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Le ricette anti-cancro. Prevenire i tumori con i cibi giusti

Le ricette anti-cancro Prevenire i tumori con i cibi giustiCarissimi,
come vi abbiamo annunciato la settimana scorsa oggi presentiamo un libro scritto da Richard Bèliveau con Denis Gingras. Si tratta di “Le ricette anti-cancro. Prevenire i tumori con i cibi giusti”.
Il libro è colorato, allegro e con all’interno 160 ricette gustosissime e facili da realizzare con alimenti sani e buonissimi. Pomodori, pesce, soia, ma anche vino rosso, cioccolato e mille spezie con cui divertirsi a provare nuovi sapori.
Come dicevamo, Bèliveau è un ricercatore che a un certo punto della sua vita di medico e scienziato ha fatto una scelta importante: ha rinunciato a cercare nuovi farmaci contro il cancro e si è dedicato allo studio di quegli alimenti che sembravano essere più efficaci per la prevenzione e la cura di questa malattia. Alimenti di cui non parlavano le riviste mediche e che non potendo essere sfruttati dall’industria farmaceutica, non avevano finanziamenti per le sperimentazioni.
Bèliveau li chiama “alicamenti” alimenti-medicamenti.
Con questo libro ci dimostra che mangiare sano non significa pesce bollito e verdurine anemiche, anzi! Un esempio: provate le uova all’indiana con cumino e prezzemolo o le sardine grigliate alle spezie (il pesce azzurro è ottimo e costa pochissimo), oppure che ne dite dei dolcetti ai marron glacè o delle crostatine calde al cioccolato?
Il libro poi ci spiega in modo semplice e chiaro come agiscono questi cibi nel nostro organismo, cosa combattono e cosa aiutano…
Come dice Erik Satie: “Se volete vivere a lungo, vivete meglio”.
E ora mentre mi gusto un frullato di yogurt e frutti di bosco e nel forno stanno cuocendo dei meravigliosi clafoutis ai mirtilli, vi lascio alle lettura di un brano di questo interessantissimo libro.
Buona lettura e ai fornelli!

L’alimentazione al cuore della prevenzione del cancro
Non vi è alcun dubbio che l’elevata incidenza di numerose forme tumorali nei Paesi industrializzati potrebbe risultare considerevolmente ridotta modificando in profondità le nostre abitudini alimentari.
Ma cambiare lo stile di vita e l’alimentazione non è una cosa facile, tanto che spesso si viene tentati di provare qualche scorciatoia, ben lo sa l’industria, che ci propone tutta una serie di farmaci, integratori alimentari o estratti “naturali” che, in teoria, dovrebbero risolvere i problemi causati da un’alimentazione scorretta, senza per questo obbligarci a rimettere in discussione le nostre abitudini.
Mark Twain diceva che “l’uomo è il solo animale a provare un’attrazione irresistibile per le pillole” e non si può che dargli ragione, tenuto conto dei volumi di vendita dei prodotti destinati ad attenuare l’impatto negativo associato a comportamenti alimentari scorretti.

Quando la magia nasconde la realtà
E’ giusto essere critici nei confronti di questi prodotti che, in pratica, non fanno altro che incoraggiarci a persistere sulla cattiva strada instillando in noi un’ingannevole sensazione di sicurezza. Affrontare la prevenzione di malattie gravi come il cancro affidandosi alla sola ingestione di qualche pillola, senza modificare lo stile di vita, non è un approccio preventivo: rasenta la stregoneria.
Parrebbe dunque che l’eterno dissidio che, sin dai tempi di Ippocrate, vede contrapposte scienza e magia non sia ancora finito e che ancor oggi l’umanità sia in cerca dell’elisir di lunga vita, della pozione miracolosa che tutto guarisce senza sforzo alcuno.
Con lucidità, occorre smettere di parlare con entusiasmo di prodotti portentosi che, in realtà, si limitano a trarre profitto dalla nostra passività e dalla scarsa voglia di cambiar vita. I benefici associati a questi farmaci, che siano prodotti a partire da piante esotiche, da corno di cervo o da altra fonte “naturale”, non riguardano affatto la nostra salute, ma il portafoglio di chi li produce: non vi è compressa in grado di prevenire da sola una malattia grave come il cancro, né di controbilanciare l’impatto nefasto di un’informazione scorretta come la nostra.
La stessa logica vale anche per i principi descritti in questo libro: le sue raccomandazioni dietetiche non sono la formula magica che garantisce di non ammalarsi mai di cancro, ma piuttosto la strategia che, più probabilmente, consentirà di ridurre il rischio di esserne colpiti.
Come abbiamo visto, il cancro è una malattia estremamente complessa, capace di sfruttare ogni falla dell’organismo per crescere. E’ quindi irrealistico illudersi di potersi premunire completamente contro la sua insorgenza. Per fare una semplice analogia, il rischio di sviluppare un cancro può essere paragonato a quello che corre una persona al volante di un’auto vecchia e in cattivo stato. Se il conducente è alticcio, spericolato e distratto, le probabilità di perdere il controllo del mezzo sono molto superiori rispetto a chi, invece, adotta uno stile prudente e rispettoso.

….

Gli abitanti del bacino del Mediterraneo, dell’India, della Cina e del Sudest asiatico sono molto meno colpiti da alcune forme di cancro rispetto al resto del mondo. Sono regioni dalle tradizioni culinarie molto diverse, ma accumulate da un grande spazio che riconoscono agli alimenti di origine vegetale: dalla frutta e verdura alle spezie e agli aromi, ai legumi e alle bevande come il vino rosso o il tè verde. Numerosi studi scientifici dimostrano che un consumo regolare di questi alimenti svolge un ruolo importante nella minore incidenza dei tumori tra le popolazioni di queste aree geografiche. Non vi è dubbio: inserire nella propria dieta alimenti privilegiati da quelle culture è un elemento essenziale di ogni strategia di prevenzione del cancro.

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Anticancro. Prevenire e curare i tumori con le nostre difese naturali

Prevenire e combattere i tumori con le nostre difese naturaliCarissimi,
questa settimana riprendiamo un libro che avete accolto con grande entusiasmo. Si tratta di “Anticancro. Prevenire e curare i tumori con le nostre difese naturali”. Come vi abbiamo già raccontato David Servan-Schreiber, medico e ricercatore, in questo libro narra la sua esperienza con il cancro e di come sia riuscito a capire la via per sconfiggerlo e cosa invece lo alimenta.
In parte racconto personale, in parte rivoluzionario piano di prevenzione, “Anticancro” è un appassionato viaggio verso una vita più sana, offre una nuova visione della biologia e lancia un messaggio forte: per combattere il cancro occorre fare appello anche alle nostre difese naturali.
Ve ne proponiamo un altro brano, dove si parla di alimentazione e cura. E dove Servan-Schreiber ci presenta un suo amico: Richard Béliveau di cui sentirete presto parlare in questa newsletter.

