vincere

Come fallire in maniera pazzesca

Odiare la realtà

Il sistema più usato per buttare al cesso qualunque progetto è quello di concepire un piano d’azione che non sta né in cielo né in terra.
Alcatraz è un luogo formidabile per osservare questa metodologia estremamente efficace.
In questi trent’anni almeno una volta all’anno è arrivato qualcuno che mi ha detto: “Costruiamo un partito di gente onesta, con un programma semplice e chiaro, vinciamo le elezioni e poi costruiamo un’Italia migliore.”
L’idea di per sé non è male.
Ma io chiedo: “E con che forze costruiamo questo partito?”
La risposta arriva alla svelta: “Sto facendo il giro di una serie di personaggi noti che potrebbero comunicare al mondo le nostre giuste idee.”
E io chiedo: “Ma perché questi personaggi noti dovrebbero seguire il tuo progetto?”
“Perché il mio progetto è l’unico in grado di cambiare la realtà”.
Spiegare a questa persona che pur avendo propositi giusti è destinata al fallimento è una delle 7 cose più difficili del mondo.
Non capisce.
La riprova che questa idea è sbagliata è che di tutti quelli che mi hanno fatto questa proposta NESSUNO  è riuscito a fare un partito più grande del numero dei componenti delle sua famiglia (nella migliore delle ipotesi).

