Recensioni libri e film

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Cosa leggi in vacanza?

Jacopo Fo - Distruggete la MasantoSi sa che in estate, durante le agognate ferie, si ritrova il tempo per dedicarsi un po' di più alla lettura e che, soprattutto, l'oggetto dei nostri interessi "libreschi" può essere il più vario: chi si porta in spiaggia (o in montagna, o dove poserete i vostri santi sederini questa estate) libri importanti, tomi voluminosissimi, i grandi classici, pensando: ho più tempo e quindi stavolta mi sfango tutta Guerra e Pace, Moby Dick o il Don Chisciotte. Eroi dei nostri giorni. Oppure chi si dedica allo studio, quindi via con saggi di geopolitica, ecologia, economia, per cercare di capire un po' meglio quello che accade nel mondo... sempre per lo stesso motivo: durante l'anno c'è poco tempo. Questa scelta ha la controindicazione che a leggere certe cose uno può rovinarsi la giornata, andateci cauti... in fondo siete sempre in vacanza!
Altri decidono di portare con sé libri leggeri, qualche giallo, magari un legal thriller, oppure uno di quei libri di finta saggistica tipo: Come uccidere la suocera e vivere felici...
Questa ultima settimana di Cacao la redazione ha deciso quindi di riproporre alcuni libri presenti nel nostro catalogo, che spaziano negli ambiti più diversi: decidete voi a cosa dedicarvi in vacanza, e se in vacanza non ci andate... cosa leggere davanti al ventilatore.
Cominciamo con un romanzo di Jacopo Fo.


Danilo Dolci, una rivoluzione nonviolenta

Danilo Dolci, una rivoluzione nonviolentaCarissimi,
in un periodo storico in cui le grandi figure sembrano scomparse ci piace ricordare Danilo Dolci, un grande “eroe” del '900. Sociologo, educatore, e attivista del movimento non violento fu definito da Aldo Capitani: il Gandhi italiano.
Nato in provincia di Trieste (oggi territorio sloveno) si trasferisce nel 1952 in Sicilia. Inizia il 14 ottobre del 1952 la prima delle sue numerose proteste nonviolente, il digiuno sul letto di Benedetto Barretta, un bambino morto per la denutrizione. Se anche Dolci fosse morto di fame, lo avrebbero sostituito, in accordo con lui, altre persone, fino a quando le istituzioni italiane non si fossero interessate alla povertà della zona. La protesta, dopo aver attirato l'attenzione della stampa, viene interrotta quando le autorità si impegnano pubblicamente a eseguire alcuni interventi urgenti, come la costruzione di un impianto fognario.
Un'iniziativa straordinaria fu nel 1956 lo sciopero alla rovescia.

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Futuro sostenibile. Le risposte eco-sociali alle crisi in Europa

Futuro sostenibile. Le risposte eco-sociali alle crisi in EuropaCarissimi,
vi presentiamo oggi la versione italiana di un libro che sta cambiando la Germania: “Futuro sostenibile. Le risposte eco-sociali alle crisi in Europa”. Questo nuovo studio di Wolfgang Sachs e del Wuppertal Institut fa parte della campagna “Germania capace di futuro” condotta dal 1996 dal BUND – la principale organizzazione ambientalista tedesca – dalla Chiesa cattolica e, dal 2008, dalla Chiesa evangelica, per proporre riforme politiche, sociali, economiche, tecnologiche e degli stili di vita che rendano la Germania socialmente e ecologicamente sostenibile secondo principi di equità globale.
La versione italiana, finanziata tra gli altri da Banca Etica, ACLI, Caritas, CISL, ARCI e Legambiente, è stata adattata al nostro paese togliendo i riferimenti alla Germania e aggiungendo riferimenti all’Italia e all’Europa nonché note e bibliografia aggiornate al 2011.
Le riforme proposte da Wolfgang Sachs e dai 30 autori dello studio potrebbero impegnare i governi di un paese europeo per le prossime due generazioni e rispondono a una domanda sempre più drammatica: come ospitare degnamente gli abitanti della Terra senza stravolgere gli equilibri ecologici su cui si fondano l’alimentazione, il benessere e l’intera economia?
Sia la prima edizione dello studio (1996) sia la seconda (2008) hanno venduto in Germania 30.000 copie e sono state lo strumento di una campagna che ha notevolmente influenzato il dibattito nella società e la prassi politica. 

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Jacopo Fo e Nina Karen "L'erba del diavolo"

LIBRI Jacopo Fo Nina Karen L'Erba del diavoloCarissimi,
questa settimana vi presentiamo un nuovo libro di Jacopo Fo scritto in collaborazione con Nina Karen che parla dell’erba proibita: la canapa.
Il libro raccoglie centinaia di dati, informazioni, tabelle semplicissime e illuminanti su quanto si dice, di giusto e di sbagliato, rispetto all’uso di questa pianta come droga ma parla anche di come la canapa sia stata demonizzata nel momento in cui poteva essere una tremenda rivale dei derivati del petrolio nella costruzione di oggetti, vestiti, addirittura della carrozzeria delle auto. Chissà, ora che il petrolio scarseggia, magari assisteremo al risorgere dell’utilizzo di questa straordinaria e “stupefacente” pianta.
Buona lettura!

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Capitolo Primo
Proibire le droghe è utile?

