michele lanzacurte

Un muratore su cinque tira cocaina

(Le indagini incredibili di Michele Lanzacurte)

Questo mondo annega nella mancanza di senso della responsabilità. Qualunque imbecille può dire “io non sapevo” e finisce lì. No, testina, comandi tu e tu paghi i danni!

Sterminati panorami di desolazione galleggiano sulla nebbia chimica che avvolge la città. Un muratore su cinque tira cocaina. E poi ti stupisci se vengono giù i palazzi.
Mi chiamo Michele Lanzacurte. Di mestiere faccio l’investigatore privato.
E sono incazzato perché gli amici degli amici si sono comprati Telecom prendendo i soldi in prestito se la sono passata di mano in mano e alla fine l’hanno mollata agli spagnoli dopo averla spogliata e riempita di debiti. Di passaggio in passaggio hanno rastrellato soldi sufficienti a dar da mangiare al Burkina Faso per 10 anni. Per dargli da magiare aragoste vergini. Facile comprarsi la Telecom con i soldi a prestito… Volevo farlo anch’io ma nessuna banca mi aveva voluto aprire uno scoperto di conto corrente di una decina di miliardi di euro.
Le solite cazzate… A me hanno chiesto garanzie per prestarmi 10mila euro. Bastardi!
Però questa storia che io non avevo potuto comprare la prima azienda telefonica italiana mi bruciava. Perché io no? Io o un qualunque muratore che si fosse tirato troppa coca… Perché un po’ di mania di grandezza ci vuole per comprarsi tutti quei cavi con 80mila operai intorno.
Ma forse è sufficiente che vai in banca, fai vedere quanto è bella Afef e quelli se ne vengono nelle braghette e ti danno tutti i soldi che vuoi.
Insomma ero incazzato. Così accolsi come un segno di Dio il fatto che Guido Maria Giovanni Aleandro Rossi mi stesse davanti, col suo sorriso pacione, e mi stesse offrendo mille euro al giorno più le spese.
Voleva un’indagine riservata.
Interpretai come un’incredibile coincidenza il fatto che volesse pagarmi per scoprire chi e come aveva deciso di dare i miliardi ai coraggiosi compratori di Telecom… Voleva capire come mai le banche avevano dato i soldi, se c’era la complicità con D’Alema, se era tutta una finta per far comprare Telecom a Silvio, se veramente il Tronchetti faceva spiare politici e giornalisti oppure erano i servizi segreti che spiavano per conto loro, oppure la Cia. E cosa c’entravano i rapimenti di islamici cattivi, le fatture false, le agenzie che ingaggiavano mercenari per l’Iraq e i tipi loschi con l’alito pesante che si spacciavano per agenti dello Stato e magari lo erano… E pure la Serbia… Perché dare miliardi al dittatore slavo?
Insomma Guido Rossi voleva sapere tutto. Un maniaco. Durante l’indagine per il calcio truccato aveva voluto che io gli portassi tutte le foto di tutte le fidanzate e di tutte le mogli di arbitri, calciatori e figli di Moggi. Ovviamente nude.
Ovviamente gliele avevo procurate. Erano quasi tutte disponibili su internet. E’ la democrazia. I ricchi si sposano le super fighe ma tutti possiamo masturbarci guardandole.
Avevo due strade per risolvere il caso: impiegarci mille anni (che a 1.000 euro al giorno sono sempre un affare) oppure darmi una mossa.
Siccome sono un sentimentale escrementizio e odio usare il mio onore per pulirmi le zone intime posteriori decisi di darmi da fare.
Così uscii dalla sede centrale della Rossi & Rossi di Milano, arredata da architetti con l’ulcera che non avevano mai sperimentato un vero orgasmo, respirai profondamente quell’aria al profumo Apocalisse, pensai che solo dei pazzi possono vivere in un posto simile e meditai sulla situazione.
Una volta mia nonna mi aveva detto: dietro tutti i grandi uomini c’è una donna stupita.
Grande saggezza.
Non dovevo fare altro che trovare Afef e farla parlare.
L’unico problema era abbattere la decina di guardie del corpo che fanno la ronda intorno alla villa dove abita. Intendiamoci, i guardiani non erano un problema insormontabile. Col fondo spese di Guido Rossi avrei potuto noleggiare 40 ex militanti del Servizio d’Ordine del Casoretto e radere al suolo tutta l’area.
Ma come approccio mi sembrava esagerato. Ultimamente sto meditando sull’inutilità della violenza e sulla necessità di immaginare un paradigma esistenziale basato sulla qualità delle relazioni umane.
Quindi optai per una soluzione più complessa: Anita. Estrassi il cellulare e mentre mi recavo in un ristorante salutista dietro il grattacelo Pirelli, fissai un appuntamento con lei nella sua boutique in corso Garibaldi.
Anita è un travestito barese che una volta si è trovato nei guai con un giovane rampante che si era fatto troppa coca. Mi aveva telefonato, ero arrivato con una fiala di adrenalina e gli avevo salvato la pelle (al rampante).
A tempo perso faccio il pronto soccorso per gente che preferisce evitare gli ospedali e i giornali. Ho fatto sei esami di medicina e sono capace di cavare una cistifellea bendato. Ma preferisco non farlo perché generalmente la gente poi si incazza.
Dopo aver mangiato un tofu che avrebbe fatto resuscitare i morti (resuscitare e fuggire) andai dall’Anita e le dissi: “Devo parlare con Afef”.
“Niente di più semplice, stasera ti porto alla festa del Buby, lei passerà di certo”.
“Chi è questo Buby?” Chiesi io professionale.
“Uno ricco, etero, bruttino, con la mania di farsi le ragazzine e tanti debiti...”
“Anche tu con questa storia… Perché dici che è ricco se c’ha un pacco di debiti?”
“Michele… Ma come sei arretrato… Il solito paleo-leninista… C’è chi con i debiti è ricco e chi è povero… E’ una questione di savoir faire.” Lasciai perdere. Se Marx fosse rinato avrebbe dovuto riscrivere Il Capitale e intitolarlo Il Look.