La realtà è complessa e bisogna amarla per capirla.
Bisogna osservarla a lungo, senza preconcetti.
Se lo si fa (forse) ci si accorge che il meccanismo essenziale della società umana, e in modo particolare di quella italiana, è la referenza.
Questo sistema è alla base delle relazioni sociali e risponde a un’esigenza concreta e basilare.
Le persone hanno successo se sono capaci di fare bene qualche cosa e se sono capaci di trovare persone valide con le quali collaborare.
E se è difficile trovare un amante che ci corrisponda, trovare una persona con la quale lavorare non è più probabile.
Il mondo è pieno di furbastri, di profittatori, di persone incapaci di tener fede agli impegni e alla parola data.
Riuscire a trovare persone di valore è raro e la cosa si complica appena riesci ad avere successo.
Chi diventa noto per aver realizzato un progetto è subito assediato da ogni sorta di disonesti e incapaci che cercano di sfruttare il suo successo.
Quindi diventa una regola relazionarsi solo con persone che rispondono a una serie di caratteristiche fondamentali e scartare gli altri.
Non è una buona idea ridurre il ventaglio delle proprie relazioni. Io ho il vizio di ascoltare tutti quelli che hanno voglia di dirmi qualche cosa. Anche i più pazzi, perché a volte hanno idee geniali.
Ma anche io se devo scegliere di collaborare con qualcuno voglio sapere cosa ha fatto e se una persona che conosco e stimo mi dice che si tratta di un individuo valido è meglio.
Nessuno seguirà una persona che non ha mai realizzato qualche impresa difficile che si presenti a chiedere impegno per lanciare un nuovo partito.
Creare qualche cosa di nuovo, in qualsiasi campo, non richiede solo una buona idea ma grandi capacità di capire la realtà, organizzarsi e agire. E se hai queste doti sai già che la prima cosa che devi fare per realizzare un grande progetto è realizzare un piccolo progetto. Compiere un’azione che ti dia credibilità.
Sono i risultati che ti aprono la via ai contatti e alla fiducia degli altri.
Quindi se vuoi costruire un nuovo partito prima di tutto devi dimostrare che lo sai fare, ad esempio conducendo con successo una lotta o un’iniziativa nel tuo quartiere o nella tua città.
Solo sulla base di risultati ottenuti su piccola scala puoi pensare di poter agire su scala nazionale.
Di Pietro aveva raggiunto una grande fama e stima con Tangentopoli. Lo stesso vale per De Magistris e in modo diverso per Vendola e Grillo.
Una persona completamente sconosciuta e senza nessuna esperienza notevole, che voglia fondare un partito solo perché pensa di avere idee giuste, è uno sciocco.
Ho scelto un caso limite ma questo tipo di errore di valutazione me lo vedo di fronte continuamente.
Anche io, modestamente, mi sono più volte rovinato con le mie mani perché non avevo valutato fino in fondo le mie reali possibilità, il mio livello di notorietà, credibilità eccetera.
Ad esempio, ho scoperto che vendere 200mila copie di un libro non ti garantisce di vendere 20mila copie di una rivista mensile.
Anche se le 200mila persone che hanno letto il tuo libro sono assolutamente entusiaste di te e vorrebbero sinceramente e appassionatamente leggere una tua rivista mensile, all’atto pratico non succede.
Ad esempio, perché non sapranno mai che hai stampato una rivista. Come fai ad avvisarli?
In questo momento siamo in edicola con il terzo numero de Il Male, che esce dopo 30 anni e che ebbe un successo immenso.
Ne hanno parlato tutti i giornali, centinaia di blog, parecchie radio e qualche trasmissione televisiva, eppure alcuni giorni fa a una festa con vecchi amici ho scoperto che la maggioranza di loro non sapeva che il Male era di nuovo in edicola.
La realtà è dotata di un grande livello di resistenza e dispersione che rappresenta un sostanzioso ostacolo per qualunque iniziativa.
Prendere le misure del mondo è essenziale se si vuole ottenere il risultato sperato.
Sennò potete appassionarvi alle variazioni di colore dei vostri lividi, dopo che avete battuto il sedere per terra.
Io l’ho fatto e devo dire che non è un gran che.
Ho anche scoperto un metodo che può offrire un aumento notevole delle probabilità di tirar fuori un progetto che vada avanti: parlare.
Raduni una decina di amici e gli racconti quel che vuoi fare.
Se non riesci a radunare una decina di amici forse è meglio che valuti quali errori hai commesso nel tuo universo relazionale.
Se non riesci a entusiasmare i tuoi 10 amici sulla tua idea forse ci sono dei buchi pazzeschi.
Se riesci a entusiasmare i tuoi amici hai qualche possibilità di farcela.
Ma attenzione: l’entusiasmo è un segnale di gradimento non una garanzia di successo.
Prima di buttarmi in questa idea avevo fatto politica nel movimento per 7 anni, avevo cercato per 2 anni di mettere insieme un gruppo di disegnatori per fare una rivista, ci ero riuscito e per altri due anni avevo lavorato al Male.
Con una ventina di amici discutemmo per un paio di mesi su come organizzare Alcatraz, poi finalmente decidemmo di passare dalle parole ai fatti e ci demmo appuntamento un giovedì, alle 9 di mattino, per iniziare fisicamente i lavori (avevamo 3 case da ricostruire).
Quella mattina alle 9 mi ritrovai da solo.
E dovetti iniziare la ricerca di un gruppo di persone con le quali lavorare invece che discutere.
A scuola era lo stesso: decidevamo in 500 di occupare la scuola, in 40 organizzavamo il piano per occupare e poi la mattina alle 7 e un quarto eravamo in 5 a prendere di sorpresa il bidello e bloccare la porta d’ingresso.
Non sempre succede così. Ho anche visto momenti magici nei quali 20 persone hanno una buona idea e dopo qualche settimana ci si trova col sostegno di centomila persone. Il lancio del Male ha funzionato così.
Ma sono, appunto, momenti magici.
Alcatraz è stata un’esperienza quotidianamente eccezionale che mi ha dato la possibilità di vivere esperienze appassionanti… Sicuramente è stata una delle imprese che mi ha dato di più in termini di qualità della vita ma è stata anche una fatica boia per riuscire a far quadrare i bilanci e per 3 volte siamo falliti economicamente. In questi casi l’importante è rialzarsi in piedi e riprendere a lavorare cercando di non rifare le stesse stronzate.
Solo da un paio di anni abbiamo raggiunto un pareggio economico decente. A volte le idee sono sostanzialmente giuste ma i tempi no.
Pare incredibile che per 30 anni le nostre idee sul risparmio energetico siano state considerate poco più che quisquilie. Ci è voluta l’ecatombe in Giappone e la vittoria del referendum sul nucleare per riuscire a far conoscere il nostro progetto al grande pubblico.
Ogni tanto arriva ad Alcatraz qualcuno che dice: “Questo è un posto straordinario! Non sapevo che esistesse. Perché non fate un po’ di pubblicità?”
Cavolo, in 30 anni ho partecipato ad almeno 60 trasmissioni televisive, sono usciti un centinaio di articoli sui giornali, da 10 anni gestiamo 20 siti internet tematici, la nostra pubblicità esce ogni giorno su 400 siti artistici, etici ed ecologici, sono stati comprati almeno 500mila copie dei libri che ho scritto (dove c’è sempre la segnalazione di Alcatraz) e nonostante tutto questo gran parte delle persone che apprezzerebbero Alcatraz non sanno neanche che esiste…
Ecco, la realtà è complicata, se vuoi ottenere un fragoroso insuccesso fai finta che sia semplice.

