi avrebbe detto più niente, e non potevo certo costringerla a parlare in mezzo alla strada…

Poco dopo, a casa di Miriam, mi dedicai a un’accurata perquisizione di quel poco che c’era.
Dietro al calorifero del bagno era scivolato un libro. Anzi solo una metà.
La copertina era quella di Biplano di Bach, il frontespizio e il titolo riportato su ogni pagina era I 36 Stratagemmi. Ma il testo che riempiva le pagine era di nuovo L’educazione militare delle ragazze.

Mi sdraiai sul letto con la finestra che illuminava il libro e iniziai a leggere.
“Fai un’ipotesi. Sei in un’astronave in fiamme, 15 persek a ovest di Alfa Centauri. Il colonnello Wamar ti manda a chiamare. Le luci di emergenza lampeggiano e le sirene gridano.
Il colonnello Wamar ti dice: 'Prendi una scialuppa e corri a Shaxhim, vai nella città di Bassiri. Raduna un esercito, marcia su Timbuktù che è sotto assedio e liberala.' E tu dici: 'Signore, la nave è in fiamme.'
E lui: 'Fottitene soldato, fai quello che ti ho detto.'
Che cosa fai?
Ubbidisci? Oppure abbandoni il Settimo reggimento dell’Aria al suo destino e ti salvi con una delle poche navette disponibili?
Se sei un soldato ubbidisci.
Perché hai avuto un ordine e l’ordine prevede di non morire subito, quel giorno stesso. Quindi perché dovresti disobbedire?
E per superare il senso di colpa di essere ancora vivo cercherai veramente di arruolare un esercito a Bassiri, sul pianeta Shaxhim per liberare Timbuktù la Profumata. E magari morirai nel tentativo di farlo.
Una ragazza ben educata cercherà sempre di capire come chiedere trovando sempre una ragione valida per il sistema mentale, per il codice, dell’interlocutore.
Cosa può spingere il funzionario pubblico che ora sta seduto di fronte a me a non applicare la legge?
Che io sia colpevole o innocente è secondario. La domanda è: sono capace di dimostrare che i miei intenti erano equi?
Sono capace di trovare un motivo per il quale questo funzionario potrebbe desiderare di non applicare la legge alla lettera ma di interpretarla a mio favore?
Sono capace di trovare un motivo che renderebbe per questo dolce essere umano insopportabile attenersi alla lettera della legge?
Fino a che punto la lettera della legge è ambigua?
Quale argomento potrebbe indurre questa persona potente e colta a muovere il culo per darmi una mano?
Ovviamente per concepire questa serie di pensieri una ragazza dabbene deve essere assolutamente convinta che esistono solo due leggi: la prima dice che non si può fare nulla la seconda dice che si può fare tutto.
E ovviamente questo vale in alcuni paesi più che in altri…
Ma è anche essenziale che la ragazza di irreprensibili costumi sappia, con l’esattezza della lama di una pattada, che lei è una persona straordinaria alla quale sarebbe impossibile infliggere un comportamento standard perché essa, dalla punta dei sui capezzoli alle dita più piccole dei piedi è intrinsecamente, assolutamente un caso straordinario.
Anzi il caso straordinario. E sarebbe, è chiaro, un peccato, contro Dio e contro la morale, non operare in tutti i modi per evitare che un abominio si compia.
Attenzione: mai in nessun caso, la ragazza accorta, si permetterà di violare il recinto sacro dell’individualità del funzionario pubblico, suggerendogli un modo perché lui possa aiutarla. Dovrà assolutamente essere lasciata a lui l’onore di trovare, nelle infinite pieghe delle stratificazioni secolari di leggi, regolamenti e interpretazioni, il pertugio miracoloso capace di trasformare un’imputazione in una bolla di sapone senza consistenza. Non perché la legge non viene applicata ma perché è compito del genio umano interpretare il testo scritto. A scrivere le leggi sono capaci anche gli stupidi che siedono al parlamento. Ma chi fa vivere le leggi, sangue pulsante della società civile, è l’acume dei funzionari, che sopravvivono ai governi e alle rivoluzioni, e lastricano con il sudore delle loro dita e con il sangue delle mosche che schiacciano, le vie sulla quale avanza la civiltà.
La mente umana funziona così.
Se trovi quali sono i benefici mentali possibili puoi spostare le montagne teoriche. La costrizione, le minacce e i ricatti non sono strumenti altrettanto efficienti e pratici.
Più sono i benefici immediati insiti in una scelta più è probabile che venga perseguita.
E’ difficile che la nostra mente si soffermi più di tanto a valutare i possibili disastri futuri che questa scelta può portare.
Se una giovane donna sarà capace di trovare le motivazioni giuste e riuscirà a farle pesare tutte insieme potrà quindi indurre una persona a perseguire perfino il suo stesso suicidio.
E’ una pura questione di pesi. O di leve.
Come il saggio Archimede disse: datemi una leva e sposterò il mondo, così potremmo dire che trovata la leva giusta ogni uomo diventa un burattino.
Quanto vale avere altri uomini nel proprio potere?
Questo dovrebbe comprendere una ragazza di buona famiglia. Questo dovrebbe insegnare il padre premuroso.”
Ebbi la netta sensazione di essere io la preda di un gioco che non capivo.
Mi sembrò che tutti i fatti che erano accaduti facessero parte di un’unica macchinazione ai miei danni.
Lo so che nei momenti d’ansia è facile cadere preda dei fantasmi che complottano… Inventare oscure congiure è un modo per alleviare la tensione, un unico colpevole di tutti i mali è una soluzione tranquillizzante.
Puoi facilmente credere di essere in grado di battere un solo nemico.
Scoprire che invece i nemici sono tanti, tutti diversi, e che ognuno progetta un modo diverso per danneggiarti, è un pensiero che crea solo spavento.

