I Romanzi e le storie di Jacopo Fo

Un muratore su cinque tira cocaina

(Le indagini incredibili di Michele Lanzacurte)

Questo mondo annega nella mancanza di senso della responsabilità. Qualunque imbecille può dire “io non sapevo” e finisce lì. No, testina, comandi tu e tu paghi i danni!

Sterminati panorami di desolazione galleggiano sulla nebbia chimica che avvolge la città. Un muratore su cinque tira cocaina. E poi ti stupisci se vengono giù i palazzi.
Mi chiamo Michele Lanzacurte. Di mestiere faccio l’investigatore privato.
E sono incazzato perché gli amici degli amici si sono comprati Telecom prendendo i soldi in prestito se la sono passata di mano in mano e alla fine l’hanno mollata agli spagnoli dopo averla spogliata e riempita di debiti. Di passaggio in passaggio hanno rastrellato soldi sufficienti a dar da mangiare al Burkina Faso per 10 anni. Per dargli da magiare aragoste vergini. Facile comprarsi la Telecom con i soldi a prestito… Volevo farlo anch’io ma nessuna banca mi aveva voluto aprire uno scoperto di conto corrente di una decina di miliardi di euro.
Le solite cazzate… A me hanno chiesto garanzie per prestarmi 10mila euro. Bastardi!
Però questa storia che io non avevo potuto comprare la prima azienda telefonica italiana mi bruciava. Perché io no? Io o un qualunque muratore che si fosse tirato troppa coca… Perché un po’ di mania di grandezza ci vuole per comprarsi tutti quei cavi con 80mila operai intorno.
Ma forse è sufficiente che vai in banca, fai vedere quanto è bella Afef e quelli se ne vengono nelle braghette e ti danno tutti i soldi che vuoi.
Insomma ero incazzato. Così accolsi come un segno di Dio il fatto che Guido Maria Giovanni Aleandro Rossi mi stesse davanti, col suo sorriso pacione, e mi stesse offrendo mille euro al giorno più le spese.
Voleva un’indagine riservata.
Interpretai come un’incredibile coincidenza il fatto che volesse pagarmi per scoprire chi e come aveva deciso di dare i miliardi ai coraggiosi compratori di Telecom… Voleva capire come mai le banche avevano dato i soldi, se c’era la complicità con D’Alema, se era tutta una finta per far comprare Telecom a Silvio, se veramente il Tronchetti faceva spiare politici e giornalisti oppure erano i servizi segreti che spiavano per conto loro, oppure la Cia. E cosa c’entravano i rapimenti di islamici cattivi, le fatture false, le agenzie che ingaggiavano mercenari per l’Iraq e i tipi loschi con l’alito pesante che si spacciavano per agenti dello Stato e magari lo erano… E pure la Serbia… Perché dare miliardi al dittatore slavo?
Insomma Guido Rossi voleva sapere tutto. Un maniaco. Durante l’indagine per il calcio truccato aveva voluto che io gli portassi tutte le foto di tutte le fidanzate e di tutte le mogli di arbitri, calciatori e figli di Moggi. Ovviamente nude.
Ovviamente gliele avevo procurate. Erano quasi tutte disponibili su internet. E’ la democrazia. I ricchi si sposano le super fighe ma tutti possiamo masturbarci guardandole.
Avevo due strade per risolvere il caso: impiegarci mille anni (che a 1.000 euro al giorno sono sempre un affare) oppure darmi una mossa.
Siccome sono un sentimentale escrementizio e odio usare il mio onore per pulirmi le zone intime posteriori decisi di darmi da fare.
Così uscii dalla sede centrale della Rossi & Rossi di Milano, arredata da architetti con l’ulcera che non avevano mai sperimentato un vero orgasmo, respirai profondamente quell’aria al profumo Apocalisse, pensai che solo dei pazzi possono vivere in un posto simile e meditai sulla situazione.
Una volta mia nonna mi aveva detto: dietro tutti i grandi uomini c’è una donna stupita.
Grande saggezza.
Non dovevo fare altro che trovare Afef e farla parlare.
L’unico problema era abbattere la decina di guardie del corpo che fanno la ronda intorno alla villa dove abita. Intendiamoci, i guardiani non erano un problema insormontabile. Col fondo spese di Guido Rossi avrei potuto noleggiare 40 ex militanti del Servizio d’Ordine del Casoretto e radere al suolo tutta l’area.
Ma come approccio mi sembrava esagerato. Ultimamente sto meditando sull’inutilità della violenza e sulla necessità di immaginare un paradigma esistenziale basato sulla qualità delle relazioni umane.
Quindi optai per una soluzione più complessa: Anita. Estrassi il cellulare e mentre mi recavo in un ristorante salutista dietro il grattacelo Pirelli, fissai un appuntamento con lei nella sua boutique in corso Garibaldi.
Anita è un travestito barese che una volta si è trovato nei guai con un giovane rampante che si era fatto troppa coca. Mi aveva telefonato, ero arrivato con una fiala di adrenalina e gli avevo salvato la pelle (al rampante).
A tempo perso faccio il pronto soccorso per gente che preferisce evitare gli ospedali e i giornali. Ho fatto sei esami di medicina e sono capace di cavare una cistifellea bendato. Ma preferisco non farlo perché generalmente la gente poi si incazza.
Dopo aver mangiato un tofu che avrebbe fatto resuscitare i morti (resuscitare e fuggire) andai dall’Anita e le dissi: “Devo parlare con Afef”.
“Niente di più semplice, stasera ti porto alla festa del Buby, lei passerà di certo”.
“Chi è questo Buby?” Chiesi io professionale.
“Uno ricco, etero, bruttino, con la mania di farsi le ragazzine e tanti debiti...”
“Anche tu con questa storia… Perché dici che è ricco se c’ha un pacco di debiti?”
“Michele… Ma come sei arretrato… Il solito paleo-leninista… C’è chi con i debiti è ricco e chi è povero… E’ una questione di savoir faire.” Lasciai perdere. Se Marx fosse rinato avrebbe dovuto riscrivere Il Capitale e intitolarlo Il Look.

Anita pretese di vestirmi elegante per la festa. Mi sentivo un sarcofago. Mettermi la giacca e la cravatta mi fa questo effetto. Arrivammo verso le 23 perché arrivare prima è da cafoni. Avevo una fame boia ma mi resi conto che le tartine del buffet facevano schifo. I ricchi con i debiti saranno anche furbi ma non sanno mangiare. Non hanno ancora capito che il salmone deve essere rosa salmone e non rosso aragosta. Se il salmone è rosso non è né emozionato né comunista, è tinto. E questo non è bene. Ma i ricchi con i debiti non ci fanno caso. Credono che tutto quello che costa caro sia buono. Per sapere cosa mangiano non usano il palato, guardano gli estratti della carta di credito. Poveracci…
Alla fine vedo Afef, tutta contornata da squaletti con la pancetta e la gastrite e tigresse con le labbra tumefatte. Avete presente quelle tipe talmente liftate e tirate che non possono mai abbassare le palpebre perché sennò gli si apre il buco del culo? Ecco quelle. Mentre mi avvicinavo a lei riflettevo sulla quantità incredibile di gente che era in quella sala solo grazie all’indulto di Bertinotti e C.
Non ci sono più i comunisti di una volta…
Da vicino è veramente uno schianto di ragazza… “Buona sera signora Afef, possiamo scambiare due parole in privato?”
Lei mi guardò di traverso come se fossi stato una cacca di cammello.
Io continuai a guardarla dritto negli occhi mentre immaginavo di essere Dio che ordina ai pianeti di iniziare a girare.
E’ una cosa essenziale nel mio lavoro. Quando parli a qualcuno DEVI essere assolutamente convinto di essere Dio.
E non è solo una questione di autostima. Lo devi sentire a livello cellulare.
Ti devi sentire come quando giochi a Doom (lo sparatutto videogame) usando i codici segreti che hai comprato da un ragazzino brufoloso che fa sesso solo col computer, e giochi in Modalità Dio, e sai che in qualunque momento puoi avere tutte le armi e tutta l’energia dell’Universo. E quando i demoni ti colpiscono i proiettili rimbalzano.
Ecco, se ti senti veramente Dio così, allora funziona.
Garantito. Mi sono trovato in  difficoltà solo una volta, con Silvio. Ma lì il problema è che anche lui è convinto di essere Dio. E’nata tutta una discussione che non finiva più “Dio sono io!” “No, Dio sono io.”…
Comunque Afef mi guarda, capisce che sono Dio, sente dentro una profonda emozione e mi risponde: “Certo!” Mi accompagna in una saletta al piano di sopra, chiude la porta a chiave e mi chiede: “Vuole anche che mi spogli?”. Succede sempre così, appena scoprono che Dio sei tu: vogliono provarti. Solo con le banche non funziona perché loro sono atee.
“Grazie, ma momentaneamente vado di fretta.” Fece un sorrisino deluso.
“Dimmi tutto quello che sai sulla Telecom, i rapimenti della Cia, le intercettazioni telefoniche eccetera.”
Mi guardò, sorrise e iniziò a parlare: “Dunque, in Italia ci sono due grandi gruppi di potere che a volte si menano a volte fanno affari insieme. Ognuno dei due ha i suoi cavalieri, i Re e i fanti. E’ come una partita a scacchi. Tu mi fai tenere le mie tv e io ti lascio arraffare l’Alitalia.” Sospirò e si scostò dagli occhi un meraviglioso ricciolo bruno.
“Ma ogni gruppo è composto da un nugolo di bande rivali e a volte una banda di qua si allea con una banda di là e il gioco si complica. Poi ci sono i pesci piccoli che corrono sotto i tavoli come ratti acchiappando le briciole e poi ci sono gli americani che si credono i padroni del mondo e non hanno tutti i torti. E tutta questa gente è impegnata 24 ore su 24 a vendere e comprare qualunque cosa, dalle fatture false, ai dossier fasulli, armi, cavalli, ville, autostrade. E sopra a tutto questo, dietro e intorno ci sono le banche… Ho reso l’idea?”
La guardai. Usai uno sguardo Dio, formato adesso mi girano le palle. Lei capì che le conveniva fare nomi e cognomi perché mi ero rotto i coglioni delle fregnacce. Li fece, in ordine alfabetico.
La mattina dopo andai da Guido Rossi e feci rapporto.
Alla fine disse: “Proprio come pensavo…”
Lo guardai.
Mi guardò.
Io parlai: “Guido, hai 5mila dipendenti e sei simpatico. Per 500 mila euro ti metto su un esercito di ex sessantottini ancora incazzati per la morte di Santarelli, che la polizia stese con un lacrimogeno, arruoliamo anche un migliaio di albanesi e polacchi, arrestiamo tutti i cattivi, nominiamo Del Piero capo del governo e il bene finalmente trionfa. Ti paghi tutta l’operazione mettendo uno scatto alla risposta su tutte le telefonate da cellulare alla rete fissa.”
“Merda.” Disse lui.”Ma non capisci che io…”
Non riusciva a dirlo.
Rimase lì con il dito alzato che faceva bbzz bzz grig grag con la bocca. All’inizio fui un po’ sorpreso dal fatto che anche Guido Rossi non fosse un essere umano. E mi chiesi pure chi aveva potuto sostituire il Guido Rossi vero e perché… Ma poi mi ricordai che ci sono troppi complotti, sottocomplotti e anticomplotti, perché sia possibile scoprire chi c’è dietro un complotto. Tutti fanno il triplo gioco e a metà del piano diabolico che hanno ordito si dimenticano da che parte stavano veramente all’inizio. Quindi me ne feci una ragione. Telefonai alla manutenzione. Dissi solo: “Coglioni, vi si è ancora grippato un androide. Cercate di ripararlo bene stavolta.”
Dall’altra parte mi rispose una voce femminile:
“Se hai scoperto che esiste un complotto planetario per farti il culo digita 1.
Se hai le prove che Bertinotti e D’Alema sono milanisti digita 2.
Se hai visto Berlusconi fare sesso con una o più presentatrici televisive, anche contemporaneamente, digita 3.
Se hai la copia dei documenti che dimostrano transazioni finanziarie tra Bush e Osama Bin Laden digita 4.
Se vuoi comunicare con un operatore buttati per terra e fai finta di essere morto. Un nostro incaricato ti contatterà direttamente.”
Misi giù. Adesso pigliavano anche per il culo!
Merda secca.
Me ne tornai a casa a esercitarmi a fare la faccia da Dio.
Non sarebbe stato bello come guidare un’epurazione alla testa di un esercito di reduci del ‘68 ed extracomunitari feroci, ma non sempre si può avere tutto dalla vita.
Mi consolai pensando che tutti quei bastardi prima o poi sarebbero morti.
E non gli sarebbe piaciuto per niente.
Certa gente non trova nulla di bello nel fatto di ricongiungersi con l’energia universale e passare i successivi miliardi di anni a cullarsi persi nelle correnti interplanetarie insieme a una massa incredibile di operai, contadini e servi della gleba. I ricchi hanno passato la vita a cercare di darsi un tono e a spendere fortune in ristoranti e hotel esclusivi per non incontrare mai certa gente. Quando arriva il momento di morire urlano di terrore.

 

Il Buddha degli idraulici (Terza Parte, prima versione anno 2013)

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65
Gli uccelli volano
in cielo
i pesci nuotano nell’acqua
le cacche si attaccano alle scarpe.

66
Qual è la tua natura?
Hai una “Leggenda Personale” da realizzare?
Oppure stai solo aspettando che tutto questo casino finisca?

67
L’universo è un tipo vitale
(ha l’argento vivo addosso).
Diceva quel tale che tutto scorre e che non potrai mai bagnarti due volte nella stessa acqua.
Anche mangiare due volte la stessa insalata è difficile. C’è un’enorme abbondanza di eventi, molluschi e sfumature di colore.
Anche quando sei depresso e non ce la fai più, i tuoi capelli continuano a crescere. Però ti odiano perché sei un musone.
La forfora è la loro vendetta.
(Senti l’energia vitale dentro di te?).

68
Si può dire tutto di Dio ma non si può negare che sia un tipo preciso.
Potete fare tutte le critiche che volete al creatore per la qualità del cibo, le condizioni igieniche del pianeta o il tipo di compagnia con la quale dobbiamo convivere.
Non si può negare comunque che l’universo, in ogni sua briciola, sia costruito in modo minuzioso.
Prendi a caso uno qualunque dei granelli di sabbia di una spiaggia. Rompilo. Sei certo di trovarci dentro una spaventosa quantità di atomi.
Miliardi di miliardi per l’esattezza.
Se fossero grandi come una capocchia di spillo coprirebbero mezza Europa di un tappeto alto 20 centimetri.

69
Non c’è nulla dentro di te che ti voglia uccidere.
Fidati di te stesso.
Amati.
Mettiti al centro dei tuoi interessi. Rispettati. Abbi pietà delle tue debolezze. “Ama gli altri come te stesso”. Quindi per prima cosa ama te stesso.
Poi potrai amare gli altri allo stesso modo.
Non fidarti di chi si fustiga, fa penitenza e digiuna: non ti offrirà mai un buon pranzo e un giaciglio comodo. E soprattutto si aspetterà che anche tu ti dia delle martellate sulle dita dei piedi per fargli compagnia.

70
Scegliere la professione sbagliata non è grave.
Il dramma è quando sbagli a infilarti i calzini.
Fai poche scelte importanti nella vita.
Fai centinaia di scelte senza importanza ogni giorno.
Sono i piccoli bivi che incontri continuamente che assommandosi determinano il percorso, la trama della tua vita.
Non ti presteranno i soldi se entri in banca con una calza di nylon sulla faccia.

71
Come fanno le montagne a restare ferme se i pianeti girano?

72
Il grande giocatore di poker si diverte a giocare sia che vinca sia che perda.
Il grande giocatore segue il flusso delle carte, il continuo divenire delle combinazioni, le spia, le aspetta, le corteggia, le prega, le sente, le ascolta, le vede.
Questo è il gioco.
Se non lo capisci la vita diventa molto noiosa. Ti diverti solo quando vinci. Ma non vinci sempre e la depressione cresce dentro di te.
Appassionarsi non è difficile. Basta notare le cose più banali.
Puoi riuscire a vedere il bello di un cielo, di un bosco, di un quadro, di un sedere, di un pomeriggio passato a sputacchiare controvento, di una notte profumata trascorsa a dormire, di un treno in ritardo che ti permette di scoprire quanto sono sporchi i cessi delle stazioni…
Qualunque cosa può essere piacevole, eccetto quando la squadra nazionale giapponese dei lottatori di Sumo ti camminano sopra con gli scarponi dotati di ramponi da ghiaccio.
Sai quelli con quei chiodini di acciaio al vanadium…?

