Recensioni libri e film

L'informazione indipendente e i film da non perdere

L'operaia nuda, il diavolo e la rivoluzione!!!

L'operaia nuda, il diavolo e la rivoluzione!!!Carissimi,
questa settimana vi presentiamo un personaggio che gia' ben conoscete: Toni Barra, investigatore privato per conto dei sindacato metalmeccanici.
Un duro (neanche tanto) dal cuore tenero, che cerca di risolvere i casi piu' complicati che gli vengono affibbiati dal suo Capo. Toni e' innamoratissimo della moglie Rosa e ha una figlia che ha chiamato Engels che gli da' spesso filo da torcere.
Ma non continuo a raccontarvi di lui, lo conoscete, questa volta pero' si e' ripulito ed e' diventato un bel libretto dove oltre alle storie, riviste e corrette, trovate dei magnifici disegni di Jacopo Fo. Insomma, Toni esce dalle pagine del blog per planare nella vostra libreria... una sorta di Pinocchio dei giorni nostri. Ok, la finisco qui, vi riproponiamo l'inizio di una sua avventura.
Buona lettura!

La grande truffa dei formaggini

Non tutti gli investigatori privati sono uguali. Alcuni lavorano per le grandi multinazionali del dolore, rubano segreti industriali, pedinano sindacalisti, ricattano uomini politici. Altri, pochi, lavorano al servizio del movimento operaio, difendono i deboli e raddrizzano i torti. Io faccio parte della seconda categoria. Sono al servizio della confederazione Nazionale dei Lavoratori, sezione metalmeccanici. Cento euro al giorno piu' le spese. Sono felice di battermi contro le ingiustizie e il mal governo. Ma anche ci sono dei giovedi' che iniziano male.
"Toni", mi disse il Capo, un tipo duro, tanto che la moglie nell'intimita' lo chiama ‘Acciaio’. "Toni", mi ripete' "Il Sindacato ha bisogno di un favore." (Lui "il sindacato" lo dice maiuscolo)
Io dissi: "Suppongo che non si tratti di decine di cassiere della Coop da iniziare alla partita doppia." Non so se afferro' il doppio senso. Non sorrise neanche. Forse stava pensando di uccidere qualche nemico della classe operaia e del genere umano a mani nude. Esseri senz'anima che vendono organi, proletari, usati, ai notai.
Mi piaceva che il Capo della Confederazione fosse dalla nostra parte. Il giorno della resa dei conti non avrei voluto averlo contro. Non con quelle mascelle.
"Toni" mi disse, "abbiamo fatto una cazzata. Abbiamo investito i soldi del fondo di soccorso proletario in un cazzo di fondo di investimento che mi aveva consigliato mia cugina, sai quella dei Cub farmaceutici... gran bella ragazza. Ma non capisce un cavolo di economia e cosi' abbiamo perso tutto in azioni Parmalat..."
"Ma Capo! Io credevo che le Parmalat le avessero comprate solo le donne sole, afflitte dall'alitosi e dal sogno segreto di farsi il Consulente Finanziario Calvo".
"Toni, non fare il simpatico... Trovami il signor Parmalat, e staccagli le palle se non ti rida' i soldi fino all'ultimo centesimo".
Elisa aveva un debito con me. Avevo trovato il suo punto G una sera che aveva deciso di suicidarsi.
Lavorava al Carcere di San Vittore. Le dissi che dovevo vedere il signor Parmalat. Da solo. Lei era delegata del Sindacato Aguzzini. Mi disse che si poteva fare: "Una cortesia pero'..."
Guardai dentro i suoi profondi occhi blu e capii: "Avete perso anche voi il Fondo Vecchiaia nella Voragine dei Formaggini come i Metalmeccanici?"
"Si'"
"Quanto?"
"20 milioni di euro."
Quando vidi il signor Parmalat, in una stanzetta dell'infermeria, gli spiegai chi ero, per chi ero li' e cosa succede a un uomo che si mette contro dieci milioni di operai sudati.
Sentii l'odore della sua paura.
Mi diede un numero di un conto in Svizzera e una password. Ero sulla porta quando mi girai, lo guardai dritto negli occhi e gli dissi...
(Continua)


Sant'Ambrogio e l'invenzione di Milano

Carissimi,
Sant'Ambrogio e l'invenzione di Milanoeccoci qui a presentarVi l'ultima fatica del nostro Nobel preferito, Dario Fo. Si tratta di: Sant'Ambrogio e l'invenzione di Milano. Un santo sui generis il nostro Ambrogio, tutta da scoprire la sua storia.
Il libro e' correlato, come al solito, dei magnifici disegni di Dario, assolutamente da non perdere.
Vi anticipiamo le prime pagine, buona lettura.

Ambrogio, un santo scomodo e imprevedibile
Elogio alla citta'.

Sembrera' assurdo che Ambrogio, primate della citta' di Milano a cui diede massimo lustro, davanti al quale s’inchinarono imperatori, papi e vescovi, si trovi ad essere quasi uno sconosciuto nella sua citta' e nell’Italia intera.
No, in verita' ogni anno, il 7 dicembre, alla memoria della sua nascita e' dedicata la première musicale al Teatro alla Scala, alla quale sono presenti tutti i notabili delle consorterie e del governo, banchieri, faccendieri, uomini d’industria e degli affari e qualche generale. Le signore sfoggiano abiti preziosi ed eleganti. Fuori, ad accoglierle ogni volta puntuali, non mancano contestatori che lanciano uova piu' o meno marce.
Dopo l’andata in scena dell’opera il sindaco offre un gran pranzo, tutto a spese del Comune, con piu' di 500 invitati di rango, 100 camerieri e la presenza di carabinieri in alta uniforme; ancora in suo onore, in quei giorni s’inaugura una fiera molto popolare detta degli Oh béj, oh béj dove si vendono giocattoli, torroni e leccornie per ragazzini e, sempre una volta all’anno, le persone piu' meritevoli vengono premiate con l’Ambrogino d’oro, una moneta di dimensioni ridotte su cui e' inciso il ritratto del santo.
Tutto qui? No, in tutta la provincia lombarda in quel giorno si preparano tortellini da cuocersi in un brodo intenso e profumato. Questo piatto e' chiamato la “Raviolata d’Ambrogio”. Manca solo che gli si dedichi una lotteria e una gara di corsa campestre per ricordarlo come si deve.
Ma questo santo non merita qualche attenzione in piu'? Da dove viene, dove nasce, come s’e' fatto vescovo? Per quale motivo al suo tempo godeva di tanta fama, al punto di esser conosciuto, rispettato e temuto dai barbari germanici ai sapienti greci?
Per potermi maggiormente informare sulla sua vita, un giorno, nel bel mezzo di questa scrittura, ho fatto il giro di almeno cinque librerie fra le piu' importanti di Milano e, con mia grande sorpresa, ogni mia richiesta di ottenere dei testi su sant’Ambrogio e' andata a vuoto, ne erano completamente sprovviste.
– Ma… me ne potreste procurare qualche copia? – chiedo io.
– Mi dispiace – risponde l’incaricata – ma vedo qui sul computer che tutti i volumi che lei richiede sono fuori catalogo, non si ristampano piu' da parecchi anni… edizioni recenti non ne esistono.
Insistendo nelle mie ricerche, pero', alla fine ho trovato solo tre libri sul santo: in un negozio delle Edizioni Paoline.

Introduzione essenziale.
Sartre diceva: “Per realizzare un buon racconto o una sceneggiatura di un’opera teatrale, bisogna innanzitutto essere a conoscenza dell’ambiente fisico e culturale in cui gli avvenimenti si svolgono. Inoltre, i personaggi della storia o dell’attualita' devono essere trattati come indagati dentro un’inchiesta giudiziaria, e, se preferite, come si trattasse di inquisiti in un’indagine di polizia”.
Ho avuto l’occasione di sentir proporre questo metodo la bellezza di 45 anni fa, a Parigi, direttamente dalla voce del grande creatore dell’esistenzialismo, durante una sua lezione alla Sorbona.
Jean-Paul Sartre, che piu' tardi avrei avuto occasione di conoscere personalmente e con lui avrei preparato un programma televisivo di carattere storico, asseriva che gli scritti e le confessioni degli ‘indagati’ possono permetterti, se ben usati, di inventare dei dialoghi abbastanza credibili, sempre che si rispetti un metodo scientifico essenziale, che e' quello fondamentale nei progetti architettonici costituito da pianta-alzato-scorcio-prospettiva.
Solo cosi' possiamo ottenere un ritratto a tutto tondo del soggetto, compresi i suoi gesti, linguaggio, tic ed espressioni.
A proposito di Ambrogio, noi abbiamo la fortuna di possedere una quantita' enorme di epistole, commentarii, prediche ed esortazioni vergate di sua mano, piu' una biografia redatta dal suo segretario Paolino e numerose testimonianze di autori del suo tempo, fra cui primeggia sant’Agostino, aggiunte ad altre non sempre benevole, anzi critiche e per questo tanto piu' preziose. Un altro elemento determinante nella nostra inchiesta sul vescovo di Milano ci viene dal comportamento, spesso imprevedibile e contraddittorio, che egli manifesta davanti a fatti e situazioni di rilevanza storica dei quali e' protagonista.
e' inutile dire che il metodo suggeritomi da Sartre mi e' stato piu' che utile, addirittura determinante nella stesura e nella messa in opera di quasi tutti i miei lavori. In quest’ultima fatica su Ambrogio e il suo tempo, poi, si puo' dire che l’abbia applicato fin dal primo approccio e con grande rigore, a costo di trovarmi spesso in un labirinto di situazioni inconciliabili, da cui non mi era piu' possibile sortire. In questi casi ho risolto immaginando incontri con tanto di conflitto verbale fra gli antagonisti. Di questi approcci possedevo solo indicazioni sommarie ma conoscevo le chiavi del diverbio, le opposte posizioni, il livello di stima o disprezzo che esisteva fra i vari personaggi e, soprattutto, avevo imparato che in ogni occasione difficile bisogna agire decisi e preparati come in un combattimento. Di se' e dei suoi seguaci, infatti, Ambrogio diceva nel suo De Elia et Jejunio: “Siamo atleti, combattiamo in uno stadio dove dobbiamo stupire e vincere oltre che convincere, dobbiamo lottare essendo in forma. Siate meditanti, allenati, massaggiati con l’olio della letizia, con l’unguento che dimagra, il vostro cibo sia sobrio e privo di lussuria, il vostro bere sia molto parco, affinche' non siate sorpresi in ebbrezza. L’atleta non deve mai darsi all’ozio dicendo “ho vinto lo scontro di ieri, ora mi godo la pausa”. Siate sempre
pronti a ricominciare”.