La nostra convinzione è che l’azione contro l’uso delle sostanze stupefacenti della maggioranza delle nazioni sia inefficace perché profondamente irrazionale.
Innanzi tutto si fa una distinzione arbitraria tra le sostanze stupefacenti.
L’alcol, per esempio, è una droga estremamente potente che come vedremo provoca ogni anno venti volte più morti di tutte le droghe considerate illegali, e danni sociali altrettante volte più gravi.
Ma il proibizionismo, la politica della tolleranza zero non aiuta certo a risolvere il problema: negli Usa tra il 1920 e il 1933 si vietò il consumo di alcol. Quando dopo 13 anni di proibizionismo il parlamento abrogò questo divieto votarono a favore della liberalizzazione il 73% degli onorevoli.
Una maggioranza schiacciante. Come mai il proibizionismo fu abrogato? Semplicemente perché la maggioranza degli americani si era resa conto che produceva più danni che benefici. Tredici anni di repressione durissima non avevano intaccato il consumo di alcol creando invece la necessità per chiunque volesse bere un goccetto di finanziare il mercato illegale.
La malavita statunitense si era arricchita enormemente arrivando ad avere mezzi economici tali da renderle possibile la corruzione di un numero enorme di poliziotti e giudici. Gli Usa pullulavano di locali che facevano dollari a palate mischiando alla vendita di alcol l’esercizio della prostituzione, delle scommesse clandestine, della ricettazione e di altre attività illegali che fiorirono prepotentemente sulla scia del commercio degli alcolici. Inoltre, la giustizia americana si trovò a mandare in prigione molti cittadini per altro probi, colpevoli solo di desiderare di prendersi una sbornia ogni tanto. Infine, le bevande vendute dalla malavita erano spesso di pessima qualità, con aggiunte di ogni sorta di schifezza e questo provocò danni alla salute dei bevitori maggiori di quelli provocati dal consumo di alcol di buona qualità.
Alla fine ci si rese conto che continuare sulla via del proibizionismo avrebbe dato una tale forza alla malavita e avrebbe corrotto la vita pubblica americana a un tale livello che i vantaggi del divieto erano molto inferiori dei disastri che produceva.
Semplicemente è impossibile vietare a milioni di persone di bere se desiderano fortemente farlo. È possibile invece convincere le persone a smettere di consumare prodotti nocivi o limitarne il consumo. Questo è accaduto ad esempio con il fumatori di tabacco, da anni in costante diminuzione nei paesi occidentali, grazie a una imponente campagna di informazione, la tassazione, il divieto di vendita ai minori, il divieto alla pubblicità delle sigarette su radio e televisione, la limitazione degli spazi dove il consumo è consentito e forse anche grazie alle scritte terroristiche stampate sui pacchetti di sigarette. Anche l’informazione sui pericoli legati al consumo di alcol, anche se più lentamente che rispetto al consumo di tabacco, sta dando risultati.
Il numero dei consumatori di quantità eccessive di alcol in Italia è notevole ma in diminuzione. L’elaborazione dell’Indagine Multiscopo ISTAT 2002  “Stili di vita e condizioni di salute” effettuata dall’Istituto Superiore di Sanità stima in circa 36 milioni i consumatori di bevande alcoliche in Italia, 20.500.000 maschi e 15.500.000 femmine; di questi il 14,2% (7.136.000 circa) dichiara consumi alcolici eccedenti i limiti massimi indicati dalle Linee Guida per una sana alimentazione in maniera prevalente tra le consumatrici (19,1 %) rispetto ai maschi (9,2 %). Il numero dei forti consumatori di alcol rappresenta una percentuale del 14,4%, sul totale dei consumatori, un dato in decrescita, infatti nel 1993 i forti consumatori erano il 18,6% del totale
Una diminuzione di quasi un quarto delle persone a rischio alcolismo, in 9 anni non è un grande risultato, ma è comunque un segnale positivo, ottenuto senza utilizzare particolari divieti, grazie alla crescita della cultura del benessere e della cura del corpo. Dobbiamo osservare inoltre, che lo Stato non si è proprio impegnato contro l’alcolismo nonostante i terribili danni che provoca. Come vedremo in seguito, secondo i dati della relazione del governo sulle droghe, l’alcol ha provocato, nel 2006, addirittura 24mila morti.
Sono storia recente le campagne di informazione in tv, corsi nelle scuole  e altre iniziative degne di nota. Restano legali le campagne pubblicitarie in radio, televisione, nei cartelloni per strada, in Internet ecc. che mostrano giovani di successo con un bicchiere in mano della nota marca di superalcolico. Che cosa sarebbe successo se invece lo Stato avesse fatto il possibile per dissuadere i cittadini italiani a esagerare con l’alcol?
Secondo i dati dell’Istituto superiore della Sanità in Italia anche il fumo di tabacco provoca danni notevoli che sono quantificati in 80mila morti all’anno circa. Anche qui osserviamo che si sta verificando una diminuzione dei consumi in tutti i paesi industrializzati.
Dal 2003 al 2005 il consumo di tabacco in Italia era diminuito di più di 10 milioni di tonnellate all’anno. A prima vista parrebbe che in questa diminuzione del danno abbia giocato anche la bordata di divieti decisa da Sirchia nel 2005 che ha decretato il divieto di fumare nei locali pubblici al fine di tutelare la salute dei non fumatori e incentivare le persone con problemi di tabagismo a smettere di fumare.... Ma i dati del 2006 dimostrano esattamente il contrario. I divieti sono arrivati quando il consumo di tabacco stava diminuendo spontaneamente.
In un primo momento questi divieti hanno accompagnato la decrescita senza incrementarla in modo particolare ma a distanza di due anni si scopre che i consumi hanno smesso di diminuire e anzi si è registrato un aumento del consumo pari a un milione di tonnellate di sigarette in più.
I divieti incattiviscono i consumatori e rendono più affascinanti le sigarette per i giovani? Sembrerebbe proprio di sì.
Il proibizionismo non paga.