73
Bevendo aceto non si diventa grandi intenditori di vini.
Non esiste la possibilità di arrivare a qualche cosa di buono e gradevole facendo qualche cosa di sgradevole.
È vero che è dal letame che nascono i fiori ma questo non vuol dire che devi mangiarti il letame se vuoi diventare un bravo fiorista.

74
Prima di protestare perché la vita è dolorosa, togliti le puntine da disegno dalla scarpa.
Anche se sai che non potevi evitare in nessun modo ciò che è successo, continui a sentirti in colpa.
So che soffri perché lavandoti le mani hai sterminato milioni di batteri ma non puoi rinunciare a farti un bagno se vuoi salire sopra un autobus.

75
Niente è importante come le questioni irrilevanti
Se la realizzazione della tua leggenda personale consiste nel diventare il più grande allevatore di lumache del Sudafrica, ci riuscirai solo seguendo le coincidenze e praticando il pensiero positivo.
Ad esempio prova a sorridere al barista. Magari ti fa un caffè migliore. E il caffè migliore ti fa venir voglia di parlare con un tipo di Bergamo e così vieni a sapere che c’è un festival del Tulipano Blu ad Amsterdam, e invece di andare al lavoro partirai e ad Amsterdam, conoscerai Manuela, la mangiatrice di spade, e con lei arriverai ad Amburgo alle tre del mattino dopo aver bevuto troppo e fuso un pulmino Volkswagen in compagnia di otto dissidenti kurdi. E sarà lì che incontrerai Antonella: la lumaca della tua vita e con lei emigrerai in Sudafrica.

76
Ciò che è buono, è buono.
Quello che fa schifo fa proprio vomitare.
Il creato è giusto.
Nessuno può toglierti il sapore delle ciliegie.
Anche l’anno prossimo, se ci saranno, puoi prevedere che non avranno il sapore di banana (o di acciuga, che sarebbe peggio).
L’universo è incommensurabilmente fedele ai suoi principi.
E’ un piacere avere a che fare con lui. Mantiene sempre la parola data.

77
E la mosca disse:
“Tutti vogliono rubarmi questa merda calda! Resterò sveglia tutta la notte per impedirlo!”

78
Vai piano!
(se arrivi per primo al camposanto non vinci niente).

Il 97% delle donne americane preferisce un uomo che impiega tre ore per ogni rapporto sessuale a un altro che ha sei rapporti in tre minuti.
L’universo ha un sacco di tempo e lo usa con pigrizia.
Ci sono voluti miliardi di anni per produrre le fragoline di bosco.

79
Questa partita l’hai vinta tu, e anche la precedente del resto.
Potevi dirmelo però che era un incontro di Kung Fu full contact, io credevo che ci vedevamo a casa tua per fare l’amore.

80
Non c’è gusto ad arrivare primi a una corsa in bicicletta andando in moto.

81
Non cercare i fenomeni paranormali.
Si inizia camminando sull’acqua e si finisce nuotando giù per le scale.
Tutti pregavano e recitavano mantra ma nessuno riusciva a far piovere.
Il cielo era terso.
Arrivò il grande maestro buddista Trungpa Legpa. Lo chiamavano “lo yogi pazzo”. Era vestito di stracci.
Si mise a testa in giù davanti a tutti i lama riccamente adornati, incrociò le gambe e liberò una potentissima scoreggia.
Subito iniziò a piovere.
Egli si rimise in piedi e disse: «Vale più una mia scoreggia di tutti i vostri mantra».
 
82
Nessuno sa esattamente perché le galline abbiano smesso di volare.
Ma date loro un buon motivo e vedrete che ricominciano.
In nessun caso invece gli aerei riusciranno a fare le uova.

83
Forse non dovevi spendere tutti i soldi per comprarti un paio di sci e poi andare in vacanza al mare.
Ti trovi a Parigi e devi essere a Roma fra dieci minuti e non c’è verso di trovare un taxi e hai mal di pancia.
Praticamente sei sconfitto.
Iscriversi a un corso di merengue potrebbe essere inutile ma forse ti è necessario.

84
Il saggio disse: “Dovrai baciare molti rospi prima di trovare un bel principe”.
Nessuno sa cosa succederebbe a mangiare un blocco di granito.
Non si è ancora trovato un volontario disposto a fare l’esperimento.
Però possiamo ugualmente immaginare che cosa si provi a cagare un blocco di granito.

85
Il nostro mondo è stato creato da un Dio principiante.
Ad esempio, questo fatto che ogni tanto emettiamo aria puzzolente da dietro, non l’ha fatto apposta.
Gli è venuto male, lui voleva farci produrre un vento profumato e luminoso.
In effetti i gas intestinali sono infiammabili, ma non ci puoi illuminare la notte.

86
Inizia la tua ricerca spirituale da cose semplici.
Uno shampoo ad esempio.
Pochissimi riescono a procurarsi una commozione cerebrale facendosi uno shampoo.

87
Se balli devi seguire la musica senza pensare e devi lasciarti andare.
Non ti serve sapere altro.
Evita soltanto di indossare gonne troppo corte se vai a ballare in un locale di fondamentalisti islamici e sei un uomo.

88
Dieci anni in un monastero zen di quelli cattivi, a pane, acqua e bastonate truccate da lezioni di kendo, non potranno insegnarti che prendere il sole è meglio che cadere dal quinto piano.
Questo devi averlo capito prima.

89
Il mondo è quello che tu pensi
(e di sicuro hai fatto una stronzata a non immaginarti che potevamo nascere con il Bancomat incorporato).
Se la maggioranza della gente la piantasse di pensare che il mondo è una schifezza si vivrebbe molto meglio.
Miliardi di persone si alzano tutte le mattine col piede sbagliato e poi fanno una colazione sbagliata e si impegnano in attività sbagliate.
Insomma un disastro. Basterebbe capire come si scende dal letto e tutto andrebbe molto meglio.
Anzi c’è almeno un milione di persone che se restassero a letto tutto il giorno sarebbe proprio molto meglio.

90
Siate realisti.
Solo gli avvenimenti veramente improbabili hanno qualche probabilità di realizzarsi.
Beh, forse questo non è tutto vero.
Ma chi l’avrebbe mai detto che il Muro di Berlino sarebbe crollato così velocemente?
Tutti abbiamo qualche colpo di fortuna nella vita.
Ognuno secondo le proprie aspirazioni. I cercatori di tesori trovano galeoni affondati pieni d’oro e agli stitici, al massimo gli viene la diarrea.

91
Il tempo è la cosa più erotica che ci sia
(le lumache raggiungono l’estasi).
Puoi provare piacere a correre ma non è possibile godere facendo tutto di corsa.
Se ti muovi molto lentamente la sfiga si annoia a starti dietro.

92
Quando affondi nella merda non ti serve avere un buon naso.
Ti serve saper nuotare.  
Se sei nell’impossibilità di agire puoi solo aspettare.
Come l’acqua che riempie il lago e poi tracima.
Incazzarti come una bestia e ululare alla notte non ti servirà.
Alle volte il destino non è solo cieco e sordo. È pure stronzo. Cerca il lato positivo della situazione. A volte c’è.

93
In televisione trasmettono soltanto baseball.
La gente parla solo di baseball.
Dio è un grande giocatore di baseball e tu sei una pallina.
La vita può essere molto dura se non capisci perché il baseball è divertente.

94
Ascolta.
Questa non è una crisi d’angoscia.
Questa è l’artiglieria americana che sta bombardando il tuo quartiere.
Se non ci sei quando ti sparano non riescono a colpirti.
E se ti colpiscono, rantolando, digli che hai nascosto 20 milioni di dollari dietro allo specchio, in un appartamento al terzo piano in via Garibaldi…e poi muori. Senza dirgli né il numero civico né la città. Ma sai quanto gli rode?
95) Il sonno è perfezione.
Nessuno è mai riuscito a fare una cazzata dormendo.
Molti ci hanno provato ma sul più bello si svegliano.
Egli stette zitto in modo tanto intelligente che su di lui scrissero un libro.
Lui lo lesse, cercò l’autore e gli tagliò le mani.
E allora quello disse: «perché mi hai fatto questo? Non ti è piaciuto il libro?».
Lui lo guardò in silenzio e se ne andò.

 

Il Buddha degli idraulici (seconda parte, prima versione anno 2013)

Il testo sapienziale ritrovato a Saragozza che siamo entusiasti di presentarvi in prima mondiale assoluta.
Traduzione dal gaelico di Jacopo Fo.
Continua dalla settimana scorsa clicca qui

33
Magia dell’universo: anche le ragazze con i capelli lisci hanno i peletti del pube riccioluti.
Questo è un grande segno divino dell’allegra voglia di vivere che si nasconde in ogni cosa.
La tua passera è rosa e riccioluta.
Ohh quanto è rosa!
Ohh quanto è riccioluta!
Vorrei che tutti potessero vedere la tua passera.
Le guerre finirebbero immediatamente.

34
Conosco persone senza braccia che sono più allegre e gioviali della maggioranza delle commesse di Benetton e di quelle super maggiorate fisiche che fanno le fotomodelle.

35
Non sei solo.
Dovunque vai, almeno dieci milioni di microrganismi, batteri e virus vengono con te. Tu sei una megalopoli.
Quando qualcuno ti fa arrabbiare, parlane con loro.
Vedrai che ti capiranno, ti daranno ragione e faranno il tifo per te.
Poi, quando ti serve di mollare un pugno ben dato chiedi ai tuoi microrganismi di scoreggiare tutti nella stessa direzione.
Vedrai che sventola.

36
Non sei tu a vivere la tua vita, è lei a vivere te.
Prega che si diverta!

37
Non avrai altro business plan al di fuori di te.

38
Tanto più la notte è nera, tanto più l’alba è vicina.
E' vero. Ma non è detto che tu sopravviva fino all’alba. Sicuramente un giorno o l’altro ti sei chiesto se per caso tutto questo universo è stato creato allo scopo precipuo di rompere i coglioni proprio a te.
Non è così.
Se Dio ti odiava, le zanzare le faceva alte due metri e dotate di lanciafiamme.

39
Avrai tutto il tempo per riposarti quando sarai morto.

40
Una volta scoperte le idee stupide ti vengono a noia e le lasci cadere.  
Cerca di non fartele cadere sui piedi.

41
Ma tu guarda che bel bagno caldo mi sono vissuto! E’ stata un’esperienza sublime, a un certo punto ho sentito il mio corpo espandersi, ho sentito che superavo i limiti del mio fisico e forse levitavo. Ed è stato in quel momento che dal mio orifizio inferiore sono esplose fuori bolle di gas infiammabile che producevano un suono come di terremoto subacqueo. E ho veramente sentito di appartenere all’Universo.

42
Diventa orticoltore della tua anima.

43
ATTENZIONE
La morte dell’anima
Ti contamina.

44
Nessuno sa esattamente come fecero gli uccelli a imparare a volare.
Erano delle lucertole e hanno iniziato a buttarsi giù dagli alberi. Dopo circa 100 milioni di anni sono spuntate loro le ali.
E anche il mal di testa.

45
Essere pacifisti è meglio.
Devi essere pronto a qualunque cosa pur di evitare la violenza.
Inginocchiarti, chiedere scusa, patteggiare, rinunciare.
Ma se proprio vedi che non è possibile evitare lo scontro allora ti consiglio di difenderti usando un televisore.
E se lo butti in testa al tuo nemico dal decimo piano è molto meglio.

46
Non credere a tutto quello che ti raccontano i giornali.
La stampa mente, la tv mente, la radio mente.
E anche la tua mamma non ti ha detto la verità su Babbo Natale.

47
Chi ha detto che chi dorme non piglia pesci?
Dormire è essenziale.
Dormire riformatta la mente, potenzia la creatività, esalta il sex appeal.
Le idee migliori vengono a chi dorme abbastanza.
Quando dormi non inquini.
Nessuno ha mai fatto gravi danni dormendo.

48
“La vita fa schifo” disse la donna delle pulizie alle quattro di notte guardando il cesso della birreria “Il vecchio pirata” di Edimburgo.
Non aveva tutti i torti.

Vuoi picchiare un lottatore di Sumo?
Va bene ma non precipitare le cose.
Il primo passo per realizzare il tuo sogno è trovare un lottatore di Sumo masochista.

49
Se fossimo nati per soffrire le donne invece delle tette avrebbero due rubinetti.

50
In Africa esistono aree poverissime, ancora influenzate dalla tradizione matriarcale, nelle quali si paga per avere il diritto di curare i malati.
Assurdo?
L’unico metodo per lenire la nostra paura della morte è vedere una persona di valore che sa di dover morire e ti dice che comunque ha avuto senso vivere. E poi muore.
Non serve a niente se questa cosa te la dice un filosofo, un guru o un prete. Te la deve dire uno che subito dopo muore veramente.
Sennò sono solo chiacchiere.

51
Per farmi accettare le tue scuse dovresti convincermi che non sei venuto all’appuntamento perché eri morto.
Non mi basta che tu fossi svenuto, ferito, contuso.
Dovevi essere morto, clinicamente morto.
Possibilmente con la testa staccata dal collo.
Allora potrei diventare comprensivo.
(Le scuse sono la leva del Diavolo).

52
La vita non ha senso.
Questo è il problema.
Il senso glielo devi dare tu.
Non è facile.
Devi far finta di essere Dio e chiederti se avresti preferito non creare niente e restare solo al mondo per altri 20mila miliardi di anni.
Dopo così tanto tempo, forse, anche il rischio di mettere al mondo Adolf Hitler ti potrebbe sembrare un’alternativa plausibile.

53
Il mondo non è perfetto. Anzi per dirla tutta ogni tanto fa un po’ schifo.
Ma Dio non ne ha colpa.
Avrebbe voluto creare un mondo migliore ma non aveva i mezzi.
Dio non è onnipotente.
E solo più abile della media dei commercialisti.
Esistono altri Dei che creano mondi perfetti dove la donna meno bella è Marilyn Monroe e il tuo sistema immunitario usa il tritolo contro i virus.
Quando fanno le feste tra Dei tutti prendono per il culo il nostro Dio perché da noi le ragazze rischiano la cellulite.
E lui ci resta male.
Dobbiamo assolutamente darci da fare per migliorare questo universo.
Conviene a tutti.

54
Mai uno che dica che vuol fare la guerra per trombasi la moglie di un generale.
Trovano sempre giustificazioni più decenti.

55
Si sono estinti perfino i dinosauri.
Figuriamoci Berlusconi.

56
Ci sono animali migliori di noi.
Ad esempio gli orsi bianchi sono bellissimi.
Però noi abbiamo i fucili.
Che è meglio.

57
C’è sempre una causa
Per centinaia di milioni di anni gli esseri umani sono stati una specie di giocattolo per il regno animale.
Non avevamo artigli, zanne, unghie retrattili, code a martello, pungiglioni, denti avvelenati.
Non volavamo, non eravamo capaci di andare sott’acqua, non correvamo veloci.
Quando gli altri animali non sapevano checcazzo fare dicevano: “Andiamo a fare male agli esseri umani che sono così deboli e brutti!”
E tigri, leoni, serpenti, orsi, lupi, rinoceronti, elefanti, zecche, cimici, pulci, zanzare, scorpioni, risolvevano così i pomeriggi noiosi.
Merda!
Ci siamo rintanati nelle grotte, abbiamo usato il fuoco per sbarrare l’entrata, abbiamo imparato a costruire asce di pietra, aghi, pentole, muri, trapani, mulini a vento, frullatori col turbo. E quando abbiamo avuto bazooka abbastanza potenti siamo usciti fuori e abbiamo sterminato tutti quegli animali stronzi.
E abbiamo trasformato questo pianeta di cacca in un bel drive-in con asfalto a perdita d’occhio.
Ora i nostri bambini possono giocare in pace.

58
C’è sempre una causa (2)
Quando le tribù africane diventavano troppo numerose qualcuno doveva andarsi a cercare nuove terre.
Quelli più forti e belli scacciavano quelli bruttini con le loro fidanzate rachitiche.
Così di valle in valle i neri più sfigati sono arrivati in Europa, un gelo pazzesco e neanche una pelliccia per scaldarsi il culo.
Una situazione talmente pessima che sono diventati bianchi dal freddo.
Poi i bianchi si sono incazzati e hanno inventato la stufetta elettrica, hanno bruciato tutto il petrolio del mondo, hanno costruito grosse navi e grossi cannoni e sono tornati in Africa a picchiare quelli che li avevano cacciati migliaia di anni prima.
E adesso le ragazze nere più belle fanno sesso con uomini bianchi, ingobbiti.
Il pisello è piccolo ma il televisore è grande.