Il rumore della porta d’ingresso che veniva aperta mi portò rapidamente a uno stato di ansia.
Mi alzai dal letto e cercai qualche cosa per difendermi.
Una voce femminile disse: “C’è nessuno?” Capii subito che era spaventata. Le andai in contro e vidi che era Miriam, lei che aveva finto di chiamarsi Teresa e che mi aveva telefonato facendomi andare nell’appartamento dove il padrone del pesce rosso era riverso sopra un tappeto color avana Ikea, insanguinato.
Lei aveva il viso teso: “Per fortuna che ti ho trovato qui! Dobbiamo scappare!”
La guardai: “No, forse è meglio che prima mi spieghi qualche cosa. C’era un morto in quella casa!”
“Sì, era mio marito. Vieni che ti spiego tutto. Mi tirò per il braccio verso la porta. Afferrai il giaccone e la seguii. Arrivati sul pianerottolo vedemmo che l’ascensore stava salendo. Mi fece cenno di tacere e di seguirla lungo le scale. Salimmo al piano superiore: le scale giravano intorno al pozzo dell’ascensore delimitato da una spessa rete di ferro nera sostenuta da sbarre spesse e nere… Ascensori antichi. Arrivammo al penultimo gradino prima del piano superiore. Si formava uno spiraglio tra il gradino e la soletta del pianerottolo, dal quale si poteva osservare il pianerottolo sottostante. L’ascensore si fermò e ne scesero due uomini. Restammo a guardare solo un secondo. Una pistola nera balenò nelle mani di un uomo. Intanto si sentivano altri passi, qualcuno stava salendo di corsa le scale. Lei mi trascinò via. Salimmo altri due piani mentre quelli di sotto sfondavano la porta. Dal rumore era chiaro che si erano portati un ariete di ferro con i manici, di quelli che usa la polizia.
Arrivati al quarto piano girammo a destra e percorremmo tutto il corridoio.
Miriam aprì la finestra in fondo. Scavalcò. C’era un terrazzino. Si girò a guardarmi: “Ci venivo da bambina.” La seguii. Da lì era facile calarsi sopra il terrazzo del palazzo adiacente. C’era un salto di un paio di metri. Miriam era agile.
La porta che dava sulle scale era aperta.
Scendemmo e ci trovammo a uscire da un portone che dava su una via laterale. A duecento metri c'era la fermata di un tram che stava arrivando. Ci salimmo
Ero scosso.
Sicuramente contento di essere ancora vivo.
E cosa fai a Milano quando sei ancora vivo?
Cerchi di capire che cosa succede e cerchi di continuare a fare quello vivo.
Per riposarsi poi c’è l’eternità.

 

INDICE CAPITOLI

Capitolo 1 Ottima marmellata d’arance

Capitolo 2 Ragazze educate

Capitolo 3 Una situazione complessa

Capitolo 4 Agguati mentali

Capitolo 5 Eventi indecifrabili

Capitolo 6 La Fratellanza

Capitolo 7 Nera. Ma quanto nera?

Capitolo 8 Il tripudio della confusione

Capitolo 9 La Fortezza

Capitolo 10 Scatole dentro scatole dentro scatole

Capitolo 11 La Polizia Alchemica

Capitolo 12 Fisso il pensiero fisso

Capitolo 13 clicca qui

Capitolo 14 clicca qui

Capitolo 15 clicca qui

Capitolo 16 Pinin

Capitolo 17 Fine

 


La formazione militare delle ragazze. Una situazione complessa.

Capitolo terzo

La ragazza bionda non degnò neppure di uno sguardo la mia faccia allibita e partì al contrattacco contro la sorella: “E’ stata Miriam a portarlo qui. Non io! Va bene? Io sono arrivata qui alle 4 del mattino. Sapevo che non c'eri ed ero da queste parti! Punto! E non avevo voglia di tornare a casa… Quando sono arrivata Miriam se ne stava andando. Mi ha detto che aveva da fare… Alle quattro del mattino. E poi voglio vedere se fai anche il terzo grado. Mi ha detto che c’era un uomo nel letto che però non mi avrebbe dato fastidio…” Mi guardò. “Mi ha detto che potevo stendermi sul materasso… Non è colpa mia se in questo cazzo di casa c’è un solo posto dove dormire. Mi sono stesa e mi sono messa a dormire.” Mi guardò di nuovo senza far trapelare niente su quanto era successo. Il viso assolutamente indifferente. Un’artista. “Ho dormito e poi sei arrivata tu urlando e mi hai accusata di aver infranto tutti i codici! E io non c’entro  un cazzo. E mi becco sempre le colpe tue e di Miriam!”
Interruppi la discussione: “Scusate: chi è Miriam?”
La biondina mi guardò stupita: “Miriam, mia sorella. Non la conosci?”
“Mi ha detto di chiamarsi Teresa…”
La donna in grigio sbotto: “Oh Santo Iddio! Ma quella è un’altra fuori di testa! Ma state ancora facendo i vostri giochini di manipolazione? No, io non ne posso più di voi due!”
La biondina si rifiutò di incassare l’accusa: “Senti Noemi: non mettere in conto a me quel che fa Miriam! Non parlare al plurale! Io non c’entro più con le sue storie del cazzo! Mi sono rotta di lei, delle tue sgridate, lasciatemi in pace!”
 

Si alzò portandosi via il piumone. Aveva addosso solo una maglietta. Se ne andò in bagno.
Restammo soli io e la donna in grigio.
Mi guardò. Ricambiai lo sguardo.
“Mi dispiace che tu sia restato coinvolto in questa rissa di famiglia.”
Avevo la testa pesante. Sospettai che Miriam-Teresa la sera prima mi avesse messo qualcosa nella vodka.
O forse erano solo i postumi dello stress.
La donna mi tese la mano: “Sono Noemi. Ester è mia sorella minore. Ho un po’ di problemi a gestirla. I nostri genitori non ci sono più e tocca a me fare da capofamiglia e imporre un minimo di regole. Mi dispiace per questo risveglio brusco…”
“Figurati!”
Mi osservò.
“Ma tu come sei capitato in questo letto?”
“E’ quello che vorrei sapere. Ieri è stata una giornata strana.” Non avevo niente da nascondere, non capivo nulla di quel che mi succedeva. Tanto valeva raccontare tutto e vedere se Noemi mi dava qualche informazione, magari per sbaglio...
Le raccontai della ragazza che mi chiedeva aiuto in sogno, del sito internet che si rivolgeva a me personalmente chiamandomi per nome e mi diceva di rispondere al telefono, della telefonata di una donna che mi diceva di scappare perché dei falsi poliziotti volevano uccidermi, l’incontro con Teresa-Miriam che mi aveva “salvato” con il suo scooter, la conferma su un blog di un mio vicino di casa dell’irruzione della polizia proprio nel mio appartamento, gli strani libri che avevo trovato in quella casa, con le copertine e le intestazioni delle pagine che non corrispondevano al contenuto.
“Una storia veramente assurda! E adesso cosa pensi di fare?”
“Non lo so. Vorrei capire cosa succede, perché questi presunti falsi poliziotti mi cercano… Sinceramente non mi sento a mio agio. Sono una persona normale, non frequento criminali, miliardari, agenti segreti, sette sataniche. Mi faccio i cazzi miei e parlo a bassa voce e ora mi capita tutto questo… Puoi capire che sono un po’ scioccato…”
Mi accarezzai il mento: “Questa è casa tua?”
“Si, come vedi la devo ancora arredare. Era dei miei genitori, l’avevano affittata. Ora gli inquilini se ne sono andati e mi sono trasferita qui io. Da una settimana.”
“E quei libri che ci sono di là? A che servono?”
“Quali libri?”
“In una stanza in fondo… Con una finestra piccola…”
“Non so di che libri parli. Fammi vedere…”
Mi alzai, mi infilai i calzoni dandole la schiena. Poi la guidai in fondo al corridoio. L’ultima stanza a destra. Aprii la porta. La luce del sole illuminava la stanza sufficientemente per vedere che i libri non c’erano più.
“Erano qui!”
“Se li sarà portati via Miriam. E’ fatta così. Lei è sempre in mezzo alle storie più incredibili del mondo. E’ una calamita naturale per spostati, guru, paranoici, teorici del complotto… Mi fa diventare pazza. Aveva giurato di piantarla ma per lei è una droga!”
Ci spostammo in cucina e lei iniziò a preparare un caffè.
“Miriam è sempre stata una ragazza ombrosa. Le perdite che ha subito l’hanno portata a cercare nel mondo dei medium, spiritismo, karma, reincarnazioni, riti magici, capoeira, paranormale insomma.”

