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Libri - La fine della Fede - di Sam Harris

Carissimi,
oggi presentiamo un nuovo libro Nuovi Mondi Media, questa casa editrice che in Italia e' diventata un vero caso editoriale perche' e' stata la prima a occuparsi di geopolitica e a creare una vera e propria informazione internazionale indipendente in un paese che, forse troppo spesso, guarda il suo ombelico e non si accorge dove va il mondo se non quando tocca i piccoli interessi personali.
Il libro in questione e' "La fine della fede. Religione, terrore e il futuro della ragione" di Sam Harris. Vincitore del Premio PEN 2005 per la saggistica, e' stato un best seller del New York Times per oltre trenta settimane e ha acceso un aspro dibattito sui maggiori quotidiani e magazine di Stati Uniti e Inghilterra.
Si parla di religione, in un modo provocatorio: Harris attacca il cristianesimo, l'islam e l'ebraismo e piu' in generale, il fanatismo e la cecita' di ogni credo religioso.
E' un testo politicamente scorretto, a tratti intollerante, che non manchera' di far discutere e appassionare.
"Un attacco radicale ai piu' sacri precetti del mondo liberale. La fine della Fede e' un campanello d'allarme per una societa' che e' chiamata a tornare laica" come scrive The Observer.
Non sempre si e' d'accordo con Sam Harris, ma, come dice una postilla dell'Editore "riteniamo che la sua pubblicazione possa contribuire al dibattito sulla laicita'".
Buona lettura

Da "la Fine della fede"

Viviamo in un tempo in cui gran parte della gente pensa che semplici parole, come "Gesu'", "Allah" e "Ram", possano determinare la differenza tra la dannazione e la felicita' eterna. Considerando la posta in gioco, non sorprende che molti di noi, di tanto in tanto, sentano la necessita' di uccidere altri esseri umani colpevoli di aver usato le parole magiche sbagliate, oppure quelle giuste ma con l'obiettivo sbagliato. Come puo' un individuo supporre di sapere che l'universo funziona in un modo piuttosto che in un altro? Perche' sta scritto nei nostri testi sacri. Ma come sappiamo che quei testi sacri sono privi di errori? Perche' sono essi stessi a dichiararlo. Buchi neri epistemologici di questo tipo stanno rapidamente gettando il mondo nell'oscurita'. Naturalmente nei nostri testi religiosi ci sono molte cose sagge, belle e confortanti. Tuttavia le parole sagge, confortanti e belle abbondano anche nelle pagine di Shakespeare, Virgilio e Omero, ma nessuno ha mai ucciso migliaia di stranieri ispirandosi a esse.
La convinzione che alcuni libri siano stati scritti da Dio (che, per ragioni difficili da comprendere, ha fatto di Shakespeare uno scrittore molto migliore di se stesso) ci rende incapaci di affrontare la fonte piu' vigorosa dei conflitti, passati e presenti, tra gli uomini. Perche' l'assurdita' di quest'idea non ci porta a inginocchiarci ogni ora? Indubbiamente pochi di noi penserebbero che molti possano credere una cosa simile, se non la credessero a loro volta. Immaginate un mondo in cui generazioni di esseri umani iniziano a credere che Dio in persona abbia realizzato alcuni film, o programmato un particolare tipo di software. Immaginate un futuro in cui milioni di nostri discendenti si uccidono l'un l'altro perche' interpretano in modo diverso "Guerre stellari" o Windows 98.
Potrebbe esserci qualcosa di piu' ridicolo? Eppure, cio' non sarebbe piu' ridicolo del mondo nel quale viviamo.
....

Ho scritto questo libro per contribuire a chiudere le porte a un certo tipo di irrazionalita'. La fede religiosa, pur appartenendo a quel genere di ignoranza umana che non ammette neanche la possibilita' di correzione, e' ancora al riparo dalle critiche in ogni angolo della nostra cultura. Rinunciando a tutte le fonti di informazioni valide di questo mondo (tanto spirituali quanto terrene in senso stretto) i nostri religiosi hanno colto al volo antichi tabu' e miti pre-scientifici come se avessero una validita' metafisica incontestabile. Libri che abbracciano una gamma ristrettissima di interpretazioni politiche, morali, scientifiche e spirituali - libri che, gia' solo in virtu' della loro antichita', ci offrono il tipo di saggezza piu' annacquata possibile in relazione al presente - sono ancora considerati dogmaticamente un punto di riferimento cui spetta l'ultima parola su argomenti della massima rilevanza. Nella migliore delle ipotesi, la fede fa si' che persone altrimenti benintenzionate non riescano a riflettere in modo razionale su molte delle cose che stanno loro piu' profondamente a cuore; nell'ipotesi peggiore, e' una fonte continua di violenza tra gli uomini.
Ancora oggi, molti di noi sono motivati non da cio' che sanno, ma da cio' che si accontentano di immaginare. Molti sono ancora ansiosi di sacrificare la felicita', la compassione e la giustizia in questo mondo alle fantasie di un mondo avvenire. Questi e altri svilimenti ci aspettano sulla strada trita e ritrita della devozione. A prescindere dalle implicazioni che le nostre differenze religiose potrebbero avere nella vita ultraterrena, in quella attuale hanno solo un capolinea: un futuro fatto di ignoranza e massacri.
Viviamo in societa' che sono ancora vincolate da leggi religiose e minacciate dalla violenza religiosa. E quanto a noi (e soprattutto al nostro dialogo con gli altri), cos'e' che ci porta a spargere nel mondo questi sconcertanti esempi di malignita'? Abbiamo visto che istruzione e ricchezza non bastano a garantire la razionalita'.
In realta', anche in Occidente uomini e donne istruiti si aggrappano ancora ai cimeli intrisi di sangue di un'epoca lontana. Questo problema non puo' essere risolto soltanto tenendo a freno una minoranza di estremisti religiosi, ma piuttosto trovando approcci all'etica e all'esperienza spirituale che non facciano alcun appello alla fede, e trasmettendo a tutti questo tipo di conoscenza. Naturalmente, ci si rende conto che il problema e' semplicemente irrisolvibile.
Che cosa potrebbe, verosimilmente, far mettere in discussione le proprie credenze religiose a miliardi di esseri umani? Eppure, e' ovvio che una rivoluzione totale del nostro pensiero potrebbe completarsi nel giro di una sola generazione: sarebbe sufficiente che genitori e insegnanti dessero risposte oneste alle domande dei bambini. I nostri dubbi sulla realizzabilita' di questo progetto dovrebbero essere attenuati dal fatto di comprenderne la necessita', in quanto non c'e' alcuna ragione per ritenere che possiamo sopravvivere a tempo indefinito alle nostre differenze di religione.
Immaginate come sarebbe per i nostri discendenti sperimentare la fine della civilta'. Immaginate una mancanza di razionalita' talmente assoluta da permettere che le bombe piu' potenti fossero sganciate sulle citta' piu' grandi per difendere le nostre differenze religiose. In che modo gli sfortunati sopravvissuti a questo olocausto analizzerebbero il cammino scellerato della stupidita' umana che li ha portati a precipitare nel baratro? Se ci trovassimo ad esaminare un simile scenario al momento della fine del mondo, certamente ci renderemmo conto del fatto che i sei miliardi di persone attualmente in vita stanno facendo di tutto per spianare la strada all'Apocalisse.
Il nostro mondo trabocca letteralmente di idee sbagliate. Ci sono ancora luoghi in cui le persone vengono condannate a morte per reati immaginari - come la blasfemia - e dove l'intera istruzione di un bambino consiste nell'insegnargli a recitare passi di un antico libro pieno di fantasie religiose. Ci sono nazioni in cui alle donne vengono negati quasi tutti i diritti umani, tranne la liberta' di procreare. Se non riusciremo a indurre il mondo in via di sviluppo, e in particolare il mondo musulmano, a perseguire obiettivi compatibili con la civilta' del resto del pianeta, allora tutti noi dovremo affrontare un futuro tetro.
La violenza religiosa non si e' ancora estinta poiche' le nostre religioni sono intrinsecamente ostili l'una verso l'altra. A volte potrebbe sembrare che le cose stiano diversamente: cio' e' semplicemente dovuto al fatto che le conoscenze e gli interessi secolari tengono a freno gli aspetti piu' sconcertanti e letali della fede. Dovremmo deciderci ad ammettere che non si puo' trovare alcun fondamento reale per la tolleranza e la diversita' religiosa nei canoni del cristianesimo, dell'Islam, dell'ebraismo o delle altre fedi.
Se mai le guerre di religione ci appariranno impensabili - come sta accadendo per la schiavitu' e il cannibalismo - significhera' che ci siamo liberati dei dogmi di fede. Se mai il nostro tribalismo cedera' il passo a una identita' morale estesa, le nostre credenze religiose non potranno essere piu' sottratte a critiche e indagini condotte in modo rigoroso. Dovremmo finalmente renderci conto che presumere di conoscere laddove si nutrano solo speranze devozionali e' una forma di malvagita'.
Ogni volta che le convinzioni aumentano in modo inversamente proporzionale alle loro giustificazioni, perdiamo il fondamento profondo della collaborazione tra gli uomini. Quando possiamo fornire motivazioni per cio' in cui crediamo,
non abbiamo bisogno della fede. Quando quelle motivazioni mancano, perdiamo tanto il nostro legame col mondo quanto quello con gli altri. Le persone che nutrono convinzioni forti senza avere prove concrete sono degne di restare ai
margini della nostra societa' e non nelle stanze dei bottoni. L'unico aspetto che dovremmo rispettare nella fede di una persona e' il suo desiderio di una vita migliore in questo mondo. Non dobbiamo necessariamente rispettare il fatto che
egli creda ciecamente nell'esistenza di un'altra vita nell'aldila'. Nulla e' piu' sacrosanto dei fatti. Quindi nessuno dovrebbe avere la meglio nei nostri dibattiti per il fatto che coltiva delle illusioni. La prova del nove per la razionalita' dovrebbe essere ovvia: chiunque voglia sapere com'e' il mondo, in termini materiali o spirituali, deve essere aperto alla scoperta di nuove prove. Dovremmo essere confortati dal fatto che le persone tendano ad attenersi a questo principio ogni volta che sono obbligate a farlo. Questo, per la religione, restera' un problema.
Saranno proprio le mani che sorreggono la nostra fede a scuoterla. Finora non e' stato ancora stabilito cosa significhi essere uomini, in quanto ogni sfaccettatura della nostra cultura - e anche la nostra stessa biologia - resta aperta all'innovazione e all'indagine. Non sappiamo come saremo tra mille anni, e neppure se ci saremo, considerata l'assurdita' letale di molte delle nostre credenze; tuttavia, a prescindere dai cambiamenti che ci aspettano come specie, difficilmente una cosa mutera': finche' resistera' l'esperienza, la distinzione tra felicita' e sofferenza restera' la nostra preoccupazione principale. Quindi avremo il desiderio di capire i processi - biochimici, comportamentali, etici, politici, economici e spirituali - che spiegano tale distinzione. Non abbiamo a disposizione nulla che si avvicini a una comprensione definitiva di tali processi, ma le conoscenze che possediamo ci consentono di escludere molte interpretazioni fallaci. Indubbiamente, al momento attuale siamo in grado di affermare che il Dio di Abramo non solo non e' degno dell'immensita' della Creazione, ma neppure dell'uomo.
Non sappiamo che cosa ci attende dopo la morte, ma sappiamo che moriremo. Chiaramente, dev'essere possibile vivere in modo etico - preoccupandosi in modo sincero della felicita' di altre creature senzienti - senza avere la pretesa di conoscere cose in merito alle quali siamo manifestamente ignoranti. Pensateci: ogni persona che avete incontrato nella vostra vita, ogni persona che incrocerete per strada oggi, e' destinata a morire. Se vivremo abbastanza a lungo, tutti subiremo la perdita degli amici e della famiglia. Tutti perderemo tutto cio' che amiamo in questo mondo. Perche' non limitarci, finche' cio' non succede, a desiderare di essere gentili con loro?
Siamo legati gli uni agli altri. Il fatto che le nostre intuizioni etiche debbano, in qualche modo, avere il sopravvento sui dati biologici non rende le verita' etiche riconducibili a quelle biologiche. Siamo proprio noi a decidere, in ultima istanza, cosa sia "buono", e anche a stabilire cosa sia logico. Su nessuno di questi fronti il nostro dialogo reciproco giunge a una conclusione definitiva. Non abbiamo bisogno di modelli di ricompensa e punizione che trascendono questa vita per giustificare le nostre intuizioni morali o renderle effettivamente in grado di guidare il nostro comportamento nel mondo. Gli unici angeli che dobbiamo invocare sono quelli della nostra miglior natura: la ragione, l'onesta' e l'amore. Gli unici demoni che dobbiamo temere sono quelli che si annidano dentro la mente di ogni uomo: l'ignoranza, l'odio, l'avidita' e la fede, che e' sicuramente il capolavoro del diavolo. E' evidente che l'uomo non e' misura di tutte le cose. Il nostro universo pullula di misteri. Il fatto stesso che esso esista, e che noi esistiamo, e' un mistero assoluto, nonche' l'unico miracolo degno di questo nome. Anche la coscienza che anima ciascuno di noi e' un elemento essenziale di questo mistero, oltre a costituire la base di ogni esperienza che intendiamo definire "spirituale". Non e' necessario abbracciare alcun mito per essere in comunione con la profondita' della nostra condizione. Non e' necessario venerare alcun Dio particolare per poter vivere lasciandosi incantare dalla bellezza e dall'immensita' del creato. Non abbiamo bisogno di raccontarci fantasie tribali per renderci conto, un bel giorno, che amiamo il nostro prossimo, che la nostra felicita' e' inscindibile dalla sua, e che tale interdipendenza richiede che le persone di tutto il mondo abbiano la possibilita' di prosperare. Le nostre identita' religiose, chiaramente, hanno i giorni contati.
Anche i giorni dell'umanita' stessa probabilmente saranno contati, se non ci renderemo subito conto di tutto questo.
 