59
La mente mente continuamente.
Per questo sembri un deficiente.

60
I soldi sono la cosa più veloce che ci sia.
Non fai tempo a depositare mille euro in banca che i tuoi mille euro sono diventati reggiseni, frullatori, auto da corsa, feste mondane, incontri clandestini con ragazze con seni che contraddicono qualunque legge gravitazionale, spari nella notte, lettere d’amore, costolette di maiale, banane, giornali. I tuoi mille euro sono stati moltiplicati, divisi, persi, ritrovati, rubati, sudati.
E quando torni in banca e chiedi di riaverli indietro, i tuoi mille euro te li ridanno tutti stropicciati che non valgono più come prima.

61
Ci sono due modi per svegliarsi
Ci sono persone che per riuscire ad alzarsi la mattina si minacciano: “Alzati che sennò ti licenziano! Sei pieno di mutui! Finirai sotto i ponti! Sei la pecora nera della famiglia!”
Così scendono dal letto e iniziano la loro giornata in salita.
Puoi risolvere questa questione alla svelta.
Basta che quando la tua voce interiore stronza ti minaccia tu le risponda: “Voce, sei una testa di cazzo! Lo sai che esistono altre voci, migliori di te che invece di minacciare incoraggiano?”
E la tua voce interiore cambia.
E magari riesci a vivere decentemente.

62
Ci sono due modi di ricordare
Ci sono persone che ricordano i bei ricordi rivedendoli in prima persona, dai propri occhi, come quando li hanno vissuti.
Altre persone ricordano i loro ricordi migliori in terza persona, come se vedessero la scena seduti a teatro.
In questo modo perdono parte del ricordo e delle sensazioni piacevoli.
E si convincono che la vita è una merda.
Invece è solo amnesia.

63
Tu sei onnipotente!
Guarda un sasso. Digli: “Non muoverti”.
Vedrai che ti ubbidisce.
Ordinare ai sassi di mettersi a volare è stupido.
Perché dovrebbe farlo?
I sassi adorano stare fermi e ascoltare il vento che gli solletica le molecole.

64
Nuvole, come donne distese nel cielo.
C’è tanta di quella poesia in ogni battito di farfalla che anche una merda di vacca a volte riesce a commuovermi.

 

Il Buddha degli idraulici (Prima parte, prima versione anno 2013)

Il testo sapienziale ritrovato a Saragozza che siamo entusiasti di presentarvi in prima mondiale assoluta.
Traduzione dal gaelico di Jacopo Fo

Premessa
Forse per crescere è inevitabile soffrire.
Ma tu hai già sofferto abbastanza.
Ora hai diritto alla password.

Introduzione
Questo libro non parla dei tuoi problemi.
Sicuramente sui tuoi problemi ne sai molto più tu di me.
Questo libro parla di come puoi diventare più intelligente del tuo cellulare
(e ammetterai che dopo aver visto l’ultimo modello di iPhone non è facile).

Prefazione
C’è il Dio degli eserciti
il Dio delle piccole cose
il Buddha delle periferie,
la santa Rita da Cascia dei coglioni.
Poi c’è il Buddha degli idraulici.
Quello che quando il rubinetto perde lo aggiusta.

Questo è il libro della grande saggezza del Buddha degli idraulici

1
Parli con una persona di giorno e ti racconta della sua vita e della sua carriera, delle soddisfazioni e dei successi.
Ma aspetta che sia scesa la notte e che abbia bevuto due bicchierini e vedrai la stessa persona raccontarti un’altra storia fatta di rancore, tristezza e paura.
La maggioranza delle persone hanno una versione ufficiale della loro vita e una versione confidenziale. E la versione confidenziale fa schifo.

2
Tutti i padri dicono di amare I figli. Ma è una balla. Se fosse vero quando nevica le strade sarebbero piene di pupazzi di neve.

3
Capisco i giovani berlusconiani ma come è possibile non essere comunisti o almeno buddisti dopo i 70 anni?

4
Stai facendo una fatica boia per procurarti devastazioni permanenti.
Smettila.

5
Come ebbe a dire un giorno Jean Jacques Rousseaux: “L’essere umano, sostanzialmente è una gran testa di cazzo. Però ci sono dei giorni che con una luce particolare può sembrarti un Dio”.

6
Non sei un’essere umano se non sei un po’ schizofrenico
Se non hai un dialogo interiore, se non sei capace di guardare quel che fai in modo distaccato, metterti nei panni degli altri o riflettere su come parli e come ti muovi sei nella merda.
La schizofrenia è una delle qualità fondamentali che distingue l’umano dalla scimmia.

7
La magia, la vera magia, non ha niente a che vedere con i superpoteri, gli eventi paranormali, le percezioni extrasensoriali, la preveggenza o i filtri d’amore.
La vera magia è l’arte passiva di entrare in risonanza con la bellezza del mondo.
Non è facile.
Soprattutto quando devi entrare in risonanza con la merda.

8
Credi nella magia della vita, anche quando sembra sia andata in vacanza?

9
Dovrai combattere, dovrai sforzarti oltre i tuoi limiti, dovrai superare il ponte invisibile e distinguere la coppa nella quale bevve Gesù da mille altre e sciogliere altri enigmi insidiosi. Dovrai avere la mente leggera e il polso fermo. E mai neppure per un attimo arrenderti allo scoramento.
Per il resto fai quel cazzo che vuoi che campi di più.

10
Esisti veramente? Provamelo!

11
La vita è estremamente semplice e solo la nostra immensa stupidità la rende complessa?
Oppure la vita è estremamente complessa e solo la nostra stupidità crea l’illusione che sia semplice?

12
La mente razionale ha bisogno di riposo.
Se la teniamo in attività per troppo tempo si surriscalda e inizia a produrre pensieri negativi e dolorosi.
Staccare la mente è un semplice procedimento di manutenzione della razionalità. Peccato che non te l’hanno detto.
E’ come se prima di darti il cervello avessero tolto per dispetto il libretto delle istruzioni.
Il modo più semplice per staccare la mente è quello di ascoltare le sensazioni.
Tutto qui, cavolo, mi sarebbe piaciuto poter dire qualche cosa di più altisonante tipo: ”Il segreto per staccare la mente è conoscere l’essenza del Grande Garamabarong Galattico, le donne possono conoscerlo copulando con me, gli uomini consegnandomi il portafoglio.”

13
Per staccare la mente è sufficiente ascoltare le sensazioni. Dovrebbero scriverlo sui finestrini dei treni, sotto la scritta “Non gettate oggetti dal finestrino”
Cosa c’è di più facile? E’ pure gratis!

14
Esprimere a Dio la tua incondizionata ammirazione e la tua totale sudditanza estatica mi sembra un atteggiamento un po’ da leccaculo.
Dio si deve impegnare di più. Sono migliaia di anni che gli esseri umani si maciullano e si massacrano. E non è che Dio può venirci a dire che lui è innocente. Il difetto sta sempre nel manico. Mica l’ho fatta io questa cagata di guazzabuglio di galassie in fiamme e ragazze anoressiche che odiano il sesso orale perché contiene troppe calorie!
Eccheccazzo.

15
A volte ci sono opere che sono tanto perfette che non funzionano.
Manca l’errore.
Per questo non mi preoccupo quando faccio stronzate.
L’importante è sbagliare velocemente.

16
Chiunque abbia avuto a che fare con una grande multinazionale sa benissimo che buona parte dei manager ad alto livello sono persone dotate di una limitatezza mentale che è in grado di provocare stupore in un macaco (che tra i primati non è proprio il più sveglio).

17
Meno male che l’essere umano è stupido.
Ogni tanto fa delle cose eccezionali per sbaglio!
Nella battaglia di Legnano la rotta totale di Barbarossa fu determinata da uno squadrone di lombardi a cavallo che essendosi persi arrivarono nella piana della battaglia giusto quando la cavalleria del Barbarossa, dopo aver sterminato la cavalleria Lombarda, era stata massacrata dei fanti che però non avrebbero potuto inseguire i cavalieri in fuga. Anche a Waterloo la battaglia fu risolta da un battaglione di austriaci che aveva smarrito la strada.

18
Sarebbe terribile se i malvagi ogni tanto non fossero costretti a compiere il bene a causa di incredibili errori.
Internet l’ha inventato il Pentagono. Il generale che ha avuto questa bella idea poi lo hanno murato vivo.
Quando i malvagi ti danno la caccia è importante che tu sappia che potrebbero ammazzarsi tutti tra loro sparandosi addosso per errore.

19
Se aspetti di essere sicuro che quel che fai sia perfetto prima di farlo, in tutta la tua vita non riuscirai a fare neanche una scoreggia.

20
L’Australia non è esattamente il continente dei laghi ghiacciati.
Ciononostante nelle Olimpiadi invernali del 2002 a Salt Lake City (Usa) Steven Bradbury, riuscì a superare le batterie di qualificazione ai 1000 metri di pattinaggio short track (pista corta) e riuscì così a partecipare alle gare. Ai quarti di finale arrivò ultimo in una gara con 4 concorrenti, ma il secondo qualificato venne squalificato e così Steven passò il turno. In semifinale erano in 5 e solo i primi due arrivati sarebbero andati in finale. Lui era l’ultimo quando i primi 3 cascarono rovinosamente e lui così passò di nuovo il turno. Arrivò così in finale con altri 4 concorrenti che lo distanziarono subito notevolmente ma sul rettilineo finale cascarono tutti e quattro uno sull’altro e lui arrivò primo. E non si era neanche allenato un gran che.
La morale di questa storia è che ci vuole culo.

21
Non sei un ferro da stiro!
Ogni tanto approfittane.

22
Napoleone aveva deciso di invadere la Russia ma non aveva fatto i conti con i russi. Un tipico esempio di sopravvalutazione del pensiero positivo.
Lui pensava che per invadere la Russia bastasse essere convinti di riuscirci.
Ma intanto i russi erano convinti che appena fosse arrivato l’inverno sarebbero riusciti a distruggere Napoleone.

23
E’ triste, è ingiusto, ma l’universo esiste per sue proprie ragioni imperscrutabili e potrebbe stritolarti per errore senza neanche accorgersene.
Se non ci credi prova a stenderti sulle rotaie del treno nell’orario di punta e vedi se il treno si ferma. Poi telefonami.
Sono anni che faccio alla gente questa proposta ma mai nessuno mi ha telefonato. Devo supporre che siano morti tutti.

24
Tu non esisteresti senza Dio ma anche lui non sarebbe più lo stesso senza di te.
Ricattalo moralmente. Diglielo che ci sono i bambini che muoiono di fame mentre lui si fa costruire chiese faraoniche. E se ti dice che non le ha fatte costruire Lui chiedigli perché non ammazza di più i preti allora…

25
Ovunque vedo madri amorevoli che portano in giro i figli piccoli in auto, senza cinture di sicurezza.
E mi viene voglia di sparare loro.

26
Il dolore viene rappresentato costantemente, inonda gli schermi televisivi 24 ore su 24.
Ci travolge con immagini di corpi straziati, urla, sangue, parole crudeli, minacce orrende. E non bastandoci il dolore vero ne produciamo a tonnellate di quello finto nei film, nei telefilm, nei romanzi…
Il dolore è un prodotto che tira in tutte le stagioni. E’ come i panini McDonald's. Fanno schifo ma li vogliono tutti.

27
Il dolore attiva reazioni chimiche nel cervello che liberano droghe naturali del tutto simili all’eroina.
E’ quindi possibile trarre una sorta di piacere dal dolore.
Ma è una stronzata.

28
Il nostro cervello è dotato di un meccanismo meraviglioso per disattivare la mente razionale.
Non è possibile ascoltare una sensazione, un profumo, il calore di un corpo e contemporaneamente rimuginare mentalmente. Il cervello razionale non è in grado di funzionare mentre siamo intenti a ascoltare. Il semplice ascolto permette alla parte istintiva della nostra mente di accedere immediatamente alla stanza dei bottoni del cervello. Tu ascolti le sensazioni, la tua mente razionale perde il controllo. E’ facile come lavarsi i denti per chi ha le mani.
Lo so che l’ho già scritto ma è importante e ripeterlo è meglio.

29
La strategia del moderno capitalismo si basa sull’idea di illimitate risorse naturali da sfruttare, illimitato numero di consumatori e illimitata possibilità di aumento del fatturato di un’azienda.
I fatti stanno dimostrando che non è così. Carlo Marx lo aveva detto.
E siccome sono comunista, quando le borse crollano guardo le trasmissioni sulla finanza.
Mi eccitano più della pornografia.

30
C’è gente che ti racconta (perché te lo raccontano?) di interventi mandibolari allucinanti con dolori sibaritici e ginocchia dell’ortodonzista, diplomato per corrispondenza, piazzati sul mento ben oltre la dissestazione del giunto sub occipitale (cioè una cosa dolorosa solo ad ascoltarla)…E tu gli dici: "Ma cazzo, invece di raccontarmi questa merda perché non cambi dentista?!?”
E quelli imperterriti: “Se non fa male non ti cura bene i denti.”
(“Guarda c’ho giusto qui in tasca i 32 calcoli renali che mi hanno estratto per via uretrale con un dilatatore Pinzer del 1965 arrugginito. Ho anche la registrazione delle mie urla. Una cosina in sensurraund polifonico digitale. Se andiamo in macchina te la faccio ascoltare, ho appena montato 4 altoparlanti Toshiba che hanno la licenza di uccidere.”
Cerca di evitare queste persone.)

31
Dio, non potevi farmi un po’ meglio?
(ti sembra giusto che io sia abbastanza stupido da fare cazzate e abbastanza intelligente da accorgermene?)

32
Vai dal tuo dottore e ti accoglie con un largo sorriso e ti dice, spalancando le braccia: “Lei ha due mesi di vita.”
Cazzo!
A un mio amico è successo. Dopo due mesi è morto il suo dottore.

 

La formazione militare delle ragazze. Pinin

Capitolo 16

Quando mi svegliai ero in una stanza dentro la clinica.
O almeno supponevo che fosse la clinica.
Poi persi di nuovo conoscenza.
Poi entrò nella mia stanza la signora anziana svampita. Quella con il vestito a fiori.
Avevo di fronte un grosso infermiere che mi stava cambiando la flebo. Dopo un attimo non c’era più. Al suo posto apparve la signora svampita che mi aveva detto che non avrei amato nessuna delle tre sorelle, poi si era scoperto che aveva ragione perché le sorelle erano quattro.
Mi sorrise e mi disse: “Alzati coglione, sennò questi ti fanno fuori con le flebo.”.
Mi afferrò per i polsi e tirò fino a mettermi seduto. Aveva una presa da lottatore. Probabilmente si era allenata le dita chiudendo ravioli. A volte le donne anziane hanno una forza mostruosa.
Continuò a trainarmi per i polsi fino a quando fui giù dal letto. I miei piedi erano nudi, il pavimento era freddo e per terra c’era l’infermiere lungo disteso. Aveva un lieve sorriso. Forse stava facendo un bel sogno. Evidentemente la signora svampita l’aveva abbattuto. Pensai di chiederle se avesse usato una siringa o il kung fu. Ma non mi ricordo se gliel’ho chiesto veramente. Poi io ero su una carrozzina a rotelle. La vecchietta spingeva. Fuori c’era il nipote, quello che l’aveva accompagnata via la prima volta che l’avevo vista. Il nipote era sempre molto gentile, e guidava un’autoambulanza. Ma questo lo capii dopo, quando superammo il cartello che diceva Milano 200 km.