Anita pretese di vestirmi elegante per la festa. Mi sentivo un sarcofago. Mettermi la giacca e la cravatta mi fa questo effetto. Arrivammo verso le 23 perché arrivare prima è da cafoni. Avevo una fame boia ma mi resi conto che le tartine del buffet facevano schifo. I ricchi con i debiti saranno anche furbi ma non sanno mangiare. Non hanno ancora capito che il salmone deve essere rosa salmone e non rosso aragosta. Se il salmone è rosso non è né emozionato né comunista, è tinto. E questo non è bene. Ma i ricchi con i debiti non ci fanno caso. Credono che tutto quello che costa caro sia buono. Per sapere cosa mangiano non usano il palato, guardano gli estratti della carta di credito. Poveracci…
Alla fine vedo Afef, tutta contornata da squaletti con la pancetta e la gastrite e tigresse con le labbra tumefatte. Avete presente quelle tipe talmente liftate e tirate che non possono mai abbassare le palpebre perché sennò gli si apre il buco del culo? Ecco quelle. Mentre mi avvicinavo a lei riflettevo sulla quantità incredibile di gente che era in quella sala solo grazie all’indulto di Bertinotti e C.
Non ci sono più i comunisti di una volta…
Da vicino è veramente uno schianto di ragazza… “Buona sera signora Afef, possiamo scambiare due parole in privato?”
Lei mi guardò di traverso come se fossi stato una cacca di cammello.
Io continuai a guardarla dritto negli occhi mentre immaginavo di essere Dio che ordina ai pianeti di iniziare a girare.
E’ una cosa essenziale nel mio lavoro. Quando parli a qualcuno DEVI essere assolutamente convinto di essere Dio.
E non è solo una questione di autostima. Lo devi sentire a livello cellulare.
Ti devi sentire come quando giochi a Doom (lo sparatutto videogame) usando i codici segreti che hai comprato da un ragazzino brufoloso che fa sesso solo col computer, e giochi in Modalità Dio, e sai che in qualunque momento puoi avere tutte le armi e tutta l’energia dell’Universo. E quando i demoni ti colpiscono i proiettili rimbalzano.
Ecco, se ti senti veramente Dio così, allora funziona.
Garantito. Mi sono trovato in  difficoltà solo una volta, con Silvio. Ma lì il problema è che anche lui è convinto di essere Dio. E’nata tutta una discussione che non finiva più “Dio sono io!” “No, Dio sono io.”…
Comunque Afef mi guarda, capisce che sono Dio, sente dentro una profonda emozione e mi risponde: “Certo!” Mi accompagna in una saletta al piano di sopra, chiude la porta a chiave e mi chiede: “Vuole anche che mi spogli?”. Succede sempre così, appena scoprono che Dio sei tu: vogliono provarti. Solo con le banche non funziona perché loro sono atee.
“Grazie, ma momentaneamente vado di fretta.” Fece un sorrisino deluso.
“Dimmi tutto quello che sai sulla Telecom, i rapimenti della Cia, le intercettazioni telefoniche eccetera.”
Mi guardò, sorrise e iniziò a parlare: “Dunque, in Italia ci sono due grandi gruppi di potere che a volte si menano a volte fanno affari insieme. Ognuno dei due ha i suoi cavalieri, i Re e i fanti. E’ come una partita a scacchi. Tu mi fai tenere le mie tv e io ti lascio arraffare l’Alitalia.” Sospirò e si scostò dagli occhi un meraviglioso ricciolo bruno.
“Ma ogni gruppo è composto da un nugolo di bande rivali e a volte una banda di qua si allea con una banda di là e il gioco si complica. Poi ci sono i pesci piccoli che corrono sotto i tavoli come ratti acchiappando le briciole e poi ci sono gli americani che si credono i padroni del mondo e non hanno tutti i torti. E tutta questa gente è impegnata 24 ore su 24 a vendere e comprare qualunque cosa, dalle fatture false, ai dossier fasulli, armi, cavalli, ville, autostrade. E sopra a tutto questo, dietro e intorno ci sono le banche… Ho reso l’idea?”
La guardai. Usai uno sguardo Dio, formato adesso mi girano le palle. Lei capì che le conveniva fare nomi e cognomi perché mi ero rotto i coglioni delle fregnacce. Li fece, in ordine alfabetico.
La mattina dopo andai da Guido Rossi e feci rapporto.
Alla fine disse: “Proprio come pensavo…”
Lo guardai.
Mi guardò.
Io parlai: “Guido, hai 5mila dipendenti e sei simpatico. Per 500 mila euro ti metto su un esercito di ex sessantottini ancora incazzati per la morte di Santarelli, che la polizia stese con un lacrimogeno, arruoliamo anche un migliaio di albanesi e polacchi, arrestiamo tutti i cattivi, nominiamo Del Piero capo del governo e il bene finalmente trionfa. Ti paghi tutta l’operazione mettendo uno scatto alla risposta su tutte le telefonate da cellulare alla rete fissa.”
“Merda.” Disse lui.”Ma non capisci che io…”
Non riusciva a dirlo.
Rimase lì con il dito alzato che faceva bbzz bzz grig grag con la bocca. All’inizio fui un po’ sorpreso dal fatto che anche Guido Rossi non fosse un essere umano. E mi chiesi pure chi aveva potuto sostituire il Guido Rossi vero e perché… Ma poi mi ricordai che ci sono troppi complotti, sottocomplotti e anticomplotti, perché sia possibile scoprire chi c’è dietro un complotto. Tutti fanno il triplo gioco e a metà del piano diabolico che hanno ordito si dimenticano da che parte stavano veramente all’inizio. Quindi me ne feci una ragione. Telefonai alla manutenzione. Dissi solo: “Coglioni, vi si è ancora grippato un androide. Cercate di ripararlo bene stavolta.”
Dall’altra parte mi rispose una voce femminile:
“Se hai scoperto che esiste un complotto planetario per farti il culo digita 1.
Se hai le prove che Bertinotti e D’Alema sono milanisti digita 2.
Se hai visto Berlusconi fare sesso con una o più presentatrici televisive, anche contemporaneamente, digita 3.
Se hai la copia dei documenti che dimostrano transazioni finanziarie tra Bush e Osama Bin Laden digita 4.
Se vuoi comunicare con un operatore buttati per terra e fai finta di essere morto. Un nostro incaricato ti contatterà direttamente.”
Misi giù. Adesso pigliavano anche per il culo!
Merda secca.
Me ne tornai a casa a esercitarmi a fare la faccia da Dio.
Non sarebbe stato bello come guidare un’epurazione alla testa di un esercito di reduci del ‘68 ed extracomunitari feroci, ma non sempre si può avere tutto dalla vita.
Mi consolai pensando che tutti quei bastardi prima o poi sarebbero morti.
E non gli sarebbe piaciuto per niente.
Certa gente non trova nulla di bello nel fatto di ricongiungersi con l’energia universale e passare i successivi miliardi di anni a cullarsi persi nelle correnti interplanetarie insieme a una massa incredibile di operai, contadini e servi della gleba. I ricchi hanno passato la vita a cercare di darsi un tono e a spendere fortune in ristoranti e hotel esclusivi per non incontrare mai certa gente. Quando arriva il momento di morire urlano di terrore.

 

Le confessioni di Michele Lanzacurte

Grazie zia.
Lanzacurte, un uomo che di mestiere risolve i problemi degli altri. Se ci sono abbastanza soldi per farlo.
di Jacopo Fo
 
Mi chiamo Michele Lanzacurte e per vivere a volte risolvo i problemi della gente. Non ho una ditta. Neanche un ufficio. E la mia professione non ha nome. Lavoro per gente che non fa caso a certe formalità. Diciamo che mi sono fatto un nome negli anni.
 
Stavo camminando, sotto il sole di questo autunno, in direzione del mio bar preferito, dove ogni mattina mi rintano in una saletta a meditare sullo schifo del mondo e a pregare per le speranze dell'Umanità mentre leggo un giornale scritto da giornalisti con l'anima in riserva e la coscienza nel buco del culo.
Un rito quotidiano che cerco di dimenticare una volta uscito dal bar.
Quando sono lì nessuno mi disturba. Davanti alle brutture del mondo divento scorbutico.
Comunque fu proprio lì, nella mia saletta, che entrò un uomo sui sessanta, vestito con eleganza ma senza ostentazione.
"Ci sta solo lei in questa saletta?"
Lo guardai.
"Sì. Di notte ci bivaccano i ragazzi che vanno a ballare al Red Zone. Ma di giorno non ci viene nessuno."
"Ah" fece il tipo come se fosse stata una scoperta di una qualche importanza. Dopo qualche istante di attesa aggiunse: "E' lei Lanzacurte?"
"Sì."
"La cercavo."
Aspettai guardandolo in viso. Non bisogna mai parlare troppo se vuoi venderti bene.
"Avrei un lavoro da proporle... Se ho ben capito lei è uno che risolve i problemi." Annuii. Faticava a parlare. Peggio per lui.
"Mi chiamo Fabio Filippetti. Posso sedermi?" Feci di sì con la testa.
Appoggiò i manoni sul tavolo. Era uno che nella vita non aveva sempre fatto il ricco.
"Siamo un gruppo di imprenditori. Di padroni se preferisce.  So che lei è un comunista. Ma credo che su quel che le chiediamo anche lei sia d'accordo. Noi non siamo grandi industriali. Aziende piccole e medie. Siamo stufi di dover annegare tra le scartoffie. Credo che lei sappia che oltre alle tasse noi dobbiamo pagare uno spavento in termini di lavoro per come il fisco è organizzato. E' una cosa da schizofrenici! Abbiamo raccolto un po' di soldi e vogliamo spenderli per ottenere la semplificazione della burocrazia e delle imposte. Lo sa che il peso burocratico italiano è il più alto del mondo? Per ogni tre che lavorano uno deve occuparsi delle scartoffie!" Parlava in modo appassionato. Lo raffreddai: "Non deve convincermi. Sono già convinto. La burocrazia mi fa schifo. Ma perché si rivolge a me? Non avete la Confindustria? Credevo che fossero gli imprenditori a comandare in questo paese..."
"Non è così semplice. Come le ho detto, non siamo il grande capitale. Siamo noi che facciamo andare avanti la baracca ma sono 40 anni che chiediamo di piantarla con la burocrazia e non ci dà retta nessuno... La burocrazia fa comodo ai corrotti, ai politici, alle grandi multinazionali. E' un modo per tenere sotto i piccoli. Dà potere. Non gli importa niente se il sistema Italia ne esce azzoppato!"
Mi annotai il compito di meditare sulla strana situazione nella quale la maggioranza dei capitalisti scopre di non contare un cazzo e si convincono di essere sfruttati come operai... La globalizzazione fa strani scherzi.
"Quanti soldi mi mettete a disposizione? Non sono operazioni che si fanno in economia..."
"Iniziamo con 30 milioni di euro. Ovviamente ci dovrà giustificare ogni singola spesa."
"Ovvio. Voglio un anticipo di 500 mila euro e un milione se riesco a ottenere il risultato."