Le Pere di Pinocchio (Edizioni Apogeo)

Vi segnaliamo l'uscita in libreria di "Le pere di Pinocchio - 50 piccole cose da fare per una sana alimentazione" di Stefano Carnazzi e Paola Magni, collaboratori di Lifegate.
Lo sapevate che bucce d'arancia, torsoli di mele e pere, semi d'agrumi, il cuore dell'ananas, il gambo di carciofi, le foglie verdi dei rapanelli e delle carote, sono veri e propri concentrati di sostanze benefiche?
Invece noi quasi sempre li buttiamo nella spazzatura.
Questa e' una delle 50 piccole cose da sapere e da fare per una sana alimentazione, che provveda alla nostra salute in modo preventivo, ma senza perdere nulla del piacere della tavola.
Da leccarsi le dita!

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Cronache da una catastrofe - Viaggio in un pianeta in pericolo: dal cambiamento climatico alla mutazione delle specie

Perche' e' sparito il rospo dorato dalla foresta pluviale di Monteverde in Costa Rica?
Trovate la risposta nel libro che presentiamo questa settimana, "Cronache da una catastrofe - Viaggio in un pianeta in pericolo: dal cambiamento climatico alla mutazione delle specie" di Elisabeth Kolbert, l'edizione italiana e' curata da Nuovi Mondi Media.
Come spiega Roberto Della Seta, presidente nazionale di Legambiente, nella prefazione, che pubblichiamo di seguito, "il cambiamento climatico e' qui, e' adesso".
Buona lettura.

Prefazione

Se ancora oggi solo una minoranza di uomini e donne percepisce fino in fondo l'immensa, inaudita gravita' del problema climatico, parte della colpa e' anche di noi ambientalisti. Per troppo tempo abbiamo calibrato male il nostro messaggio d'allarme, puntando soprattutto su previsioni catastrofiche a lungo termine tipo: "fra cent'anni Venezia verra' sommersa dalle acque" o "se continuiamo cosi' si scioglieranno tutti i ghiacciai".
Un errore di sostanza e di metodo. Di sostanza perche' il punto non e' cosa accadra' fra qualche decennio - nessuno in realta' puo' prevederlo - ma quello che sta accadendo ora: l'equilibrio climatico s'e' rotto, o si rimuovono subito le cause antropiche di questo cambiamento (sulle cause naturali non c'e' ovviamente niente da fare), oppure le trasformazioni in atto diventeranno inarrestabili. Un errore anche di metodo perche' il catastrofismo che predice sventure in un futuro lontano lascia l'opinione pubblica pressoche' indifferente. Come diceva il grande economista Keynes, agli umani (come
ad ogni altra specie) importa relativamente quello che succedera' quando i contemporanei saranno comunque tutti morti. E d'altra parte che impressione
puo' mai fare qualche immagine elaborata al computer del Monte Bianco senza piu' ghiaccio o della Pianura Padana desertificata - pur sempre una "fiction" - al confronto con i "reality" che ci bombardano ogni giorno, dagli aerei che bucano le torri gemelle allo tsunami che cancella isole intere e porta via in pochi secondi centinaia di migliaia di vite?
Allora, il primo e grande merito di questo libro e' di riportare l'allarme sul clima che cambia "con i piedi per terra". Il cambiamento e' qui, e' adesso. Attraverso un racconto tanto rigoroso quanto appassionante, che a tratti prende la cadenza di un thriller d'autore in cui pagina dopo pagina il lettore vede materializzarsi la verita', Elizabeth Kolbert ricostruisce trent'anni di ricerche e di SOS sulle origini antropiche dei cambiamenti del clima, dalle prime, ancora incerte ipotesi dell'inizio degli ani '70, fino all'evidenza di oggi; e parallelamente descrive i segni crescenti dello squilibrio ormai in atto: le zanzare della palude di Horsehead Cove, nella Carolina del Nord, che per l'aumento della temperatura restano attive per un periodo piu' lungo che nel passato; la scomparsa del rospo dorato dalla foresta pluviale di Monteverde in Costa Rica; la rapida contrazione delle popolazioni di farfalle "Erebia epiphron", "Erebia aethiops", "Coenonympha Tullia, "Aricia artaxerxes" nell'Inghilterra del nord e in Scozia. Apparentemente abituali episodi di avvicendamento ecologico, in realta' mutamenti di una rapidita' del tutto inusuale, accelerazioni nei processi di evoluzione spiegabili solo con una repentina, e non naturale, rottura degli equilibri climatici.
Un altro pregio di Cronache da una catastrofe e' di chiarire che i mutamenti del clima globale mettono in gioco non la vita "della" Terra, che ha superato innumerevoli sconvolgimenti climatici, ma la vita dell'uomo "sulla" Terra.
Il clima e' da sempre un fattore decisivo della storia umana, malgrado gli storici l'abbiano capito solo di recente: in uno dei capitoli piu' stimolanti del suo libro, Elizabeth Kolbert ripercorre la breve parabola dell'impero mesopotamico fondato da Sargon di Akkad oltre 2000 anni prima di Cristo, conclusa con un crollo repentino - dopo piu' di un secolo di prosperita' - che i contemporanei attribuirono a una maledizione, a un'offesa recata agli Dei, e che l'archeologo Harvey Weiss scopri', poco piu' di dieci anni fa, essere stato il frutto di una siccita' prolungata, dunque di un cambiamento climatico su scala locale. Analoghe furono le cause della fine di altre grandi civilta', dai Maya agli stessi Egizi, e cio' dimostra che il cambiamento climatico non e' una novita' per la specie umana. Di inedito, semmai, c'e' il carattere "planetario" dei mutamenti che si osservano oggi, e soprattutto il fatto che essi nascono da comportamenti dell'uomo.
Allora, l'odierna catastrofe non e' tanto nei cambiamenti climatici in se', ma in un drammatico paradosso: oggi e' l'uomo la causa scatenante dei mutamenti del clima, e al tempo stesso l'uomo di oggi, con le sue straordinarie capacita' scientifiche e tecnologiche, per la prima volta nella sua storia puo' salvare la stabilita' del clima e cosi' salvare se stesso. Come in un effetto a catena, se le temperature crescono con una rapidita' che per il nostro pianeta e' totalmente inedita, se da un anno all'altro si moltiplicano gli eventi meteorologici estremi (inondazioni, siccita'), e' perche' aumenta la concentrazione in atmosfera di anidride carbonica e degli altri gas "a effetto serra"; e questi gas aumentano perche' si consumano sempre piu' combustibili fossili - in primo luogo carbone e petrolio - e si tagliano sempre piu' foreste. Ridurre la dipendenza dei sistemi energetici dalle fonti fossili (senza cadere, da questa "padella" nella "brace" dell'energia nucleare), sviluppando le fonti pulite di energia (solare, eolica) e promuovendo in ogni modo il risparmio energetico, e poi fermare la decimazione delle foreste pluviali: queste le strade obbligate che vanno seguite, ma finora troppi leader politici hanno voltato lo sguardo e l'attenzione altrove. Giustamente Elizabeth Kolbert prende ad emblema di questo atteggiamento irresponsabile l'attuale leader del suo Paese, George W. Bush: che appena eletto decise l'uscita degli Stati Uniti dal Protocollo di Kyoto, il trattato entrato in vigore due anni fa che impone a tutti i Paesi industrializzati di diminuire le loro emissioni di anidride carbonica. Gli Stati Uniti da soli contribuiscono per circa un quarto alle emissioni che alimentano i cambiamenti del clima, percio' non c'e' dubbio che la politica "anti-Kyoto" del Presidente Bush sia l'ostacolo principale a un cambio di rotta. Ma anche in Europa ci sono Paesi inadempienti, e l'Italia purtroppo e' fra questi: noi abbiamo ratificato il Protocollo di Kyoto ma finora le nostre emissioni sono continuate a crescere mentre dovrebbero ridursi del 6,5% entro il 2012 rispetto al 1990.
Questa inazione di molti potenti e' spesso presentata come un atto di egoismo "da ricchi", come la scelta - moralmente riprovevole ma fondata su un interesse economico reale - di sacrificare la salute dell'ambiente a un interesse meno nobile pero' piu' concreto. Io credo che le cose non stiano proprio cosi'.
Lasciare che i mutamenti climatici provocati dall'uomo procedano ai ritmi attuali e' peggio che immorale: e' stupido, e' un suicidio anche nei termini piu' prosaici del confronto tra costi e benefici economici. Come ormai cominciano a vedere i leader piu' avveduti, da Blair a Clinton, se in particolare i Paesi industrializzati - che hanno un consumo pro-capite di energia fossile esorbitante - non ridurranno sensibilmente le proprie emissioni "climalteranti", le conseguenze, per tutti e dunque anche per loro, saranno devastanti sul piano ambientale come su quello economico.
La mia speranza e' che il libro di Elizabeth Kolbert contribuisca, su un tema cosi' vitale per il futuro di noi tutti, ad ingrossare nel mondo - tra i politici e tra tutti i cittadini - le fila dei "consapevoli" e dei "volenterosi", e che questa edizione italiana aiuti chi, come noi di Legambiente, si batte ogni giorno perche' anche il nostro Paese - uno dei piu' esposti alle conseguenze dei mutamenti climatici - tolga la testa da sotto la sabbia.