“Chi sei?” Chiesi alla vecchietta.
Lei come al solito tirò fuori un sorrisetto da anziana inoffensiva. Poi sottovoce, quasi fosse una confessione, mi disse: “Siamo la Resistenza!”
“Tu e chi?”
“Io e Roberto, mio nipote.”
“E cosa fate?”
“Cerchiamo di tirare fuori dalla rete qualcuno. Tipo te, ad esempio.”
“E ci riuscite?”
“A volte.” Sorrise di nuovo.
La guardai. Il nipote, Roberto stava guidando. Io e la signora a fiori eravamo seduti a fianco. La signora era in mezzo. Roberto mi sorrise, poi si rimise a guardare la strada.
La signora a fiori disse: “Allora, innanzi tutto è necessario che tu capisca bene la situazione. Ahh, scusa, non mi sono neanche presentata. Io sono Pina. Ma tutti mi chiamano Pinin. E sono la zia delle sorelle. Per questo so tante cose. Ho capito che c’era qualche cosa che non andava e Roberto mi ha aiutata a mettere dei microfoni. Piccolissimi. Lui è ingegnere informatico. Ci capisce. Sto cercando di impedire a quelle ragazze di fare troppi danni.
Si sono cacciate in una storia più grande di loro.
Io l’ho sempre detto. Da ragazza ero scapestrata anch’io. Stavo con un ragazzo che poi scoprii che era delle Brigate Rosse e mi trovai invischiata. Ma me la sono cavata con un mesetto di prigione… M’è andata bene.”
Fissai intensamente il mio sguardo sul suo viso. Non aveva proprio l’aria di una che poteva essere stata delle Brigate Rosse. Mi grattai il mento incredulo. Avevo la barba ispida.
“E’ lì che ho smesso di credere che sia possibile fare un complotto. Cioè, il complotto lo puoi anche fare ma poi non funziona. Perché appena nasce un complotto subito qualcuno all’interno del complotto si mette a complottare contro qualcun altro. Una volta che si decide di ordire un complotto si cade dentro un vortice di altri complotti e controcomplotti. E' un gioco a somma zero. Non ci sono vincitori. E' solo un massacro.
Le mie nipotine non sono cattive ragazze. Solo che sono presuntuose. D’altronde anche io ero così… Credevano di poter rigirare tutti a loro piacere solo perché sono belle, intelligenti e disinibite. Ma non funziona così. E adesso sono maledettamente in pericolo. E io sono molto preoccupata.”
Avevo tante domande in testa già di mio, e più la signora Pinin parlava e più domande mi nascevano in testa.
“Fermati!” Le dissi. “Una cosa per volta. Chi vuol fare del male alle sorelle?”
“La lista è lunga. La storia è complicata. Dovrei raccontarti tutto dall’inizio.”
“Faremmo notte, salta subito alle conclusioni.”
“Ci sono due gruppi.”
“Questo lo so già, la Congregazione e l’Alleanza…”
“Bravo. Poi c’è anche un gruppo di ragazzi della mia generazione. Anche quelli li conosco. Per vie traverse. Sai com’è ci si conosceva da giovani… Loro hanno scelto un nome idiota: La Polizia Alchemica, una volta erano l’Armata Rossa... Hanno quasi settantanni e sono restati  bambini. Ma la cosa interessante è che in realtà la Congregazione e l’Alleanza, sono due organizzazioni antagoniste solo sulla carta. Sai come succede: gli estremi che si toccano.” Fece un sorrisino passandosi la mano nei capelli. Un gesto vanesio, di quelli che fanno le ragazze quando vogliono giocare con il tuo cuore. Mi resi conto che da giovane doveva essere di una bellezza impressionante.
“Le mie nipotine hanno scoperto che i capi dei due partiti hanno fatto qualche patto scellerato. E hanno deciso di sfruttare l’informazione. Pensavano di essere molto furbe. Si sono inventate un uomo del destino. Un uomo immaginario. Il portatore ignaro di un’anomalia quantistica. L’uomo che conosceva il numero che avrebbe permesso di generare l’algoritmo che avrebbe permesso di prevedere tutti i numeri: le quotazioni azionarie, le uscite alla roulette, le estrazioni del lotto.
Ma le ragazze hanno sbagliato i conti. Erano troppo brave a raccontare favole e quegli uomini erano troppo desiderosi di crederci.
Alla fine hanno dovuto tirare fuori l’uomo del numero. E tu passavi di lì, bello come il sole. Sufficientemente boy scout, sufficientemente strano, sufficientemente credibile.
Poi Deborah si è innamorata di te e questo ha complicato tutto. Poi siete scappati… E adesso bisogna correre ai ripari. Dobbiamo trovare il modo di fare uscire dalla storia le ragazze.”
“Come?”
“Come si intitola quel film?… Reloaded. Dobbiamo ricaricare il file. Correggere gli errori. Ho degli amici. Amici fidati. Dobbiamo andare dalla Polizia Alchemica e raccontare tutto. È grazie a loro che ho saputo dov’eri finito. Loro hanno i mezzi… Non ti hanno perso di vista un solo momento… Quell’Armin… Non è uno stupido. Da ragazzo non sembrava proprio. Era cotto di me ma io niente… O quasi… Insomma dobbiamo rivolgerci a loro! E loro devono andare dalla Congregazione e dall’Alleanza e dire che è suonato il gong e i giochi sono chiusi. E voi sparite.”
“Voi chi?”
“Tu, e le mie ragazze. Tutto ha un prezzo. Ma se restate da queste parti, per una ragione o per l’altra sarete tutti morti. Troppi soldi in ballo, veri e presunti, troppi signori della guerra che si combattono e si tradiscono. Voi siete solo pedine sacrificabili sulla scacchiera. E sei abbastanza grande per capire che le pedine sacrificabili prima o poi finiscono in padella. Soprattutto se tutti sono convinti che una pedina conosca un numero che vale un milione di miliardi di dollari. Il finale del film puoi scrivertelo da te.”

La gentile vecchia, era dura come una spranga di tungsteno sbattuta sulla testa. Ho sentito dire che non c’è niente di più duro.
Ma sinceramente non so neanche cos’è il tungsteno.
Ci fermammo in una casa alla periferia di Milano. Una villetta in mezzo a una schiera di villette, in un quartiere recintato dove c’erano molte schiere di villette e dei signori in divisa con dei fucili da elefanti e delle pistole estremamente grosse che facevano su e giù lungo la recinzione con il filo spinato sopra. Gente che si fida insomma.
Quando uscimmo di lì, dalla villetta a schiera, erano le otto di mattina. Avevo fatto colazione con una fetta di torta margherita con le mandorle e il caffelatte. Neanche mia nonna la faceva così buona. Il che è tutto dire.
La signora che l’aveva infornata era bionda platino e asciutta. Era anche alta uno e ottanta. Sorrideva anche a lei e mi aveva voluto spiegare a tutti i costi la ricetta. Magari la farai ai tuoi bambini. Una nonnina molto carina. Poi mi aveva dato un cartoccino. Qui ce n’è un altra fetta. Me la infilai in tasca ringraziando. Poi mi aveva messo in mano una Beretta calibro nove parabellum a 17 colpi con mirino laser. Una bestia con un’impugnatura che fatichi a tenerla se non sei Carnera. E mentre me la infilavo nella cintura mi aveva fatto scivolare nella tasca della giacca tre caricatori.
Adorabili vecchiette.
“Non si sa mai.” Mi disse.
Indossavo giacca e pantaloni del marito della signora. Un tipo alto anche lui. Alto, magro e calvo. Indossavamo tutti una giacca grigia e camicia bianca. Pantaloni grigi. Eravamo in cinque. Io e 4 signori di una certa età. Poi c'era la zia Pinin che guidava la spedizione punitiva. La signora Pinin me li aveva presentati dicendo: “Loro sono miei amici. Ci si può fidare, non hanno parlato quando stare zitti costava caro…” Una signora piena di risorse e con molti amici ex brigatisti…
Salimmo su due macchine.
Dopo una mezz’ora arrivammo sotto il palazzo dove la Polizia Alchemica aveva la sua sede. L’ascensore era grande e ci entrammo tutti e sei.
Arrivammo al quinto piano. Pinin disse: “Armin è un maniaco… sceglie sempre il quinto piano.”
Ci trovammo di fronte a un’ampia sala con il desk della reception. Lo sapevo perché c’era scritto desk reception sopra una lastra di rame lucente, incisa con caratteri neri.
Pinin si rivolse alla signorina seduta dietro il ripiano di cristallo nero e le disse: “Tesoro, chiama il tuo capo… Il dottor Pauletti…”
La ragazza fece uno di quei sorrisi che si comprano solo nei supermercati per ricchi e chiese: “Chi devo annunciare?”
“Pinin.”
“Mi scusino.”
Si alzò, girò i tacchi e prese per un corridoio che si apriva di fronte a noi.
Pinin ci guardò e le andò dietro. E noi dietro di lei.
La ragazza della reception si accorse che le stavamo dietro solo quando arrivò di fronte all’ufficio del capo. Disse: “Ma voi?...”
La superammo. Entrammo nell’ufficio. La signora Pinin disse: “Armin, dobbiamo parlare”. Un signore con i capelli grigi ci guardava perplesso: “Carissima Pinin, quanto tempo… A cosa devo la visita?”
Si avvicinò affabile tendendole la mano.
Dieci occhi lo guardarono. Lui si mosse con cautela.
Poi disse: “Vedo che i tuoi amici sono nervosi.”
“Siamo tutti nervosi. Le mie nipotine sono nei guai.
E tu potresti risolvere questi guai.”
“Con piacere. Ma perché ti sei portata dietro questi bravi giovani. Bastava che tu chiedessi. Sono lieto di aiutarti.”
“I giovanotti non sono per te. Sono qui perché adesso andiamo a parlare con i capi delle due fazioni. E penso che ti converrà essere molto convincente. Potresti dire loro che se non si dimenticano subito dell’esistenza delle mie nipotine tu ti arrabbieresti molto.”
“Mi chiedi una cosa complicata.”
“Anche per me è stato complicato stare zitta per un mucchio di tempo. E tu ti sei evitato una decina di anni di prigione per banda armata. E poi sei tu che hai deciso di creare la Polizia Alchemica… Che tra parentesi è un nome del cazzo.”
Armin ci pensò sopra.
Pinin gli lasciò il tempo.
Poi Armin disse: “Va bene.”
Pinin disse: “Chiamali al telefono. Dì che li vogliamo incontrare a Santa Maria delle Grazie, Dove c’è l’Ultima Cena di Leonardo. Fra un’ora.”
“Così alla svelta?”
“Telefona!” Lo disse in modo definitivo. Uno dei bodyguard attempati che stava alla mia sinistra sorrise. Gli altri tennero la faccia da mulo.

Dopo un’ora eravamo di fronte al grande dipinto di Leonardo. Che per inciso è evidente che l’Apostolo alla destra di Gesù è una donna.
Era pieno di gente. Turisti intruppati dietro le loro guide con la bandierina.
Poi arrivò la delegazione dell’Alleanza. Erano in quattro. Appena li vidi sentii che mi stavano antipatici. Avevano delle giacche blu con le spalle mosce che già mi stavano sui coglioni quando andavano di moda.

 

INDICE CAPITOLI

Capitolo 1 Ottima marmellata d’arance

Capitolo 2 Ragazze educate

Capitolo 3 Una situazione complessa

Capitolo 4 Agguati mentali

Capitolo 5 Eventi indecifrabili

Capitolo 6 La Fratellanza

Capitolo 7 Nera. Ma quanto nera?

Capitolo 8 Il tripudio della confusione

Capitolo 9 La Fortezza

Capitolo 10 Scatole dentro scatole dentro scatole

Capitolo 11 La Polizia Alchemica

Capitolo 12 Fisso il pensiero fisso

Capitolo 13 clicca qui

Capitolo 14 clicca qui

Capitolo 15 clicca qui

Capitolo 16 Pinin

Capitolo 17 Fine

 

La formazione militare delle ragazze. Capitolo 14

Poi, un bel mattino andammo a fare una passeggiata.
Io e Deborah. Mano nella mano. Cuore a cuore. Sole e amore.
Attraverso uno stretto sentiero oltrepassammo una selva di rovi e ginestre e ci trovammo sopra un poggio dal quale si dominava una valle non molto ampia, limitata da una catena di colline basse. Si vedevano solo boschi, pascoli e oliveti. C’era movimento. Esseri umani. Ci facemmo più avanti per vedere meglio. Un ragazzo sbucò dalla macchia. Aveva un fucile in mano e portava una divisa intensamente verde, senza mostrine, e un elmetto.
“La strada è bloccata!” Disse.
“Bloccata da che cosa?” Chiesi io.
“C’è una battaglia. Sta per iniziare.”
Poi ci guardò.
Aveva i capelli biondi, lunghi, sotto l’elmetto, che scendevano fino alle spalle. Disse: “Aspettate un attimo.”
Schiacciò un pulsante che pendeva dal taschino sinistro e disse: “Qui punto 26, ci sono due civili…”
Dopo qualche secondo mi guardò: “Come ti chiami?”
“Giovanni Lanzacurte.”
Ripeté il mio nome. Passò un altro minuto durante il quale io e Deborah ci tenemmo per mano in silenzio.
“Va bene, dicono di passare, vi porto al comando.”
Si girò addentrandosi nella macchia. Lo seguimmo.
Percorremmo mezzo chilometro, poi arrivammo a una radura che era stata circondata da un muretto di sacchi riempiti di terra.
“Eccolo, capitano!” Disse il soldato che ci aveva accompagnati rivolgendosi a un uomo con la barba incolta e una carabina di grosso calibro in mano.
“E’ arrivato dunque!” Disse stringendomi la mano. “Sono Roberto Randazzi, comando io questo battaglione.”
Deborah lo guardava con aria stupita. Poi guardò me. Anch’io ero perplesso: “Come fa a conoscere il mio nome?”
“Ho avuto un messaggio dal comando dell’Armata Rossa. Mi hanno detto che probabilmente sarebbe arrivato.”
“L’Armata Rossa?” Non ci potevo credere. In Italia, nel 2012, mi ero imbattuto in un intero reparto di comunisti armati! Assurdo.
Il capitano concentrò lo sguardo su di me, sembrava trattenesse un’emozione: “Sì, siamo tutti comunisti. E questa è l’Armata Rossa. Un’Armata Rossa piccola, certo. Ma si ricordi che Mao Tze Tung fondò il Partito Comunista cinese con solo 8 compagni. Capisco che sia fuori moda ma ce ne freghiamo. Qui ci sono 513 comunisti armati. Alla vostra destra ci sono quelli della Congregazione a sinistra quelli dell’Alleanza. Si vedono poco perché si sono trincerati. Il nostro compito qui dovrebbe essere quello di impedire che si massacrino. E, a quel che mi dicono, lei potrebbe fermare un’inutile carneficina. Abbiamo montato un impianto di amplificazione abbastanza potente e lei potrebbe provare a dissuaderli”.
“Io?”
“Sì, sembra che lei sia una persona importante, forse le daranno retta.”
E dicendo così tirò fuori dalla tasca della giacca militare, un radiomicrofono, lo avvicinò alla bocca e produsse uno schiocco con la lingua che si diffuse per tutta la valle con un volume notevole. Sull’amplificazione non avevano fatto economie. I comunisti sono così. Su certe cose non li batte nessuno.
Poi il capitano Randazzi mi mise in mano il microfono.
Cercai con gli occhi lungo il fianco della collina e iniziai a distinguere le due linee degli schieramenti contrapposti. Un mucchio di pietre, una linea di terra appena scavata e ammonticchiata, un tronco d’albero, costituivano segmenti coerenti e artificiali che tracciavano la disposizione dei tre schieramenti. In mezzo, nella parte della valle più prossima a noi si vedevano le divise color verde acceso dei comunisti, raggruppati anch’essi dietro a sbarramenti di pietre, tronchi e sacchi di terra.
Non sapevo proprio cosa dire.
Quasi per prendere tempo dissi: “Sono Giovanni Lanzacurte, perché volete massacrarvi?”
Dopo che le mie parole si furono diffuse nella valle vidi spuntare da più parti uomini e donne che si sporgevano dai loro trinceramenti. Fui preso da una forte emozione e sentii quasi girarmi la testa. Guardai Deborah che mi stava osservando e forse mi voleva incoraggiare con il suo sguardo.
E dissi: “Morire non è una buona opzione.” Altre teste spuntarono dai ripari improvvisati.
“Generalmente vivere è meglio.”
E a questo punto successe qualche cosa nella mia mente, come se un’intelligenza a me sconosciuta avesse preso possesso della mia bocca.
A mia insaputa. Le parole mi uscivano fluide dalla bocca e io per primo mi stupivo per l’audacia di quel che dicevo: “Veramente credete che semplicemente osservando il fluire dei numeri si possa svelare il segreto dipanarsi degli eventi? Veramente credete che un essere umano possa diventare il fulcro di questi eventi e che il corso della storia possa cambiare a seconda che quest’uomo viva o muoia o a causa dei gesti che compirà? Non ha senso! L’Universo è mistero! Perché volete morire? In questa valle ci sono 2743 esseri umani che potrebbero fra pochi minuti trasformarsi in cadaveri a causa di un’ideologia assurda. L’universo è mistero! Nessuno può conoscere il destino. Nessun essere umano è indispensabile per determinare la storia, tutti sono necessari… Uno solo spermatozoo feconda l’uovo ma perché ci riesca 200 milioni di spermatozoi devono nuotare con lui!” Mentre parlavo io stesso mi chiedevo checcazzo stessi dicendo. E perché mi era venuto in mente di dire che erano proprio 2743? Da dove l’avevo imparato?
A quel punto dalla macchia spuntò quella signora anziana che mi aveva detto quella frase quando stavo per strada, all’inizio di questa storia… Quella signora che mi aveva chiamato Michele e che aveva insistito a dire che mi chiamavo Michele anche quando le avevo detto che mi chiamavo Giovanni… E che mi aveva detto che non dovevo scegliere tra le tre Sorelle Tempesta… Quella signora che sembrava un po’ strana e che un ragazzo aveva portato via trattandola un po’ da demente…
Uscì dalla macchia, si avvicinò a me, con un bel vestito a fiori e disse: “Te l’avevo detto che non dovevi scegliere tra le tre donne. Era a questa che eri destinato.” E indicò Deborah con un grande sorriso compiaciuto e materno.
Io mi chiesi: “E questo cosa c'entra?”
Avevo una forte sensazione di incoerenza come se la realtà continuasse a saltare da un contesto a un altro.
Poi, con la coda dell’occhio vidi una cosa che non poteva esserci: un enorme panda di peluche che mi guardò sconsolato ed esclamò: “Certo che sono proprio stronzi!”
Allora ebbi la certezza che la realtà aveva perso ogni coerenza.