 

Per acquistare il libro direttamente online clicca qui


I si' che aiutano a crescere

I sì che aiutano a crescereCare amiche e cari amici,
oggi Vi presentiamo un libro un po' particolare, scritto da Renato Palma. Chi e' Renato? Un medico, uno psicoterapeuta, il cui principio e' "Governare con affetto il proprio presente per creare il proprio futuro". Basta come presentazione, no?

Ho avuto la fortuna di conoscere Renato Palma qualche anno fa. Il primo incontro, benche' nato grazie al contatto di un caro amico comune, fu "professionale".
Ricordo bene la poco velata ansia e miei occhi lucidi mentre, seduta su un comodo divano nella serenita' del suo studio, gli raccontavo di difficolta' insormontabili e di ostacoli invalicabili che ai miei occhi segnavano il rapporto educativo con i miei figli. E con quanta dolcezza mi ridiede le giuste coordinate:  il rapporto con un figlio e' anzitutto un dialogo tra persone che si amano. Senza ruoli ed etichette, senza fardelli sociali e sovrastrutture educative ... Ne uscii rinata: non aveva dato "ricette" di alcun tipo, semplicemente mi aveva ricordato in quale direzione guardare. Cosi' riproposto nella giusta luce, il "problema" si era dissolto e tutto appariva molto piu' sereno e lineare...

Ed ecco che, anni dopo, esce il suo saggio: "I si' che aiutano a crescere" (ed. ETS). Il titolo, in aperta contrapposizione con il noto libro "I no che aiutano a crescere", e' quantomeno intrigante: "Maccome? - viene subito da chiedersi - torniamo alle teorie del permissivismo sfrenato? Non siamo gia' abbastanza schiavi di questi piccoli dittatori egoisti ed egocentrici, ingombranti soli intorno ai quali deve girare il mondo?!?"
Domanda del tutto fuorviante! Basterebbe gia' la lettura delle prime pagine a far capire che non siamo di fronte all'ennesimo saggio dispensatore di consigli pedagogici.
“(...) per una parte lunghissima della nostra esistenza noi abbiamo potuto essere solo cio' che ci veniva consentito di essere. Questo ci ha fatto perdere l’amore per la ricerca di alternative, la fiducia nel nostro senso della possibilita', che ci permette di adattare e modificare il contesto alle nostre necessita'. (...) Quando un individuo e' libero e riconosce di essere l’unico responsabile della costruzione della sua vita, puo' rifiutare le abitudini, i modi di pensare e di fare che generano sofferenza. Puo' disperdere le consuetudini che lo soffocano. Puo' ridiscutere, invece che subirle, regole e istituzioni che non gli garantiscono un’esistenza senza conflitti. Puo' cambiare. (...) Questo uomo,  che non e' piu' ne' figlio ne' padre, ma compagno di viaggio, conserva la possibilita' di fidarsi di cio' che pensa e sente.”

E' dunque la relazione di potere, quella che viene messa in discussione, e non le "regole" in quanto tali.
Schiacciati dal potere della regola imposta, fin da piccoli ci viene negata la liberta' di chiedere a noi stessi "Posso essere?" E anche quando, ormai adulti, avessimo il coraggio di farlo, diventiamo "padri" di noi stessi: la risposta che ci diamo, nella maggior parte dei casi, suona: "No".
Un "no" che pesa come un macigno, perenne origine di conflitti e conseguentemente di dolore.
E il rapporto padre/figlio non si esaurisce nella famiglia. Nel rapporto medico-paziente, per esempio, ci si puo' rendere conto dell'angustia in cui il nostro equilibrio interiore e' costretto:  li' dove la malattia, potenziale occasione per affermare "io sono", viene ancora una volta trattata come elemento di disturbo dell'ordine imposto.

“Sara' di nuovo 'il padre' a portare se stesso come 'figlio' in terapia. E anche questa volta il 'figlio' si trovera' la strada sbarrata dai farmaci, dalla psicologia, dall'ottusita' di un altro adulto. (...) La malattia offre invece l'occasione di ridiscutere il potere che fa soffrire. Ripropone al paziente la possibilita' di chiedersi: 'Almeno questa volta, posso provare ad essere?'
E questa domanda non e' piu' la richiesta di un giovane a suo padre. E' la domanda di un uomo che ha bisogno di cambiare, ma non sa trovare sostegno e aiuto in se stesso. Il compito del medico e' dare questo aiuto.
Non esiste un padre, non esiste un figlio. Esiste solo l'uomo e il suo bisogno di relazioni affettive.
Non sostengo - conclude Renato - che un padre buono, tollerante, ben disposto, amante della propria liberta', innamorato della propria vita, sempre dalla parte dei propri figli, pronto a sostenerli, ad amarli, capace di operare scelte semplici, comprensibili, disponibile a mostrarsi sempre per quello che e', sia la soluzione di tutti i problemi che ci travagliano.
Si tratta solo di un vantaggio, di un buon inizio.
Se riusciamo a non interrompere il tentativo che i nostri figli fanno per aver cura di se', loro riusciranno a non essere ostili con se stessi. (...) La domanda 'Posso essere?' non ha piu' ragione di essere posta.
Ma se per caso, in un momento di dubbio, di sfiducia o di panico, dovesse ancora succedere, la risposta che ognuno ha l'impegno di dare e' 'Si''”

Tocca dirlo... novita' e bellezza di quanto si racconta in questo libro non vanno certo a braccetto con una scrittura banale: ma abbiamo davvero sempre bisogno di banalizzazioni? La lettura del saggio di Renato e' in realta' un affascinante viaggio, denso di suggestioni colte e stimolanti, che vale la pena di intraprendere con curiosita' ed emozione.

Maria Cristina

Chi fosse interessato alla lettura del libro puo' ordinarlo sul sito della casa editrice: http://www.edizioniets.com/Scheda.asp?N=9788846723925
 


Estratto da "La Bibbia dei Villani", Dario Fo

Dario Fo La Bibbia dei VillaniCarissimi, questa settimana vi raccontiamo un’altra storia tratta dalla Bibbia dei Villani di Dario Fo.
Si racconta della nascita dei primi esseri umani e dell’amore…
Nel testo originale a fronte della versione in italiano trovate la traduzione in una lingua del centro-meridione e moltissimi disegni di Dario.
Immaginate che a leggervi questa storia sia la voce di Franca…
Buon divertimento.