Roberto Della Seta
Presidente nazionale di Legambiente
agosto 2006

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"Ecco la storia" di Daniel Pennac - Audiolibro

Anni fa mi regalarono una copia de "La Fata Carabina" di uno scrittore francese, tale Daniel Pennac, mai sentito nominare, dicendomi "Se ti piace Benni non puoi non amare Pennac".
Cominciai a leggere ma non ci capivo niente e mollai li'. Mi ero gia' arrogata un diritto del lettore: smettere di leggere un libro che non piace dopo le prime pagine, ben raccontato dallo stesso Pennac nel suo "Come un romanzo".
Ci riprovai ancora senza successo fino a che un professore veronese che accompagnava una gita ad Alcatraz non si infervoro' cosi' tanto parlandomi del mondo di Pennac. Non potei non riprendere in mano il libro e lasciarmi prendere dal gorgo. 
Da allora compro ogni libro dello scrittore francese lo stesso giorno in cui esce in libreria. Una volta aspettai in negozio l'arrivo degli scatoloni con il prezioso tomo (si trattava del "Signor Malaussene") e quando la commessa un po' sbigottita mi chiese se volevo incartare il libro risposi "lei incarterebbe un amico?", anch'io come Margherita Dolcevita "Quando amo, odio tutti".
Leggenda narra che fu proprio "La Fata Carabina" a portare Pennac in Italia. Stefano Benni leggeva questo libro in francese passeggiando per gli Champ Elise'e quando folgorato dalla scrittura pennacchiana telefono' alla Feltrinelli e con il consueto garbo che lo contraddistingue urlo' nella cornetta: "Se non traducete questo scrittore siete degli st...". Non solo lo tradussero ma a farlo e' una straordinaria ed eroica signora che si chiama Yasmina Melaouah a cui va parte della fortuna italiana di Pennac. Onore e gloria ai bravi traduttori.
A portare Pennac in teatro e' stato qualche anno fa Claudio Bisio che e' anche il lettore di questo audiolibro della collana FullColorSound che vi presentiamo oggi.

"Ecco la storia"
Di Daniel Pennac

"Sarebbe la storia di un dittatore agorafobico. Poco importa il paese. Basta immaginare una di quelle repubbliche delle banane con il sottosuolo abbastanza ricco perche' si desideri prendervi il potere e abbastanza aride in superficie per essere fertili di rivoluzioni. Mettiamo che la capitale si chiami Teresina, come la capitale del Piaui', in Brasile. Il Piaui' e' uno stato troppo povero per poter mai servire da cornice a una favola sul potere, ma Teresina e' un nome accettabile per una capitale.
E Manuel Pereira da Ponte Martins sarebbe un nome plausibile per un dittatore.
Sarebbe quindi la storia di Manuel Pereira da Ponte Martins, dittatore agorafobico. Pereira e Martins sono i due cognomi piu' diffusi nel suo paese. Da cio' la sua vocazione di dittatore; quando ti chiami due volte come tutti, il potere ti spetta di diritto. E' quello che lui si dice da quando ha l'eta' per pensare."
E il dittatore diventera' agorafobico perche' una maga gli ha predetto che sarebbe morto massacrato da una folla di contadini, e per sfuggire al suo destino inevitabile Pereira trovera' un sosia, uguale identico a lui ma con un niente di diverso, che a sua volta trovera' un altro sosia che a sua volta...

C'e' tutto Pennac in questo libro: lo humor, la nostalgia, l'impegno, i ricordi... il tutto condito e giocato in punta di penna in una scrittura che usa tutti gli strumenti possibili e a volte ne inventa di nuovi.
E alla voce di Claudio Bisio e alle musiche di Paolo Silvestri si adatta benissimo il testo e vi ritroverete, in un batter d'occhio, in un paese qualsiasi che si potrebbe chiamare Teresina in una qualsiasi repubblica delle banane in Sudamerica.
Buon ascolto.

L'audiolibro è in vendita direttamente online su www.commercioetico.it/dvdvhscd/full-color-sound.htm

LIBRI: L'uomo che inventò Fidel, di Anthony DePalma

Pubblichiamo oggi l'introduzione del libro "L'uomo che invento' Fidel", di Anthony DePalma, ed. Nuovi Mondi Media.
In questo libro, affascinante, avvincente e ironico non si racconta solo la storia di Herbert L. Matthews, l'uomo che inconsapevolmente invento' Fidel Castro, vi e' un'intera epoca e tutta l'atmosfera di Cuba e della Guerra Fredda.
Buona lettura.
Il libro e' in vendita su www.commercioetico.it

L'uomo che inventò FidelL'uomo che invento' Fidel
Introduzione

Una vita intera trascorsa a cercare la verita' aveva insegnato a Herbert Lionel Matthews che nessuna bugia e' piu' potente del mito, nessuna verita' piu' fragile di quella che nessuno vuole sentire. Era stato il mito, ne era convinto, che aveva quasi rovinato i suoi quarantacinque anni di carriera come editorialista, giornalista e corrispondente: uno dei corrispondenti esteri piu' influenti e controversi del XX secolo. Erano state, a suo modo di vedere, le verita' scomode a fare della sua vita un inferno.
Ora, nell'inverno del 1967, in una villa piena di spifferi sulla riviera francese, rannicchiato per difendersi dalla brezza dicembrina e dai demoni del suo passato, Matthews era deciso a domare quei miti e a liberare quelle verita' fino ad allora respinte. Stava spulciando le cartelle che aveva portato con se' quando aveva lasciato il New York Times qualche mese prima; cercava delle prove in grado di dimostrare che aveva avuto sempre ragione. Poi un giorno s'imbatte' in un pezzetto di carta che aveva smarrito da tempo e di cui si era quasi dimenticato.
Matthews credeva di averlo perduto per sempre e invece eccolo qua, infilato in un polveroso album di fotografie di Cuba che non guardava da anni. Non riusciva a ricordare in quale occasione avesse visto quel pezzo di carta per l'ultima volta, mentre il ricordo della prima volta era cosi' vivido come se fosse ancora stampato nei suoi occhi castani un po' spenti. Di un'intera vita di ricordi straordinari, che abbracciavano decine di paesi in tutto il mondo, niente superava le tre ore trascorse nella selvaggia Sierra Maestra della parte sud-orientale di Cuba in compagnia di un giovane Fidel Castro che sussurrava nelle sue orecchie (ormai fiaccate dai racconti di guerra) le sue speranze e i suoi sogni per una Cuba che non si sarebbe mai avverata. Sapendo che in molti non gli avrebbero creduto, Matthews aveva chiesto a Castro di firmare gli appunti di quell'intervista. Con una stilografica blu, Castro aveva tracciato la sua firma con sicurezza e precisione, cominciando con una classica F maiuscola e finendo con un audace svolazzo, simile alla coda di un aquilone, che avrebbe potuto fruttargli una bacchettata sulle mani alle scuole cattoliche che aveva frequentato da ragazzo. Poi ci mise la data: 17 febbraio 1957.
Nei giorni idilliaci della guerra fredda, quando l'America ostentava la propria potenza militare in tutto il globo e gli americani, appagati, vivevano come se non dovessero preoccuparsi d'altro che delle rate dell'auto e dei comunisti, Matthews aveva percorso le montagne quasi impenetrabili di Cuba e ne era uscito con una sensazionale esclusiva mondiale per la prima pagina del New York Times: Fidel Castro, che molti avevano dato per morto mesi prima, era vivo e vegeto e destinato a portare a Cuba la rivoluzione.
La sua firma, strappata dagli appunti di Matthews, era stampata sotto una foto che ritraeva Castro mentre sbucava dalla foresta con un fucile con mirino telescopico e un'espressione di assoluta innocenza. L'intervista nel nascondiglio di Castro sulla Sierra rappresento' una svolta nella storia di Cuba e, da ultimo, degli Stati Uniti, perche' segno' l'inizio dell'ascesa al potere di Castro, facendo sia di lui che di Matthews degli eroi, almeno per un po'.
Poi, quando Castro abbraccio' il comunismo e l'entusiasmo degli americani per il giovane ribelle barbuto svani', quello storico incontro fini' per essere considerato un'impresa inutile, se non qualcosa di peggio. O Castro aveva manipolato un credulo Matthews, o Matthews, simpatizzando per lui, si era schierato dalla parte del ribelle. Per anni, dopo quel fuggevole incontro nella Sierra, Matthews aveva cercato di spiegare la sua versione della storia, ma quasi nessuno gli aveva creduto, neppure quelli dai quali si sarebbe aspettato la piena comprensione.
Quando Matthews se ne ando' dal Times, non ci fu nessuna festa di commiato, niente champagne, ne' discorsi alati o ipocrite pacche di congratulazioni sulle spalle. Rifiuto' tutto questo, dicendo ai colleghi che festeggiare il suo pensionamento sarebbe stato come andare al suo funerale. Un sentimento piuttosto comune, forse, ma nel caso di Matthews la situazione era piu' complicata, perche' era la sua reputazione a essere quasi morta, vittima di critiche feroci dall'esterno come dall'interno del giornale. Nella redazione gli erano rimasti pochi amici. Quando fu ora di andare, spense semplicemente la luce del suo ufficio al decimo piano della sede del giornale a Times Square e usci', passando in silenzio attraverso la porta girevole d'ottone nell'atrio senza guardarsi indietro.
Parti' alla volta dell'appartamento di un amico a Cap d'Antibes, sulla riviera francese. Negli anni '50, quando Matthews credeva di essere all'apice della carriera, Cap d'Antibes era considerato uno dei posti piu' seducenti della terra, una mecca per star del cinema e ricconi, che amavano starsene sdraiati sotto la sua dolce brezza e gli occhi ammirati degli altri. Ma ormai la vecchia localita' di villeggiatura non era piu' di moda, proprio come lui. Magro e penosamente fragile, con occhi imbronciati e sospettosi, trascorreva gran parte del tempo in casa, lontano dal sole fuori stagione, a scartabellare i voluminosi fascicoli che aveva portato con se' per scrivere una biografia di Castro, che sperava avrebbe messo in chiaro le cose su quest'ultimo e su se stesso.
Il pezzetto di carta con la firma di Castro era la chiave per capire come tutta la sua vita fosse stata stravolta. E non solo. Rappresentava la mutevolezza della verita' e la natura imperfetta del giornalismo. Quella firma era la prova che Matthews aveva visto Castro e aveva parlato con lui della rivoluzione. Quello almeno era un fatto certo, inconfutabile. Ma se il ritratto che Matthews aveva fatto di Castro si era rivelato sbagliato, cio' era dovuto a un suo errore di allora o al fatto che il carattere complesso di Castro aveva subito delle metamorfosi con il passare del tempo?
Chi era stato il vero Fidel Castro nel 1957: il giovane che aveva abbracciato la democrazia prima di firmare gli appunti di Matthews, o il demagogo comunista che inveiva da cinquant'anni contro l'imperialismo yankee?
Lui aveva fatto cio' che aveva sempre creduto dovesse fare un giornalista: essere presente dove e quando accadono fatti importanti. Si vantava di non aver mai riferito nulla della cui veridicita' non fosse stato convinto. Ma la verita' puo' fare male, e la paranoia da guerra fredda di quei giorni aveva distorto il concetto stesso di verita'. Gli anni '50 furono un periodo critico per il giornalismo. La televisione stava diventando piu' potente al tempo dello scontro di Edward R. Murrow con il senatore Joseph McCarthy per la sua disastrosa caccia alle streghe contro i comunisti. E i mezzi di comunicazione tradizionali iniziavano ad abbandonare le simpatie patriottiche dimostrate nel corso della Seconda Guerra Mondiale per adottare un atteggiamento di maggiore scetticismo nei confronti del governo. Matthews, che era diventato una superstar della carta stampata proprio nel momento in cui i giornali venivano oscurati dalla televisione, fini' per essere accusato di aver contribuito a portare i comunisti nell'emisfero occidentale. Fu tacciato di antiamericanismo. E, fatto ancor piu' grave, quando il suo stesso giornale penso' che era troppo coinvolto in quella vicenda, gli proibi' di lavorare all'argomento che conosceva meglio di qualunque altro giornalista del Nord America. Nonostante quel divieto, Matthews continuo' a riandare alla storia di Cuba. Era d'accordo con alcuni dei suoi pochi sostenitori, i quali facevano notare che biasimare lui per quanto era accaduto a Cuba non aveva molto piu' senso che incolpare un meteorologo della tempesta che aveva previsto. Eppure era proprio cio' che riteneva fosse accaduto, e questo accresceva la sua determinazione a sfatare i miti, guardare oltre le leggende e dire la verita'.