 


Basta poco per cambiare il mondo, passo dopo passo.

Antonio Galdo Basta PocoE basta poco a chi vuole vivere bene, felice e senza sprechi.
Dopo Non sprecare, Antonio Galdo ritorna sul necessario (e possibile) cambiamento del nostro modello di consumo e di sviluppo, raccontando le grandi idee che potrebbero salvare il pianeta, ma anche i comportamenti quotidiani che migliorano il mondo intorno a noi.
Se la crisi globale rischia di rendere tutti più poveri, forse vale la pena di riscoprire la sobrietà; se l'inquinamento e lo sfruttamento delle risorse naturali sta minacciando il nostro futuro, forse bisogna capire che si può vivere meglio con meno; se le nostre giornate sono assediate dal lavoro, dal traffico, dallo stress, forse si può tornare a un rapporto più equilibrato con il tempo e lo spazio che ci circonda.
Come possiamo liberarci dalla dipendenza del petrolio? Come possiamo utilizzare meglio gli strumenti tecnologici che abbiamo, senza farcene dominare? Come tornare al piacere della normalità, senza finire nell'ossessione della decrescita?
Un libro di storie da tutto il mondo, alla frontiera dell'innovazione, ma anche della dimensione individuale delle nostre scelte quotidiane. Riportiamo qui di seguito le prime pagine del libro, scritto benissimo e di agevole lettura.
Buon sabato a tutti!

Voglia di normalità
Un consumatore che si ispira alla new normal, la nuova normalità. Attento al rapporto tra la qualità e il prezzo, smaliziato nel controllo del suo budget di spesa, pronto agli acquisti quando sono necessari, e non solo per cedere alle sirene della martellante pubblicità. Normale, appunto. La Grande Crisi ha sparigliato il mercato dei consumi di massa, introducendo sotto traccia un profondo cambiamento negli stili di vita, nelle tendenze, nelle mode. Il superfluo si ridimensiona, avanza il necessario. Una forma diffusa di frugalità si afferma anche come status symbol di una nuova era che ha fretta di archiviare il lungo ciclo dello shopping compulsivo, patologia clinica di un sistema che per trent'anni si è gonfiato solo sulla leva della quantità: più produzione, più acquisti, più benessere. Il sociologo Giampaolo Fabris, poco prima di morire, ha scritto un libro, La società post-crescita, nel quale ha tracciato la linea di confine del cambiamento. “C'è e avanza la consapevolezza di quanto sia insensato divenire i nuovi servitori e i vassalli della produzione; cumulare in maniera compulsiva beni che generano meno soddisfazione di un tempo e non ne generano affatto; la forte presunzione di avere oltrepassato livelli di consumo che non danno più alcun apporto in termini di qualità della vita – scrive Fabris. – Il termine sobrietà, se inteso in contrapposizione all'ubriacatura di un recente passato, potrebbe costituire un buon comune denominatore per connettere i nuovi stili di consumo. Sobrietà non significa rinuncia, ma presa di distanza dall'eccesso, dall'iperbole, dall'etilismo di un consumo gridato, ostentato o anche solo sprecone, inutile e inutilmente cospicuo. Anche perché tutte le nostre ricerche di questi ultimi anni hanno dimostrato che la bulimia degli acquisti non ha soddisfatto il desiderio più forte: quello di essere felici”.

Nei lunghi anni del pensiero unico del mercato come regolatore sovrano e imparziale, al di sopra di tutto e di tutti, il consumismo è diventato perfino una scienza esatta. A New York, all'ultimo piano della sede della Envirosell, una delle più importanti società di consulenza nel settore della grande distribuzione, in una sala piena di monitor scorrono le immagini, riprese in tempo reale, sulle reazioni dei consumatori in un grande magazzino. Davanti al computer, come i medici che esaminano della radiografie prima di tirare fuori una diagnosi, gli addetti della Envirosell calcolano, uno per uno, i possibili comportamenti di ciascun reparto. In una colonna di numeri si contano i consumatori che passano senza rallentare il passo, in un'altra quanti si fermano, in una terza quelli che toccano la merce. E, nell'ultima, chi compra qualcosa. Lo shopping diventa un battito cardiaco: se accelera, vuol dire che l'obiettivo si avvicina; se cala, qualcosa non funziona nel percorso di acquisto. E sulla base delle rivelazioni della Envirosell nei grandi magazzini di New York le corsie degli acquisti sono divise come se fossero strade, più lente per i prodotti più sofisticati, a scorrimento veloce per le grandi occasioni. Visto da questi monitor, il consumatore è in una trappola: non può uscirne senza aver tradotto la sua reazione in uno scontrino.

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Acqua bell'acqua: Bumba

di Roberto Piumini

Acqua, bell'acqua 10 storie sul bene piu' preziosoNon proprio all'Equatore, un po' più su,
nell'Africa che cuoce al solleone,
viveva, in un villaggio, una tribù
di trentasette o trantasei persone:
il numero preciso non si sa
ma il nome sì, ed era Ihuallà.