I Dòi amorosi
Entorciga' deréntro li baccèlli come faggiòli

Prologo
Ci rendiamo conto che i contastorie della Bibbia dei villani hanno tratto ispirazione da testi che non appaiono nel Sacro Testamento ma provengono addirittura da Bibbie apocrife. Cosi' grazie a questi altri testi non omologati veniamo a scoprire con grande sorpresa che in quelle versioni i nostri progenitori non sono Adamo ed Eva ma altri due personaggi, pieni di gioia di vivere, di passione.
Dio, dopo averli messi al mondo, si pente di quella creazione. Sono due creature che vivono abbracciate dentro un grande baccello, infatti il racconto s’intitola: I dòi amorosi entorciga' derèntro li baccèlli come faggiòli. Pare che solo mille e mille anni dopo nascono i nostri progenitori biblici, Adamo e Eva.
Come in altre storie di altre religioni, la prima donna, nel nostro caso Eva, viene sempre accusata di esser causa di sciagure. Basti pensare alla favola dell’abbuffata di mele proibite con relativa cacciata dal paradiso.
Ma nelle storie della Bibbia dei villani Eva ha un ben altro ruolo: non e' il simbolo della scellerataggine, della lascivia e del peccato, anzi. e' lei che mostra gran saggezza nel raccontare e commentare la sua venuta in “dell’onovèrso mónno”, nello scoprire con ironia il suo corpo. Ci racconta anche dell’incontro con la Grande Madre, una dea quasi clandestina. Ed e' ancora lei che per prima scopre l’amore e lo insegna ad Adamo, allocchito e imbranato.
A proposito del primo incontro fra Adamo e Eva e della scoperta del far l’amore, ci siamo ispirati, oltre che alla favola dei villani, a una famosa novella di Boccaccio, conosciuta come: Poni el diavolo allo inferno.
Entrambe le storie che seguono verranno presentate da Franca, in un linguaggio del tutto particolare tratto dal lessico dell’Italia centro-meridionale.
Dopo aver creato l’universo intero, il sesto giorno il Padreterno dice: “Voglio fare due creature uguali a me, come due figlioli!”.
E all’istante, senza faticare, ti sforna due uova grandi, ma cosi' grandi che a un elefante si sarebbe sfondato il condotto suo. Poi chiama un’aquila per farle covare: “Vieni qua uccellaccio... sieditici sopra!”.
Ma ’sto uccellone non riesce a coprire nemmeno la punta delle uova!
“Ora che faccio? Chi me li cova i figli miei? Mi dovro' arrangiare da me solo!”
Il Padreterno si tira su la veste tutta fino alle natiche e poi si siede accucciato delicatamente sulle uova e comincia a covarle come fosse una gallinona chioccia verace. D’istinto gli viene da fare: “Co-co-co...” e sbatte le braccia: “Co-co-co...”
Li' vicino ci stanno delle scimmie babbuine che sbottano in una gran risata: “Il Padreterno che cova le uova! Ah, ah!” Il Dio s’imbufalisce e gli ammolla una fulminata bruciaculo sul deretano: “Sciaa'!”. E per l’eternita' i babbuini sono rimasti pelati e rossi nella chiapperia!
Allora, dicevo, il Signore cova... e per il gran calore che sprigiona, per poco non ti cucina due uova alla coque! Di botto ha un sobbalzo e grida: “Si muovono! Le uova si agitano!”.
Il Signore ninna a fremito il deretano santo... le uova si squarciano spalancate e da ciascun uovo sorte una creatura!
Emozionato com’e', il Signore... bisogna capirlo, era alla sua prima covata... per abbracciarli inciampa e frana sui due appena nati e te li spiaccica che e' quasi una frittata:
“Dio, Dio - che ogni tanto si invoca da se' solo - che disastro! Bisogna che ci ponga rimedio.”
Dio raccatta la prima nata, una femmina, e, come un pasticciere, le rifa' la forma. “Oh, qua, sul petto mi sono sorti due bozzi. Beh, le stanno bene, glieli lascio. Quaggiu'... mi si e' fatta una fessura... non ho il tempo per ricucirla... tanto e' una femmina, e, anche se tiene qualche difetto, nessuno se ne accorge.”
Poi rimedia pure al maschio... ’stavolta con piu' attenzione.
“Ora dove li sistemo... povere creature mie appena nate?”
Disegna nell’aria un’elisse tonda e di botto appare un baccello di fagioloni esagerato! Apre ’sto baccello grande, cava fuori i fagioloni e dentro ci sistema comodi, una creatura per ogni valva.
“Belli i piccoli miei! Dormite cosi' saporosi fino a domani!” e via che se ne parte per l’infinito del creato.
Intanto il diavolo, geloso al vomito, ha assistito a tutta ’sta magnifica creazione. Come il Padre Dio e' sparito, s’appressa ai due gusci-baccello e, per non dare nell’occhio... che intorno ci stanno sempre gli angeli custodi a spiare, si e' incarcato sul capo una testa di montone con le corna a torciglione... e cosi' combinato a pecorone... raggiunge le due valve spalancate e con una pedata: bam!, richiude il baccello spiaccicato.
All’improvviso maschio e femmina si ritrovano uno incollato all’altra appiccicati. Per il cozzo si risvegliano all’istante... si odorano... nello scuro si palpano... con la lingua si assaggiano...
“E' buono!”
“E' saporosa!”
“E tu chi sei? Sei un fagiolo?”
“Si'!, sono un fagiolo con un pisello!”
“Sei il mio doppio... uguale a me?”
“Non che non siamo uguali... io sono uomo!”
“Siamo imprigionati?”
“Stai cheta che appena siamo maturi ’sto coperchio d’incanto, s’apre da se solo.”
«Ma io non sono per niente agitata... mi trovo bene cosi', mi sento addosso una gran dolcezza.”
“Anch’io...”
Per gioco si ninnano di qua e di la'... si strusciano.
“Mi fa un solletico strepitoso: Ahahah!”.
Gridano, ridono e miagolano con lamenti... respirano ansimando. PLAF!, si spalancano le due valve: “Oh siamo liberati!”
“Per carita'!” dice la femmina, “richiudi che sento freddo!” E PLOC!, con uno strattone, di nuovo si ritrovano abbracciati... e poi di nuovo aperto e poi richiuso... aperto e richiuso... aperto e richiuso…
“e' uno spasso grande! Come si chiamera' ’sto gioco?”
E la femmina con un languido sospiro dice: “Io credo che si chiami amore.”
“BEHAAE!” Il diavolo travestito come un pecorone, sbatte il capo sul terreno e bestemia: “Che fottitura! Io, il demonio, ho inventato l’amore! BEHHAE!”.
Un caprone che gli sta appresso s’arrazza a ’sto belato e gli va in groppa a montarlo. “BEEHHHAEE!” Fugge come un fulmine il demonio e si va a incornare con il capo contro a un roccione... le corna si infriccano salde nella capoccia... cosi' che, in un solo giorno, il diavolo ha creato l’amore e ci e' rimasto per l’eterno becco e cornuto!
Intanto quelli nei baccelli continuavano a fare l’amore... aperto e richiuso... aperto, richiuso... Riappare il Signore all’improvviso: “E che e'? Ma che razza di razza ti ho sfornato?” s’indigna e grida. “Ma che mollacciosa vita e' mai ’sta vostra, che tutto il giorno abbracciati ve ne state... apri e chiudi, apri e chiudi! Dovete ancora inventare la ruota... il fuoco! Vi ho creati come figli miei! Creature del Signore siete! (Infuriato) E arrestatevi almeno un attimo di fare l’amore, almeno quando parlo!”
E a Dio gli girano i santissimi! “Sai che faccio? Vi divido! Vi distacco uno dall’altro, la femmina di qua e il maschio di la' e vi sbatto in due continenti diversi e non vi rincontrerete mai piu'!”
“Non ci dividere Dio! Cosi, tu ci uccidi!” piangevano lacrime assai per il dolore.
“Che e' ’sta bagnata sul capo?” grida il Signore.
Gli angeli spaventati, se ne fuggono... lasciano sparpagliato un getto tondo tondo di lacrime... e cosi' nel cielo e' nato l’arcobaleno.
 

 


LIBRI: Ho sognato una banca, di Fabio Salviato

Ho sognato una banca - LIBROCarissimi,
questa settimana vi presentiamo un libro che non abbiamo in catalogo, ma che potete agevolmente trovare in tutte le librerie. Si tratta di “Ho sognato una banca” di Fabio Salviato ed e' la storia della nascita e dello sviluppo di Banca Etica, di cui Salviato e' il fondatore. Come al solito ve ne anticipiamo un capitolo e cosi' potrete accorgervi della scrittura agile e pulita che racconta una storia straordinaria, un sogno che sembrava impossibile e che e' diventato realta' grazie alla tenacia di chi ci ha creduto.

Ho sognato una banca, Fabio Salviato, in collaborazione con Mauro Meggiolaro, prefazione di Ilvo Diamanti. Feltrinelli Editore

Capitolo 8. Quel giorno in via Nazionale 

L’avevo visto spesso camminando per la capitale, ma mai avrei pensato che un giorno ci avrei messo piede come “aspirante banchiere”. Palazzo Koch, in via Nazionale, sede della Banca d’Italia. Ci si va a piedi da Termini. Da lontano lo vedi, sembra un castello bianco, con i cancelli alti e le palme, come se fosse un’oasi serena in mezzo al traffico. Il primo incontro con i dirigenti di Bankitalia e' fissato per gli inizi del 1994. e' una riunione informale, per sondare il terreno. Le riforme del sistema bancario stanno mettendo in ginocchio le cooperative e i consorzi finanziari. Ctm-Mag, il nostro consorzio, non e' da meno. Le nuove normative ci chiedono di raccogliere sempre piu' capitale e impongono limiti severi per tutti gli operatori non strettamente bancari. Dobbiamo trovare una via d’uscita e dopo due anni di tentativi decidiamo di andare direttamente alla fonte, nel cuore del sistema bancario. Da chi scrive le leggi e magari, pensiamo, puo' darci una mano.
Ci aiuta a fissare il primo incontro Luigi Bobba, allora vice-presidente delle Acli, una delle piu' grandi associazioni italiane di promozione sociale, di ispirazione cristiana. Luigi e' un mediatore nato. Un tipo pacato, che sa ascoltare e ha un talento naturale per le relazioni. “Incontriamo il numero tre”, mi spiega al telefono. “Sono convinto che in qualche modo ci potra' aiutare”.

Un po' ingenuamente pensiamo che a Palazzo Koch abbiano una soluzione apposta per noi, un vestito tagliato su misura per salvare il nostro consorzio, i nostri progetti di finanziamento per il terzo settore. Ma dopo i convenevoli di rito capiamo subito che la situazione e' ben diversa. Ci accoglie il direttore centrale per la Vigilanza Creditizia. Un uomo di esperienza, sui sessant’anni. Vestito blu d’ordinanza, passo sicuro, e sguardo di chi non ha voglia di perdere tempo. Appena ci sediamo alla sua scrivania ci rivolge due domande dirette: “chi siete? Cosa posso fare per voi?”. “Siamo rappresentanti del terzo settore”, spiego, “decine di botteghe del commercio equo, associazioni, cooperative. Centinaia di soci, una rete che si allarga giorno dopo giorno”. “Ho capito”, ci risponde. “Ma chi c’e' dietro? C’e' qualche nome conosciuto?”. “Ci siamo noi delle Acli, poi c’e' l’Arci, la Lega delle Cooperative, Confcooperative, la Caritas”, risponde Luigi.
L’uomo della Banca annuisce. Caritas, Arci, Acli, chi non li conosce in Italia? Tutto il resto a Palazzo Koch non esiste, e' invisibile. Eppure e' soprattutto sull’invisibile, sui volontari del commercio equo che abbiamo costruito il consorzio. Ma come fare a spiegarlo?
Il funzionario ci squadra e ci incalza di domande. e' un po' sospettoso e non da' niente per scontato. Sembra uno di quei professori che partono dal presupposto che tu non abbia studiato. “Vedete”, ci spiega, “con la nuova normativa vogliamo fare piazza pulita di una serie di casi anomali”.
In quel periodo molte cooperative si erano messe a raccogliere e prestare soldi ai soci e in alcuni casi le conseguenze erano state disastrose. “Pensate che in una cooperativa una signora prelevava soldi per pagarsi i viaggi con l’amante. In un consorzio si sono messi a stampare addirittura assegni, manco fossero banchieri. Non possiamo andare avanti cosi'”.
e' vero, non si puo'. Ma noi siamo diversi. Abbiamo milioni di soci e clienti potenziali, il nostro scopo e' il bene comune, la creazione di posti di lavoro per dare energia alla parte buona della societa'. Ma chi ce la fa a spiegarlo alla Banca d’Italia?