E dov'e', esattamente, che finisce il mito e comincia la verita'? Fu da questa domanda che partii molti anni fa, quando iniziai a occuparmi degli esordi di Castro come ribelle. Indagare sulla storia di Herbert Matthews divenne per me un'esplorazione della natura stessa della verita'.
All'inizio del 2001, un redattore del Times mi chiese di preparare un necrologio anticipato di Castro, un incarico che accettai volentieri, visti il mio interesse personale per l'America Latina, dove avevo lavorato come corrispondente estero per il Times, e l'attrazione che esercitava su di me Cuba, paese tanto problematico quanto affascinante nonche' luogo di nascita di mia moglie, Miriam, che vi aveva vissuto fino al periodo immediatamente successivo alla rivoluzione. Io, come la maggior parte dei giornalisti, ero venuto a conoscenza delle chiacchiere sul fiasco di Matthews molto tempo prima e sapevo che un necrologio di Castro sul Times avrebbe dovuto esporre nei dettagli quell'evento cosi' controverso. C'era pero' qualcosa che m'inquietava. La storia popolare voleva che Castro avesse fatto marciare i suoi uomini in cerchio intorno a Matthews per fargli credere di avere un esercito molto piu' grande e che su quel piccolo stratagemma Castro avesse costruito la sua rivoluzione. Non la bevevo. Avevo assistito a un simile tentativo di mistificazione nel 1994 nella giungla del Chiapas, in Messico. Un capo mascherato dei ribelli, che si faceva chiamare Subcomandante Marcos, stava organizzando uno show politico, che aveva definito Convenzione Nazionale Democratica, subito prima delle turbolente elezioni presidenziali di quell'anno. Migliaia di simpatizzanti di sinistra di tutto il mondo sedevano su rozze panche fatte con rami di alberi in un anfiteatro che gli indi seguaci di Marcos avevano scavato sul fianco di una montagna. A un certo punto dello spettacolo, Marcos cerco' di impressionare la folla ordinando ai suoi soldati di marciare davanti al palcoscenico. Nonostante la musica marziale a tutto volume e l'enorme folla che mi pressava, riconobbi facilmente lo stesso malconcio calcio del fucile 22 mm portato da un soldato indiano non appena mi passo' davanti per la seconda volta. La bandana verde che sporgeva dalla tasca posteriore di un altro soldato mi confermo' l'imbroglio. Il tentativo di Marcos di raggirare la folla era cosi' rozzo che stentavo a credere che qualcuno potesse cascarvi, se non forse i piu' ingenui.
E piu' cose venivo a sapere sul conto di Matthews, meno potevo accettare l'idea che si fosse lasciato ingannare a quel modo. Lessi i suoi libri, a cominciare dalla biografia di Castro che scrisse ad Antibes e scorsi ogni articolo che aveva pubblicato su Cuba, partendo dall'intervista nella Sierra. Li trovai molto piu' efficaci e molto meno professionali di quanto mi sarei aspettato. Bruciavano di una passione allo stato puro che talvolta si concretizzava in un'inequivocabile parzialita' nei confronti di Castro. Cercai di distinguere la verita' dal mito che si era formato intorno a Castro e alla rivoluzione e la mia curiosita' si trasformo' in dubbio. Alcuni aspetti del passato di Matthews suggerivano che fosse stato un visionario, un simpatizzante socialista che avrebbe anche potuto sfruttare la propria posizione per promuovere una causa. Ma era anche scrupolosamente onesto nei suoi scritti e autocritico circa i suoi servizi, in quanto ammetteva gli errori di fatto, ma insisteva di non aver mai scritto niente che in quel momento non avesse ritenuto vero. Quella contraddizione sollevava alcune questioni sulla natura della verita' stessa. Se la verita' riferita si rivela in seguito qualcos'altro, e' pur sempre una verita'? E se, come sembra, quei primi resoconti hanno influenzato le decisioni politiche americane in merito ai rapporti con Cuba e Castro, ne era in qualche modo responsabile Matthews?
Avevo da poco completato il necrologio di Castro, quando i terroristi attaccarono New York e Washington. Nei mesi e negli anni successivi cambiarono molte cose e talvolta sembro' che la verita' stessa fosse stata ridefinita. Finii per rendermi conto che le difficolta' incontrate da Matthews erano simili a quelle che erano nell'aria all'inizio del XXI secolo. La guerra fredda dei tempi di Matthews era simile alla guerra al terrorismo dei giorni nostri: conflitti non convenzionali che rappresentavano uno scontro di idee, senza fronti definiti o strategie militari convenzionali. Entrambi coltivavano il sospetto e dipingevano i dissidenti come nemici: il maccartismo degli anni '50 aveva ripreso forma nell'ossessione dell'era del terrorismo. Matthews, pur non essendone mai del tutto consapevole, aveva intuito fino a che punto l'isteria della guerra fredda avesse distorto la politica estera americana. In quanto corrispondente esperto che aveva seguito con energia e coraggio l'invasione italiana dell'Etiopia, la guerra civile spagnola e tutta la Seconda Guerra Mondiale, conosceva bene le armi di guerra. I suoi articoli dimostravano che era un acuto osservatore, uno scrittore disinvolto e un reporter attento, uno che Ernest Hemingway una volta descrisse come "audace come un tasso". Via via che procedevo nelle mie ricerche, mi riusciva sempre piu' difficile immaginare che un uomo simile si fosse lasciato raggirare da Castro. La questione divenne quindi ancora piu' complessa, perche', se non era stato ingannato da Castro, aveva forse parteggiato per lui sin dall'inizio, distorcendo la realta'?
Quando la guerra al terrorismo sfocio' nella guerra all'Iraq (senza che le armi di distruzione di massa venissero mai ritrovate), i giornali, e in particolare il Times, finirono sotto attacco. Dapprima tocco' a un giovane reporter di nome Jayson Blair, che aveva deliberatamente ingannato i suoi lettori e direttori. In quel caso, disse il Times, si era "toccato il fondo dei 152 anni di storia del giornale". Poi, due anni dopo, una delle giornaliste di spicco del quotidiano, Judith Miller, fu coinvolta nelle indagini a causa di una fuga di notizie dalla Casa Bianca che sollevarono nuove questioni circa i suoi servizi fuorvianti, prima della guerra, a proposito delle armi di distruzione di massa in Iraq. Fu oggetto di feroci critiche per essersi fidata di una fonte irachena discutibile, Ahmed Chalabi, e di funzionari dell'Amministrazione Bush che, a quanto pareva, avevano cercato di servirsi di lei per promuovere la guerra. "Se le tue fonti sono sbagliate, sei tu che sbagli", ha affermato la Miller, e una simile dichiarazione sembra richiamare alla memoria i servizi di Matthews su Castro di quasi mezzo secolo prima. Durante i dibatti che seguirono alle rivelazioni su Blair e la Miller, si fece spesso il nome di Matthews insieme a quello di un altro controverso corrispondente del Times, Walter Duranty. I direttori del Times presero le distanze dal lavoro di Duranty in Unione Sovietica e dal Pulizer che vinse nel 1932 per alcuni articoli che simpatizzavano eccessivamente con il regime di Stalin; costrinsero Blair a dimettersi, e cosi' pure la Miller, dopo averla criticata pubblicamente, mentre nulla era stato detto a proposito di Matthews.
Uno degli obiettivi della mia indagine era scoprire se Matthews avesse meritato di essere incluso nella stessa categoria di Duranty e Blair, e poi di Judith Miller. Prima di lasciare il Times, Matthews aveva ammesso di essere effettivamente l'uomo che aveva inventato Fidel. E ne era fiero, convinto che quel suo atto creativo  permettesse a lui, piu' che a ogni altro giornalista, di essere in prima linea nella ricerca della verita'. Essendo interessato alla storia dei rapporti degli Usa con l'America Latina, avevo bisogno di conoscere il ruolo avuto da Matthews nel processo che aveva trasformato in uno dei nostri piu' acerrimi e pericolosi nemici un paese che di diritto avrebbe dovuto essere una nostra nazione confinante. Mi ritrovai in una situazione particolare nei confronti di Matthews, che non ho mai conosciuto. Il mio primo articolo sul Times apparve un anno dopo la sua scomparsa, avvenuta nel 1977. Ma, mentre preparavo il necrologio che avrebbe annunciato la scomparsa di Castro, dovevo capire come Matthews l'avesse risuscitato dai morti. Dovevo sapere se Matthews era caduto nella trappola di credere che non ci fosse altra verita' se non la versione dei fatti da lui stesso fornita. Fino alla sua morte, Matthews fu fermamente convinto che la storia avrebbe riabilitato lui e la sua reputazione, senza rendersi conto che, mezzo secolo dopo, la sua intervista a Castro sarebbe rimasta tanto controversa quanto allora, un momento singolare della paranoia da guerra fredda che sopravvive come sigillata in una bottiglia che galleggia da sempre nel mare della retorica e delle recriminazioni.
Qualunque cosa Matthews abbia scritto successivamente di Castro e della propria vita, il racconto torna sempre a quei giorni del 1957, quando soltanto lui sapeva con certezza se Castro era riuscito a sopravvivere al pasticcio che definiva la sua invasione di Cuba.

