Ecofuturo TV: dopo il successo delle puntate di primavera presto uno speciale

Dopo il successo del ciclo di puntate di questa primavera, torna -fra pochi giorni- la trasmissione televisiva di EcoFuturo nel circuito di emittenti di Fox Production & Music.
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Il teatro e la lotta - seconda parte

Vedi la prima parte qui

Insieme a Giustino Durano e Franco Parenti mio padre e mia madre avevano fatto uno spettacolo che si chiamava I Sani da legare.
L’anno dopo la compagnia mise in scena Il dito nell’occhio e Parenti e Durano dissero a mio padre che lo avrebbero ripreso in compagnia ma da solo. Senza Franca. Mio padre non sapeva come dirglielo e quindi le ha chiesto: “Mi vuoi sposare?” e immediatamente dopo: “Però non reciti l’anno prossimo”. Quindi io modestamente arrivo per un problema di recitazione. E immaginatevi come sono messo.
Questo fatto di raccontare i cavoli propri oggi è ancora poco diffuso e si trova in particolare nel cabaret americano. Ai tempi è stata una novità assoluta inventata da mia madre. E’ chiaro che ogni attore racconta se stesso, ma mia madre è stata una delle prime grandi attrici – probabilmente la prima grande attrice a livello mondiale – che ha iniziato a raccontare la sua vita per filo e per segno: da quando aveva 4 anni e ha incontrato il primo maniaco sessuale che le ha mostrato il membro e lei non capiva perché questo signore le mostrasse una salsiccia ansimando, via via tutte le esperienze della sua vita. E la comicità che riusciva a sviluppare partiva proprio dal fatto che raccontava episodi esilaranti che le erano successi veramente.
Certo che per poter raccontare episodi esilaranti della propria vita, bisogna viverli.
In uno spettacolo in particolare, Sesso, grazie, tanto per gradireFranca Rame racconta proprio la sua storia, il suo rapporto con la sessualità con i maschi, e questa è stata la grande rivoluzione di quel momento.
Come si fa a diventare attori di questo tipo?
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Un governo che cambia l’Italia? Iniziamo a rottamare le balle?

Per ragioni diverse la maggioranza dei politici e degli economisti ci hanno mentito su una questione fondamentale per capire come mai l’Italia fatica a uscire dalla crisi. I soldi. Ci hanno ripetuto fino alla nausea che non ci sono i soldi. Ma la verità è un’altra: siamo il popolo più stupido dell’occidente industrializzato. I soldi ci sono, ma li buttiamo via!

Credo che sia fondamentale capire questa questione. Il sistema Italia va riformato perché è la causa prima della povertà, della disoccupazione e del rallentamento economico. Il nostro paese è stretto in una tenaglia a tre ganasce: burocrazia demente, corruzione, infrastrutture antiquate.

La burocrazia dà potere ai politici e ai funzionari pubblici e crea il tessuto sul quale germoglia la malapianta dei favoritismi e delle clientele; inoltre infligge alle aziende una tassa nascosta del 10%, fa morire sul nascere migliaia di progetti, rallenta la giustizia; infine scoraggia gli investitori stranieri che temono di doversi misurare con una macchina amministrativa sadica, grazie alla quale dopo che sindaco e tecnici ti hanno assicurato “in linea di massima” la possibilità di costruire un capannone, puoi aspettare un’autorizzazione operativa per dieci anni. E a causa della burocrazia dinosaura il nostro Stato si trova oggi ad avere in tasca 150 miliardi di euro, in buona parte provenienti dai fondi europei, che non riusciamo a spendere (e se non riusciamo a spendere la quota proveniente dall’Ue dobbiamo restituirla).

Poi c’è la corruzione. Grazie al sistema elefantiaco della burocrazia i processi sono eterni, aggiungi che le leggi sono scritte per favorire i criminali in giacca e cravatta e che non c’è certezza della pena… Ed ecco che il sistema paese premia i disonesti e lascia gli imprenditori onesti in balia della concorrenza sleale, dei debiti non pagati, delle bancarotte fraudolente. E per te le banche i soldi non li hanno perché hanno prestato 150 mila milioni di euro ad amici degli amici, senza chiedere garanzie.
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“Nel segno di Mamma e Papà” – Intervista a Jacopo Fo

 

di Anna Rubino

Ha personalità da vendere Jacopo Fo, primogenito del Premio Nobel Dario e dell’attrice Franca Rame. «Mi piace fare tutto. Come loro, che inglobavano tante attività, spendendosi al massimo in ognuna», dice. E ci parla pure della passione per il green nata “per colpa” dei capelli

Se si è figli dell’attrice Franca Rame e del premio Nobel per la Letteratura Dario Fo, la loro preziosa eredità culturale e artistica può risultare ingombrante e di difficile gestione. Non così è stato per il figlio della coppia, Jacopo Fo, nato nel 1955: lui costruisce da giovane una propria identità, tenendo dritta la barra di un cognome da ricordare.