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Cinquanta ricercatori e gli “alicamenti”
Richard Béliveau, biochimico e ricercatore, dirige uno dei più grandi laboratori di medicina molecolare al mondo ed è specializzato nella biologia del cancro. In vent'anni di professione, ha collaborato con i più grandi gruppi farmaceutici - Astra Zeneca, Novartis, Sandoz, Wyeth e Merck -  per individuare i meccanismi dei farmaci anticancro. Se infatti si capisse come funzionano queste medicine si potrebbe trovarne di nuove con minori effetti collaterali. Nel loro grande centro di ricerca, Béliveau e la sua èquipe si concentravano su problemi di biochimica distanti mille miglia dalle preoccupazioni di chi ha un tumore, finché un giorno il laboratorio non venne trasferito nella nuova sede, all'interno della clinica pediatrica dell'Università di Montreal. E a quel punto tutto cambiò.
Il nuovo vicino di Béliveau, il primario del reparto di Emato-oncologia, gli chiese di trovare qualche terapia complementare in grado di rendere meno tossiche e più efficaci la chemio e la radioterapia. “Sono aperto a qualunque approccio possa aiutarci a curare i nostri bambini”, gli disse, “a tutto ciò che possa essere associato alle terapie esistenti. Anche agendo sull'alimentazione”.
L'alimentazione? Era un concetto lontanissimo dalla farmacologia medica praticata da Béliveau da ormai vent'anni, ma ora per raggiungere il laboratorio attraversava ogni mattina il reparto di leucemia infantile e lungo il corridoio i genitori lo fermavano per chiedergli: “C'è qualcos'altro che possiamo fare per nostro figlio? Qualcosa che avete appena scoperto e che magari si possa provare? Siamo pronti a tutto...” Ed era ancor più straziante venire fermati dai bambini stessi.
Erano esperienze che lo toccavano nel profondo e che gli mettevano la mente in subbuglio, Si svegliava in piena notte con la sensazione di avere avuto una nuova idea, per poi rendersi conto, riflettendoci a mente più lucida, che non era una strada praticabile. E l'indomani si rituffava nell'analisi della letteratura scientifica, in cerca di una nuova pista da battere. Fu così che, un giorno, gli capitò fra le mani un rivoluzionario articolo apparso sulla prestigiosa rivista Nature.
Già da qualche anno l'industria farmaceutica cercava febbrilmente molecole di sintesi capaci di bloccare la formazione dei nuovi vasi sanguigni indispensabili alla crescita dei tumori. Ed ecco che Yihai e Renai Cao, due ricercatori del Karolinska Institutet di Stoccolma, dimostravano per la prima volta che un alimento del tutto banale, come il tè (la bevanda più consumata al mondo dopo l'acqua) era in grado di bloccare l'angiogenesi attivando gli stessi meccanismi dei farmaci esistenti. E potevano bastare due o tre tazze di tè verde al giorno.
Che magnifica idea, era davvero l'alimentazione la pista da seguire! In effetti, tutti i dati epistemiologici lo confermavano: la principale differenza tra le popolazioni con la maggiore e la minore incidenza dei tumori è proprio la dieta. Inoltre, quando le donne asiatiche sviluppano un tumore al seno, o gli uomini alla prostata, solitamente questo è molto meno aggressivo che in Occidente, E se le molecole chimiche contenute in certi alimenti, come appunto il tè verde così diffuso in Oriente, fossero dei potenti anticancro? Per giunta, si sono già rivelate innocue in cinquemila anni di “sperimentazione” umana. Béliveau aveva finalmente in mano qualcosa da proporre ai bambini senza far correre loro il minimo rischio: alimenti che funzionano come medicamenti o, come a lui piace chiamarli, “alicamenti”.
Il laboratorio di Medicina molecolare alla clinica pediatrica Sainte-Justine di Montreal era uno dei meglio equipaggiati al mondo per analizzare gli effetti delle molecole chimiche sulla crescita delle cellule tumorali e sulla relativa angiogenesi. Se Béliveau avesse deciso di mettere la sua èquipe, forte di cinquanta ricercatori e strumentazioni per 20 milioni di dollari, al servizio della ricerca sugli alimenti anticancro, sarebbe stato quindi possibile compiere rapidi progressi in tempi brevi. Ma si trattava di una decisione rischiosa: dato che non si può certo brevettare un alimento, chi avrebbe finanziato tutta quell'attività di ricerca? Senza prove tangibili a sostegno di quell'ipotesi di lavoro, lanciarsi in un'avventura del genere pareva proprio un azzardo, finché fu la vita stessa che spinse Bèliveau a prendere quella decisione rivoluzionaria...


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La Casta dell'acqua

La Casta dell'acquaAbbiamo deciso di riproporre questo libro di Giuseppe Marino, un nome un destino, perché l'argomento è di grande attualità. Il 12 e il 13 giugno oltre a votare Sì per dire No all'energia nucleare saremo chiamati anche a votare Sì per dire No alla privatizzazione dell'acqua e dei servizi idrici nazionali.
Quella per l'acqua, l'oro blu come viene chiamato, è probabilmente una delle battaglie più importanti che ci ritroviamo a dover combattere. Non possiamo lasciare l'acqua in mano ad aziende private che hanno il solo obiettivo di generare profitti, fatturato, soldi.
L'acqua non può essere privata perché ognuno di noi è composto al 70% di acqua e perché senza di essa si muore!
Di seguito vi proponiamo un estratto dal capitolo 16. Il libro può essere acquistato direttamente online cliccando qui, ve lo spediamo in due/tre giorni, così riuscite a leggerlo in tempo...