Capitolo 1

Si è mai visto niente di più assurdo?

Sabato, 1 dicembre 1956
Al largo della costa sud-orientale di Cuba
Erano in ascolto.
Soffocati dall'oscurità di quella notte invernale, erano in ascolto, tendendo le orecchie per sentire la voce che si faceva sempre più flebile.
"Aquí! Aquí! Aquí!"
L'acqua era nera quanto la notte era fitta, una coperta perfetta che assorbiva ogni barlume di luce e deviava ogni suono. Per una settimana, gli ottantadue uomini pressati a bordo della malconcia imbarcazione da diporto da sessantuno piedi avevano tenuto a freno la lingua, esprimendosi con niente altro che sussurri per non attirare l'attenzione delle pattuglie organizzate da Fulgencio Batista, il dittatore cubano che avevano giurato di rovesciare. Ora, in preda al panico, maledicevano la notte e il mare che aveva preso uno di loro.
"Qui!" La voce si affievoliva sempre più, come il rumore dei passi che si perde in fondo a una via. Soltanto quelli che gli stavano più vicini sapevano che si trattava di Roberto Roque, che si era arrampicato sul tetto sdrucciolevole della cabina di comando in cerca di uno sprazzo di luce. Secondo i loro calcoli, il faro di Cabo Cruz, sulla cima ricoperta di fitte foreste della Provincia d'Oriente, a circa 800 chilometri a est dell'Avana, avrebbe dovuto lampeggiare all'orizzonte. Roque si era sporto reggendosi a una sbarra fissata all'antenna della barca, nel tentativo di cogliere un qualunque bagliore, che segnalasse agli uomini speranzosi il loro approssimarsi a terra. Ma non si vedeva nulla.
Il fatto che sembrassero incapaci di ritrovare la strada di casa era un segno di quanto fosse improbabile la loro missione. Dopo tutto, Cuba è di gran lunga l'isola più grande dei Caraibi, con 3710 chilometri di coste e varie catene montuose, compresa l'impervia Sierra Maestra nella provincia d'Oriente, con il Pico Turquino che sovrasta ogni cosa. L'isola si distende sulle acque color acquamarina dei Caraibi come il fumo di un falò, ondeggiando in direzione delle coste statunitensi che incutono soggezione. E come il fuoco, è calda ed eterea, dalla seducente Santiago de Cuba, a est, alla sofisticata Avana a ovest. Nel mezzo ci sono fattorie, spiagge, ferrovie, fabbriche, musei, teatri dell'opera, donne vestite elegantemente e astuti uomini d'affari dai capelli scuri, un intero mondo esotico e magico a sé stante. E non riuscivano a trovarla.
Roque aveva iniziato a calarsi sulla massa di braccia e gambe aggrovigliate come funi sul ponte proprio nel momento in cui un'onda aveva scosso la vecchia barca. E aveva perso la presa.
"Fermate i motori", gridò qualcuno. Tutti gli uomini che riuscivano ad alzarsi si sporsero fuori bordo, ma era come guardare nel pozzo di una miniera.
"Qui!"
Il pilota dominicano, Pichirilo Mejiás, fece forza sul timone per far girare la vecchia imbarcazione, guidato soltanto dalla speranza. Continuò a girare e girare, ma inutilmente. Come potevano trovare la testa di un uomo che faceva su e giù come una noce di cocco nell'acqua, quando non riuscivano neanche a localizzare la costa frastagliata di Cuba? Gli uomini erano stanchi, e affamati, e non ne potevano più del mare che li aveva torturati negli ultimi sette giorni quando, partiti da Tuxpan, in Messico, avevano attraversato il Golfo fino alle acque al largo della costa sud-orientale della loro seducente madrepatria.
Erano già disperatamente in ritardo. Avevano ascoltato alla disturbata radio di bordo come l'insurrezione che avrebbero dovuto avviare fosse iniziata senza di loro a Santiago de Cuba per estinguersi rapidamente. Mentre i compagni venivano arrestati o assassinati, loro erano rimasti in alto mare per due giorni.
"Qui!"
La voce di Roque era svanita quasi completamente e molti degli uomini cominciavano a farsi prendere dal panico. Stava andando tutto storto e ancora non avevano sparato neppure un colpo. Tutti quegli uomini avevano giurato di dare tutto, compresa la vita. A quello si erano esercitati, in Messico, agli ordini del vecchio colonnello spagnolo che li aveva addestrati a maneggiare un fucile e a marciare per giorni senza lamentarsi. A quello si erano preparati quando caricavano armi e munizioni sullo yacht mangiato dai vermi che l'ex proprietario americano aveva affettuosamente battezzato Granma, nonna. Su quello si erano concentrati mentre si tenevano lo stomaco e chinavano la testa nei secchi quando i venti di El Norte, a quaranta nodi, scuotevano la loro barchetta sbattendola come un giocattolo da un'onda alla successiva, per gran parte del tragitto dal Messico. Ora, con le ginocchia molli e puzzolenti di vomito e carburante, non erano preparati all'idea che uno di loro morisse senza aver combattuto.
Erano passati quarantacinque minuti, ognuno dei quali aveva contribuito a rafforzare il tremendo pensiero che la missione stessa, così come Roque, fosse condannata. Poi, quando ormai temevano di doverselo lasciare alle spalle, il comandante ordinò di accendere il riflettore, anche se ciò avrebbe rivelato la loro posizione. Sentirono di nuovo la voce di Roque, molto più debole, e più impaurita che pressante.
"Qui!"
Mejiás, il pilota, fu il primo a individuarlo e poi molti altri si diedero da fare per ripescarlo. Lo tirarono a bordo, grondante acqua gelida e paura. Ancora una volta, a quel che sembrava, la sfortuna aveva minacciato la loro missione dimenticata da Dio, ma erano riusciti a evitare il disastro. Guardarono il loro jefe per essere rassicurati. Fidel Castro appariva sempre risoluto e così andarono avanti.
Tutti quei giri per trovare Roque avevano confuso il pilota e portato la barca ancor più fuori rotta. Quando le vedette scorsero finalmente i bagliori del faro di Cabo Cruz, i primi fili del giorno avevano già cominciato a serpeggiare tra le tenebre. Una foschia bluastra aderiva alla superficie del mare mentre scivolavano in acque meno profonde. Il profilo vago degli alberi li squadrava attraverso l'alba grigia. Silenziosamente, lo scafo di legno della Granma grattò il fondale sabbioso e sbandò arrestandosi, incapace di procedere oltre o di disincagliarsi.
Un centinaio di metri li separava ancora dai primi alberi, che scorgevano in lontananza mentre si strappavano di dosso gli abiti maleodoranti e indossavano le nuove uniformi color grigioverde con lo stemma rosso e nero del Movimento 26 luglio sulla spalla. S'infilarono gli stivali nuovi. Aprirono alcune scatole e Castro distribuì loro fucili e pistole che odoravano ancora dell'olio da imballaggio.
Nonostante lo stato miserevole dei suoi uomini e il danno già provocato dai suoi limiti logistici, Castro rimaneva fiducioso. Il pensiero di rimettere piede sul suolo cubano dopo quasi diciotto mesi di esilio lo aiutava a dimenticare tutto ciò che era andato storto. Quegli inconvenienti erano insignificanti in confronto a quanto stavano per compiere. Per la prima volta nella sua storia lunga e travagliata, Cuba sarebbe stata liberata da tutte le catene coloniali. Non avrebbe dovuto più sopportare il giogo spagnolo che aveva fatto di Cuba la prima delle colonie spagnole nel Nuovo Mondo e l'ultima che quell'impero ormai decrepito aveva ceduto (e soltanto dopo aver perso la guerra con gli Stati Uniti nel 1898). E Cuba non sarebbe stata più la pseudo-colonia americana corrotta che si era venuta a creare in seguito alla partenza degli spagnoli, con Washington che sosteneva un Presidente disonesto dopo l'altro. No, la rivoluzione che stavano per avviare avrebbe liberato Cuba una volta per tutte e, sebbene non ne avesse ancora elaborato l'esito finale, né valutato realisticamente come (e da chi) sarebbe poi stata governata, Castro si rendeva conto che la sua rivoluzione sarebbe stata una battaglia di idee come quella mossa dal suo eroe José Martí. Non aveva bisogno di un esercito più grande di quello di Batista. Per la sua guerra gli servivano soltanto cuori intrepidi e voci stentoree per esortarli.
Aveva una vaga idea di ciò che avrebbe fatto dopo la vittoria, e degli ideali che avrebbero trionfato, ma nessun piano definito sul modo in cui avrebbe guidato  Cuba. Quello sarebbe venuto dopo. Ora ciò che gl'interessava era tener fede al giuramento fatto nel 1955, nel corso di un viaggio a New York per raccogliere fondi, e poi ripetuto dovunque andasse. "Per la fine del 1956 saremo liberi o saremo dei martiri", aveva promesso seriamente. Ed era quasi l'alba del 2 dicembre 1956.
La Granma giaceva senza vita sull'acqua. Il "dinghy", stracolmo di attrezzature e provviste, pendeva da un lato, poi s'inclinò pericolosamente e si rovesciò, affondando immediatamente e portando con sé molte delle provviste su cui gli uomini contavano per sopravvivere. Non ebbero il tempo di far altro che saltare in acqua. Persino i più leggeri affondarono fino alle anche e tutti dovettero tenere i fucili alti sopra la testa. Erano approdati nel posto sbagliato. Anziché sbarcare sulla riva sabbiosa dove era previsto che alcuni simpatizzanti li attendessero con camion, armi e provviste, erano finiti in una palude coperta di mangrovia che si avvinghiava agli stivali e sferzava loro mani e braccia, facendo di ogni passo una lotta.
Era mattina ed erano pericolosamente esposti. Batista temeva un'invasione del genere e aveva allertato l'esercito. Da una chiatta di passaggio avevano riferito che la Granma si era incagliata in una zona in cui nessun navigatore nel pieno delle proprie facoltà mentali avrebbe cercato di approdare, a meno che non intendesse nascondersi. Con Santiago sotto il suo controllo, il comandante locale dell'esercito riteneva che si trattasse dell'invasione che tutti stavano aspettando. Gli aerei militari trovarono la Granma, ma non riuscirono a localizzare le forze d'invasione nel folto delle mangrovie. Volarono a bassa quota sulla zona, mitragliando indiscriminatamente le cime degli alberi. Nascosti dalla fitta foresta, gli uomini di Castro potevano praticamente vedere all'interno dell'abitacolo degli aerei che passavano rombando sopra di loro.
Verso le sette del mattino del 2 dicembre, circa tre ore dopo aver lasciato la Granma, i primi ribelli uscirono barcollando dalle mangrovie e si lasciarono cadere sulla fine sabbia bianca. Si riposarono soltanto un attimo, prima di ricevere l'ordine di raggiungere rapidamente i boschetti al margine della spiaggia. Si avvicinarono alla capanna di un contadino. Nessuno sapeva se l'uomo avesse mai sentito parlare di Fidel Castro e furono sollevati quando questi offrì loro cibo e acqua. Si fermarono un momento a scrostare il fango dalle loro uniformi. Juan Manuel Márquez, uno dei capitani di Castro disse: "Non è stato uno sbarco, è stato un naufragio" e gli altri risero. Stavano per gustare ciò che il contadino aveva offerto loro quando udirono alcune esplosioni. Non avrebbero saputo dire se si trattasse di un bombardamento aereo o se a sparare fossero i lunghi cannoni di un cutter della guardia costiera, ma le esplosioni si facevano più vicine e loro non sapevano assolutamente dove andare.