Aveva accettato le mie condizioni. Dovevano essere idrofobi dalla rabbia per cercare uno come me.
Avevo 500 mila euro in tasca. E questa è sempre una buona cosa. Ma non avevo la minima idea di come fare a convincere il governo a varare questa benedetta riforma
Però la riforma ce l'avevo, e anche questo era un bell'inizio. Gli amici di Filippetti avevano ingaggiato uno studio di avvocati per avere un disegno di legge che rispecchiasse i loro desideri.
Girai per un'ora in auto con la busta contenete il malloppone del disegno di legge sul sedile del passeggero al mio fianco.
Poi mi venne un'idea. Anita Sassovito. L'avevo conosciuta a una festa della Luna Piena in una comunità elfica sugli Appennini. Avevamo ballato nudi fino all'alba con altri 200 scatenati. Poi avevamo discusso a lungo sulla filosofia della pasta con i broccoli. E' una ragazza che sa ragionare. Inoltre suo padre era stato parlamentare o qualche cosa del genere. Quindi conosceva il settore.
Le telefonai e mi diede un appuntamento per due ore dopo. Giusto il tempo di spazzare una certa quantità di salmone biologico in un ristorantino assolutamente non punitivo. Salmone in padella con le spezie che usano gli scandinavi. Un'erbetta piccante con foglioline minuscole. Deliziosa. Burro vero su patate arrostite intere.
Andai a casa sua. Dopo i convenevoli le esposi il mio problema...
Poi lei mi disse come la pensava: "Certo con i soldi si può fare tutto. Ma in questo caso non saprei come. Dovremmo parlare con mio padre. Ma disgraziatamente negli ultimi tempi non ci sta tanto con la testa. Straparla."
"Andiamo a sentirlo comunque."
 
Angelo Sassovito era nel suo studio, affondato in una poltrona rossa, stava leggendo l'Unità con una grossa lente di ingrandimento e dimostrava più dei suoi 200 anni.
"Papà, secondo te ci sarebbe un modo per far approvare dal parlamento una riforma della burocrazia e del sistema fiscale?"
Gli occhi del vegliardo si accesero come braci istantaneamente, alzò il dito indice indicando il cielo e lanciò un urlo spaventoso: "AAAAHHH!!! Sono 40 anni che ne parlano. Non lo faranno MAI!!!"
Poi tacque perdendo tutte le forze e ritornando allo stato di quiete. Gli occhi erano vuoti.
Ci stavamo allontanando quando sentimmo che sibilava alcune parole: "L'unica possibilità sono le zie."
 
Lì per lì, quella del vecchio mi era sembrata la solenne stronzata di un rincoglionito totale. Ma poi nella notte, mentre dormivo, l'idea si era fatta strada nella mia mente con tale forza da svegliarmi: LE ZIE!
Siamo italiani. Le zie sono fondamentali... IL POTERE DELLE ZIE.
 
Il mattino dopo mi attaccai al telefono. Sparsi la voce all'interno del mio clan: cercavo una decina di persone capaci per costituire la squadra che avrebbe diretto l'operazione di marketing più estesa e complessa che mai mente umana abbia potuto immaginare.
Passai i successivi 5 giorni a fare colloqui, coadiuvato da Fabrizio Zappaterra, tra le persone che conosco quella che ha più fiuto per le qualità degli esseri umani.
Costituimmo la squadra, 15 persone a quattromila euro al mese e 100 mila euro di bonus a testa se ci riuscivamo. Avevo bisogno di persone che non fossero solo motivate da una giusta causa e da un giusto salario. Le volevo esaltate!
Passammo poi a limare il piano. Dovevamo convincere almeno 400 parlamentari a impuntarsi per varare una legge sulla quale a parole tutti erano d'accordo.
Non doveva essere impossibile.
Poi ingaggiammo 800 ragazze tra i 24 e i 34 anni. E dopo una settimana di training  affidammo a ognuna il compito di contattare le zie, le cugine, le nipoti di un parlamentare. Avrebbero offerto a ognuna un presente da 50 mila euro se riuscivano a convincere il loro parente al parlamento a combinarne una buona.
Poi spedimmo un paio di tipi intelligenti a rompere i coglioni a una trentina di giornalisti blasonati. Organizzammo party per la stampa, regalammo televisori giganti al plasma, marenghi d'oro e champagne in bottiglie da 5 litri. E comprammo pagine intere di pubblicità sui giornali pretendendo articoli redazionali in omaggio. Poi ci occupammo di internet e della tv.
Quando le zie, cugine e nipoti entrarono in azione i parlamentari si sentirono circondati.
Resistettero un paio di mesi e alla fine, per il puro interesse della nazione, la riforma venne approvata e gli italiani furono liberi dalla tassa delle tasse burocratiche e dalla tortura sadica dei labirinti burocratici.
L'Italia si affacciò così nel mondo dei paesi civili.
Ah... Le zie... Quando si mettono a rompere i coglioni, nessuno riesce a resistere.

Niente è impossibile quando hai abbastanza pallottole. (La volta che ce la prendemmo con quelli più grossi di noi)

