I Romanzi e le storie di Jacopo Fo

La formazione militare delle ragazze.

Capitolo 9

I telegiornali ebbero un bel da fare a raccontare cosa era successo.
Nella battaglia alla fortezza erano restati a terra 98 cadaveri.
La polizia brancolava nel buio: terrorismo, sette sataniche, trafficanti di droga. I resti di una grande quantità di computer diedero da fare ai tecnici della squadra informatica che in effetti capirono ben poco delle stringhe di numeri archiviati. Conclusero che si trattava di una sorta di alchimia magica… Quindi una setta esoterica…
Quella notte scoprii anche il nome di quelli che avevano attaccato la Fortezza: la Congregazione.
Me lo disse l’uomo con gli occhiali arancione, che mi spiegò che loro, i buoni, avevano scelto come nome l’Alleanza.
Camminammo a lungo per le campagne e lui aveva voglia di parlare.
In testa mi si precisava un quadro sempre più chiaro. La Congregazione e l’Alleanza si combattevano da parecchi anni. Entrambi volevano utilizzare l’analisi della frequenza dei numeri per prevedere le oscillazioni azionarie e accumulare montagne di soldi.
Ma la Congregazione desiderava soltanto usare questo denaro per dominare il mondo. Invece l’Alleanza usava il denaro sottratto dal mercato azionario per compiere opere meritorie e tra queste, fondamentale, sventare i piani di dominio della Congregazione.
Mentre camminavo a fianco dell’uomo con gli occhiali arancione mi chiesi cosa c'entrassi io in quella guerra e perché mai c’ero finito in mezzo.
Avevo rischiato di morire o di uccidere. Per fortuna entrambi i destini mi erano stati risparmiati grazie a un colpo benefico del caso. 
 

Ma ero profondamente scosso e avevo in gola una sensazione metallica che mi era via via aumentata da quando era iniziata quella fottuta storia, con un sogno e una telefonata.
Avevo voglia di essere da un’altra parte.
I prati che attraversavamo erano umidi e la terra si attaccava alle suole delle scarpe rendendo faticoso camminare.
Impiegammo due ore a raggiungere un albergo che era il punto di raccolta dell’Alleanza, stabilito in caso si presentassero situazioni di emergenza che costringessero ad abbandonare la Fortezza.
Gente previdente.
Ma di un tipo di previdenza che mi metteva ansia.
Ero indeciso come una suora incinta.
Desideravo essere da un’altra parte.

L’hotel era il Red King, una costruzione moderna, isolata dal resto del mondo da un parco e un grande parcheggio. Mattoni rossi, cristallo e decorazioni minimaliste. Nella grande hall con il soffitto alto e grosse travi di legno che lo sostenevano, si erano radunati buona parte dei reduci della battaglia.
I bambini erano stati messi a dormire tutti insieme e due ragazze erano restate di guardia.
Le tre Sorelle Tempesta, che mi avevano bene o male trascinato in quel casino, stavano sedute in mezzo alle altre donne. Quando entrai si alzarono e vennero ad abbracciarmi, sentii la loro emozione e anch’io mi emozionai. Mi fece immensamente piacere che tenessero a me. Era una cosa buona in una pessima giornata.
Mi sedetti vicino a loro spossato, mi fu offerto un thè con biscotti secchi. Delizioso.
Essere ancora in vita mi stava provocando l’ampliarsi delle percezioni. Ero ipersensibile.
Piano piano molti scelsero di andare a dormire a piccoli gruppi. Nessuno voleva stare in una camera singola. Sentii una ragazza che diceva: “Preferisco dormire per terra che da sola.”
Verso le tre di mattina eravamo restati in una decina.
Io ero semisteso sul divano e guardavo il soffitto, senza formulare neppure un pensiero.
Ester mi chiese: “Sai che giorno era ieri?” La guardai interrogativo, non mi diede il tempo di pensare alla risposta. “era il 12-12-2012. E l’attacco alla Fortezza è iniziato alle 21 e 12 minuti. E 21 è il rovescio di 12.”
Girai la testa e la guardai. Mi sorrideva radiosa, accovacciata, indossava un paio di jeans e un maglione che sospettavo fosse assolutamente morbido…
Feci uno sforzo notevole per decifrare quello che mi aveva appena detto. Poi decisi che non ero in grado: “Casualità affascinanti.” Risposi ma evitai di mettermi a discutere di numeri.
Noemi disse: “Che ne dite se andiamo a dormire?”
Ester e Miriam annuirono.
Noemi mi guardò: “Vieni a dormire con noi?”
Qualcuno dentro di me fece un sobbalzo. Era una mia identità molto maschia che intravide rosee possibilità e mi proiettò dentro la mente un’immagine di corpi caldi che si premevano nell’estasi.
Qualunque calamità non è in grado di spegnere il desiderio degli umani. Anzi dopo che hai scampato un grave pericolo si risvegliano pulsioni che hanno come unico obiettivo la continuazione della specie.
Prendemmo l’ascensore e salimmo al secondo piano. Quando fummo di fronte alla loro camera restai a guardare per qualche secondo la targhetta della porta. La camera era la numero 212.
Le guardai. Ester scoppiò a ridere: “Siamo perseguitate dai numeri.”
Mentre loro tre si chiudevano in bagno io mi distesi sul letto.
Pochi minuti dopo mi trovarono profondamente addormentato.

Sognai di nuovo la ragazza che mi diceva con aria allarmata: “Vieni a salvarci Timbuktù è assediata!”.
Poi sognai che la polizia faceva irruzione a casa mia. Di fronte a un palazzo disseminato di finestre nere un mio sosia mi diceva: “Tutto quello che è dentro è fuori, ma tu stai guardando dalla parte sbagliata!” Non avevo idea di che cosa volesse dire. Ma quelle parole mi lasciarono una sensazione sgradevole.

La mattina mi svegliai lentamente. Per parecchi secondi non fui in grado di capire dove ero e perché. Poi i ricordi si disposero in modo ordinato nella mia mente.
Nella stanza ero solo.
E le tre sorelle?
Succedeva sempre così… La notte erano lì ma al mattino erano sparite…
Scesi nella hall in cerca di cibo. Al bancone del ricevimento mi diedero un biglietto.
C’era scritto: “Dobbiamo risolvere una questione urgente. Ci vediamo domani.”
Mi chiesi: “Dove?”.
Poi mi ricordai come fossi crollato nel sonno la sera prima perdendomi eventuali scenari sensuali.

Feci colazione nella sala ristorante dell’albergo semideserta con un thè e una fetta di pane tostato con burro e marmellata di arance (ahimé di non eccelsa qualità ma comunque gradevole… Ho un debole per la marmellata d’arance…).
Mentre inzuppavo il pane si materializzò nella mia mente l’immagine di una casa con un grande castagno davanti. Un’immagine gradevole.
Conoscevo quel posto e mi resi conto che desideravo essere lì.
Ma le tre Sorelle Tempesta mi avevano chiesto di aspettarle.
Ci sono momenti nei quali devi decidere se fare quel che ci si aspetta che tu faccia oppure agire in modo imprevisto.
Quando ti sparano addosso e ti trovi nel bel mezzo di un massacro tendi a sentirti minacciato.
Io mi sentivo pure incapace anche soltanto di capire lo scenario intorno a me… La serie di eventi incredibili che mi aveva risucchiato era insensata.
Improvvisamente presi una decisione. E appena decisi mi sentii enormemente sollevato.
Non avevo bagagli. Lasciai al banco dell’accoglimento un biglietto per le sorelle.
Non sapevo proprio cosa scrivere. Quindi decisi di usare uno stile criptico. Scrissi: “Ho un impegno urgente con la mia vita. Spero stiate bene. Siate prudenti, siamo in mezzo a una follia collettiva. Un abbraccio.”
Rilessi quelle tre righe. Poteva andare.
In tasca avevo 43 euro. Mi incamminai verso la fermata di un autobus che mi portò a Milano. Passai da Antonio Ravalli, un compagno dei tempi dei cortei studenteschi. Avevo bisogno di soldi. Lo accompagnai in banca e mi prestò mille euro.
Sapeva che glieli avrei restituiti.
Se non freghi mai nessuno, alla lunga i tuoi amici si fidano di te. E quando sei nella merda è una gran comodità avere qualcuno che si fida di te.
Con i soldi in  tasca iniziai la mia fuga. Avevo dato per scontato che qualcuno mi avesse seguito.
Entrai e uscii da un paio di supermercati, passando per porte secondarie e parcheggi.
Poi feci una serie di percorsi che avevano l’unico scopo di verificare l’esistenza di un’eventuale coda. Mi sembrava di essere in un film.
Quando fui abbastanza sicuro di non portarmi dietro inseguitori salii su un autobus verso la periferia, poi un passaggio da un camionista, fino a Lodi. Lì presi un treno locale per Bologna, poi un autobus per Sasso Marconi. Comprai in un ferramenta un binocolo cinese da 10 euro, potentissimo, e un coltello a serramanico. Poi salii su un altro autobus e infine proseguii a piedi per 3 chilometri per arrivare fino alla Faggiasca, un podere isolato sulle colline emiliane, verso il confine con la Toscana.
Quando arrivai in cima alla salita mi fermai, mi misi in bocca una bacca di ginepro e iniziai a scrutare la valle con il binocolo. Dal punto che avevo scelto per fermarmi potevo vedere la valle nitidamente. Restai lì un’ora ma non arrivò nessun bipede, buono o cattivo che fosse.
Poi ripresi il cammino.
Quando arrivai alla Faggiasca il sole stava tramontando. Ero stato lì un paio di volte anni prima a spaparanzarmi sotto il sole estivo. Nella grande casa ospitavano cittadini in cerca di un po’ d’aria che amavano le carni chianine allevate al pascolo, le verdure coltivate in un orto che sembrava una scultura dadaista, e il vino che apriva la mente come un apriscatole. E se esageravi con la quantità te la lasciava aperta tutta la notte.
Gestivano l’ostello collinare due famiglie di milanesi pentiti, persone delle quali avevo un ricordo gradevole.
Escludevo che chiunque, anche conoscendomi, potesse collegarmi a quel posto.
Volevo sparire.
Marco Giuffré, mi accolse con un bel sorriso. E mi assegnò una camera che aveva le finestre verso oriente.
Dopo la cena a base di polenta bianca e brasato insaporito col barolo, mi venne una gran voglia di sdraiarmi e lasciare che le parti del mio corpo si riconnettessero tra loro.
C’era una libreria con un centinaio di volumi a disposizione degli ospiti. Pensai di portarmene uno in camera casomai avessi avuto difficoltà ad addormentarmi.
Lo sguardo mi cadde su titolo che mi ricordavo bene. Era un’altra copia dell’Educazione Militare delle Ragazze.
Questa volta però il titolo corrispondeva al contenuto. In copertina c’era il disegno di tre ragazze che sorridevano, ritratte a mezzo busto. Dietro di loro un prato in fondo del quale iniziava un bosco fitto, si vedeva anche lo scorcio di una grande casa… Il disegno era nello stile anni ’50 delle copertine della Domenica Illustrata.
Le tre ragazze indossavano tailleur grigi e camicie bianche con l’ultimo bottone slacciato, sembravano delle eleganti impiegate di banca.
Quell’immagine andava bene per la pubblicità di una scuola femminile per dirigenti d’azienda.

Entrai nella doccia calda, mi tolsi di dosso il sudore e un po’ di tensione restando sotto il getto dell’acqua per una mezz’ora. Avevo comprato una maglietta nel bazar della locanda e quando mi misi a letto ero più candido di un giglio vergine.
Accesi la luce sul comodino di legno, presi il libro e lo sfogliai. Mi misi a scorrere il primo capitolo che avevo iniziato a leggere per continuare la lettura. Ma il primo capitolo era diverso. Quello che avevo letto a casa di Miriam diceva che una ragazza che abbia avuto una buona educazione militare avrebbe colpito solo 6 punti di un aggressore e non avrebbe cercato di centrare i genitali... Ma nel libro che avevo in mano l’inizio del primo capitolo era ben diverso. Parlava indiscutibilmente dell’educazione militare delle ragazze, ma non era lo stesso primo capitolo. Lo stile di scrittura era completamente diverso come il modo di affrontare gli argomenti.
Cominciava così:
“Della necessità di un’educazione militare.
Un padre augurerà sempre alla figlia di avere una vita serena e morbida. Ma saprà anche che esiste la possibilità, anche per la più dolce delle figlie, di incontrare sfortunatamente perigliosi frangenti.
Quindi il padre amorevole si preoccuperà di fornire alle figlie femmine una opportuna conoscenza della realtà della guerra.
Questo darà ad esse maggiori probabilità di successo ma le temprerà pure in un modo di pensare, efficiente e calcolato, che è di massima utilità anche al di fuori dei bellici contesti.
E quando il ruggito del mondo dovrà essere fronteggiato, le fanciulle si ricorderanno la fermezza della voce del padre e la rettitudine dei suoi insegnamenti e potranno seguirli e trarne ispirazione.
E potranno trovare la calma mentale per valutare non solo la forza dell’avversario ma anche il terreno sul quale si combatte. E sapranno che spesso la vittoria non viaggia sulle tue spade ma sul suolo sopra il quale il tuo nemico poggia i piedi.
Ad esempio il prode Alexander Nevsky attirò i pesanti cavalieri teutonici sopra le acque di un lago ghiacciato, il suo esercito si diede alla fuga, i cavalieri caricarono e la quantità di metallo delle loro armature, unita all’impeto del galoppo, sfondò la crosta di ghiaccio e tutti i teutonici precipitarono nell’acqua gelida morendo rapidamente, trascinati al fondo dalle stesse preziose armature che li avrebbero dovuti difendere.”
Chiusi il libro. Guardai la carta da parati a cerchi verdi che copriva la parete di fronte al letto e mi chiesi che senso poteva avere quel testo, e perché il caso o qualcuno poteva aver deciso di farmelo trovare per la terza volta… escludevo che chicchessia avesse mai potuto prevedere che io sarei giunto in quella casa. Quindi dovevo pensare che fosse il caso a governare quella coincidenza. Ma cazzo! Che caso assurdo.

 

INDICE CAPITOLI

Capitolo 1 Ottima marmellata d’arance

Capitolo 2 Ragazze educate

Capitolo 3 Una situazione complessa

Capitolo 4 Agguati mentali

Capitolo 5 Eventi indecifrabili

Capitolo 6 La Fratellanza

Capitolo 7 Nera. Ma quanto nera?

Capitolo 8 Il tripudio della confusione

Capitolo 9 La Fortezza

Capitolo 10 Scatole dentro scatole dentro scatole

Capitolo 11 La Polizia Alchemica

Capitolo 12 Fisso il pensiero fisso

Capitolo 13 clicca qui

Capitolo 14 clicca qui

Capitolo 15 clicca qui

Capitolo 16 Pinin

Capitolo 17 Fine

 

La formazione militare delle ragazze. Il tripudio della confusione

Capitolo 8

Avevo sognato di fare a botte tutta la notte. Prevalentemente con lucertole-locuste bipedi che avevano un alito straziante.
Avevo sognato che le facevo a pezzi a mani nude.
E mentre spezzavo ossa e chele e spargevo intestini e sangue verde su prati rachitici mi complimentavo con me stesso. Una roba tipo: “Wow! Non credevo di essere così forte!”
Non serve uno psicanalista per capire che il mio inconscio era stato influenzato dagli eventi degli ultimi due giorni.

Stavo ancora con gli occhi chiusi ma già avevo percepito una presenza nella stanza. Mi fissava insistentemente. Avrei preferito non aprire gli occhi in nessun caso. Ma ben presto mi resi conto che la presenza non avrebbe smesso di fissarmi. Quindi mi rassegnai e guardai.
Miriam era di fronte a me.
Mi osservava con l’espressione che si usa guardando una grossa cacca. Mentre ci si chiede quale bestia può averla fatta così grossa.
“Ciao!” Dissi.
“Che ci fai qui?”
“Passavo...”
“Anche questa volta ti sei scopato mia sorella a tua insaputa?”
“No questa volta no.”
Odio gli scontri interpersonali. Non servono a niente. Ma in questo caso mi faceva piacere vedere che era incazzata. Mi sentivo gratificato.
“Beh, riprenditi. Hai una mattinata intensa. I nostri salvatori vogliono verificare che tu non contenga virus potenzialmente letali per la comunità. Ti aspettano in infermeria.”
“Come la trovo?”
“Segui i cartelli.”
Non disse altro e se andò.
Io sorrisi.