La sfida dell'acqua del sindaco

Non farà plin plin, ma “chi non le beve tutte, beve l'acqua del rubinetto”,  come recitava un cartellone affisso sugli autobus di Firenze nel 2005. Il duello a colpi di spot è iniziato già da qualche anno, gli acquedotti sfidano lo strapotere della minerale: il primo cittadino di Venezia, Massimo Cacciari, ha messo la sua faccia barbuta in un manifesto nel quale si versa un bel bicchiere da una brocca sopra lo slogan, a dire il vero non proprio campione d'originalità, “Anch'io bevo l'acqua del sindaco”. Decisamente più innovativa, invece, l'idea di regalare a tutti i veneziani una brocca per gustare il prezioso liquido. A Genova sono arrivati addirittura a dare un nome al liquido distribuito dall'acquedotto locale: “Acqua San Giorgio” si chiama, e ne pubblicizzano le caratteristiche. A Roma, dopo 250 milioni di prelievi, si è deciso di rendere pubblica la “carta d'identità dell'acqua” per mostrarne ai cittadini l'elevata qualità. E Altraeconomia ha lanciato un'apposita campagna, battezzata “Imbrocchiamola”. Seicento ristoranti e locali vari hanno aderito all'iniziativa e servono caraffe d'acqua pubblica, senza storcere il naso come avviene in tanti bar. Un modo per valorizzare l'oro blu che sgorga dal rubinetto a un prezzo pari a un millesimo di quello delle acque minerali in bottiglia. Che però continuano a conquistare gli italiani : dev'essere tutta colpa di quel vecchio spot dell'anticalcare in cui si vede un idraulico che estrae la serpentina della lavatrice e la mostra a un'inquieta casalinga. Un primo piano dell'attrezzo lo inquadra orridamente incrostato a causa della “durezza” dell'acqua corrente, ossia il suo contenuto di calcare. Sarà forse così, vedendo quella serpentina appesantita da stalattiti bianche, che è nata la diffidenza verso il nostro rubinetto di casa.
In realtà, gli esperti spiegano unanimi che il calcio disciolto nell'acqua, che pure danneggia gli elettrodomestici, per il nostro organismo non è affatto un problema. Al contrario, l'associazione Altroconsumo ha realizzato una campagna a favore dell'acqua di casa invitandoci a “non restare imbottigliati”. Ha analizzato le acque di 35 città italiane, concludendo che è sicura per la salute e ottima da bere ovunque (fa eccezione la sola Reggio Calabria). “Studi recenti”, spiega Claudia Chiozzotto, responsabile dei controlli sull'acqua per Altroconsumo “dimostrano che le acque leggere, come quelle scandinave, potrebbero favorire la comparsa di malattie cardiovascolari”.
Le fa eco la nutrizionista Evelina Flachi, intervistata dal Giornale: “Le acqua del territorio nazionale”, spiega, “vengono regolarmente controllate. E sono sicure. Ci sono livelli che per legge vanno rispettati, quindi i consumatori possono stare tranquilli. L'acqua del rubinetto può competere con quelle in bottiglia.”
In sostanza, dicono le analisi, in quasi tutta Italia disponiamo, in casa, di una vera e propria fonte d'acqua oligominerale: con la giusta dose di calcio, povera di sodio quanto quelle “con una povera particella sperduta”, a “zero calorie” come quelle pubblicizzate per le diete e soprattutto, controllata in continuazione dalle aziende sanitarie locali. Il paradosso è che nel nostro paese l'acqua minerale e l'acqua del sindaco sono regolate da legge, regolamenti e parametri chimici diversi. In origine, infatti, l'acqua minerale era stata intesa dal legislatore come destinata esclusivamente a usi terapeutici – dunque, a persone che necessitano di diete particolari.
Molte acque minerali, se rapportate ai parametri previsti dalle normative che regolano il liquido che esce dai nostri rubinetti di casa, sarebbero classificate come “non potabili”.
“In Piemonte” spiega Giuseppe Altamore, in Acqua Spa, “imbottigliano un'acqua con un residuo fisso di circa 20 milligrammi/litro. Bene, nessun acquedotto distribuisce un'acqua così povera di sali, perché ritenuta 'poco potabile'. Raramente un acquedotto fornisce un'acqua con un residuo fisso al di sotto dei 100 mg/lt. Ma i venditori di minerale riescono a trasformare un difetto in un pregio”.

 

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Schiave ribelli: 500 anni di vittorie africane censurate dai libri di storia

Schiave ribelliCarissimi,
questa settimana vi voglio parlare di un libro che ho amato molto. Si tratta di Schiave Ribelli, edito dalla Nuovi Mondi e scritto da Jacopo Fo e Laura Malucelli.
Si può dire che il nostro mal d'Africa sia iniziato da questo testo, per scrivere il quale Laura ha lavorato e studiato per più di due anni, leggendo solo testi che parlavano delle popolazioni nere, visionando centinaia di video, ascoltando migliaia di canzoni, viaggiando in lungo e in largo per il continente. E malgrado tutto questo lavoro, l'Africa per Laura rimane ancora un grande mistero, come per tutti gli occidentali che abbiano la lealtà di ammetterlo. E quindi l'abbiamo raccontata, questa Africa straordinaria, come i cronisti di un tempo, sperando di riuscire almeno a trasmetterne il grande fascino e a rendere un po' di giustizia a un continente da cui è partita l'avventura umana.
Più di 350 pagine in cui si narrano 500 anni di vittorie africane censurate dai libri di storia, un libro pieno di immagini e di storie a ricordare dei popoli straordinari che sono nati in un continente altrettanto straordinario.
In un periodo storico come questo, in cui le donne appaiono spesso solo come un prodotto di svago per signori potenti che non amano l'amore, ci sembra bello ricordare queste regine d'Africa.

(Gabriella Canova)

Introduzione
Se vuoi capire l'Africa e il suo popolo è meglio partire da come si presenta, in questo continente, la natura. Racconta Basil Davidson nel suo libro La Civiltà africana:
Niente in Africa è fatto a metà. Le dimensioni sono sempre grandi e spesso estreme, Vi sono deserti tanto estesi da poter inghiottire metà delle terre emerse europee, dove al caldo intenso del dì si alterna il freddo pungente della notte... vi sono grandi foreste e terreni boscosi dove l'esuberanza della natura vi sommerge a ogni passo sotto erbe alte e pungenti come coltelli, spine che catturano e trattengono come uncini d'acciaio, miriadi di formiche, mosche e animali striscianti che pungono, mordono e tormentano, nel caldo ardente che inaridisce e paralizza, o gigantesche piogge torrenziali che cadono lente da cieli sterminati. Siete sopraffatti dai chilometri che si sovrappongono tra i vostri piedi e il luogo in cui dovreste essere. Se vi capiterà di aggirarvi nella boscaglia africana vi domanderete ben presto come qualcuno possa insediarsi in questa terra e per di più mantenervi una base e estenderla con perseveranza e continuità. Tutta questa esuberanza selvaggia incombe gigantesca, come una presenza consapevole che per riprendere il sopravvento attenda solo che le voltiate le spalle. Date a questo gigante la minima occasione e tutto il paesaggio circostante invaderà di nuovo questi stretti campi e sarà di nuovo padrone del territorio, padrone assoluto, come se il genere umano non fosse mai esistito.

Le Regine
La storia d'Africa è piena di regine che hanno resistito nelle varie epoche agli invasori: vi raccontiamo la storia di alcune di loro partendo dalla più antica.
Makeda, la più leggendaria tra le regine, la regina biblica del canto di Salomone, la regina di Saba, la regina della bellezza, dovrebbe avere uno spazio enorme in tutti i volumi di storia.
La storia nera è stata distorta e dimenticata ma non altrettanto la splendida Makeda. Il suo ricordo affiora ovunque, il suo nome è entrato con grande prepotenza nella leggenda, la regina nera d'Etiopia non può essere dimenticata.
Del resto le regine nere dell'antichità erano famose per il loro potere, il loro carisma e la loro bellezza, soprattutto le regine del regno d'Etiopia (conosciuto anche come Kush, Nubia, Axum o Saba). Sino a mille anni avanti Cristo, infatti, questa zona non aveva re ma solo regine, regine adorate dal popolo e temute dai nemici.
Makeda non dichiarò nessuna guerra, non fece nessuna conquista, eppure il suo regno fu tra i più ricchi dell'antichità. Ma non ricco per pochi, ricco per tutti. Un regno di pace totale, senza schiavi e senza vinti.
La Bibbia racconta poi, che re Salomone d'Israele decise di costruire un magnifico tempio e convocò i più grandi regnanti dell'epoca. L'Etiopia era seconda solo all'Egitto in fama e potere e re Salomone era totalmente sotto l'influenza della ricchissima cultura e tradizione del regno etiope. Giunse dunque dal regno di Makeda un ricco commerciante, Tamrin, che venne accolto con tutti i lussi possibili. Egli rimase favorevolmente impressionato dall'impegno di re Salomone e riferì alla sua regina. Makeda giunse dunque in Israele portando al re così tante ricchezze in dono che la Bibbia si sofferma a descriverle per molte righe. Salomone, però, aveva un concetto diverso delle donne.
Lui aveva un harem di più di 700 mogli e concubine e pensò subito di poter ammogliare la splendida regina nera. Ma le regine d'Africa non si sposavano e Makeda gli disse di no. Così il bravo re drogò le pietanze e riuscì, con una serie di trucchetti, a giacere con Makeda. Sperava di avere un figlio dalla regina costringendola così a sposarlo. Lei ebbe sì un bambino ma lo crebbe in Etiopia. Solo quando fu grande lo mandò a conoscere Salomone. Il re fu felicissimo. Ribattezzò subito il ragazzo con un nome che significava “colui che è bellissimo”, cioè Menelik, e lo invitò a rimanere e a succedergli al trono. Salomone, da tutte le sue donne, aveva avuto un solo figlio maschio che aveva 7 anni. Ma il giovane Menelik rifiutò. Lui era cresciuto con una diversa mentalità e tutto ciò che voleva era portare avanti la tradizione di pace e democrazia dell'Etiopia insieme alle fiere donne d'Africa. Non accettò di essere re di due regni, con centinaia di mogli e concubine, ma tornò alla sua pacifica Etiopia osservando la conduzione della sua saggia madre e tramandandola alle generazioni future. Il regno d'Etiopia si mantenne libero e democratico per molto tempo a venire.