Un altro caso impossibile di Michele Lanzacurte, investigatore privato. (Per leggere tutto il testo clicca su "leggi tutto" scritto in rosso in fondo a questo testo.)
Stavo camminando per il centro di Reggio Emilia. Sembra di stare su un altro pianeta. E’ tutto pulito in modo allucinante e la gente cammina per strada come se scippatori e sgozzatori non esistessero. Un sacco di biciclette e tutti si salutano. Probabilmente il sindaco fa mettere della droga nell’acqua dei rubinetti. Oppure sono una colonia di marziani. Ero proprio davanti all’Hotel della Posta quando mi avvicina una ragazza di quelle che cerchi di capire dove hanno un difetto per tranquillizzarti. La bellezza totale è ansiogena. “E’ lei il signor Lanzacurte?” Cioè, non voglio dire che ero lì in incognito, stavo andando da un cliente che sta proprio due portoni più avanti, ma un po’ mi stupì essere fermato in mezzo alla strada da una persona che sapeva chi fossi… Ammisi la mia identità. Lei mi sorrise:”Sono Annapaola Ferlinghetti. Lei aveva un appuntamento con mio nonno… Vuole seguirmi?” La seguii. O meglio la affiancai. Iniziò a percorrere le stradine lunghe della zona, svoltando e risvoltando come se avesse perso il senso dell’orientamento. “Mi deve scusare, ma mio nonno è un fanatico della sicurezza. E siccome io lo rispetto mi adeguo anche se sinceramente mi sembra un po’ eccessivo… Ultimamente ha proclamato un allarme rosso e tutta la nostra vita sta diventando complicata.” Aggiunse un sorrisino, quasi volesse scusarsi. Poi passò un ragazzino in bicicletta con un caschetto in testa, giallo. Mentre ci superava disse a mezza voce: “Nessuno in vista.” Poi svoltò alla prima a sinistra scomparendo. Lei mi guardò: “Mio cugino… Adesso possiamo prendere la macchina.” Entrammo in un palazzo, attraversammo un cortile e poi un altro. Lei intanto stava chiamando con il cellulare. Ma non parlò con nessuno. Aspettò di vedere che la chiamata aveva trovato il segnale di libero e poi aveva interrotto la comunicazione. Con l’aria di volermi tranquillizzare mi spiegò: “Sono cellulari schermati…” Uscimmo di nuovo per strada e dopo pochi secondi ci affiancò una Fox bianca. Salimmo e l’auto partì silenziosa lungo la viuzza quasi deserta. Finalmente arrivammo di fronte a un condominio fuori città. Entrammo nel parcheggio sotterraneo e di lì prendemmo l’ascensore per il quarto piano. Annapaola bussò seguendo il ritmo delle prime 5 battute de l’Internazionale. Dopo un istante ero nel salotto del piccolo appartamento, di fronte al mio cliente. Per essere il nonno di una ragazza sui vent’anni se la cavava bene. Non gli avrei dato più di cinquant’anni. Sapevo che si chiamava Scaravazzi. Avevo dato un’occhiata su internet: ex operaio della Breda, attivo nel sindacato comunista, aveva fatto i soldi stampando una delle prime riviste sul mondo dei computer. Aveva investito tutti i soldi della liquidazione. Poi si era messo a produrre adattamenti dei software americani. Aveva avuto un paio di cause per questioni di copyrigt ma per il resto era pulito e estremamente ricco. Vicino a lui un quarantenne brizzolato che mi fu presentato come uno dei figli. Una vecchia Luger con il caricatore tra il grilletto e la canna gli spuntava dalla cintura dei calzoni. Mi chiedevo dove cazzo fossi capitato. Dopo i convenevoli Scaravazzi arrivò al dunque: “Odio questa società di merda e cerco di usare i miei soldi per combinare qualche cosa di buono. In questo momento abbiamo tutti addosso perché sanno che possediamo una copia delle centomila intercettazioni illegali di Telecom. Caro Lanzacurte, lei non ha idea delle schifezze che saltano fuori da quelle registrazioni. Ce n’è per mandare in galera qualche centinaio di potenti. Non si salva nessuno. Per forza che questi galantuomini del Parlamento hanno fatto le corse per varare una legge che costringa i giudici a distruggere i nastri senza ascoltarli. E guardacaso una volta tanto sono tutti d’accordo… Ma si rende conto? Bruciare un patrimonio del genere, senza neanche ascoltarlo? E poi dicono che hanno a cuore la giustizia… Che gente… Ma non si preoccupi… Stiamo mettendo tutte le registrazioni su internet. Almeno la gente saprà la verità… ” Mi guardò per vedere che faccia facevo. Probabilmente quella di un bambino che guarda i regali di Natale accatastati sotto l’albero. Tutti sorridevano nella stanza. Beh pensai che aveva ragione mia madre: “Dio c’è ed è comunista.” Mi parve che fosse il mio momento di parlare: “Volete che organizzi una rete di protezione intorno a voi?” Scaravazzi scosse la testa: “No, come vede ci siamo già organizzati. Ho telefonato a una cinquantina di ex operai della Breda, gente che lavorava con me. E poi qui a Reggio abbiamo molti amici. Dobbiamo resistere solo fino a domani mattina. Tanto ci serve per mettere i file su decine di server sparsi in tutto il mondo. Li voglio vedere quei cazzoni se riescono a bannarci.” Cazzo, 50 ex operai della Breda. Cioè non so se li avete mai visti in azione negli anni ’60. Solo Dio avrebbe potuto tenerli a bada: attaccavano con i tubi Innocenti in mano, disposti a file come la falange macedone. Spaventosi. E sicuramente Scaravazzi, con tutti i soldi dei suoi forzieri non aveva lesinato sull’armamento. Ero curioso. Fui tentato di chiedere come avrebbero reagito a un attacco dell’aviazione ma Scaravazzi continuò: “Da lei voglio che si metta a lavorare su un’altra questione che mi dà i nervi: la tortura. Insopportabile. Possibile che non la si possa eliminare almeno nelle cosiddette nazioni moderne? E’ un’infamia. E visto che di lei mi hanno parlato veramente bene, mi chiedevo, lei poterbbe fare qualche cosa?” “Certo.” Dissi. Non avevo la minima idea di come ci si potesse riuscire. Ma sono incarichi che ti propongono una volta sola. Trovare uno che mi pagasse per raddrizzare i torti del mondo invece delle solite indagini di merda su mogli che si scopavano gli idraulici (categoria professionale fortunata) era il sogno della mia vita. Sorrisi. E forse perché volevo fare bella figura con la nipotina del mio cliente aggiunsi:”Credo che si possa fare.” Mai sbilanciarsi quando non ti costringono con una pistola alla tempia. Ma sono un’emotivo. Gli chiesi mille euro al giorno più le spese. Mi rispose:”Va bene. Ti metto a disposizione un fondo spese di 2 milioni di euro. E se riesci a farmi chiudere Guantanamo e tutte le carceri segrete della Cia ti do un premio di 100 mila euro.” Mi piaceva quell’uomo. Annapaola mi accompagnò con un’altra auto fino a Modena. Di lì presi un autobus fino alla stazione e un treno fino a Milano. Durante il tragitto mi convinsi che era più carina di Venere e Ishtar anche se probabilmente era troppo giovane per me che ormai ho 50 anni. Mi chiese: “Pensi di riuscire a concludere qualche cosa?” Era passata al tu. “Credo che anche i problemi insormontabili abbiano un punto debole.” “E qual è il punto debole della tortura?” “Non lo so ma cercherò di informarmi.” Dovevo essere sembrato convincente perché mi sorrise come fanno le mamme con i bambini volonterosi. Respirai profondamente e cercai di resistere all’impulso di implorarla di baciarmi. A volte sono un duro. Il mio problema è che non sapevo da che parte iniziare. Fu durante il viaggio in treno che mi ricordai di Gabriella. Una donna piena di iniziativa che aveva trovato un modo originale per guadagnarsi il pane. Comprava elettrodomestici, cellulari e schede telefoniche, apriva conti bancari, comprava azioni, si leggeva le garanzie e i contratti partecipava alle assemblee degli azionisti, studiava tutto finché scopriva dove facevano i furbi e poi gli faceva causa. E funzionava. Il 20% delle aziende pagava subito una sciocchezza per togliersela di torno e con quello viveva. Il resto delle cause erano il suo investimento a lungo termine. E visto che dopo una decina d’anni le cause vinte avevano iniziato a fruttare aveva iniziato a istruire procedimenti legali per conto di altri. Ormai conosceva tutte le procedure e tutte le scartoffie e aveva bisogno dell’avvocato solo per le firme e l’attività processuale. Le telefonai. Mi rispose cinguettando: “Amor mio, mio salvatore, sono oberata di lavoro me per te lascerò perdere tutto.” Mi serbava gratitudine perché l’avevo tolta dai guai una volta che una grossa azienda specializzata in latticini (mi perdonarete se non faccio il nome) aveva minacciato di usare le maniere forti. Gabriella era stata a uno spettacolo di Grillo, aveva imparato che la quell’azienda era cotta, aveva comprato due milioni di lire di azioni e poi aveva citato l’amministratore delegato per 138 irregolarità nelle comunicazioni ai soci, nella trasparenza verso gli azionisti e nei sistemi di controllo sui bilanci. L’amministratore delegato si incazzò e mandò