John Mac Cluan, nel suo trattato sulle dinamiche di massa, spiega che una comunità fortemente coesa, che tende a percepire il resto del mondo come nemico/minaccia, svilupperà comportamenti ossessivi miranti all’autodifesa.
I rituali di sicurezza e i riti di affiliazione diventano via via più complessi e incomprensibili col crescere del tasso di paranoia collettiva. Ugualmente si svilupperà la dipendenza da un capo.
Si tratta di tre fattori intimamente connessi e interdipendenti. Autorità, paranoia e rituali sono il cemento delle sette e delle organizzazioni clandestine. Non importa se si tratta di studenti drogati, eretici, tifosi di calcio, terroristi politici o semplici criminali.
Quello che stavo per scoprire era che anche i miei ospiti erano leggermente fissati…
Quando arrivai all’infermeria fui preso in consegna da una dottoressa cinquantenne che mi fece fare il giro di ambulatori con signore in camice bianco (tutte donne), che mi fecero spogliare completamente, mi diedero una specie di accappatoio stretto e corto, mi auscultarono e mi tirarono sangue, mi attaccarono ventose e sensori, prelevarono frammenti di unghia, gocce di saliva e capelli brutalmente strappati con tutta la radice e mi infilarono in una serie di macchine che mi guardarono dentro.
Un trattamento spersonalizzante.
Poi la mia accompagnatrice, mentre ero ancora sommariamente coperto soltanto dall’accappatoio, mi passò a una sua collega del settore psicologia: un’altra cinquantenne con le labbra rosse come buccia d’arancia e una corporatura decisamente formosa.
Mi fece distendere sopra un ennesimo lettino, mi mise in testa una retina di plastica piena di sensori che mi aderivano al cranio, mi spalmò i punti di contatto col cuoio capelluto con un’emulsione e iniziò a osservare un monitor e a farmi domande: scuole frequentate, malattie, vaccinazioni, rapporti con alcool e droghe, attività lavorative. Dopo una decina di minuti, con un gesto fluido aprì il mio accappatoio e prese il mio pene saldamente in mano. Mentre io restavo paralizzato dallo sconcerto lei mi chiese: “Tu odi la nostra organizzazione?”
E poi continuò con domande simili: “Sei qui per spiarci?”
Contemporaneamente entrò un’altra donna, giovanissima, e iniziò a far scorrere i palmi delle mani lungo il mio corpo, senza toccarmi, mantenendo una distanza di un centimetro tra i suoi palmi e la mia pelle. Muoveva le mani come fossero i sensori di un metal detector.
Intanto l’altra continua a chiedermi se ero un traditore infiltrato bastardo usando una voce piatta. Mi chiedeva se tifavo per qualche squadra di calcio e quale era il mio film preferito.
Sempre tenendo saldamente il mio membro.
Una cosa veramente imbarazzante!
Quella messa in scena aveva l’evidente scopo di destabilizzarmi e permettere alla macchina di osservare le mie reazioni in una situazione di shock.
Pensai che se i numeri che stavano apparendo sul monitor del pc fossero stati quelli sbagliati rischiavo di morire di lì a pochi minuti. Poi notai che tutta la sequenza a partire dalla sfilza di controlli medici era costruita abilmente proprio per portarmi in quella stanza con le batterie energetiche al minimo e quindi più facilmente espugnabile da una serie di domande dirette e pratiche sessualmente anomale.
E’ evidente che se una sconosciuta ti stringe il pene con forza, all’improvviso, un minimo di sbalzo emotivo ti pervade. Se sei umano, vivi in questo millennio e non sei ancora cadavere.
Per fortuna non ci furono aumenti volumetrici, il che mi evitò un’impennata dell’imbarazzo.
Era la cosa meno sensuale che avessi mai vissuto.
Quattro ore dopo ero ancora vivo ed ero seduto nella sala mensa dove un centinaio di persone consumavano un pasto salutista. Grandi tavoloni di legno e panche.
Era sera, anche se non si vedeva perché eravamo sottoterra. Servivano la cena alle sei di sera. Una cosa da Alaska. Alle sette piacciono le stranezze.
Stavo mangiando un piatto di spaghetti cucinati approssimativamente ed ero seduto vicino alle tre sorelle: Miriam, Noemi e Ester. Ester mi guardò in modo neutro, quasi non fosse successo niente quella notte in camera sua. Miriam sembrava aver dimenticato il risveglio traumatico al quale mi aveva sottoposto.
Forse era al corrente dell’investigazione paramedica che avevo subito e questo la soddisfava come una vendetta…
Miriam addentò una mela e mi disse: “Mi spieghi cosa hai messo sul tuo blog che li ha fatti così incazzare?”
Mi sembrò giusto rispondere in modo esauriente. Non avevo niente da nascondere e ci tenevo a chiarire che ero capitato in quella storia senza alcun motivo plausibile.

Il testo incriminato
Dissi: “Mi sono reso conto che è in corso un grande scontro culturale tra i sostenitori della scienza e tutta una serie di teorici del magico, degli extraterrestri dei complotti e della fine del mondo.
Da una parte i neomistici forniscono una serie di informazioni false, imprecise o irrilevanti cucendo teorie sul nulla. Ad esempio, quella lettera sulla frequenza del numero 11 intorno all’attentato delle Torri Gemelle.
La lettera fornisce una serie di numeri (11-9-2001, la sigla dell’aereo schiantato, il numero dei morti) e dice alla fine: non è incredibile che il numero 11 appaia così tante volte?
Non dice altro ma evidentemente allude a qualche cosa di soprannaturale.
A questa missiva molti hanno risposto dimostrando che parecchi numeri sono sbagliati. Le coincidenze si basano su falsificazioni: numero sbagliato dei morti, sigle di aerei errate eccetera.
E così sottintendono che non vi sia nessuna coincidenza particolare basata sul numero 11 il giorno degli aerei dirottati.
Quel che io ho scritto è che entrambi i partiti stanno delirando.
I difensori della scientificità si dimenticano che una volta che si eliminano i dati inesatti la quantità di 11 che appare in relazione agli attentati delle Torri Gemelle è comunque enorme!
Potrebbero spiegare questo fatto utilizzando elementari leggi statistiche ma non lo fanno… Forse sono convinti che il grande pubblico non possa capire la logicità di queste leggi matematiche e si convinca ancor di più dell’esistenza di prodigi mistici e complotti degli Illuminati.
Sulla barricata opposta ci sono persone che si stupiscono per qualche cosa che è banale quanto l’acqua calda e creano teorie assurde perché a scuola quando spiegavano statistica cadevano in uno stato di ipnosi catatonica.
Ho spiegato semplicemente questo nell’articolo che ho pubblicato sul mio blog: ci sono due schieramenti ideologici che si scontrano animati dalla stupidità o dal disprezzo dell’altrui intelligenza. Non pensavo certo che poi qualcuno avrebbe cercato di catturarmi o spararmi per questo.”
Le guardai, una per una in viso, per vedere che effetto aveva fatto il mio discorso.
Miriam ricambiò lo sguardo con un’aria interrogativa, storse un po’ la bocca e poi disse: “E allora?”
“E allora che?”
“Allora qual è la legge matematica che spiega l’alta frequenza del numero 11? Non ci reputi abbastanza intelligenti per enunciarla?”
“No, per carità. Non volevo annoiare.” Mi guardarono senza espressione. Tutte e tre. E allora ebbi la netta conferma che erano veramente sorelle. Identiche!
“La principale legge della statistica riguarda la distribuzione omogenea dei fenomeni.
Se butto una moneta 100 milioni di volte la moneta cadrà un numero pressoché uguale di volte su ciascuna delle sue facce.
Ma il secondo principio della statistica è che se io butto la moneta solo 10 volte avrò molto probabilmente più uscite testa o più risultati croce.
Sui piccoli numeri è facile che si verifichino squilibri distributivi. (1)
Se prendete qualunque giorno dell’anno, trascrivete i numeri relativi ai fatti che occupano le prime pagine dei giornali di quel giorno, e andate a vedere quante volte ricorrono i numeri da 1 a 20 scoprite che quasi sempre (non sempre) vi è una certa cifra che è più frequente. Non potrebbe essere altrimenti.
La cosa non ha un significato particolare. I prati sono verdi, il cielo è blu e in certi giorni succede per caso che un numero o certi fatti siano più frequenti…
Possiamo semplicemente dire che è in un tal giorno dell’anno è successa una cosa strana… Una casualità particolare…
E ci sono poi giorni che sono particolarmente particolari.
L’11-9-2001, ad esempio, data nella quale mancano 111 giorni alla fine dell’anno, nell’11° Stato degli Usa, vengono distrutte le Torri Gemelle, che hanno la forma di un 11 e il primo aereo a schiantarsi è il volo numero 11.
Ma l’11 settembre è anche un giorno eccezionale nella storia, sono state combattute molte più battaglie importanti rispetto alla media riscontrabile nella maggioranza delle date.
Ma l’11 settembre non solo ci sono state molte battaglie generiche, di queste ben quattro sono notevoli.
L’11-9 dell’anno 9 dopo Cristo, l’avanzata romana in Germania viene definitivamente fermata nella foresta di Teutoburgo.
L’unica volta che i nativi americani sono riusciti a distruggere una città dei bianchi è avvenuto l’11-9 del 1541, a Santiago del Cile.
E l’11-9-1683 Giovanni Sobieski libera Vienna dall'assedio turco e ferma per sempre l'avanzata ottomana in Europa.
L’11-9-1973 avviene il golpe in Cile.
E poi c’è 11-9-2001.
Se poi aggiungiamo che la chiesa Cattolica onora in questo giorno ben 9 martiri (2), un numero eccezionale rispetto alla media, abbiamo un bel pacchetto di casi coincidenti.”
Mi produssi in un’aria soddisfatta. Mi pareva di aver fatto un discorso chiaro.
“Tutto qui?” Chiese Noemi con un sorrisetto.

Stavo per rispondere quando iniziò a sentirsi uno scampanellio. Non era molto forte ma la mia attenzione fu richiamata dal fatto che tutti i presenti di immobilizzarono. Due inservienti lasciarono cadere le scope, uno urlò: “Siamo sotto attacco” e poi tutti corsero verso l’uscita della sala mensa. Anche noi scattammo in piedi e raggiungemmo rapidamente il corridoio.
Incrociammo una decina di persone che trasportavano fucili, mitragliatori e cassette di lamiera piene di proiettili e già aperte. Ci urlarono di correre nella grande sala.
Cosa avevano intenzione di fare?
Forse la cosa migliore non era raggrupparsi nella grande sala ma trovare un nascondiglio.
Non ero proprio sicuro di volermi fidare del loro sistema di difesa. Ma non avevo idea di cosa stesse succedendo. Quindi rimandai ogni decisione.
Nella grande sala c’erano già una cinquantina di persone. Per lo più anziani e bambini. Un paio di donne col pancione e un ragazzo con la gamba ingessata.
Alcuni anziani erano armati. Uno aveva un elmetto dei marines in testa. Le tre sorelle si erano avvicinate ai bambini.
Ci furono un paio di forti esplosioni seguite dal frastuono di muri e travi che crollavano. Evidentemente eravamo sotto l’attacco di una forza che non poneva limiti alla sua azione militare. E che aveva i mezzi per farlo.
Sentii una corrente gelata salirmi lungo la schiena e subito dopo un’ondata di calore arrivarmi in faccia. E quel sapore metallico in fondo alla gola.
Come sangue secco.
Le luci si spensero e dopo un attimo si accesero le lampade di emergenza che emettevano una luce azzurrognola e debole che dava alla sala un aspetto drammatico.
Una donna gridò: “Tutti al tunnel! Seguitemi.”
Il gruppo si mosse dietro di lei ma non tutti. Una decina di anziani  presero a rovesciare tavoli, sedie, carrelli e altri arredi creando una barricata.
“Resto con voi!” dissi avvicinandomi. L’anziano calvo, con gli occhiali arancioni, col quale avevo parlato al mio arrivo alla Fortezza, mi disse: “No. Vai con gli altri. Ci pensiamo noi a rallentarli.”
“Volete fare gli spartani?”
Il vecchio mi guardò con la mente altrove. Dopo qualche secondo di silenzio disse: “Vai. Non ho tempo da perdere. Rispetta la nostra decisione e non costringermi a spararti. Nei momenti di emergenza la disciplina è tutto e va fatta rispettare. Io qui sono il capo. Vai via!” Dopodichè puntò la canna del grosso mitra che imbracciava direttamente contro la mia faccia. Dai suoi occhi capii che non avrebbe esitato a spararmi. Conoscevo quello sguardo. Conoscevo quello stato d’animo. Una particolare stato di follia durante il quale non sei capace di considerare la tua eventuale morte come un aspetto significativo della situazione. E’ uno stato d’animo che ti porta ad agire in modo piuttosto rigido. Qualunque flessibilità ti farebbe perdere la concentrazione sul tuo scopo. E in quei momenti è determinante il tuo livello di focalizzazione…
Aveva deciso di morire con i suoi amici e non aveva intenzione di tollerare cambiamenti di programma.
Decisi di rimandare la mia dipartita. Uscendo da quella grande sala guardai quegli uomini che si apprestavano a morire.
C’era qualche cosa di poetico nel loro modo di muoversi.
Incredibile come a volte gli esseri umani riescano a rendere elegante una cosa così scomoda come la morte.
Raggiunsi il gruppo che si dirigeva ai tunnel. Noemi era l’ultima del gruppo, aveva in braccio una bambina che poteva avere 3 anni.
Le chiesi se potevo prendere la bambina in braccio. Ma la piccola stava piangendo e sicuramente sarebbe stata più tranquilla con Noemi. Me lo fece capire con un solo sguardo.
Non potei fare a meno di notare quanto fosse bella.
Sentii un forte calore allo stomaco.
Esplosioni, pericolo, donne da proteggere, bambini da salvare, sono queste le cose che riescono a scatenare le scariche emotive più potenti. Droghe che ti resettano il cervello sono pompate violentemente nelle tue vene, orde di ormoni portano alle cellule ordini inderogabili.
La chimica della paura, della speranza, dell’ira.
Non sono belle situazioni ma non si può negare che in quei momenti ci si sente straordinariamente vivi.
Il buon vecchio istinto selvaggio che scattava nei nostri antenati maschi quando la tigre coi denti a sciabola (una bestia orrenda!) minacciava il branco.
Le droghe che il cervello produce sotto shock hanno proprio quello scopo: trasformare un tranquillo webmaster in un gorilla impazzito.
Un grosso gorilla impazzito.

Alla fine del corridoio scendemmo una rampa di scale e percorremmo un secondo corridoio che proseguiva a un livello inferiore, poi oltrepassammo una porta. Una stanza. Un pesante armadio che venne spostato da decine di mani. Un portellone che lasciammo aperto sperando che la nostra retroguardia decidesse di ritirarsi. E poi un tunnel strettissimo, nel quale dovevamo correre piegati. Piccoli led rischiaravano il percorso. Dopo dieci minuti di corsa un’altra porta di ferro. Fuori un roveto nascondeva un sentiero strettissimo. Poi un prato. A un centinaio di metri un bosco fitto che si perdeva nella notte.
Individuai le tre sorelle, si occupavano di far correre i bambini verso il bosco. Vidi una donna castana, con un berretto in testa che aveva un fucile a tracolla. Le dissi:”Dammelo che resto indietro a coprirvi.” Lei mi sorrise e me lo diede ben volentieri insieme a tre caricatori. Mormorò: “Non so neanche sparare…” Mi feci dare anche la pila che teneva in mano. Mentre i fuggitivi correvano verso il bosco la sistemai per terra, vicino all’uscita del tunnel. Con un paio di pietre la bloccai in modo che illuminasse eventuali inseguitori. Volevo sapere a chi avrei sparato e non rischiare di colpire qualche spartano superstite.
Trovai una grossa pietra a una ventina di metri di distanza. Era vicina a un canale che avrei potuto sfruttare per ritirarmi.
Calcolai di avere qualche minuto prima che arrivassero. Appoggiai il fucile per terra e mi misi a spostare alcune pietre lì intorno in modo che mi offrissero un riparo mentre scivolavo nel canale.
Non feci un gran lavoro ma mi tranquillizzò.
Il fucile era una carabina Remington con un caricatore da 5 colpi. Non avevo mai visto quell’arma ma grossomodo capivo come funzionasse. Misi il colpo in canna, tolsi la sicura e mi sdraiai per terra dietro il masso. Respirai lasciando uscire l’aria senza sforzo. Rilassa.
Avevo sempre pensato che uccidere è una cosa terribile. Ma in quel momento non ci pensavo.

Passarono parecchi minuti. Non saprei dire quanti. Poi la terra tremò. Dopo un po’ vidi un movimento all’uscita del tunnel.
Un uomo poi un altro. Tenevo il primo al centro del mirino. E respiravo come in un sospiro di sollievo. Se proprio dovevo ammazzare qualcuno dovevo essere sicuro che fosse un nemico.
Da come si muovevano capii che dovevano avere una certa età.
Non tutti gli spartani si erano fatti ammazzare. Sorrisi sollevato: per il momento non dovevo ammazzare nessuno.
“Eih! Chi siete?” Sibilai.
“Siamo noi!”
Dialogo imbecille. Ma mi occorreva solo sentire la voce di uno di loro.
Vennero verso di me: “Abbiamo fatto saltare il tunnel, gli altri sono morti.” Li lascia avvicinare tenendo sempre il primo sotto mira, acquattato nella mia postazione. Volevo essere prudente.
Poi riconobbi l’uomo calvo con gli occhiali arancione. Disse: “E’ inutile aspettare. Non verrà nessuno. Scappiamo per il bosco.
Affrettammo il passo verso la boscaglia. Loro non parlavano.
Tutti gli altri erano morti.
Chissà quanti…
Dopo un paio di chilometri iniziò a scendermi l’adrenalina. Ormai eravamo lontani e stavamo percorrendo sentieri di campagna. Avevamo superato un paio di superstrade passando sotto un ponte e percorrendo un sottopassaggio.
Fu all’ora che mi resi conto di tutto quello che era successo e iniziai a tremare.