Aprii gli occhi mettendomi a sedere di scatto. Non riuscii a distinguere subito quello che mi circondava. Le immagini arrivavano al mio cervello che però non era in grado di interpretarle. Poi lentamente le immagini acquistarono un senso. Ero in una stanza che poteva essere quella di un ospedale. Intorno a me c’erano alcune persone. Donne.
Una voce disse: “Si è svegliato, accendi il registratore.”
Le guardai. Poi le riconobbi. Erano Deborah, Miriam, Noemi e Ester. Le tre Sorelle Tempesta che nel frattempo erano diventate quattro.
Deborah mi prese la mano e mi disse: “Ce l’hai fatta? Qual è il numero che hai visto? Dillo subito prima di dimenticarlo!”
Mi ricordai il numero. Era 2743. Non me lo sarei scordato.
Debora insisteva: “Il numero, Giovanni, il numero! Te lo ricordi?”
La guardai. Facevo un po’ fatica a mettere a fuoco la vista.
Quando ebbi l’immagine nitida del suo viso lo osservai. Poi dissi: “Col cazzo che vi dico il numero!”
Poi svenni.

Quando lentamente ricominciai a ricevere segnali dal mondo esterno sentii una voce di donna che mi parlava dolcemente: “Giovanni, è stato tutto un sogno. L’irruzione a casa tua, il cadavere, la sparatoria, la distruzione della Fortezza, la fuga, il tempo passato nella casa sulle colline. Giovanni, sforzati di ricordare: sei tu che hai programmato il sogno. Volevi riuscire a ricordarti un numero seppellito nella tua memoria. E' molto importante: è il numero per decodificare il programma, hai impiegato anni per arrivare a questo, se non te lo ricordi dovrai fare un altro sogno artificiale… Me lo hai detto tu di chiederti subito il numero, appena ti svegliavi… Volevi usare le emozioni del sogno per far affiorare il ricordo. Ti ricordi chi sei Giovanni? Tu sei un ricercatore, fai esperimenti sulla mente profonda. Per questo hai deciso di costruire un sogno artificiale. Vuoi riuscire a ricordarti il numero!”
Il numero me lo ricordavo. 2743. Non lo avrei dimenticato. 2743. Ma non lo avrei detto a quella donna in nessun caso. Avevo capito benissimo che volevano imbrogliarmi. Non avevo progettato io quel sogno. Non avrei mai inventato una storia così idiota. E mi ricordavo benissimo chi ero e non ero nessun cazzo di ricercatore scientifico sulla mente profonda. Me lo ricordavo perfettamente chi ero: ero un WEB MASTER. Un Maestro del Web. E il Web era un’arte marziale digitale che io praticavo fin dalla prima infanzia. Ero un Web Master cintura fucsia. La più alta in grado. Le cinture dei Web Master al di sopra dei dieci livelli di cintura nera, sono sette: grigio topo, grigio totano, giallo fluorescente, blu cobalto, verde Veronese, rosso Tiziano, celeste. Poi c’è la cintura fucsia che è oltre e nel mondo ce l’abbiamo solo in 22.
Mi ricordavo tutto perfettamente. Stavolta non mi avrebbero fregato. Ero stufo di giocare al loro gioco.
Non so quante volte lei mi ripeté le stesse frasi. Poi a un certo punto mi resi conto che ero perfettamente sveglio. La guardai: “Mi dispiace Deborah… Non mi ricordo nessun numero”.
“Giovanni, non fare il bambino. Si vede che stai mentendo. Te lo ricordi benissimo il numero. Ma se non me lo dici poi te lo dimentichi. E’ la terza volta che ci provi e quando ti svegli pensi che io sia una tua nemica. E’ un residuo del sogno. E magari non ti ricordi neanche di essere uno scienziato. E che sei mio marito te lo ricordi?
E tutte le volte che abbiamo fatto l’amore te le ricordi?”
Usava la voce come un’arma da guerra. Un’arma con proiettili dolcissimi che avrebbero sciolto persino le mura ghiacciate di Avalon.
“E Timbuktù, la città assediata? Cosa mi dici della città assediata? Un sogno anche quello? Ma un sogno nel sogno non  è un sogno. Allora? Rispondi?”
Lei mi fece uno di quei sorrisi che non si comprano per corrispondenza. Poi mormorò, con una voce soave: “Tesoro, non fare il bambino, su, capisco che sei drogato come una cocuzza ma potresti sforzarti un po’… Proprio non me lo vuoi dire il numero?”
“Hai una voce bellissima, Deborah. E ho anche sognato che i tuoi seni erano incantevoli. E forse sono anche un bambino se mi parli così morbidamente. Ma neppure per tutto il rosolio del mondo sono disposto a vendere la mia anima. Forse non ti ho mai detto che io sono comunque comunista. Non me ne frega un cazzo se è crollato il muro di Berlino. Quelli non erano comunisti. Facevano finta e ci rubavano le bandiere.
Noi non arretreremo di un passo di fronte ai carri armati di Hitler. Figurati se mi compri con un sorriso. Fedifraga!”
Lei mi sorrise: “Soldatino, sei fatto come una pera cotta, la prossima volta ti dimezziamo la dose…” Sorrise di nuovo e mi passò le dita tra i capelli ravviandomi una ciocca che mi pendeva sulla fronte: “E per inciso tu non sei neanche comunista…”
“Come no!?” Scattai io. “Chiedimi una qualunque pagina del Manifesto del Partito Comunista di Marx e Engels! Avanti! E visto che lei non mi faceva la domanda iniziai a recitarlo: Uno spettro ossessiona l’Europa, lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono unite in una Santa Alleanza per braccare questo spettro: il Papa lo Zar, Metternich e Guizot, i radicali di Francia e i poliziotti di Germania.
Quale forza di opposizione non è stata accusata di comunismo dai suoi avversari al potere? Quale è la forza di opposizione che, a sua volta, non ha rinfacciato ai suoi avversari di destra o di sinistra l’epiteto infamante di comunisti?
Da questi fatti si ricavano due conclusioni.
1) Ormai il comunismo è considerato da tutte le potenze d’Europa come una potenza.
2) E' ora che i comunisti proclamino al mondo intero il loro modo di vedere, i loro scopi e tendenze; è ora che oppongano alla favola dello spettro del comunismo un manifesto del partito.”
Lei mise i polpastrelli dell’indice e del medio della sua deliziosa mano sinistra sulle mie labbra impedendomi così di continuare: “Hai intenzione di recitarmelo tutto?”
“Se non ero comunista come mai lo so tutto a memoria?”
“Tuo padre era comunista e ti ha costretto a impararlo a memoria, una pagina a settimana da quando avevi 4 anni. Per questo odi tuo padre e tutti i comunisti. Te lo ricordi questo?”
“Deborah, non so quale potenza criptocapitalista ha comprato la tua anima ma ricordati: le montagne possono sciogliersi e gli oceani evaporare ma un comunista è un comunista. E' un fattore genetico. I pipistrelli hanno le ali, i comunisti hanno fede nella storia. Il capitalismo sta generando dentro di sé, a causa delle sue stesse leggi economiche e sociali, un’umanità di nuovo tipo che si darà una più evoluta forma sociale. E questo sarà il socialismo. Ulteriori evoluzioni porteranno poi al comunismo. Questo è un fatto certo come il il sorgere del sole. Il comunismo non è un’ideologia è la scienza della storia. E sarebbe andato tutto benissimo se non si fosse messo di mezzo quel cretino di Lenin!”
E dopo aver detto questo svenni di nuovo.

 

INDICE CAPITOLI

Capitolo 1 Ottima marmellata d’arance

Capitolo 2 Ragazze educate

Capitolo 3 Una situazione complessa

Capitolo 4 Agguati mentali

Capitolo 5 Eventi indecifrabili

Capitolo 6 La Fratellanza

Capitolo 7 Nera. Ma quanto nera?

Capitolo 8 Il tripudio della confusione

Capitolo 9 La Fortezza

Capitolo 10 Scatole dentro scatole dentro scatole

Capitolo 11 La Polizia Alchemica

Capitolo 12 Fisso il pensiero fisso

Capitolo 13 clicca qui

Capitolo 14 clicca qui

Capitolo 15 clicca qui

Capitolo 16 Pinin

Capitolo 17 Fine

 

La formazione militare delle ragazze. Capitolo 13

Un’ora più tardi avevo riempito con le mie quattro cose una sacca, avevo pagato il conto per la mia permanenza e stavo uscendo dalla porta.
Incrociai Deborah. Mi guardò con l’aria affranta. Mi venne fuori un leggerissimo sorriso. Non so perché. E mi uscì fuori dalla bocca un: “Peccato… Mi piacevi veramente.”
“Giovanni…” Mi disse lei e sembrava che si mettesse a piangere.
“Ho da fare una cosa con la mia vita”
Tornai a Bologna: andai a trovare una ragazza che conoscevo. Barbara Cannata, una ragazza che aveva una bellissima testa sopra sue spalle stupende.
Parlammo un po’… Dopo un’ora ero seduto con la bocca aperta. Un donna con due seni enormi li teneva appoggiati sulla mia spalla mentre lavorava con un trapano. I dentisti con seni grandi sono i migliori, fungono benissimo da anestetico-rilassante muscolare. “Eccolo!” Disse la dentista estremamente soddisfatta. “Avevi ragione: guarda!”
Con una pinzetta teneva artigliato una piccolissimo cilindro metallico. Quei figli di buona donna avevano finto di togliere un segnalatore da un mio simpaticissimo dente… E invece mi avevano infilato un segnalatore nel simpaticissimo dente.
L’avevo capito perché solo così Deborah avrebbe potuto sapere dove fossi. Mi ero dannato abbastanza ad accertarmi di non essere seguito per sapere che NESSUNO mi aveva seguito.
Quindi scartate le possibilità possibili restano solo le possibilità impossibili. Come dice Sherlock Holmes.
A volte sono molto intelligente. Mi succede così, a  mia insaputa.
Uscimmo dal retro del palazzo della dentista. Entrammo e uscimmo da due grandi magazzini. Prendemmo un taxi al volo, andammo all’università. Entrammo da un’ingresso principale e uscimmo da un’uscita secondaria.
Prendemmo un secondo taxi e a quel punto ero ragionevolmente sicuro che nessuno ci stesse seguendo.

Poi andammo dal fratello di Barbara. Di mestiere aggiusta auto. Mi diede una Lupo di un suo amico che era in viaggio negli Usa. Cioè un’auto che nessuno avrebbe potuto individuare.
Ritornai alla Faggiasca che era notte. Avevo fatto una scommessa. Mi misi di fronte alla porta di una delle camere. Bussai. Passarono 4 secondi prima che la voce di Deborah chiedesse: “Chi è?”
“Sono io”
Lei aprì, l’unica luce era quella del corridoio. Quella donna era bellissima. La sentivo dentro il cuore come una lama.
“Le cose stanno così: potresti mollare tutte queste storie e venire via con me. Ho un’auto pulita e non c’è più niente di strano nei miei denti.”
Mi aspettavo che fosse stupita da quelle parole.
Invece disse solo: “Va bene.” Accese la luce e dopo 60 secondi aveva la sua borsa in mano.
Lasciai 200 euro sul bancone del ricevimento con un biglietto.
Salimmo in macchina e mi venne in mente la battuta di un film: “Saliamo in macchina e andiamo dritto fino a quando si staccano le ruote.” Mi sentivo estremamente determinato.
Guidai in silenzio per 300 chilometri.
Ci fermammo in un motel, prendemmo una camera. Salimmo al terzo piano. Infilai la tessera magnetica nella fessura. La porta si aprì. Entrammo. La spinsi delicatamente contro la parete. Iniziai a baciarla. Con un ritmo che avrebbe potuto andare avanti per mille anni.
Non avevo pensato a infilare la tessera magnetica dentro la fessura che mantiene accese le luci. Così dopo un po’ le luci si spensero. Io continuai a toglierle i vestiti di dosso.
Lentamente. Avevo tempo. Non era una storia di una notte e via. Avevo intenzione di fare sesso con lei almeno mille volte.

 

INDICE CAPITOLI

Capitolo 1 Ottima marmellata d’arance

Capitolo 2 Ragazze educate

Capitolo 3 Una situazione complessa

Capitolo 4 Agguati mentali

Capitolo 5 Eventi indecifrabili

Capitolo 6 La Fratellanza

Capitolo 7 Nera. Ma quanto nera?

Capitolo 8 Il tripudio della confusione

Capitolo 9 La Fortezza

Capitolo 10 Scatole dentro scatole dentro scatole

Capitolo 11 La Polizia Alchemica

Capitolo 12 Fisso il pensiero fisso

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Capitolo 16 Pinin

Capitolo 17 Fine

 

La formazione militare delle ragazze. Fisso il pensiero fisso.

Capitolo 12

Lei era diventata il mio pensiero fisso.
Il posto della mente nel quale mi rifugiavo sfuggendo a qualunque altro pensiero.
Riuscivo a dimenticare i complotti e chi mi voleva male, per ragioni peraltro a me sconosciute.
Un posto comodo dentro la mia testa. Avere una donna da amare, da corteggiare, credere per un momento che tutti i problemi possano finire sulle sue labbra.
Nel pomeriggio del terzo giorno l’avevo trovata nella piscina. Dentro la piscina. Una piscina di quelle senza piastrelle, col fondo dipinto con foglie e pesci provenienti da un altro pianeta, e un sistema di lagunaggio per depurare l’acqua… Un piccolissimo torrente scendeva a spirale da una minuscola collina artificiale. Poco più di un metro di altezza, 10 metri di diametro. L’acqua veniva pompata attraverso un tubo interrato sulla cima della collinetta e scorreva giù in mezzo a ghiaia e radici, rotolando sui sassi e finiva di nuovo in piscina, pulita.
Miracoli dell’ossigeno, del movimento, dei batteri e delle piante.