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L'Anticasta, l'Italia che funziona

Buon sabato!
Cari Lettori, che dire? Quando abbiamo letto della nuova iniziativa de Il Fatto Quotidiano ci siamo commossi. Si tratta di L'Italia che va, praticamente il Fatto chiede ai lettori di raccontare, con l’aiuto delle segnalazioni dei lettori, le storie di chi nella sua vita quotidiana prova a costruire un Paese diverso.
Wow! Volete dire che finalmente si è capito che serve ed è fondamentale raccontare anche le buone notizie? Non ci potevamo credere...
Nell'articolo si legge: “Anche le storie positive devono diventare una notizia. No, non per riempire una paginetta di episodi edificanti da libro Cuore, non per bilanciare lo squallore che emerge dalle inchieste sul malaffare. È dovere del cronista dare conto della vita di un Paese in tutti i suoi aspetti. Ma soprattutto se vogliamo ritrovare le forze per uscire dall’ombra dobbiamo renderci conto delle grandi cose che siamo ancora capaci di fare insieme. Dobbiamo riscoprire la nostra comunità superando la tentazione di individualismi e rassegnazione.”
Siamo perfettamente d'accordo e siamo anche d'accordo che non si deve smettere di denunciare abusi, scoprire pastette e imbrogli, non si deve smettere di indignarsi, ma questo non significa perdere la speranza. Come dice il giornalista: “Denunciare è la prima metà del nostro lavoro. Per ritrovare lo slancio e voltare pagina occorre, però, anche ricordarci chi siamo. Non è un caso se l’Italia è ancora uno dei paesi più civili e vivibili del mondo. No, non è merito della politica, di uno dei peggiori Parlamenti della nostra storia. Ci sono, sparsi in ogni regione, dal Nord al Sud, milioni di persone che fanno il loro dovere di cittadini e qualcosa di più. È uno sforzo doppiamente difficile perché, dopo anni di crisi morale, la mentalità del Paese sta cambiando nel profondo. Proviamo a pensarci: è difficile trovare nel panorama pubblico una figura che possa essere presa a esempio di passione civile. È per questo, forse, che i protagonisti di queste storie sono spesso sconosciuti. È grazie a loro se noi tutti viviamo meglio e oggi possiamo sperare in una svolta che ci riporti a costruire uno Stato degno delle nostre speranze...”
Sì, perché noi non siamo la nostra politica, siamo persone che lavorano e si comportano “bene”, ok, facciamoci sentire.
Su queste persone si basa un libro pubblicato dalla Emi che vi abbiamo presentato alcune settimane fa, si tratta de L'Anticasta - L'Italia che funziona, di Marco Boschini (anche lui scrive sul Fatto quotidiano) e Michele Dotti (pure lui!) di cui vi riportiamo un brano che parla di un paese vicino a Jesi che ci è particolarmente caro: Monsano.
Buona lettura