Ester era uscita dal bagno completamente rivestita, aveva detto un ciao frettoloso e se n’era andata.
Dopodichè anche Noemi, la donna in grigio, era andata dietro ai suoi impegni.
Ero restato solo ad aspettare Miriam.
Sul tavolo, sotto una rivista c’era un piccolo cordless. Non l’avevo visto. Mi accorsi della sua esistenza solo quando iniziò a suonare e a vibrare. Risposi. Era Teresa, cioè Miriam:
“Giovanni…”
 “Ma dove sei finita?” Chiesi.
“Non ho tempo, segnati questo indirizzo: Via Cappuccini 8, terzo piano, interno 6. Ripeti.” Ubbidii automaticamente. “Corri subito, ti prego.” Poi riattaccò. Decisi che tanto valeva correre un altro rischio, dovevo capire che cosa stesse succedendo. Vicino alla porta c’era una sedia impagliata. Sopra una scatola di plastica, dentro la scatola c’era un mazzo di chiavi. Corrispondevano alla serratura blindata della porta d’ingresso. Le presi.

Il morto era essenzialmente morto non vi era discussone su questo.
Sono perfettamente in grado di riconoscere un uomo morto quando lo vedo.
Di Miriam nessuna traccia.
E quello era proprio morto come tutti comunisti ammazzati da Sukarno.
Sukarno non c’entra niente con questa storia ma rende l’idea di quanto fosse morto: tanto.
Assassinato era stato assassinato, con un colpo di pistola, probabilmente, alla nuca. Poi gli avevano pure piantato un coltello, per l’esattezza un kriss malese, di quelli con la lama a serpente, in mezzo alla pancia. Qualcuno doveva essersi incazzato parecchio.
La pelle intorno al foro del proiettile non era bruciacchiata, quindi il colpo era stato esploso da una certa distanza, perciò il morto non si era sparato da solo prima o dopo essersi piantato la lama nelle parti molli del corpo. Non aveva le braccia abbastanza lunghe per spararsi da solo alla nuca da una certa distanza… Ho visto abbastanza telefilm da saperlo.
Questa parte era abbastanza chiara.
Sul resto buio totale.
Ero arrivato all’indirizzo che Miriam mi aveva dato. La porta dell’interno 6 al terzo piano, era socchiusa. Ero entrato.
Appurato il decesso avevo perquisito sommariamente la casa.
Non trovai niente di rilevante. Per altro non sapevo neanche cosa cercare. Prima di perquisire però mi premunii di trovare un paio di guanti di pelle e infilarmeli. Erano in un cappotto blu appeso vicino all’ingresso. Mi fece un po’ di impressione infilarmeli perché molto probabilmente erano del morto. Poi ripulii attentamente il pomello della porta che avevo toccato entrando. Non mi limitai a lustrarlo. Ci misi sopra una bella dose di varechina e poi strofinai. Questo i telefilm non te lo dicono. Sfregando con un panno non si cancellano le impronte digitali. L’impronta digitale va sciolta nell’acido. E se la picchi è meglio.
Feci un giro per la casa. Era grande. Tre camere da letto. Una sola evidentemente abitata. Nessun altro morto neanche in un armadio.
Non trovai nulla di insolito.
Niente lettera con scritto: mi ha ucciso il vescovo di Milano.
Peccato.
In un angolo della stanza dove giaceva il morto c’era un pesce rosso che nuotava in una palla trasparente piena d’acqua. Frase ridondante visto che difficilmente un pesce nuota in qualcos’altro. Gli omicidi mi rendono pedante.
Lo guardai. Il pesce.
Ho sempre avuto pietà per i pesci rossi, creature che a causa della loro bellezza vengono chiuse in bocce asfittiche di vetro.
Guardai il pesce che si muoveva indifferente. Il corpo del proprietario della casa era scompostamente disteso sul tappeto Ikea color avana, insanguinato.
Supposi che fosse lui il proprietario del pesce.
Immaginai di notare un lieve sorriso increspare la bocca del pesce.
Le creature acquatiche sono parenti dei rettili e sono vendicative.
Ma sicuramente non era stato un componente della fauna ittica a piantare un coltello lungo due spanne nel ventre del cadavere dopo avergli sparato.
Avere un movente per uccidere non è sempre una prova di colpevolezza.
Il pesce non aveva le mani. Quindi non poteva accoltellare nessuno.
Anche questo era chiaro.

Ho sempre avuto feeling con gli animali.
Li rispetto e cerco di capirli.
E’ una cosa che anche i ragni e i serpenti percepiscono.
Ho girato per tanti anni in campagna con i sandali e non mi hanno mai morso. Ho fatto un patto mentale con loro: io non li uccido in nessun caso, loro non mi mordono.
Finora ha funzionato. Quando incontro un serpente ci guardiamo e lui lo sa. Dopodichè io vado da una parte e lui da un’altra.