Proprio per questo, perché compiere grandi imprese è un’attività che ha tempi lunghi, è essenziale comprendere il valore della gradualità.
E’ la filosofia dei piccoli passi.
Essenziale elemento strategico.
Io mi impegno solo e soltanto su azioni capaci di darmi immediatamente un risultato anche se minimo.
Nel 1981 avevo capito che la rivoluzione comunista ormai era fallita.
Decisi che l’unica era creare situazioni di vita e cultura alternative che permettessero alle persone di sperimentare idee e stili di vita migliori e quindi crescere grazie a esperienze nuove e positive.
Il mondo cambia se cambiano le persone. Ma le persone non cambiano se non fanno esperienze migliori.
Quindi la prima cosa che creammo fu un ristorante dove si mangiasse bene.
Scegliemmo il punto più semplice sul quale concentrare tutte le nostre energie.
Avere un ristorante che offre cibi meravigliosi è un piccolo risultato ma è una vittoria immediata: appena scoli gli spaghetti e ci metti il sugo e li assaggi dici: “Ho vinto! Questi spaghetti sono fantastici!”
Questa luminosa, fragrante vittoria ti gratifica, ti galvanizza, ti ristora e ti ripaga delle mille avversità del mondo. E visto che hai vinto e vincere è estatico ti viene ancor più voglia di impegnarti allo stremo per ottenere risultati ancora migliori e decidi: “Non ci son cazzi! Domani facciamo le lasagne!”
E il giorno dopo come ti senti quando assaggi le lasagne e ti accorgi che sono veramente bolognesi in maniera pazzesca?
Succede che la tua determinazione ribelle cresce.
Dalle lasagne passi agli gnocchi e dagli gnocchi all’ecovillaggio solare super tecnologico.
Ma la tua forza resta sempre il fatto che i grandi progetti hanno dentro uno sciame delizioso di piccole vittorie: le persone straordinarie che hai conosciuto e ti sono diventate amiche (e che cucinano da Dio), i gruppi con i quali hai scambiato ricette e sementi biologiche, quelli che ti hanno fatto conoscere un buon vino…
Un grande progetto ha una spina dorsale che è costituita da una rete di microeventi e di microvittorie che sono l’humus, l’anima e l’energia del progetto.
Senza questa SOSTANZA il progetto è vuoto. Se c’è solo un centimetro di terreno crescono solo licheni.
Una volta sono andato a cena a casa di una persona molto simpatica che aveva grandi idee. Ho mangiato malissimo. E ho smesso di frequentarla.
Se vuoi fallire in modo fragoroso fidati di chi non sa fare il soffritto.
(Non saper cucinare non è una colpa. E’ grave non rendersi conto che non si sa cucinare.)

 

INDICE DEGLI ARTICOLI PRECEDENTI (in ordine di lettura)

1 - Lo zen e l'arte di vincere

2 - Non esiste un modo certo per avere successo. Esiste però un modo certo per mandare tutto a scatafascio.

3 - Come fallire in maniera pazzesca

4 - Reprimere i desideri fa male, molto male

5 - Le vie della perfezione sono finite

6 - Il senso della realtà. Agire con passione, agire con metodo!

7 - Non ho potuto arrivare in orario perché c’è stato uno tsunami.

8 - Lo spirito di sacrificio o lo spirito del gioco?

 


Non esiste un modo certo per avere successo. Esiste però un modo certo per mandare tutto a scatafascio.

Thomas EdisonNell’articolo di domenica scorsa mi sono occupato di sgombrare il campo dalle idee bislacche del pensiero positivo.
Chiarito che nulla ti garantirà di non soffrire mai e che tutto ti vada bene, posso ora occuparmi di entrare nel vivo della questione: come si fa a NON avere successo?
La mia idea, molto ottimista, è che se io smetto di fare tutto quello che provoca insuccessi otterrò la vittoria finale.