NOTA 1: Se prendo in considerazione gli eventi da quando esistono cronache precise osserverò per forza che i diversi tipi di eventi non si sono distribuiti in modo uniforme su tutti i 365 giorni dell’anno. Potremmo avere un’uniformità di eventi se avessimo cronache di un miliardo di anni.
Ma se prendiamo in considerazione solo 2.000 anni avrò per forza che in alcuni giorni si saranno dichiarate più guerre e in altri si saranno realizzate più invenzioni.
Sui piccoli numeri avrò certamente alcuni addensamenti di frequenze di qualche tipo.

NOTA 2:
San Didimo, martire

San Diodoro, martire

San Diomede, martire

San Giacinto di Roma, martire

San Giovanni Gabriele Perboyre martire
San Gusmeo, martire

San Proto di Roma, martire

San Ramiro di León, martire

San Vincenzo, abate di San Claudio, martire

 

INDICE CAPITOLI

Capitolo 1 Ottima marmellata d’arance

Capitolo 2 Ragazze educate

Capitolo 3 Una situazione complessa

Capitolo 4 Agguati mentali

Capitolo 5 Eventi indecifrabili

Capitolo 6 La Fratellanza

Capitolo 7 Nera. Ma quanto nera?

Capitolo 8 Il tripudio della confusione

Capitolo 9 La Fortezza

Capitolo 10 Scatole dentro scatole dentro scatole

Capitolo 11 La Polizia Alchemica

Capitolo 12 Fisso il pensiero fisso

Capitolo 13 clicca qui

Capitolo 14 clicca qui

Capitolo 15 clicca qui

Capitolo 16 Pinin

Capitolo 17 Fine

 

La formazione militare delle ragazze. Eventi indecifrabili

Capitolo quinto

“E’ un cellulare criptato!” Disse Miriam abbastanza soddisfatta di sé.
Sì… figurati… Pensai io. Stavo diventando insofferente.
Forse invece di telefonare potresti spiegarmi. Mi sembra che tu mi abbia coinvolta abbastanza nei tuoi casini!”
Lei mi fece uno di quei sorrisi che si vedono esclusivamente nelle pubblicità delle auto da corsa… Sono sorrisi che le fotomodelle si fanno pagare tantissimo.
“Forse è meglio che ne parliamo in un posto un po’ più tranquillo di un tram… Che ne dici? O pensi sia meglio che facciamo un comizio… Anche una seduta collettiva potremmo fare… Psicoanalisi thriller da tram… Potrebbe venirne fuori una moda di massa…” Dopo queste spiritosaggini mi fece un altro sorriso da auto di lusso. A lei non costavano niente.
Restai senza parole. E’ un effetto che le donne mi fanno.
Ragionano troppo velocemente. A partire da mia madre. Quando le telefono mi fa delle domande difficilissime, tipo “Credi veramente che sia iniziata una fase recessiva?“ E dopo un secondo che mi ha sparato la domanda mi chiede: “E’ caduta la linea o stai facendo un videogames?” Come se passassi la giornata a fare i videogames. Non ti danno un secondo per pensarci su. Non so me facciano le donne. Hanno già tutte le risposte scritte dentro e basta loro pronunciarle a voce alta.
Ho letto che è una questione di sinapsi. Ne hanno molte di più dei maschi. Noi abbiamo immense nuvole di dati che veleggiano nella nostra mente completamente sconnesse dal resto della materia grigia.

Lei non mi rivolse ulteriormente la parola. Meglio così. Avevo bisogno di ritrovare il mio silenzio interiore. Tutte le mie identità interne mi tempestavano di affermazioni e domande tipo: “E’ la Cia! E’ un telefilm! Lei è una spia! Lei è pazza! Ti vogliono uccidere! Sei tu il capro espiatorio! Ti danno la caccia! E’ una trappola massonica! Hai pensato agli extraterrestri? Magia nera? Sei tu il predestinato e ti vogliono rinchiudere in prigione proprio per questo!…” La lista era interminabile. Le mie identità interiori avevano tirato fuori dai libri che avevo letto, i fumetti, i film, tutte le trame possibili e me le stagliavano davanti.
La mia identità normativa disse alle altre identità: “State facendo casino. Il casino crea disservizi logici. Tutti zitti per cinque minuti.”
A volte funziona. Quel giorno no.
Lei stava parlando con una sua sorella, suppongo. Con il cellulare che lei supponeva fosse criptato.
“Senti, è un’emergenza. Non discutiamone adesso. Ho bisogno che mi vieni al prendere. Ci vediamo al nostro bar. Mi hai capito? Dai smettila, ti ho detto non ne parliamo adesso. Veramente è un casino. Vieni subito. Ti prego!”
Evidentemente l’aveva convinta perché tirò un sospiro di sollievo mettendo via il cellulare.
Mi venne da ridere: “Deve essere dura dire a tutti questo non è il momento per discutere!”…
Volevo essere distaccato, elegante, non rissoso. Quello che io interpreto come essere affascinante. In certi momenti ti sembra che l’unica cosa utile sia entrare in empatia. Anche ai rapiti succede così… La chiamano sindrome di Stoccolma… Per via di una storica rapina in banca, con i dipendenti dell’istituto di credito tenuti in ostaggio per 6 giorni, che poi chiesero clemenza verso i rapitori.
Succedono cose strane nel cervello della gente…

Passammo dal tram a un autobus. Condivisi la scelta. Essere mischiati tra la folla mi dava maggior sicurezza. Arrivammo a un bar in viale Monza. Ci sedemmo a un tavolino che dava sulla vetrina per tener d’occhio la strada. Dopo una decina di minuti arrivò Noemi, la sorella maggiore, con una Polo grigia.
Mi sedetti dietro. Volevo stare il più lontano possibile da quelle due donne.
Quando arrivò a bordo della sua auto Noemi era già incazzata come la cavalleria romana. Per capire quanto fosse incazzata la cavalleria romana bisogna tener conto che non avevano ancora scoperto la comodità della sella e avevano emorroidi incendiarie.
“Checcazzo avete combinato adesso?” Urlò Noemi mentre salivamo a bordo. Io dietro.
Mi chiesi se il plurale di quel checcazzo avete combinato mi includesse.
Non sopporto di discutere con una donna che strepita.
Decisi di far finta di niente.
“Me lo vuoi dire cosa è successo?..... Miriam dico a te!”
“Senti, per favore non strillare! Hanno ammazzato Paolo. Il mio ex marito. E anche se era uno stronzo sono leggermente scossa!”
“Ma cosa ti inventi? Ma sei indemoniata?!?”
“L’hanno ammazzato, ti dico. Gli hanno sparato e gli hanno anche piantato una lama in corpo. Non sto facendo nessun giochetto psicologico. Sono nella merda totale. E tu non mi aiuti saltandomi addosso.”
Per un attimo Noemi fu sbaragliata. Stava zitta con gli occhi sulla strada. Poi senza neanche muovere le pupille di un millimetro disse: “Non puoi stupirti se dopo tutte le stronzate che hai fatto nessuno ti crede quando racconti una cosa vera. Se poi è vera. Ma comunque andiamo avanti. Chi ha ucciso Paolo? Perché? Tu cosa c’entri?”
A questo punto ero proprio curioso di sentire la risposta.
Ma Miriam mi prese in contropiede scoppiando a piangere.
Io le adoro le donne! Come fanno? E’ così impareggiabile, immediato, devastante. Scoppiano a piangere e tu ti dimentichi tutto e vuoi solo che smettano.
Ma Noemi era una donna. Tra donne non funziona… “Senti Miriam, qualunque cosa sia successa devi raccontarmela. Smettila di piangere che non serve a niente. Se vuoi il mio aiuto racconta. Sennò ti lascio a un taxi.”
Miriam smise magicamente di singhiozzare.
Mi piaceva sempre di più.
Forse ho una base di masochismo nascosta da qualche parte. Ma è così. Al cuore non si comanda. O meglio, puoi anche comandare. Ma lui se ne frega.
Cercai di fare un discorso ai miei sentimenti. Tipo: ma dai è evidente che è una stronza falsa… Ma contemporaneamente avevo una cosa alla bocca dello stomaco che non se ne andava. Una sensazione piacevole peraltro. Disgraziatamente.

La storia di Miriam

“Io ho smesso di frequentare quella gente. Ho chiuso. Mi facevo la mia vita. Poi mi arriva Paolo e mi dice: mi tieni questa borsa? Capisci? Dopo tutte quelle che mi ha combinato! Mi tieni la borsa? E io scema gli dico: sì va bene. Che stronza che sono. Mi dice che la viene a ritirare il giorno dopo e non si fa vedere per tre giorni. Allora guardo dentro e c’è della biancheria. Guardo bene e scopro che in un calzino arrotolato c’è una bustina di plastica rigida e dentro ci sono un centinaio di francobolli del Regno d’Italia. Sinceramente brutti, solo uno commemorativo del primo volo transatlantico, era un po’ colorato. Vado a vedere su internet e scopro che quello del volo aereo vale da solo 30 mila euro. Faccio due conti e scopro che nella bustina tra una cosa e l’altra ci sono francobolli per 2 milioni di euro abbondanti. Te lo immagini uno come Paolo con 2 milioni di euro?
E lui non si vede. Allora prendo un lucchetto di una mia valigia e chiudo la borsa. E butto le chiavi nel cesso, avvolte nella carta igienica.
I francobolli li nascondo sotto una piastrella del bagno che si era staccata e la riattacco con la colla, la stucco con acqua e farina, ci passo sopra un po’ di colore… Insomma i francobolli sono al sicuro. E Paolo non si fa vedere. Arrivano invece due energumeni e mi chiedono se ho visto Paolo e se mi ha lasciato qualche cosa. Mi ha lasciato la borsa, gli dico.
Sai cosa c’è dentro?
E’ chiusa, dico, se l’aprivo quello stronzo mi gonfiava di botte.”
Noemi la interrompe: “Paolo ti picchiava?”
“No, facevo per sembrare sincera. Loro un po’ non ci credono. Mi danno due schiaffi e io scoppio a piangere e a urlare. Allora se ne vanno con la borsa. Dopodichè stanotte alle tre mi telefona Paolo, che devo raggiungerlo. Sono arrivata che l’avevano già ammazzato.
Era steso per terra in un lago di sangue raggrumato.”
Che schifo, pensai ricordandomi la scena.
Mi hanno legata a una sedia e mi hanno detto che se non gli davo i francobolli mi ammazzavano. Mi hanno chiusa in una stanza a chiave. Poi c’è stato un gran casino. Sono arrivati degli altri che si sono portati via quelli che hanno ammazzato Paolo. Credo li abbiano riempiti di botte… Sentivo le urla...
Praticamente sono restata da sola in quella stanza, legata alla sedia con delle corde.” E mostra i polsi con due grossi lividi circolari… Sento una stretta allo stomaco. E il forte desiderio di uccidere chi l’ha legata… “Nella stanza si moriva di caldo. Ho iniziato a sudare e le corde si sono allentate. Per fortuna erano di canapa. Sono riuscita a far scivolare fuori un polso. Non riuscivo ad aprire la porta. Nella stanza c’era un telefono e ho chiamato Giovanni. Poi sono riuscita a smontare la serratura, mi era restata in tasca una limetta per unghie… e sono scappata. Speravo di incontrare Giovanni uscendo ma avevo troppa paura per aspettare.”
Noemi girò la testa per guardarla.
Io pensai che era deliziosa una ragazza che smonta una serratura usando solamente una piccola tenera limetta per le sue meravigliose unghie.
Rischiavo un collasso per eccesso di glucosio nel sangue.
“Si doce comm’ o’ zucchero…”
Io mi permisi di intervenire: “Scusa, già che ci sei potresti chiarire come c’entro io in questa storia? Mi sono perso la mia entrata in scena…”
Noemi si girò a darmi un’occhiata, come se si stupisse che fossi ancora seduto sul sedile posteriore dell’auto. Per di più vivo.
Miriam mi rispose: “Tu con questa storia non c’entri. E’ un lavoro che mi hanno chiesto i vecchietti.”
“Ma non avevi detto che non c’entravi più niente con le sette?”
“Senti, io non me ne occupo più, non li sento più, non vado a nessuna riunione e non partecipo a nessun progetto. Però con alcuni sono restata amica: mi hanno chiesto un favore. Mi hanno detto che lui - mi indica con un cenno della testa - era in pericolo e mi hanno chiesto di andare a ripescarlo in motorino. Poi mi dovevano telefonare per dirmi dove portarlo. Punto e chiuso.”
“Scusa, ma secondo te tutti i pensionati si occupano di trovare giovani avvenenti fanciulle per mandarle a soccorrere gente in pericolo?”
“Senti, mi hanno offerto mille euro per una giornata di lavoro…”
“Ma se vai dalla Camorra ti pagano pure di più!” Taglia giù Noemi.
“Ma non sono la Camorra… Mi hanno detto che lui era coinvolto in un errore giudiziario.”
“E questo sarebbe stare fuori da complotti e sette? Ma ti ascolti quando parli? Non ti rendi conto che un’altra volta sei restata coinvolta in una storia più grande di te della quale non sai un cazzo?”
Proprio in quel momento guardai fuori dal finestrino dell’auto. Una monovolume bianca ci stava superando. Dal finestrino vidi la mia faccia che mi guardava. Per un attimo ebbi la sensazione di vedere la mia faccia riflessa nel vetro dell’auto. Ma poi mi resi conto che la faccia era dietro il vetro. Un mio sosia mi stava guardando. Mi sorrise e mi salutò con la mano. Quasi urlai: “Guardate!” Intanto indicavo con il dito il mio sosia davanti a me. Anche le due ragazze lo videro.
Noemi sibilò: “Ma checcazzo di storia è questa?”
“Ma chi sono?” Chiese Miriam.
L’auto ci superò accelerando.
“Seguili!” Gridai io. “Cerca di superarli e bloccali! Tagliagli la strada.”
“Ma che dici! Magari sono armati.”
“Non me ne frega un cazzo. Devo sapere chi è che va in giro con la mia faccia! Ti prego.”
“Ok.” Disse Noemi e schiacciò l’acceleratore; l’auto si catapultò in avanti.
Ma anche la monovolume bianca accelerò.
Non avevano intenzione di farsi raggiungere.
L’inseguimento proseguì per qualche minuto zigzagando tra le auto.
Eravamo arrivati in un quartiere periferico, una distesa di casette con giardino. Vedemmo della gente in mezzo alla strada e fummo costretti a rallentare. Eravamo quasi fermi quando ci rendemmo conto che erano armati di fucili e pistole.
C’era un’auto che stava bloccando la strada. E mentre lasciavano passare la monovolume bianca noi fummo costretti a fermarci.
Un uomo guardò dentro la nostra auto.
Sorrise. Urlò: ”Sono qui!”
Poi rivolto a noi disse: “Scendete, presto!”
Non sembrava aggressivo.
Un altro uomo, sui cinquant’anni, con un ampio impermeabile grigio e una coppola in testa, si fece avanti mentre ubbidivamo all’ordine. Erano tutti armati ma non ci tenevano sotto tiro.
Il cinquantenne con l’impermeabile, evidentemente il capo, si rivolse a me senza preamboli: “Sei andato dal dentista recentemente?”
“Ma checcazzo volete?”
“Rispondimi!” Tagliò corto lui.
Io feci due conti mentali. Dirgli la verità non mi costava niente: “Sono andato dal dentista quattro giorni fa.”
“E’ quel che pensavo. Ti hanno installato un microchip nel dente… E’ così che sono riusciti a intercettarti un’altra volta. Ce ne sono una cinquantina a 200 metri da qui… Vieni, dobbiamo toglierlo subito.”
“Ma ti vuoi spiegare, Dio santo?!?” Risposi io esasperato.
“Prima ti salvo la vita poi ti spiego.” Fece un cenno a una ragazza che se ne stava lì vicino con una carabina di precisione a tracolla.
Feci in tempo a osservare che era giovanissima che lei, con un gesto fluido mi diede una pacca sulla spalla. Sentii il dolore acuto di una puntura. Cercai di reagire tirandole una manata ma la mancai. Allora mi avventai sull’uomo con l’impermeabile con l’intenzione di strozzarlo. Gli misi le mani alla gola, poi le forze mi mancarono e mi afflosciai in preda al panico.

 

INDICE CAPITOLI

Capitolo 1 Ottima marmellata d’arance

Capitolo 2 Ragazze educate

Capitolo 3 Una situazione complessa

Capitolo 4 Agguati mentali

Capitolo 5 Eventi indecifrabili

Capitolo 6 La Fratellanza

Capitolo 7 Nera. Ma quanto nera?