Quindi provai a comunicare empaticamente con il pesce rosso.
Gli promisi che lo avrei liberato nel Naviglio. Speravo non facesse lo schizzinoso.
Gli chiesi mentalmente se mi poteva dare una descrizione dell’assassino.
Una foto telepatica.
I suoi occhi erano vuoti come un pomeriggio al centro commerciale a fare la corte a una ragazza che non ne vuole sapere mezza.
Non diede nessuna informazione utile. Non ci fu niente da fare.
Comunque mantenni la promessa.
Mi feci un chilometro a piedi per raggiungere il primo corso d’acqua urbano. Ci buttai dentro il pesce con l’acqua e mi parve che sgusciando via mi dicesse grazie. Ma non ci giurerei.
Lo so che è improbabile. I pesci non parlano. Oppure lo fanno a voce molto molto bassa.
Spaccai l’orribile cella sferica per pesci perché non potesse essere usata ancora contro un fratello.
Sapevo che con quel gesto avevo stabilito un patto con le creature acquatiche.
Ero abbastanza soddisfatto dell’impresa ma per il resto non sapevo cosa fare.
E avevo ancora voglia di capire che cosa stesse succedendo.
Decisi di ritornare nell’appartamento dove avevo passato la notte nello stesso letto con due donne diverse. (E per giunta sorelle).
Realizzai questo progetto sentendomi un po’ Mission Impossible e un po' pirla.

 

INDICE CAPITOLI

Capitolo 1 Ottima marmellata d’arance

Capitolo 2 Ragazze educate

Capitolo 3 Una situazione complessa

Capitolo 4 Agguati mentali

Capitolo 5 Eventi indecifrabili

Capitolo 6 La Fratellanza

Capitolo 7 Nera. Ma quanto nera?

Capitolo 8 Il tripudio della confusione

Capitolo 9 La Fortezza

Capitolo 10 Scatole dentro scatole dentro scatole

Capitolo 11 La Polizia Alchemica

Capitolo 12 Fisso il pensiero fisso

Capitolo 13 clicca qui

Capitolo 14 clicca qui

Capitolo 15 clicca qui

Capitolo 16 Pinin

Capitolo 17 Fine

 


La formazione militare delle ragazze. Ragazze educate

Capitolo secondo

RAGAZZE EDUCATE

A volte la città non sembra più un ammasso di case, strade e semafori, ma un luogo misterioso, una foresta percorsa da fiumi metallici, o lava incandescente che sgorga dagli incendi intermittenti che vivono dentro i motori.
E tu veleggi su una barca a vela con le ruote, lungo quei canali infernali o lussureggianti. Lava o giungla… Forse dipende dall’umore. Per me era lava scura.
Dopo un’ora di giri, di garage per posteggiare il motorino, di portoni, cortili, centri commerciali e cunicoli sotto le cantine che lei, la mia guida, evidentemente ben conosceva e di cui, ragazza previdente, aveva le chiavi, arrivammo di fronte a una porta qualsiasi di un qualsiasi appartamento urbano. Una porta rivestita di legno, blindata, che si aprì grazie a chiavi nate per impensierire gli scassinatori. La ragazza si era tolta il casco, e sotto il suo viso era luminoso. Aprì la porta senza incertezze. Aveva le dita affusolate.
L’appartamento era spoglio, vuoto. Una serie di stanze dove sembrava non ci fosse nulla. Solo il frigorifero era moderno, enorme e pieno. Lei mi offrì un succo di frutta corretto con un dito di vodka. Mi fece bene. “Mi chiamo Teresa. So che tu sei Giovanni Lanzacurte…” Ci stringemmo la mano dopo che per mezz’ora ero stato abbracciato a lei sul motorino… Insolito.
C’era un’unica stanza con un minimo di arredi: un materasso steso per terra, sopra un tappeto pachistano di poco prezzo, sopra il materasso lenzuola bianche, una trapunta color panna, poi un tavolo e due sedie. Un portatile per terra. La ragazza si accoccolò sul materasso bevendo da una tazza. Io presi una sedia e mi misi di fronte a lei: “Mi puoi raccontare cosa è successo? Ho le idee un po’ confuse.”

“Non ne so niente.” Disse lei.
“Come non sai niente?”
“Mi hanno detto di venirti a prendere in quel punto. Mi davano istruzioni con il cellulare, ho il bluetooth nel casco.” Indicò il casco blu che stava per terra vicino alla porta. “Evidentemente qualcuno che seguiva.”
“Chi?”
“Non so. Sono dei simpatici vecchietti. Un gruppo strambo. Ogni tanto mi chiedono di fare qualche commissione per loro. Mi pagano bene.”
“Raccatti spesso gente inseguita dalla polizia?”
“Come mai ti cerca la polizia?”
Percepii una nota di preoccupazione nella voce. Se fingeva era una grande attrice.
“E’ quello che vorrei sapere. Non ho mai infranto la legge. Non faccio politica. Non conosco nessun criminale. Non c’è assolutamente nessun motivo per il quale dovrei avere a che fare con la legge.”
“E allora cosa è successo?”
Volevo avere da lei delle risposte e invece mi trovavo a subire un interrogatorio… Mi succede così con le donne. Non so come ci riescano.
“Ho fatto uno strano sogno. Una ragazza mi chiedeva aiuto per salvarla. Una città assediata… Timbuktù la profumata. Mi sono svegliato e chissà perché ho cercato Timbuktù la profumata sul web. E’ uscita una pagina con sopra il mio nome. Sono entrato e c’era scritto di nuovo il mio nome: Giovanni rispondi al telefono. Il telefono ha suonato e una donna mi ha detto Scappa, ti vogliono uccidere, sono falsi poliziotti. Sono uscito di casa e ho visto due auto cariche di uomini armati inchiodare di fronte al mio portone. Sono scappato e dopo poco ho incontrato te…”
Lei sgranò gli occhi dubbiosa: “Mi sembra una storia assolutamente incredibile… Se finisci in tribunale cerca di inventarti qualcos’altro… Questa non la beve nessuno…”
“Ma è andata proprio così.”
Lei mi squadrò soppesandomi: “Non devi convincere me… Io credo a tutto quel che vuoi. Non me ne frega niente. Mi pagano. Non faccio niente di male, e me ne vado con i miei soldini in tasca. Se vuoi che ti creda, ti credo. Ma se ti trovi nei guai forse ti serve una storia migliore.”
“Ma la verità è questa!” Risposi io mettendoci un po’ di cocciutaggine. Mi faceva incazzare rendermi conto che quel che mi era successo era privo di senso.
Lei sorrise: “La verità… Che te ne fai? A volte una bugia costruita bene è meglio della verità. Se racconti la verità non ti danno un premio… A volte ti mettono in galera o ti ammazzano proprio perché sei stato tanto stupido da dire la verità…”
Bestemmiai.
“E adesso quelli che ti hanno pagato cosa ti hanno detto di fare?”
“Niente. Devo stare con te ed evitare che ti suicidi fino a quando telefonano.”
“Quindi posso andarmene?”
“Mi hanno detto di spiegarti che se te ne vai da qui la tua vita vale quanto un assegno scoperto. Ma non ho certo modo di impedirti di andartene. Comunque, se vuoi un parere neutrale ti conviene aspettare. Qui sei al sicuro e quelli che mi pagano mi sembrano gente a posto… Lavoro per loro da 4 anni e non ho mai visto qualche cosa di losco. Loro sono convinti di essere i buoni.”
“Loro chi?”
“Te lo detto, sono dei vecchietti distinti. Alcune signore non rispettano le leggi dell’equilibrio alimentare e sono un po’ sovrappeso ma credo che pecchino solo con i marron glacé, per quel che ne so per il resto potrebbero anche essere cittadini modello.”