Di sconfitta in sconfitta fino alla vittoria finale.

La prima cosa da sapere è che molta gente resta fregata perché non sa che le sconfitte sono essenziali.
Tutte le grandi conquiste nascono da una serie spaventosa di disastri.
Se non ci credi rileggiti la biografia di Gengis Khan o di Mandela. Edison per inventare la lampadina fece più di mille tentativi falliti.
Un giornalista coglione gli chiese: “Non si sente umiliato dal fatto di aver sbagliato più di mille volte?” E lui rispose: “Non ho sbagliato più di mille volte, ho sperimentato più di mille modi per costruire una lampadina che non funziona.”
Mi ricordo che un giorno stavo dipingendo insieme a mio padre… Ero molto piccolo e ad un certo punto dissi: “Questo disegno non mi piace, ne faccio un altro.”
Mio padre mi rispose: “C’è sempre un momento che quel che hai disegnato non ti piace, è lì che devi andare avanti. Se trovi il modo di farlo diventare bello inventi qualche cosa… E’ allora che fai un disegno veramente bello.”
E non lo diceva solo. Una volta mi misi a urlare quando vidi mio padre prendere un dipinto bellissimo, appena realizzato, andare in bagno e metterlo sotto la doccia. Il colore se ne andò via tutto. Mi sembrò un crimine! Però il colore non era andato via proprio tutto, restavano degli aloni sulla tela e mio padre ricominciò a dipingere a partire da quelle macchie sbiadite e venne fuori veramente qualche cosa di bello. Certamente molte persone non arrivano ai risultati che desiderano perché mancano di autostima e quando arrivano al momento cruciale nel quale sperimentano l’insoddisfazione per quel che hanno creato, invece di insistere, hanno il crollo psicologico e buttano via tutto.
La determinazione incrollabile è quindi la prima qualità che dobbiamo coltivare per vincere.

Io voglio assolutamente vendere i frigoriferi agli eschimesi!

Forse leggendo la parola vincere, che ho usato più volte, avrai sentito una lieve sensazione di fastidio.
La parola vincere è spesso legata alla dualità vittoria/sconfitta.
Ma per fortuna esiste anche la filosofia del All Winner, tutti vincitori. Io intendo qui il termine vincere come il bisogno di superare i propri limiti. Vincere CONTRO qualcuno non mi interessa. Anzi penso che chi si impegna non per la soddisfazione di produrre qualche cosa di eccellente ma perché vuole battere qualcun altro, parta con il piede sbagliato.
La molla della rivalsa, del dominio sono immensamente più deboli del puro desiderio di eccellenza.
Se vuoi vincere sarai facilmente portato a scegliere scorciatoie che ti garantiscano di raggiungere il traguardo e avrai poco interesse per la qualità intrinseca di quel che crei, che prescinde dall’arrivare al traguardo.

Le due opzioni sono:
“Voglio fare qualunque cosa pur di vincere”
oppure
“Voglio esprimermi al massimo grado e lotterò perché l’unicità di quel che amo e creo raggiunga il traguardo.”
Chi manca di un senso sacrale della vita vede questa fedeltà al proprio gusto e al proprio stile come un handicap. Ma in realtà essi non raggiungono mai un pieno inebriante successo, proprio perché rinunciano alla propria unicità per seguire vie apparentemente più efficienti. Ma così facendo restano solo dei praticoni, degli imitatori, dei riproduttori di canoni che funzionano. Il mondo dei media è pieno di questi esseri inanimati ed effettivamente essi ottengono lussi e privilegi e una certa notorietà. Ma passano la vita a invidiare gli artisti veri che seguono liberamente la propria ispirazione.
E attenzione, la dedizione verso il cuore di quel che fai, la fedeltà a quel che ami, diventa spesso essa stessa il veicolo del successo.

Un antico saggio zen raccontò una storiella per spiegare questa idea. Il più grande spadaccino del Giappone fu sfidato da un piccolo bastardo. Questo verme per garantirsi la vittoria fece appostare dietro il maestro di spada un sicario armato di cerbottana e dardi avvelenati. Gli diede l’ordine di tirare quando il primo scontro fosse iniziato. Ma quando il grande maestro si avventò contro l’avversario vide un fiore bellissimo e si chinò per guardarlo meglio, proprio nell’istante in cui il sicario aveva lanciato il dardo avvelenato. Il proiettile colpì così il malvagio sfidante, uccidendolo.
E a questo proposito Sun Tzu scrisse, nell’Arte della Guerra: “Il grande guerriero non ha bisogno di combattere. Combattere è di per sé una sconfitta. Sublime è indurre il nemico alla fuga senza dover sguainare la spada.”

