Non esiste un modo certo per avere successo. Esiste però un modo certo per mandare tutto a scatafascio.

Thomas EdisonNell’articolo di domenica scorsa mi sono occupato di sgombrare il campo dalle idee bislacche del pensiero positivo.
Chiarito che nulla ti garantirà di non soffrire mai e che tutto ti vada bene, posso ora occuparmi di entrare nel vivo della questione: come si fa a NON avere successo?
La mia idea, molto ottimista, è che se io smetto di fare tutto quello che provoca insuccessi otterrò la vittoria finale.

Di sconfitta in sconfitta fino alla vittoria finale.

La prima cosa da sapere è che molta gente resta fregata perché non sa che le sconfitte sono essenziali.
Tutte le grandi conquiste nascono da una serie spaventosa di disastri.
Se non ci credi rileggiti la biografia di Gengis Khan o di Mandela. Edison per inventare la lampadina fece più di mille tentativi falliti.
Un giornalista coglione gli chiese: “Non si sente umiliato dal fatto di aver sbagliato più di mille volte?” E lui rispose: “Non ho sbagliato più di mille volte, ho sperimentato più di mille modi per costruire una lampadina che non funziona.”
Mi ricordo che un giorno stavo dipingendo insieme a mio padre… Ero molto piccolo e ad un certo punto dissi: “Questo disegno non mi piace, ne faccio un altro.”
Mio padre mi rispose: “C’è sempre un momento che quel che hai disegnato non ti piace, è lì che devi andare avanti. Se trovi il modo di farlo diventare bello inventi qualche cosa… E’ allora che fai un disegno veramente bello.”
E non lo diceva solo. Una volta mi misi a urlare quando vidi mio padre prendere un dipinto bellissimo, appena realizzato, andare in bagno e metterlo sotto la doccia. Il colore se ne andò via tutto. Mi sembrò un crimine! Però il colore non era andato via proprio tutto, restavano degli aloni sulla tela e mio padre ricominciò a dipingere a partire da quelle macchie sbiadite e venne fuori veramente qualche cosa di bello. Certamente molte persone non arrivano ai risultati che desiderano perché mancano di autostima e quando arrivano al momento cruciale nel quale sperimentano l’insoddisfazione per quel che hanno creato, invece di insistere, hanno il crollo psicologico e buttano via tutto.
La determinazione incrollabile è quindi la prima qualità che dobbiamo coltivare per vincere.

Io voglio assolutamente vendere i frigoriferi agli eschimesi!

Forse leggendo la parola vincere, che ho usato più volte, avrai sentito una lieve sensazione di fastidio.
La parola vincere è spesso legata alla dualità vittoria/sconfitta.
Ma per fortuna esiste anche la filosofia del All Winner, tutti vincitori. Io intendo qui il termine vincere come il bisogno di superare i propri limiti. Vincere CONTRO qualcuno non mi interessa. Anzi penso che chi si impegna non per la soddisfazione di produrre qualche cosa di eccellente ma perché vuole battere qualcun altro, parta con il piede sbagliato.
La molla della rivalsa, del dominio sono immensamente più deboli del puro desiderio di eccellenza.
Se vuoi vincere sarai facilmente portato a scegliere scorciatoie che ti garantiscano di raggiungere il traguardo e avrai poco interesse per la qualità intrinseca di quel che crei, che prescinde dall’arrivare al traguardo.

Le due opzioni sono:
“Voglio fare qualunque cosa pur di vincere”
oppure
“Voglio esprimermi al massimo grado e lotterò perché l’unicità di quel che amo e creo raggiunga il traguardo.”
Chi manca di un senso sacrale della vita vede questa fedeltà al proprio gusto e al proprio stile come un handicap. Ma in realtà essi non raggiungono mai un pieno inebriante successo, proprio perché rinunciano alla propria unicità per seguire vie apparentemente più efficienti. Ma così facendo restano solo dei praticoni, degli imitatori, dei riproduttori di canoni che funzionano. Il mondo dei media è pieno di questi esseri inanimati ed effettivamente essi ottengono lussi e privilegi e una certa notorietà. Ma passano la vita a invidiare gli artisti veri che seguono liberamente la propria ispirazione.
E attenzione, la dedizione verso il cuore di quel che fai, la fedeltà a quel che ami, diventa spesso essa stessa il veicolo del successo.

Un antico saggio zen raccontò una storiella per spiegare questa idea. Il più grande spadaccino del Giappone fu sfidato da un piccolo bastardo. Questo verme per garantirsi la vittoria fece appostare dietro il maestro di spada un sicario armato di cerbottana e dardi avvelenati. Gli diede l’ordine di tirare quando il primo scontro fosse iniziato. Ma quando il grande maestro si avventò contro l’avversario vide un fiore bellissimo e si chinò per guardarlo meglio, proprio nell’istante in cui il sicario aveva lanciato il dardo avvelenato. Il proiettile colpì così il malvagio sfidante, uccidendolo.
E a questo proposito Sun Tzu scrisse, nell’Arte della Guerra: “Il grande guerriero non ha bisogno di combattere. Combattere è di per sé una sconfitta. Sublime è indurre il nemico alla fuga senza dover sguainare la spada.”