Capitolo 8 Il tripudio della confusione

Capitolo 9 La Fortezza

Capitolo 10 Scatole dentro scatole dentro scatole

Capitolo 11 La Polizia Alchemica

Capitolo 12 Fisso il pensiero fisso

Capitolo 13 clicca qui

Capitolo 14 clicca qui

Capitolo 15 clicca qui

Capitolo 16 Pinin

Capitolo 17 Fine

 

La formazione militare delle ragazze. Agguati mentali

Capitolo quarto

Fermai un taxi al volo.
Mi feci lasciare a cento metri dall’appartamento di Ester. Iniziai a seguire un percorso tortuoso per essere sicuro di non aver dietro nessuno.
Vidi una donna che avanzava pesantemente verso di me. Una settantenne sovrappeso con l’aria pacata da casalinga, vestita in modo inappuntabile. Sembrava uscita da poco dal parrucchiere. I capelli erano striati di rosso pomodoro e castano. Per il resto sembrava normale. Indossava un pesante cappotto di lana blu e reggeva un sacchetto stracolmo di spesa dal quale spuntava la chioma di un sedano. Pensai che aveva fatto la spesa al mercato, non al centro commerciale.
La donna, quando fu a tre passi da me si fermò guardandomi. Poi disse con una bella voce chiara: “Ma tu sei Michele!”
La guardai perplesso: “No, signora, io sono Giovanni, mi dispiace…”
“No tu sei Michele. Dai retta a me. Adesso ancora non lo sai ma questo nome ti sarà utile. Lo sento. E scusa se mi permetto di darti un consiglio.
Ci sono tre ragazze, lo so benissimo. E tu non sai quale scegliere. Eh, ma una devi sceglierla. Dammi retta, non puoi continuare a fare il farfallone.”
La presi per una pazza: “Bene, grazie per il consiglio… Ne terrò conto.” E ripresi a camminare.
“Bene!” Disse lei. Poi come se si ricordasse improvvisamente di una cosa importante si girò seguendo con lo sguardo il mio movimento: “E comunque la domanda è: che cosa ti sta succedendo? Chi tira i fili? E’ chiaro che certe cose non possono succedere per caso… C’è un complotto e tu devi capire cosa vogliono da te. Qual è il bottino.”
Stavo per tempestarla di domande quando arrivò un ragazzino che la prese per il gomito: “Su vieni nonna, andiamo a casa, la mamma è in pensiero!”
Io le chiesi: “Che complotto?”
Il ragazzino mi disse: “La perdoni signore, mia nonna ogni tanto si confonde…”
E la nonna disse: “Sì ogni tanto mi confondo , sa com’é… L’età…”
Fece un risolino e si lasciò trascinare via dal nipote che le ripeteva che non doveva sparire così, che erano tutti preoccupati.
Restai a guardarli andare via indeciso sul da farsi. La nonnina non mi avrebbe detto più niente, e non potevo certo costringerla a parlare in mezzo alla strada…

Poco dopo, a casa di Miriam, mi dedicai a un’accurata perquisizione di quel poco che c’era.
Dietro al calorifero del bagno era scivolato un libro. Anzi solo una metà.
La copertina era quella di Biplano di Bach, il frontespizio e il titolo riportato su ogni pagina era I 36 Stratagemmi. Ma il testo che riempiva le pagine era di nuovo L’educazione militare delle ragazze.

Mi sdraiai sul letto con la finestra che illuminava il libro e iniziai a leggere.
“Fai un’ipotesi. Sei in un’astronave in fiamme, 15 persek a ovest di Alfa Centauri. Il colonnello Wamar ti manda a chiamare. Le luci di emergenza lampeggiano e le sirene gridano.
Il colonnello Wamar ti dice: 'Prendi una scialuppa e corri a Shaxhim, vai nella città di Bassiri. Raduna un esercito, marcia su Timbuktù che è sotto assedio e liberala.' E tu dici: 'Signore, la nave è in fiamme.'
E lui: 'Fottitene soldato, fai quello che ti ho detto.'
Che cosa fai?
Ubbidisci? Oppure abbandoni il Settimo reggimento dell’Aria al suo destino e ti salvi con una delle poche navette disponibili?
Se sei un soldato ubbidisci.
Perché hai avuto un ordine e l’ordine prevede di non morire subito, quel giorno stesso. Quindi perché dovresti disobbedire?
E per superare il senso di colpa di essere ancora vivo cercherai veramente di arruolare un esercito a Bassiri, sul pianeta Shaxhim per liberare Timbuktù la Profumata. E magari morirai nel tentativo di farlo.
Una ragazza ben educata cercherà sempre di capire come chiedere trovando sempre una ragione valida per il sistema mentale, per il codice, dell’interlocutore.
Cosa può spingere il funzionario pubblico che ora sta seduto di fronte a me a non applicare la legge?
Che io sia colpevole o innocente è secondario. La domanda è: sono capace di dimostrare che i miei intenti erano equi?
Sono capace di trovare un motivo per il quale questo funzionario potrebbe desiderare di non applicare la legge alla lettera ma di interpretarla a mio favore?
Sono capace di trovare un motivo che renderebbe per questo dolce essere umano insopportabile attenersi alla lettera della legge?
Fino a che punto la lettera della legge è ambigua?
Quale argomento potrebbe indurre questa persona potente e colta a muovere il culo per darmi una mano?
Ovviamente per concepire questa serie di pensieri una ragazza dabbene deve essere assolutamente convinta che esistono solo due leggi: la prima dice che non si può fare nulla la seconda dice che si può fare tutto.
E ovviamente questo vale in alcuni paesi più che in altri…
Ma è anche essenziale che la ragazza di irreprensibili costumi sappia, con l’esattezza della lama di una pattada, che lei è una persona straordinaria alla quale sarebbe impossibile infliggere un comportamento standard perché essa, dalla punta dei sui capezzoli alle dita più piccole dei piedi è intrinsecamente, assolutamente un caso straordinario.
Anzi il caso straordinario. E sarebbe, è chiaro, un peccato, contro Dio e contro la morale, non operare in tutti i modi per evitare che un abominio si compia.
Attenzione: mai in nessun caso, la ragazza accorta, si permetterà di violare il recinto sacro dell’individualità del funzionario pubblico, suggerendogli un modo perché lui possa aiutarla. Dovrà assolutamente essere lasciata a lui l’onore di trovare, nelle infinite pieghe delle stratificazioni secolari di leggi, regolamenti e interpretazioni, il pertugio miracoloso capace di trasformare un’imputazione in una bolla di sapone senza consistenza. Non perché la legge non viene applicata ma perché è compito del genio umano interpretare il testo scritto. A scrivere le leggi sono capaci anche gli stupidi che siedono al parlamento. Ma chi fa vivere le leggi, sangue pulsante della società civile, è l’acume dei funzionari, che sopravvivono ai governi e alle rivoluzioni, e lastricano con il sudore delle loro dita e con il sangue delle mosche che schiacciano, le vie sulla quale avanza la civiltà.
La mente umana funziona così.
Se trovi quali sono i benefici mentali possibili puoi spostare le montagne teoriche. La costrizione, le minacce e i ricatti non sono strumenti altrettanto efficienti e pratici.
Più sono i benefici immediati insiti in una scelta più è probabile che venga perseguita.
E’ difficile che la nostra mente si soffermi più di tanto a valutare i possibili disastri futuri che questa scelta può portare.
Se una giovane donna sarà capace di trovare le motivazioni giuste e riuscirà a farle pesare tutte insieme potrà quindi indurre una persona a perseguire perfino il suo stesso suicidio.
E’ una pura questione di pesi. O di leve.
Come il saggio Archimede disse: datemi una leva e sposterò il mondo, così potremmo dire che trovata la leva giusta ogni uomo diventa un burattino.
Quanto vale avere altri uomini nel proprio potere?
Questo dovrebbe comprendere una ragazza di buona famiglia. Questo dovrebbe insegnare il padre premuroso.”
Ebbi la netta sensazione di essere io la preda di un gioco che non capivo.
Mi sembrò che tutti i fatti che erano accaduti facessero parte di un’unica macchinazione ai miei danni.
Lo so che nei momenti d’ansia è facile cadere preda dei fantasmi che complottano… Inventare oscure congiure è un modo per alleviare la tensione, un unico colpevole di tutti i mali è una soluzione tranquillizzante.
Puoi facilmente credere di essere in grado di battere un solo nemico.
Scoprire che invece i nemici sono tanti, tutti diversi, e che ognuno progetta un modo diverso per danneggiarti, è un pensiero che crea solo spavento.

Il rumore della porta d’ingresso che veniva aperta mi portò rapidamente a uno stato di ansia.
Mi alzai dal letto e cercai qualche cosa per difendermi.
Una voce femminile disse: “C’è nessuno?” Capii subito che era spaventata. Le andai in contro e vidi che era Miriam, lei che aveva finto di chiamarsi Teresa e che mi aveva telefonato facendomi andare nell’appartamento dove il padrone del pesce rosso era riverso sopra un tappeto color avana Ikea, insanguinato.
Lei aveva il viso teso: “Per fortuna che ti ho trovato qui! Dobbiamo scappare!”
La guardai: “No, forse è meglio che prima mi spieghi qualche cosa. C’era un morto in quella casa!”
“Sì, era mio marito. Vieni che ti spiego tutto. Mi tirò per il braccio verso la porta. Afferrai il giaccone e la seguii. Arrivati sul pianerottolo vedemmo che l’ascensore stava salendo. Mi fece cenno di tacere e di seguirla lungo le scale. Salimmo al piano superiore: le scale giravano intorno al pozzo dell’ascensore delimitato da una spessa rete di ferro nera sostenuta da sbarre spesse e nere… Ascensori antichi. Arrivammo al penultimo gradino prima del piano superiore. Si formava uno spiraglio tra il gradino e la soletta del pianerottolo, dal quale si poteva osservare il pianerottolo sottostante. L’ascensore si fermò e ne scesero due uomini. Restammo a guardare solo un secondo. Una pistola nera balenò nelle mani di un uomo. Intanto si sentivano altri passi, qualcuno stava salendo di corsa le scale. Lei mi trascinò via. Salimmo altri due piani mentre quelli di sotto sfondavano la porta. Dal rumore era chiaro che si erano portati un ariete di ferro con i manici, di quelli che usa la polizia.
Arrivati al quarto piano girammo a destra e percorremmo tutto il corridoio.
Miriam aprì la finestra in fondo. Scavalcò. C’era un terrazzino. Si girò a guardarmi: “Ci venivo da bambina.” La seguii. Da lì era facile calarsi sopra il terrazzo del palazzo adiacente. C’era un salto di un paio di metri. Miriam era agile.
La porta che dava sulle scale era aperta.
Scendemmo e ci trovammo a uscire da un portone che dava su una via laterale. A duecento metri c'era la fermata di un tram che stava arrivando. Ci salimmo
Ero scosso.
Sicuramente contento di essere ancora vivo.
E cosa fai a Milano quando sei ancora vivo?
Cerchi di capire che cosa succede e cerchi di continuare a fare quello vivo.
Per riposarsi poi c’è l’eternità.

 

INDICE CAPITOLI

Capitolo 1 Ottima marmellata d’arance

Capitolo 2 Ragazze educate

Capitolo 3 Una situazione complessa

Capitolo 4 Agguati mentali

Capitolo 5 Eventi indecifrabili

Capitolo 6 La Fratellanza

Capitolo 7 Nera. Ma quanto nera?

Capitolo 8 Il tripudio della confusione

Capitolo 9 La Fortezza

Capitolo 10 Scatole dentro scatole dentro scatole

Capitolo 11 La Polizia Alchemica

Capitolo 12 Fisso il pensiero fisso

Capitolo 13 clicca qui

Capitolo 14 clicca qui

Capitolo 15 clicca qui

Capitolo 16 Pinin

Capitolo 17 Fine

 

La formazione militare delle ragazze. Una situazione complessa.

Capitolo terzo

La ragazza bionda non degnò neppure di uno sguardo la mia faccia allibita e partì al contrattacco contro la sorella: “E’ stata Miriam a portarlo qui. Non io! Va bene? Io sono arrivata qui alle 4 del mattino. Sapevo che non c'eri ed ero da queste parti! Punto! E non avevo voglia di tornare a casa… Quando sono arrivata Miriam se ne stava andando. Mi ha detto che aveva da fare… Alle quattro del mattino. E poi voglio vedere se fai anche il terzo grado. Mi ha detto che c’era un uomo nel letto che però non mi avrebbe dato fastidio…” Mi guardò. “Mi ha detto che potevo stendermi sul materasso… Non è colpa mia se in questo cazzo di casa c’è un solo posto dove dormire. Mi sono stesa e mi sono messa a dormire.” Mi guardò di nuovo senza far trapelare niente su quanto era successo. Il viso assolutamente indifferente. Un’artista. “Ho dormito e poi sei arrivata tu urlando e mi hai accusata di aver infranto tutti i codici! E io non c’entro  un cazzo. E mi becco sempre le colpe tue e di Miriam!”
Interruppi la discussione: “Scusate: chi è Miriam?”
La biondina mi guardò stupita: “Miriam, mia sorella. Non la conosci?”
“Mi ha detto di chiamarsi Teresa…”
La donna in grigio sbotto: “Oh Santo Iddio! Ma quella è un’altra fuori di testa! Ma state ancora facendo i vostri giochini di manipolazione? No, io non ne posso più di voi due!”
La biondina si rifiutò di incassare l’accusa: “Senti Noemi: non mettere in conto a me quel che fa Miriam! Non parlare al plurale! Io non c’entro più con le sue storie del cazzo! Mi sono rotta di lei, delle tue sgridate, lasciatemi in pace!”
 

Si alzò portandosi via il piumone. Aveva addosso solo una maglietta. Se ne andò in bagno.
Restammo soli io e la donna in grigio.
Mi guardò. Ricambiai lo sguardo.
“Mi dispiace che tu sia restato coinvolto in questa rissa di famiglia.”
Avevo la testa pesante. Sospettai che Miriam-Teresa la sera prima mi avesse messo qualcosa nella vodka.
O forse erano solo i postumi dello stress.
La donna mi tese la mano: “Sono Noemi. Ester è mia sorella minore. Ho un po’ di problemi a gestirla. I nostri genitori non ci sono più e tocca a me fare da capofamiglia e imporre un minimo di regole. Mi dispiace per questo risveglio brusco…”
“Figurati!”
Mi osservò.
“Ma tu come sei capitato in questo letto?”
“E’ quello che vorrei sapere. Ieri è stata una giornata strana.” Non avevo niente da nascondere, non capivo nulla di quel che mi succedeva. Tanto valeva raccontare tutto e vedere se Noemi mi dava qualche informazione, magari per sbaglio...
Le raccontai della ragazza che mi chiedeva aiuto in sogno, del sito internet che si rivolgeva a me personalmente chiamandomi per nome e mi diceva di rispondere al telefono, della telefonata di una donna che mi diceva di scappare perché dei falsi poliziotti volevano uccidermi, l’incontro con Teresa-Miriam che mi aveva “salvato” con il suo scooter, la conferma su un blog di un mio vicino di casa dell’irruzione della polizia proprio nel mio appartamento, gli strani libri che avevo trovato in quella casa, con le copertine e le intestazioni delle pagine che non corrispondevano al contenuto.
“Una storia veramente assurda! E adesso cosa pensi di fare?”
“Non lo so. Vorrei capire cosa succede, perché questi presunti falsi poliziotti mi cercano… Sinceramente non mi sento a mio agio. Sono una persona normale, non frequento criminali, miliardari, agenti segreti, sette sataniche. Mi faccio i cazzi miei e parlo a bassa voce e ora mi capita tutto questo… Puoi capire che sono un po’ scioccato…”
Mi accarezzai il mento: “Questa è casa tua?”
“Si, come vedi la devo ancora arredare. Era dei miei genitori, l’avevano affittata. Ora gli inquilini se ne sono andati e mi sono trasferita qui io. Da una settimana.”
“E quei libri che ci sono di là? A che servono?”
“Quali libri?”
“In una stanza in fondo… Con una finestra piccola…”
“Non so di che libri parli. Fammi vedere…”
Mi alzai, mi infilai i calzoni dandole la schiena. Poi la guidai in fondo al corridoio. L’ultima stanza a destra. Aprii la porta. La luce del sole illuminava la stanza sufficientemente per vedere che i libri non c’erano più.
“Erano qui!”
“Se li sarà portati via Miriam. E’ fatta così. Lei è sempre in mezzo alle storie più incredibili del mondo. E’ una calamita naturale per spostati, guru, paranoici, teorici del complotto… Mi fa diventare pazza. Aveva giurato di piantarla ma per lei è una droga!”
Ci spostammo in cucina e lei iniziò a preparare un caffè.
“Miriam è sempre stata una ragazza ombrosa. Le perdite che ha subito l’hanno portata a cercare nel mondo dei medium, spiritismo, karma, reincarnazioni, riti magici, capoeira, paranormale insomma.”

Ester era uscita dal bagno completamente rivestita, aveva detto un ciao frettoloso e se n’era andata.
Dopodichè anche Noemi, la donna in grigio, era andata dietro ai suoi impegni.
Ero restato solo ad aspettare Miriam.
Sul tavolo, sotto una rivista c’era un piccolo cordless. Non l’avevo visto. Mi accorsi della sua esistenza solo quando iniziò a suonare e a vibrare. Risposi. Era Teresa, cioè Miriam:
“Giovanni…”
 “Ma dove sei finita?” Chiesi.
“Non ho tempo, segnati questo indirizzo: Via Cappuccini 8, terzo piano, interno 6. Ripeti.” Ubbidii automaticamente. “Corri subito, ti prego.” Poi riattaccò. Decisi che tanto valeva correre un altro rischio, dovevo capire che cosa stesse succedendo. Vicino alla porta c’era una sedia impagliata. Sopra una scatola di plastica, dentro la scatola c’era un mazzo di chiavi. Corrispondevano alla serratura blindata della porta d’ingresso. Le presi.