Per vincere bisogna voler vincere.
Serve quindi un certo distacco verso gli esiti di ogni impresa. Il fallimento pratico (non aver costruito una lampadina che funziona) è secondario rispetto all’obiettivo principale (dedicarsi alla meravigliosa sperimentazioni delle lampadine).
Ma questo distacco deve avere una giusta misura.
Ci sono persone che dicono: “Voglio fare un giornale.”
Poi aggiungono: “Il mio giornale non avrà finanziamenti pubblici, non avrà pubblicità, sarà gratis e sarà interamente scritto in aramaico antico, inoltre pubblicherà solo articoli sulla vita quotidiana dei lombrichi ciechi della Papuasia.”
Ora non serve uno scienziato del marketing per capire che un simile periodico non permetterà mai a una persona di guadagnare i soldi necessari per vivere. Quindi questa persona dovrà fare un altro lavoro.
Poi però potrà passare migliaia di serate in birreria a raccontare quanto è stronzo e mercificato il mondo dei mass media e quanto sia terribile il dominio dei raccomandati e di quelli disposti ad avere rapporti orali con uomini flaccidi e potenti, pur di ottenere denaro e spazio.
Io credo che in realtà queste persone tentino le loro imprese per il solo preciso gusto di poter inumidire i maglioncini di qualche ragazza con le loro lacrime di autocommiserazione.
Ora è vero che il mondo è malvagio e che il sistema dei media è mercificato, ma per fermare certi giovani avventurosi non servono complotti, ci pensano da soli a distruggersi.
Per portare a termine un’impresa bisogna avere una forte ispirazione ma è anche necessario nutrire sufficiente amore per la realtà e per la sfida con la realtà, da trovare il modo di adattare quel che vuoi fare alla tua situazione e alle opportunità che hai di fronte.
Ho incontrato moltissimi giovani che si facevano vanto del tracollo di progetti concepiti in modo tale da naufragare certamente. E devo dire che è incredibile quanto sia difficile per queste persone comprendere questo concetto elementare.
La domanda è: “Qual è il cuore di quel che vuoi fare?”. Sul cuore devi essere assolutamente intransigente ma devi essere anche totalmente duttile per quanto riguarda le questioni collaterali.
La rigidità dei progetti è la prima causa di morte delle buone idee.
E quanto gli piace poter dire: “E’ tutta colpa di Berlusconi se non ce l’ho fatta!” E al posto di Berlusconi puoi metterci qualunque cosa: il capufficio, mia madre, la mafia universitaria, il Ku Klux Klan.
Berlusconi ci mette i giudici comunisti: “E’ tutta colpa dei giudici comunisti e dei comunisti se non ho fatto le riforme pur standomene al governo per più di 10 anni…” Ma almeno lui lo sa che non è vero… Molti lo credono veramente e restano fregati.
E’ un modo di pensare tipicamente cattolico… Volevo essere buono ma il Diavolo mi ha messo i bastoni tra le ruote…
Invece i protestanti ragionano in un altro modo e non a caso le loro economie funzionano meglio… Loro credono che il credente debba dare prova della sua fede mettendo in conto l’esistenza del Diavolo e facendo comunque fruttare i talenti ricevuti da Dio. La sfida è proprio quella di fregare il Diavolo. Che c’è e che ce l’avrai contro lo devi sapere a priori e devi metterlo in conto e organizzarti per batterlo.
Durante i colloqui di lavoro per trovare persone valide che lavorino con Alcatraz l’uso di giustificazioni è una discriminante.
Se chiedi a una persona di dirti che lavori ha fatto e lei ti elenca una serie di tentativi falliti per una serie di cause, sai subito che è una persona che non potrà mai essere affidabile.
Se non riesci a fare qualche cosa devi assumertene la responsabilità (non la colpa). Se eri più furbo e determinato superavi gli ostacoli. Credo che trovare una persona capace di svolgere un lavoro quando c’è bel tempo, nessuna nonna è stata ricoverata all’ospedale e l’auto funziona perfettamente, non sia un gran risultato. Io voglio lavorare con persone che riescono a svolgere un lavoro anche quando la cavalleria cosacca sta attaccando Fort Apache.