questo stronzo a farle paura. E’ facile per uno che pesa 90 chili impressionare un fuscello come Gabriella, una bestia dell’ufficio legale vestito come Al Capone al cinema. Andammo a trovarlo io e Alberto. Che è uno che lavorava ai mercati generali e si carica quattro cassette di patate per volta. Un maniaco che d’estate andava in Scozia a fare la corsa con l’incudine in braccio. Quando i bambini lo vedono urlano:”Mamma, guarda l’orco!” Ma stanno minimizzando. Entrammo nell’ufficio dell’Al Capone, Alberto sfondò quattro sedie prima di trovarne una che lo reggesse mentre si lasciava cadere sopra a peso morto. Impressionante. Lasciammo il povero coglione che piangeva perché ci aveva firmato un assegno di 10 mila euro a titolo di scuse personali. L’azienda dovette aggiungerne altri 20 mila. Avevamo sparato dalla finestra del suo ufficio con un razzo artigianale. Una decina di auto nel parcheggio erano andate a fuoco. Loro avevano compreso due cose: in quanto a razzi gli hezbollah ci facevano una sega e eravamo completamente privi del senso della misura. Con quegli animali devi fare così: la teoria non la capiscono. Quando arrivai a casa di Gabriella era in piedi con un foglio in mano mentre quattro ragazze pestavano sui tasti dei loro pc come se dal loro ticchettio dipendessero le sorti dell’universo. Gabriella mi disse: “Buon Gesù, stiamo presentando seicento domande di danni contro le compagnie telefoniche che ti mandano sms che non hai mai richiesto e poi vogliono pure essere pagate.” Abbandonò tutto e mi portò in camera da letto. La sua casa ha solo tre stanze e le altre due erano occupate dalle fedeli dattilografe. “Dimmi tutto, amore mio!” Gabriella esagera sempre ma lo so che mi vuole bene:”Ho avuto un ingaggio con tanti soldi spalmati tutti intorno. Il mio cliente vuole che io blocchi le prigioni illegali della Cia.” “Buon Gesù, spero che siano parecchi i soldi perché non dev’essere uno scherzo. Hai idea di come riuscirci?” Ecco perché amo frequentare gente come Gabriella: non ti dicono mai che una cosa è impossibile. “Nessuna idea. Ho preso l’incarico d’istinto. Sono venuto a parlare con te per ragionarci.” “Beh, aiutarti mi piacerebbe proprio… Ma hai idea di quanti soldi siano disponibili?” “Un paio di milioni di euro sarebbero disposti a spenderli, forse di più.” “Beh, non sono bruscolini.” “Appunto…” “Lasciami pensare e fare qualche telefonata. Forse salta fuori un’idea.” Quando ritornai per strada respirai profondamente e guardai il sole che stava tramontando. Era uno spettacolo meraviglioso anche se lo guardavo attraverso uno strato di smog. Miracoli della bellezza. Angai a Casa a farmi una doccia, mentre mi massaggiavo i piedi con un mix di oli essenziali di menta, salvia, ginepro e rosmarino (mi sentivo un cosciotto di maiale al forno) ascoltai in tv la storia di questa deficiente che si era inventata un’aggressione e aveva incolpato un marocchino. Centinaia di ex carcerati usciti con l’indulto erano tornati in cella dopo aver rubato, picchiato e ucciso. Non ci voleva molto a prevederlo: nessuno si era preoccupato di offrirgli un minimo di aiuto. Gli avevano dato in mano 30 euro e gli avevano detto:”Ciao, ciao, comportati bene!” Invece non era successo che Prodi telefonasse a Beppe Grillo e gli offrisse di diventare ministro dell’economia. Cavolo uno che ti prevede con anni di anticipo gli imbrogli di Parmalat e Telecom mentre in maggioranza politici, economisti e giornalisti non avevano capito niente, è un genio!!! Chissà perché non gli offrono un ministero? Andai a cena da Giuliano: alla Rana felice. Il miglior pollo alla Kiev dell’occidente cristiano. E’ un cuoco ma anche un filosofo. Si sedette al mio tavolo mentre centellinavo il suo ceasekake al limone. Avevo i brividi. Gli raccontai il mio problema. “Loro disperdono un mare di energia per fare le porcate che fanno. Per questo hanno bisogno di molto di tutto: dolore, soldi, potere. Sono buchi neri che devono divorare immense quantità di energia per non implodere. Onnivori con una fame spaventosa. Se riesci a provocare una diminuzione nella disponibilità di energia a loro disposizione li puoi terrorizzare. Credo che la sola minaccia potrebbe spezzarli. Il loro equilibrio è molto fragile sembrano solidi, immensi. Ma il loro equilibrio si basa su uno sforzo continuo verso l’espansione. Non sono veri, sono solo molto veloci.” Ruttai. La roba che cucina Giuliano dopo un’ora l’hai bella che digerita: cucina con delicatezza. Ma per digerire quello che dice a volte ci vogliono settimane. Gli chiesi di ripetere quello che aveva detto. Non lo capivo ma ero istintivamente d’accordo. Andai a casa con l’intenzione di guardarmi I 7 samurai. Volevo rivedere quando lui tira le frecce e centra i cavallieri uno dopo l’altro. Con un arco giapponese. Chi sa come funziona l’arco giapponese sa che non è uno scherzo riuscirci… Invece trovai sottocasa Annapaola, la nipotina del mio cliente. Aveva la faccia sconvolta. Mi lanciò un’occhiata che diceva:”Fai finta di niente.” E mentre mi passava a fianco come se non mi conoscesse mi sibilò: “Mi seguono in due!” Tirai dritto aguzzando la vista e infilai una mano nella giacca impugnando la piccola 22 che porto sempre con me. Dopo qualche decina di metri li vidi. Erano in due e stavano accellerando il passo per raggiungere Annapaola. Uno aveva già tirato fuori la pistola. Sparai due colpi. Anzi ora che ci penso li sparai tutti e 7 senza estrarre l’arnese dalla tasca. Una giacca rovinata. Li ferii alle braccia e alle gambe. Poi li disarmai. Li privai di portafogli e orologi. Dissi: “Questa è una rapina. Se dite che non è una rapina domani vengo in ospedale a uccidervi. E dite ai vostri amici che hanno fatto un errore. Non vi pagano abbastanza per il lavoro pericoloso che fate.” Dopodichè mi girai verso Annapaola che era tornata indietro e se ne stava a qualche passo di distanza con le mani aperte sul viso. La raggiunsi e ce ne andammo. Era sotto shock. Anch’io. Ma mi toccava di fare quello con i nervi saldi. Sono bravo a fingere. I reni mi facevano male. Problemi a filtrare l’adrenalina. Tolsi la batteria al mio cellulare. Non si sa mai. E usai il suo che era schermato per telefonare a Roberto e chiedergli copertura. Arrivammo da lui con un taxi venti minuti dopo. Abitava un casale isolato. Roberto aveva preparato un tavolo coperto di piatti e scodelle piene di cibo. Una roba da matrimonio. “Mangiate che fa bene dopo una sparatoria!” Non era proprio il caso. Avrei vomitato. Alla spicciolata stavano arrivando anche gli altri. Dopo un’ora c’erano una decina di uomini armati con tutte le armi disponibili in occidente al di sotto del carro armato. Alberto, l’Orco, aveva portato un piccolo elicottero telecomandato carico di tritolo. Era possibile raggiungere il casale solo passando per una strada di campagna e quella l’avevano minata con ordigni che potevamo far esplodere telefonandogli. Una cosa moderna. Sospettavo che esagerassero ma tanto era inutile discutere. Roberto ci offrì la camera degli ospiti il mio giaciglio era un materasso appoggiato sul pavimento. Mi sdraiai. Ammapaola era sopra il letto. Iniziammo a parlare di quel che stava succedendo. Non ne sapeva molto. Suo nonno era sparito lanciando una serie di segnali d’allarme. Avevano concordato una procedura precisa nel caso le misure di sicurezza si fossero rivelate insufficenti. In caso di pericolo ognuno doveva sparire raggiungendo un luogo sicuro che solo lui conosceva dove lo aspettavano denaro, cibo, documenti falsi e un cellulare schermato e pulito. Avevano anche stabilito una procedura per rientrare in contatto gli uni con gli altri appena raggiunto il proprio rifugio. Era quello che stava cercando di fare lei ma si era accorta di essere seguita e allora le era venuto in mente di venirmi a cercare. Aveva già fatto tre volte il giro del quartiere, prima in macchina e poi a piedi, cercando di seminare i due uomini e sperando di incontrarmi e quando mi aveva visto aveva tirato un sospiro di sollievo. Quest’ultima parte mi piaceva parecchio. Mentre senza accorgermene mi addormentavo stavo sorridendo. Il mattino dopo mi svegliai come se avessi marciato tutta la notte in una palude putrida. Rividi la scena del giorno prima con una variante: sbagliavo a sparare e invece di ferire i due bastardi li ammazzavo. Quando usi una pistola non sai mai dove possono finire i colpi. Ghiaccio bollente dietro la nuca. Una sensazione che odio. Dopo che mi ero ripetuto cento volte hai fatto la cosa giusta riuscii a bere mezzo caffè e fumare una sigaretta. Poi vomitai. Roberto e gli altri che stavano spolpando un grattacelo di frittelle mi guardarono senza dire niente. Chi sa com’è ti capisce. Erano le 7 quando i tre che si erano fatti