Marco Boschini e Michele Dotti - L'AnticastaACQUA CHIARA
di Chiara Sasso

Ammirare lo spettacolo inconsueto dell’acqua di un fosso di campagna colorata di giallo non è cosa di tutti i giorni. Fa subito pensare a qualcosa di non propriamente naturale”.
Quel giallo intriso di sfumature autunnali, quasi affascinante, in realtà era prodotto dal cromo esavalente, altamente tossico e nocivo, sversato così, semplicemente, da un adiacente stabilimento di cromatura presente nella zona industriale di Monsano. Un inquinamento tra i più gravi d’Europa.
Il cromo esavalente, attraverso le falde acquifere, si propagò per decine di chilometri quadrati nella Vallesina, terra allora ancora ricca di coltivazioni di frutta e di orti, verso il mare.
Da questo fatto, avvenuto tre decenni fa, Monsano si è incamminata in una lenta e costante presa di coscienza, diventando un Comune tra i più attenti nelle Marche, e non solo, nella salvaguardia dell’ambiente e del suo territorio.
Monsano, 3.300 abitanti in provincia di Ancona, si trova in collina, a 200 metri di altezza, con un panorama che spazia dal mare agli Appennini e una storia millenaria, con i suoi primi insediamenti di monaci benedettini. Il suo territorio, di 14 kmq, anticamente coperto da foreste di querce e di allori, declina dolcemente verso valle, tra distese di olivi e il moderno, tranquillo centro abitato. A valle, un’importante
zona industriale.
Negli anni Monsano è cresciuta, riuscendo faticosamente a mantenere una sua identità, pur trovandosi a pochi chilometri da Jesi. Lo ha fatto con una scelta operata all’inizio della propria espansione, mantenendo il suo nucleo residenziale in collina e lasciando a valle esclusivamente gli insediamenti produttivi e artigianali. Di recente ha predisposto lo strumento urbanistico atto a produrre un’importante riqualificazione della zona industriale, senza ulteriore “consumo di suolo”, pronta a ospitare le nuove, attuali attività, legate ai servizi e al terziario.
Oggi, l’inquinamento da cromo esavalente, da anni tenuto sotto controllo, “incamiciato” da una paratia che chiude il mezzo ettaro del sito industriale dove sorge l’azienda, da tempo fallita (nessun colpevole, nella più classica tradizione italiana…) vede finalmente la sua soluzione, con l’approvazione del progetto di bonifica finanziato dal Ministero dell’Ambiente, dalla Regione Marche, dalla Provincia di Ancona e dal Comune.
Dal cromo dunque si è partiti. Dai sei atomi presenti in un metallo altamente tossico, si è arrivati alle numerose “galassie” create per operare una lenta, costante trasformazione.
Creare nuove consapevolezze nei cittadini: questo l’obiettivo dell’amministrazione comunale guidata dal sindaco Luca Fioretti, che ha iniziato la sua avventura in consiglio comunale più di dieci anni fa, insieme a Sandro Sbarbati, il sindaco che prima di lui, per due mandati, era riuscito a operare un salto di qualità in un Comune intrappolato e diviso per anni dalla più classica contrapposizione ideologica tra democristiani e comunisti.
Il nuovo piano regolatore generale, con l’arrivo di decine di nuove famiglie giovani “slegate” da logiche ideologiche, le iniziative del Comune per l’utilizzo del biodiesel sugli automezzi comunali, l’organizzazione di un gruppo d’acquisto delle famiglie per comprare 100 computer (poi consegnati con la partecipazione di Dario e Jacopo Fo e Franca Rame) hanno smosso le acque, riuscendo a creare quell’humus indispensabile per cercare di traghettare il Comune verso una nuova cultura della sobrietà negli stili di vita e nel rispetto del territorio in cui si vive.
E dunque, l’ambiente, la sua salvaguardia, hanno assunto gradualmente un’attenzione sempre maggiore nell’operato dell’amministrazione comunale. Se, infatti, la presenza della zona industriale continua a svolgere un ruolo determinante nella crescita del paese, una gestione attenta dell’ambiente è divenuta un punto qualificante dell’azione amministrativa e politica del Comune.
Il Comune si è posto l’obiettivo di mettere i temi ambientali sempre in primo piano, attraverso l’attuazione d’iniziative concrete: la consegna di riduttori di flusso ai cittadini; la gita scolastica della scuola media ad Asti a visitare il sistema di raccolta dei rifiuti “porta a porta” e gli impianti di selezione e compostaggio; il laboratorio teatrale scolastico con la creazione di uno spettacolo sul tema dei rifiuti; la consegna della Costituzione ai diciottenni il 2 giugno, Festa della Repubblica; la realizzazione di un impianto fotovoltaico sul tetto della scuola materna; la “Festa del Buon Senso”, che lega ogni anno spettacolo e spazi di riflessione attorno a un tema specifico in campo ambientale, dal consumo critico all’acqua, dalla globalizzazione ai rifiuti, dall’energia al risparmio e all’efficienza energetica.
Questo e molto altro, al di là e al di sopra della normale, ordinaria amministrazione, è stato fatto in questi anni, sempre con l’intento di tenere legato un unico filo conduttore, quello di “instillare consapevolezze” nei cittadini e nel territorio.
Consapevolezze che devono ruotare attorno a un progetto, in grado di valorizzare la propria identità, attraverso il sostegno e lo stimolo alle numerose associazioni presenti, che pensano e organizzano eventi che legano la tradizione, come il Palio e la “Festa dell’Assunta” di ferragosto e il “Monsano Folk Festival”, ad altri che danno spessore al tessuto sociale della comunità, come le letture della Divina Commedia o le rassegne musicali e di poesia.
Perché compito di un amministratore, oggi, è quello di coniugare l’attività di gestione dell’ente locale a una politica che riesca ad affrontare le nuove esigenze e aspettative dei cittadini, attraverso una progettazione concreta ed efficiente, ma anche e soprattutto, riuscendo a non smarrire una “capacità del sogno”, non fine a sé stessa, capace di produrre atti, progetti visibili e vantaggiosi per la comunità.
Partito nell’aprile 2007, il sistema di raccolta dei rifiuti attraverso il metodo del “porta a porta spinto” ha fatto compiere al Comune un notevole balzo in avanti in termini di gestione dell’ambiente e del suo territorio. Al di là dei risultati della raccolta differenziata, ormai stabilizzatisi attorno al 70% e comunque certamente migliorabili, attraverso una seria, programmata attività di comunicazione e di coinvolgimento degli “attori” presenti nel tessuto sociale del paese, si è stati in grado di gestire al meglio la delicata fase di partenza del sistema, che ha visto letteralmente sparire, da un giorno all’altro, i cassonetti e le pseudo “isole ecologiche” dall’intero centro urbano. Il porta a porta, inoltre, confermando appieno le sue virtù, ha portato benefici anche in campo sociale, aumentando le relazioni tra i cittadini.
A compimento di questo suo percorso, Monsano ha raggiunto il suo ultimo, forse più prestigioso traguardo. A settembre 2008, la sezione EMAS Italia del Comitato per l’Ecolabel e l’Ecoaudit ha deliberato la registrazione EMAS del Comune di Monsano, con n. IT-000968 e validità fino al 28 febbraio 2011.
EMAS (Echo Management and Audit Scheme) è uno strumento creato dalla Comunità Europea al quale possono aderire volontariamente le organizzazioni (aziende, enti pubblici ecc.) per migliorare le proprie prestazioni ambientali e fornire al pubblico e ad altri soggetti interessati informazioni sulla propria gestione ambientale.
In Italia, sono un migliaio le organizzazioni che si sono dotate di una certificazione EMAS. Tra queste, 92 Comuni. Il Comune di Monsano è il primo nella Provincia di Ancona a ottenere questo importante risultato. Attraverso l’EMAS Monsano mette l’ambiente e la gestione del suo territorio in cima alle sue politiche, presenti e future.
Con EMAS si chiude il cerchio: un ciclo virtuoso iniziato molti anni fa, che ha permesso a un piccolo Comune di raggiungere grandi risultati…
Dalle sfumature opache dell’acqua gialla intrisa di cromo alla trasparenza delle sue politiche ambientali.

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La corsa della Green Economy

Libri La Corsa della Green EconomyEcco un libro che non poteva mancare nel nostro catalogo di informazione alternativa.
201 pagine di buone notizie nelle quali gli autori, Antonio Cianciullo e Gianni Silvestrin, il primo inviato di Repubblica, il secondo ricercatore del CNR, raccontano  i casi di eccellenza nella “corsa all'economia verde” che alcune aziende e alcuni governi hanno intrapreso negli ultimi anni.
Sapevate che a Stoccolma c'è una fermata di autobus ogni 300 metri? E che se l'attesa del mezzo pubblico supera i 20 minuti si ha diritto a prendere un taxi gratuitamente?
E cosa dire del record stabilito a Friburgo, ne parlammo anche su Cacao, dove ci sono più biciclette che abitanti e il traffico è gestito con la regola del 30, 30% degli spostamenti in bicicletta, 30% con mezzi pubblici e 30% con l'auto?
Un parte del libro è dedicata alle aziende che hanno investito, e tratto profitti, da una produzione più attenta all'efficienza energetica e alla sostenibilità ambientale.
Un caso è quello della STMicroelectronics, che riportiamo di seguito.
Buona lettura.