Il morto era essenzialmente morto non vi era discussone su questo.
Sono perfettamente in grado di riconoscere un uomo morto quando lo vedo.
Di Miriam nessuna traccia.
E quello era proprio morto come tutti comunisti ammazzati da Sukarno.
Sukarno non c’entra niente con questa storia ma rende l’idea di quanto fosse morto: tanto.
Assassinato era stato assassinato, con un colpo di pistola, probabilmente, alla nuca. Poi gli avevano pure piantato un coltello, per l’esattezza un kriss malese, di quelli con la lama a serpente, in mezzo alla pancia. Qualcuno doveva essersi incazzato parecchio.
La pelle intorno al foro del proiettile non era bruciacchiata, quindi il colpo era stato esploso da una certa distanza, perciò il morto non si era sparato da solo prima o dopo essersi piantato la lama nelle parti molli del corpo. Non aveva le braccia abbastanza lunghe per spararsi da solo alla nuca da una certa distanza… Ho visto abbastanza telefilm da saperlo.
Questa parte era abbastanza chiara.
Sul resto buio totale.
Ero arrivato all’indirizzo che Miriam mi aveva dato. La porta dell’interno 6 al terzo piano, era socchiusa. Ero entrato.
Appurato il decesso avevo perquisito sommariamente la casa.
Non trovai niente di rilevante. Per altro non sapevo neanche cosa cercare. Prima di perquisire però mi premunii di trovare un paio di guanti di pelle e infilarmeli. Erano in un cappotto blu appeso vicino all’ingresso. Mi fece un po’ di impressione infilarmeli perché molto probabilmente erano del morto. Poi ripulii attentamente il pomello della porta che avevo toccato entrando. Non mi limitai a lustrarlo. Ci misi sopra una bella dose di varechina e poi strofinai. Questo i telefilm non te lo dicono. Sfregando con un panno non si cancellano le impronte digitali. L’impronta digitale va sciolta nell’acido. E se la picchi è meglio.
Feci un giro per la casa. Era grande. Tre camere da letto. Una sola evidentemente abitata. Nessun altro morto neanche in un armadio.
Non trovai nulla di insolito.
Niente lettera con scritto: mi ha ucciso il vescovo di Milano.
Peccato.
In un angolo della stanza dove giaceva il morto c’era un pesce rosso che nuotava in una palla trasparente piena d’acqua. Frase ridondante visto che difficilmente un pesce nuota in qualcos’altro. Gli omicidi mi rendono pedante.
Lo guardai. Il pesce.
Ho sempre avuto pietà per i pesci rossi, creature che a causa della loro bellezza vengono chiuse in bocce asfittiche di vetro.
Guardai il pesce che si muoveva indifferente. Il corpo del proprietario della casa era scompostamente disteso sul tappeto Ikea color avana, insanguinato.
Supposi che fosse lui il proprietario del pesce.
Immaginai di notare un lieve sorriso increspare la bocca del pesce.
Le creature acquatiche sono parenti dei rettili e sono vendicative.
Ma sicuramente non era stato un componente della fauna ittica a piantare un coltello lungo due spanne nel ventre del cadavere dopo avergli sparato.
Avere un movente per uccidere non è sempre una prova di colpevolezza.
Il pesce non aveva le mani. Quindi non poteva accoltellare nessuno.
Anche questo era chiaro.

Ho sempre avuto feeling con gli animali.
Li rispetto e cerco di capirli.
E’ una cosa che anche i ragni e i serpenti percepiscono.
Ho girato per tanti anni in campagna con i sandali e non mi hanno mai morso. Ho fatto un patto mentale con loro: io non li uccido in nessun caso, loro non mi mordono.
Finora ha funzionato. Quando incontro un serpente ci guardiamo e lui lo sa. Dopodichè io vado da una parte e lui da un’altra.

Quindi provai a comunicare empaticamente con il pesce rosso.
Gli promisi che lo avrei liberato nel Naviglio. Speravo non facesse lo schizzinoso.
Gli chiesi mentalmente se mi poteva dare una descrizione dell’assassino.
Una foto telepatica.
I suoi occhi erano vuoti come un pomeriggio al centro commerciale a fare la corte a una ragazza che non ne vuole sapere mezza.
Non diede nessuna informazione utile. Non ci fu niente da fare.
Comunque mantenni la promessa.
Mi feci un chilometro a piedi per raggiungere il primo corso d’acqua urbano. Ci buttai dentro il pesce con l’acqua e mi parve che sgusciando via mi dicesse grazie. Ma non ci giurerei.
Lo so che è improbabile. I pesci non parlano. Oppure lo fanno a voce molto molto bassa.
Spaccai l’orribile cella sferica per pesci perché non potesse essere usata ancora contro un fratello.
Sapevo che con quel gesto avevo stabilito un patto con le creature acquatiche.
Ero abbastanza soddisfatto dell’impresa ma per il resto non sapevo cosa fare.
E avevo ancora voglia di capire che cosa stesse succedendo.
Decisi di ritornare nell’appartamento dove avevo passato la notte nello stesso letto con due donne diverse. (E per giunta sorelle).
Realizzai questo progetto sentendomi un po’ Mission Impossible e un po' pirla.

 

INDICE CAPITOLI

Capitolo 1 Ottima marmellata d’arance

Capitolo 2 Ragazze educate

Capitolo 3 Una situazione complessa

Capitolo 4 Agguati mentali

Capitolo 5 Eventi indecifrabili

Capitolo 6 La Fratellanza

Capitolo 7 Nera. Ma quanto nera?

Capitolo 8 Il tripudio della confusione

Capitolo 9 La Fortezza

Capitolo 10 Scatole dentro scatole dentro scatole

Capitolo 11 La Polizia Alchemica

Capitolo 12 Fisso il pensiero fisso

Capitolo 13 clicca qui

Capitolo 14 clicca qui

Capitolo 15 clicca qui

Capitolo 16 Pinin

Capitolo 17 Fine

 

La formazione militare delle ragazze. Ragazze educate

Capitolo secondo

RAGAZZE EDUCATE

A volte la città non sembra più un ammasso di case, strade e semafori, ma un luogo misterioso, una foresta percorsa da fiumi metallici, o lava incandescente che sgorga dagli incendi intermittenti che vivono dentro i motori.
E tu veleggi su una barca a vela con le ruote, lungo quei canali infernali o lussureggianti. Lava o giungla… Forse dipende dall’umore. Per me era lava scura.
Dopo un’ora di giri, di garage per posteggiare il motorino, di portoni, cortili, centri commerciali e cunicoli sotto le cantine che lei, la mia guida, evidentemente ben conosceva e di cui, ragazza previdente, aveva le chiavi, arrivammo di fronte a una porta qualsiasi di un qualsiasi appartamento urbano. Una porta rivestita di legno, blindata, che si aprì grazie a chiavi nate per impensierire gli scassinatori. La ragazza si era tolta il casco, e sotto il suo viso era luminoso. Aprì la porta senza incertezze. Aveva le dita affusolate.
L’appartamento era spoglio, vuoto. Una serie di stanze dove sembrava non ci fosse nulla. Solo il frigorifero era moderno, enorme e pieno. Lei mi offrì un succo di frutta corretto con un dito di vodka. Mi fece bene. “Mi chiamo Teresa. So che tu sei Giovanni Lanzacurte…” Ci stringemmo la mano dopo che per mezz’ora ero stato abbracciato a lei sul motorino… Insolito.
C’era un’unica stanza con un minimo di arredi: un materasso steso per terra, sopra un tappeto pachistano di poco prezzo, sopra il materasso lenzuola bianche, una trapunta color panna, poi un tavolo e due sedie. Un portatile per terra. La ragazza si accoccolò sul materasso bevendo da una tazza. Io presi una sedia e mi misi di fronte a lei: “Mi puoi raccontare cosa è successo? Ho le idee un po’ confuse.”

“Non ne so niente.” Disse lei.
“Come non sai niente?”
“Mi hanno detto di venirti a prendere in quel punto. Mi davano istruzioni con il cellulare, ho il bluetooth nel casco.” Indicò il casco blu che stava per terra vicino alla porta. “Evidentemente qualcuno che seguiva.”
“Chi?”
“Non so. Sono dei simpatici vecchietti. Un gruppo strambo. Ogni tanto mi chiedono di fare qualche commissione per loro. Mi pagano bene.”
“Raccatti spesso gente inseguita dalla polizia?”
“Come mai ti cerca la polizia?”
Percepii una nota di preoccupazione nella voce. Se fingeva era una grande attrice.
“E’ quello che vorrei sapere. Non ho mai infranto la legge. Non faccio politica. Non conosco nessun criminale. Non c’è assolutamente nessun motivo per il quale dovrei avere a che fare con la legge.”
“E allora cosa è successo?”
Volevo avere da lei delle risposte e invece mi trovavo a subire un interrogatorio… Mi succede così con le donne. Non so come ci riescano.
“Ho fatto uno strano sogno. Una ragazza mi chiedeva aiuto per salvarla. Una città assediata… Timbuktù la profumata. Mi sono svegliato e chissà perché ho cercato Timbuktù la profumata sul web. E’ uscita una pagina con sopra il mio nome. Sono entrato e c’era scritto di nuovo il mio nome: Giovanni rispondi al telefono. Il telefono ha suonato e una donna mi ha detto Scappa, ti vogliono uccidere, sono falsi poliziotti. Sono uscito di casa e ho visto due auto cariche di uomini armati inchiodare di fronte al mio portone. Sono scappato e dopo poco ho incontrato te…”
Lei sgranò gli occhi dubbiosa: “Mi sembra una storia assolutamente incredibile… Se finisci in tribunale cerca di inventarti qualcos’altro… Questa non la beve nessuno…”
“Ma è andata proprio così.”
Lei mi squadrò soppesandomi: “Non devi convincere me… Io credo a tutto quel che vuoi. Non me ne frega niente. Mi pagano. Non faccio niente di male, e me ne vado con i miei soldini in tasca. Se vuoi che ti creda, ti credo. Ma se ti trovi nei guai forse ti serve una storia migliore.”
“Ma la verità è questa!” Risposi io mettendoci un po’ di cocciutaggine. Mi faceva incazzare rendermi conto che quel che mi era successo era privo di senso.
Lei sorrise: “La verità… Che te ne fai? A volte una bugia costruita bene è meglio della verità. Se racconti la verità non ti danno un premio… A volte ti mettono in galera o ti ammazzano proprio perché sei stato tanto stupido da dire la verità…”
Bestemmiai.
“E adesso quelli che ti hanno pagato cosa ti hanno detto di fare?”
“Niente. Devo stare con te ed evitare che ti suicidi fino a quando telefonano.”
“Quindi posso andarmene?”
“Mi hanno detto di spiegarti che se te ne vai da qui la tua vita vale quanto un assegno scoperto. Ma non ho certo modo di impedirti di andartene. Comunque, se vuoi un parere neutrale ti conviene aspettare. Qui sei al sicuro e quelli che mi pagano mi sembrano gente a posto… Lavoro per loro da 4 anni e non ho mai visto qualche cosa di losco. Loro sono convinti di essere i buoni.”
“Loro chi?”
“Te lo detto, sono dei vecchietti distinti. Alcune signore non rispettano le leggi dell’equilibrio alimentare e sono un po’ sovrappeso ma credo che pecchino solo con i marron glacé, per quel che ne so per il resto potrebbero anche essere cittadini modello.”

Più tardi fece da mangiare: spaghetti al sugo, insalata verde e formaggi. Gli spaghetti erano perfetti, col soffritto d’aglio.
Guardammo il telegiornale sul portatile.
Non c’era la mia fotografia, non parlavano di un ricercato a Milano.
Cercai anche in rete qualche notizia sul mio caso. Trovai solo due righe sul blog di un ragazzo che evidentemente abitava nella mia stessa via… Descriveva l’irruzione nel mio palazzo. Cercavano un ladro d’auto… Pensai ai miei coinquilini. Nessuno di loro era credibile come ladro di auto. Famigliole di impiegati, qualche pensionato e qualche studentessa che seguiva i corsi a Città Studi. Aggiungeva che avevano sfondato una porta al primo piano e sequestrato un paio di casse di materiali. Al primo piano abitavo io, i signori Cardella, pensionati, e una studentessa di biologia che non avrebbe rubato neanche un uovo al supermercato. Era chiaro che cercavano proprio me. Erano entrati nel mio appartamento.
Teresa uscì dal bagno dove si era fatta una doccia per almeno un’ora. Era avvolta in un asciugamano di spugna bianco. Mi disse: “Sono proprio stanca. Vado a dormire. Se non ti fai idee strane puoi dormire sul materasso. C’è solo questo in casa. Se vuoi lavarti c’è un cambio di vestiti e un asciugamano.”
Annuii.
Mi feci una doccia anch’io. Quando uscii lei russava lievemente.
Mi stesi nella metà di materasso che mi aveva lasciato.
Ricominciai per l’ennesima volta a ricapitolare la storia. Era priva di senso. La paura si alternava all’incredulità.
Non riuscendo a dormire iniziai a girare per casa. C’erano 12 stanze. Tutte con il pavimento di legno chiaro. Tutte quasi vuote. In una c’era un comodino. Aprii il cassetto, c’era un foglio con due parole scritte con un pennarello rosso. “Great complot”, grande complotto. In una stanza con una finestra piccolissima trovai un mucchio di libri accatastati alla rinfusa in un angolo. Edizioni rilegate in pelle, tascabili con le copertine morbide, opuscoli.
Iniziai a leggere i titoli. C’erano romanzi, La società degli assassini, saggi: Il piacere è sacro, guide e manuali…
Un titolo mi incuriosì: L’educazione militare delle ragazze. Iniziai a scorrere le pagine ma evidentemente c’era qualche cosa che non tornava. Il libro era un manuale di innesti per alberi da frutto. Aprii un altro volume: Venere nella conchiglia. Anche lì le pagine trattavano altro, un testo sull’effetto placebo.
Osservai attentamente la rilegatura. Appariva perfetta. Evidentemente qualcuno aveva speso parecchio lavoro per rilegare una serie di libri con copertine di altri libri. Una fatica priva di senso.
Una copertina annunciava il titolo Matera misteriosa, ma dentro il frontespizio era quello del romanzo di Dashell Hammet, Il falcone maltese. Conoscevo quel racconto. Tutte le pagine del libro avevano, come è d’uso, il titolo del romanzo ripetuto su tutte le pagine di sinistra in alto.
Ma quando iniziai a leggere il testo mi accorsi che non era Il falcone maltese, ma un romanzo di Salari che magnificava le imprese di Sandokan.
Quindi qualcuno non solo aveva sostituito le copertine di una serie di libri, era arrivato a stampare un romanzo scrivendo sopra ogni pagina il titolo di un altro romanzo.
Era una situazione completamente priva di senso.
L’indagine mi prese. E verificai che quella follia valeva per tutti i libri ammassati su quel pavimento.
Erano almeno un centinaio. Doveva essere stato un lavoro enorme impaginarli, stamparli e rilegarli.
Osservando meglio notai poi che i nomi delle case editrici erano assolutamente incongrui. Barabba Edizioni, Rapa Nuja Editore, Editoriale Iside… Nomi mai sentiti.
Un falso dentro un falso dentro un falso dentro un falso.
Ero impazzito?
Mi alzai, feci un giro respirando profondamente e concentrandomi sulle sensazioni del mio corpo. Aiuta a spegnere l’ansia. Andai a bere un bicchier d’acqua. C’era un fondo di caffè. Scolai anche quello.
Tornai nella stanza e verificai tutto di nuovo. Non era un’allucinazione. I libri erano ancora lì con le loro copertine sbagliate.
Dentro la copertina di “I grandi viaggi” trovai i dati di identificazione di I segreti delle streghe ma il capitolo 1 del libro si intitolava invece “Perché è così importante l’educazione militare delle ragazze”.
Il testo era realmente un manuale di autodifesa scritto con un linguaggio pieno di fronzoli: “Una ragazza di buona famiglia, educata come si conviene ai tempi odierni, colpirà solo 6 punti del corpo di un’aggressore: i mignoli dei piedi, i mignoli delle mani e gli occhi.
Nessuna ragazza con un minimo di buon senso cercherebbe di colpire con una ginocchiata i testicoli dell’aggressore in quanto ben sa che i maschi violenti avanzano innanzi tutto proteggendo quella zona.
E tantomeno cercherà di colpire sotto l’inguine a gamba tesa, troppo facile sarebbe per l’avversario afferrar la caviglia, spingerla verso l’alto, torcerla e far cadere la ragazza malamente. E a quel punto la situazione sarebbe difficile da recuperare.

…Per prima cosa devi conoscere bene il territorio. Sapere quali sono le armi e quali sono i segnali. Devi conoscere i codici in uso. Solo così potrai entrare nelle città indisturbata passando dalle porte, sotto gli occhi delle guardie.”