Mi guardo intorno e vedo un grande vuoto, mi sento quasi in trappola. Capisco che questo incontro non ci portera' da nessuna parte. Nessun vestito su misura, nessuna scorciatoia per il nostro consorzio finanziario. La legge non fa sconti. 
Mentre Luigi spiega l’esperienza del consorzio, fisso le pareti, i quadri e mi passa davanti agli occhi tutta una storia di assemblee, manifestazioni, raccolte di capitale, intuizioni, rinunce, discussioni pesanti, successi insperati. Lo so cosa ci sta per dire il funzionario, me lo immagino adesso, ma non me l’aspettavo. Chi se lo sarebbe mai aspettato? E infatti, dopo che abbiamo finito di raccontare tutto nei minimi dettagli, la fatidica frase mi piomba addosso come una doccia gelata: “se volete continuare con la vostra attivita' dovete fondare una banca. Altrimenti vi conviene chiudere. Le cooperative finanziarie non hanno futuro”.
Luigi mi guarda negli occhi. Stiamo in silenzio. Fare una banca. Gia' mi immagino le reazioni dei soci del consorzio. “Un’altra banca? A che cosa serve? Ce ne sono gia' mille”. “La banca no, e' il simbolo del capitalismo. Piuttosto chiudiamo tutto. Vogliamo metterci anche noi dalla parte degli sfruttatori?”
Queste frasi mi rimbombano gia' in testa mentre cerco di pensare ad altro. Lo sguardo del funzionario non riesce a nascondere un pizzico di sadismo. “Questi non vanno da nessuna parte. Appena capiranno che cosa vuol dire veramente mettere in piedi una banca, molleranno l’osso e si rassegneranno”. Era facile riuscire a leggergli nel pensiero. Eravamo un’armata Brancaleone di sognatori, con migliaia di sedi scalcinate in tutti gli angoli del paese. Come avevamo potuto immaginare che Bankitalia ci desse credito?

A questo punto pero' bisognava prendere una decisione importante. E le alternative erano due: continuare ad essere testimonianza, coltivando una piccola riserva indiana di duri e puri? O provare a diventare soggetti del cambiamento, come banca in mezzo alle banche, cercando di mettere mano agli ingranaggi del sistema? Con queste domande in testa decido di convocare subito una riunione straordinaria dei soci.

L’appuntamento e' nel marzo del 1994 sulle colline della Valpolicella, poco fuori Verona, alla Ca' Verde, l'agriturismo biologico che e' stato forse il primo esempio di finanziamento etico in Italia.
Il luogo dell’incontro aveva quindi un forte significato simbolico e tra i partecipanti erano presenti anche gli iniziatori del progetto Mag. La memoria storica della finanza etica. Li' era nata la prima mutua auto gestione degli anni settanta. Poteva nascere una nuova banca? Solo i soci del consorzio potevano deciderlo. Davanti a loro un solo punto all’ordine del giorno per due giorni di discussioni. Piu' che una mozione, una domanda esistenziale, l’aut-aut stesso del nostro movimento: creiamo una banca e accettiamo nuove sfide o restiamo un consorzio e ci accontentiamo di quello che abbiamo fatto finora?

Ci troviamo un sabato mattina in stazione a Verona. Siamo una ventina. E ci siamo tutti: cooperative, Acli, Arci, botteghe del commercio equo, mutue auto gestione e, per la prima volta, il sindacato dei bancari Fiba-Cisl, rappresentato da Fabio Silva. Organizziamo quattro macchine e saliamo verso la montagna per una due giorni di discussioni. Dopo che ci siamo sistemati, decido che non e' il caso di fare tanti giri di parole e, come faccio spesso, lancio la bomba: “allora siete pronti a fondare una banca?”.
La discussione entra subito nel vivo. Gli esempi di banche alternative in Europa non mancano. In Germania ci sono gli steineriani della GLS-Bank, gli ecologisti di Oekobank, in Olanda c’e' la Triodos. Loro ce l’hanno fatta. Perche' noi non dovremmo riuscirci?

Decidiamo pero' di procedere per passi progressivi. L'idea e' di fondare prima di tutto un’Associazione Verso la Banca Etica con lo scopo di raccogliere il capitale necessario per costruire una banca nuova, interamente creata dal basso, senza grandi industriali, famiglie influenti o appoggi politici. La prima banca veramente “popolare”.

I soci di Ctm-Mag sono d’accordo: torniamo alla base, con una campagna di raccolta di capitale straordinaria, per un progetto unico in Italia. Lasciamo le colline della Valpolicella con un’energia che non avevo mai visto prima. Sembra che da qualche parte si sia rotta una maglia nella rete del sistema, un varco nel quale dobbiamo entrare al piu' presto. e' un’occasione che non possiamo permetterci di perdere. Le inchieste del pool di mani pulite hanno fatto piazza pulita di una classe politica corrotta e inefficiente. L’Italia sembra quella «nave senza nocchiero in gran tempesta» di cui scriveva Dante nella Divina Commedia. C’e' un vuoto di potere che sta per essere colmato da Silvio Berlusconi e dalle forze piu' conservatrici e retrograde della societa' italiana. Ma intanto c’e' la possibilita' di sperare. Ci sono degli spazi per l’agire sociale, per le idee innovative che oggi sarebbero inimmaginabili.

Alla fine degli anni novanta e nei primi anni del duemila, con il secondo governo Berlusconi, i varchi si sarebbero chiusi per molti anni, le maglie del sistema sarebbero tornate ad essere fitte ed impenetrabili, i movimenti sociali si sarebbero rintanati nelle loro nicchie, impotenti di fronte a un potere televisivo ed economico difficilissimo da scalfire. Oggi una banca etica come quella che abbiamo cominciato a costruire quindici anni fa sarebbe impossibile da concepire. Nel 1994 molti di noi l’avevano intuito. Dopo le elezioni di marzo, che avevano visto vincere a sorpresa Forza Italia, un partito costruito in meno di tre mesi, avevamo l'impressione che qualcosa stesse per cambiare in modo irrimediabile e non certo in meglio per il nostro paese. Se volevamo agire bisognava mettere da parte le invidie e gli egoismi e farlo subito. O mai piu'. C’era la sensazione che quel treno non lo dovevamo assolutamente perdere. 

Con la nuova Associazione Verso la Banca Etica, fondata nel dicembre del 1994, torniamo in Banca d’Italia. e' il primo incontro ufficiale dopo la riunione informale di febbraio. Passata la soglia di Palazzo Koch ci aspetta una triade di funzionari, incaricati di seguire il progetto “per la costruzione di una banca etica”. Uno staff che mese dopo mese ci mandera' osservazioni e richieste e ci fara' le pulci su ogni singolo documento contabile.
Nonostante l’ufficialita' della visita, l’accoglienza e' sempre la stessa. “Noi incontriamo tutti anche i delinquenti”, ci spiegano subito come premessa, abbozzando un sorriso. “Non sappiamo chi siete voi, potreste anche essere delle brave persone. Ma chi lo sa. E' sempre meglio non fidarsi all’inizio piuttosto che riparare i danni piu' tardi”.
Ci tengono mezza giornata. Guardano e riguardano i conti del consorzio. Ci fanno continuamente domande. E' un incontro tutto in salita: richiesta di informazioni, documenti, domande a raffica. A Palazzo Koch vogliono sapere tutto, ma soprattutto cercano di metterci in difficolta'. Come possiamo immaginare di creare una banca con centomila problemi se non riusciamo a rispondere a dieci domande prima ancora di creare il primo sportello? Il ragionamento di Bankitalia e' corretto, ma per noi tutte quelle domande hanno un che di indagatorio. Sembra che si stiano accanendo sulla nostra associazione, che stiano facendo le pulci solo ed esclusivamente a noi. In realta' si trattava di un metodo consolidato per testare la nostra preparazione.

Nei cinque anni successivi ho incontrato Banca d’Italia una decina di volte. Le sessioni di lavoro sono sempre state molto lunghe: dalle quattro alle sei ore, come un continuo esame di maturita', con domande sempre piu' difficili su temi che non avevamo pensato di portare come materia per l’interrogazione. Alla fine di ogni incontro seguivano nuove richieste, molto puntuali e l’arrivederci all’appuntamento successivo. Abbiamo risposto a decine di domande. Per noi, banchieri alle prime armi, e' stata come una scuola, una formazione permanente. E come in ogni scuola non mancano gli aneddoti o le interrogazioni che passano alla storia. Come in quell’incontro, all’inizio del 1995, in cui uno degli ispettori di Bankitalia mi guardo' fisso negli occhi e mi disse: “avanti, ora dovete uscire allo scoperto. Sapete che in Italia vale la legge delle tre “p”: padrino, padrone e partito. Chi sono le vostre tre “p”? A che partito fate riferimento? A quale gruppo industriale o politico? C’e' un personaggio a cui vi appoggiate? Dobbiamo dirvelo molto chiaramente: senza queste premesse e' molto dura entrare nel sistema bancario italiano. Noi vi possiamo aiutare, ma poi sara' difficile andare da qualsiasi parte senza le tre p”.

Noi non abbiamo mai avuto nessun padrone, a parte i nostri oltre 35.000 soci, non ci siamo appoggiati ai partiti, anche se spesso i partiti hanno cercato di usarci come bandiera, e non ci siamo serviti di padrini, ne' di illustri padri fondatori. Spesso ci hanno associati alla Chiesa, a qualche fronda della CEI o del Vaticano. Niente di piu' falso. Anzi, alla fine, nonostante il nome “etica”, abbiamo molti meno clienti religiosi di quanto ci si potrebbe immaginare. Certo, padri fondatori, dal punto di vista ideale ne abbiamo moltissimi. La lista e' lunga e abbraccia molti secoli: San Francesco, Raiffeisen, Don Guetti, Don Milani, Padre Alex Zanotelli, Alexander Langer, Rudolf Steiner, Tom Benettollo. Tutta gente che, nei salotti buoni, non ha mai contato niente.

Ci abbiamo messo almeno due anni per far capire a Bankitalia che le nostre tre “p” erano altre: pacifismo, perseveranza, partecipazione. Davanti agli occhi increduli degli ispettori stava nascendo un mondo, quello del terzo settore, che si preparava a diventare un soggetto autonomo, creatore di occupazione e di valore aggiunto. E noi eravamo pronti a creare una banca per questo nuovo soggetto economico, "terzo" rispetto allo stato e al mercato e riconducibile ne' all’uno ne all’altro. Un universo costituito da una serie di organizzazioni di natura privata volte pero' alla produzione di beni e servizi a destinazione pubblica, come le cooperative sociali, le associazioni di promozione sociale, le associazioni di volontariato, le Organizzazioni Non Governative, ecc..