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STMicroelectronics: l'ecologia che regala profitti
L'avventura industriale della STMicroelectronics ha l'andamento della favola in cui il brutto anatroccolo, un'azienda che perde un terzo del suo fatturato, si trasforma in un cigno bianco, in uno dei grandi player del microchip che nel 2008 ha guadagnato 260 milioni di dollari dagli investimenti in efficienza ambientale. E' quasi troppo bello per crederci, forse perché è difficile credere ai cigni bianchi: nel profondo restiamo affascinati dalla catastrofe, attirati dall'immagine del cigno nero che nell'omonimo libro di Nassim Nicholas Taleb simboleggia il disastro in agguato.
Eppure, accanto alle trappole, ci sono molte opportunità nascoste. In questo caso la bacchetta magica era celata in uno slogan che all'epoca suonava come un'eresia: ecology in free. Lo lancia Pasquale Pistorio quando, nel 1980, accetta una missione che sembra impossibile. Pistorio, un siciliano che dice di parlare con le mani ma quando va alla lavagna scrive in inglese, all'epoca è International General Manager della Motorola, con la responsabilità commerciale di tutto il mondo al di fuori degli Stati Uniti. Si dimette da un'azienda con un fatturato da un miliardo di dollari e, a stipendio dimezzato e sfida raddoppiata, assume la guida di un'azienda dieci volte più piccola, la Sgs, unico presidio italiano nel campo della microelettronica, un avamposto che era in rosso da dieci anni.
Il rilancio non è facile. Per innovare bisogna ristrutturare. Per competere bisogna correre veloci. Il gruppo Iri, a cui appartiene Sgs, non abituato alle accelerazioni improvvise e quando davanti ai cancelli dell'azienda bloccati dagli scioperi partono i cori “Pasqualino u marajà, tu voi fa' l'americano”, la dirigenza esita. Pistorio va avanti da solo rischiando l'isolamento. Ma la cura funziona e nel giugno 1983, per la prima volta, la chiusura dei bilanci mensili risulta in attivo.
Nel 1987 parte la seconda fase del rilancio: la fusione con la francese Thomson Semiconducteurs che serve a proiettare il gruppo in una dimensione internazionale. Il tempo di riorganizzarsi e viene chiamato come consulente Amory Lovins, il fondatore del Rocky Mountain Institute, uno dei più importanti centri di ricerca sull'innovazione energetica. Parte il check up energetico delle fabbriche del gruppo nel mondo per mettere a punto un radicale programma di sfida ecologica.
“Oggi negli Stati Uniti il motto Green is the new black (il verde produce bilanci in positivo, ndA) è diventato popolare perché risulta sempre più chiaro che si possono tenere i bilanci in attivo solo imparando a usare le enormi potenzialità dell'efficienza energetica, delle rinnovabili, del risparmio dei materiali”, ricorda Pistorio. “Ma vent'anni fa erano in pochi a crederci. Noi abbiamo preso le norme ambientali più severe tra tutte quelle dei paesi in cui operavamo e le abbiamo adottate in tutti gli altri in cui avevamo uno stabilimento. Per esempio, il primo paese al mondo che impose la riciclabilità dei cartoni è stato la Germania e noi abbiamo deciso di fare lo stesso in tutte le nostre fabbriche. In tanti mi dicevano 'ma perché devo riciclare i cartoni in Cina dove non gliene importa niente a nessuno?' Sembrava solo un atto di generosità ambientale e invece ha dato anche risultati economici: abbiamo risparmiato perché a quel punto avevamo un solo tipo di cartone anziché dieci. Con un colpo solo abbiamo ottenuto standardizzazione, risparmio, miglioramento dell'immagine aziendale, coinvolgimento di tutti i dipendenti in un obiettivo aziendale con forte carica etica. Non è poco”.

 

Greg Mortenson, La bambina che scriveva sulla sabbia

Greg Motenson, La bambina che scriveva sulla sabbiaCarissimi,
questa settimana vi presentiamo “La bambina che scriveva sulla sabbia”. La storia che comincia dove finisce “Tre Tazze di tè”.
Un giorno del 1993, in un villaggio tra Pakistan e Afghanistan, Greg Mortenson ha visto una ragazzina che, seduta a terra imparava a scrivere usando un rametto come penna e la sabbia come quaderno. Promise, a se stesso e alla piccola studentessa, che le avrebbe costruito una scuola vera, con banchi, lavagne, matite. Oggi, dopo che di scuole ne ha costruite oltre cento e ha raccontato la sua storia nel best seller mondiale “Tre Tazze di tè”, Mortenson torna a scrivere di quei due paesi e dei loro bambini, della violenza che sembra condannarli e della speranza che può regalare loro un futuro diverso. La testimonianza di un uomo convinto che il terrorismo si può sconfiggere: una scuola alla volta.
Vi riportiamo qui la prefazione di Khaled Hosseini, l'autore de “Il cacciatore di Aquiloni” e “Mille splendidi soli”.

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Prefazione
Lo spinoso conflitto in Afghanistan è in atto da otto anni ed è diventato la questione politica estera più impellente per il presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Mentre le ostilità continuano a inasprirsi, autorevoli centri di ricerca come l'Atlantic Council hanno pubblicato rapporti nei quali l'Afghanistan viene definito uno Stato assente. Il Paese è effettivamente alle prese con problemi giganteschi: un crescendo di insurrezioni violente che ostacolano l'applicazione della legge e frenano lo sviluppo, il moltiplicarsi delle coltivazioni d'oppio, l'estrema povertà, la criminalità, l'aumento del numero di senzatetto e disoccupati, l'impossibilità di accedere all'acqua potabile, tante difficoltà irrisolte legate alla condizione femminile, e un governo centrale che fatica a tutelare i cittadini e a fornire i servizi di base.
Eppure, nell'Afghanistan post 11 settembre ci sono anche storie di successi. E quella dell'istruzione è la più significativa. Se si parte dal presupposto che la formazione sia la chiave per attuare cambiamenti positivi e duraturi in Afghanistan, non si corre il rischio di esagerare nel ritenere alcuni dati estremamente incoraggianti: quest'anno frequentano la scuola quasi otto milioni e mezzo di bambini, di cui circa il 40 per cento femmine.
Nessuno capisce tutto questo meglio di Greg Mortenson, fondatore in Afghanistan e Pakistan di 131 scuole dove oggi studiano quasi 58mila alunni. Nessuno è più profondamente consapevole dell'impatto radicale e dell'inevitabile effetto domino dell'educare anche un solo bambino. Si può affermare a ragione che nessun altro individuo o ente abbia contribuito più di Greg Mortenson a promuovere la causa americana in Afghanistan. Con la sua cortesia e i suoi toni pacati, quest'uomo dal sorriso geniale e dalla stretta di mano decisa ha mostrato ai militari dell'esercito statunitense come combattere la battaglia per conquistare i cuori e le menti della gente. E come vincerla.
La filosofia di Greg Mortenson è semplice. Si basa sulla sincera convinzione che la vittoria nel conflitto in Afghanistan non arriverà grazie ai fucili o agli attacchi aerei, ma grazie ai libri, quaderni e matite: gli strumenti del benessere socio-economico. Privare i bambini afghani dell'istruzione, afferma Mortenson, equivale a compromettere per sempre il futuro del Paese e a spegnere sul nascere la minima prospettiva di maggiore prosperità e benessere. Indifferente alle fatwa proclamate nei suoi confronti, incurante delle minacce dei talebani e di altri estremisti, Mortenson ha fatto tutto il possibile per scongiurare questa eventualità.
Assolutamente cruciali sono stati i suoi sforzi per aprire le porte all'educazione di bambine e giovani donne. Un'impresa tutt'altro che facile in una regione dove i genitori impediscono sistematicamente alle figlie femmine di frequentare la scuola e dove cultura e tradizioni radicate privano le donne del diritto all'istruzione. Villaggio dopo villaggio, Greg si è rivolto ai leader religiosi e agli anziani affinché lo aiutassero a convincere i genitori a mandare a scuola le bambine. Lo ha fatto perché crede, come credo anche io, che qualsiasi opportunità di sviluppo per l'Afghanistan richiederà il totale coinvolgimento delle donne del Paese come parte del processo. Affinché questo avvenga, le ragazze devono avere la possibilità di andare a scuola e la loro formazione deve diventare una pietra miliare per la ricostruzione e il progresso del Paese. Mortenson ripete sempre questo mantra: “Istruire un ragazzo significa istruire un individuo; istruire una ragazza invece, significa istruire una comunità”.
Dobbiamo infine ricordare che Greg Mortenson ha realizzato tutto questo con delicatezza, pazienza e infinita umiltà. Ha ascoltato con attenzione, ha tessuto rapporti di fiducia e rispetto con i capivillaggio e ha insegnato alle persone a diventare padrone del proprio futuro. Ha dedicato tempo ad accostarsi alla cultura locale, a capire la cortesia, l'ospitalità, il rispetto per gli anziani di questa gente, e si è sforzato di comprendere ed apprezzare il ruolo che la religione islamica svolge nella vita quotidiana. Non mi stupisce che l'esercito statunitense abbia affidato a Greg l'incarico di consulente per migliorare le relazioni con i capitribù e gli anziani dei villaggi, I soldati avranno molto da imparare da lui, Come del resto tutti noi.
Tashakor, grazie Greg jan, amico, per tutto ciò che fai.