In quelle terre, come tutti sanno
l'acqua è davvero scarsa, quasi assente,
e gli Ihuallà, per quasi tutto l'anno
mandavano lontano, a una sorgente,
le donne e i bambini con un vaso,
per riportarlo indietro, pieno raso.

Quando erano più piccoli, i bambini
andavano soltanto con le donne
senza portare il vaso, attaccati alle gonne,
ma, appena cresciuti, anche a loro,
era affidato un vaso, e quel lavoro.

C'era un bambino, fra gli Ihuallà,
che si chiamava Bumba, piccolino,
più piccolo degli altri alla sua età,
allegro, svelto, col cervello fino.
E insieme alla mamma, e all'altra gente,
andava avanti e indietro alla sorgente.

Quando fu un po' cresciuto, ma non tanto,
perchè era un po' corto di statura,
mentre le donne facevano un canto,
mise il suo vaso in testa, con bravura,
e si accodò alla fila della gente
che andava a prendere acqua alla sorgente.

E vanno per la via della savana,
in fila nera, donne e bambini,
e c'è una leonessa, là lontana,
ma non c'è rischio che si avvicini,
perché ha già mangiato una gazzella
e adesso è lì a fare la pennichella.

E poi le donne lanciano, ogni tanto,
un verso corto, acuto, un mezzo strillo.
Qualcosa a metà fra grido e canto,
che nel silenzio strilla come squillo,
e la leonessa sta molto lontana,
perché ha paura della voce umana.

Alla sorgente riempiono i vasi,
li mettono in testa, e attentamente,
tenendoli ben fermi, pieni rasi,
al suono di canzoni lunghe e lente,
che alla fatica danno un po' di coraggio,
riprendono la strada del villaggio.

Bumba, che ha le gambe un poco corte,
col suo vaso pieno sulla testa,
e fra i compagni è quello meno forte,
cammina un po' in coda, e indietro resta,
però si impegna molto nel cammino,
così è staccato, ma solo un pochino.

Ed ecco che, sul bordo del sentiero,
vede seduto un vecchio, con un cane:
il vecchio è color nero, proprio nero,
mentre la bestia è bianca come il pane,
e sta per terra, tutta abbandonata,
sembra che stia morendo, disgraziata.

“Puoi dare un po' d'acqua a questo cane?”
chiede il vecchio, tendendo la mano.
“Non beve quasi da due settimane,
e noi veniamo da molto lontano!”.
Bumba non sa che fare, non lo sa:
poi posa il vaso, e un terzo gliene dà.

Col vaso più leggero, il bambino
va più veloce, marcia che è un piacere,
ecco che alla fila è più vicino,
ma poi rallenta, per non far vedere
che nel suo vaso l'acqua è un po' di meno:
rimane un poco indietro sul terreno.

Ed ecco, vede ancora il vecchino,
seduto accanto a un cespuglio morente,
e c'è il cane che dorme lì vicino,
e il vecchietto dice, quietamente,
“Hai da bere per questo cespuglio?
Non ha bevuto in maggio, giugno e luglio”.

Bumba non sa che fare, non lo sa,
perché già manca un terzo del suo vaso,
ma poi un altro terzo gliene dà,
e si rimette in marcia. E guarda caso,
per quanto il vaso sia meno pesante,
dal gruppo resta ancora più distante.

Ed ecco, poco dopo, quel vecchietto,
e come sia già lì, non mi chiedete,
che guarda Bumba e gli dice schietto:
“Hai un po' d'acqua? Io ho tanta sete”:
Bumba non sa che fare, non lo sa,
poi prende il vaso, e tutta gliela dà.

Prima va svelto, poi più lentamente
si ferma a ragionare, se per caso
debba tornare indietro, alla sorgente,
per riempire ancora il suo vaso.
Andare solo? No, non ha il coraggio,
così continua, e arriva al villaggio.

Le donne e i bambini, più avanti,
stanno vuotando i vasi in una giara,
da cui prendono acqua tutti quanti
sotto il controllo del vecchio Wakara,
lui la distribuisce giustamente
perché ne abbia un po' tutta la gente.

Quando arriva Bumba, il vecchio vede
che il vaso è vuoto, e si arrabbia molto,
gli punta il dito in faccia e gli chiede:
“Dove hai perso l'acqua, bimbo stolto?”.
Bumba racconta quel che è capitato,
tutto il villaggio ascolta, arrabbiato

“Che hai fatto?” grida alla fine Wakara.
“non sai che l'acqua è per la tribù?
E' troppo preziosa, è troppo rara,
per darla in giro, come hai fatto tu!”.
Da tutta la la tribù il coro sale:
“Ahi, Bumba, Bumba, hai fatto molto male!”

Bumba, che ha le lacrime sul naso,
non sa che fare, sotto quegli sguardi
Dice: “Ritorno là, a riempire il vaso...”.
Wakara dice: “No, è troppo tardi!
Se vai da solo, là nella savana
la leonessa ti vede e ti sbrana!”.

Ed ecco che, in silenzio, lì vicino
senza che lo si sia visto arrivare,
si fa vedere quel nero vecchino,
col cane bianco, e comincia a parlare:
“Poiché il bambino mi disse di sì,
farò venire l'acqua, proprio qui”.

La gente ride, ma il vecchietto fa
una carezza al cane, lungo il pelo,
e poi gli dice dolcemente: “Va!”
e il cane si solleva e vola in cielo:
non ha le ali, ma corre per l'aria
a una velocità straordinaria.