Domenica, 2 dicembre 1956
L'Avana
Un'altra domenica all'Avana. La città vecchia pulsava di una dolce pigrizia che riempiva le strade bianche come l'eco del clip-clop di un carro trainato da un cavallo. Da tempo la domenica non era riservata ad alcuna attività rilevante ne La Capital, se si esclude l'andare a messa o far visita alla famiglia. Per tutti coloro che non erano legati a nessuno di questi potenti poli della vita cubana, la domenica era un giorno come gli altri, ma più corto perché si poteva dormire qualche ora in più.
Era già trascorsa mezza giornata; nel primo pomeriggio R. Hart Phillips arrivò nell'ufficio del New York Times al secondo piano dell'antico edificio in stile spagnolo in via Refugio, nei pressi del palazzo presidenziale dell'Avana. Nessun corrispondente americano a Cuba conosceva quel paese meglio della Phillips, la quale utilizzava soltanto la prima iniziale del suo nome - Ruby - per sviare quanti non si sarebbero fidati di un corrispondente di sesso femminile (in quell'epoca ci si aspettava che le donne si limitassero a scrivere di cronaca rosa). Le era stata offerta l'opportunità di quel lavoro perché un posto come Cuba aveva soltanto una parte secondaria nel grande dramma della guerra fredda. L'attenzione degli Stati Uniti era rivolta all'Unione Sovietica e alla repressione del comunismo ovunque minacciasse di saltare fuori.
L'America Latina era controllata in larga misura da dittatori di destra. L'interesse per la regione divampò per un breve periodo nel 1953, quando il Presidente del Guatemala, Jacobo Arbenz, assunse atteggiamenti da comunista e la CIA orchestrò un colpo di stato per sostituirlo. Ma Cuba era considerata sufficientemente sicura: Batista, un ex sergente meticcio, senza dubbio corrotto, la governava con un pugno di ferro. Era salito al potere per la prima volta nel 1933 e da allora era stato in carica più volte.
Sebbene ci fossero stati dei comunisti nei suoi primi governi, Batista li aveva scacciati dopo aver organizzato un secondo colpo di stato nel 1952. Washington lo tollerava fintantoché collaborava a soddisfare le esigenze americane, e si aspettava che un presidente cubano sapesse quali fossero queste esigenze, anche se non gli venivano espressamente comunicate. Gli Stati Uniti, pur essendo coinvolti direttamente nel controllo di Cuba da quando i Rought Riders di Theodore Roosevelt avevano assaltato la collina di San Juan nel 1898, avevano resistito alla tentazione di annettersi l'isola, come alcuni imperialisti nascenti esortavano a fare. Tuttavia, Washington aveva trovato un'alternativa quasi altrettanto soddisfacente. Il Platt Amendment del 1903 alla nuova costituzione di Cuba concedeva a Washington il diritto di intervenire negli affari cubani, facendo di quella nazione, in pratica, un burattino nelle mani degli Stati Uniti e ritardando ogni significativo cambiamento del suo ordine sociale. Truppe americane sbarcarono varie volte sulle spiagge cubane prima che l'emendamento fosse formalmente abrogato dal Presidente Franklin D. Roosevelt nel 1934. Ma anche in seguito, l'ambasciatore americano all'Avana rimaneva uno degli uomini più importanti di Cuba, per certi versi perfino più potente di chiunque sedesse nel palazzo presidenziale. I funzionari e i giornalisti americani avevano di Cuba la stessa opinione della maggior parte degli americani che vi si recavano per divertirsi e giocare d'azzardo: un'appendice amica e familiare degli Stati Uniti.
Ruby Phillips conduceva una vita agiata all'Avana. Brusca e severa, era un fascio di energia nervosa avvolto dal fumo delle immancabili sigarette. Si era abituata a vivere quasi solo di latte per varie settimane di seguito a causa dell'ulcera, che credeva fosse dovuta al suo lavoro. Conosceva presidenti e generali e tutti, a quanto pareva, conoscevano Ruby. Ecco perché era così furiosa quando, appena arrivata in ufficio quella domenica pomeriggio, più per dovere che per necessità, ricevette un messaggio di un redattore del Times che voleva saperne di più su un pezzo diffuso quella mattina dall'agenzia di stampa United Press. L'articolo sosteneva che dei ribelli, guidati dall'enigmatico Fidel Castro, avevano cercato d'invadere l'isola ma erano stati sgominati appena sbarcati. La Phillips era abituata a ricevere in anticipo le soffiate dalla sua rete di informatori, ma questa volta la rete aveva fallito e non sapeva assolutamente nulla di quell'invasione. Chiamò il suo contatto a Manzanillo, sulla costa sud-orientale di Cuba, e questi le disse quel poco di cui era a conoscenza: si stavano diffondendo rapidamente delle voci secondo le quali Castro era arrivato dal Messico su una piccola imbarcazione. L'esercito sosteneva di aver ucciso quasi immediatamente sia lui che la maggior parte dei suoi uomini.
La Phillips in poco tempo ebbe la conferma che l'invasione era effettivamente avvenuta. Dal quartier generale dell'esercito seppe che il generale Pedro Rodríguez Ávila, ufficiale comandante di quell'area, aveva ordinato agli aerei di mitragliare e bombardare la spiaggia e la palude ricoperta di mangrovia dove erano sbarcati gli insorti. I militari sostenevano di averne uccisi quaranta, compreso lo stesso Fidel e suo fratello minore, Raúl. Mentre faceva le sue telefonate, la Phillips maledisse Castro. Per una qualche ragione, questi sceglieva sempre le domeniche - il giorno in cui era più difficile trovare qualcuno in grado di confermare qualsiasi informazione - per avviare le sue rivoluzioni. Aveva scelto il 26 luglio 1953 - una domenica mattina - per attaccare la caserma della Moncada a Santiago, la seconda installazione militare di Cuba per armamenti e sorveglianza.
Era un weekend di carnevale e aveva sperato di sorprendere le guardie nel sonno dopo i bagordi della notte precedente. Ma il piano fallì rapidamente e i soldati ebbero facilmente la meglio sugli invasori. Fidel e Raúl furono catturati e, dopo un processo che fece scalpore, vennero condannati entrambi alla reclusione sull'isola dei Pini (Raúl avrebbe scontato tredici anni, Fidel quindici). Là erano rimasti fino a che Batista non aveva ceduto alle pressioni dei gruppi di opposizione che chiedevano il rilascio di centinaia di prigionieri politici, tra cui i fratelli Castro. Pensando di avere poco da temere da quei rivoluzionari falliti che avevano portato a morire tanti loro seguaci, Batista firmò l'amnistia. I fratelli uscirono di prigione nel maggio 1955, più fanaticamente votati alla rivoluzione di prima.
Ora, poco più di un anno e mezzo dopo la liberazione di Castro, la Phillips era di nuovo sulle sue tracce. Chiamò il giornalista dell'altra agenzia di stampa all'Avana, che lavorava per l'Associated Press, ma costui non sapeva niente di più della United Press. Non essendo in grado di confermare la morte di Castro, la Phillips disse ai suoi direttori a New York di nutrire dei dubbi su quella notizia. Era frustrante per lei sapere di non avere molta influenza a New York, e di certo non poteva uguagliare l'autorità di un Herbert Matthews, che sicuramente le sarebbe stato addosso una volta che avesse avuto notizia dell'invasione. Se fosse stato lui a dire ai direttori di non pubblicare la notizia diffusa dall'UP, sicuramente questi si sarebbero astenuti; ma Ruby non godeva di quel privilegio. Le notizie grosse scarseggiavano in quella domenica di dicembre e i direttori dell'edizione del weekend avevano deciso di utilizzare quel servizio sensazionale anche per i particolari che conteneva. Il corrispondente dell'UP, Francis L. McCarthy, aveva riferito che l'esercito era riuscito a identificare i resti di Fidel e di suo fratello dai documenti trovati sui loro cadaveri crivellati di colpi.
Nonostante i suoi molti anni all'Avana - era diventata corrispondente quando il marito, James Doyle Phillips, che seguiva Cuba per il Times, era morto in un incidente automobilistico nel 1937 - Ruby Phillips non riuscì a convincere i suoi direttori ad aspettare finché non avesse verificato i fatti. La notizia uscì sull'edizione del lunedì mattina in cima alla prima pagina. L'articolo proseguiva nelle pagine interne ed era affiancato da una delle prime fotografie di Castro apparse su un giornale. La didascalia ne annunciava la morte. Pochi, all'Avana, sapevano cosa fosse accaduto sulla spiaggia in Oriente ed erano ancora meno quelli scioccati dall'idea che Castro avesse condotto i suoi seguaci a un'altra disfatta. Proprio come alla Moncada, dicevano. Ma che cosa avrà pensato mai? In quel momento, alla fine del 1956, Cuba sembrava un posto altamente improbabile per una rivoluzione.  Il turismo prosperava e la Phillips aveva appreso dalle sue interviste a importanti imprenditori che gli indicatori economici erano favorevoli come sempre. Cuba era ancora un paradiso, un paradiso corrotto forse, ma molti cubani ci vivevano bene. Una rivoluzione in un momento in cui tutto andava bene... era sconcertante.