Lei era distesa sopra un materassino che galleggiava al centro della piscina. E tutto era estremamente biologico.
Io mi misi sotto un ombrellone, seduto su una sdraio e mi lasciai prendere da un torpore; era una giornata quasi estiva.
Attuai quindi quella che si può definire una strategia di appostamento. Consiste nel tenersi in vista della donna che desideri senza avvicinarla. Perché questa modalità abbia successo devi essere presente e al contempo indifferente come un sasso… Lei deve decidere di avvicinarti mentre tu ti limiti a circondarla con i tuoi desideri. Ovviamente questo tipo di linguaggio immobile funziona solo con donne che cercano uomini di pietra. Donne generalmente lussureggianti d’acqua. E lei, che galleggiava sul pelo della vasca, con addosso una miniatura di due pezzi, mi pareva proprio un tripudio di liquidità.
Effettivamente mi addormentai. Se fingi soltanto non funziona. Ed effettivamente ad un certo punto fui risvegliato da una modificazione del mondo che mi circondava. Una sensazione fresca, non sgradevole, toccò il mio corpo. Dopo un certo tempo (un sasso non deve avere fretta) socchiusi lentamente gli occhi e mi resi conto della causa di quella perturbazione climatica. Lei si era posta di fronte a me in modo tale che la sua ombra si allungava sul mio corpo, oscurando il sole. Vedevo solo la sua sagoma scura in contro luce e mi sembrò bellissima.
E particolarmente appropriata la sua risposta alla mia mossa. Non mi aveva parlato svegliandomi, si era limitata a modificare il contesto, producendo una variazione minima ma proprio per questo estremamente potente. Ero affascinato all’idea che lei avesse compreso la filosofia della mia iniziativa rispondendomi con una carta dello stesso seme.
Alchimie. Le adoro.
Avevo ormai aperto gli occhi. Lei mi guardò e dardeggiò la mia anima chiedendomi: “Fai il sasso?”
Per un tempo pari a quello impiegato da un rospo a tirar fuori la lingua, restai abbacinato. Possibile che lei avesse letto nella mia mente? Mi parve di essere vulnerabile.
Mentre i secondi smettevano di scorrere linearmente, per arrotolarsi in un tempo sospeso, valutai l’impellente necessità di trovare una risposta consona.
Poi, come una diga che finalmente lascia andare il fiume, mi riuscirono le parole di bocca: “Qualcuno deve ben tener fermo il mondo!”
E lei, di rimando, come in un solfeggio: “Poverino…” Ironica, come parlasse a un bambino: “Chissà che fatica, fare il fermacarte per conto di tutta l’umanità. Non hai bisogno d’aiuto?” E lì dovetti mettere al lavoro tutta la squadra dei decrittatori che lavorano nel mio cervello, per leggere tra le righe, tra le lettere, guardare dietro le pause e vedere cosa c’era di nascosto. Perché ammetterai che quel Non hai bisogno di aiuto? rischiava di sottintendere un amo (nel senso pescoso del termine), forse un’offerta di dare (ella) questo aiuto medesimo. E lo disse in tutta la sua liquidità. E quindi, con l’aggiunta della pressione ormonale, arrivai quasi a vedere una disponibilità erotica illimitata e forse forsennata.
Allora, raccolta una profonda ispirazione io dissi, inclinando leggermente la testa: “In effetti troverei estremamente gradevole che tu ti sedessi vicino a me e insieme guardassimo il cielo laggiù fino a che le montagne non si sciolgono e si riesce a scorgere il mare.” Che tradotto poi vorrebbe dire stai con me in eterno. Imperocché praticamente mi ero dichiarato con una richiesta chiara e indiscutibile.
Al contempo le avevo lanciato una sfida che dava per scontato un intero mondo di modi di vedere.
Le donne di un certo lignaggio culturale insistono nel notare con rammarico l’instabilità maschile e simultaneamente la paura diffusamente mascolina di impegnarsi oltre un (possibilmente rapido) congiungimento notturno.
Quindi mi presentavo come il massimo della compatibilità, ammesso che lei mi potesse in qualche modo prendere in considerazione e fosse quindi interessata a storie sentimentali che durassero più di ere geologiche.
Quindi, detto questo, tacqui, attendendo il dipanarsi degli eventi con lo stesso spirito selvaggio e intrepido degli spartani ordinatamente schierati alle Termopili.
E lei, voce soave, mi rispose (a me): “Tanti promettono di restare fermi come pietre di fronte agli tsunami e poi durano meno del tempo di una sigaretta”.
A quel punto iniziai, sgomento, a sospettare di essere caduto in una trappola senza fondo come gli occhi di lei. Ero andato per pescare ed ero stato preso all’amo (nel senso dell’amore). Ma aver trovato una fanciulla che fosse capace di cogliere al volo un codice, un metamessaggio, un discorso trasversale, e ribattere a tono, senza rompere la sottile linea dell’ambiguità, mi parve esperienza estatica e motivo per rischiare la mia intera esistenza. E come non cogliere la sottile e pur chiara analogia sensuale e copulativa, fallica, tra la sigaretta che brucia e la passione che si incendia e la durata della passione stessa?
E io allora dissi: “Può succedere che una foresta bruci velocemente. Può succedere che il mondo bruci… Possono succedere tante cose. Ma io ammiro l’insistenza dei sassi a essere sassi. La loro ostinata  dedizione. E se c’è vento e pioggia in abbondanza, e hai pazienza, possiamo rotolare da qui fino al mare nei prossimi 4 miliardi di anni”.
“Ragioni in grande.”
“I tuoi occhi sono grandi.”
“Fermati.”
“Mi fai battere il cuore talmente forte che non ti sento. Leggo il labiale.  Mi dici di fermarmi. Ma come faccio?”
“Sei disonesto.”
Mirai basso: “C’è stata una confusione di identità. Un problema di omonimia. Non sono io quell’uomo che non ha mantenuto le promesse. Io sono venuto qui per cantare e per ballare e lo farò fino a che la terra reggerà i miei piedi. E se tu vorrai balleremo insieme. Dicono che il passo doppio contenga una sottile magia matematica capace di far circolare il sangue in modo più armonico e al contempo impetuoso.”
“Non dirmi che balli il tango!”
“Vivo per questo.”
“Bugiardo spudorato.”
“E' la seconda volta che mi accusi, deduco che non ti sono indifferente. Sento un languore che mi scioglie le braccia.”
“Stai zitto, ladro.”
“Non ti ho rubato ancora niente.”
“Ma hai troppa voglia di farlo.”
“Potrei rubarti una moneta e dartene due.”
“Non saresti un buon commerciante.”
“C’è chi ha gli orologi chi il tempo. Io ho il tempo di seguire uno per uno il percorso dei tuoi capelli e di contarli sussurrandoti i numeri nelle orecchie.”
“Zitto.”
“E potrei contare anche il numero delle tue dita fino al giorno dopo l’ultimo giorno.”
“Non mi incanti.”
“E potrei contare tutti i numeri delle linee rotondeggianti che si possono tracciare con il naso sulla tua pelle.”
“Baro.”
“E potrei enumerare tutte le cifre che sono nascoste nelle distanze tra i pori della tua pelle.”
“Sparisci.”
“E potrei contare le misure delle tue caviglie, delle tue ginocchia, dei tuoi fianchi, del tuo collo, delle tue braccia, dei tuoi polsi e della tua gola, usando come metro solo i due polpastrelli delle dita che uso per indicare il cielo.”
“Stronzo.”
“E potrei dirti segretamente la quantità contenuta nella radice quadrata del chiarore dei tuoi denti e poi…”
Ma il poi non si seppe mai, perché lei aveva avvicinato la sua morbida persona a me e mi aveva impedito di pronunciare altre parole utilizzando le sue labbra come irresistibili manette.
(Deh, le tue labbra manette per la mia bocca
deh, succo d’albicocca
freccia che scocca dalla brocca e tocca
aree della mia mente
in modo sorprendente.)”

Molto tempo dopo (dopo i baci, dopo una passeggiata, dopo una radura, dopo i corpi che si scioglievano in rintocchi di sudore sulla pelle con il vento che ci soffia sopra, e le dita come barche a vela che cercano i flutti farabutti che ti rovesciano la biologia rendendo amorale il respiro…).
Molto tempo dopo (eoni, mufloni, ere e corriere, sere e pantere).
Molto tempo dopo, dopo essere stati ore a dire discorsi che è impossibile ricordarsi per tanto che erano leggeri (ed essendo leggeri non hanno avuto possibilità di lasciare tracce sulla sabbia della spiaggia della memoria).
Molto tempo dopo mentre stavamo tornando verso la locanda che ci ospitava ci trovammo di fronte l’oste, Marco Giuffré.
Era seduto sul crinale a monte del sentiero, sulla destra per noi che salivamo. Aveva il tipico filo d’erba in bocca, irresistibile per chi frequenta i campi da abbastanza tempo.
E ci guardò. E non mi servì altro per sapere che si avvicinava una nuova tempesta. Nonostante avesse le orecchie grosse, il naso grosso e ci guardasse tranquillo.
Mi guardò, mi sorrise e poi disse a Deborah: “Come lo cucini?”
Lei impallidì.
“Che dici?” Dissi io.
Lui non mi rispose e si rivolse ancora a lei: “Su, Deborah, io so tutto. Non credere che non si veda, soprattutto se si conosce la tua storia.” Fece una pausa, si toccò il mento. Sorrise e poi continuò: “E delle tue tre sorelle… Allora vuoi raccontarci la storia di come sei arrivata qui, subito dopo che è arrivato lui… Ora lui ti ama perdutamente e tu cosa vuoi fare?”
Sinceramente non avrei voluto essere lì e non avrei voluto essere di razza caucasica. Avrei preferito essere un ginkobilloba tibetano.
Ma ero anche curioso di capire perché Marco Giuffré era lì e perché se la stava prendendo con la donna che amavo e che mi aveva riempito di felicità e che ora aveva uno sguardo stramaledettamente smarrito. E poi quella frase: le tue 3 sorelle.
Chi potevano essere se non QUELLE tre sorelle, le uniche erano loro, quelle tre che erano entrate nella mia vita in modo assolutamente sconvolgente. E se la matematica resta un territorio condiviso voleva dire che esistevano quattro Sorelle Tempesta. Almeno quattro.
Confuso? Sì.
E allora lei disse: “Tu non capisci.”
E lui: “Non sono abbastanza furbo ma ho moltissimo tempo e alla lunga, se le cose me le spiegano, riesco anch’io a capirle.”
Lei disse: “E’ vero, mi hanno mandata qui.”
Poi mi guardò: “Non ho detto la verità quando ti ho raccontato che ero qui da tre giorni.” Poi guardò Giuffré, tirando fuori una punta di orgoglio: “Ma poi mi sono innamorata di lui.” Poi mi guardò. Restò per alcuni istanti sospesa. Poi guardò nuovamente Giuffré. Guardò per terra sconsolata. Scoppiò piangere e scappò via.
Micidiali le donne! Ti prendono sempre in contropiede. La guardai mentre correva e pensai che l’amavo immensamente… Anche se fosse stata un agente del Kgb l’avrei amata…

Quando fu uscita dalla mia visuale mi rivolsi a Giuffré: “Cos’è questa storia?”
“Niente, fa parte anche lei del complotto galattico degli sciocchi… L’alleanza, l’Unione… Gli illuminati, gli alchimisti… Però probabilmente ti ama.
“E tu come lo sai?”
“Ho fatto i compiti da piccolo.”
“Beh… Come cazzo hai fatto a saperlo? Chi ti ha dato queste informazioni? Conosci le sue sorelle?”
“No e nessuno mi ha raccontato niente. Sono autodidatta.”
“E da dove le hai cavate le informazioni?”
“Deborah.”
“Quando?”
“Mentre le parlavo.”
“Allora leggi il pensiero?”
“No.”
“Una volta ho sparato a uno che faceva il sofista. Li considero come i pescecani: nemici atavici.”
“Non faccio il sofista. Solo che tu non sai quello che so io e quindi non vedi quello che per me è lampante.”
“Spiegami.”
“E’ una storia lunga.”
“Ti ascolto.”
E Marco Giuffré iniziò a raccontare.

 

INDICE CAPITOLI

Capitolo 1 Ottima marmellata d’arance

Capitolo 2 Ragazze educate

Capitolo 3 Una situazione complessa

Capitolo 4 Agguati mentali

Capitolo 5 Eventi indecifrabili

Capitolo 6 La Fratellanza

Capitolo 7 Nera. Ma quanto nera?

Capitolo 8 Il tripudio della confusione

Capitolo 9 La Fortezza

Capitolo 10 Scatole dentro scatole dentro scatole

Capitolo 11 La Polizia Alchemica

Capitolo 12 Fisso il pensiero fisso

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Capitolo 16 Pinin

Capitolo 17 Fine

La formazione militare delle ragazze. La Polizia Alchemica

Capitolo 11

In una stanza ben illuminata un uomo in camicia e maglione blu sta parlando, in piedi con una coscia che appoggia sul bordo del tavolo. Ha una sessantina d’anni, è brizzolato, i capelli nell’insieme risultano grigi.
Ci sono altre persone nella stanza. Sedute intorno al grande tavolo di legno grezzo e consumato, con gli spigoli arrotondati dall’usura, in parte sbeccati o demoliti dai gesti quotidiani. Un tavolo da lavoro. Seduti intorno al tavolo sono tutti uomini.
Altri, due per l’esattezza, sono in piedi.
Un uomo con spessi baffi neri sta versando del vino da una brocca in un bicchiere che tiene nella destra. Un tipo minuto, vestito color sabbia, sta leggermente in disparte, indeciso se guardare gli altri o fuori dalla finestra. Sembra che stia aspettando di veder arrivare qualcuno.
“Parlate come se fossimo la Polizia Alchemica!” Sbottò Scheletor, con i gomiti appoggiati sul tavolo, dal tono della voce sembrava muovere un’accusa.
Armin, in piedi di fronte a lui, lo guardò di traverso: “Non è un reato.” Poi aggiunse:
“In fondo siamo la Polizia Alchemica, se ne esiste una.”
Scheletor rincarò: “Ma cosa vuol dire se ne esiste una? Hai dei dubbi sul fatto che non esista nessuna Polizia Alchemica?”
Armin, l’uomo coi capelli grigi che stava in piedi, appoggiato al bordo del tavolo, dissentì: “Perché dici che non esiste? Noi cosa siamo allora?”
“Siamo la Polizia Alchemica?”
“Se vogliamo!” Concluse Satanus.
Ci fu silenzio.
Scheletor scosse la testa e mormorò: “Siete scemi dentro.” Ma lo disse rassegnato, quasi con affetto.