Ed ecco, è già arrivato là lontano,
dove una nuvoletta fa il suo viaggio,
le gira attorno, abbaia, e piano piano
la nuvola ritorna sul villaggio,
poi ci si ferma sopra, mentre il cane
già vola verso nuvole lontane.

E lentamente, unendosi lassù,
la nuvola diventa grande e scura,
e poi comincia a venire giù,
sopra il villaggio, pioggia fresca e pura,
e la tribù si bagna, beve e sguazza,
la giara è colma, e l'allegria è pazza.

Dopo la pioggia, il vecchietto fa:
“Vado. Bumba, ti lascio questo cane,
è tuo, e quando c'è la siccità,
radunerà le nuvole lontane”.
E poi scompare lungo il sentiero
dentro la notte nera, nero nero.

E così fu, e la sete del villaggio
non fu mai più terribile e mortale
e Bumba è diventato un uomo saggio
che dà l'acqua a ciascuno, giusta, uguale,
e quando c'è la brutta siccità,
fa una carezza al cane, e dice: “Va!”.

(Tratta dal libro Acqua bell'acqua, 10 storie sul bene più prezioso. Per acquistare online il libro clicca qui.)


H2Oro - Perché l'acqua deve restare pubblica

H2Oro Perché l'acqua deve restare pubblicaCarissimi,
continua la nostra propaganda sul referendum per l'acqua pubblica. Anche questa settimana dedichiamo Cacao allo spettacolo/inchiesta “H2Oro - Perché l'acqua deve restare pubblica” di Ercole Ongaro e Fabrizio De Giovanni, portato in scena dalla compagnia Itineraria.
Dice Ongaro nella presentazione: “Quando H2Oro debuttò a Cologno Monzese, non avremmo mai immaginato che avrebbe superato le 300 repliche e che l'avremmo portato in quasi tutte le regioni d'Italia, nei più diversi spazi teatrali, suscitando spesso tra il pubblico animati dibattiti, contribuendo alla presa di coscienza dell'acqua come bene comune essenziale, stimolando l'interesse a l'assunzione di responsabilità rispetto alla sua gestione nei territori delle nostre province.”
Pubblichiamo per intero la prefazione di Dario Fo. Buona lettura!

 

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La visione che del cosmo ci diedero gli scienziati antichi, diremmo primordiali, sulla dimensione dell'universo è a dir poco minimale. Anche nelle prime pitture di duecento secoli avanti Cristo la Terra è collocata nel centro del disegno e un numero ristretto di astri gira intorno al nostro pianeta. Il Sole sta in disparte. Il suo compito è quello di illuminarci. Poi è successo che l'uomo al tempo di Galilei Galilei si inventò il primo cannocchiale e proprio Galileo fu un fanatico utilizzatore di questo strumento. E così, puntando gli occhi nell'universo all'istante gli apparvero centinaia, migliaia di nuove stelle che nessuno pensava esistessero. A questo punto qualcuno pensò: vuoi vedere che in quello sconfinato marasma ci si può trovare una gemella del nostro pianeta, con l'aria, gli animali e magari uomini simili a noi e gli alberi e il cielo e l'acqua?
Acqua! Per me questa parola ha un  grande significato. Poiché posso ben dire d'essere nato e cresciuto dentro e sull'acqua. Questo magico ambiente era determinato dal Lago Maggiore, che per i miei occhi a quel tempo era un universo intiero. Il lago non era solo una conca piena di liquido azzurro carico di riflessi argentei e proiezioni di montagne che si specchiavano sdraiandosi su quel piano liquido e pulito, ma era un ambiente vitalissimo, con pesci di centinaia di specie diverse, pesci che saltavano a banchi, e uccelli che davano loro la caccia gettandosi in evoluzioni stravolgenti, barche di pescatori e di contrabbandieri che scivolavano leggerissime tra le onde e noi ragazzini che ci si tuffava dalle rocce che sorgevano dai punti più fondi. L'acqua era proprio il nostro ambiente naturale. Ci si nuotava, si giocava inseguendo ragazzine che ridevano fingendo spavento e poi si immergevano fin sul fondo, sfidandoci a seguirle. Si beveva quell'acqua senza preoccuparci se fosse o meno pulita. Ma che dico pulita? Pura! Come appena sgorgata dalla fonte, che stava giusto lassù, in cima alle montagne. Allora non c'erano imbottigliatori d'acqua intorno al lago e nemmeno fra i bricchi delle valli. Le fonti cosiddette miracolose per la salute erano numerose e diverse da non crederci... C'erano acque leggermente amare e altre con un fondo quasi profumato, acque che guarivano malanni alla pelle e al ventre e poi “bagni” a mezza montagna, dove le donne che faticavano a restare gravide si immergevano e spesso riuscivano nel loro intento: di lì a poco il loro ventre si ingrossava.... Qualcuno andava dicendo che intorno a quelle valli c'erano giovani che aiutavano quel miracolo.
Nelle leggi dei Comuni lacustri c'erano regolamenti severi contro chi inquinava quell'acqua versando magari residui di tintoria o scarichi di fabbrica. Ho visto officine chiudere da un giorno all'altro su ordine del “mastro delle acque”, un evento che oggi sarebbe paradossale e assurdo soltanto a pensarlo. Mi fece grande impressione venire a sapere a scuola che noi esseri umani, così come gli animali, eravamo composti in gran parte d'acqua e altrettanto valeva per le piante e i fiori. Sulla Valtravaglia una doccia altissima d’acqua precipita da più di trecento metri a picco. Sotto, a poca distanza, c’è una chiesa romanica del 1000, si chiama Santa Maria dell’Acqua Chiara e sul transetto c’è scritto in un latino dialettale: “Sacra è l’acqua di questa fonte. Rispettala, tienila da conto, offrila a chi ha sete e benedici pure i nemici tuoi ma non trarre mai vantaggio da essa: è sacrilegio, poiché se ne trai profitto Dio si sente offeso”.


