Lo zen e l’arte di vincere

Qui affronto un grandissimo tema della vita… A confronto di questo articolo “L’arte della guerra” di Sun Tzu è una robetta da neo laureati (oggi mi sento un ragazzo modesto).

Chi vince ha capito tutto della vita o ha avuto solo culo?

Conosco bene la posizione del perdente.
Questo per via che ho perso parecchie battaglie.
Mi dispiace un po’ registrare il fatto che solo dopo il disastro nucleare giapponese e la conseguente vittoria dei referendum, improvvisamente, siamo stati sdoganati, i giornali hanno iniziato a parlare di Alcatraz, l’Ecovillaggio è finalmente partito e addirittura è ritornato in edicola Il Male.
E, contemporaneamente, una serie di operazioni che avevamo in corso sono andate a buon fine.
Insomma, stiamo vivendo una serie di colpi fortunati.
Molto fortunati.

Perché si vince? E’ un tema spinoso perché è facile scrivere cazzate.
Allora, innanzi tutto sgombriamo il campo da una serie di malintesi pericolosissimi.
Innanzi tutto credo che l’elemento fondamentale che determina la qualità della nostra vita sia la fortuna, non il merito.
Sono nato in una famiglia dove tutti, dalla nonna alla zia scrivevano libri. Chiaramente non ho molti meriti per il fatto di essere riuscito a fare lo scrittore.
Se nascevo in Bangladesh e morivo a 2 mesi di fame non è che ero meno bravo.
Credo che noi siamo un po’ come proiettili sparati nella vita dai nostri genitori. Abbiamo già una direzione ben stabilita, un ventaglio di possibilità che non dipendono da noi ma dal contesto nel quale nasciamo.

E non credo per nulla alle favole del pensiero positivo o dello sviluppo della coscienza, come strumenti capaci di garantire l’immunità dai disastri e dal dolore.
Sono favole. Sistemi con i quali si cerca di ammansire la paura di vivere.
Anche se pensi positivo ti può capitare la classica tegola sulla testa… E’ la sfiga statistica. Quindi un’altra volta una questione di fortuna.
Se credi nel pensiero positivo o nel potere degli stati superiori di coscienza, oltre a beccarti comunque la tegola in testa, poi hai anche l’aggravante del senso di colpa perché non hai pensato veramente positivo e quindi sei tu il colpevole di quel che ti è accaduto.

La domanda che resta sul tavolo, spinosa come un riccio, riguarda quindi la quota di possibilità che resta a noi (e al nostro libero arbitrio) nel determinare il nostro destino.

Esiste questa possibilità?
Quanto è determinante?
Prima di tentare di rispondere a questa cruciale domanda devo sgombrare il campo da un altro possibile malinteso.
Io non credo molto neanche al libero arbitrio.
Infatti, il contesto nel quale nasciamo determina pure gli strumenti che avremo a disposizione per compiere le nostre scelte.

