fatto quotidiano

Più cripte per tutti!

Gentile signor Brunetta,

le scrivo perché c’è una falla assurda nelle nostre finanze che potremmo fermare in un minuto, senza spendere un soldo.
Sarebbe facile.
Quel che ha fermato tutti i governanti dall’intervenire è solo uno strano preconcetto, la paura di occuparsi di un tema tabù.
Mi sembra che lei abbia uno spirito tale che forse vorrà prendere in considerazione questa proposta.

Ogni anno l’Italia spende una cifra astronomica per le sepolture, in parte sostenuta dalle pubbliche amministrazioni in parte dai cittadini.
Sono 20 anni che periodicamente cerco di sollevare questa questione ma pare che appena si tocca l’argomento gli italiani cadano in una crisi di pruriti intimi (fanno scongiuri grattatori) e gli si chiude il cervello.
La spesa italiana è decine di volte superiore per ogni singola sepoltura di quella della maggioranza dei paesi del mondo.
L’Italia infatti si è data una legge sciagurata che prevede regole deliranti per le ultime dimore. Queste regole non hanno nessun senso scientifico, religioso o sanitario, tant’è che altre nazioni profondamente cattoliche, moderne e che tengono in considerazione la salute pubblica non conoscono normative analoghe.
In pratica quando si seppellisce una persona in quasi tutto il mondo si fa un buco per terra, si crea un fondo alla fossa con funzione sterilizzante, ad esempio un paio di sacchi di calce viva, e poi si interra il deceduto.
Lo si fa da millenni e non ha mai creato problemi.

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Gentile Ministro della Salute Fazio

Una volta tanto non le scrivo per criticarla ma per porgerle alcune osservazioni che mi sembrano basate sul semplice buon senso comune.

Questo perché credo che a volte sia giusto scontrarsi ma sarebbe un bene che si riuscisse anche a collaborare.

Mi sembra questa la base per mandare avanti un consesso civile degno di questo nome.

Quindi metto da parte le polemiche e mi occupo solo di piccoli fatti banali.

Una realtà assodata, che tutti gli specialisti che vorrà interpellare le confermeranno, è che un elemento essenziale nella guarigione è di tipo mentale.

Ne è prova l’efficacia dell’effetto placebo.

Quando viene sperimentata una medicina nuova la si dà a 100 malati e per provare l’attendibilità del test si prendono altri 100 malati e a loro invece della medicina si offre acqua distillata, cioè un placebo, una medicina finta.

Quel che si verifica è curioso: molti malati, a volte più della metà, guariscono col placebo.

Per maggiore precisione di indagine si tiene anche sotto osservazione un terzo gruppo di malati ai quali non si dà nessuna medicina.

Anche in questo terzo gruppo alcuni malati guariscono ma sono meno di quelli che guariscono con il placebo.

Cioè: il placebo funziona. Ovviamente meno delle medicine vere ma funziona.

Osservando questa realtà ho pensato a quante volte si interpella un dottore che pressato dall’ansia del paziente alla fine, mentre prescrive analisi approfondite, gli dà una medicina comunque. Anche cure di una certa rilevanza come antibiotici o cortisone. Non dico che lo fanno tutti i medici, ci sono di quelli ligi agli insegnamenti di Ippocrate, ma ci sono anche quelli che alla fine si scocciano per l’apprensione del paziente e gli scodellano una ricettazza azzardata. Alcuni (pochi per fortuna) poi incassano addirittura la percentuale dalla casa farmaceutica.

Allora mi chiedo perché non si lancia una direttiva ministeriale che chiede ai medici di cambiare sistema?

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Cara Gelmini, ti scrivo

Gentile Gelmini,

Le scrivo per porle un problema di fondo della scuola italiana. Quello dell’insegnamento.

Rinuncio qui ad affrontare altre questione cocenti che riguardano i lavoratori della scuola, le risorse, le modalità dei concorsi eccetera. Argomenti sui quali non ci troveremmo d’accordo.

Vorrei invece parlarle di quello che si insegna perché sono convinto che pur essendo di diversa fede politica potremmo metterci d’accordo su alcune questioni pratiche.

E penso che sul COME si insegna potremmo trovare dei punti di intesa.

Si tratta di un argomento discusso pochissimo al di fuori di ristretti ambiti pedagogici.

Invece io credo che dovrebbe essere un grande tema di dibattito.

La prima domanda che vorrei porre è: cosa fa crescere un adolescente?

Quando ero molto giovane me ne andai a vivere in una casa diroccata in mezzo ai monti.

Avevo vissuto una serie di esperienze traumatiche e non stavo molto bene di testa, tra depressione e stati di panico.