l’ultimo turno di guardia rientrarono con le carabine a infrarossi in mano. Verso le 9 si alzò Annapaola. Mangiò come un lupo e poi riuscì a mettersi in contatto con un cugino. Dalle poche frasi in codice che si scambiarono lei capì che erano scampati tutti all’attacco ma che avevano la consegna di restare nascosti. Entro poche ore avrebbero terminato di pubblicare su internet i verbali delle intercettazioni illegali di Telecom. A quel punto sarebbe scoppiato un tale scandalo che i cattivi avrebbero avuto altro di cui preoccuparsi. I killer a tassametro avrebbero capito subito che il loro padroni erano morti che camminano. Il che avrebbe provocato un crollo della loro dedizione professionale. Soprattutto perché non potevano più sperare che far fuori la famiglia di Annapaola fosse facile come vendere bond argentini alle vecchiette. Sono gente di cacca. Poi fu il mio turno di usare il cellulare schermato. Telefonai a Gabriella:”Come va?” “Bene e tu?” “Sono in difficoltà. Ma per adesso al sicuro.” Ci fu un attimo di silenzio. Non fece domande. Una ragazza prudente. “Ti interessa ancora cancellare la tortura dalla faccia della Terra?” “Ti telefonavo proprio per quello.” “Un modo ci sarebbe…” “Mi piace…Ti ascolto sorella.” “Una class action?” “Vuoi organizzare un gruppo di torturati che faccia causa alla Cia?” “Non funzionerebbe.” “Allora?” “Dai pensa in modo laterale… In fondo cos’è la Cia?” “Un’accozzaglia di assassini.” “Bravo. Ma che sono assassini lo pensi tu loro come si immaginano?” Stavo per mandarla affanculo con i suoi indovinelli. Non si rendeva conto dello stato psicologico in cui mi trovavo. Ma sapevo che sarebbe stato un errore. Non stava giocando ai quiz, stava pensando mentre parlava. Era un’artista alle prese con un’ispirazione. Dovevo stare al gioco. Risposi come un bambino deficiente: “Loro sono convinti di essere bravi onesti padri di famiglia che fanno i sacrifici per mandare i figli all’università e quando sono costretti a torturare qualcuno, a violentarlo e a spaccargli i denti, lo fanno con un profondo senso di noia e disgusto peggio che se dovessero pulire i cessi. Ma lo fanno. Perché è il loro mestiere e forse anche perché sono un po’ patrioti.” “Vedi che capisci? Sono pochi i veri maiali che ci prendono gusto. Gli altri sono impiegatucci del male che pensano solo al weck end e alla pensione.” “Ok…” Muta. Non ce la feci più:“Gabri, non so se hai capito che sono in difficoltà. Dammi le soluzioni ho il cervello che è un battuto di lardo fritto.” “Tesoro, open your mind! Non devi affrontare la Cia come un feticcio, un archetipo del male, un’entità sociale eccetera eccetera. Devi scomporre il grande problema insormontabile in tanti piccoli problemi che puoi affrontare uno per uno, facendoli a pezzi con calma. Una piccola vittoria, una piccola gratificazione. Così ti viene voglia spontaneamente di affrontare un altro piccolo problema e risolvere anche quello.” “E quindi…” Non dissi altro perché non sarei stato capace di controllarmi. “E quindi parti da ogni singolo fottuto torturatore di merda e spaventalo: noi prenderemo la sua cazzo di pensione, la sua cazzo di casa, la sua cazzo di macchina e gliele porteremo via. Mettiamolo con il culo per terra.” “Lui è in una botte di ferro. Ha ubbidito agli ordini.” “Un cazzo, Michele. Ho messo giù a lavorare due avvocati di Washington amici di un mio ex che si sente ancora in colpa con me perché si è scopato mia sorella il giorno del funerale di mio padre. E sai cosa mi hanno detto? Che la questione è molto discussa. Se uno si va a leggere esattamente quali sono gli ambiti discrezionali della Cia scopre che non sconfinano in comportamenti chiaramente contrari alla morale e alla decenza così come viene comunemente intesa. Si tratta di una formula del cazzo, in una sentenza del 1938 contro un agente dell’Fbi che aveva aperto un bordello con i soldi del fondo pensioni e che si era giustificato sostenendo che lo aveva fatto nell’ambito di un’inchiesta sul riciclaggio del denaro proveniente dalla Prostituzione. Lo stato del Nevada contro Bill Samson. Questa sentenza è stata poi usata come precedente in molti altri processi e addirittura nel Watergate contro alcuni uomini del presidente per costringerli a collaborare. Il più grande scandalo degli anni 70: portò alle dimissioni di Richard Nixon, allora presidente degli Stati Uniti.” “Ero già nato… Ma anche se fosse ci vorranno anni per arrivare in tribunale… Vuoi processare gli agenti della Cia uno per uno?” “Non mi interessa il processo. Voglio solo spaventarli uno per uno. Voglio dirgli in un orecchio che è arrivato il Bao Bao, che sa che hanno torturato dei poveri cristi e che perderanno la pensione e la casa perché hanno ubbidito a ordini che erano irricevibili. Si dice proprio così. Questa è la terminologia esatta: irricevibili. Non c’è niente che possa fargli più paura.” Silenzio. Lei aspettava di sentire il suo sasso cadere nell’acqua della mia mente. Io ero intento a a scoltare le macine del mio cervello che giravano a vuoto. Non pensavo a niente. Contemplavo la mia mente aspettando che il discorso di Gabriella facesse il suo effetto. Come una medicina. Avevo bisogno di pensarci su ma ero già sicuro che fosse perfetto. Mancavano solo i dettagli ma quando hai una montagna di soldi a disposizione, i dettagli te li compri. Il giorno dopo eravamo a Washington. Lo spostamento dalla casa di Roberto all’aereoporto era stato un’operazione tipo Fitzcarraldo, la mano sinistra di Dio. Otto macchine. All’aereoporto ci aspettavano in 50 per scortarci fino ai metal detector fingendo di essere una gita aziendale. Partimmo io, Roberto e Alberto. Roberto perché sa l’inglese e Alberto perché uno grosso fa sempre comodo e lui diceva che non voleva perdersi la scena. Arrivati a Washington, dopo una dormita in un hotel con camere, letti e lavondini enormi, per recuperare un po’ di stress, leggemmo i giornali. Era scoppiato il botto. C’erano pagine e pagine di intercettazioni che facevano meraviglie. Era il tripudio del chi si è scopato chi. In mezzo mazzette, manipolazioni di borsa, evasioni, fondi neri, alleanze segrete e truffe. Ancora nessuno parlava di un nuovo indulto… Gli amici sono la misura della tua vita. Più ne hai più hai vissuto onorevolmente. Non conoscevo nessuno che facesse al caso. Ma quando hai tanti amici conosci di certo uno che conosce un altro che conosce un terzo che sa come muoversi in America. Nel giro di una settimana avevamo affittato un’intera palazzina. L’avevamo trasformata in una sede dell’Avvocatura della Marina Militare degli stati Uniti, avevamo divise da marine con tanto di fucili da parata con la baionetta. 30 attori molto off tutti americani al 100% avevano studiato la parte. Avevamo provato e riprovato, avevamo preparato targhe, carta intestata e timbri, avevamo telefoni e fotocopiatrici, tappetini per pulirsi i piedi con le scritte e gli stemmi e un circuito televisivo interno che ci permetteva di vedere cosa stesse succedendo dentro e fuori. E avevamo tre nomi. La parte più difficile. Tre nomi giusti. Eravamo carichi e nonostante la tensione nervosa a mille anche pronti. Quando le tre limousine si fermarono davanti ai nostri uffici e i tre uomini scesero e si avviarono verso il portone i due marine che montavano la guardia con la baionetta innestata nel fucile erano perfetti. E io mi ritrovai a essere calmo come non lo ero più stato da quando avevo sparato a quei due stronzi. O forse da molto prima, in un’altra mia vita che mi mancava. In un altro posto lontano dalle mie labbra. Sentii finalmente un perfetto silenzio. Quando i tre entrarono nella sala erano piuttosto sulle difensive. Li avevamo separatamente prelevati sotto casa mostrandogli una serie di autoirizzazioni contraffatte che ci davano il diritto di prelevarli. Per evitare che si insospettissero l’autista di ogni limousine era un marines in divisa. Avevamo discusso molto su quali auto usare per prelevarli e avevamo deciso che le limousine erano le migliori per colpire l’immaginario di quei piccoli burocrati. In ogni auto c’era una donna, in impeccabile tailleur nero. L’auto era schermata e non avevano quindi modo di usare i cellulari per avvisare qualcuno. Fu offerto loro da bere. Gli ordini di convocazione non specificavano nulla. I tre chiesero alle loro ospiti il motivo di quell’incontro. Le donne si giustificarono dicendo che avevano solo avuto l’ordine di prelevarli con la massima urgenza. Ma allusero all’interessamento diretto del Presidente degli Stati Uniti. Probabilmente la visione compulsiva dei film di 007 aveva permesso loro di nutrire qualche dubbio. Ovviamente non è normale che l’Avvocatura della Marina Militare degli stati Uniti ti prelevi sotto casa con una limuousine. Daltra