All’inizio avevamo pensato di chiedere un'autorizzazione come Banca di Credito Cooperativo (BCC) perche', oltre ad avere una forma cooperativa, come molte delle realta' che avremmo dovuto finanziare, una BCC richiedeva un capitale sociale di 2,5 miliardi di lire (1,3 milioni di euro), contro i 12,5 miliardi (6,45 milioni di euro) richiesti per creare una Banca Popolare.
La differenza tra questi due tipi di banche e' semplice: una BCC, infatti, puo' operare solo a livello locale, in una citta', in un comune o in un gruppo di comuni vicini, mentre una Banca Popolare puo' aprire sportelli in tutto il territorio nazionale. Con Banca Etica volevamo essere attivi in tutte le regioni italiane, ma il traguardo dei 12,5 miliardi di euro ci sembrava impossibile. Avevamo quindi deciso di ripiegare sulla Banca di Credito Cooperativo, cercando pero' delle scorciatoie che ci permettessero di superare i limiti della presenza locale. Bankitalia ci aveva dato una mano a concepire una nuova forma di BCC, nazionale ma allo stesso tempo locale, presente in tutto il paese, pero' “a macchia di leopardo”, a livello territoriale, nelle zone in cui avremmo raccolto almeno 200 soci. Potevamo essere locali, pero' a livello nazionale, con un capitale ridotto. L’obiettivo dei 2,5 miliardi, pur se impegnativo, ci sembrava a portata di mano.

Ma nel 1997, proprio quando ci sembra di aver trovato la soluzione vincente, arriva una nuova doccia fredda: Banca d’Italia, dopo una serie di valutazioni, ci comunica che la strada della BCC non e' percorribile. Se vogliamo essere attivi a livello nazionale abbiamo solo due alternative: la Banca Popolare o la Societa' per Azioni. Entrambe richiedono un capitale sociale di 12,5 miliardi di lire. Per noi sembra essere la fine di tutte le speranze.

Tornato da Roma convoco immediatamente una riunione straordinaria della Cooperativa Verso la Banca Etica - che avevamo fondato nel giugno del 1995.
Alle Acli, all’Arci, a Fiba-Cisl e tutte le altre associazioni che si erano dimostrate pronte a costruire una Banca Etica cooperativa bisogna ora chiedere uno sforzo in piu'. Dobbiamo osare l'impossibile. E senza tornare alla base, ai milioni di associati del non profit italiano, 12,5 miliardi di lire rischiano di rimanere un traguardo impossibile.
 

 


LIBRI: La sfida dell'Africa, Wangari Maathai

LIBRI La sfida dell'AfricaCarissimi,
questa settimana Vi parliamo d’Africa insieme a Wangari Muta Maathai, ambientalista, attivista e veterinaria keniota, Premio Nobel per la Pace nel 2004 per "il suo contributo alle cause dello sviluppo sostenibile, della democrazia e della pace".
E' membro del parlamento keniota ed e' stata Assistente Ministro per l'Ambiente e le Risorse Naturali nel governo del presidente Mwai Kibaki, fra il gennaio 2003 e il novembre 2005. Appartiene all'etnia kikuyu.
Fu la prima donna nativa del centrafrica a laurearsi, nel 1971 presso l'Universita' di Nairobi, in biologia, lavorandoci poi fin dal 1976 presso la facolta' di veterinaria.
Nel 1976 si iscrisse nel Consiglio nazionale delle donne del Kenya, assumendone la presidenza nel 1981, fino al 1987, anno in cui abbandono' l'associazione.
Negli anni novanta intraprese una forte campagna di sensibilizzazione verso i problemi della natura e del disboscamento in particolare. Fondo' nel 1977 il Green Belt Movement, un'associazione non-profit che ha piantato oltre 40 milioni di alberi in Kenya per combattere l'erosione ed e' tutt'ora molto efficiente.
Piu' recentemente si e' occupata anche di diritti civili perche', come ha dichiarato lei stessa in un'intervista: "Quando cominci a lavorare seriamente per la causa ambientalista ti si propongono molte altre questioni: diritti umani, diritti delle donne, diritti dei bambini… e allora non puoi piu' pensare solo a piantare alberi".
Vi proponiamo l’introduzione del suo nuovo libro: La Sfida dell’Africa, edito in Italia da Nuovi Mondi.
Potete acquistarlo direttamente online sul nostro sito CommercioEtico.it.
Buona lettura.

Introduzione

L’autobus sbagliato
Per trent’anni ho lottato in prima linea, tentando insieme ad altri di abbattere il muro che separa i popoli africani dalla giustizia, dalla ricchezza, dalla pace e dal rispetto. Abbiamo cercato una via d’uscita dalla poverta', dall’ignoranza, dalle cattive condizioni di salute e dalle morti premature, dalle violazioni dei diritti piu' elementari, dalla corruzione, dal degrado ambientale e dai molti altri problemi che affliggono l’Africa. Ho svolto il mio lavoro attraverso il Green Belt Movement, aiutando le comunita' a piantare alberi per accrescere le loro fonti di sostentamento, proteggere l’ambiente e rafforzare al tempo stesso il loro impegno e la loro perseveranza. E' in seguito a queste esperienze fra la gente comune, insieme agli incarichi nel governo keniota e alla partecipazione a numerose iniziative internazionali, che si e' formata la mia visione del mondo e sono maturati gli orientamenti, gli esempi, le analisi e le soluzioni che propongo in questo libro.
Nei tre decenni trascorsi dalla nascita del Green Belt Movement, alcuni africani hanno abbandonato la lotta in prima linea per perseguire i propri interessi e le proprie ambizioni, altri si sono lasciati prendere dallo sconforto e dalla stanchezza. Alcuni languono nelle loro case o nelle prigioni, altri sono senza tetto o vivono nei campi profughi. Alcuni sperano di essere salvati dai propri governanti, altri aspettano finche' non si rendono conto che devono salvarsi da soli, diventando essi stessi, per dirla con le parole del Mahatma Gandhi, quel cambiamento che desiderano vedere nel mondo.

Eppure, come cerco di dimostrare, le sfide che l’Africa si trova ad affrontare non dipendono solo dalle politiche nazionali e internazionali (anche se queste, come in passato, giocano un ruolo importante nel futuro del continente) ma riguardano anche la sfera morale, spirituale, culturale e persino psicologica.
Analogamente, la situazione africana non e' scindibile da quella mondiale. Siamo un’unica umanita' che vive su un unico pianeta: e' una realta' alla quale non possiamo sottrarci.
Ho scritto La sfida dell’Africa per tutti coloro che hanno a cuore il destino del continente africano: lettori comuni, attivisti, esperti in politiche di sviluppo e funzionari governativi, compresi i capi di stato. Spero di riuscire a spiegare, delucidare, coinvolgere e, cosa forse ancora piu' importante, stimolare tutti gli interessati a impegnarsi di fronte ai problemi problemi che oggi l’Africa si trova ad affrontare.
La sfida dell’Africa e' diviso in cinque sezioni: i problemi attuali e le loro radici storiche e culturali (capitoli 1 e 2); il loro contesto economico, politico e internazionale e le loro dimensioni (capitoli 3, 4 e 5); il problema della leadership e della buona gestione delle risorse, sia ai massimi livelli sia alla base della societa' (capitoli 6 e 7); la relazione complessa e problematica fra identita' etnica e stati-nazione nell’Africa contemporanea (capitoli 8, 9 e 10); infine, la centralita' dell’ambiente nei problemi dello sviluppo del continente e nelle loro soluzioni (capitoli 11, 12 e 13). Il libro si chiude con un ultimo capitolo dedicato ai problemi degli africani in quanto individui, sia in patria che all’estero.
Nel primo capitolo sviluppo una riflessione su una donna che vidi a Yaounde', in Camerun, la quale praticava un’agricoltura di sussistenza con tecniche che causavano erosione del suolo e spreco di acqua piovana. L’agricoltura di sussistenza e' l’attivita' con cui un’ampia maggioranza di africani si guadagna da vivere, e io faccio notare come i problemi di quella coltivatrice rappresentino sotto molti aspetti un microcosmo in cui si riflettono le innumerevoli sfide che interessano l’agricoltura africana in particolare e l’Africa in generale.
Nel secondo capitolo tento di far luce su alcune difficili eredita' con cui l’Africa deve fare i conti, primo fra tutti il colonialismo. Il mio scopo e' dimostrare che il colonialismo che ha devastato il continente e' divenuto un comodo capro espiatorio per conflitti, signori della guerra, corruzione, poverta', dipendenza e malgoverno della regione. L’Africa non puo' piu' continuare a imputare al colonialismo il fallimento delle proprie istituzioni, il collasso delle infrastrutture, la disoccupazione, l’abuso di droghe e le crisi dei profughi. D’altra parte, tali questioni non possono essere comprese appieno senza prima riconoscere quella che e' la realta' della storia africana.
Nel terzo capitolo propongo al lettore una metafora, secondo me efficace, di una societa' che funziona, vista in contrapposizione alla societa' africana dopo la Guerra fredda.
Nel quarto e quinto capitolo prendo in esame i modi in cui gli aiuti, il commercio e il debito favoriscono la sperequazione tra l’Africa e il mondo industrializzato, mentre nel sesto analizzo la carenza di leadership nel continente e i modi per porvi rimedio. Nel quarto e quinto capitolo il mio intento non e' semplicemente criticare la comunita' internazionale per le pratiche di commercio iniquo e per il pesante fardello del debito che ancora opprime gli africani, ma anche di stimolare tutti i popoli dell’Africa a liberarsi da quella cultura della dipendenza che conduce alla passivita', al fatalismo e infine al fallimento. Allo stesso modo, l’intenzione del sesto capitolo non e' stigmatizzare o accusare, ma stimolare l’intera societa' africana, e in particolare la sua leadership, a liberarsi dalla corruzione e dall’egoismo presenti in ogni strato sociale. e' necessario che ogni africano, dai capi di stato ai coltivatori di sussistenza, valorizzi tanto la cultura dell’onesta', del duro lavoro, dell’equita' e della giustizia, quanto le ricchezze - culturali, spirituali e materiali - del proprio continente.
Nel settimo e ottavo capitolo descrivo piu' nel dettaglio l’impoverimento culturale cui accenno nel secondo capitolo: la mancanza di rispetto per alcune culture africane e la conseguente devastante perdita di autostima da parte di molti gruppi etnici – quelle che io chiamo “micro-nazioni” – in tutto il continente. Come spiego con maggiori particolari nell’ottavo capitolo, aver riconosciuto l’importanza della cultura mi ha spinto a creare i Seminari di educazione civica e ambientale nell’ambito delle attivita' del Green Belt Movement. Nel corso di questi seminari ho elaborato un concetto che ho chiamato “sindrome dell’autobus sbagliato”. Come passeggeri saliti su un mezzo sbagliato, molte persone e comunita' hanno preso una direzione errata, consentendo cosi' ad altri (spesso i loro stessi governanti) di allontanarli ancora di piu' dalla loro meta. La mia conclusione e' che oggi gran parte dell’Africa e' salita sull’autobus sbagliato.
Nel nono e decimo capitolo investigo piu' a fondo i problemi dello stato-nazione africano, o di quella che io chiamo “maco-nazione”. Per decenni gli africani hanno sminuito o ignorato la fondamentale importanza, sia culturale che psicologica, dell’identita' micro-nazionale, strumentalizzando le differenze etniche per ottenere vantaggi politici. Io chiamo tutti gli africani a riscoprire e a far propria la loro diversita' etnica, linguistica e culturale, non solo per dare modo a ogni stato-nazione di progredire politicamente ed economicamente, ma affinche' possano guarire nell’anima, ferita dal ripudio di cio' che autenticamente sono.
Cosi' come la diversita' delle culture, anche la biodiversita' e' essenziale per la salute delle societa' umane. Nei capitoli 11, 12 e 13 sostengo la centralita' che spetta all’ambiente in ogni discussione e avanzo una proposta su come affrontare i problemi dell’Africa. In particolare mi soffermo sulle questioni della terra, dell’agricoltura e della conservazione delle foreste, quindi analizzo l’enorme compito - e la necessita' - di preservare l’ecosistema forestale del bacino del Congo nell’Africa centrale.
Infine, nel capitolo 14, svolgo una riflessione sui problemi che devono affrontare le famiglie africane sia del continente che della diaspora. Esorto gli africani a sostenersi a vicenda negli sforzi per aprirsi una propria strada verso il futuro. E a credere che ce la faranno.
Mentre sto scrivendo, il mondo attraversa una crisi finanziaria causata in gran parte dall’assenza di controlli e dalla deregolamentazione nei paesi industrializzati. Da troppo tempo i poveri pagano le conseguenze di tanta avidita' ed egoismo. Per decenni l’Africa e' stata esortata a far propri il sistema finanziario e le politiche del mondo industrializzato ma, mentre tutto questo ha arricchito l’Occidente, tali meccanismi fuori controllo non hanno fatto altro che impoverire gli africani. La crisi attuale rappresenta quindi per il continente un’utile lezione, e al tempo stesso la sua piu' grande sfida: nessuno ha in tasca la soluzione a ogni problema, e dunque, invece che seguire ciecamente ricette altrui, e' indispensabile che gli africani pensino e agiscano autonomamente, imparando dai propri errori.