 

INDICE DEGLI ARTICOLI PRECEDENTI (in ordine di lettura)

1 - Lo zen e l'arte di vincere

2 - Non esiste un modo certo per avere successo. Esiste però un modo certo per mandare tutto a scatafascio.

3 - Come fallire in maniera pazzesca

4 - Reprimere i desideri fa male, molto male

5 - Le vie della perfezione sono finite

6 - Il senso della realtà. Agire con passione, agire con metodo!

7 - Non ho potuto arrivare in orario perché c’è stato uno tsunami.

8 - Lo spirito di sacrificio o lo spirito del gioco?

 


Lo zen e l’arte di vincere

Qui affronto un grandissimo tema della vita… A confronto di questo articolo “L’arte della guerra” di Sun Tzu è una robetta da neo laureati (oggi mi sento un ragazzo modesto).

Chi vince ha capito tutto della vita o ha avuto solo culo?

Conosco bene la posizione del perdente.
Questo per via che ho perso parecchie battaglie.
Mi dispiace un po’ registrare il fatto che solo dopo il disastro nucleare giapponese e la conseguente vittoria dei referendum, improvvisamente, siamo stati sdoganati, i giornali hanno iniziato a parlare di Alcatraz, l’Ecovillaggio è finalmente partito e addirittura è ritornato in edicola Il Male.
E, contemporaneamente, una serie di operazioni che avevamo in corso sono andate a buon fine.
Insomma, stiamo vivendo una serie di colpi fortunati.
Molto fortunati.

Perché si vince? E’ un tema spinoso perché è facile scrivere cazzate.
Allora, innanzi tutto sgombriamo il campo da una serie di malintesi pericolosissimi.
Innanzi tutto credo che l’elemento fondamentale che determina la qualità della nostra vita sia la fortuna, non il merito.
Sono nato in una famiglia dove tutti, dalla nonna alla zia scrivevano libri. Chiaramente non ho molti meriti per il fatto di essere riuscito a fare lo scrittore.
Se nascevo in Bangladesh e morivo a 2 mesi di fame non è che ero meno bravo.
Credo che noi siamo un po’ come proiettili sparati nella vita dai nostri genitori. Abbiamo già una direzione ben stabilita, un ventaglio di possibilità che non dipendono da noi ma dal contesto nel quale nasciamo.

E non credo per nulla alle favole del pensiero positivo o dello sviluppo della coscienza, come strumenti capaci di garantire l’immunità dai disastri e dal dolore.
Sono favole. Sistemi con i quali si cerca di ammansire la paura di vivere.
Anche se pensi positivo ti può capitare la classica tegola sulla testa… E’ la sfiga statistica. Quindi un’altra volta una questione di fortuna.
Se credi nel pensiero positivo o nel potere degli stati superiori di coscienza, oltre a beccarti comunque la tegola in testa, poi hai anche l’aggravante del senso di colpa perché non hai pensato veramente positivo e quindi sei tu il colpevole di quel che ti è accaduto.

La domanda che resta sul tavolo, spinosa come un riccio, riguarda quindi la quota di possibilità che resta a noi (e al nostro libero arbitrio) nel determinare il nostro destino.

Esiste questa possibilità?
Quanto è determinante?
Prima di tentare di rispondere a questa cruciale domanda devo sgombrare il campo da un altro possibile malinteso.
Io non credo molto neanche al libero arbitrio.
Infatti, il contesto nel quale nasciamo determina pure gli strumenti che avremo a disposizione per compiere le nostre scelte.