Armin decise di tirare le fila del discorso: “Allora cerchiamo di riassumere: ci sono i  cattivi, ci sono quelli che pensano di essere buoni e invece sono delle teste di cazzo che combinano guai e poi ci siamo noi che, come abbiamo appena detto, siamo la Polizia Alchemica. Poi c’è uno che non c’entra niente e che praticamente ha la funzione del pallone nelle partite di calcio. Una specie di capro sacrificale. Per inciso, permettetemi di notare che all’origine il pallone era proprio un capretto morto. Ancora oggi in Afghanistan si gioca una specie di rugby a cavallo e si usa proprio un capretto morto come pallone. Un antico gioco patriarcale: rubare al vicino un capretto. Il furto e il patriarcato nacquero insieme. Anzi probabilmente fu il furto a generare il patriarcato. Gli uomini diventarono guerrieri per proteggere i loro capretti.”
Robian mosse i baffi neri e disse: “Hai proprio rotto il cazzo con le tue citazioni erudite. La vuoi piantare? E finisci il discorso!”
Armin non rispose. Continuò lanciando a Robian uno sguardo divertito: “Come in tutte le partite che si rispettino il pallone è la cosa importante. Noi dobbiamo salvare il pallone. La squadra dei Buoni Stupidi pensa che il pallone sia sacrificabile, sono gente che crede che il fine giustifica i mezzi. Noi invece sappiamo che la forma è essenziale, il pallone è importante, non deve morire. Ha un compito fondamentale nella battaglia tra il bene e il male.”
Robian mosse di nuovo i baffi: “E a noi che ce ne frega del pallone?”
“Non è un pallone, è un simbolo e come tutti i simboli ha un valore anche materiale, alla fin fine. Solo lui può fare una certa cosa. Ma per farla deve essere vivo.” Aveva pronunciato quest’ultima frase come se parlasse a un bambino deficiente. Guardava Robian e gli sorrideva paterno e pieno d’amore.
Robian sbuffò: “Ma vaffanculo, vai…”
Il giovane Morbius, che non aveva ancora peli sulle guance, chiese “Ma cosa deve fare questo pallone?”
Armin si grattò il mento con sopra la barba di quattro giorni: “Non si sa. Nessuno lo sa. Tradizionalmente i malvagi vogliono costringerlo a compiere qualche azione contronatura. Sono convinti che questo aumenterà il loro potere. Ma non è vero. È vero invece che ogni volta che le forze dell’Entropia riescono a impedire alla persona che incarna il simbolo di compiere il proprio destino, l’umanità resta ferma per un altro giro.”
Satanus, il biondo enorme con l’impermeabile giallo e il naso a becco chiese: “E allora noi che siamo più intelligenti e che siamo la Polizia Alchemica cosa dobbiamo fare?”
“Uno, dobbiamo individuare chi partecipa alla partita nel ruolo del pallone. Due, dobbiamo proteggerlo.
Tre, dobbiamo neutralizzare i buoni stupidi, se ci riusciremo i cattivi stupidi si faranno male da soli e noi avremo vinto. Cioè, avremo ottenuto che l’Umanità entri in una nuova, luminosa, fase evolutiva.”
“Tutto qui?” Chiese Robian.
Satanus iniziava a spazientirsi: “E qual è la prima mossa?”
Armin si leccò il labbro superiore e per un attimo assunse la faccia di una vecchia zia che ha preparato la torta per i nipotini e pregusta la sorpresa.
Robian capì che c’era sotto una trappola: Armin era convinto di avere già vinto. Lo conosceva e sapeva benissimo che era geneticamente stronzo. Era dal liceo che andava avanti quella storia. E adesso, compiuti i 60 anni, non aveva ancora smesso.
Robian decise di stare zitto per non rendere più piacevole l’eventuale vittoria dell’amico.
Dagli una corda lunga e spera che si impicchi da solo.
Armin prese a parlare con un tono neutro. Recitava. Male. “Dunque, ho fatto due conti, dobbiamo preventivare almeno un mese di emergenza per affrontare questa crisi. Ci serviranno 40 uomini, divisi in 3 turni di otto ore, 12 auto per i pedinamenti, una squadra di supporto logistico con meccanici e specialisti delle rilevazioni ambientali, telecamere eccetera. Almeno altri 15 uomini di supporto quindi. Una centrale di intelligence ne richiede altri 21, divisi in 3 turni e devono avere radio a onde corte e satellitari. E poi abbiamo bisogno di un operativo di 8 uomini se c’è da menar le mani. Aggiungiamoci una ventina di uomini in panchina come riserve, non si sa mai. Attrezzature di sorveglianza, armi e direi anche un paio di elicotteri.
Il tutto non dovrebbe costare più di venti milioni di euro. Supergiù.” Aveva sganciato la bomba e ora Armin sorrideva felice come un bambino.
Robian non riuscì a trattenersi nonostante i buoni propositi: “E dove li trovi 20 milioni di euro. Li tieni nascosti nel salvadanaio?”
Il commento di Robian fu seguito da rumoreggiamenti vari degli altri. Morbius scoreggiò. Taurus gli disse: “Ma che schifo!”
Lui rispose: “Se Armin può dire queste stronzate io posso scoreggiare.”
Armin li lasciò sfogare. Aprì il suo portatile e lo accese. Poi disse con voce enfatica. “Ok ragazzi. Qui ci sono i 20 milioni di dollari. Ho aspettato a incassarli che ci foste anche voi solo per mero sentimento umanitario. Voi potrete vedere con i vostri occhi e gioire nel profondo delle vostre anime.”
Morbius uggiolò roteando gli occhi: “Wow! Un misto tra Gesù di Nazareth e Mandrake! Ecco a cosa ero destinato fin da bambino! Ecco cosa mi ripagherà di tutti i mal di pancia sopportati nella vita!”
Armin sorrise: “Morbius, ora tu diventerai ricco. Abbi solo un poco di pazienza ancora.”
Armin schiacciò il tasto ENTER  e sullo schermo apparvero 6 pannelli rettangolari. Tre erano sormontati dalle scritte PASSE MANQUE, PAIRE DISPAIRE, ROUGE NOIR. Gli altri tre erano sotto un unico titolo: TABLE CODE.
Tutti si avvicinarono per vedere meglio.
Scheletor  esclamò: “Ma checcazzo è?”
Gli rispose Sangre: “Gli ha fuso il cervello, vuole vincere 20 milioni di euro alla roulette!”
Subissarono Armin di improperi. Ma lui smise di rispondere e si mise a battere sui tasti.
Tutta una serie di dati scorrevano velocissimi nei riquadri. Delle lucine lampeggiavano.
La schermata era piena di segnali intermittenti. Borchie luminose tridimensionali piene di riflessi come se fossero di ottone. Levette. Armin si era divertito con un interfaccia di sapore nautico. Non c’era audio.
Il gruppo iniziò a disinteressarsi di Armin e del suo computer.
Commentavano la situazione parlando di lui come se non ci fosse. O fosse morto.
Morbius disse: “Poverino sembrava normale. Anzi fino a un certo punto forse era normale. Beh, non quando si buttò dalla finestra per sfuggire all’arresto. Lì non fu intelligente. Ma comunque…”
Armin li interruppe trionfante: “Allora, diciamo che abbiamo incassato i primi 11 mila euro. Schiaccio qui. Esco. Chiedo l’incasso. Ecco fra pochi minuti vedrete l’accredito sul nostro conto. Adesso chiedete scusa e dite ad alta voce: siamo fessi perché non credevamo a Armin che è un grande. Su ragazzi voglio sentire le vostre voci.”
Non ebbe quel che chiedeva. Almeno non subito.
Prima vollero verificare l’accredito. Scheletor disse: “Tu non hai mai avuto 11 mila euro in banca. Non ci credo. E’ tutto finto.”
Allora toccò a lui andare in banca e ritirare gli 11 mila euro. Che nel frattempo erano diventati 67 mila. Erano le dieci di mattina e le banche erano aperte. Armin aveva previsto che non gli avrebbero creduto in nessun caso a meno che non avessero visto il frusciante uscire dagli sportelli virginali di una banca, sotto forma di banconote che puzzavano di sangue e violenza.
Scesero tutti insieme le scale, con Scheletor che apriva la processione con l’assegno tenuto bene in mostra, in punta di dita.
Entrarono tutti in banca sorridenti e si misero di fronte alla cassa. Avrebbero scommesso anche mille euro che la cassiera si sarebbe rifiutata di pagare.
I miscredenti smisero di sorridere quando la signora con i capelli cotonati e gli occhiali da gatta che stava dietro lo sportello iniziò ad ammassare banconote di grosso taglio e a contarle.

Festeggiamenti
Quando tutti ebbero visto, toccato e detto “Armin è Grande” con totale convinzione, e saputo che avrebbero ricevuto uno stipendio annuo di un milione di euro per la loro eroica militanza (decennale) nella Polizia Alchemica, e bevuto e fumato abbastanza, Armin valutò che fossero pronti per la grande rivelazione.
Armin li guidò fino all’ascensore, scesero al piano terra, attraversarono la strada come un’orda di cosacchi ubriachi, sghignazzando e rischiando di essere tutti travolti da un triciclo a motore furgonato, entrarono nel portone del palazzo di fronte, salirono al quinto piano, Armin aprì una porta digitando un codice sopra una tastierina azzurra ed entrarono in un grandissimo salone pieno di computer ordinatamente allineati lungo file di tavoli. “Ho affittato tutto il piano. C’era un’agenzia di viaggi che è fallita. Ho tenuto le poltroncine, sono allegre, rosse e bianche. Qui ci sono 50 pc, con 1500 gigabyte di memoria ciascuno. Questo è il cuore del sistema. Ho altri 10 uffici come questo nel quartiere.”
Robian chiese: “Vuoi dire che questi computer ti fanno vincere alla roulette?”
Armin annuì solennemente.
Satanus domandò?: “Ma ci spieghi come cavolo funziona?”
Armin disse: “Molto in breve, negli ultimi 30 anni non mi sono dedicato solo ai bagordi e a leggere fantascienza. Non ve l’ho mai detto per evitare che mi pigliaste per il culo ma io ho sempre studiato matematica. Una branchia particolare della matematica: la statistica.
Oggi nel mondo ci sono più di diecimila roulette nei casinò online. È quindi possibile compiere un’impresa inimmaginabile solo 2 anni fa. Collegarsi con diecimila diversi IP, le identità dei computer, a diecimila casinò. E realizzare in tempo reale una statistica globale delle uscite: pari e dispari, rosso e nero.
Il problema di tutti i sistemi per vincere alla roulette è che si basano sui risultati di una sola roulette.
Un campione statisticamente insignificante. Ma se io osservo diecimila roulette contemporaneamente e nell’insieme si verifica un’uscita maggiore di rossi o di neri posso stare certo che seguirà una fase in cui usciranno più neri che rossi. E se gioco su diecimila tavoli contemporaneamente non posso fare altro che vincere.
Perché sui grandi numeri sono certo che le uscite del rosso e del nero saranno estremamente vicine al pareggio. Il mio sistema di computer inizia a puntare sul rosso solo quando la percentuale delle uscite globali rosse è sotto dell’1%. A quel punto posso essere certo che incasserò in ogni ciclo di puntate di tutti i miei computer, sul rosso, almeno lo 0,1% in più di quanto ho scommesso. Piccole vincite. Ma le hai ogni minuto. La cosa veramente difficile è stata mettere insieme i primi due milioni di euro per costruire tutto questo. Ho iniziato con un programmino che elaborava i dati di 250 roulette. Non riuscivo a vincere più di 5 mila euro alla settimana.”
Armin li guardò ben conscio che non avevano capito niente. Ma non aveva importanza. Conosceva quegli uomini e sapeva che erano in grado di fare cose che per lui erano impossibili. In una squadra che funziona ognuno eccelle nelle sue competenze.
Poi Armin decise che era il momento di raccontare la seconda parte della storia.
Scesero di nuovo in strada. Percorsero 600 metri, entrarono in un palazzo degli inizi del 1900, di quelli che riempiono le aree della città che non sono state distrutte dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Un palazzo austero con un grande portone di legno nero e vetrate liberty, floreali, sulla parete che divideva l’androne dal giardino interno. Salirono al quinto piano con l’ascensore in ferro battuto e cabina in legno di rovere.
Armin disse: “Adoro gli appartamenti al quinto piano, non so perché.” Digitò un altro codice sopra un altro tastierino azzurro al lato di un’altra porta. Entrarono in uno spazio luminosissimo, con i soffitti alti quattro metri e la moquette color senape. Ampie vetrate di cristallo antiproiettile a triplo strato riempito di gas isolante e tende di canapa color canapa.
Due impeccabili segretarie, uscite da una rivista per sole donne ricche, con addosso due tailleur di Armani, blu, li accolsero sorridenti: “Buon giorno dottor Pauletti!” Dissero in coro. Armin era il suo nome di battaglia. Se l’era guadagnato da ragazzo. Tutti strinsero le mani alle due donne dopodichè Armin e i suoi ospiti si accomodarono in una sala riunioni con ampie poltrone di pelle imbottita, di fronte a uno schermo al plasma composto da 20 televisori da 400 pollici. Le segretarie portarono da bere, da mangiare (formaggio parmigiano, mozzarelline di bufala, focaccia calda, olive e un buon Pelaverga. Morbius chiese: “Ma siamo sicuri che è tutto biologico?”).

Quando le segretarie se ne furono andate Armin schiacciò un telecomando. Era chiaro che si era preparato lo show nei minimi particolari. Scheletor pensò: “E’ un maniaco!”
Una lunga linea apparve nello schermo gigantesco. Un diagramma. La linea seghettata aumentava progressivamente la misura degli sbalzi.
Armin iniziò a spiegare il grafico: “Questa è la linea riassuntiva degli squilibri tra il numero totale di uscite nere e rosse delle ultime 8 settimane.
Come vedete sta aumentando la percentuale di uscite squilibrate.” Indicò con il raggio di una penna laser un picco della linea seghettata. “Qui le uscite rosse erano addirittura il 55,9% del totale. E questo squilibrio è durato per 3 cicli di uscite. Il massimo mai registrato in 80 settimane. In poche parole è come se il flusso dei numeri risentisse di una qualche perturbazione. Ed è indagando su questa questione che ho scoperto che ci avviciniamo a un punto critico della storia dell’Umanità. Se lo superiamo otterremo un grande salto di qualità. Se non ci riusciamo ripiomberemo in un’altra  fase di guerre e fame. Dovremo ripercorrere ancora una volta tutto un ciclo di dolore. 64 anni di Miseria, Morte, Mistificazione.”
 

INDICE CAPITOLI

Capitolo 1 Ottima marmellata d’arance

Capitolo 2 Ragazze educate

Capitolo 3 Una situazione complessa

Capitolo 4 Agguati mentali

Capitolo 5 Eventi indecifrabili

Capitolo 6 La Fratellanza

Capitolo 7 Nera. Ma quanto nera?

Capitolo 8 Il tripudio della confusione

Capitolo 9 La Fortezza

Capitolo 10 Scatole dentro scatole dentro scatole

Capitolo 11 La Polizia Alchemica

Capitolo 12 Fisso il pensiero fisso

Capitolo 13 clicca qui

Capitolo 14 clicca qui

Capitolo 15 clicca qui

Capitolo 16 Pinin

Capitolo 17 Fine

 

La formazione militare delle ragazze. Scatole dentro scatole dentro scatole

Capitolo 10

Il giorno dopo stavo rilassando i miei neuroni camminando lungo un sentiero poco distante dalla locanda, misi un piede in fallo e scivolai sull’erba bagnata crollando rovinosamente al suolo, dandomi un colpo di reni, per evitare l’impatto della testa sul terreno. Ma il colpo di reni pur salvandomi il cranio mi causò uno strappo al collo.
Mentre stavo accasciato per terra a fare i conti con il mio dolore fisico e un certo disprezzo per il mio essere corporeo, un viso femminile estremamente chiaro apparve nel mio campo visivo. Dietro di lei c’era solo il cielo.
Tecnicamente potrei dire che riluceva, se non temessi di esser preso per mistico.
In un primo momento infatti credetti si trattasse di un’allucinazione dovuta alla gran botta in testa che avevo preso (nonostante il colpo di reni e il guizzo del collo. Alcuni quando prendono un colpo in testa vedono le stelle del cielo, altri le stelle del cinema).
Poi una voce celestiale chiese: “Va tutto bene?”
E io ebbi la netta sensazione di essere morto, ormai intento a dialogare con un angelo angelico.
Molto angelico.
“Ce la fai a muoverti?”
Sentii la sua mano toccarmi la spalla mentre si chinava ancor più su di me occupando col suo viso tutto lo spazio visivo. Ed ebbi una netta, violenta, sensazione di essere ancora vivo e pure particolarmente interessato a continuare a vivere.
Lei mi aiutò ad alzarmi, evento durante il quale dimostrai di essere più stoico di Muzio Scevola, quello svaporato di Muzio Scevola, che si bruciò la mano che aveva fallito l’assassinio di un nemico di Roma. Se la bruciò sopra un braciere pronunciando la frase: “Questa mano ha fallito questa mano io punisco!” (Hist manus fallavit! Hist manus ego punintibur!)
Praticamente un cretino.
E questo per dire quanto soffrii.
Comunque, a parte la mancanza di una connessione fluida tra le parti del corpo (mi sentivo quasi decapitato, come dopo un colpo di mannaia che il boia ha sbagliato), ero estremamente vivo e attratto dalla creatura che mi stava sorreggendo e mentre lo faceva emanava un profumo che avrebbe fermato un treno in corsa.
Evitai di dirle: “La lasciano andare in giro con quegli occhi senza porto d’armi?” e evitai anche un “Ho avuto la sensazione che la Grande Dea mi stesse parlando ma ora che ti vedo meglio mi accorgo che tu sei più carina!”. Ma feci uno sforzo per tacere.
Scelsi la linea guardarla in silenzio. E sperai che nel caso stessi sbavando lei potesse illudersi che fosse a causa della botta. Non so se hai mai pensato come dev’essere difficile vivere per le donne troppo belle, e che strana idea l’esperienza suggerisce loro. Dev’essere curioso abitare un mondo dove i maschi per lo più balbettano. E quando entri in un bar senti la temperatura che si alza di due gradi.
Insomma non so come dirlo meglio: lei mi face una certa impressione.
Pensai: se si chiama Deborah mi suicido.
Lei mi disse: “Io sono Deborah.”
Io mi rivolsi al mio Dio e gli dissi: stai esagerando!
Deborah è un nome che mi alza la pressione. Mi ha sempre fatto questo effetto.
Forse per via della canzone di Mina: lunghe ali di fuoco han coperto la luna sopra di me!
Riuscii a sapere che era lì da tre giorni, alla Faggiasca, insegnava storia dell’arte in un liceo, era in convalescenza per una brutta polmonite ed era arrivata da Bergamo fin lì per prendersi un po’ di aria pura. Aveva 26 anni ed era del segno della Vergine ascendente Gemelli. Anno del Coguaro.
Il mio cervello registrò anche una serie di altre informazioni su di lei che non sto a elencare perché le mie gentili lettrici non mi capirebbero.
Poi scomparve dicendo qualche cosa di astruso come: “Ho dimenticato un batuffolo in camera.”
Incomprensibile ma estremamente morbido.