Per acquistare il libro direttamente online http://www.commercioetico.it/libri/nuovi-mondi-media/sfida-africa.html


La Casta dell’acqua. Come la privatizzazione sta assetando l’Italia

Libri: LA CASTA DELL'ACQUACarissimi, questa settimana vi presentiamo un  nuovo  libro di Nuovi Mondi: “La Casta dell’acqua. Come la privatizzazione sta assetando l’Italia” di Giuseppe Marino.
Marino racconta in modo agile e molto interessante le storie dell’acqua in Italia, come si e' arrivati alla privatizzazione e alla disobbedienza, come l’esempio di Aprilia dimostra. E’ di questi giorni infatti la notizia che il Comune della cittadina ha deciso di riprendersi la gestione amministrativa dell’acqua pubblica. Una grandiosa vittoria conquistata grazie alla tenacia dei cittadini. A dimostrazione che l’Anticasta funziona, eccome.
Il libro di Marino e' un racconto che riguarda tutti.
Vi proponiamo un brano dall’introduzione e l’inizio della storia di Aprilia. Buona lettura.

Introduzione
E' il 4 maggio 2006 quando l’Italia viene scossa da un inatteso coming out. “Mi faccio il bagno una volta a settimana”, confessa Fulco Pratesi. E non e' finita: “Con mia moglie facciamo a turno a tirare lo sciacquone”. L’ambientalista, da una vita uomo simbolo del WWF, mette a nudo le sue abitudini e le sue abluzioni sulle pagine del Corriere della Sera, scatenando un acceso dibattito (e non poche risate). Pratesi consiglia anche di usare un catino per tirare l’acqua nel WC - “si spreca meno” - e si ferma solamente sulla soglia del sacro vincolo dell’ospitalita': gli invitati possono stare tranquilli, lui non fa come il sindaco di Londra Ken Livingstone, che impone l’austerity dello sciacquone a chiunque entri in casa. “Questo magari e' troppo”, sussurra Fulco.
Ironia a parte, all’insolita rivelazione va quantomeno riconosciuto il merito di aver sollevato la questione dello spreco d’acqua. Al di la' delle buone intenzioni, tuttavia, se la prospettiva e' quella di un ultra' dell’ambiente piu' che di un esperto della natura, il dibattito rischia di arenarsi immediatamente in uno sterile muro contro muro. Il presidente del WWF, da bravo ambientalista, si preoccupa del livello dei fiumi e dei mari, ma dimentica che e' proprio nei fiumi che va a finire l’acqua dei nostri scarichi. Casomai, bisogna chiedersi se sia correttamente depurata, se l’equilibrio dei bacini idrografici venga rispettato.
Davvero non possiamo permetterci di tirare lo sciacquone? In realta', l’acqua dolce presente sulla Terra, stando alle stime, basta e avanza per dissetare l’umanita'; quando si parla del liquido di cui la vita ha tanto bisogno, tuttavia, neanche concetti quali abbondanza o scarsita' riescono a sottrarsi all’inafferrabile prospettiva della relativita'. In generale l’acqua c’e'; che sia tanta o poca dipende da quanta ne serve in un dato luogo o momento. Quel liquido trasparente e incolore, infatti, pesa dannatamente e per raggiungere i nostri rubinetti deve compiere viaggi piu' o meno lunghi. Milano, ad esempio, non soffre di particolari problemi di approvvigionamento. Ma se tutti i rubinetti della citta', industriali e civili, venissero aperti all’unisono, non c’e' dubbio che anche la capitale economica d’Italia sperimenterebbe l’arsura che gli abitanti di alcuni quartieri di Agrigento sono costretti a sopportare estate dopo estate.
Fulco Pratesi si lava con moderazione, convinto che si tratti di un’abitudine salutare: “Non siamo cosi' sporchi, anzi piu' uno si lava e piu' attiva certi processi di reazione della pelle. Il cavallo mica si fa il bagno, eppure profuma di petunia”. E, nella sua invettiva anticonsumistica e naturalista, il presidente del WWF spiega che si e' anche attrezzato con un bel frutteto in terrazzo: “Un albicocco, un melo, un ciliegio, un fico, un limone e un lampone”. La frutta fresca piace a tutti, no? Quindi Pratesi coltiva e annaffia, al piano alto di un edificio, in un elegante quartiere del centro storico di Roma. Se si va a guardare la bolletta idrica del nostro paese, pero', si scoprira' che i consumi piu' elevati sono proprio quelli dell’agricoltura, un settore che “beve” molto piu' dei nostri sciacquoni: d’estate gli alberi da frutta possono inghiottire fino a un paio di litri d’acqua al giorno. E, anche se l’acqua c’e', il problema riguarda costi e benefici: trasportarla per irrigare fino all’attico di una palazzina non risponde certo ai criteri di risparmio che Pratesi adotta per il resto dei suoi consumi domestici.
Quando aprite il rubinetto, tenete a mente questo concetto elastico ed economico relativo alla carenza di acqua; altrimenti finirete per ragionare da tifosi, ignorando i dati di fatto e scontrandovi solamente sulla base di premesse ideologiche. Il che, in fin dei conti, e' lo sport piu' diffuso in Italia, e il piu' nocivo per l’ambiente. Decidere come gestire al meglio l’acqua, pero', non e' come urlare dagli spalti dello stadio: in campo non ci sono le nostre squadre di calcio preferite, ed e' molto difficile che le soluzioni migliori possano saltar fuori come prodotto di una tenzone intellettuale tra la compagine degli ultra' liberisti e quella dei pasdaran statalisti. Qui bisognera' sporcarsi le mani maneggiando qualche numero, provare addirittura a masticare qualche dato di fatto. Si', e' vero: talvolta gli strumenti di comprensione intralciano il sottile piacere della sfida retorica. Si sa che a noi che abbiamo sempre le idee chiare a priori, a noi che su qualsiasi argomento abbiamo sempre un’opinione pronta – possibilmente classificabile come di destra o di sinistra, e comunque sempre un po’ di centro – fatti, numeri e strumenti fanno un po’ schifo. Ma stavolta non c’e' niente da fare, dobbiamo almeno provarci.
La prima cifra di cui abbiamo bisogno riguarda la suddivisione del consumo. Il 60 per cento del prelievo idrico e' destinato all’agricoltura, il 16 per cento all’uso civile e il restante 24 per cento al settore industriale, nel quale e' compresa anche la produzione di energia elettrica. Naturalmente, questo non significa che nelle case italiane docce e sciacquoni siano gestiti senza sprechi: al contrario, nella nostra penisola il prelievo medio per l’ambito domestico e' pari a 267 litri al giorno pro capite, ed e' il piu' alto in Europa (rispetto ai 156 litri della Francia o ai 162 dell’Austria).
Citta' come Milano, ma anche Bari, mostrano consumi compresi tra i 500 e i 600 litri al giorno per abitante, un record nel continente. Milanesi e baresi devono dunque iniziare a procurarsi il catino del WWF e mettere i sigilli allo sciacquone? e' certo che la disponibilita' d’acqua dipende da un equilibrio tra domanda e offerta che si sorregge anche su un uso non dissennato della risorsa idrica nelle nostre case, per quanto queste non siano il primo luogo di consumo. In ogni caso, e' possibile installare in casa rubinetterie piu' efficienti e non ha senso lasciar correre l’acqua quando non serve; per tornare alla questione degli sciacquoni, poi, si vanno diffondendo quelli a doppio rilascio, una soluzione che permette di tirare l’acqua a volonta' mantenendo pulita anche la coscienza. Resta il fatto che e' senz’altro piu' importante evitare opere che, deviando fiumi e prosciugando bacini sotterranei, mettano in crisi la capacita' di autoalimentarsi del ciclo dell’acqua: troppo cemento frena l’assorbimento delle piogge da parte del terreno, che fa parte di questo ciclo, prosciugando le falde acquifere. Inoltre, se sensibilizzare gli utenti a evitare gli sprechi e' un fatto positivo, siamo sicuri che la strada giusta passi per il terrorismo psicologico, per i sensi di colpa sul futuro del pianeta, per la richiesta di stravolgere abitudini consolidate? Rinunciando a una doccia a Roma non si regala automaticamente qualche litro d’acqua in piu' a chi vive in Mauritania. Pubblicando ogni giorno un articolo sulla sparizione delle farfalle o sull’estinzione delle api da qui al 2050, si rischia di provocare anche una reazione di rigetto o come minimo di assuefazione all’allarmismo. Soprattutto se poi il lettore va al supermercato e scopre che il miele, prodotto dalle api, continua a essere disponibile come sempre.
(Continua)