H2Oro - L'acqua, un diritto dell'umanità. Finalmente disponibile in DVD e libro.

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H2Oro - L'acqua, un diritto dell'umanitàDa un progetto di Fabrizio De Giovanni e Maria Chiara Di Marco nasce questo spettacolo di teatro-documento per sostenere il diritto all'acqua per tutti, per riflettere sui paradossi e gli sprechi del "Bel Paese", per passare dalla presa di coscienza a nuovi comportamenti. L'acqua non deve diventare "l'oro blu" del XXI secolo, dopo che il petrolio è stato "l'oro nero" del secolo XX. L'acqua deve invece essere considerata come bene comune, patrimonio dell'umanità. L'accesso all'acqua potabile è un diritto umano e sociale imprescrittibile, che deve essere garantito a tutti gli esseri umani. Perché questo avvenga bisogna sottrarre l'acqua alla logica del mercato e ricollocarla nell'area dei beni comuni, alla cui tavola devono potersi sedere tutti gli abitanti della Terra con pari diritti, comprese le generazioni future. Attraverso una documentazione rigorosa si affrontano i temi della privatizzazione dell'acqua, delle multinazionali, del contratto mondiale dell'acqua, delle guerre dell'acqua e delle dighe, degli sprechi e dei paradossi nella gestione dell'acqua in Italia, del cosa fare noi-qui-ora, della necessità di contrastare e invertire l'indirizzo di mercificazione e privatizzazione. Uno spettacolo per affermare che un altro mondo è possibile, non all'insegna del denaro, ma della dignità umana.
Il progetto nasce in modo travagliato. E' Fabrizio De Giovanni - scuola di Dario Fo e Franca Rame nonché protagonista di H2Oro - ad abbozzare l'idea dello spettacolo. "Ogni qualvolta ci siamo scontrati con i diritti umani questi, in qualche modo, erano e sono connessi all'acqua", ha dichiarato in una recente intervista. E sono proprio le connessioni tra diritti umani e crisi idrica che lo spingono a documentarsi verso la fine degli anni Novanta facendogli scoprire un mondo parallelo, fatto di quelle che definisce assurdità e negazioni di un bene fondamentale. "E' pazzesco! Lo sapevate che i parametri di qualità per l'acqua potabile sono più restrittivi di quelli previsti per l'acqua in bottiglia? O che con 1 euro le multinazionali acquistano 100 mila litri d'acqua potabile che poi rivendono in bottiglia a un prezzo enorme?", denuncia anche fuori dal teatro. Il materiale è mastodontico, il tema scomodo, ma dopo anni di tentativi la Compagnia, con la decisiva collaborazione della scenografa Maria Chiara di Marco, riesce a dar forma allo spettacolo.
De Giovanni porta, così, in scena un monologo di quasi due ore intervallato sapientemente dai filmati di Dario Barezzi e dalle testimonianze scritte di giornalisti, studiosi e premi Nobel sulla carenza dell'acqua e sulla speculazione dell'imbottigliamento delle risorse idriche. E' questo, infatti, uno dei temi centrali della pièce che punta il dito contro la privatizzazione delle acque potabili da parte delle multinazionali e contro l'Italia, prima consumatrice al mondo - anche prima degli Stati Uniti - di acqua in bottiglia. Esilaranti le interviste alle persone comuni che dichiarano di bere "acqua normale" - cioè in bottiglia - anziché "strana" come quella del rubinetto. Come ilare è il tentativo del protagonista di capire cosa debba fare per ottenere l'analisi dell'acqua che beve: un'odissea infinita fatta di rimpalli tra uffici comunali, asl e telefoni chiusi in faccia .
Il messaggio è chiaro: bevete acqua del rubinetto. A provarne l'assoluta sicurezza sono dati scientifici e studi che, con un colossale lavoro di ricerca, De Giovanni ha saputo raccogliere e sistematizzare. Da Giuseppe Altamore a Riccardo Petrella - studioso della "petrolizzazione" dell'acqua - le fonti si dimostrano eccellenti e trasformano H2Oro in una vera e propria inchiesta dall'alto contenuto informativo ma dai toni scomodi. Talmente scomodi da renderne invisa la replica nei principali teatri italiani. Fatta eccezione per Milano e Firenze, dopo ben 122 spettacoli e una targa d'argento rilasciata da Carlo Azeglio Ciampi, H2Oro non riesce ad approdare a Roma. "Teatri pieni", pare abbia risposto l'assessorato alla cultura della capitale. In realtà "rischiamo denunce e querele ad ogni spettacolo ormai", dichiara De Giovanni alla platea alla fine della replica dello scorso 6 ottobre proprio a Firenze, mentre distribuisce etichette auto-prodotte da incollare sulle bottiglie di plastica. Il marchio recita "Acqua S.Rubinetto - L'acqua che non pesa sulla spesa" ed è il modo più efficace, secondo Itineraria, per riuscire a bere acqua potabile dando uno smacco alle multinazionali. H2Oro è allora un piccolo grande terremoto che si inserisce in quella battaglia coraggiosamente condotta già da padre Alex Zanotelli. Perché l'acqua è un bene fondamentale, non una merce.
(Articolo tratto da Peacereporter.net)
 