Lunedì, 3 dicembre
New York
Herbert Matthews arrivò nel suo ufficio in Times Square quel lunedì mattina e lesse con incredulità le notizie provenienti dall'Avana. Non se l'aspettava, non così presto, almeno. Quell'uomo alto, magro e leggermente curvo, che faceva parte del consiglio editoriale del giornale, non conosceva Cuba quanto Ruby Phillips, ma di solito aveva un buon fiuto giornalistico per le situazioni più scottanti. Aveva visitato l'isola alcune volte dal colpo di stato di Batista nel 1952 ed era rimasto moderatamente impressionato dal pragmatismo del dittatore. Quando era diventato editorialista nel 1949, l'America Latina non rientrava tra le aree di sua competenza; ben presto, però, aveva scoperto che nessun altro aveva interesse a scrivere di quell'emisfero perché esso, praticamente, non aveva alcun ruolo nella guerra fredda, e così si era autoproclamato esperto della regione. Portò la moglie Nancie in giro per l'America Centrale e Meridionale, fermandosi a far visita ai Presidenti e a tastare il polso delle capitali, da Montevideo a Città del Messico. Era uno dei piccoli trucchi con cui poteva compensare il fatto di aver dovuto rinunciare al lavoro che era stato la passione travolgente della sua vita.
Come uno dei più audaci corrispondenti esteri del giornale negli anni '30 e '40, Matthews si era ritrovato al centro di quasi tutti i grandi conflitti del mondo occidentale. Aveva assistito all'invasione italiana dell'Etiopia e all'ascesa del fascismo. Era sul campo durante la guerra civile spagnola e successivamente aveva coperto lo sbarco alleato in Italia, aveva riferito delle difficoltà del governo britannico in India e, da Londra, aveva seguito la ricostruzione postbellica dell'Europa. Nel 1949, un cuore malato e l'avanzare dell'età lo avevano costretto a rientrare a New York.
Ma non si trattava di una punizione. A Matthews era stato assegnato un ufficio spazioso al decimo piano del Times Building ed era libero di viaggiare, pensare e scrivere. Non gli era consentito firmare la maggior parte degli articoli che scriveva (come, d'altra parte, non era permesso ai colleghi). Tuttavia, la sua nuova posizione lo avvicinava per quanto possibile a quel mondo accademico di cui, in cuor suo, era sempre stato convinto di fare parte.
Matthews, però, era uno studioso con un limite invalicabile, un intellettuale con le dita sporche d'inchiostro e, nel cuore, l'inclinazione di un soldato a esporsi al pericolo. Sebbene fosse al giornale dal 1922 e considerasse New York casa sua, si sentiva un estraneo a lavorare in quel palazzo dopo aver trascorso tanti anni all'estero. Per lui, la regola fondamentale del giornalismo era trovarsi là dove accadevano i fatti. Essere costretto a presentarsi in ufficio ogni giorno violava l'immagine che aveva di se stesso: quella di un corrispondente purosangue. Era ancora libero e pronto per l'avventura quando era tornato a New York e certamente non aveva intenzione di abbandonare per sempre l'attività di inviato. Conoscendo lo spagnolo ed essendo esperto di affari europei, Matthews scriveva sia editoriali che articoli su quella regione. In tal modo violava la politica consolidata del giornale che prevedeva la separazione tra notizie e opinioni, ma aveva la benedizione dell'editore, Arthur Hays Sulzberger. Anni prima, Matthews si era prefisso di diventare amico di Sulzberger e di sua moglie, Iphigene, che aveva voluto come madrina del figlio, Eric.
L'anzianità di servizio di Matthews, la sua vasta esperienza al fronte e i suoi modi imperiosi facevano sì che pochi osassero ostacolarlo. Quando lesse del disastroso tentativo di invadere Cuba, Matthews non sapeva praticamente nulla di Castro, ma era fermamente convinto della storica instabilità dell'isola. Con l'articolo sul fatale fiasco ancora ben impresso nella mente, Matthews scrisse un editoriale in cui arrivava a un'inevitabile conclusione: il popolo cubano sembrava possedere una natura particolare che sollecitava la violenza e precludeva ogni possibilità di raggiungere una stabilità duratura. In quell'editoriale, pubblicato il giorno seguente, Matthews interpretava la tentata invasione come un altro sintomo psicologico che rivelava come quel paese gestisse già con eccessiva incertezza la propria indipendenza per votarsi davvero alla democrazia. Quanto a Castro, Matthews non scorgeva nulla d'impressionante nel suo strampalato complotto, che definiva "patetico". Derideva quell'invasione e il modo in cui il leader ribelle ne aveva annunciato anticipatamente l'attuazione. "Si è mai visto niente di più assurdo?", chiedeva. Matthews aveva assistito alla sua buona dose di invasioni e insurrezioni e non vedeva nulla di cui rallegrarsi in quell'ultimo incidente. Non era convinto che le notizie iniziali circa la morte di Castro potessero essere prese per vere, soprattutto dopo che il portavoce di Batista aveva definito l'intera operazione un altro trucco propagandistico dei fratelli Castro.
Matthews esprimeva un giudizio relativamente positivo su Batista, perché la sua presidenza aveva ridato stabilità economica a quell'imprevedibile paese. Ma lo criticava per il colpo di stato del 1952 e ne condannava le tattiche intimidatorie nei confronti dell'opposizione. Concludendo l'editoriale, Matthews, con una valutazione avventata, negava a Castro ogni possibilità di successo: "Come poteva una rivoluzione annunciata in anticipo avere successo contro un regime come quello del generale Batista, che controlla un esercito che gli è fedele? Non c'era la benché minima speranza che una rivolta del genere potesse riuscire nelle circostanze attuali".

Martedì, 4 dicembre
L'Avana
Ruby Phillips trasse una piccola soddisfazione dalle ultime informazioni provenienti dal palazzo. Il portavoce di Batista aveva smentito le prime notizie secondo cui Castro era stato ucciso nella provincia d'Oriente, dimostrando che i direttori della giornalista avrebbero dovuto darle retta e non pubblicare in prima pagina la notizia d'agenzia non confermata a proposito dell'invasione. I suoi dubbi si erano moltiplicati quando aveva scoperto che l'unica fonte dell'UP era un pilota cubano zelante, eccessivamente entusiasmato dal suo stesso eroismo. Il pilota aveva addirittura fornito al corrispondente dell'UP l'ubicazione delle fosse poco profonde a Punta de Las Coloradas dove sarebbero stati sepolti i corpi di Castro e degli altri ribelli. Tutte le informazioni si erano rivelate false, come la Phillips aveva sospettato. Il cadavere non era quello di Fidel. Ma allora, lui dov'era? Era mai stato a bordo di quello yacht decrepito? Ruby aveva sentito voci secondo le quali Castro si trovava ancora in Messico.
La Phillips non lasciò il suo ufficio all'Avana per indagare. Di rado lo faceva. Dopo aver vissuto per più di trent'anni in quella città, credeva che fosse più importante sapere cosa stesse accadendo che verificarlo con i propri occhi. Si mise in contatto con le sue fonti nella provincia d'Oriente e al palazzo presidenziale. Queste le fornirono informazioni sufficienti per scrivere nei giorni successivi una serie di articoli che illustravano con dovizia di particolari la caccia ai ribelli da parte dell'esercito; il gruppo, che in un primo momento si riteneva composto da un numero imprecisato di uomini che oscillava tra i 120 e i 400, si stava dirigendo a est dalla costa verso il cuore della Sierra Maestra. Batista si preoccupava così poco di Castro che non aveva neanche interrotto una partita a canasta. Lo considerava un gangster con idee politiche folli. Era convinto che fosse un comunista. Già solo quel fatto, pensava Batista, bastava a garantirgli l'appoggio degli americani per tutto il tempo in cui sarebbe rimasto in carica.
Batista aveva già almeno 600 uomini schierati sulle colline pedemontane della Sierra Maestra, a cui si sarebbero aggiunte altre centinaia di soldati per rafforzare la linea di sicurezza intorno a quelle impervie montagne. Agli aerei militari era stato ordinato di sganciare volantini che esortavano i ribelli ad arrendersi. Contadini locali che incontravano gruppi di ribelli nei boschi ne comunicavano la posizione alle autorità militari. Il governo mostrò perfino uno degli insorti catturati, José Díaz di Pinar del Rio: questi affermò che Castro gli aveva sparato a un fianco quando aveva cercato di arrendersi. Alla fine della settimana, la Phillips riferiva che i ribelli sopravvissuti, "attaccati implacabilmente dalle truppe governative", erano prossimi alla resa.

Venerdì, 28 dicembre
New York
Alla fine del 1956, la maggioranza degli americani la pensava, a proposito di Cuba, come Robert Wagner. Il popolare sindaco di New York smontò prima dal lavoro quel pomeriggio del 28 dicembre, un venerdì, e ordinò all'autista della sua limousine di portare lui e la sua famiglia all'Idlewild Airport, dove avrebbero preso un volo diretto per l'Avana. Sarebbero arrivati a Cuba in tempo per la cena e avevano in programma di rimanervi per una settimana di svaghi e relax. La morte di Fidel e l'eliminazione delle sue forze ribelli sembravano aver reso di nuovo sicura l'isola, spazzando via ogni motivo di preoccupazione. La Russia e la Cina erano posti pericolosi. E così pure l'Europa dell'Est, e l'Ungheria in particolare. Ma Cuba no.
Cuba era ancora un paese fantastico, un paradiso esotico grande circa quanto l'Ohio, che si poteva trattare come un campo da gioco americano benedetto da un clima meraviglioso e da spiagge perfette. I grandi hotel americani, e i casinò al loro interno, attiravano un numero sempre maggiore di vacanzieri statunitensi. Il più grande di tutti, l'Hotel Riviera, costruito con i soldi della malavita organizzata, sarebbe stato inaugurato da lì a pochi mesi. L'inglese americano era accolto con benevolenza e i dollari americani accettati con giubilo. Il denaro lasciato da giocatori d'azzardo e vacanzieri era una manna dal cielo per il governo cubano, che incassava una buona fetta dei proventi.
Quando a New York la temperatura scese e l'eccitazione del Natale fu passata, molti, oltre al sindaco, considerarono l'idea di allontanarsi dalla città. Herbert Matthews aveva accumulato un po' di ferie, così lui e Nancie decisero di andarsene per qualche giorno al sole dei Caraibi. Benché disgustato dalla pietosa invasione di Castro, Matthews intuiva che era un buon momento per visitare Cuba. Si teneva aggiornato sugli avvenimenti leggendo le notizie d'agenzia e gli articoli imperfetti redatti da Ruby Phillips, che tuttavia non riteneva all'altezza degli standard del Times. Sospettava che fosse a Cuba da troppo tempo e si fosse avvicinata a Batista e alla sua cerchia di scagnozzi per poter risultare credibile.

Gennaio 1957
L'Avana
All'inizio di un anno fatidico, Ruby Phillips pubblicò un'analisi economica di Cuba, da cui si poteva concludere che Batista si stava occupando dei problemi più gravi del paese portando avanti un imponente programma di opere pubbliche, finanziato in parte dalle vendite dello zucchero, la principale fonte di reddito di Cuba da generazioni. Le gru svettavano ovunque; si erano intraprese grandi opere pubbliche, come il lungo tunnel sotto il porto dell'Avana che avrebbe finalmente collegato le due parti della città. La struttura iniziava proprio di fronte al palazzo presidenziale, così nessuno avrebbe potuto dimenticare chi fosse il responsabile della modernizzazione di Cuba. Un'impennata della domanda mondiale aveva spinto il prezzo dello zucchero ai massimi livelli dal 1951. L'unica "nota stonata" che la Phillips coglieva era la minaccia dell'inflazione, mentre non faceva menzione del diffuso malcontento della popolazione, di cui pure era a conoscenza. Batista aveva colpito duramente il movimento di resistenza, ordinando un'ondata repressiva culminata in quello che molti cubani avevano definito il "regalo di Natale" del Presidente. Un comandante militare particolarmente brutale della provincia d'Oriente, lontano dai casinò dell'Avana, aveva giustiziato ventidue membri della resistenza urbana. Per assicurarsi che il messaggio antiterrorista del governo fosse inequivocabile, il comandante aveva ordinato che i corpi di diversi giovani fossero appesi agli alberi durante le vacanze natalizie.
Eppure, sembrava che Batista avesse il pieno controllo del paese. Washington era così favorevolmente impressionata dalla capacità del dittatore di preservare la stabilità che il governo statunitense aveva firmato un accordo per garantire investimenti americani a Cuba. I vincoli economici tra i due paesi si erano fatti più forti. Il Times riferiva che la American and Foreign Power Company aveva in programma la costruzione di un reattore nucleare da 10.000 chilowatt a Cuba, la prima centrale atomica in America Latina. Il ministro delle Comunicazioni di Cuba si comportava come se non esistesse la minima minaccia alla dittatura di Batista e concentrava i suoi sforzi sulla messa al bando dalla televisione cubana dei programmi di rock-and-roll in quanto "immorali, profani e offensivi del comune senso del pudore e del buon costume".