Tra la Via Pontina e il West: sentite questa storia
Troppo grossa per essere un paese, troppo priva di storia per essere una citta', Aprilia si trascina dietro un record che nessuno le invidia: inaugurati i primi palazzi nel 1937, e' stata rasa al suolo nel 1944. Di una tendenza alla distruzione cosi' radicata, la citta' fondata da Mussolini nell’Agro pontino (troppo vicina a Roma per disporre di una propria autonomia e troppo lontana per diventarne un semplice sobborgo) ha serbato un gene maligno che la obbliga, fin da quando e' nata, a innalzare senza sosta palazzi su palazzi (i residenti aumentano di mille abitanti l’anno da trent’anni). Una frenesia costruttrice anonima e disordinata, uno spasmo continuo, uno sforzo uguale e contrario per far pari con la distruzione dei primi anni di vita.
Chi vive ad Aprilia conosce bene l’acqua, e la teme allo stesso tempo: tutto, qui (dai palazzi disuguali del centro alle case abusive della periferia, sbriciolata in cinquanta borgate), sorge infatti sulla terra sottratta alle paludi pontine grazie alla piu' grande opera di bonifica della storia d’Italia.
Quell’acqua prosciugata e' sempre pronta a fare ritorno – nelle minacciose vesti degli allagamenti, che in zona certo non mancano, cosi' come nella forma, piu' benevola, di ricche falde idriche, pure quelle abbondanti in tutto l’Agro pontino. Ecco perche' agli apriliani deve apparire come l’ennesimo scherzo del destino il fatto che la propria citta' sia silenziosamente diventata un simbolo, un paradigma nella recente storia della privatizzazione idrica in Italia. Questa gente, accomunata per lungo tempo solo dalle radici recise - figlia e nipote dei coloni di tradizioni e dialetti diversi che il fascismo trasferi' in zona pescandoli nelle aree piu' depresse d’Italia, dal Polesine alla Sicilia - ha trovato da qualche anno un nuovo cemento in un’inedita forma di resistenza comune alla privatizzazione dell’acqua. Una lotta lunga, pacata e civile, una strategia della lumaca che merita di essere raccontata.
Il bello, e il brutto, di una citta' cosi' giovane e' che la storia da ricordare e' poca, e quindi puo' essere elencata nel dettaglio, fin nella data e nell’ora dei singoli avvenimenti. Ci sono una data e un’ora precise anche per l’inizio di questa storia: la mattina del primo luglio 2004.
Tutto comincia con un gesto ordinario, una mano che apre un rubinetto. Succede ogni giorno, ma quel giorno e' diverso dagli altri, perche' e' il primo della nuova gestione mista pubblico-privato dell’acqua di Aprilia. In apparenza e' solamente una delle tante manovre politico-amministrative locali alle quali pochi si interessano, soprattutto in un tessuto sociale sgranato come quello della quarta “citta' nuova“ dell’Agro pontino. Insomma, quel gran parlare di societa' miste, soci privati, gare d’appalto e consigli d’amministrazione non smuove le coscienze di nessuno, a eccezione di una manciata di frequentatori dei palazzi di potere della provincia di Latina. Tra i normali cittadini che aprono il rubinetto nessuno nota la differenza. O meglio, quasi nessuno: c’e' un ragazzo di 23 anni che gia' da tempo ha iniziato a impegnarsi nel sociale e soprattutto a informarsi. Cosi', gli e' capitato di leggere articoli allarmati, e allarmanti, sulle “guerre dell’acqua”, la grande sete e la privatizzazione. “Ma allora sta succedendo anche qua”, pensa Fabrizio Consalvi. Nella sua testa comincia a ruminare sulla possibilita' di impegnarsi in una grande causa che gli e' entrata in casa dal rubinetto. Una causa che, come un virus, riuscira' a contagiare centinaia di altre famiglie; non famiglie di attivisti, ma di normali cittadini fino ad allora lontanissimi da cortei, comitati e proteste.
Ma la grande causa di Fabrizio deve aspettare. Ci torneremo dopo aver capito cos’era successo in quei palazzi di potere locali, e in altri in tutta Italia, prima di quel luglio 2004.
(Continua)
 

ACQUISTA ONLINE IL LIBRO


DARIO FO: La Bibbia dei Villani

Dario Fo La Bibbia dei VillaniQuesta che state per leggere e' La Bibbia dei villani, o meglio, riprendendo il suo titolo per intero, La Bibbia dell’imperatore, la Bibbia dei villani. La accompagnano delle immagini disegnate e dipinte, che in teatro come nella scrittura dei testi sono il mio suggeritore.
Il frontespizio della Bibbia in questione e' una tavola miniata, realizzata dagli amanuensi e dai pittori di Tours del IX secolo, di una raffinatezza incredibile. Un capolavoro dove appaiono evidenti le influenze greche e dei bizantini di Ravenna, per i colori, per la cromatìa.
Il codice era stato commissionato da Carlo il Calvo, imperatore.
Carlo il Calvo sali' al trono dei Franchi appresso a suo padre Ludovico il Pio. Non si sa perche' gli appiopparono questo soprannome di Pio giacche', e' risaputo, quell’imperatore si dimostro' tutt’altro che propenso alla clemenza: per gestire il suo potere commise crimini inauditi e qualche strage.
D’altra parte, aveva ricevuto lezioni di potere d’alto livello: suo nonno era niente meno che Carlo Magno. Il Pio imperatore amava l’allegrezza, specie con le donne, tanto che impalmo' un gruppo imprecisato di mogli, generando figli in gran numero: di primo letto, di secondo letto, terzo letto, quarto... divano letto, chaise longue. Cosi' che, nella corsa al trono, Carlo il Calvo s’era trovato di fronte a una concorrenza nutrita di fratelli, fratellastri, nipoti, cugini e parenti piu' o meno prossimi. Ne aveva eliminati un certo numero.
A sua volta, con crimini e tradimenti, era arrivato al regno: prima s’era fatto eleggere re a Pavia e poi incoronare, naturalmente a Roma, da Papa Giovanni VIII, che era stato spudoratamente pagato per questo servizio. e' normale! Il Papa, dunque, aveva unto Carlo il Calvo, benedicendolo, come si diceva allora, "Unto dal Signore". Normale anche questo: non solo gli imperatori ma anche i re venivano unti, finche' poi si e' trasceso e si e' arrivati a ungere i cavalieri…
Con "l’unzione", come tutti gli imperatori Carlo il Calvo aveva acquisito doti taumaturgiche eccezionali: bastava ponesse le mani su un povero disgraziato ammalato di scabbia, di tigna, rogna, scrofola o scorbuto, che quello, trac!, all’istante guariva. Soltanto che, a forza di guarire gente, a un certo punto si era beccato a sua volta una rogna incredibile: gli erano cascati i capelli, i peli dalle orecchie, dalle sopracciglia, dalle ciglia... e anche piu' in basso… Cosi' era diventato, appunto, Carlo il Calvo.
Vi chiederete perche' ci occupiamo della Bibbia commissionata da questo franco imperatore. Ebbene, grazie al Poligrafico di Stato, e' stata pubblicata qualche anno fa la copia perfetta di questa Bibbia il cui originale si trova a Roma nella Basilica di S. Paolo fuori le mura. Nel codice miniato, eccezionale per le dimensioni, oltre che per le pitture, basti dire che pesa piu' di trenta chili, si puo' notare l’immagine dell’imperatore di fianco al Padreterno. Le due figure hanno la stessa dimensione, anzi, sono l’uno la fotocopia dell’altro. Una grande modestia da parte dell’imperatore, non c’e' che dire!
Dio ha in mano un codice: e', appunto, la Bibbia che l’imperatore gli ha regalato… che' il Padreterno non la conosceva! In alto c’e' una folla di Santi, di dimensione ridotta, e anche la moglie e' piu' piccola – e' una moglie, cosa pretende?
Accanto c’e' un’amica… non si sa se della moglie o dell’imperatore.
Noi dobbiamo ringraziare i curatori di questo capolavoro, per averci proposto di presentarla, di farla conoscere attraverso uno spettacolo, fornendoci documenti e illustrazioni straordinarie.
A nostra volta abbiamo condotto ricerche, consultato altre bibbie che niente hanno a che vedere con quelle tradizionali: le Bibbie degli straccioni, dei poveracci. Ed e' dall’unione dei vari documenti e delle tante suggestioni che abbiamo raccolto sia dalla Bibbia dell’imperatore sia da quelle dei villani, che e' nato lo spettacolo che abbiamo presentato al Festival di Benevento Citta' Spettacolo nel settembre del 1996 e ora, diversamente allestito e con l’introduzione di altri brani, questo libro.
Ma come sempre succede grazie al costante collaudo che si fa davanti al pubblico, l’impianto e lo svolgimento dell’intero spettacolo si e' giorno per giorno modificato e naturalmente con esso anche il testo che vi andiamo a presentare.
Nella nostra inchiesta che abbiamo continuato a realizzare anche in questi ultimi anni e' stata una sorpresa incredibile trovare tutta una fioritura di storie in opposizione alle Bibbie ufficiali, storie che derivano dalla tradizione, scritta e orale, di tutte le regioni d’Italia. Commovente e' l’atteggiamento affettuoso che dimostra Dio verso tutte le creature, soprattutto nei riguardi dei villani.
Splendida e' l’immagine di Dio che hanno i villani. I villani non pensano mai di ridurre Dio a livello dell’uomo, nemmeno se quell’uomo e' un imperatore, o di elevarsi all’altezza di Dio. Per loro Dio e' immenso, vaga, infinitamente grande, sdraiato sui mari e sulle montagne, rotola nelle nubi, ci si affaccia ogni tanto a controllare la sua creazione: "Oh che bell’universo che ho messo in piedi! Guarda che capolavoro quell’animale! E quell’altro? Il cavallo! Che bello il cavallo! Oehu, che bella bestia!... Questo con quel nasone cos’e'? Il mammut? Che schifo! Ai primi freddi lo gelo! Quest’altro chi e'? Il cammello? Con quella gobba? In Africa ti butto cosi' non ti vede nessuno!"
Dio e' nella brocca del vino, nell’agnello che nasce o che stanno ammazzando. Da sempre i villani mangiano Dio, lo amano e lo bestemmiano, e sono certi che Dio sia il bene ma in parte anche il male, che sia il padre degli angeli ma anche parente stretto dei diavoli, che sia la vita ma anche la morte. Per questo i villani non temono la fine della vita e godono moltissimo nell’osservare i padroni tremare disperati davanti alla morte. Dio per loro e' sofferenza e giocondita', pianto e godimento, sorriso e sghignazzo. Ecco perche' la Bibbia dell’imperatore e' solenne e spesso ridicola nei confronti del Padreterno, mentre quella dei villani e' commossa e piena di risate.
 