Un bel giorno arriva mio padre a trovarmi.

Non so se ha presente mio padre, detto fra noi non è uno abile a lavorare col trapano e il martello, meglio lasciar perdere, io non gli avevo mai visto piantare un chiodo.

Invece arriva e si mette a riparare la casa dove vivevo. Inchioda una porta, aggiusta una ringhiera.

Quando se ne è andato dopo una settimana io ero scioccato. Mi dissi: “Se mio padre è venuto qui e si è messo a riparare questa casa vuol dire che è veramente preoccupato per me e io sono proprio messo male.” E lì ho iniziato a decidere che era meglio smettere di essere depressi e cercare di combinare qualche cosa di buono nella vita.

Se mio padre mi avesse fatto una bella predica non avrebbe ottenuto niente. Invece è stato zitto e si è messo a lavorare e mi ha coinvolto. Perché ovviamente non potevo stare con le mani in mano mentre mio padre si dava da fare per migliorare la mia casa.

Io credo che il problema della scuola italiana sia innanzi tutto che si parla molto e non si fa quasi nulla di pratico.

L’insegnamento è astratto.

Questa era una cosa che mi dava enormemente sui nervi quando ero studente. Infatti ero un pessimo studente.

Ho iniziato a studiare con grande impegno solo quando ho lasciato la scuola e mi sono messo a lavorare. Sapere mi era diventato necessario per realizzare i miei progetti.

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Gentile Signora Marcegaglia

Gentile Signora Marcegaglia,
forse le parrà strano che mi venga in mente di scriverle. E forse leggendo questa lettera si aspetterà di trovarvi critiche a Confindustria.
Ma io credo molto nel dialogo e vorrei compiere un tentativo in questa direzione. Quindi non le scrivo per evidenziare il mio dissenso ma per cercare un punto di unione possibile tra voi e noi, cioè gli estremisti sfegatati che non ci va mai bene niente di quel che voi fate e ogni occasione è buona per dare a voi la colpa di tutti i mali del mondo.
Spero che condividerà la sensazione che la situazione italiana sia un po’ bloccata. Sarebbe tedioso ragionare sul perché.
Trovo invece affascinante discutere su come si possa uscire da questo pantano economico e sociale.
Credo che questo sarà possibile solo se le diverse componenti della società metteranno in atto strategie di tipo nuovo che rovescino alcuni meccanismi del nostro sistema che danneggiano tutti: imprese, lavoratori e consumatori.
Non le sto proponendo la rivoluzione socialista, anche se devo ammettere che un po’ di socialismo in più non mi dispiacerebbe.
Vorrei invece puntare il dito sull’annosa difficoltà degli italiani a collaborare. Una questione che avvilisce le capacità di coesione della sinistra ma che credo danneggi anche gli imprenditori.

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Caro Epifani...

Caro Epifani, puoi far guadagnare uno stipendio in più all’anno ai lavoratori!

Non vengo certo io a dirti che molte famiglie italiane sono in grandi difficoltà economiche.

Lo sai benissimo. E sappiamo benissimo che in un momento di crisi come questo la forza contrattuale dei lavoratori è ridotta dai ricatti padronali.

Mi chiedo se si possa realizzare un’azione che sia capace di migliorare veramente le condizioni dei lavoratori.

Vorrei domandarti di considerare l’esperienza di 300 famiglie padovane di operai e impiegati che da più di dieci anni si sono date un compito notevole: redigere il loro bilancio economico famigliare.

Questo gruppo si chiama: “Bilanci di Giustizia” (http://www.bilancidigiustizia.it/). E collabora con alcuni parroci molto strani.

Quei preti si rimboccano le maniche e cercano di vedere se riescono ad affrontare i problemi uno per volta, partendo dalle cose semplici. Così, dopo aver studiato come si spendevano i soldi guadagnati a fatica, hanno iniziato a sperimentare correttivi nel loro modo di utilizzare il denaro guadagnato. Hanno costituito un gruppo di acquisto per i prodotti primari, dai cibi ai quaderni per la scuola. Hanno attivato momenti di baratto dell’usato e di scambio reciproco di aiuti, tipo banca del tempo. Hanno iniziato ad andare a comprare la verdura e il latte direttamente dai contadini e anche a organizzare pic-nic nelle aziende agricole. Quello che è venuto fuori, certificato da anni di contabilità tenuta in modo preciso, è che questo modo di comprare e di consumare permette di ottenere un notevole aumento della qualità dei prodotti e un risparmio dell’equivalente di un intero stipendio mensile.

Si sono raddoppiati la tredicesima da soli.

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