Seggiovie e ceffoni
Quando avevo 4 anni i miei decisero di compiere un’azione che per la mia famiglia era assolutamente temeraria: una gita in campagna. Ci sono famiglie per le quali sono traumatici i grandi cambiamenti, altre vivono con sofferenza le tensioni politiche e le minacce fisiche. A casa mia la notizia di una incriminazione giudiziaria o di una bomba contro un teatro era accolta con indifferenza. Invece le gite in campagna sono state sempre eventi fortemente traumatici.
Era estate e mi portarono a mangiare in cima a una montagna. Per raggiungere il ristorante montano prendemmo la seggiovia. E io fui piazzato da un inserviente psicotico da solo, sopra un seggiolino, che poi viaggiò a decine di metri di altezza. Fui preso da una crisi di panico mentre dondolavo solingo sospeso nel vuoto.
Giunto all’arrivo della seggiovia ero avvinghiato ferocemente alle sbarre del seggiolino e l’inserviente non riusciva più a staccarmi (la forza animale scatenata dalla paura). Questo idiota di addetto, invece di fermare l’infernale ingranaggio e farmi scendere con calma e gentilezza, decise di tirarmi un gran ceffone e poi staccarmi dal seggiolino con la forza.
Ne risultai assolutamente scioccato.
E passai quindi tutto il tempo del pranzo in preda al panico. Avevo infatti tratto dall’esperienza la drammatica convinzione che fosse ineluttabile che per farti scendere dal seggiolino ti pigliassero a schiaffi.
Quindi non ero di buon umore.
Alla fine mio padre fu preso dalla pietà e mi disse che se proprio ero terrorizzato saremmo scesi dalla montagna a piedi. Ovviamente pensavo che mentisse. Avevo capito che gli adulti fregavano noi bambini raccontando un sacco di palle.
Se eravamo arrivati lì con la seggiovia come era possibile scendere a piedi? Non era possibile.
Invece mio padre fu di parola. E per me fu un viaggio incredibile, non avevo mai visto un bosco, un torrente, le mucche. Ero abituato solo a strade e case e mi trovai a viaggiare dentro un mondo da favola.
Dopo qualche ora ritrovammo mia madre al bar ai piedi della seggiovia. Lei si era rifiutata di attraversare la foresta a piedi.
Ma, forse presa dall’ansia per noi che stavamo compiendo quell’impresa mistica, aveva deciso di scendere dal seggiolino prima di avere sotto i piedi la piattaforma d’arrivo, ed era precipitata nel baratro andandosi a schiantare, per fortuna, sopra un pino fronzuto che le aveva salvato la vita ma l’aveva lasciata piena di lividi e escoriazioni.

Impronte mentali e pedate esistenziali
Ne trassi l’insegnamento indelebile che esiste sempre un’altra via e che è sempre meglio lasciare la strada vecchia per la nuova. Un’impronta mentale che ha determinato le successive mie scelte più di qualunque altra esperienza.
Ma questo imprinting iniziale è stato poi ulteriormente rafforzato dal fatto che i miei genitori, quando avevo 13 anni decisero di smettere di recitare per l’élite e abbandonarono i teatri del centro delle città, con i loro sipari di velluto e le poltroncine rosse, e si misero a fare gli attori nelle case del popolo più sperdute.
E io trovavo immensamente più divertente montare e smontare il palcoscenico e le torrette delle luci, in mezzo a una squadra di volontari eccentrici.
E come se non bastasse, quattro anni dopo, mi trovai a Torino, quando la polizia in assetto di guerra fece irruzione nella sala dove si recitava, già piena di pubblico, per impedire lo spettacolo.
Fu un momento epico… con mille compagni che si misero a fischiare l’Internazionale con una tale potenza e perfetta armonia da determinare nei poliziotti la convinzione che uno scontro fisico sarebbe stato per loro disastroso. Decisero quindi incredibilmente di ritirarsi… E, dopo l’espugnazione biblica di Gerico, a suon di trombe, non è successo spesso che si vinca uno scontro militare con la musica…
E potete immaginare quale peso assunse quest’esperienza nella mia mente diciassettenne il fatto che quell’evento avesse scatenato tali emozioni tra i militanti comunisti che, proprio quella notte, una fanciulla di incantevole bellezza decise di regalarmi la mia prima esperienza di sesso selvaggio.
Ci sono persone che possono entrare in ansia di fronte a un battaglione di poliziotti schierati. Io vengo preso subitaneamente da esaltazione euforica. Cosa che potrebbe essere scambiata per eroico coraggio ma è solo stolida libidine sessuale.