Più tardi fece da mangiare: spaghetti al sugo, insalata verde e formaggi. Gli spaghetti erano perfetti, col soffritto d’aglio.
Guardammo il telegiornale sul portatile.
Non c’era la mia fotografia, non parlavano di un ricercato a Milano.
Cercai anche in rete qualche notizia sul mio caso. Trovai solo due righe sul blog di un ragazzo che evidentemente abitava nella mia stessa via… Descriveva l’irruzione nel mio palazzo. Cercavano un ladro d’auto… Pensai ai miei coinquilini. Nessuno di loro era credibile come ladro di auto. Famigliole di impiegati, qualche pensionato e qualche studentessa che seguiva i corsi a Città Studi. Aggiungeva che avevano sfondato una porta al primo piano e sequestrato un paio di casse di materiali. Al primo piano abitavo io, i signori Cardella, pensionati, e una studentessa di biologia che non avrebbe rubato neanche un uovo al supermercato. Era chiaro che cercavano proprio me. Erano entrati nel mio appartamento.
Teresa uscì dal bagno dove si era fatta una doccia per almeno un’ora. Era avvolta in un asciugamano di spugna bianco. Mi disse: “Sono proprio stanca. Vado a dormire. Se non ti fai idee strane puoi dormire sul materasso. C’è solo questo in casa. Se vuoi lavarti c’è un cambio di vestiti e un asciugamano.”
Annuii.
Mi feci una doccia anch’io. Quando uscii lei russava lievemente.
Mi stesi nella metà di materasso che mi aveva lasciato.
Ricominciai per l’ennesima volta a ricapitolare la storia. Era priva di senso. La paura si alternava all’incredulità.
Non riuscendo a dormire iniziai a girare per casa. C’erano 12 stanze. Tutte con il pavimento di legno chiaro. Tutte quasi vuote. In una c’era un comodino. Aprii il cassetto, c’era un foglio con due parole scritte con un pennarello rosso. “Great complot”, grande complotto. In una stanza con una finestra piccolissima trovai un mucchio di libri accatastati alla rinfusa in un angolo. Edizioni rilegate in pelle, tascabili con le copertine morbide, opuscoli.
Iniziai a leggere i titoli. C’erano romanzi, La società degli assassini, saggi: Il piacere è sacro, guide e manuali…
Un titolo mi incuriosì: L’educazione militare delle ragazze. Iniziai a scorrere le pagine ma evidentemente c’era qualche cosa che non tornava. Il libro era un manuale di innesti per alberi da frutto. Aprii un altro volume: Venere nella conchiglia. Anche lì le pagine trattavano altro, un testo sull’effetto placebo.
Osservai attentamente la rilegatura. Appariva perfetta. Evidentemente qualcuno aveva speso parecchio lavoro per rilegare una serie di libri con copertine di altri libri. Una fatica priva di senso.
Una copertina annunciava il titolo Matera misteriosa, ma dentro il frontespizio era quello del romanzo di Dashell Hammet, Il falcone maltese. Conoscevo quel racconto. Tutte le pagine del libro avevano, come è d’uso, il titolo del romanzo ripetuto su tutte le pagine di sinistra in alto.
Ma quando iniziai a leggere il testo mi accorsi che non era Il falcone maltese, ma un romanzo di Salari che magnificava le imprese di Sandokan.
Quindi qualcuno non solo aveva sostituito le copertine di una serie di libri, era arrivato a stampare un romanzo scrivendo sopra ogni pagina il titolo di un altro romanzo.
Era una situazione completamente priva di senso.
L’indagine mi prese. E verificai che quella follia valeva per tutti i libri ammassati su quel pavimento.
Erano almeno un centinaio. Doveva essere stato un lavoro enorme impaginarli, stamparli e rilegarli.
Osservando meglio notai poi che i nomi delle case editrici erano assolutamente incongrui. Barabba Edizioni, Rapa Nuja Editore, Editoriale Iside… Nomi mai sentiti.
Un falso dentro un falso dentro un falso dentro un falso.
Ero impazzito?
Mi alzai, feci un giro respirando profondamente e concentrandomi sulle sensazioni del mio corpo. Aiuta a spegnere l’ansia. Andai a bere un bicchier d’acqua. C’era un fondo di caffè. Scolai anche quello.
Tornai nella stanza e verificai tutto di nuovo. Non era un’allucinazione. I libri erano ancora lì con le loro copertine sbagliate.
Dentro la copertina di “I grandi viaggi” trovai i dati di identificazione di I segreti delle streghe ma il capitolo 1 del libro si intitolava invece “Perché è così importante l’educazione militare delle ragazze”.
Il testo era realmente un manuale di autodifesa scritto con un linguaggio pieno di fronzoli: “Una ragazza di buona famiglia, educata come si conviene ai tempi odierni, colpirà solo 6 punti del corpo di un’aggressore: i mignoli dei piedi, i mignoli delle mani e gli occhi.
Nessuna ragazza con un minimo di buon senso cercherebbe di colpire con una ginocchiata i testicoli dell’aggressore in quanto ben sa che i maschi violenti avanzano innanzi tutto proteggendo quella zona.
E tantomeno cercherà di colpire sotto l’inguine a gamba tesa, troppo facile sarebbe per l’avversario afferrar la caviglia, spingerla verso l’alto, torcerla e far cadere la ragazza malamente. E a quel punto la situazione sarebbe difficile da recuperare.