Kaled Hosseini

Jacopo Fo: Distruggete la Masanto!

Carissimi,
questa settimana vi proponiamo un altro estratto del romanzo inedito di Jacopo Fo: Distruggete la Masanto!
Potete leggere qui il primo capitolo.
La storia racconta di un gruppo di archeologi rapiti nella foresta, non si sa perche', non si capisce a chi diano noia venti giovani esploratori ma quello che i cattivi non sanno e' che i ragazzi non sono soli, per salvarli si muovera' il mondo e ne vedremo delle belle!
Divertente e appassionante!
Buona lettura...

Jacopo Fo Distruggete la MasantoCapitolo 2
Allarme

Juan Ballajon si era fermato per motivi fisiologici e poi si era attardato ulteriormente per confezionare uno spinello massiccio. Non che gli europei fossero contrari alla marijuana ma c'era un regolamento che vietava l'uso di erba durante le spedizioni. C'era il rischio che i militari usassero il fumo come una scusa per piantare grane.
Gli europei erano gente strana, niente a che vedere con il Movimento sud americano. In Europa gli ecovillaggi e i cibi biologici erano roba da bambini ricchi. In Sud America facevano la differenza tra essere vivi e essere morti. Jose' era entrato nel movimento dei micro huertos dieci anni prima. Quando gli avevano detto che in cinquanta metri quadrati poteva fare un'azienda agricola e mantenerci una famiglia, non poteva crederci. Allora lo avevano portato a vedere l'orto di Iliago Fernandez, a Varedo alta. Non erano neanche cinquanta metri quadrati e c'era ogni ben di Dio, con zucche grosse come televisori a trentadue pollici e baccelli di piselli superdotati. E c'erano pure le galline in gabbie a palafitta. Mangiavano gli scarti dell'orto e cagavano sul terreno, concimandolo. E l'aglio piantato vicino alle carote le proteggeva, il mais offriva ai legumi il supporto per arrampicarsi e le foglie delle zucchine facevano ombra tenendo fresco il terreno.
C'era riuscito anche lui a fare un miracolo del genere.
Poi aveva preso la licenza media e poi era diventato infermiere nella clinica di medicina tradizionale della favela Santa Teodolinda, e poi aveva imparato i segreti della Capoeira, una disciplina a meta' strada tra la danza, l’arte marziale e lo yoga. E ora si trovava lì a fare da assistente a un gruppo di studio di un ecovillaggio italiano gemellato con la sua favela. E si stava facendo una canna.
Uno sparo lo fece sobbalzare. Cosa cazzo stava succedendo, porco boia, e lui non c'era! Merda!
Inizio' a correre come un pazzo ma si arresto' di scatto quando intravide nel fogliame la schiena di un uomo che indossava una camicia mimetica e un cinturone.
“Puerca vaca maldita puta!!!” Impreco' nella sua mente.
Che fare? Aveva una pistola, ma usarla in quel momento avrebbe provocato una strage.
Resto' a spiare schiacciato nell'erba, l'arma in mano, pregando di non doverla usare. Sentì le urla delle donne e continuava a ripetersi: “Li porto tutti vivi a casa! Li porto tutti vivi a casa!”
Ma non sapeva proprio come avrebbe fatto.
Quando il gruppo inizio' ad allontanarsi, la confusione gli spazzo' via la mente.
Conosceva quei posti, per questo lo avevano scelto. Prima di diventare un cittadino, aveva vissuto in quelle valli. Per venticinque anni. Poi sua moglie e i suoi due bambini erano stati uccisi dai cercatori d'oro e lui era diventato un indio delle citta'. Ma sapeva ancora correre nella foresta pluviale. Per prima cosa decise di dare l’allarme. Aveva bisogno di aiuto. Abbandono' lo zaino con tutte le provviste. Prese solo il macete e il telefono satellitare.
Si dovrebbe decidere che fare con la pistola. Forse e' meglio se non ce l’ha proprio. Se ce l’ha, e' strano che non la porti.

Chiamo' El Banco do Pueblo la banca del microcredito di Caracas. Erano i coordinatori della spedizione.
“Hanno rapito venti ragazzi, tutta la spedizione, sono dei banditi, sono armati fino ai denti e sono almeno una decina, camminano verso est.”
Juan l’aveva detto tutto d’un fiato.
“Hai capito? Ripeti in fretta!” Aveva paura che cadesse la linea.
La voce di una giovane donna ripete': “Ho capito. Hanno rapito la spedizione. Venti ragazzi. Banditi, una decina.”
Juan le diede informazioni sul punto della carta dove si trovava. Le chiese di ripetere longitudine e latitudine. Benedette mappe di Google.
La ragazza che rispose aveva diciannove anni, si chiamava Ceres Ognago, era paffuta e aveva una passione enorme per quel lavoro ma non sapeva assolutamente nulla di che cosa si dovesse fare in caso di rapimenti. Aveva scritto tutto. Aveva detto: “Faro' il possibile.”

 

Tre tazze di te'

Carissimi,
Libri Tre tazze di tè Greg Mortensonsiamo contentissimi di ripresentare ai nostri lettori un libro che amiamo molto e che per varie vicissitudini era uscito dal nostro catalogo tempo fa.
Si tratta di “Tre tazze di te'” di Greg Mortenson e David Oliver Relin. Il libro racconta la storia di Mortenson e di come sia riuscito a costruire piu' di 60 scuole per i bambini delle montagne dell’Afghanistan, del Nepal, dell’Iran… Nel farlo ha incontrato anziani di villaggi, mujaheddin, talebani, estremisti ma anche ragazzi e genitori eroici, disposti a sfidare ogni ostacolo. Condannato a morte da alcuni integralisti, Mortenson e' riuscito, sostenuto dall’amicizia e dall’orgoglio di quei popoli, a rendere realta' il sogno di molti: studiare.
Un’incredibile storia di amore e di coraggio che ha cambiato completamente il volto di intere regioni, dimostrando che e' possibile sconfiggere il terrorismo.. una scuola alla volta.
Greg Mortenson, americano del Montana, ex scalatore, e' un uomo imponente, nel vero senso della parola e oggi e' il fondatore di una delle organizzazioni non governative piu' attive nel mondo, il Central Asia Institute.
Questo signore costruisce scuole per bambine e bambini in alcune delle zone piu' povere e inaccessibili del pianeta. Cio' che ha fatto Yunus creando il microcredito Greg Mortenson lo sta facendo costruendo scuole.
Nel 1993 la sorella di Mortenson, Christa, cui lui era molto legato, muore dopo aver strenuamente lottato per tutta la vita contro una forma di meningite che l'aveva colpita da piccola.
Mortenson decide di onorare la memoria della sorella scalando il K2 dalla parete piu' pericolosa, quella del Baltoro, Pakistan, e portarvi in vetta (a piu' di 8mila metri) la collanina che era stata della sorella.
Dopo ottanta giorni trascorsi sulle montagne pakistane del Karakoram, la spedizione fallisce e Mortenson si perde a 600 metri dalla vetta.