Un palcoscenico sull'acqua
Uno spettacolo racconta i problemi legati allo sfruttamento dell'acqua
di Dolores Carnemolla

Fabrizio De GiovanniLa scena è nuda: un leggìo da una parte, uno sgabello dall'altra, al centro uno schermo, dapprima spento. Poi si accendono immagini di battaglie prese in prestito dal cinema: conflitti dall'età della pietra ai nostri giorni. Un uomo sale sul palcoscenico rivolgendosi agli spettatori: senza preamboli comincia a parlare dei problemi relativi alla scarsità dell'acqua, di questioni che hanno generato aspre ostilità a causa dell'oro blu. E' un attore? Non sembra stia "recitando": il suo tono, benché impostato, è di una autenticità disarmante. L'argomento che sta esponendo è cosa di tutti i giorni, quello che dovrebbe essere un monologo è in realtà l'inizio di un dialogo tra la sua voce che ci informa sui fatti e le coscienze di chi sta ad ascoltare. Così comincia "H2Oro - L'acqua, un diritto dell'umanità": produzione dell'Associazione Culturale e Teatrale Itineraria. La forma è quella del teatro-documento, lo scopo è quello di rendere consapevole la società civile del fatto che l'acqua è un bene comune e averne accesso è un diritto fondamentale. Fabrizio De Giovanni è, con Lorella De Luca, autore-attore di questo spettacolo scritto con la collaborazione di Ercole Onagro. La rappresentazione si avvale di linguaggi e contributi diversi (letture di documenti, video) ben amalgamati dalla regia di Emiliano Viscardi e dall'apparato scenico di Maria Chiara Di Marco. Come si apprende dal libro di Vandana Shiva, "Le guerre dell'acqua" (Fabrizio De Giovanni ne legge qualche passo significativo) l'acqua è insufficiente in Israele, India, Cina, Bolivia, Canada, Messico, Ghana e Stati Uniti e le guerre dell'acqua non sono un evento del futuro: sono già in atto veri e propri conflitti in ogni società. Che si tratti del Punjab o della Palestina, spesso la violenza politica nasce dalla competizione per appropriarsi delle scarse e vitali risorse idriche. Molti di questi conflitti politici sono celati: chi controlla il potere maschera le guerre dell'acqua, facendole apparire come scontri etnici o religiosi. Ogni giorno 30.000 persone muoiono per cause connesse alla scarsità di acqua o alla sua cattiva qualità o igiene. La Comunità Internazionale continua a rifiutare il concetto che l'acqua è un diritto di tutti, preferendo trattarla come un bene economico, soggetto alle leggi del mercato e accessibile solo a chi può permetterselo. Il programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite ha dimostrato che l'obiettivo di rendere accessibile l'acqua all'intera umanità è economicamente realizzabile. Non sono le tecnologie né le risorse che mancano, dipende dalla volontà di chi compie scelte politiche ed economiche: negando ai poveri l'accesso all'acqua, privatizzandone la distribuzione e inquinando pozzi e fiumi. La pretesa di vendere l'acqua è pari a quella di vendere l'aria: rivendicare il diritto alla disponibilità di acqua potabile significa difendere il diritto di vivere per tutti gli esseri viventi. In 70 minuti di spettacolo si apprendono tante scomode verità, ma anche indicazioni utili a capire il problema e quindi ad assumere gli atteggiamenti giusti, anche nelle abitudini quotidiane: rifiutare, ad esempio, il ricatto delle pubblicità che inducono all'acquisto dell'acqua in bottiglia o evitare gli sprechi giorno dopo giorno. L'invito di H2Oro è quello di collaborare insieme per creare "democrazie dell'acqua".
Come scrive Vandana Shiva, "se costruiamo la democrazia, costruiamo la pace".
(Articolo tratto da http://www.vitatrentina.it/)

 

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Le ricette anti-cancro. Seconda puntata

Libri: Le ricette anti-cancroCarissimi, questa settimana ritorniamo a parlarvi del libro “Le ricette anti-cancro” di Richard Bèliveau e Denis Gingras. Come molti di voi anche noi quando ne abbiamo sentito parlare abbiamo storto un po' il naso... le solite ricette punitive, pensavamo, di quelle che a guardarle ti viene la malinconia. E invece invece.. che ne dite di cominciare con...

Antipasto di sardine tiepide con cipolle e patate

Ingredienti:
240 g di sardine anche in scatola, oppure fresche e cotte al vapore
160 g di cipolle rosse affettate
40 g di peperoni (rosso, arancione, giallo, verde) tagliati a striscioline
3 cucchiaini di capperi (sciacquati dal sale)
2 cucchiai di succo fresco di limone
80 ml di olio extravergine d'oliva
250 g di patate rosse
Un pizzico di sale marino integrale
Mix di pepe in grani macinato al momento.

In una terrina riunire le cipolle, i peperoni, i capperi e il succo di limone, Regolare di sale, aromatizzare con il pepe e condire con l'olio, mescolare, coprire e lasciare marinare in frigorifero per circa tre ore.
Nel frattempo cuocere le patate con la buccia in acqua bollente. Lasciarle intiepidire, tagliarle a fettine e adagiarle in una pirofila da forno oppure in 4 piccole teglie individuali in ceramica. Distribuire le cipolle, i peperoni e i capperi scolati dalla marinata, adagiare al centro le sardine e irrorare con la marinata. Informare a 180 gradi per 7/8 minuti e servire.