Quella sera la rividi a cena. Una ventina di ospiti erano distribuiti lungo un tavolone. Ma lei si sedette lontano da me.
Poi si ritirò presto non lasciandomi nessuna possibilità di riprendere il dialogo.
Dopo cena mi trovai di fronte un bicchiere di vin santo e Marco Giuffré, uno dei gestori. Aveva il naso grosso, le orecchie grosse e mi guardava tranquillo. Come se avesse avuto a disposizione tutto il tempo che c’era. Parlammo fino a quando tutti furono andati a letto scambiandoci storie lontane. Entrambi ancorati a certi anni della nostra vita. Racconti che ti rinfrancano, terreni sicuri, situati in un passato lontano. E ti fanno credere di conoscere da sempre qualcuno che hai appena incontrato.
Come vecchi compagni d’armi.
Luisa, la sua compagna, biondissima, verso le 24 venne a darci la buonanotte.
Poi lui restò in silenzio come se aspettasse una domanda sospesa. E io la feci: “Sai qualche cosa della Congregazione?” Si guardò in giro senza cercare niente. Poi mi fissò gli occhi addosso, tranquillo. Bevve un altro sorso dal bicchiere da osteria, fece schioccare la lingua, si toccò il mento e disse: “Non ci crederai ma me l’ero immaginato. Portate un marchio.”
“Un marchio?”
“Sì, non saprei dire cosa, magari solo un certo ritmo nella voce, ma è difficile che mi sbaglio. Chi incappa nella Congregazione resta segnato.”
Lo guardai chiedendomi se volevo veramente saperne di più. Poi la mia identità guerriera prese il sopravvento:”Fino a tre giorni fa non sapevo neanche che esistessero.”
“E poi?”
“Poi ne ho sentito parlare, a Bologna, una cena in pizzeria. Ma non ci ho capito niente.”
Marco Giuffré inclinò la testa leggermente come a misurarmi. Aveva l’aria di non credere una parola di quel che avevo detto. Il che parve però non interessargli.
Faceva parte di quelli che credere e dubitare gli paiono attività superflue.
“Stai attento sono brutta gente.”
“Raccontami.”
Restò in silenzio. Bevve un altro sorso. Mi guardò: “Che livello di complessità sei disposto a tollerare!”
Ero abbastanza ubriaco da dirgli: “Il massimo.”
“Allora ti racconto una storia. C’è un uomo convinto che la moglie lo tradisca. Inizia a comportarsi in modo strano. Ripetutamente finge di avere un appuntamento per lasciarla sola e poterla pedinare. Lei si insospettisce, crede che lui abbia un amante. E pensa di aver individuato la donna dalla quale corre suo marito fingendo appuntamenti di lavoro: la segretaria di lui. Il marito della segretaria è geloso. Per una serie di coincidenze si convince che sua moglie lo tradisce con il datore di lavoro. E inizia a seguire anche lui la moglie. Per un’altra serie di coincidenze il datore di lavoro incontra la segretaria in un parco. Lei è seguita dal marito, lui dalla moglie. Il marito lo blocca in mezzo alla strada e lo insulta. La segretaria e la moglie dell’insultato vedono la scena e accorrono. I due uomini iniziano a picchiarsi. Le due donne cercano di separarli. Proprio in quel momento un rapinatore esce da una banca e siccome è completamente pazzo lancia una bomba a mano che esplode vicino ai 4 litiganti uccidendoli.”
Lo guardai e per più di un secondo pensai di aver parlato tutta la sera con un cretino: “E questo cosa vuol dire?”
Marco Giuffré fece un risolino, si riempì il bicchiere di vinsanto e rispose: “Vuol dire che la gente si affanna per delle stronzate e non si accorge di quel che veramente gli succede intorno. La Congregazione e l’Alleanza si combattono all’ultimo sangue ma entrambe sono solo un imbroglio e un’allucinazione collettiva.
Entrambe convincono i loro adepti di essere organizzazioni che possiedono conoscenze alchemiche tali da permettere loro di guadagnare milioni di euro. Dicono: possiamo prevedere le quotazioni azionarie. E siccome possiedono una conoscenza segreta e in effetti dispongono di fiumi di denaro, ottengono la fiducia ceca di molte persone che poi sono disposte ad obbedire a qualunque ordine.
Possono facilmente convincere una morigerata collegiale a darsi sessualmente a un vecchio finanziere per carpirne i segreti… In realtà il gioco funziona esattamente al contrario. Grazie all’illusione di una conoscenza segreta riescono a manipolare le persone e a far sì che gli adepti siano disposti a tutto pur di trovare le informazioni riservate con le quali poi queste due sette ottengono notevoli guadagni in borsa.
Non hanno nessun algoritmo magico, hanno molte orecchie e molte puttane… E sono maestri nel far parlare la gente.”
Lasciai che quel discorso affondasse nel lago ghiacciato della mia mente. Aspettai che si inabissasse per poterlo toccare in tutte le sue parti.
Ed ebbi di lì a poco la nitida certezza che Marco Giuffré diceva la verità.
Non esisteva nessun codice numerico, nessuna conoscenza cabalistica capace di regalare montagne di banconote con poco sforzo. Era vero invece che lo spionaggio finanziario era diventato negli ultimi vent’anni la fonte di denaro più grandiosa. Il traffico di droga, il commercio di armi, il gioco d’azzardo, il commercio sessuale, gli appalti truccati e le tangenti, messi insieme non facevano un decimo delle fortune che cambiavano di mano grazie alle semplici informazioni. Bastava sapere con un anticipo di poche ore che un’azienda era nei guai e usare il computer più vicino e scommettere su un differenziale a ribasso. Se sbagliavi perdevi tutto, ma se azzeccavi la previsione raddoppiavi il tuo capitale in meno di un giorno.
E speculare sulle informazioni riservate non rende necessario l’uso delle armi, anche se a volte aiutano… Il grosso del lavoro consiste nell’ascoltare molta gente, registrare molti dati e incrociarli.
Ma servivano molte persone assolutamente dedite al progetto. Gente animata da quello zelo e da quella passione che i soldi da soli non possono comprare.
Marco Giuffré riprese a parlare interrompendo i rimbalzi nella mia mente. Io sentii una fitta al collo e mi massaggiai delicatamente.
Lui disse: “Schiavi moderni. Schiavi consenzienti. Il resto sono tutte balle. Manipolano i cervelli. Questa è la verità.”
“Ma come fanno.”
“Sono bravi. E hanno molta fantasia. Ti accalappiano costruendoti addosso delle storie. Ti fanno vivere avventure pericolose, ti mettono al centro. Costruiscono un film con te dentro, ti fanno sentire in pericolo e poi ti salvano, costruiscono nella tua testa una gratitudine cristallina e la sfruttano per farti fare qualunque cosa. Ho sentito di una ragazza che ha partecipato a una rapina finita male ed è diventata una latitante, perennemente in fuga, per due mesi. Alla fine ha scoperto che la rapina era finta, finti i poliziotti che li avevano inseguiti, tutto finto. Non c’era nessun mandato di cattura contro di lei, non era ricercata. Lo ha scoperto dopo un mese che si prostituiva in un bordello clandestino. Anche i giornali che le avevano mostrato con sopra la sua fotografia erano falsi. Una storia da fantascienza: lei ci è quasi andata fuori di testa. Non hai idea di cosa siano capaci i tuoi amici. Poi puoi dire che quelli dell’Alleanza sono meno carogne e che quelli della Congregazione sono dei criminali fetenti. Ma alla fine sono la stessa cosa. E sono disposti a uccidere per tenere in aria i loro giochi.”

Andai a letto. Confuso. Una verità nascondeva un’altra verità che nascondeva una terza verità, che poteva essere benissimo una nuova, più raffinata menzogna.
Ma io mi chiesi se arrivare fin lì, alle Faggiasche, fosse il frutto del mio desiderio o di qualche oscura forma di ipnosi.
E Marco Giuffré faceva parte del mio incubo o del loro complotto?
E mi chiesi se l’attacco e la distruzione della fortezza potessero essere una messa in scena. Non mi pareva probabile. Troppo dispendioso. E poi quale poteva essere lo scopo? Mi venne in mente la storia dei nazisti che per scatenare l’odio verso gli ebrei organizzarono attentati dando ai semiti la colpa. La coesione del gruppo ha bisogno di un nemico. E se è un nemico mortale è meglio. La paura del nemico è un cemento formidabile per le relazioni autoritarie. Lo aveva scritto William Raich negli anni trenta osservando l’avanzata inarrestabile del nazismo.
Immaginai un gruppo di spietati nazisti che invece di invadere le nazioni scelgono di prendere possesso dei mercati finanziari. La stessa capacità di gestire l’isteria di massa del Terzo Raich unita alle tecniche di manipolazione moderne, dalla PNL in poi. Se Hitler avesse avuto un computer con una connessione veloce al mercato globalizzato avrebbe perso tempo a invadere la Russia? Certo se era così si trattava di un complotto molto complesso, molto più arzigogolato di quelli degli Illuminati immaginati dai blog complottisti… Ma la sfida moderna è quella della complessità…
Mi addormentai senza angustiarmi ulteriormente leggendo qualche pagina dell’Educazione militare delle Ragazze che avevo trovato nella libreria dell’ostello…

Forse il gatto era entrato nella notte. Ma la porta mi pareva di averla chiusa. Forse era sempre stato lì e non l’avevo visto. I gatti sono capaci di rendersi invisibili.
Comunque il gatto mi guardò.
Io continuai a dormire facendo finta di niente.
Poi il gatto mi guardò di nuovo. E io guardai il gatto.
Poi mi rimisi a dormire. Ma ormai sapevo per certo che il gatto mi stava guardando.
Allora guardai il gatto. E il gatto mi guardò. Poi finalmente mi svegliai, tutto sudato. Non c’era nessun gatto.
Mi misi sotto la doccia, cercando di ritrovare un filo che fosse attaccato da qualche parte.

Quando il mattino dopo mi svegliai in una giornata traboccante di sole mi ricordai che mi ero innamorato di una donna che si chiamava Deborah. Poi mi ricordai che stalinisti e nazisti stavano massacrandosi per il possesso della mia anima.
E come inizio giornata non fu un gran che.
Per fortuna nella sala dove servivano la prima colazione c’era dell’ottima marmellata d’arancia. Biodinamica. Non so cosa voglia dire ma mi piace il suono.
Sembra una cosa affidabile e moderna.

Rischiare la pelle galvanizza i desideri.
“Grossomodo sì… Concludevo il mio articolo osservando che fino ad ora si è trovato un solo modo scientifico di sfruttare gli squilibri distributivi dovuti alla legge che impedisce che nei piccoli numeri si manifestino vistose irregolarità (che scompaiono quando si prendono in considerazione numeri enormi di situazioni).
E si tratta proprio di qualche cosa di scientifico.
Gli uffici tributari del Governo Usa scoprono se il bilancio di un’azienda è falso analizzando la frequenza dei numeri.
Siccome è più probabile che un venditore fissi come prezzo 99 centesimi piuttosto che un dollaro, tutta la contabilità è permeata di una sovrabbondanza di 9 e suoi multipli.
Ma c’è anche una maggiore presenza abbastanza strana di alcuni altri numeri… Una frequenza che si ripete con grande costanza…
Se una persona invece falsifica i bilanci tende a scrivere cifre ripetendo più spesso alcuni numeri e crea quindi una frequenza dissonante rispetto a quella naturale. Ad esempio in un bilancio falsificato ci sono molti 11… Così li beccano subito!”
“Veramente se ci sono troppi 11 ti arrestano?” Chiese Ester stupita.
“No stavo inventando. Non so quali numeri siano più frequenti… Forse è un algoritmo che tengono segreto…”
Mi dedicai a finire un piatto di insalata condita con un ottimo olio di oliva e diedi loro il tempo di valutare il mio racconto.
La sala nel frattempo si era quasi svuotata e alcuni inservienti stavano pulendo i tavoli.
Noemi disse: “Ecco perché ti vogliono catturare. Tu hai raccontato il fulcro della loro teoria di manipolazione. Vogliono chiuderti in un sotterraneo e farti cercare numerini ricorrenti per il resto della tua vita.”
“Che numerino?” Chiesi io.
“I numerino che segnalano l’avvicinarsi di un momento di crisi.”
“E cioè?”
“Come credi che riescano a manipolare la borsa?
Loro usano proprio quel che dici tu. Analizzano parole e numeri e li trasformano in una linea sopra un diagramma che indica esattamente se in quel momento c’è una distribuzione omogenea di tutti i numeri oppure se alcuni numeri stanno intensificando la loro frequenza. Diciamo che non è un caso che un massacro avvenga in un giorno nel quale abbiamo già di base un’alta frequenza.
L’11 è più facile che intensifichi la sua presenza il 9-11, che dista 111 giorni dalla fine dell’anno… La presenza di una perturbazione della regolarità della frequenza di un numero “invita” altre coincidenze e fatti eclatanti ad addensarsi. Il crollo di un titolo azionario tendenzialmente avverrà in un momento di particolare frequenza di alcuni numeri…”
“mi sembra un po’ azzardato come ragionamento.” Dissi io.
“Può darsi. Ma non è questo il punto. Loro sono convinti che funzioni. E in effetti sostengono che tutti i soldi di cui dispongono derivano proprio dalla loro prodigiosa capacità di intuire i momenti di crisi delle quotazioni azionarie e realizzare enormi guadagni scommettendo sui crolli al momento giusto… Scommettono sui crolli perché sono più facili… E anche i nostri cari vecchietti che ci ospitano ne sono convinti… Tutti questi ragazzi cosa credi che facciano dalla mattina alla sera sui loro computer? Immagazzina ogni sorta di dati, dalle temperature climatiche alle estrazioni del lotto. E analizzano minuto per minuto questo flusso di numeri cercando eccessi di frequenze… Come facciano poi a scoprire da questo qualche cosa di utile non saprei dirtelo. Ma tutta questa guerra gira intorno a questa sfida matematica e a cosa puoi fare o non fare con la montagna di denaro che ci tirano fuori.”
La guardai intensamente. Forse sperando che la forza del mio sguardo potesse costringerla a ritrattare quanto aveva appena detto.
Mi sembrava una totale follia.
Tutto. Far soldi sfruttando le frequenze numeriche ma anche prendersela con me perché avevo scritto quattro cose elementari sui numeri.
Ma quale altra spiegazione potevo dare di tutto quanto era successo fino ad allora? Nessuna.
E quando non hai nessun’altra spiegazione per un evento è facile aggrapparsi alla meno stupida. Non capire proprio niente è angosciante.
Ma abbracciare un’idea solo perché non ne hai un’altra migliore non è il massimo del buon senso.
E’ un comportamento stupido quanto diffuso.
Una reazione automatica nella quale speravo di non cadere. La mia capacità di ragionare è una cosa alla quale tengo parecchio. Di cervello ne abbiamo uno solo e se lo spampani mettendoci dentro delle stronzate semplicistiche prima o poi devi pagare il conto.

Ok, allora diciamo che esiste un partito dei cattivi che vogliono manipolare il mondo utilizzando conoscenze numeriche e manipolazioni e chissà cos’altro. Poi c’è il partito dei buoni che cerca di impedire a questi malvagi di controllare il mondo.
Ma questo non vuol dire che si stia guardando la battaglia giusta.
Allarga la tua visuale, non restare intrappolato nelle strutture di causa e effetto che colpiscono la tua mente.
Di fronte a te si svolge una battaglia, e vero. E per una serie assurda di casualità tu sei coinvolto nella battaglia. Sei diventato una preda per i cacciatori e c’è pure chi ti vuole difendere.
Ma è questa la tua battaglia?
E veramente questo lo scontro che sta determinando i destini del mondo?
Magari ti sei imbattuto in due eserciti di imbecilli che si stanno massacrando convinti di lottare per ottenere chissà ché e invece la loro battaglia è completamente ininfluente. Non ha nessun modo di incidere sul futuro.
E quello che accadrà dipende da tutt’altra questione.

 

INDICE CAPITOLI

Capitolo 1 Ottima marmellata d’arance

Capitolo 2 Ragazze educate

Capitolo 3 Una situazione complessa

Capitolo 4 Agguati mentali

Capitolo 5 Eventi indecifrabili

Capitolo 6 La Fratellanza

Capitolo 7 Nera. Ma quanto nera?

Capitolo 8 Il tripudio della confusione

Capitolo 9 La Fortezza

Capitolo 10 Scatole dentro scatole dentro scatole

Capitolo 11 La Polizia Alchemica

Capitolo 12 Fisso il pensiero fisso

Capitolo 13 clicca qui

Capitolo 14 clicca qui

Capitolo 15 clicca qui

Capitolo 16 Pinin

Capitolo 17 Fine