…Per prima cosa devi conoscere bene il territorio. Sapere quali sono le armi e quali sono i segnali. Devi conoscere i codici in uso. Solo così potrai entrare nelle città indisturbata passando dalle porte, sotto gli occhi delle guardie.”

Chiusi il libro.
Andai a stendermi sul materasso a fianco di Teresa, persa nei suoi sogni. Si era tirata il piumone sulla testa come i bambini.
Restai al buio ad ascoltare i rumori della città e a chiedermi cosa dovessi fare.
Scappare e far perdere le mie tracce ai buoni e ai cattivi…
Avrei potuto farlo. Avevo amici sugli Appennini, che vivevano in casali completamente isolati.
E forse l’avrei fatto. Ma volevo anche saperne di più e se fossi scappato non avrei trovato nessuno che mi potesse raccontare la verità. L’unica fonte che avevo a disposizione era in quella casa. Avrebbero telefonato? Chi?
Avevo letto un romanzo nel quale un ricco annoiato veniva coinvolto in una serie di avventure piene di inseguimenti e sparatorie e poi si scopriva che era tutto un gioco, una messinscena organizzata dai suoi amici per fargli ritornare la voglia di vivere.
Forse ero vittima di uno scambio di persona.
Oppure sapevo qualche cosa senza rendermene conto… Oppure ero il sosia di qualcuno che sapeva troppo. C’era poi l’opzione mistica: ero il prescelto per compiere qualche prodigio indispensabile per salvare il mondo. In questo caso avrei presto incontrato un Lama tibetano o la sacerdotessa di una religione dimenticata.
Non riuscivo a concepire altre ipotesi.
La mia mente cercava di mettere insieme pezzi di un puzzle che non combaciavano.
Mi addormentai.
Nella notte, ottenebrato dal sonno, sentii che Teresa mi veniva vicino. E poi sentii le sue braccia abbracciarmi e il suo corpo aderire al mio.
Non mi svegliai completamente neppure quando si mise sopra di me e strusciandosi lentamente mi prese. La sua natura era bollente e si muoveva risucchiandomi. Lei emetteva dei suoni soffocati. Suoni profondi che sembravano venire da aree sotterranee dell’anima… Non c’era niente nel suo ansimare che ricordasse gli squittii e gli strilli di alcune donne… era qualche cosa di più simile al ringhio di una tigre. Era come se il suono, emesso da un punto del suo essere infinitamente lontano e nascosto si diffondesse nel suo corpo facendola vibrare completamente. Era potente e io restai ipnotizzato.
Ci muovemmo lentamente, a lungo, bordeggiando i territori dei sogni fino a quando mi aggrappai a lei violentemente esplodendole dentro.
Poi restammo abbracciati, lei sopra di me, fino a quando il sonno non ci prese di nuovo.

Molte ore dopo si accese la luce. Mi stropicciai gli occhi e vidi una sconosciuta sulla porta.
“Quante volte ti devo dire che non mi devi portare a casa gli sconosciuti che raccatti in giro?”
Mi sedetti sul letto senza interrompere la ramanzina… Tanto non ce l’aveva con me. Una volta tanto ero fuori dallo scontro.
Dissi solo: “Buongiorno.” Per via che sono educato. La giovane donna, con addosso un inappuntabile tailleur grigio e una camicetta bianca, i capelli rossi e ricci raccolti in una coda, continuò a parlare con un tono di voce scocciato: “Ci sono delle regole nella nostra casa. Ora sei maggiorenne e devi rispettarle anche tu. Mi senti?”
Teresa aveva ancora la testa sotto le coperte e non muoveva un muscolo, rannicchiata sul bordo del letto. La donna in grigio continuò a infierire: “Lo so che sei sveglia. E anche questo è un modo idiota di reagire. Hai fatto l’ennesima stronzata, prenditi le tue responsabilità almeno! Oppure discutiamo le regole. Non sei d’accordo? Spiegami perché. Invece tu mi dai ragione in tutto e poi fai quel che ti pare.”
Da sotto il piumone color panna arrivò il frusciare di un movimento e la una voce lamentosa di donna che diceva: “Ok, adesso basta però… Non si può svegliarsi così!”
“Tu puoi fare quel che ti viene in testa, quando ti viene in testa e io invece devo rispettare il tuo sonno e magari evitare di piombarti in camera mentre sei a letto con il tuo amante?” Mi lanciò un’occhiata. Forse sperava mi sentissi colpevole. Non mi sentivo colpevole. Avevo ben altre preoccupazioni. La donna in grigio continuò: “Beh, se tu non rispetti le regole io non rispetto le regole! E ti sveglio e ti strillo quanto mi pare. Almeno stabilisco un deterrente!”
Il piumone fu rovesciato da uno scatto del corpo che ricopriva mentre Teresa diceva con un tono arrabbiato e una voce argentina: “Ma insomma smettila di fare il sergente, sei proprio una lagna! Io non ho fatto un bel niente!”
La ragazza apparve da sotto la coperta.
E a me prese un colpo. Non era Teresa. Era una ragazza bionda, con i capelli lunghi e la pelle bianchissima. Non era Teresa. Le donne non vanno a dormire la sera che sono more e si svegliano al mattino bionde!
E poi la ragazza che divideva il letto con me era molto più giovane di Teresa, una ragazzina!
Una domanda mi si staglio prepotentemente nella testa: “Ma con chi ho fatto l’amore questa notte?"

INDICE CAPITOLI

Capitolo 1 Ottima marmellata d’arance

Capitolo 2 Ragazze educate

Capitolo 3 Una situazione complessa

Capitolo 4 Agguati mentali

Capitolo 5 Eventi indecifrabili

Capitolo 6 La Fratellanza

Capitolo 7 Nera. Ma quanto nera?

Capitolo 8 Il tripudio della confusione

Capitolo 9 La Fortezza

Capitolo 10 Scatole dentro scatole dentro scatole

Capitolo 11 La Polizia Alchemica

Capitolo 12 Fisso il pensiero fisso

Capitolo 13 clicca qui

Capitolo 14 clicca qui

Capitolo 15 clicca qui

Capitolo 16 Pinin

Capitolo 17 Fine

 


La formazione militare delle ragazze. Ottima marmellata d’arance

Buon 2012, che sia un anno radioso!
E per ingraziare un buon anno ecco a voi il primo capitolo di un grandioso romanzo epico.
La prossima settimana la seconda puntata.

La formazione militare delle ragazze.