Chiusi il libro.
Andai a stendermi sul materasso a fianco di Teresa, persa nei suoi sogni. Si era tirata il piumone sulla testa come i bambini.
Restai al buio ad ascoltare i rumori della città e a chiedermi cosa dovessi fare.
Scappare e far perdere le mie tracce ai buoni e ai cattivi…
Avrei potuto farlo. Avevo amici sugli Appennini, che vivevano in casali completamente isolati.
E forse l’avrei fatto. Ma volevo anche saperne di più e se fossi scappato non avrei trovato nessuno che mi potesse raccontare la verità. L’unica fonte che avevo a disposizione era in quella casa. Avrebbero telefonato? Chi?
Avevo letto un romanzo nel quale un ricco annoiato veniva coinvolto in una serie di avventure piene di inseguimenti e sparatorie e poi si scopriva che era tutto un gioco, una messinscena organizzata dai suoi amici per fargli ritornare la voglia di vivere.
Forse ero vittima di uno scambio di persona.
Oppure sapevo qualche cosa senza rendermene conto… Oppure ero il sosia di qualcuno che sapeva troppo. C’era poi l’opzione mistica: ero il prescelto per compiere qualche prodigio indispensabile per salvare il mondo. In questo caso avrei presto incontrato un Lama tibetano o la sacerdotessa di una religione dimenticata.
Non riuscivo a concepire altre ipotesi.
La mia mente cercava di mettere insieme pezzi di un puzzle che non combaciavano.
Mi addormentai.
Nella notte, ottenebrato dal sonno, sentii che Teresa mi veniva vicino. E poi sentii le sue braccia abbracciarmi e il suo corpo aderire al mio.
Non mi svegliai completamente neppure quando si mise sopra di me e strusciandosi lentamente mi prese. La sua natura era bollente e si muoveva risucchiandomi. Lei emetteva dei suoni soffocati. Suoni profondi che sembravano venire da aree sotterranee dell’anima… Non c’era niente nel suo ansimare che ricordasse gli squittii e gli strilli di alcune donne… era qualche cosa di più simile al ringhio di una tigre. Era come se il suono, emesso da un punto del suo essere infinitamente lontano e nascosto si diffondesse nel suo corpo facendola vibrare completamente. Era potente e io restai ipnotizzato.
Ci muovemmo lentamente, a lungo, bordeggiando i territori dei sogni fino a quando mi aggrappai a lei violentemente esplodendole dentro.
Poi restammo abbracciati, lei sopra di me, fino a quando il sonno non ci prese di nuovo.

Molte ore dopo si accese la luce. Mi stropicciai gli occhi e vidi una sconosciuta sulla porta.
“Quante volte ti devo dire che non mi devi portare a casa gli sconosciuti che raccatti in giro?”
Mi sedetti sul letto senza interrompere la ramanzina… Tanto non ce l’aveva con me. Una volta tanto ero fuori dallo scontro.
Dissi solo: “Buongiorno.” Per via che sono educato. La giovane donna, con addosso un inappuntabile tailleur grigio e una camicetta bianca, i capelli rossi e ricci raccolti in una coda, continuò a parlare con un tono di voce scocciato: “Ci sono delle regole nella nostra casa. Ora sei maggiorenne e devi rispettarle anche tu. Mi senti?”
Teresa aveva ancora la testa sotto le coperte e non muoveva un muscolo, rannicchiata sul bordo del letto. La donna in grigio continuò a infierire: “Lo so che sei sveglia. E anche questo è un modo idiota di reagire. Hai fatto l’ennesima stronzata, prenditi le tue responsabilità almeno! Oppure discutiamo le regole. Non sei d’accordo? Spiegami perché. Invece tu mi dai ragione in tutto e poi fai quel che ti pare.”
Da sotto il piumone color panna arrivò il frusciare di un movimento e la una voce lamentosa di donna che diceva: “Ok, adesso basta però… Non si può svegliarsi così!”
“Tu puoi fare quel che ti viene in testa, quando ti viene in testa e io invece devo rispettare il tuo sonno e magari evitare di piombarti in camera mentre sei a letto con il tuo amante?” Mi lanciò un’occhiata. Forse sperava mi sentissi colpevole. Non mi sentivo colpevole. Avevo ben altre preoccupazioni. La donna in grigio continuò: “Beh, se tu non rispetti le regole io non rispetto le regole! E ti sveglio e ti strillo quanto mi pare. Almeno stabilisco un deterrente!”
Il piumone fu rovesciato da uno scatto del corpo che ricopriva mentre Teresa diceva con un tono arrabbiato e una voce argentina: “Ma insomma smettila di fare il sergente, sei proprio una lagna! Io non ho fatto un bel niente!”
La ragazza apparve da sotto la coperta.
E a me prese un colpo. Non era Teresa. Era una ragazza bionda, con i capelli lunghi e la pelle bianchissima. Non era Teresa. Le donne non vanno a dormire la sera che sono more e si svegliano al mattino bionde!
E poi la ragazza che divideva il letto con me era molto più giovane di Teresa, una ragazzina!
Una domanda mi si staglio prepotentemente nella testa: “Ma con chi ho fatto l’amore questa notte?"

INDICE CAPITOLI

Capitolo 1 Ottima marmellata d’arance

Capitolo 2 Ragazze educate

Capitolo 3 Una situazione complessa

Capitolo 4 Agguati mentali

Capitolo 5 Eventi indecifrabili

Capitolo 6 La Fratellanza

Capitolo 7 Nera. Ma quanto nera?

Capitolo 8 Il tripudio della confusione

Capitolo 9 La Fortezza

Capitolo 10 Scatole dentro scatole dentro scatole

Capitolo 11 La Polizia Alchemica

Capitolo 12 Fisso il pensiero fisso

Capitolo 13 clicca qui

Capitolo 14 clicca qui

Capitolo 15 clicca qui

Capitolo 16 Pinin

Capitolo 17 Fine

 

La formazione militare delle ragazze. Ottima marmellata d’arance

Buon 2012, che sia un anno radioso!
E per ingraziare un buon anno ecco a voi il primo capitolo di un grandioso romanzo epico.
La prossima settimana la seconda puntata.

La formazione militare delle ragazze.

Capitolo primo
OTTIMA MARMELLATA D'ARANCE

I seni della ragazza stesa nuda sul letto erano tondi in modo impressionante. Ma il movimento che facevano sospinti dal suo respiro mi facevano escludere che fossero finti.
La stanza era grande e semivuota. C’erano il grande letto, un tavolino, una sedia e un armadio antico costruito con tavole sbozzate. Alto come una persona, si stringeva salendo. Il pavimento era di assi accostate munite di incastro. Legno chiaro. Probabilmente acero. Le lenzuola erano bianche e il piumone color panna, ammassato, era sul bordo più lontano del letto e un lembo pendeva fino a toccare il pavimento. C’era una finestra con gli infissi verniciati di bianco. Le pareti era color sabbia chiara. A destra, lungo il muro, al centro, c’erano una cinquantina di libri disposti di costa, come fossero in una libreria pensile.
Lei mi disse: “Raccontami tutto!” La sua voce era morbida e piena, con i suoni leggermente scivolati, quel tanto da renderla sensuale senza farla sembrare una bambina.
In effetti non conosco una parola che identifichi il timbro della sua voce. O forse era il modo di pronunciare le parole che la rendeva particolare. Era una voce che sembrava uscire da una creatura estremamente delicata ed elegante. Ma sapevo che lei poteva essere più dura di uno spigolo urtato al buio di notte, mentre cerchi il bagno in una stanza di albergo della quale hai perduto la mappa.

Questo probabilmente è il punto migliore dal quale iniziare a raccontare quello che è successo.
Quella stanza, quella ragazza con la pelle morbida come un’ombra estiva.
Quella ragazza che muoveva gli occhi come se fosse un premio. Per un eroe. Una pausa, dopo l’ultimo, complicato, ciclo karmico.

La storia non è semplice da raccontare, sennò non starei qui a far girare il cane nel cortile. A giocherellare con l’impugnatura del martello. A vendere frigoriferi agli eschimesi, a contare i piccoli ruminanti…
Che poi le pecore non ruminano…

Era tutto abbastanza normale, nella mia parte di mondo.
Conducevo la mia vita ORDINARIA, quasi convinto di avere solo quella.
Poi improvvisamente mi trovai coinvolto in un sogno, in una telefonata, in una marmellata di arance e dovetti fuggire e poi la ragazza con i capelli riccioli, neri, mi salvò.
In un certo qual senso.

Il sogno era stato molto particolare.
Secondo la mia personale classificazione esistono 4 tipi di sogni.
I sogni standard dove succedono una serie di cose strane che ti lasciano magari perplesso ma non di più. Magari te li ricordi al mattino ma poi scompaiono.
Ci sono gli incubi. Che poi te li ricordi.
Ci sono i sogni nei quali improvvisamente sei cosciente, dentro il sogno, e le cose vanno abbastanza bene. Questi sogni non li ricorderai a lungo.
Ci sono sogni nei quali tutto va male. Tu sei cosciente del sogno e non hai paura.
Ci sono i sogni durante i quali non sei cosciente di sognare, ma mentre sogni pensi a quel che stai vivendo e commenti tutto nella tua testa che sogna.
Ci sono infine sogni che vivi con un’emozione fortissima. Non sei cosciente ma ti rendi conto di vivere un’esperienza estremamente definita, i tuoi sensi captano un’infinita complessità di colori. Super colori. Vividi. E sensazioni emotive, dentro, forti.
Sono sogni che sembrano doverti dire qualche cosa. E ti svegli e contempli le sensazioni che ti hanno lasciato e sai che l’evento onirico conteneva un’informazione essenziale. Ma spesso questa informazione ti sfugge.
Avevo detto che ci sono solo 4 tipi di sogno. Invece ho scritto una lista di 6. Me ne scuso (di correggere quel che ho scritto non se ne parla. Ho paura che se lo facessi perderei qualche cosa di quel che devo raccontare).
Io sognai una donna. Sempre donne. Ho un debole in questo settore. Questa donna mi disse: “Timbuktù è assediata. Timbuktù la profumata. Vieni a salvarmi. I Kung non lasceranno vivo nessuno!”
Mentre sognavo mi dissi: “E’ tale quale al messaggio olografico di Guerre Stellari. La principessa che chiede aiuto allo yedi”.
Era quello il particolare che mi colpiva di più mentre sognavo.
Mi svegliai con quella sensazione.
Il tavolo del mio soggiorno, cucina, camera da letto, era ingombra di un’orda di cose che non avrebbero dovuto stare lì tutte assieme. Ricavai uno spazio libero sgombrando un po’ di piatti, bicchieri, libri, dvd, fogli di carta, giornali, capi di abbigliamento spiegazzati.
Mentre stavo immergendo accuratamente un panino caldo cosparso di burro fresco e marmellata di arance biologica, dentro un the verde, battei sui tasti del portatile “Timbuktù la profumata” E trovai subito, al primo posto, sulla pagine del motore di ricerca planetario, “Timbuktù la profumata è sotto assedio!”
E sotto, in caratteri più piccoli: “Michele Kandinsky ti prego, aiutami. Questo messaggio è per te.”
E subito mi sentii una roba allarmante, come una serie di brividi freddi, lungo la nuca, verso il basso.
Io in effetti mi chiamo Giovanni Lanzacurte. Ma sono anche Michele Kandinsky, solo che non lo sa nessuno. Dai tempi del liceo scrivo e riscrivo una storia noir abitata da un investigatore privato senza licenza che gira con una pistola di piccolo calibro e una mira perfetta.
Un romanzo mai terminato che non ha letto nessuno.
Quindi trangugiai un gran boccone di pane caldo, burro e marmellata di arancia e cliccai per aprire la pagina.
Per inciso a essere fedeli al vocabolario stavo mangiando una confettura. Che non è esattamente marmellata e neanche gelatina di frutta. O forse era veramente marmellata… Non so, mi sono dimenticato la differenza.
Ma CONFETTURA mi dà l’idea di una con il culo stretto e la bocca nella stessa posizione.

La pagina si aprì. C’era una scritta grande: “Giovanni: rispondi al telefono!”
Giovanni sono sempre io.
E poi il telefono squillò. E come sequenza devi ammettere che è da film horror anni settanta.
Ecchemminchia!

Rispondo al telefono e una voce di donna, un’altra ancora, mi dice: “La polizia sta per fare irruzione a casa tua. Non sono poliziotti veri ti vogliono ammazzare. Scappa subito!”
“Ma chi è che parla?” Ansimai io colto alla sprovvista con la marmellata tra i denti.
“Cos’è con non capisci SCAPPA oppure TI VOGLIONO AMMAZZARE?”
Aveva visto troppi thriller ambientati alla Garbatella.
Bofonchiai. Non sono mai stato bravo a rispondere al volo.
Non sono un battutaro. Li ho sempre invidiati quelli…
Comunque io sono una persona prudente.
Così esco di casa.
Lascio giù il cellulare perché scappare col cellulare è da coglioni. Ti beccano col satellite e ti fotografano il buco del culo anche se stai a gambe strette.
Prendo su un coltello però. Un serramanico con le guance di legno colorato e la lama di 15 centimetri con l’incisione: “Coltello della vendetta corsa.” Non sono corso ma li ammiro. Gente determinata. Io sono di Alessandria. Alessandria che è in Piemonte, in un posto dove la nebbia nasconde le inondazioni. In certi periodi è meglio se vai in giro ascoltando la radio e rispettando i limiti di velocità. Sennò rischi di finire in una palude che un’ora prima non c’era. Ovviamente questo succede se vai in auto. A piedi fai tempo ad accorgertene che la strada è finita.
Misi nella tasca sinistra del giaccone color cielo nuvoloso di sera anche tre scatolette di tonno. A lanciare non me la cavo male.
In via prudenziale.
Invece di prendere l’ascensore scendo per le scale. Non esco dal portone, giro a destra e mi trovo in cortile. Lo attraverso, entro nel retro del bar che sta all’angolo.
Un bar etnico che cucina kebab e ha foto dell’Egitto alle pareti. Saluto Miriam, che come al solito sorride. Benedetta ragazza. Esco in strada giusto in tempo per vedere due auto sfrecciare. Oltre l’angolo inchiodano. Mi sporgo oltre il cantone della casa e guardo verso il portone del mio palazzo. Le due auto sono lì davanti e un nugolo di uomini armati sta saltando giù.
Non mi serve di vedere altro e prendo la direzione opposta.
Il sangue mi pulsa in gola.
Faccio un breve riepilogo della mia vita e certifico che non c’è nessun motivo plausibile perché la polizia o qualunque forma di organizzazione militare, legale o illegale ce l’abbia con me.
Sono una persona che conduce una vita ordinaria.
E’ vero che faccio sogni strani e scrivo segretamente un romanzo che non sono mai riuscito a finire. Ed è vero anche che in questo romanzo succedono eventi incredibili e forse morbosi. Ma non abbastanza da provocare qualunque tipo di interesse da parte di chicchessia. Quindi posso solo pensare a uno scambio di persona. A una terribile omonimia. Un malinteso. Ma ho visto abbastanza film americani per sapere che prima di consegnarsi a una qualunque forza umana organizzata è meglio avere le idee chiare, un buon avvocato e possibilmente l’appoggio esterno dell’aviazione militare americana.
Non che ci abbia mai provato. Ma sognare è gratis, e preferisco immaginarmi in una situazione difficile, confortato da un migliaio di marines armati pesantemente e con l’appoggio dei caccia.
I missili intelligenti danno un certo conforto anche se, in fin dei conti, non sono poi così intelligenti.

Comunque percorro a piedi circa 500 metri, badando bene a non accelerare il passo, continuare a respirare, a non muovermi in modo scomposto, a non fare la faccia da pazzo e non parlare da solo. Cammino come una persona ordinaria in un giorno qualsiasi, mentre va o torna dal lavoro, dalla spesa o da un incontro sentimentale. Cammino e basta. In modo neutro.
Cerco di essere solo un frammento della folla non identificata.
Poi arriva una ragazza a bordo di uno scooter. Ha il casco integrale dal quale spuntano capelli lunghi, ricci e neri.
Mi dice: “Sali!”.
“Dove?”
“Come dove?!? Su questo motorino!”
Non devo avere l’espressione intelligente. Evidentemente ero sotto shock.
“Tutto va troppo veloce!” Dico io.
Quando le cose vanno troppo veloci a volte fermarsi è meglio.
La ragazza alza la visiera bluastra. Mi guarda negli occhi.
Noto che ha un contorno di rimmel.
Mi dice: “Non c’è tempo. Scegli. O sali o me ne vado e ti arrangi.”
A volte le cose corrono ma non c’è tempo per rallentarle.
Salgo dietro di lei e mi attacco ai suoi fianchi mentre parte veloce ma senza sgommare. E senza sgasare. Profilo basso.
Dopo due chilometri di traffico nel quale zigzaga si ferma di fronte a un bar. Mi passa una borsa da ginnastica blu. Mi dice: Vai nel bagno degli uomini e cambiati. Lascia giù tutto, dalle mutande al cellulare. Non portarti niente. Ripasso tra 5 minuti esatti. Se non ci sei me ne vado.” E si ributta nel traffico.
Soppeso la borsa blu. E' leggera, evidentemente non contiene una bomba.
Entro nel bar. Il bagno è in fondo alla sala. Scelgo il bagno delle femmine. Quando non capisci cosa succede è meglio se non segui fedelmente il copione. Segui l’istinto.
Mi cambio. Conservo solo il coltello e le tre lattine di tonno. Lì di sicuro non ci hanno messo microspie.
Dopo 5 minuti sono sul marciapiede con la borsa in mano.
Lei arriva: “Non hai buttato la borsa.”
“Non me lo hai detto.”
Prende lei la borsa. Io salgo dietro e le cingo i fianchi.
E' piacevole. Si mette la borsa blu tra le gambe. Parte. Dopo mezzo minuto a un semaforo appoggia la borsa nel cassone di un triciclo con il cassone, carico di rottami. Rottame più rottame meno...