Seggiovie e ceffoni
Quando avevo 4 anni i miei decisero di compiere un’azione che per la mia famiglia era assolutamente temeraria: una gita in campagna. Ci sono famiglie per le quali sono traumatici i grandi cambiamenti, altre vivono con sofferenza le tensioni politiche e le minacce fisiche. A casa mia la notizia di una incriminazione giudiziaria o di una bomba contro un teatro era accolta con indifferenza. Invece le gite in campagna sono state sempre eventi fortemente traumatici.
Era estate e mi portarono a mangiare in cima a una montagna. Per raggiungere il ristorante montano prendemmo la seggiovia. E io fui piazzato da un inserviente psicotico da solo, sopra un seggiolino, che poi viaggiò a decine di metri di altezza. Fui preso da una crisi di panico mentre dondolavo solingo sospeso nel vuoto.
Giunto all’arrivo della seggiovia ero avvinghiato ferocemente alle sbarre del seggiolino e l’inserviente non riusciva più a staccarmi (la forza animale scatenata dalla paura). Questo idiota di addetto, invece di fermare l’infernale ingranaggio e farmi scendere con calma e gentilezza, decise di tirarmi un gran ceffone e poi staccarmi dal seggiolino con la forza.
Ne risultai assolutamente scioccato.
E passai quindi tutto il tempo del pranzo in preda al panico. Avevo infatti tratto dall’esperienza la drammatica convinzione che fosse ineluttabile che per farti scendere dal seggiolino ti pigliassero a schiaffi.
Quindi non ero di buon umore.
Alla fine mio padre fu preso dalla pietà e mi disse che se proprio ero terrorizzato saremmo scesi dalla montagna a piedi. Ovviamente pensavo che mentisse. Avevo capito che gli adulti fregavano noi bambini raccontando un sacco di palle.
Se eravamo arrivati lì con la seggiovia come era possibile scendere a piedi? Non era possibile.
Invece mio padre fu di parola. E per me fu un viaggio incredibile, non avevo mai visto un bosco, un torrente, le mucche. Ero abituato solo a strade e case e mi trovai a viaggiare dentro un mondo da favola.
Dopo qualche ora ritrovammo mia madre al bar ai piedi della seggiovia. Lei si era rifiutata di attraversare la foresta a piedi.
Ma, forse presa dall’ansia per noi che stavamo compiendo quell’impresa mistica, aveva deciso di scendere dal seggiolino prima di avere sotto i piedi la piattaforma d’arrivo, ed era precipitata nel baratro andandosi a schiantare, per fortuna, sopra un pino fronzuto che le aveva salvato la vita ma l’aveva lasciata piena di lividi e escoriazioni.

Impronte mentali e pedate esistenziali
Ne trassi l’insegnamento indelebile che esiste sempre un’altra via e che è sempre meglio lasciare la strada vecchia per la nuova. Un’impronta mentale che ha determinato le successive mie scelte più di qualunque altra esperienza.
Ma questo imprinting iniziale è stato poi ulteriormente rafforzato dal fatto che i miei genitori, quando avevo 13 anni decisero di smettere di recitare per l’élite e abbandonarono i teatri del centro delle città, con i loro sipari di velluto e le poltroncine rosse, e si misero a fare gli attori nelle case del popolo più sperdute.
E io trovavo immensamente più divertente montare e smontare il palcoscenico e le torrette delle luci, in mezzo a una squadra di volontari eccentrici.
E come se non bastasse, quattro anni dopo, mi trovai a Torino, quando la polizia in assetto di guerra fece irruzione nella sala dove si recitava, già piena di pubblico, per impedire lo spettacolo.
Fu un momento epico… con mille compagni che si misero a fischiare l’Internazionale con una tale potenza e perfetta armonia da determinare nei poliziotti la convinzione che uno scontro fisico sarebbe stato per loro disastroso. Decisero quindi incredibilmente di ritirarsi… E, dopo l’espugnazione biblica di Gerico, a suon di trombe, non è successo spesso che si vinca uno scontro militare con la musica…
E potete immaginare quale peso assunse quest’esperienza nella mia mente diciassettenne il fatto che quell’evento avesse scatenato tali emozioni tra i militanti comunisti che, proprio quella notte, una fanciulla di incantevole bellezza decise di regalarmi la mia prima esperienza di sesso selvaggio.
Ci sono persone che possono entrare in ansia di fronte a un battaglione di poliziotti schierati. Io vengo preso subitaneamente da esaltazione euforica. Cosa che potrebbe essere scambiata per eroico coraggio ma è solo stolida libidine sessuale.

E’ chiaro che avendo avuto tale passato considero incomprensibile la determinazione che spinge le persone a continuare a vivere situazioni insostenibili. Mi arrovello per comprendere i motivi che le portano a continuare a sopportare la sofferenza e mi chiedo cosa possa impedire loro di cambiare. Devo fare uno sforzo di ragionamento per comprendere che altri percepiscono il cambiamento come un evento carico di minacce e di incognite.
Li posso capire ma restano per me persone che fanno scelte aliene. Io sono incapace di percepire il cambiamento come un pericolo, mi ci butto dentro a passo di carica. Anzi, spio il mondo alla continua ricerca di spiragli di rivoluzione a causa della reiterata esperienza dei vantaggi del nuovo.
Ma comunque non riesco a vedere questo fatto come un merito. Le esperienze mi hanno scolpito così e capisco che ad altri sia andata in modo diverso.