Capitolo primo
OTTIMA MARMELLATA D'ARANCE

I seni della ragazza stesa nuda sul letto erano tondi in modo impressionante. Ma il movimento che facevano sospinti dal suo respiro mi facevano escludere che fossero finti.
La stanza era grande e semivuota. C’erano il grande letto, un tavolino, una sedia e un armadio antico costruito con tavole sbozzate. Alto come una persona, si stringeva salendo. Il pavimento era di assi accostate munite di incastro. Legno chiaro. Probabilmente acero. Le lenzuola erano bianche e il piumone color panna, ammassato, era sul bordo più lontano del letto e un lembo pendeva fino a toccare il pavimento. C’era una finestra con gli infissi verniciati di bianco. Le pareti era color sabbia chiara. A destra, lungo il muro, al centro, c’erano una cinquantina di libri disposti di costa, come fossero in una libreria pensile.
Lei mi disse: “Raccontami tutto!” La sua voce era morbida e piena, con i suoni leggermente scivolati, quel tanto da renderla sensuale senza farla sembrare una bambina.
In effetti non conosco una parola che identifichi il timbro della sua voce. O forse era il modo di pronunciare le parole che la rendeva particolare. Era una voce che sembrava uscire da una creatura estremamente delicata ed elegante. Ma sapevo che lei poteva essere più dura di uno spigolo urtato al buio di notte, mentre cerchi il bagno in una stanza di albergo della quale hai perduto la mappa.

Questo probabilmente è il punto migliore dal quale iniziare a raccontare quello che è successo.
Quella stanza, quella ragazza con la pelle morbida come un’ombra estiva.
Quella ragazza che muoveva gli occhi come se fosse un premio. Per un eroe. Una pausa, dopo l’ultimo, complicato, ciclo karmico.

La storia non è semplice da raccontare, sennò non starei qui a far girare il cane nel cortile. A giocherellare con l’impugnatura del martello. A vendere frigoriferi agli eschimesi, a contare i piccoli ruminanti…
Che poi le pecore non ruminano…

Era tutto abbastanza normale, nella mia parte di mondo.
Conducevo la mia vita ORDINARIA, quasi convinto di avere solo quella.
Poi improvvisamente mi trovai coinvolto in un sogno, in una telefonata, in una marmellata di arance e dovetti fuggire e poi la ragazza con i capelli riccioli, neri, mi salvò.
In un certo qual senso.

Il sogno era stato molto particolare.
Secondo la mia personale classificazione esistono 4 tipi di sogni.
I sogni standard dove succedono una serie di cose strane che ti lasciano magari perplesso ma non di più. Magari te li ricordi al mattino ma poi scompaiono.
Ci sono gli incubi. Che poi te li ricordi.
Ci sono i sogni nei quali improvvisamente sei cosciente, dentro il sogno, e le cose vanno abbastanza bene. Questi sogni non li ricorderai a lungo.
Ci sono sogni nei quali tutto va male. Tu sei cosciente del sogno e non hai paura.
Ci sono i sogni durante i quali non sei cosciente di sognare, ma mentre sogni pensi a quel che stai vivendo e commenti tutto nella tua testa che sogna.
Ci sono infine sogni che vivi con un’emozione fortissima. Non sei cosciente ma ti rendi conto di vivere un’esperienza estremamente definita, i tuoi sensi captano un’infinita complessità di colori. Super colori. Vividi. E sensazioni emotive, dentro, forti.
Sono sogni che sembrano doverti dire qualche cosa. E ti svegli e contempli le sensazioni che ti hanno lasciato e sai che l’evento onirico conteneva un’informazione essenziale. Ma spesso questa informazione ti sfugge.
Avevo detto che ci sono solo 4 tipi di sogno. Invece ho scritto una lista di 6. Me ne scuso (di correggere quel che ho scritto non se ne parla. Ho paura che se lo facessi perderei qualche cosa di quel che devo raccontare).
Io sognai una donna. Sempre donne. Ho un debole in questo settore. Questa donna mi disse: “Timbuktù è assediata. Timbuktù la profumata. Vieni a salvarmi. I Kung non lasceranno vivo nessuno!”
Mentre sognavo mi dissi: “E’ tale quale al messaggio olografico di Guerre Stellari. La principessa che chiede aiuto allo yedi”.
Era quello il particolare che mi colpiva di più mentre sognavo.
Mi svegliai con quella sensazione.
Il tavolo del mio soggiorno, cucina, camera da letto, era ingombra di un’orda di cose che non avrebbero dovuto stare lì tutte assieme. Ricavai uno spazio libero sgombrando un po’ di piatti, bicchieri, libri, dvd, fogli di carta, giornali, capi di abbigliamento spiegazzati.
Mentre stavo immergendo accuratamente un panino caldo cosparso di burro fresco e marmellata di arance biologica, dentro un the verde, battei sui tasti del portatile “Timbuktù la profumata” E trovai subito, al primo posto, sulla pagine del motore di ricerca planetario, “Timbuktù la profumata è sotto assedio!”
E sotto, in caratteri più piccoli: “Michele Kandinsky ti prego, aiutami. Questo messaggio è per te.”
E subito mi sentii una roba allarmante, come una serie di brividi freddi, lungo la nuca, verso il basso.
Io in effetti mi chiamo Giovanni Lanzacurte. Ma sono anche Michele Kandinsky, solo che non lo sa nessuno. Dai tempi del liceo scrivo e riscrivo una storia noir abitata da un investigatore privato senza licenza che gira con una pistola di piccolo calibro e una mira perfetta.
Un romanzo mai terminato che non ha letto nessuno.
Quindi trangugiai un gran boccone di pane caldo, burro e marmellata di arancia e cliccai per aprire la pagina.
Per inciso a essere fedeli al vocabolario stavo mangiando una confettura. Che non è esattamente marmellata e neanche gelatina di frutta. O forse era veramente marmellata… Non so, mi sono dimenticato la differenza.
Ma CONFETTURA mi dà l’idea di una con il culo stretto e la bocca nella stessa posizione.

La pagina si aprì. C’era una scritta grande: “Giovanni: rispondi al telefono!”
Giovanni sono sempre io.
E poi il telefono squillò. E come sequenza devi ammettere che è da film horror anni settanta.
Ecchemminchia!