Alcuni pesci grassi come il salmone, le aringhe, lo sgombro e le sardine, sono molto utili per ripristinare l'equilibrio tra acidi grassi Omega-3 e Omega-6 (solitamente assumiamo troppo dei primi e troppo poco dei secondi). Si impedisce così la formazione di un ambiente infiammatorio cronico, presupposto importantissimo per contrastare lo sviluppo del cancro.

Comincia a fare caldo... per merenda ci sta bene:

Delizie di pompelmo rosa alla menta (per 4 persone)

Ingredienti:
2 grossi pompelmi
Un mazzetto di menta fresca
4 cucchiai di zucchero di canna
4 spicchi d'arancia
Scorza d'arancia per decorare

Con un coltello ben affilato, sbucciare al vivo (togliendo anche la parte bianca) i pompelmi cercando di raccoglierne il succo in una ciotola. Mescolare il succo con lo zucchero, unire le foglioline di menta ben pulite e gli spicchi di pompelmo e lasciare riposare in frigorifero per circa 1 ora. Prendere quattro bicchieri e bagnare i bordi con il succo di pompelmo e poi cospargerli di zucchero di canna. Distribuite gli spicchi di pompelmo con il loro succo nei bicchieri, terminare con gli spicchi di arancia e decorare con la scorza di arancia tagliata a julienne. Servire molto freddo.

Gli agrumi costituiscono non solo un'eccellente fonte di vitamina C, ma contengono anche grandi quantità di monoterpeni e flavononi, due categorie di sostanze anticancerogene che svolgono un ruolo chiave negli effetti benefici associati al consumo regolare di agrumi. Il pompelmo in particolare contiene molecole in grado di stimolare il sistema di eliminazione delle tossine, nonché di influire considerevolmente sulle concentrazioni ematiche di altre molecole.


Audiolibro Bar Sport di Stefano Benni, letto da David Riondino

Audiolibro Bar Sport di Stefano Benni, letto da David RiondinoCarissimi,
questa settimana un grande classico in formato moderno. Si tratta dell'audiolibro Bar Sport di Stefano Benni, letto da David Riondino.
Ha 30 anni, questo libro del Lupo, e non li dimostra per niente. E anche se forse certi bar non si trovano più nelle grandi città come Bologna, sono certa che nei paesi, nelle periferie vissute, i personaggi di questo libro si incontrano ancora e sono gli stessi.
Quando Bar Sport compì 30 anni, i lettori appassionati di Benni decisero di organizzare una serata dedicata alla lettura a voce alta (un reading, come si dice adesso) di questo libro e di altri. Ebbe un grande successo e ora si replica ogni anno, verso dicembre. Si chiamava “Luisona Day”, in omaggio alla pasta storica da bar:  è nella bacheca delle brioche da così tanto tempo che le hanno dato addirittura un nome! Come scrive Benni:  “La Luisona era la decana delle paste e si trovava nella bacheca dal 1959. Guardando il colore della sua crema i vecchi riuscivano a fare le previsioni del tempo”.
Un giorno, alcuni anni fa, viaggiavo in treno, credo da Bologna a Padova, non ricordo bene. Salì un uomo sulla quarantina con un mano un libro ancora incartato nella plastica. Si trattava di Bar Sport. Chiusi il giornale che stavo leggendo pensando: ok, vediamo come fa quando arriva alla Luisona. Il signore cominciò a leggere e dopo qualche minuto gli uscì quasi a forza una risata. Quelle risate proprio a scoppio, quelle che vorresti trattenere ma non ce la fai... perché a ridere da soli un po' ci si vergogna. Sono rarissimi i libri che fanno questo effetto, magari si sorride, ma la risata a scoppio è proprio rara. Lo guardai e dissi: la Luisona eh? Lui ridendo disse sì e continuò la lettura. Beh.. ero contenta, a me era capitata la stessa cosa mentre ero in autobus.
Un episodio simile lo racconta lo stesso Benni, stessa scena: treno, un signore molto distinto con il suo libro in mano. Racconta Stefano che lesse tutto il libro serio serio, quasi si trattasse di un saggio di Galimberti, e a un certo punto fece uno strano ghigno, un sorrisino accompagnato da un singulto. “Ero giovane” dice Benni “ E non ho avuto il coraggio di chiedergli quale fosse stata la cosa che lo aveva fatto sussultare.. non lo saprò mai”.
E che dire di tutti gli altri personaggi del libro?  Il “cinno” da bar, figura ormai scomparsa di ragazzo che portava il caffè negli uffici girando in bicicletta, o i vecchietti...
Un audiolibro è un oggetto meraviglioso: 4 ore e 19 minuti con la voce di Riondino che legge Benni: potete ascoltarlo in macchina, mentre fate il bagno, le pulizie di primavera. Qualcuno che legge per noi... ma che grande regalo. Perché la lettura, il racconto, ha tante facce e tante voci: la nostra, quando teniamo il libro in mano magari a letto nella posizione che aiuta il sonno, quella di un amico che ci dice: ehi! Senti che bello!... e quella di David, piena, barocca, musicale.
Buon ascolto.

Gabriella Canova

P.s: Benni, Petrin, Vignaroli e Raffaele Bruno saranno ad Alcatraz dal 21 al 28 agosto con il Seminario La Voce Narrante. Potete vedere tutte le informazioni qui.