parte anche nei film di quart’ordine si esclude che un rapimento venga effettuato in pieno giorno con un auto così appariscente. Non erano agenti operativi e quindi non giravano armati. Se avessero fatto storie per salire in auto il piano B prevedeva una pistola premuta contro il costato. Ma non ce ne fu bisogno. Quando però arrivarono davanti al portoncino della nostra sede, con marines di guardia e bandiere svettanti sicuramente si tranquillizzarono. Sull porta, nell’ingresso e lungo i corridoi si muovevano le nostre comparse, che non sapevano quasi nulla di quello che stava succedendo. Volevamo dare l’idea di uffici molto frequentati. Il primo a mettere piede nella nostra trappola fu il più giovane dei tre funzionari della Cia. 30 anni, palestrato. Lo seguiva il più anziano, sovrabbondante, stempiato. Il terzo aveva solo un grande naso. Per il resto pareva una nuvola di nebbia. Li accogliemmo in una grande sala riunioni con un tavolo di quercia che ci era costato un patrimonio. Poi Ron Safford, un veterinario trentenne della Carolaina alto, con due occhi azzurri irreali, iniziò le danze sotto lo sguardo serio di due assistenti maschi, che indossavano un impeccabile doppio petto blu notte. Una funzionaria del Ministero di Giustizia, bella senza esagerazione e io, che venni presentato come un incaricato dell’ambasciata francese, visto che il mio inglese è pessimo. Annapaola seguiva gli eventi attraverso il circuito tv. Se qualche cosa grippava sarebbe entrata con una pistola in mano e avrebbe cominciato a sparare. Non avevo dubbi che l’avrebbe fatto anche se le avevo spiegato che era meglio evitare altri spargimenti di sangue. Una ragazza emotiva. Per questo speravo che andasse tutto liscio. Il piano B era pieno di incognite. Ron iniziò il discorsetto prendendola molto alla lontana. Si esibì in una conferenza sulle azioni giudiziarie collettive contro i produttori di tabacco e di medicine mortali. I tre lo guardavano come se dovessero decifrare un codice segreto. Ron spiegò che questo tipo di cause sono oggi in grado di distruggere aziende colossali. E raccontò del notevole dispiegamento di mezzi che la Mc Donald's ha attivato contro le cause che le stanno piovendo addosso per aver usato i più raffinati sistemi di manipolazione psicologica allo scopo di indurre milioni di adolescenti americani a ingozzarsi di cibo spazzatura. L’Avvocatura della Marina Militare degli Stati Uniti aveva ricevuto direttamente dal Presidente l’ordine di costituire una task force di legali e investigatori. Le cause per le inadempienze dello stato erano ormai centinaia di migliaia e si profilava una specie di emergenza costituzionale: come puoi governare se qualunque tua azione può innescare una causa legale per danni? Addirittura le famiglie delle vittime dell’11 settembre stavano intentando causa contro l’Arabia Saudita per complicità oggettiva nei dirottamenti e contro l’Fbi per inadempienza nei controlli preventivi. I tre mostrarono con un brusco cambiamento della posizione del corpo che il discorso iniziava a interessarli. Avevamo deciso di annoiarli a morte per fiaccare il loro senso critico prima di colpirli duramente a livello emotivo. Ron iniziò l’affondo informandoli che 8000 abitanti di New York avevano aperto un procedimento per danni e omissione di soccorso contro l’amministrazione della città perché non aveva avvertito la popolazione che tutta la zona era avvelenata a causa delle tonnellate di sostanze bruciate nell’incendio dei grattaceli  che avevano emesso gas altamente tossici. Il Presidente aveva quindi creato un super comitato che aveva vagliato tutti i possibili campi nei quali avrebbe potuto essere attaccato e con lui tutti i suoi collaboratori. A questo punto ci fu il colpo di scena. Un giovane marine entrò nella stanza con una valigetta, la appoggiò sul tavolo e la aprì, conteneva uno schermo televisivo ultrasottile e una consolle per i comandi. Lo schermo si accese mentre l’ufficiale diceva con grande gravità: “Il Presidente è in linea.” Tutti i presenti ammutolirono alzandosi in piedi e i nostri tre ospiti fecero una faccia veramente stupita. Il video del presidente c’era costato una somma di denaro considerevole ma era perfetto. Nel campo visivo apparve il viso di una donna che chiese: “Siete pronti per il collegamento?” Rispondemmo affermativamente. Lei armeggiò con alcuni tasti che non vedevamo. Disse:”Signor Presidente, abbiamo il collegamento.” Poi apparve la faccia da schiaffi di Bush. ”Salve ragazzi. Vi hanno spiegato che siamo sottoposti a una minaccia nuova e subdolla?” (Avevamo deciso di farlo parlare sgrammaticato peggio che nelle sue conferenze stampa. Gli errori linguistici del Presidente hanno un peso carismatico sui dipendenti dell’apparato statale.). I nostri tre ospiti assentirono in coro con un “Sì. Signor Presidente.” Lo avevamo previsto lasciando una breve pausa nello sproloquio presidenziale durante la quale Bush aguzzava lo sguardo sui suoi interlocutori producendo quell’espressione particolarmente pirla che lo ha reso famoso. “Allora avete capito che questa è una cosa sott’acqua e che ci serve di stare attenti perché se non siamo intelligenti ci si può fare male?” “Sì. Signor Presidente.” “E avete capito allora che la potenza è molta perché questi nemici della libertà ci vogliono attaccare uno per uno di nascosto, alle spalle che non hai più la tua pensione che hai sudato perché la volevi ma loro non capiscono certi sacrifici. E io non posso difendere i miei uomini in questa partita perché loro attaccano non me come Presidente con l’esercito che è il mio e il migliore ma ci buttano addosso il fango di tanti piccoli spilli piantati sopra le nostre pensioni con domande di avere i danni. Questo l’avete capito?” “Sì. Signor Presidente.” (Li trattava come deficenti). “Bene, allora andate a parlare con i vostri colleghi. E dite a loro che io sarò sempre comunque con loro e che difenderò le loro pensioni, io con il mio esercito e tutti i miei uomini. E anche le donne. Le mogli e le mamme. Noi siamo americani e non molliamo nessuno nella terra di nessuno. Senza pensione. Di questo potete stare certi. E voglio che voi contattiate direttamente gli operativi. Quelli che sono più esposti a possibili attacchi di questi nemici dell’America. Il personale delle prigioni dove teniamo i nemici dell’America devono avere la sicurezza che noi e io in particolare, sono con loro. Ma devono fare attenzione a farsi identificare il meno possibile anzi mai dai prigionieri. Mi sono spiegato tutto?” “Si signor presidente!” Insomma un bel discorsetto. Chiusa la comunicazione Ron spiegò loro che come responsabili delle comunicazioni interne e del personale avevano il compito di contattare individualmente tutti i soggetti operativi e comunicare loro le parole del Presidente. Poi li riaccompagnammo a casa con le limousine. Non c’è niente che ti possa far cagare sotto quanto un politico che ti assicura che ti proteggerà lui, con ogni mezzo. E se sei un agente della Cia hai una paura doppia perché lo sai quanto sono stronzi i politici. Sei tu che fai il lavoro sporco per loro. Appena i tre uscirono dalla palazzina risalendo sulle limousine, cancellammo tutte le impronte, buttammo acido solforico nei lavandini e nei wc per cancellare le tracce del nostro dna e abbandonammo la postazione. Ovviamente tutti quelli che erano stati visti in faccia dai nostri amici avevano pronto un biglietto aereo per l’Oceania e un fondo spese di 250 mila dollari per sparire per 5 anni almeno. Tre ore dopo io e Annapaola eravamo in volo verso Milano. Quando l’aereo decollò lei tirà un sospiro di sollievo, si girò verso di me e mi abbracciò: “Sei stato incredibile! Hai una capacità stupefacente di far andare le cose come vuoi tu.” Non era vero ma lasciai perdere. Sorrisi. Mi resi conto che avevo delle fitte incandescenti alle reni. Ma non me ne fregava niente. Avevamo vinto. Intanto l’Italia era in preda a uno scandalo enorme grazie alle intercettazioni che “tutti” volevano distruggere. Eravamo convinti che l’emergenza fosse terminata. Ma per maggiore sicurezza alla Malpensa ci accolsero una ventina di amici. Sei giorni dopo sui giornali fu pubblicata la notizia che gli Usa chiudevano i carceri segreti della Cia a causa di una protesta dei loro agenti incaricati di gestirle. Volevano assicurazioni scritte sulla legalità del loro lavoro di torturatori e il Presidente non aveva voluto darle. Anche lui ci tiene alla pensione. PS La notizia della chiusura delle carceri segrete a causa di una protesta degli agenti della Cia, preoccupati per eventuali procedimenti legali nei loro confronti è assolutamente vera, ne hanno parlato i media la settimana scorsa. Il resto me lo sono inventato. Forse…