Hai esordito come scenografo e costumista lavorando in teatro con papà.
«Con mio padre Dario creavo le maschere, pezzi di scenografie e complementi di arredo come i pupazzi. Sono così permeato da quello che ha costruito il suo mondo, che mi sono messo a fare l’attore. Ricordo l’atmosfera divertente e io che spiavo da dietro le quinte, quando durante le pause scolastiche potevo finalmente seguire i miei genitori, dato che normalmente stavo con le nonne. Con naturalezza, mi sono impossessato di ciò che ho respirato da quando ho memoria».

Sei scrittore, blogger, fumettista, attivista, regista: c’è un ambito in cui ti senti più a tuo agio?
«Mi piace fare tutto, come a mio padre e a mia madre, che inglobavano tante attività, spendendosi al massimo in ognuna. Del resto l’arte è una somma di manifestazioni».

Hai vissuto un certo periodo a Roma.
«Anni di intenso attivismo politico, confluito, a soli 22 anni, nella fondazione de Il Male, creato con Vincino, con cui lavoravo a Lotta Continua occupandomi dell’inserto satirico L’avventurista. L’esperienza è durata dal 1977 al 1982, un quinquennio formativo, in cui ho voluto dimostrare a me stesso che potevo farcela senza usare il cognome Fo: mi firmavo Giovanni Karen e trovavo gratificante il successo ottenuto senza scorciatoie».
 

Da Roma ti sposti in Umbria.
«Vivo in un paese dal nome buffo, Casa del Diavolo, tra Perugia e Gubbio. Desideravo ossigeno, ma l’amore per la campagna nasce per una ragazza con cui passo un capodanno memorabile. In più, ero uscito da anni pesanti per la mia famiglia. Nel 1973 c’era stato il rapimento di mia madre, e cercavo una situazione che mi consentisse di vivere in modo tranquillo».

Gestisci e hai fondato nel 1981 la “Libera Università di Alcatraz”.
«Era ed è ancora un centro culturale. Fatto salvo che il 1968 e le idee di rivoluzione fossero un’allucinazione di massa, ho voluto creare, come in un monastero medievale, un luogo ameno dove lavorare sulle coscienze e poter veicolare le grandi idee».

Hai un’intensa carriera da scrittore.
«Nel 1980 progetto un ciclo di 22 libri, L’Enciclopedia Universale, Come quella di Diderot, ma più sexy. L’unica rilegata ancora viva, pubblicando il primo volume Come fare il comunismo senza farsi male. Ognuno, racconta un percorso, e in realtà ho sorpassato il mio stesso progetto, arrivando a scrivere 30 opere, tra l’altro molto vendute, citando tra tutte Lo zen e l’arte di scopare».

Numerose le tue iniziative “green”: sei un’ecologista convinto.
«Comincio a mangiare biologico per problemi di salute: perdevo i capelli, avevo sul viso un’acne devastante ed ero tormentato dal mal di schiena. Da un percorso di benessere, ho sviluppato la passione per i temi ecologici, che legano l’alternativa economica al rispetto del pianeta. È stato un modo diverso di fare politica, antesignano»

Come guardi al tuo passato di attivista?
«La partita politica si è vinta su tutti i fronti! Basta osservare, per esempio, l’attenzione al biologico, alla parità di genere, al rispetto per l’infanzia. Messaggi forti, veicolati dalle lotte del ’68. Quindi sono contento di aver creduto in idee che hanno migliorato la condizione di tutti».

Ti si vede a volte quale opinionista in tv: la realtà politica sociale italiana perché è così in crisi?
«Io la vedo diversamente: 50 anni fa la situazione era più terribile di oggi. Berlusconi era peggio di Salvini! E usciamo da una crisi durata 10 anni, in cui ci si ritrova in un mondo che è cambiato grazie a Internet. La gente è frastornata e vince chi specola abilmente sulla paura. Il problema culturale, prima che politico, è che non è forte chi ci sta governando, ma è debole la sinistra, che ha smesso di credere nella forza della cooperazione, da cui è nato il boom economico degli anni 60».

I tuoi progetti?
«A settembre esce per Guanda il libro Com’è essere figli di Dario Fo e Franca Rame. Ne ho tratto un monologo teatrale, per la regia di Felice Cappa, con cui girerò l’Italia».