 

INDICE CAPITOLI

Capitolo 1 Ottima marmellata d’arance

Capitolo 2 Ragazze educate

Capitolo 3 Una situazione complessa

Capitolo 4 Agguati mentali

Capitolo 5 Eventi indecifrabili

Capitolo 6 La Fratellanza

Capitolo 7 Nera. Ma quanto nera?

Capitolo 8 Il tripudio della confusione

Capitolo 9 La Fortezza

Capitolo 10 Scatole dentro scatole dentro scatole

Capitolo 11 La Polizia Alchemica

Capitolo 12 Fisso il pensiero fisso

Capitolo 13 clicca qui

Capitolo 14 clicca qui

Capitolo 15 clicca qui

Capitolo 16 Pinin

Capitolo 17 Fine

 

Siamo l’Armata Zapatista (versione senza fucili)

Sub comandante Marcos(Questo è un racconto criptico su quel che stiamo per fare, non che ci siano segreti… è solo che il linguaggio corrente non esprime i concetti.)

Sto radunando la vecchia banda. Quella che suonava il rock e non faceva le rapine.
E’ come il discorso degli zapatisti. La banda può essere di rapinatori o di suonatori.
Gli zapatisti li puoi avere in versione light o hard. Noi siamo la versione light.

Alcatraz compie 30 anni.
Scusate ma mi vien l’impulso di un po’ di trionfalismo.
Mia mamma mi diceva che sono incostante. Qualche mese fa ha ammesso che si era sbagliata.
E ringrazio il Grande Culo Cosmico che ha vegliato su di me, o forse le mie nonne, perché 30 anni in questa valle verde sono stati proprio un bel regalo.
Mi fermo qua e vi lascio intuire il resto dell’autoincensazione, ingigantito dal fatto che dopo 18 anni alla fine sta nascendo l’Ecovillaggio.

L’esercito zapatista era pronto all’insurrezione, avevano le camice blu e i pantaloni bianchi tutti uguali e anche il berretto, cuciti la sera dopo mangiato, in mille case.
E non vi dico la fatica per trovare i fucili.
Dovevano prendere in un colpo solo tutti i commissariati del Chapas, una cosa complicata.
5.000 uomini e donne, pronti e armati, con le divise immacolate, appostati in un centinaio di capannoni, forre e granai. Si aspettava il segnale per attaccare, il proiettile in canna, pronti a togliere la sicura.
Uno sforzo immane, una preparazione che andava avanti da anni, discussa da tutti ogni virgola e nessuno ne aveva mai parlato. Avevano il tesoro di tenere la bocca chiusa. E poi, improvvisamente ci si accorge che quelli di San Fernando non sono arrivati. “Ma porca zozza l’anima traditrice, non va bene.” disse una donna anziana con in mano un fucile più grande di lei. E dopo un po’ il comandante Marcos comunicava che non se ne faceva niente, era tutto rimandato di un anno. Perché la data, per tutta una serie di motivi, doveva restare quella di quel giorno. I particolari sono essenziali.
Noi non abbiamo dovuto rimandare di un anno ma di dieci. Siamo zapatisti lenti.

Dicevo che sto cercando di radunare la banda.
Il problema è che non ho tutti gli indirizzi.
A volte mi mancano anche i nomi.
Ma di che parli?
Mi chiederà qualcuno.
Appunto. Un discorso criptico, l’avevo detto.
Cerco di spiegarmi.
La banda.
Ti ricordi della banda?
Suonavamo la musica demenziale, indiani metropolitani, biodinamici sperimentali, vignettari satirici, imprenditori ludici, tessitori di relazioni, marinai, guitti, volontari.
Forse per capirsi è meglio un questionario.
Fa parte della banda chi può rispondere sì a almeno 3 di queste domande

Al secondo Festival di San Scemo, al palazzotto dello sport di Torino, hai attaccato a ballare in modo esagerato? (quando attaccò “E’ colpa di tua mamma che non vuole che facciamo, l’amore sopra il letto in cucina o sul divano, facciamolo sul tram nel centro di Milano…
Vorrei prenderti sul tram della circonvallazione!”
Eri sul Ticino, quel giovedì di giugno che ci trovammo in 100mila a sparar cazzate sopra i prati quando fummo attaccati da pensieri smodati a proposito di futuri incrociati.

Di fronte al bar Magenta, il 7 dicembre del ’77 pochi minuti prima che la polizia caricasse uscendo dal buio e facendo quel massacro, hai avuto la sensazione che eravamo spacciati ed era finita un’epoca?

Sei la zia di quella ragazza di Latina, molto carina, che aveva gli occhi del colore del cielo la mattina?

Conosci il Mistero Assoluto della Liposuzione?

Conosci Adelmo Ferraretti?

Hai voglia di costruire qualche cosa di divertente, politicamente rilevante, umanamente confacente, impertinente, impenitente, progressista e affascinante?

Hai un forte impulso a uscire dalla linearità ripetitiva di un certo periodo della tua vita?

Hai un paio di occhiali tipo Blues Brothers?

Sei John Belushi? (o anche John Lennon, è indifferente)

Fai vignette disegnate alla grande?

Vorresti comporre istant song satiriche? (ma sai suonare o usi Garage Band?)

Hai una voglia a forma di mandala sulla natica sinistra?

Sai dirmi quali sono i 7 segreti che il gigante della foresta svela a Gilgamesh, in cambio della promessa (povero fesso) di future disponibilità della sorella di quest’ultimo?
(questo vale 100 punti e una settimana da Grande Puffo a Puffonia. Anche perché nel poema Il Gilgamesh non c’è scritto…)

Capisci Google? (personalmente)

Hai visto a volte l’alba sembrare un tramonto?

Se hai risposto di sì ad almeno 3 domande sei nei guai perché hai incontrato “Il Reclutamento Automatico Passivo”, una specie di droga numerica progressista che ti spinge inesorabilmente verso intensi rapporti sociali e artistici.

Vieni qui, domani. Se no collegati alle ore 18 su www.alcatraz.it
Faccio una diretta (visibile poi in differita).
Obiettivo numero uno: un web corteo di fotomontaggi compromettenti, un inno, una rete di blog eversivi e assolutamente molto altro.
Insorgete.
Il Rock & Roll Demenziale è tornato.
Non faremo prigionieri… Solo agglutinamenti.
(Sire non è una rivoluzione. E’ una mutazione!!! - sui muri di Parigi, maggio ’68)

PS
Lunedì, se il Gran Kebab del web lo vuole, aprirà i battenti www.ridere.it, diciamo verso le 18,08.
Si tratta di una corazzata. Vuoi satireggiare?
Dag a doss!

Preparatevi.
Psicologicamente.
Nulla poi sarà più uguale.
Siamo tornati.
Suoniamo male
Siamo stonati
Mangiamo l’Inferno
Scoreggiamo al profumo di violette.

Aug!

Post Post
Mi sento un po’ esaltato questo pomeriggio… Com’è?

Detto in altre parole: da lunedì a domenica, per 7 giorni vorrei far finta che esistesse la mega comunità creativa di cui da tempo si vagheggia su queste pagine. Più di 7 giorni si crolla ma 7 giorni se po’ fa. C’arprovamo?

 

A volte gli escrementi volano alti. Ma prima o poi ricadono per via che non hanno le ali.

Il ritorno di Toni Barra, investigatore privato al servizio del Sindacato Metalmeccanici.

Ero andato a accompagnare la piccola Engels a scuola. La sua maestra di religione mi ha guardato come se vedesse uno streptosauro produrre un escremento grande come una Mini Minor. Gialla.
Avevo detto a Engels che Gesu', essendo un ebreo di 2.000 anni fa, difficilmente poteva essere biondo con gli occhi azzurri. Era tale e quale a un marocchino.
E probabilmente Engels l'aveva detto alla maestra.
E la maestra era rimasta sconvolta: le avevo stravolto l’immagine di Dio.
Ma sono abituato all'odio fondamentalista.

Andai al Bar Pannacci, il migliore del quartiere, e ordinai il mio solito cappuccino con cornetto e bicchiere d'acqua fredda ma non ghiacciata, senza gas. Dissi: "Il solito." E’' uno dei vantaggi del scegliere il miglior bar e andarci tutti i giorni.
La barista, Silvia, una ragazza squisita, mi disse: "Ci sono due armadi che ti danno la caccia. Vuoi che chiami la polizia?"
Scherzava. Ormai li conosce anche lei. Mi sedetti al tavolino e iniziai a inzuppare la massa morbida e dolce del cornetto. Perfetta. Me la presi calma, tanto il sindacato e' come la pioggia, se ti deve beccare ti becca.
Avevo appena finito di deliziarmi le papille gustative quando i due armadi rispuntarono: erano Sacco e Vanzetti. Per un istante non li riconobbi. Erano tirati a lucido, gessato blu notte.
"Lasciatemi indovinare, non e' che il capo del sindacato metalmeccanici mi vuole subito, immediatamente nel suo ufficio..."
Sacco, che e' il piu' loquace disse: "Andiamo."
Non un BUON GIORNO o cose frivole del genere. Si esercitano per essere cosi' duri?
No, probabilmente gli viene spontaneo.
Salimmo sopra una Skoda blindata del ‘78, di quelle fatte ancora dai comunisti. Roba indistruttibile.
Vanzetti guidava come al solito lentamente. Raramente superava i 20 chilometri orari.
Ma ora stava fisso sotto i 12. Sembrava stesse pensando intensamente.
Non era normale.
Chiese: "Ma secondo te un nemico e' sempre un nemico?"
Era chiaro che si trattava di una domanda trabocchetto. Preferii essere evasivo.
"Dipende..."
E feci bene. Inizio' a bestemmiare in romagnolo stretto. Spaventoso.

Arrivai di fronte alla porta dell'ufficio del capo e sentii uno strano odore. Non si avvertiva piu' quella nuage di muffa, sigarette e mortadella con la salsiccia e il pecorino coi vermi. Era piuttosto una cosa tipo eau de rose.
Il capo, per fortuna aveva la solita faccia da tritacarne, 120 chili di peso e la mascella stava triturando una braciola. Cruda.
"Cazzo, Toni, devi darmi una mano. E non tirarmi fuori anche tu delle storie di merda sul passato. Hai qualche obiezione?"
"E come faccio a dirtelo? Non mi hai ancora detto niente."
"Non iniziare a fare il sofista anche tu!!! Hai presente quando le cose sono sottili e arrivano al loro termine? Come si dice? Non mi viene la parola..."
" Fini?"
"Ecco, si'. Lo devi proteggere."
"Cosa?"
"A minuti arriva una di loro. Farai coppia con lei. Ci serve di sapere chi cavolo sta organizzando questa messa in scena. Hai sentito Castelli da Santoro? Ha detto che uno che riveste una carica pubblica ad alto livello non puo' avere a che fare con societa' off shore. E Berlusconi, che ne ha fatte a decine di societa'' off shore, non conta? C'hanno l'onesta' intellettuale di un coccodrillo morto."
Non avevo ben capito: "Fai un passo indietro dai coccodrilli. Chi dovrei proteggere?"
"Senti non cominciare a rompermi i coglioni anche tu. Ma lo sai che una volta ho dovuto fare servizio d'ordine per Mastella? E non dovevamo ucciderlo, dovevamo stare attenti che non si facesse male. Hai capito?
Operai comunisti a difendere Mastella. Che schifo? Quindi fai il tuo dovere e
basta."
Non riuscivo ad articolare i pensieri. "E lei chi sarebbe?"
"Non sarebbe... E'. Togliamo le incertezze. Lei e' una ex del servizio d’ordine di Alleanza Nazionale."
"E me lo dici cosi'…"
"E come te lo dovevo dire, in francese?"
"Dio mio!"
"Bene, mi fa piacere che tu sia diventato credente. Ti sara'' piu' facile, grazie al perdono e a tutte quelle belle cose che avete voi cristiani."
"Ma che stronzate dici?"
Stavo per partire per una sequenza di improperi quando la porta si apri' senza preavviso e entro' una giovane donna con un completo blu, gonna al polpaccio e scarpe ortopediche. Anche carina se vogliamo....
Mezz'ora dopo eravamo in auto. La Skoda. Lei voleva prendere il suo Mercedes ma io lo avevo escluso. Sui principi si puo'' trattare solo fino ad un certo punto.
Avevamo seduti dietro Sacco e Vanzetti che facevano finta di non esistere.
Probabilmente stavano elencando la lista dei ragazzi uccisi dalla polizia tra il 25 aprile 1945 e il 2001.
Lei, che si chiamava Sofia Garingotti, mi disse: "Non credere che per me sia facile lavorare con voi. Ma sono stata educata a Credere, Obbedire e Combattere. E obbedisco."
"Allora in questo siamo simili. Anche noi siamo abituati a obbedire. Anche nel caso in cui non c'e' piu' niente da credere."

Mia nonna diceva sempre che se vuoi sapere qualche cosa devi chiedere a una donna. Diceva anche che se devi sparare e' meglio usare un mitragliatore. Ma questo non c'entra, non dovevamo sparare a nessuno.
Probabilmente.
Andammo da Milu', una ragazza che faceva la pranoterapeuta. Lasciai Sacco e Vanzetti in auto. Sapevo che preferivano stare il piu' lontano possibile da Sofia, la storia della collaborazione con frange democratiche ex fasciste li confondeva.
Milu' era famosa nel suo campo e curava gente di tutti i tipi. Forse lei ne poteva sapere qualche cosa. Era in debito con me per via che si era fidanzata, in un momento di confusione mentale, con il capo della polizia politica. E quando lo aveva mollato per un ragazzo della fonderia, lui aveva iniziato a fare il prepotente.
Gli avevo spiegato che la nostra priorita'' non era piu' quella di uccidere poliziotti ma che potevo sempre andare a casa sua a prendere un the con un migliaio di extracomunitari polacchi miei amici. Aveva capito che facevo sul serio e l'aveva piantata di rompere.
Milu' lancio' un MAYDAY su Facebook, tra le sue amiche veggenti, macrobiotiche e sensitive: “Cerchiamo storie su un tale che ha coperto di merda Montecarlo.” Era una frase allusiva. La rete inizio' a scatenarsi. Trovammo cosi' il contatto con un’imbalsamatrice di gatti da salotto e chihuahua che ci disse che conosceva un tipo che aveva il dono di finire dentro a tutti guai, dagli scandali con le escort a quelli con
travestiti e cocaina.
Andammo da lui. Questa volta Sacco e Vanzetti erano con noi in ascensore mentre salivamo al terzo piano di una palazzina di lusso dove aveva sede la International Communication Stars. Una segretaria che aveva le unghie laccate di 5 colori diversi ci disse che il commendatore non c’era. Passammo oltre, sfondammo la porta. Facemmo alcune domande. Il commendatore fece il vago. Sofia, la nostra accompagnatrice di destra, gli afferro' il cavallo dei calzoni. Forse afferro' anche qualche cos’altro. Il faccendiere inizio' a gridare.
Sacco e Vanzetti fecero qualche cosa che poteva sembrare un sorriso, ma serviva un po’ di fantasia per vederlo.
Il tipo inizio' a parlare. E’ stupefacente quanto poco resistano. Fanno sempre i coraggiosi coi coglioni degli altri.
Fu cosi' che entrammo in possesso di tutte le informazioni che ci servivano e anche di molte altre completamente inutili. Non smetteva piu' di parlare. Ci confesso' anche che da piccolo aveva rubato 500 lire a sua zia. Mi segnai il nome della zia per andarglielo a raccontare. A volte sono un po’ stronzo.
La situazione MONTECARLO era abbastanza semplice. Un uomo, che veniva descritto giovane e bello, con gli occhi azzurri e molti capelli, aveva commissionato a un ex giocatore di calcio dopato la realizzazione di una polpetta avvelenata, questi si era rivolto a un paparazzo, stipendiato dai servizi segreti deviati, dal Sifar alla Gladio, che era amico di un tale che stava in Costa Rica e vendeva banane ma siccome per le nuove leggi dell’Unione Europea le banane sono andate in crisi si era messo a organizzare un servizio a tassametro con ragazze compiacenti, e aveva anche corrotto il presidente di una repubblica caraibica in crisi per il commercio delle banane al quale ha promesso di spostare li' lo stabilimento della Fincantieri di Castellammare di Stabia, e per questo motivo alla fine il presidente della repubblica aveva dichiarato che era vera una sua lettera falsa in cui dichiarava che il cognato di Fini era il proprietario della societa' off shore che si era comprata la casa di Montecarlo regalata da una vecchia signora fascista a Alleanza Nazionale, il cui valore (della casa non della vecchia signora) era stato stimato in 270 mila euro ed era stata invece venduta a 305 mila euro. Cioe' di piu'. Contemporaneamente Feltri dava le dimissioni da direttore responsabile di Libero per evitare che Cuba lo condannasse all’ergastolo.
Insomma il solito casino.
Tornammo dal Capo del sindacato. Sacco e Vanzetti stavano squamandosi perche' non c’era modo di abbassare il riscaldamento della Skoda che era andato in tilt, e loro non se la sentivano proprio di togliersi la cravatta di fronte a una militante dell’estrema destra anche se al momento la destra estrema pareva piu' a sinistra di Rutelli (che non ci vuole molto).
Il Capo si fece raccontare tutto due volte. Poi disse: “Cazzo, che casino.”