Per vincere bisogna voler vincere.
Serve quindi un certo distacco verso gli esiti di ogni impresa. Il fallimento pratico (non aver costruito una lampadina che funziona) è secondario rispetto all’obiettivo principale (dedicarsi alla meravigliosa sperimentazioni delle lampadine).
Ma questo distacco deve avere una giusta misura.
Ci sono persone che dicono: “Voglio fare un giornale.”
Poi aggiungono: “Il mio giornale non avrà finanziamenti pubblici, non avrà pubblicità, sarà gratis e sarà interamente scritto in aramaico antico, inoltre pubblicherà solo articoli sulla vita quotidiana dei lombrichi ciechi della Papuasia.”
Ora non serve uno scienziato del marketing per capire che un simile periodico non permetterà mai a una persona di guadagnare i soldi necessari per vivere. Quindi questa persona dovrà fare un altro lavoro.
Poi però potrà passare migliaia di serate in birreria a raccontare quanto è stronzo e mercificato il mondo dei mass media e quanto sia terribile il dominio dei raccomandati e di quelli disposti ad avere rapporti orali con uomini flaccidi e potenti, pur di ottenere denaro e spazio.
Io credo che in realtà queste persone tentino le loro imprese per il solo preciso gusto di poter inumidire i maglioncini di qualche ragazza con le loro lacrime di autocommiserazione.
Ora è vero che il mondo è malvagio e che il sistema dei media è mercificato, ma per fermare certi giovani avventurosi non servono complotti, ci pensano da soli a distruggersi.
Per portare a termine un’impresa bisogna avere una forte ispirazione ma è anche necessario nutrire sufficiente amore per la realtà e per la sfida con la realtà, da trovare il modo di adattare quel che vuoi fare alla tua situazione e alle opportunità che hai di fronte.
Ho incontrato moltissimi giovani che si facevano vanto del tracollo di progetti concepiti in modo tale da naufragare certamente. E devo dire che è incredibile quanto sia difficile per queste persone comprendere questo concetto elementare.
La domanda è: “Qual è il cuore di quel che vuoi fare?”. Sul cuore devi essere assolutamente intransigente ma devi essere anche totalmente duttile per quanto riguarda le questioni collaterali.
La rigidità dei progetti è la prima causa di morte delle buone idee.
E quanto gli piace poter dire: “E’ tutta colpa di Berlusconi se non ce l’ho fatta!” E al posto di Berlusconi puoi metterci qualunque cosa: il capufficio, mia madre, la mafia universitaria, il Ku Klux Klan.
Berlusconi ci mette i giudici comunisti: “E’ tutta colpa dei giudici comunisti e dei comunisti se non ho fatto le riforme pur standomene al governo per più di 10 anni…” Ma almeno lui lo sa che non è vero… Molti lo credono veramente e restano fregati.
E’ un modo di pensare tipicamente cattolico… Volevo essere buono ma il Diavolo mi ha messo i bastoni tra le ruote…
Invece i protestanti ragionano in un altro modo e non a caso le loro economie funzionano meglio… Loro credono che il credente debba dare prova della sua fede mettendo in conto l’esistenza del Diavolo e facendo comunque fruttare i talenti ricevuti da Dio. La sfida è proprio quella di fregare il Diavolo. Che c’è e che ce l’avrai contro lo devi sapere a priori e devi metterlo in conto e organizzarti per batterlo.
Durante i colloqui di lavoro per trovare persone valide che lavorino con Alcatraz l’uso di giustificazioni è una discriminante.
Se chiedi a una persona di dirti che lavori ha fatto e lei ti elenca una serie di tentativi falliti per una serie di cause, sai subito che è una persona che non potrà mai essere affidabile.
Se non riesci a fare qualche cosa devi assumertene la responsabilità (non la colpa). Se eri più furbo e determinato superavi gli ostacoli. Credo che trovare una persona capace di svolgere un lavoro quando c’è bel tempo, nessuna nonna è stata ricoverata all’ospedale e l’auto funziona perfettamente, non sia un gran risultato. Io voglio lavorare con persone che riescono a svolgere un lavoro anche quando la cavalleria cosacca sta attaccando Fort Apache.

 

INDICE DEGLI ARTICOLI PRECEDENTI (in ordine di lettura)

1 - Lo zen e l'arte di vincere

2 - Non esiste un modo certo per avere successo. Esiste però un modo certo per mandare tutto a scatafascio.

3 - Come fallire in maniera pazzesca

4 - Reprimere i desideri fa male, molto male

5 - Le vie della perfezione sono finite

6 - Il senso della realtà. Agire con passione, agire con metodo!

7 - Non ho potuto arrivare in orario perché c’è stato uno tsunami.

8 - Lo spirito di sacrificio o lo spirito del gioco?

 


Commenti

Sempre molto interessanti le tue disquisizioni. In questo caso ti faccio le pulci su un dettaglio più importante di quanto non sembri:

"Io credo che in realtà queste *persone* tentino le loro imprese per il solo preciso gusto di poter inumidire i maglioncini di qualche *ragazza* con le loro lacrime di autocommiserazione."

La discriminazione delle donne si annida dove meno te l'aspetti...

Un abbraccio

Diego

Visto che non c'è ancora il tastino di Google+...

P.S.
Di che tipo di lavori sei attualmente in cerca?
Sarebbe bello ci fosse una sezione apposita nel blog, anche solo per stimolare persone di buona volontà in cerca della "cosa da fare nella vita"...

CAVOLO!!!
... e vide che era cosa bella... nuovo giorno

Ma che cazzo ci fanno i cosacchi a Fort Apache!?