Chi ottiene una guarigione miracolosa?
Chiarito questo posso affrontare il tema che mi sta oggi a cuore.
E quindi dichiarare che esiste comunque un metodo preciso, un procedimento, che mettiamo in atto quando vinciamo (a seguito di una serie di colpi di culo).
Cioè, la vittoria è in ultima analisi frutto di una serie di colpi di culo ma tra questi colpi di culo c’è anche il fatto di aver imparato l’atteggiamento necessario per vincere.
Voglio dire che a parità di colpi di culo ci sono poi persone che (per qualche sfiga) non hanno appreso come si vince e quindi continuano a perdere a dispetto di una fortuna incredibile.
In altre parole potrei affermare che quel che la vita ci dà è al 99% frutto della fortuna ma c’è un 1% che puoi imparare sforzandoti un po’ a capire come funziona la storia. E capire questo 1% può moltiplicare per 10 gli effetti della fortuna iniziale.
Ovvero non esiste nessun metodo che ti garantisce un risultato positivo ma esistono metodi che ti garantiscono che NON otterrai niente di buono.
Questo concetto è anch’esso cruciale.
Un medico francese volendo capire se le guarigioni miracolose esistono ha lanciato una ricerca presso centinaia di ospedali chiedendo notizie di decorsi anomali e positivi di gravi malanni. Ha così individuato 3.000 casi di “guarigioni anomale”. Poi ha intervistato questi miracolati scoprendo che erano guariti in 1.500 modi diversi, alcuni veramente assurdi e insensati.
Quello che univa questi pazienti miracolati era che tutti erano convinti di aver trovato un sistema miracoloso per guarire.
Ad esempio un signore di Trieste affetto da grave leucemia si era curato buttandosi nell’acqua ghiacciata di un fiume, tutte le mattine all’alba. Vista la sua incomprensibile guarigione decine di altri leucemici lo avevano imitato morendo quasi subito a causa del congelamento.
La differenza stava nel fatto che il miracolato aveva una fede totale nel bagno ghiacciato, ci era arrivato attraverso un complesso percorso mentale e un difficile lavorio psicologico. Invece gli altri malati si erano limitati a imitare quello che aveva fatto lui… Non si erano costruiti una vera convinzione ma si erano limitati a imitare qualcun altro.
Ne discende che l’unica legge conosciuta sulle guarigioni miracolose è che sono molto rare e che non si ottengono imitando gli altri ma (a volte) trovando la propria via, unica e originale e profondamente sentita.
E, attenzione, non è detto che trovando la tua personale ricetta della guarigione tu poi guarisca miracolosamente. E’ certo invece che se non diventi l’interprete di te stesso e della ricerca della tua medicina personale NON otterrai una guarigione miracolosa.

Come evitare di vincere (in modo certo)
Chiarite queste premesse possiamo andare al sodo e classificare quindi tutti i modi certi per ottenere un insuccesso (cioè non esistono modi certi per ottenere il successo, che resta aleatorio e inafferrabile… ma solo modi certi per distruggere certamente le possibilità di successo).
Ma di questo vi parlerò nella prossima puntata…
 

INDICE DEGLI ARTICOLI PRECEDENTI (in ordine di lettura)

1 -

Lo zen e l'arte di vincere

2 -

Non esiste un modo certo per avere successo. Esiste però un modo certo per mandare tutto a scatafascio.

3 -

Come fallire in maniera pazzesca

4 -

Reprimere i desideri fa male, molto male

5 -

Le vie della perfezione sono finite

6 -

Il senso della realtà. Agire con passione, agire con metodo!

7 -

Non ho potuto arrivare in orario perché c’è stato uno tsunami.

8 -

Lo spirito di sacrificio o lo spirito del gioco?


Commenti

Fantastico,eccezionale,divertente,esilarante. Q
ualità della scrittura ottima,voluta penso la scelta didascalica della cronaca /racconto.Grazie ho riso tanto,non saprò mai fare le faccette.