Durante la convalescenza Mortenson visita il villaggio e la scuola. I pochi bambini sono seduti all’aperto "intenti a studiare", in mezzo al vento gelido e segnano le addizioni con un bastoncino nella terra. Il maestro non c'e', perche' il villaggio non e' riuscito a raccogliere il dollaro per lo stipendio mensile.
Ma nonostante questo i bambini erano li', seduti a terra col loro desiderio di imparare.
Lo scopo del viaggio cambio': Mortenson si rese conto che non aveva molto senso portare la collana di Christa su una vetta arida; avrebbe onorato meglio la sorella aiutando quei bambini. Promise al villaggio che sarebbe tornato per realizzare quel sogno: costruire una scuola, con tanto di insegnante, per quei bambini.
Un progetto che realizzera' e che ancora continua a trasformare in realta'. Oggi le scuole CAI di Mortenson sono piu' di 170 e danno istruzione a 54.000 bambine e 64.000 bambine (fonte Wikipedia), tutti musulmani, che riescono cosi' ad avere una educazione alternativa a quella delle scuole coraniche.
Ogni scuola CAI viene finanziata e aperta con un preciso accordo: ogni anno il numero delle bambine iscritte deve aumentare del 10%.
Una clausola necessaria perche' - sostiene Mortenson - solo dando una formazione anche alle bambine si combatte la poverta'. Sono loro che rimangono nei villaggi quando i maschi se ne vanno in cerca di lavoro e sono loro che educano i figli.
C'e' una citazione molto bella all'inizio del Capitolo 3, che riassume perfettamente lo spirito del libro: Sir Edmund Hillary, conversando con Urkien Sherpa: "Ci dica, se ci fosse una cosa che potremmo fare per il vostro villaggio, quale sarebbe?"
"Con tutto il rispetto, Sahib, avete poco da insegnarci quanto a forza e resistenza. E non invidiamo i vostri spiriti irrequieti. Forse siamo piu' felici di voi? Ma ci piacerebbe che i nostri figli andassero a scuola. Di tutte le cose che avete, l'insegnamento e' quella che piu' desideriamo per i nostri figli".
Questo gigante dai modi gentili, rispettato dai capi tribu' di una delle zone piu' pericolose al mondo, narra il suo singolare american dream: portare i libri dove il governo Usa semina bombe.
Riportiamo alcuni brani di un’intervista fatta a Mortenson in occasione di un suo viaggio in Italia. Buona lettura!

Greg Mortenson

Come decise di costruire una scuola?
Volevo scalare il K2 per onorare la memoria di mia sorella Christa, morta a 23 anni. Quando arrivai a Korphe, deluso, scoprii c'era un modo piu' sensato di onorarla: dare istruzione ai bambini di quel villaggio.

In Tre tazze di te' scrive di essere cresciuto in Tanzania, dove i suoi genitori insegnavano. Ha seguito il loro esempio?
Essere bambino nell'Africa post coloniale degli anni Sessanta e' stato un paradiso. Poi, da adolescente, al rientro negli Stati Uniti, sono stato contagiato dalla mania del controllo, dall'ossessione del risultato. In Pakistan ho riscoperto l'intuizione, la pazienza della mia infanzia africana.

Dove ha trovato i fondi per il progetto di Korphe?
Quando tornai in California, nel 1993, mandai piu' di 500 lettere a personaggi famosi, ma nessuno rispose. Poi uno dei pionieri di Silicon Valley, il miliardario svizzero Jean Hoerny, lesse di me su una rivista. Aveva fatto trekking sul Karakoram, conosceva la poverta' dei balti. Mi chiamo' e mi disse: "Se prometti di non berteli in Messico, ti mando i 12mila dollari che ti servono". Cosi' ho creato la scuola a Korphe. Morendo, Hoerny ha lasciato un milione di dollari affinche' creassi una fondazione e costruissi altre scuole.

In questi anni non tutto e' filato liscio. E' stato sequestrato, contro di lei c'e' stata una fatwa
Fui sequestrato anni fa, per 8 giorni. Mi ero spinto da solo in una zona wazira al confine tra Pakistan e Afghanistan; i capi locali volevano capire chi ero, poi mi rilasciarono. La fatwa e' stata emessa da un mullah sciita a cui non piace che le bambine vadano a scuola. Ma gli altri imam del Pakistan settentrionale hanno scritto a Qom, la citta' santa iraniana, per un parere. Il responso e' stato che il Corano non vieta l'istruzione delle ragazze: la fatwa e' stata ritirata, ho la loro benedizione. Ho avuto un processo regolare, al contrario dei prigionieri talebani nel carcere di Guantanamo.

Lei parla di tolleranza, rispetto. Cosa non sopporta dell'integralismo islamico?
L'integralismo ha a che fare con l'ignoranza piu' che con l'Islam. La violenza sulle donne, il razzismo e l'odio per me sono insopportabili. Ma non solo in Pakistan, anche negli Usa.

Che rapporti ha con il governo americano?
Il Central Asian Institute vuole restare autonomo dal governo. Il Pentagono mi ha offerto milioni di dollari per fondare scuole in aree 'strategiche' per il controllo militare, ma ho detto no. Sa quanto costa l'istruzione di un bambino in Asia Centrale? Circa dollaro al mese. E a quanto ammonta la spesa militare Usa in Afghanistan nel 2005? 14 miliardi di dollari.

Come si rapporta ai governi locali?
Le mie scuole hanno lo stesso programma delle scuole governative pakistane o afgane: un insegnamento islamico, ma moderato. Con una sola clausola: ogni anno ci deve essere un incremento del 10% della quota femminile.

Perche' e' importante istruire le bambine?
Come si riduce la mortalita' infantile, come si promuove la democrazia, come si sconfigge il terrorismo? La risposta e' questa: con l'educazione delle donne. Se legge economisti come Amayrta Sen, Jeffrey Sachs, o Yunus scoprira' che dicono la stessa cosa: educare una donna e' educare un'intera comunita'.

Come immagina il futuro?
Se arrivi da ospite in un villaggio dopo l'offerta di tre tazze di te' puoi considerarti parte della loro famiglia. Ecco, io credo all'idea di un'unica famiglia umana nonostante le differenze.

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Mamma, sei bella come una gelateria

LibroQuel pazzo di Arcano Pennazzi ha fatto un libro raccogliendo le massime di Papo, suo figlio. 160 tra aforismi, massime e virtuosismi di un capolavoro umano di tre anni.
Il libro si intitola: “Mamma, ho fatto la cacca dura come gli zoccoli di uno gnu” ed e' tutto un programma!