E’ chiaro che avendo avuto tale passato considero incomprensibile la determinazione che spinge le persone a continuare a vivere situazioni insostenibili. Mi arrovello per comprendere i motivi che le portano a continuare a sopportare la sofferenza e mi chiedo cosa possa impedire loro di cambiare. Devo fare uno sforzo di ragionamento per comprendere che altri percepiscono il cambiamento come un evento carico di minacce e di incognite.
Li posso capire ma restano per me persone che fanno scelte aliene. Io sono incapace di percepire il cambiamento come un pericolo, mi ci butto dentro a passo di carica. Anzi, spio il mondo alla continua ricerca di spiragli di rivoluzione a causa della reiterata esperienza dei vantaggi del nuovo.
Ma comunque non riesco a vedere questo fatto come un merito. Le esperienze mi hanno scolpito così e capisco che ad altri sia andata in modo diverso.

Chi ottiene una guarigione miracolosa?
Chiarito questo posso affrontare il tema che mi sta oggi a cuore.
E quindi dichiarare che esiste comunque un metodo preciso, un procedimento, che mettiamo in atto quando vinciamo (a seguito di una serie di colpi di culo).
Cioè, la vittoria è in ultima analisi frutto di una serie di colpi di culo ma tra questi colpi di culo c’è anche il fatto di aver imparato l’atteggiamento necessario per vincere.
Voglio dire che a parità di colpi di culo ci sono poi persone che (per qualche sfiga) non hanno appreso come si vince e quindi continuano a perdere a dispetto di una fortuna incredibile.
In altre parole potrei affermare che quel che la vita ci dà è al 99% frutto della fortuna ma c’è un 1% che puoi imparare sforzandoti un po’ a capire come funziona la storia. E capire questo 1% può moltiplicare per 10 gli effetti della fortuna iniziale.
Ovvero non esiste nessun metodo che ti garantisce un risultato positivo ma esistono metodi che ti garantiscono che NON otterrai niente di buono.
Questo concetto è anch’esso cruciale.
Un medico francese volendo capire se le guarigioni miracolose esistono ha lanciato una ricerca presso centinaia di ospedali chiedendo notizie di decorsi anomali e positivi di gravi malanni. Ha così individuato 3.000 casi di “guarigioni anomale”. Poi ha intervistato questi miracolati scoprendo che erano guariti in 1.500 modi diversi, alcuni veramente assurdi e insensati.
Quello che univa questi pazienti miracolati era che tutti erano convinti di aver trovato un sistema miracoloso per guarire.
Ad esempio un signore di Trieste affetto da grave leucemia si era curato buttandosi nell’acqua ghiacciata di un fiume, tutte le mattine all’alba. Vista la sua incomprensibile guarigione decine di altri leucemici lo avevano imitato morendo quasi subito a causa del congelamento.
La differenza stava nel fatto che il miracolato aveva una fede totale nel bagno ghiacciato, ci era arrivato attraverso un complesso percorso mentale e un difficile lavorio psicologico. Invece gli altri malati si erano limitati a imitare quello che aveva fatto lui… Non si erano costruiti una vera convinzione ma si erano limitati a imitare qualcun altro.
Ne discende che l’unica legge conosciuta sulle guarigioni miracolose è che sono molto rare e che non si ottengono imitando gli altri ma (a volte) trovando la propria via, unica e originale e profondamente sentita.
E, attenzione, non è detto che trovando la tua personale ricetta della guarigione tu poi guarisca miracolosamente. E’ certo invece che se non diventi l’interprete di te stesso e della ricerca della tua medicina personale NON otterrai una guarigione miracolosa.

Come evitare di vincere (in modo certo)
Chiarite queste premesse possiamo andare al sodo e classificare quindi tutti i modi certi per ottenere un insuccesso (cioè non esistono modi certi per ottenere il successo, che resta aleatorio e inafferrabile… ma solo modi certi per distruggere certamente le possibilità di successo).
Ma di questo vi parlerò nella prossima puntata…
 

INDICE DEGLI ARTICOLI PRECEDENTI (in ordine di lettura)

1 -

Lo zen e l'arte di vincere

2 -

Non esiste un modo certo per avere successo. Esiste però un modo certo per mandare tutto a scatafascio.

3 -

Come fallire in maniera pazzesca

4 -

Reprimere i desideri fa male, molto male

5 -

Le vie della perfezione sono finite

6 -

Il senso della realtà. Agire con passione, agire con metodo!

7 -

Non ho potuto arrivare in orario perché c’è stato uno tsunami.

8 -

Lo spirito di sacrificio o lo spirito del gioco?