Prefisso per l'Inferno.(Dio non perdona i telefonisti)

Un racconto thriller di Jacopo Fo

Per leggere tutto clicca sulla scritta in rosso, in fondo: Leggi tutto. Sterminati panorami di desolazione galleggiano sulla nebbia chimica che avvolge la citta'. Un muratore su cinque tira cocaina. E poi ti stupisci se vengono giu' i palazzi. Mi chiamo Michele Lanzacurte. Di mestiere faccio l'investigatore privato.
E sono incazzato perche' Tronchetti si e' comprato Telecom prendendo i soldi in prestito. Facile! Volevo farlo anch'io ma nessuna banca mi aveva voluto prestare una decina di miliardi di euro.
Le solite cazzate... A me hanno chiesto le garanzie per prestarmi 10 mila euro. Bastardi!
Pero' questa storia che io non avevo potuto comprare la prima azienda telefonica italiana mi brucia. Perche' io no? Io o un qualunque muratore che si fosse tirato troppa coca... Perche' un po' di mania di grandezza ci vuole per comprarsi tutti quei cavi con 80 mila operai intorno.
Ma forse e' sufficiente che vai in banca, fai vedere quanto e' bella Afef e quelli se ne vengono nelle braghette e ti danno tutti i soldi che vuoi.
Insomma, ero irritato con Tronchetti. E avevo giurato che se i suoi dipendenti avevano spiato anche me lo avrei decapitato con la seghetta del mio coltellino svizzero. Un lavoro lungo e sporco. Non me ne fotte un cazzo se lui era il mandante delle intercettazioni o no. Cazzo, questo mondo annega nella mancanza di senso della responsabilita'. Qualunque imbecille puo' dire "io non sapevo" e finisce li'. No testina, la Telecom e' tua e tu paghi i danni!
Insomma, ero incazzato. Cosi' accolsi come un segno di Dio il fatto che Guido Rossi mi stesse davanti, col suo sorriso pacione, e mi stesse offrendo mille euro al giorno piu' le spese.
Voleva un'indagine riservata.
Voleva capire come mai le banche avevano dato i soldi al Tronchetti, se c'era la complicita' con D'Alema, se era tutta una finta per far comprare Telecom a Silvio, se il Tronchetti faceva spiare politici e giornalisti per conto suo oppure erano i servizi segreti che spiavano per conto loro, oppure la Cia. E cosa c'entravano i rapimenti di islamici cattivi, le fatture false, le agenzie che ingaggiavano mercenari per l'Iraq, si spacciavano per agenti dello Stato e magari lo erano... E cosa centrava Telecom Serbia? Perche' dare miliardi al dittatore slavo?
Guido Rossi voleva sapere tutto. Un maniaco. Durante l'indagine per il calcio truccato aveva voluto che io gli portassi tutte le foto di tutte le fidanzate e di tutte le mogli di arbitri, calciatori e figli di Moggi. Ovviamente nude.
Ovviamente gliele avevo procurate. Erano quasi tutte disponibili su internet. E' la democrazia. I ricchi si sposano le super fighe ma tutti possiamo masturbarci guardandole.
Avevo due strade per risolvere il caso: impiegarci mille anni (che a 1000 euro al giorno sono sempre un affare) oppure darmi una mossa.
Siccome sono un sentimentale di merda e odio usare il mio onore per pulirmi il culo decisi di darmi da fare.
Cosi' uscii dalla sede centrale della Telecom di Milano, arredata da architetti con l'ulcera che non avevano mai sperimentato un vero orgasmo, respirai profondamente quell'aria di merda al profumo della Moratti, pensai che solo dei pazzi possono vivere in un posto simile e meditai sulla situazione.
Una volta mia nonna mi aveva detto: dietro tutti i grandi uomini c'e' una donna stupita.
Grande saggezza.
Non dovevo fare altro che trovare Afef e farla parlare.
L'unico problema era abbattere la decina di guardie del corpo che fanno la ronda intorno alla sua villa.
Intendiamoci, i guardiani non erano un problema insormontabile. Col fondo spese di Guido Rossi avrei potuto noleggiare 40 ex militanti del Servizio d'Ordine del Casoretto e radere al suolo tutta l'area.
Ma come approccio mi sembrava esagerato. Ultimamente sto meditando sull'inutilita' della violenza e sulla necessita' di immaginare un paradigma esistenziale basato sulla qualita' delle relazioni umane.
Quindi optai per una soluzione piu' complessa: Anita.
Estrassi il cellulare e mentre mi recavo in un ristorante salutista dietro il grattacielo Pirelli, fissai un appuntamento con lei nella sua boutique in corso Garibaldi.
Anita e' un travestito barese che una volta si e' trovato nei guai con un giovane rampante che si era fatto troppa coca. Mi aveva telefonato, ero arrivato con una fiala di adrenalina e gli avevo salvato la pelle.
A tempo perso faccio il pronto soccorso per gente che preferisce evitare gli ospedali e i giornali. Ho fatto 6 esami di medicina e sono capace di cavare una cistifellea bendato. Ma preferisco non farlo perche' generalmente la gente poi si incazza.
Dopo aver mangiato tofu che avrebbe fatto resuscitare i morti (resuscitare e fuggire) andai dall'Anita e le dissi: "Devo parlare con Afef".
"Niente di piu' semplice, stasera ti porto alla festa del Buby, lei passera' di certo".
"Chi e' questo Buby?" Chiesi io professionale.
"Uno ricco, etero, bruttino, con la mania di farsi le ragazzine e tanti debiti..."
"Anche tu con questa storia... Perche' dici che e' ricco se c'ha un pacco di debiti?"
"Michele... Ma come sei arretrato... Il solito paleo-leninista... C'e' chi con i debiti e' ricco e chi e' povero... E' una questione di savoir faire." Lascia perdere. Se Marx fosse rinato avrebbe dovuto riscrivere Il Capitale e intitolarlo Il Look.
Anita pretese di vestirmi elegante per la festa. Mi sentivo un sarcofago. Mettermi la giacca e la cravatta mi fa questo effetto. Arrivammo verso le 23 perche' arrivare prima e' da cafoni. Avevo una fame boia ma mi resi conto che le tartine del buffet facevano schifo. I ricchi con i debiti saranno anche furbi ma non sanno mangiare. Non hanno ancora capito che il salmone deve essere rosa salmone e non rosso aragosta. Se il salmone e' rosso non e' emozionato, e' tinto. E questo non e' bene. Ma i ricchi con i debiti non ci fanno caso. Credono che tutto quello che costa caro sia buono. Per sapere cosa mangiano non usano il palato, guardano gli estratti della carta di credito. Poveracci...
Alla fine vedo Afef, tutta contornata da squaletti con la pancetta e la gastrite e tigresse con le labbra tumefatte. Avete presente quelle tipe talmente liftate e tirate che non possono mai abbassare le palpebre perche' senno' gli si apre il buco del culo? Ecco quelle. Mentre mi avvicinavo a lei riflettevo sulla quantita' incredibile di gente che era in quella sala solo grazie all'indulto di Bertinotti & C.
Non ci sono piu' i comunisti di una volta...
"Buona sera signora Afef, possiamo scambiare due parole in privato?"
Lei mi guardo' di traverso come se fossi stato una cacca di cammello.
Io continuai a guardarla dritto negli occhi mentre immaginavo di essere Dio che ordina ai pianeti di iniziare a girare.
E' una cosa essenziale nel mio lavoro. Quando parli a qualcuno DEVI essere assolutamente convinto di essere Dio.
E' solo una questione di autostima. Lo devi sentire a livello cellulare.
Ti devi sentire come quando giochi a Doom usando i codici segreti e sai che in qualunque momento puoi avere tutte le armi e tutta l'energia dell'Universo.
Se sei veramente sicuro funziona.
Garantito. Mi sono trovato in difficolta' solo una volta, con Silvio. Ma li' il problema e' che anche lui e' convinto di essere Dio. E' nata tutta una discussione che non finiva piu' "Dio sono io!" "No Dio sono io."...
Comunque Afef mi guarda, capisce che sono Dio, sente dentro una profonda emozione e mi risponde: "Certo!" Mi accompagna in una saletta al primo piano, chiude la porta a chiave e mi chiede: "Vuole anche che mi spogli?". Succede sempre cosi', appena scoprono che Dio sei tu vogliono provarti. Solo con le banche non funziona perche' loro sono atee.
"Grazie, ma momentaneamente vado di fretta." Fece un sorrisino deluso.
"Dimmi tutto quello che sai sulla Telecom, i rapimenti della Cia, le intercettazioni telefoniche eccetera."
Mi guardo', sorrise e inizio' a parlare: "Dunque, in Italia ci sono due grandi gruppi di potere che a volte si menano a volte fanno affari insieme. Ognuno dei due ha i suoi cavalieri, i Re e i fanti. E' come una partita a scacchi. Tu mi fai tenere le mie tv e io ti lascio arraffare la Telecom."
Ma poi ogni gruppo e' composto da un nugolo di bande rivali e a volte una banda di qua di allea con una banda di la' e il gioco si complica. Poi ci sono i pesci piccoli che corrono sotto i tavoli come ratti acchiappando le briciole e poi ci sono gli americani che si credono i padroni del mondo e non hanno tutti i torti. E tutta questa gente e' impegnata 24 ore su 24 a vendere e comprare qualunque cosa, dalle fatture false ai dossier fasulli, armi, cavalli, ville, autostrade. E sopra a tutto questo, dietro e intorno ci sono le banche... Ho reso l'idea?"
La guardai. Usai uno sguardo Dio, formato 'adesso mi girano le palle'. Lei capi' che le conveniva fare nomi e cognomi perche' mi ero rotto i coglioni delle fregnacce. Li fece, in ordine alfabetico.
La mattina dopo andai da Guido Rossi e gli raccontai tutto per filo e per segno.
Alla fine disse: "Proprio come pensavo..."
Lo guardai.
Mi guardo'.
Io parlai: "Guido, hai 80 mila dipendenti e sei simpatico. Per 500 mila euro ti metto su un esercito di ex sessantottini ancora incazzati per la morte di Santarelli, che la polizia stese con un lacrimogeno, arruoliamo anche un migliaio di albanesi e polacchi, arrestiamo tutti i cattivi, nominiamo Beppe Grillo capo del governo e il bene finalmente trionfa. Ti paghi tutta l'operazione mettendo uno scatto alla risposta su tutte le telefonate dal cellulare alla rete fissa."
"Merda." Disse lui."Ma non capisci che io..."
Non riusciva a dirlo.
Lo lasciai li' con il dito alzato che faceva bbzz bzz dalla bocca. Telefonai alla manutenzione. Dissi solo: "Coglioni, vi si e' grippato ancora un androide. Cercate di ripararlo bene stavolta."
Dall'altra parte mi rispose una voce femminile:
"Se avete scoperto che esiste un complotto planetario per farvi il culo digitate 1.
Se avete le prove che Bertinotti e D'Alema sono milanisti digitate 2.
Se avete visto Berlusconi fare sesso con una o piu' presentatrici televisive, anche contemporaneamente, digitate 3.
Se avete la copia dei documenti che dimostrano transazioni finanziarie tra Bush e Osama Bin Laden digitate 4.
Se volete comunicare con un operatore buttatevi per terra e fate finta di essere morti. Un nostro incaricato vi contattera' direttamente."
Misi giu'. Adesso pigliavano anche per il culo!
Merda secca.
Me ne tornai a casa a esercitarmi a fare la faccia da Dio.
Non sarebbe stato bello come guidare un'epurazione alla testa di un esercito di dipendenti Telecom ed extracomunitari feroci, ma non sempre si puo' avere tutto dalla vita.
Mi consolai pensando che tutti quei bastardi prima o poi sarebbero morti.
E non gli sarebbe piaciuto per niente.
Certa gente non trova nulla di bello nel fatto di ricongiungersi con l'energia universale e passare miliardi di anni a cullarsi, persi nelle correnti interplanetarie insieme a una massa incredibile di operai, contadini e servi della gleba. I ricchi hanno passato la vita a cercare di darsi un tono e a spendere fortune in ristoranti e hotel esclusivi per non incontrare mai certa gente. Quando arriva il momento di morire urlano di terrore.