Quella sera il mondo mi pareva una cloaca confusa.
La verita' diluita in un mare di merda liquida.
Avevo passato la giornata a collaborare con una ex squadrista.
E mi chiedevo cosa ne avrebbe detto mia nonna.
Dopo cena misi a letto Engels e le raccontai la storia dell’orco Agnelli che faceva morire gli operai della verniciatura.
Poi pero' gli operai si vendicavano e compravano solo Volkswagen. Che una volta erano una fabbrica nazista e invece adesso sono simpatici.
Il mondo cambia.
Engels si addormento' sorridente.
Io mi sedetti di fronte alla tv e iniziai a massaggiare i piedi della donna della mia vita, Rosa, che e' tutta rosa, mentre guardavamo Santoro aggirare la censura con un dribbling alla Maradona. Poi andammo a verificare se e' vero che esiste un punto oltre il quale il respiro si scioglie e diventa musica dentro l’anima.
 

I possedimenti del demonio

Per leggere la prima parte del racconto clicca qui

Alcibiade Scassi lascio' il Questore, Adolfo Bellagamba, dicendogli che avrebbe fatto il possibile per aiutarlo a districarsi dall’inchiesta piu' pazzesca che abbia solcato con il suo faldone i paludosi mari giudiziari italiani.
Il Questore in cambio aveva promesso che gli avrebbe fatto togliere la multa da 4 milioni di euro per divieto di sosta.
Ed era ovvio anche che Bellagamba non avrebbe mosso un solo muscolo vocale per la multa di Alcibiade se lui non avesse prima risolto il mistero.
Il mistero riguardava una banale inchiesta su di una ragazza ricca scomparsa, che era arrivata a coinvolgere il Presidente del Consiglio, il KGB, un ramo deviato del Mossad, Lenin, Mao Tse Tung e la camorra.
L’aspetto della storia che aveva sconvolto di piu' Alcibiade erano le prove che dimostravano che Ilona Staller, in arte Cicciolina, pornodiva degli anni ’80, fosse la figlia segreta di Mao Tse Tung. Alcibiade da ragazzo era stato un militante maoista.
La questione che metteva in ansia il Questore Bellagamba era che nell’inchiesta erano coinvolti praticamente tutti i tipi di traffici e di corruzioni e tutto il campionario possibile di tresche, insabbiamenti, servizi segreti, compravendita di informazioni, segreti, video di accoppiamenti e consumo di droga. La cosa impressionante era poi la mole di prove e confessioni di cui la Polizia era entrata in possesso.

Bellagamba era con le spalle al muro. Se andava avanti con l’indagine era un uomo finito, nessuno puo' mandare in galera decine di alti papaveri di svariate potenze occidentali e continuare a fare il Questore.
E d’altra parte come poteva bloccare le indagini? Aveva talmente tante prove inconfutabili da farci un castello di carta e dvd.
Alcibiade provava pieta' per quell’uomo. E anche per se' stesso: se non fosse riuscito a farsi togliere alla svelta la megamulta avrebbe avuto gravi problemi economici.

Alcibiade decise di darsi da fare.
Ando' a casa, si spoglio' nudo, in cucina, sorseggiando ginseng, si lavo' sotto la doccia, traccio' un grande cerchio con il gesso sul pavimento di cotto grezzo, all’interno del cerchio disegno' una stella a 6 punte formata da due triangoli sovrapposti, l’antico simbolo delle due polarita' energetiche diventato solo millenni dopo simbolo di Israele. Accese due candele e un incenso e mise agli angoli della stella pezzi di pirite, rame nativo, cristallo di rocca, una pietra occhio di tigre, granito e sabbia.
Poi si sedette al centro del pittogramma, semisdraiato sopra una grossa poltrona ergonomica.
Chiuse gli occhi e inizio' a ascoltare le sensazioni che provenivano dal suo corpo.
Dopo circa due ore smise di russare. Resto' a contemplare i brandelli di sogni che erano restati attaccati alla sua coscienza razionale. Aveva sognato qualche cosa a proposito di un barile di birra, il sole, una ragazza che sapeva tutto ed era molto carina, coi capelli neri riccioluti e la pelle chiara. Nel sogno c’era anche un albero-casa dove vivevano alcuni ex bancari di Alessandria. Alessandria in Piemonte, no quella in Egitto.
Decise che innanzi tutto doveva trovare la ragazza.
Puo' sembrare strano mettersi a cercare una ragazza incontrata in un sogno. Ma Alcibiade vedeva le cose cosi'.
Lui era un investigatore olistico. Per lui il mondo era un ricamo di coincidenze con microcosmo e macrocosmo intimamente interconnessi e una visione taoista della concatenazione tra cause e effetti. A volte tutto e' rovesciato: quello che apparentemente e' l’effetto di un evento in realta' ne e' la causa e la causa lo e' solo apparentemente.

Decise che quella era comunque una storia di grandi appetiti sessuali ed economici. Quindi trovo' logico, per affinita', iniziare le sue ricerche da un ristorante biologico in cima a una montagna. Un posto nel quale non capitavi per caso. La cucina era superba, venerata da una scelta cerchia di estimatori del buono senza orpelli. Il buono che ti prende il palato e te lo porta a farsi un giro nello zen.
Conosceva Paolo, il ristoratore che era anche il regista del ristorante. Ai fornelli c’era Sua Sublimita' Alessia Fantozzini Salice. Neanche lo Spirito Santo sapeva far saltare gli spaghetti alle vongole come lei.
Dopo che Alcibiade ebbe spolverato 4 capesante che erano una forma di preghiera, un humus di ceci filosofico, un roccolo (di mucca) che ti leggeva nel pensiero e una mousse di lamponi che conosceva il karate, decise che poteva parlare con Paolo il ristoratore.
“Credo che esistano 22 colonne che reggono il cielo. Sicuramente questo posto e' una delle 22 colonne. Detto questo avrei bisogno di un tuo aiuto. Guardami e immagina una storia incredibile. Avrei bisogno che tu mi dicessi cosa vedi attraverso i tuoi occhi.”
Passarono alcuni secondi che servirono a Paolo per osservare serenamente Alcibiade.
“Vedo un gran piatto di ossobuco. Alcibiade. Ossobuco con risotto allo zafferano e fiori di zucca. Possibilmente non fritti, seccati al forno. Tostati. Ridotti alla trasparenza.”
“E dove si mangia una cosa simile?”
“A Ivrea, certamente. Al Ramarro Ubriaco. E’ un locale poco conosciuto ma te lo consiglio.”
Mentre usciva, Alcibiade passo' a salutare Alessia Fantozzini Salice e porgerle i complimenti per la sua spiritualita' alimentare.
Lei lo guardo': “Alcibiade, stai attento, hai una nuvola nera sulla testa. Quando hai fatto l’amore l’ultima volta?”

Alcibiade dopo due giorni era seduto davanti ai fiori di zucca tostati semitrasparenti. Stava raccogliendo le energie per dedicarsi assolutamente a quella comunicazione percettiva che si sarebbe instaurata tra le sue papille gustative e l’Universo.
Poi immerse la forchetta nel risotto cremoso. Quando la porto' alla bocca capi' perche' Dio aveva previsto che si inventassero le forchette. La forchetta porta il cibo in un punto particolare della bocca, diverso dal punto dove arriva il cibo mangiato col cucchiaio. Gliel’aveva dimostrato Fabio Picchi, del Cibreo, con una ribollita, che va mangiata con la forchetta.
Una ragazza lo stava guardando. Era seduta dall’altra parte della piccola sala. Aveva addosso una specie di Montgomery marrone con un’ampia mantellina. Sotto portava una giacca testa di moro. Daino tinto, probabilmente.
Quando Alcibiade ebbe finito con il risotto, le polpette di pollo, la trota in carpione, le patate dolci, la polenta bianca e l’insalata di campo con l’aceto non balsamico e l’olio d’oliva verde, la ragazza si avvicino': “Si vede proprio che lei gusta il cibo. Deve aver sofferto molto. Mangia come un evaso da un campo di concentramento. Lento ma inesorabile. Le dispiace se mi siedo qui vicino a lei? Credo che la vita sia l’arte dell’incontro e quando vedo qualcuno che sollecita la mia curiosita' mi sembra un crimine non parlargli. Io mi chiamo Anna Sinisbaldi, di mestiere compro e vendo stock di medicine in giro per il mondo. Lo faccio in modo etico. Facciamo arrivare a un prezzo ribassato medicine che scarseggiano in un paese ma che in un altro sarebbero restate invendute. Il mercato globale e' il caos e noi ci mettiamo un po’ di buon senso.”
Alcibiade non voleva guardarla. Sapeva gia', dalla voce, che lei era bellissima, che aveva meno di 30 anni mentre lui ne aveva piu' di 50. E sapeva anche che lei era la ragazza del sogno. Ci era dentro fino al collo. E intuiva che se avesse alzato gli occhi e l’avesse guardata avrebbe provato un’emozione potente che lo avrebbe fatto vacillare fin nel profondo. In effetti non faceva l’amore da parecchio tempo.
La ragazza lo guardo' intensamente aspettando una risposta. Intanto si era gia' seduta. “Non vuoi rispondermi uomo? Che ti succede? Hai chiuso i rapporti con gli esseri umani e ti interessano solo le delizie del palato? E’ una forma di religione?”
Alcibiade inizio' a dire, senza guardarla: “Vedi, ogni tanto mi sento preda delle vertigini. Come quando penso che il rapporto di grandezza tra il nostro Sole e la Via Lattea e' lo stesso che corre tra un puntino sopra una “i” stampata dentro un libro e tutto il Nord America. Se poi penso che ci sono miliardi di galassie…”
E per un attimo la vertigine di vedere quell’idea destabilizzante lo distrasse dai suoi propositi e mentre diceva: “galassie” alzo' inavvertitamente gli occhi e guardo' il viso di lei.
E quel che aveva temuto si concretizzo' violentemente.
Lei era la ragazza del sogno e lui si trovo' sbalzato dalla sedia. Sbalzato a livello di anima sparata a mille metri sopra il suo azimut.
Lei gli sorrise accorgendosi dell’effetto che aveva su di lui. Sono cose che alle donne piacciono.
Potere assoluto.
Due ore dopo erano distesi sopra un letto. Coperte e lenzuola erano finite per terra durante il parapiglia.
Sorridevano entrambi.
Lei stava fumando una canna.
Lui disse: “Credo che ci si sia incontrati per una ragione precisa. Ti ho sognata due giorni fa.”
“Curioso.”
“C’e' in ballo una storia impossibile. Traffico di rifiuti nucleari, Mossad, squillo, capi di stato, camorra, grossi affari, palazzi, finanziarie vaticane. Ne sai qualche cosa?”
“Niente di niente, frequento altri ambienti. Pero' conosco un pittore di Bergamo che e' fissato con i complotti, se vuoi te lo presento.”
“Meglio un pittore di Bergamo che un calcio nel sedere.”

Il giorno dopo, all’una e un quarto, Alcibiade aveva gia' inviato 18 sms a Anna Sinisbaldi. Si sentiva un adolescente nel pieno di una tempesta ormonale.
In quel momento era fisicamente seduto di fronte a una polenta con i bruscit, carne macinata di vitello, rosolata e poi fatta consumare con pomodoro e brodo e un sacchetto di tela con dentro un cucchiaio di semi di finocchio selvatico. C’e' Dio e poi c’e' la polenta coi bruscit. E milioni di esseri umani non l’hanno mai mangiata! E poi ci stupiamo se c’e' la guerra e i film sono di bassa qualita'?

Oltre il piatto di polenta c’era un bicchiere di barolo, una bottiglia d’acqua, un altro bicchiere, un piatto di melanzane alla parmigiana fritte in olio d’oliva di frantoio. Oltre le melanzane c’era un sessantenne con i capelli a spazzola alla giovinastro, Camillo Pizzoccheri, il pittore.
Alcibiade gli aveva spiegato tutta la storia.
Camillo a un certo punto l’aveva interrotto: “Ascoltami, mi sono fatto un’idea. Io sono anni che studio i complotti. Da piazza Fontana in poi. Per anni ho cercato i nessi tra diversi atti criminali, i grandi monopoli finanziari, i trust di fabbricanti d’armi, i cartelli della droga, i signori della guerra. E ho visto semplicemente che sono milioni i farabutti e sono tutti parte di un’unica ghenga. Avrai sentito dire che solo 6 passaggi di conoscenze mi separano da Obama, o da qualunque altro essere umano. Io conosco uno che conosce uno che conosce uno che conosce Obama…
Il mondo dell’illegalita' e' molto piu' ristretto dell’intera umanita'. Un professore americano, Aliosha Ungrainj, ha teorizzato che tra i disonesti i gradi di separazione siano solo 4. Ma questo non vuol dire che siano tutti d’accordo.
Fanno complotti dalla mattina alla sera ma poi gli interessi dei singoli, le correnti, i localismi, i tradimenti, i doppiogiochisti e l’entropia mandano tutto al cesso.
Il complotto richiede un livello di perfezione che non e' di questo mondo. E’ come l’Araba Fenice o il Santo Graal. Molti provano a trovarli ma nessuno riesce. Semplicemente perche' non esistono.
Certo, se ti dai da fare puoi creare una mappa di tutti i crimini e dimostrare che sono interconnessi, ma non vuol dire che siano architettati da una regia unitaria.
La vita e' essenzialmente un gran casino.”

Quella sera stessa Alcibiade era davanti a un’insalata mista di campo, 7 diversi tipi di foglie morbide e croccanti, con scaglie di parmigiano reggiano invecchiato trenta mesi, prodotto da mucche che producevano al massimo 20 litri di latte al giorno e mangiavano solo fiori biodinamici e frutta permacoltivata. L’olio era stato spremuto per affioramento da olive raccolte scuotendo l’albero in una notte di luna piena.
Il commissario Bellagamba sorseggiava un the verde e si vedeva che gli faceva schifo.
Alcibiade gli disse: “Mi sono informato. Sei capitato in un Triangolo delle Bermuda di casualita'.
Ma posso suggeriti una via d’uscita. L’ho escogitata venendo qui in taxi. Ho telefonato al mio avvocato, e mi ha detto che secondo lui la soluzione regge. Secondo me devi sollevare un problema di sicurezza nazionale. Passa la patata bollente ai servizi segreti. Seppelliranno tutto ma tu ti salverai il nobile deretano.”

Il giorno dopo annullarono la multa per divieto di sosta da 400 milioni di euro con una lettera di scuse.
Dopo qualche altro giorno i giornali pubblicarono la notizia che Bellagamba era morto in un disastroso incidente d’auto.
Alcibiade penso': “Non ha funzionato.”
La cosa gli abbasso' l’umore.
In tv infuriava la polemica sulla legge che vietava le intercettazioni telefoniche e ambientali.
Il ministro dell’interno Maroni diceva che era troppo comodo per i giudici acchiappare i criminali con le microspie.
Bisognava ristabilire un equilibrio di forze tra giustizia e malavita?
Persino la Polizia stava protestando.
Alcibiade penso': “Non riusciranno a far passare questa legge, e' troppo assurda. E se ci riusciranno sara' la loro fine. Verra' fuori un crimine orribile e poi si scoprira' che la polizia avrebbe potuto impedirlo se avesse potuto intercettare per altre 24 ore soltanto. E ci sara' un’ondata di proteste. Poi cadra' il governo.
Poi telefono' a Anna Sinisbaldi.
Lei gli disse: “Sto cucinando un risotto con ananas, uvetta, banane, mele e mandorle tostate. Se sei qui entro 20 minuti te lo faccio assaggiare:”
Lui si infilo' le scarpe e usci' di corsa.
C’e' un nesso invisibile tra la qualita' del cibo che gli italiani mangiano e la qualita' dei loro governanti.
Mangiare bene e' una forma di opposizione politica.
Se dopo fai sesso con amore l’effetto si moltiplica esponenzialmente.

Mentre viaggiava a bordo della sua bicicletta, penetrando il traffico urbano come fosse burro, Alcibiade vide un cartello: “Lasagne bianche rosse e verdi contro la legge bavaglio!”
Sotto c’era la firma di Sloow Food.
Alcibiade fu sicuro che il mondo stesse migliorando.

 

Lasagne bianche rosse e verdi contro la legge salvacriminali

Come e' possibile che gli italiani tutti non insorgano contro una legge che rendera' ancora piu' difficile la lotta alla criminalita'?
Vietare le microspie in spazi privati e limitare le intercettazioni vuol dire far lavorare le forze dell’ordine con una mano legata dietro la schiena.
Solo un popolo che ha perso il senso della vita e del buon senso puo' accettare un simile abominio.
Evidentemente esiste un vuoto culturale che non e' colmabile utilizzando solo la controinformazione politica.
Qui c’e' un vuoto emotivo, sensoriale, umano.
Abbiamo cosi' deciso di aprire un fronte di lotta nel nostro settore specifico: il cibo. Il governo salvacriminali e' l’altra faccia della carne in scatola, delle patate fritte con olio di semi spremuto chimicamente, del cibo precotto insaporito con additivi chimici.
Se gli italiani non si ingozzassero di fast-food, coloranti e conservanti forse non tollererebbero un governo avariato.
Per questo vogliamo organizzare una serie di cene patriottiche e sublimi: dare nuova forza al substrato sensoriale del buon senso, celebrare la vita e il progresso, il bello e il buono contro l’umiliazione della legalita'.
Il buon cibo apre la mente!

Sabato 19 giugno, ore 20:00, a Alcatraz, vieni anche tu alla cena di protesta contro la legge salvacriminali.