Per acquistare il libro direttamente online


Sherlock Holmes e la lega dei capelli rossi

Carissimi,
la settimana scorsa vi abbiamo presentato il primo audioracconto di Scherlock Holmes edito da Full Color Sound. Questo sabato vi presentiamo la seconda storia: “Sherlock Holmes e la lega dei capelli rossi”.
Entrambe sono lette da Francesco Pannofino, su musiche dei Trichorde.
Buona lettura e buon ascolto

Sherlock Holmes e la lega dei capelli rossi
Un giorno, nell'autunno dello scorso anno, ero andato a far visita al mio amico Sherlock Holmes e lo vidi impegnato in una conversazione con un anziano gentiluomo, robusto e dal viso rubicondo, con una folta capigliatura rossa. Chiedendo scusa per l'intromissione, stavo per andar via, allorche' Holmes mi spinse bruscamente dentro la stanza, chiudendo la porta dietro di me.
“Non poteva arrivare in un momento migliore, caro il mio Watson”, esclamo' cordialmente.
“Temevo fosse impegnato.”
“Infatti lo sono, e parecchio per giunta.”
“Allora posso aspettare nell'altra stanza.”
“Niente affatto, Questo signore, Mr. Wilson, e' stato il mio socio ed aiutante in molti dei miei casi più' fortunati, e non ho dubbi sul fatto che mi sara' di estremo aiuto anche nel suo.”
Il robusto signore si alzo' per meta' dalla sua sedia accennando un saluto con la testa, con un veloce sguardo interrogativo, lanciato dai suoi occhietti affondati nel grasso.
“Si metta comodo sul divano”, disse Holmes, abbandonandosi nuovamente nella sua poltrona e congiungendo le dita, come era solito fare nei momenti in cui esaminava qualche caso. “So, mio caro Watson, che lei come me ama tutto cio' che e' strano e fuori dal normale, che e' lungi dalla solita routine quotidiana. Prova ne e' il fatto che si e' messo a scrivere, e per certi versi a migliorare, molte delle mie avventure.”
“I suoi casi, in effetti, hanno sempre destato in me moltissimo interesse”, osservai.
“Ricordera' senz'altro quando giorni addietro le dissi, giusto prima di prender in esame il banalissimo caso presentatoci dalla signorina Sutherland, che per rintracciare gli effetti più' bizzarri e le combinazioni più' eccezionali si deve far affidamento alla vita stessa, la quale e' molto più' incredibile di qualsiasi sforzo dell'immaginazione.”
“A proposito di questa frase mi sono permesso di esprimere i miei dubbi.”
“E' vero, dottore, ma penso che alla fine dovra' prenderla per vera, altrimenti mi costringera' ad enunciarle una serie di fatti di fronte ai quali dovra' arrendersi ed ammettere che ho ragione, Adesso, qui con noi c'e' il signor Jabez Wilson che e' stato cosi' gentile da venire a farmi visita e che mi stava raccontando una storia che ha l'aria di essere una delle più' strane che abbia mai sentito. Mi ha sentito dire che le cose più' uniche e strane sono spesso da riconnettersi ai delitti più' piccoli e non a quelli più' gravi, e per di più' anche dove c'e' motivo di mettere in dubbio che un crimine sia stato effettivamente commesso. Da quello che ho sentito fino ad ora, e' impossibile per me stabilire se si tratta di un crimine o no, sicuramente la serie di avvenimenti e' una delle più' strane di cui abbia mai sentito parlare. Dunque, signor Wilson, avrebbe la gentilezza di riprendere la sua storia?...

Il paffuto cliente, con fare orgoglioso, gonfio' il petto ed estrasse dalla tasca interna del soprabito un quotidiano sporco e sdrucito. Mentre egli scorreva con lo sguardo la colonna delle inserzioni, con la testa china in avanti e il giornale aperto sulle ginocchia, scrutai attentamente quell'uomo, seguendo l'esempio del mio amico, per trovar indicazioni utili dal suo aspetto e dal suo abbigliamento.

Mi diede il giornale e lessi quanto segue:
“Alla lega dei capelli rossi: grazie alla donazione del defunto Ezekiah Hopkins. Di Lebanon, Pennsylvania, USA, rimane al momento un posto vacante che da' diritto a un appartenente alla Lega di percepire 4 sterline settimanali ad uso strettamente personale. Tutti gli uomini coi capelli rossi, sani nello spirito e nel corpo e che abbiano compiuto i 21 anni possono essere scelti. Presentarsi personalmente lunedi', alle ore 11, da Duncan Ross, presso gli uffici della Lega, 7, Pope's Court, Fleet Street.
 


Sherlock Holmes - Audioraccondo

Carissimi,
questa settimana vi presentiamo due nuovi audioracconti arrivati freschi freschi dalla Full Color Sound. Si tratta di due racconti di Sir Arthur Conan Doyle: “Sherlock Holmes e un caso di identita'” e “Sherlock Holmes e la lega dei capelli rossi”.
I racconti sono entrambi letti da Francesco Pannofino e le musiche sono dei Trichorde. Inoltre, in un libricino allegato al CD, il testo originale in inglese con testo italiano a fronte.
Bello, bello... da leggere a casa e sentire in auto... che lusso!

Vi riportiamo un estratto di Sherlock Holmes e un caso di identita', buona lettura!

“Caro amico mio”, disse Sherlock Holmes mentre ci accomodavamo uno di fronte all'altro vicino al camino nell'appartamento di Baker Street, “la vita e' notevolmente piu' strana di qualsiasi fantasia che la mente umana possa concepire. Non saremmo nemmeno capaci di immaginare cio' che in realta' non sono che circostanze comuni della nostra esistenza. Se fossimo in grado di volare, stringendoci la mano, fuori da quella finestra per spiare dall'alto le bizzarrie che succedono, le strane coincidenze, i complotti che vengono orditi, i contrastanti scopi, il magnifico legarsi tra loro degli accadimenti nel corso delle generazioni e i risultati quanto mai eccessivi che ne risultano, qualsiasi romanzo con le sue convenzioni e i suoi banali epiloghi risulterebbe trito e infruttuoso.”
“Non sono totalmente d'accordo con lei”, risposi. “I casi che vengono pubblicati dai giornali sono, generalmente, abbastanza semplici e grossolani. Nei nostri verbali di polizia troviamo il realismo spinto agli eccessi, dobbiamo ammetterlo, eppure cio' che ne risulta non e' ne' accattivante, ne' artistico.”
“Una certa selezione e discrezione bisogna che ci sia al fine di produrre degli effetti realistici”, sottolineo' Holmes. “Nei verbali della polizia e' soprattutto questo che manca, in quanto essi mettono maggiormente in risalto le insulsaggini del magistrato piuttosto che gli elementi che contengono invece la reale sostanza degli avvicendamenti. Non c'e' piu' niente di piu' illogico dell'ovvieta', mi creda.”
Ci risi su, scuotendo la testa. “E' normale che lei pensi cosi'”, risposi. “E' ovvio che, essendo lei un consulente non ufficiale e rappresentando dunque l'ancora di salvezza per chi non sappia piu' a cosa appigliarsi, - in tre continenti – lei si trova a che fare quasi sempre con qualcosa di strano e bizzarro.”
“Ma ecco”, proseguii raccogliendo il giornale del mattino che era caduto, “mettiamo in pratica cio' che ha detto. Il primo articolo che mi si pone e': “Crudelta' di un marito contro la moglie. E' soltanto un trafiletto ma, senza doverlo leggere, posso intuire tranquillamente di che si tratta. Ovviamente c'e' un'altra donna, il marito spesso ubriaco, le spinte, le botte, i lividi, la sorella o la vicina di casa di turno che la conforta. Il piu' grezzo degli scrittori non potrebbe concepire trama piu' prevedibile e rozza.”
“Onestamente questo e' senz'altro il peggior esempio che poteva trovare per avvalorare la sua tesi” disse Holmes...

Come andra' a finire? Accattatevi il cd :)
http://www.commercioetico.it/dvdvhscd/full-color-sound.htm