Hai due figlie, Mattea e Jaele: che tipo di padre sei?
«Mi ha influenzato l’esempio ricevuto. Mio padre, contro la necessità del sacrificio, mi ha insegnato la necessità della passione, molto difficile da portare avanti. Soddisfare i bisogni interiori attraverso il lavoro, seguire i sogni, non è un percorso facile. Ricordo ancora l’unica volta che ho sgridato mia figlia: la minaccia è sterile e blocca l’interesse creativo. Adesso Mattea ha 31 anni, fa la manager e gestisce molte attività ad Alcatraz, organizzando mostre dedicate a mio padre. Mi ha reso trinonno di Matilde che ha 12 anni, e di due piccoli gemelli, Giovanni e Alessandro. Invece la secondogenita Jaele, che di anni ne ha 22, studia Scienze della Comunicazione, e recita a teatro»

Cosa racconti dei nonni Franca Rame e Dario Fo?
«Li hanno frequentati e condiviso tanto con loro, ma dato che sono un chiacchierone, rievoco storie di tutti i tipi, senza risparmiarmi».

E l’amore?
«Ma dell’amore è meglio non parlarne! Cosa ti può dire uno come me che, finito un matrimonio, è appena uscito da un fresco e complicato divorzio?».

 


Il teatro e la lotta

Prima parte di un intervento all’Università La Sapienza di Roma

Buonasera!

Non è garantito che la genetica assicuri anche di essere intelligenti… quindi voi avete questo grosso dubbio, che io capisco: sono solo un cretino figlio di Dario Fo e Franca Rame oppure no?
Quello che posso provare a mettervi a disposizione è una serie di cose che mi hanno insegnato, non si tratta tanto di informazioni quanto di un metodo.
Quello che sono, nel bene e nel male, è il risultato di un trattamento che tradizionalmente veniva messo in atto nelle famiglie degli attori. Se nelle famiglie dei clown e degli acrobati mettono i bambini nelle altalene a tre mesi di vita così che riescano a fare il triplo salto mortale prestissimo, la scuola che ho subito io, e in un certo senso non potevo farne a meno, è molto diversa dal percorso che solitamente si crede debba fare un attore. Io sono cresciuto in un sistema di bottega.
Mio padre e mia madre non mi hanno mai fatto una sola lezione di teatro.
Ho smesso di studiare a 17 anni perché non ero in grado di seguire il percorso scolastico che mi veniva proposto e quindi l’alternativa era: o continuare a studiare o mettersi a lavorare.
Ho scelto il lavoro e mio padre mi disse: “Mi servono venti maschere tra tre mesi per il prossimo spettacolo” e io timidamente risposi: “Ma non so fare le maschere, esimio genitore” e mio padre: “Va beh, impari. Vai ad Abano dal mio amico Donato Sartori e lui ti spiega come si fa”.
Quindi mi spediscono ad Abano Terme, arrivo in questo immenso capannone pieno di ogni tipo di scultura, oggetti da tutte le parti del mondo – se vi capita di passare di lì andate a vedere la casa di Donato Sartori, lui è morto ma la famiglia continua la tradizione: è uno dei più bei musei di maschere che esistano in Europa – … e dopo tre mesi ho consegnato a mio padre le venti maschere.
Non perché fossi particolarmente bravo ma perché, secondo me, la forza di questo metodo è che non è contemplato il fallimento: devi fare 20 maschere. Punto. Se fra tre mesi sei ancora vivo devi aver fatto venti maschere sennò vuol dire che sei morto.
E’ stato fatto un esperimento: le maestre di una classe di quinta elementare sono andate a parlare con i professori della prima media raccontando loro una frottola pazzesca. In pratica hanno detto a questi professori: “Vi arriverà una classe stranissima, noi pensavamo che fossero una manica di deficienti e invece sono dei geni. Noi li trattavamo come dei bambini normali e questi rispondevano in modo incredibile. Ci abbiamo messo un paio d’anni a capire questa cosa, quindi vi avvisiamo che vi arriverà questa classe unica nella storia della nostra esperienza scolastica”. I professori della scuola media dicono “Ok” e dopo tre anni questa classe che era stata selezionata per la sua assoluta mediocrità era diventata la migliore, i ragazzi avevano ottimi risultati e rispondevano ai test in maniera spettacolare.
Se nella vostra famiglia vi hanno sempre detto: “Non correre che cadi” sono cavoli amari, nel senso che vi hanno fatto una violenza mostruosa: i bambini devo correre e devono cadere. E quando cadono bisogna dire loro: “Wow! Sei ancora vivo! Incredibile! Sei stato proprio bravo!”
E questo è stato il metodo della mia famiglia. Si dava per scontato che io sapessi fare alcune cose. E alcune erano da Telefono Azzurro:
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