Rispondo al telefono e una voce di donna, un’altra ancora, mi dice: “La polizia sta per fare irruzione a casa tua. Non sono poliziotti veri ti vogliono ammazzare. Scappa subito!”
“Ma chi è che parla?” Ansimai io colto alla sprovvista con la marmellata tra i denti.
“Cos’è con non capisci SCAPPA oppure TI VOGLIONO AMMAZZARE?”
Aveva visto troppi thriller ambientati alla Garbatella.
Bofonchiai. Non sono mai stato bravo a rispondere al volo.
Non sono un battutaro. Li ho sempre invidiati quelli…
Comunque io sono una persona prudente.
Così esco di casa.
Lascio giù il cellulare perché scappare col cellulare è da coglioni. Ti beccano col satellite e ti fotografano il buco del culo anche se stai a gambe strette.
Prendo su un coltello però. Un serramanico con le guance di legno colorato e la lama di 15 centimetri con l’incisione: “Coltello della vendetta corsa.” Non sono corso ma li ammiro. Gente determinata. Io sono di Alessandria. Alessandria che è in Piemonte, in un posto dove la nebbia nasconde le inondazioni. In certi periodi è meglio se vai in giro ascoltando la radio e rispettando i limiti di velocità. Sennò rischi di finire in una palude che un’ora prima non c’era. Ovviamente questo succede se vai in auto. A piedi fai tempo ad accorgertene che la strada è finita.
Misi nella tasca sinistra del giaccone color cielo nuvoloso di sera anche tre scatolette di tonno. A lanciare non me la cavo male.
In via prudenziale.
Invece di prendere l’ascensore scendo per le scale. Non esco dal portone, giro a destra e mi trovo in cortile. Lo attraverso, entro nel retro del bar che sta all’angolo.
Un bar etnico che cucina kebab e ha foto dell’Egitto alle pareti. Saluto Miriam, che come al solito sorride. Benedetta ragazza. Esco in strada giusto in tempo per vedere due auto sfrecciare. Oltre l’angolo inchiodano. Mi sporgo oltre il cantone della casa e guardo verso il portone del mio palazzo. Le due auto sono lì davanti e un nugolo di uomini armati sta saltando giù.
Non mi serve di vedere altro e prendo la direzione opposta.
Il sangue mi pulsa in gola.
Faccio un breve riepilogo della mia vita e certifico che non c’è nessun motivo plausibile perché la polizia o qualunque forma di organizzazione militare, legale o illegale ce l’abbia con me.
Sono una persona che conduce una vita ordinaria.
E’ vero che faccio sogni strani e scrivo segretamente un romanzo che non sono mai riuscito a finire. Ed è vero anche che in questo romanzo succedono eventi incredibili e forse morbosi. Ma non abbastanza da provocare qualunque tipo di interesse da parte di chicchessia. Quindi posso solo pensare a uno scambio di persona. A una terribile omonimia. Un malinteso. Ma ho visto abbastanza film americani per sapere che prima di consegnarsi a una qualunque forza umana organizzata è meglio avere le idee chiare, un buon avvocato e possibilmente l’appoggio esterno dell’aviazione militare americana.
Non che ci abbia mai provato. Ma sognare è gratis, e preferisco immaginarmi in una situazione difficile, confortato da un migliaio di marines armati pesantemente e con l’appoggio dei caccia.
I missili intelligenti danno un certo conforto anche se, in fin dei conti, non sono poi così intelligenti.

Comunque percorro a piedi circa 500 metri, badando bene a non accelerare il passo, continuare a respirare, a non muovermi in modo scomposto, a non fare la faccia da pazzo e non parlare da solo. Cammino come una persona ordinaria in un giorno qualsiasi, mentre va o torna dal lavoro, dalla spesa o da un incontro sentimentale. Cammino e basta. In modo neutro.
Cerco di essere solo un frammento della folla non identificata.
Poi arriva una ragazza a bordo di uno scooter. Ha il casco integrale dal quale spuntano capelli lunghi, ricci e neri.
Mi dice: “Sali!”.
“Dove?”
“Come dove?!? Su questo motorino!”
Non devo avere l’espressione intelligente. Evidentemente ero sotto shock.
“Tutto va troppo veloce!” Dico io.
Quando le cose vanno troppo veloci a volte fermarsi è meglio.
La ragazza alza la visiera bluastra. Mi guarda negli occhi.
Noto che ha un contorno di rimmel.
Mi dice: “Non c’è tempo. Scegli. O sali o me ne vado e ti arrangi.”
A volte le cose corrono ma non c’è tempo per rallentarle.
Salgo dietro di lei e mi attacco ai suoi fianchi mentre parte veloce ma senza sgommare. E senza sgasare. Profilo basso.
Dopo due chilometri di traffico nel quale zigzaga si ferma di fronte a un bar. Mi passa una borsa da ginnastica blu. Mi dice: Vai nel bagno degli uomini e cambiati. Lascia giù tutto, dalle mutande al cellulare. Non portarti niente. Ripasso tra 5 minuti esatti. Se non ci sei me ne vado.” E si ributta nel traffico.
Soppeso la borsa blu. E' leggera, evidentemente non contiene una bomba.
Entro nel bar. Il bagno è in fondo alla sala. Scelgo il bagno delle femmine. Quando non capisci cosa succede è meglio se non segui fedelmente il copione. Segui l’istinto.
Mi cambio. Conservo solo il coltello e le tre lattine di tonno. Lì di sicuro non ci hanno messo microspie.
Dopo 5 minuti sono sul marciapiede con la borsa in mano.
Lei arriva: “Non hai buttato la borsa.”
“Non me lo hai detto.”
Prende lei la borsa. Io salgo dietro e le cingo i fianchi.
E' piacevole. Si mette la borsa blu tra le gambe. Parte. Dopo mezzo minuto a un semaforo appoggia la borsa nel cassone di un triciclo con il cassone, carico di rottami. Rottame più rottame meno...

 

INDICE CAPITOLI

Capitolo 1 Ottima marmellata d’arance

Capitolo 2 Ragazze educate

Capitolo 3 Una situazione complessa

Capitolo 4 Agguati mentali

Capitolo 5 Eventi indecifrabili

Capitolo 6 La Fratellanza

Capitolo 7 Nera. Ma quanto nera?

Capitolo 8 Il tripudio della confusione

Capitolo 9 La Fortezza

Capitolo 10 Scatole dentro scatole dentro scatole

Capitolo 11 La Polizia Alchemica

Capitolo 12 Fisso il pensiero fisso

Capitolo 13 clicca qui

Capitolo 14 clicca qui

Capitolo 15 clicca qui

Capitolo 16 Pinin

Capitolo 17 Fine