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Novità editoriali


Chi è quella donna che sorride tra la folla?
I Crow hanno invaso il mondo?
Perché Marilin O' Connor si spoglia?
Che rapporto c'è con la rivolta dei colletti Bianchi?
Chi vuole uccidere Mikaijll Kandinski?
Perché lui è fuggito dal Tempio?
Di chi è l'astronave?
Dove vola di notte?
Chi ha costruito i robot?
Cosa vuole Sentiero Luminoso?
Che bisogno c'era di aprire un grande bordello?
E Dio, cosa c'entra?

Questo romanzo è un classico dell'azione, un'implacabile sequenza di colpi di scena mozzafiato scritta da uno degli autori più censurati e sequestrati della nostra epoca.
Forse voi non credete a prodigi e ai misteri, né alla sottile magia dei numeri, ma ora avete solo 2 possibilità, o leggete la prima riga di questo romanzo, o non leggete... ma dopo aver letto la prima pagina non potrete più smettere.

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Il maestro ti chiede l'anima?
E tu non sai che fare e ti chiedi: è un Santo? Oppure un impostore?
Il maestro è veramente capace di compiere miracoli?
Come riesce a leggerti nel pensiero?
Come riesce a trovare gli oggetti nascosti?
Come fa a togliere la nicotina dalle sigarette senza toccarle?
Vendere il tuo corpo libererà la tua anima?
E cosa c'entrano in tutto questo un gruppo di reduci di tutte le rivoluzioni, i carabinieri, gli americani?
L'importante è che tu comprenda che niente di tutto quello che vedi è reale.
Per il resto ci sono cose che non devi fare per nessuna ragione al mondo.
Ma questo lo sai già.

Una storia di sesso, di zen, di miracoli e complotti. Tutto falso ovviamente. Ma non ho inventato niente. Ho mentito dicendo la verità. A volte è indispensabile.

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LIBRI: Il Dizionario diabolico del business

Il Dizionario diabolico del business
di Nicolas von Hoffman

Alta e bassa finanza: trucchi e misteri
Denaro: come farlo, perderlo e stamparlo
Commercio, affari, turbate, grandi successi, industria, invenzioni, mercato azionario, spiegazioni e chiarimenti fenomenali in un'esposizione spiritosa e scanzonata

Non andate da un angelo se volete sapere cosa sta succedendo. Gli angeli sono ottimisti. Andate dal diavolo. Un diavolo buono, semmai esiste, sa tutto cio' che sanno gli angeli, perche' era uno di loro. Ma poi si e' scocciato, e' diventato cattivo e ha scoperto cose che gli angeli non hanno mai imparato.
Questo libro e' pieno di cose diaboliche sull'economia. Ma anche di cose angeliche che vi ispireranno, offrendovi una speranza e un'illuminazione quasi celestiali. C'e' bisogno di entrambe.
L'economia ha cambiato il ruolo sociale delle donne, ha tramutato il tempo libero nell'attuale carnevale degli acquisti, ha cambiato il modo di fare la corte, ha modificato il senso dell'altro.
Dal piu' famoso editorialista del New York Observer  un libro caustico, provocatorio e molto divertente.
Ve ne proponiamo alcuni estratti

Antitrust
Come in "norme antitrust"  "causa antitrust". Sebbene un tempo avesse un significato specifico, oggi e' un termine generico, utilizzato per indicare le norme, i procedimenti penali e le azioni delle agenzie governative volti a prevenire o punire monopolisti, oligopolisti, aggiotatori, faccendieri e, in generale, tutti quelli che tramano per ostacolare una concorrenza libera, equa e aperta (ah ah!).
La prima delle leggi antitrust fu approvata nel 1890 e, da allora, non passa giorno senza controversie che riguardino questa materia. Gli uomini d'affari a volte le odiano, in altri casi le amano, come nella recente causa contro la Microsoft, che ha diviso l'industria dei computer. Le azioni legali contro i complotti per alzare i prezzi sono molto popolari. I recenti arresti dei vertici di societa' come Christie's e Archer Daniels Midland, con l'accusa di aver cooperato mentre si sarebbero dovute far concorrenza, hanno provocato ben pochi moti di solidarieta', anche tra i piu' incalliti sostenitori dell'impresa privata.

Aria condizionata
Termine coniato nel 1906 da Stuart Cramer, un ingegnere del North Carolina, che deumidificava l'aria per evitare che i filati, nell'atmosfera caldo-umida degli stabilimenti tessili del sud, si spezzassero. Sebbene Cramer abbia inventato il termine, non ha inventato la macchina. Nessuno l'ha fatto, anche se nella processione di imprenditori e ingegneri che hanno contribuito a svilupparne e diffonderne la tecnologia il piu' noto e' Willis Carrier (1876-1950). Nel 1928 Carrier commise quello che molti potrebbero considerare un grave errore, dotato di aria condizionata il Parlamento degli Stati Uniti e rendendo cosi' piu' confortevole per i legislatori continuare a blaterare anche nelle intollerabili estati di Washington. Il grande pubblico si accorse dell'esistenza dell'aria condizionata quando i gestori dei cinema muti iniziarono a installare i primi impianti, tutt'altro che perfetti, nei cinematografi costruiti dopo la Prima Guerra Mondiale. Negli anni '30 il settore si era diviso in due, con alcune societa' che sostenevano le unita' a finestra e altre, capeggiate da Carrier, che promuovevano l'aria condizionata centralizzata. Quest'ultima era la soluzione prediletta dagli architetti perche' eliminava la necessita' di finestre per la ventilazione, permettendo cosi' loro di progettare torri le cui pareti esterne contenevano vetri ma non finestre apribili. L'aria condizionata centralizzata cambio' anche la fisionomia delle abitazioni; gli attici, con i loro ventilatori, lasciarono il posto alle case con i tetti piatti e un'aerazione indiretta. Nel 1952, a Falls Church, Virginia, e a Dallas, Texas, si costruirono interi quartieri residenziali dotati di aria condizionata centralizzata, L'aria condizionata aveva reso abitabili i caldi stati del sud e del sudovest, cambiando la distribuzione della popolazione e, quindi, gli equilibri politici degli Stati Uniti.

Banca
"L'attivita' bancaria consiste nel facilitare lo spostamento del denaro dal punto A, dove si trova, al punto B, dove serve" dixit Lord Victor Rothschild (1910-1940), appartenente a una famosa famiglia di banchieri. Il vecchio signore aveva ragione! L'essenza di una banca e' proprio questa. Sostanzialmente, la gente concede alle banche l'uso dei suoi soldi; i prestatori, o depositanti, in cambio vengono pagati. Qui entra in gioco la magia, o la malvagita', a seconda dei punti di vista. Poiche' i depositanti non ritireranno mai i loro soldi tutti insieme (a meno che non si scateni il panico, nel qual caso quanto appena detto non vale piu'), la banca e' libera di prestare piu' denaro di quanto ne abbia in deposito. Non  c'e' niente di male ne' di illegale, anzi cio' contribuisce a garantire che imprese e individui abbiano il denaro di cui hanno bisogno. Per la maggior parte del tempo il sistema funziona, ma di tanto in tanto i banchieri cadono vittima dell'avidita' o semplicemente si lasciano trascinare dall'entusiasmo tipico dei figli del boom economico. In questi casi concedono prestiti eccessivi che non possono essere estinti e, se ne concedono troppi, si scatena il finimondo: fallimenti, disoccupazione, crollo dei prezzi e miseria (di vari gradi e tipo). Per la cronaca: l'attivita' bancaria, gia' vecchia quando Adam Smith (1723-1790) ne descriveva la necessita' ai fini della prosperita' economica, potrebbe essere considerata la prima vera industria multinazionale. All'inizio del Rinascimento, le banche di un paese avevano le filiali in altre nazioni. Cento anni fa, La National City Bank, ora Citigroup, aveva saldi tentacoli in Sud America, Russia e Cina.

Cammello
"Ve lo ripeto: e' piu' facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli" (Matteo 19:24) . Gesu' ha scritto questo versetto sul retro del bigliettino di un biscotto della fortuna cinese e lo ha infilato nella Bibbia: da allora non ha fatto che creare difficolta'. A causa  di questo innocuo scarabocchio, ogni weekend ingorghi di cammelli intasano le autostrade che portano agli Hamptons e agli altri luoghi dove i benestanti (l'uso della parola "ricchi" oggigiorno e' sconsigliato) vanno ad abbeverarsi. Inoltre, molti miliardari nuovi di zecca hanno ordinato alle proprie fondazioni di finanziare il progetto e la costruzione di enormi aghi con rampe che salgono fino alla cruna. Questo non e' uno dei molti tentativi di risolvere il problema posto da Matteo 19:24.

Capitalismo
Nome di una religione basata sulla venerazione del denaro.

Dignita' del lavoro
Qualita' che si riscontra negli immigrati e nel compianto Gesu' Cristo, falegname; e' molto ammirata dalle classi agiate.

Sotto la pari
Azione o obbligazione con i postumi di una sbornia o affetta da emorragia incurabile.

Sogno americano - Nessuno slogan fa vendere di piu'
 

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Libri Jacopo Fo - Napoli nel sangue

Presentiamo oggi il nuovo libro di Jacopo Fo, "Napoli nel sangue", ed. Nuovi Mondi.

E' ormai passato un anno da quel giorno maledetto in cui alcuni malviventi aggredirono e uccisero Emilio Albanese.
Da allora si e' aperto un dibattito molto interessante per cercare di capire la vera situazione di Napoli, al di la' del folclore e della demagogia. Ecco il risultato di questi mesi di indagini, di raccolta dati, di incazzature e di sconforto, ma anche di speranza e di soluzioni concrete.
Perche' anche a Napoli ci sono buone persone di buona volonta' che stanno cercando di costruire una citta' "normale".

Il libro e' in vendita su www.commercioetico.it in due formati: il classico cartaceo, che sara' disponibile a fine maggio, ma che puo' essere prenotato fin da subito e il nuovo formato PDF. In pratica, pagando 5 Euro, vi spediamo via e-mail il libro in formato pdf. Il file e' protetto da una password, che verra' comunicata nella mail stessa.
E' un esperimento che facciamo per ridurre i costi di produzione di un libro e il prezzo di copertina.

Una storia agghiacciante

Antonio Cangiano assessore del Pci ai lavori pubblici nel comune casertano di Casapesenna, si oppone alla camorra. Gli sparano. Resta paralizzato a vita. Svariati pentiti, dopo 12 anni, fanno i nomi delle merde umane che lo hanno colpito, inizia il processo che pero' le nuove leggi di Silvio B. annullano. I camorristi ora sono liberi e felici. La notizia finisce in un trafiletto su Repubblica, nel quale non si capisce peraltro nulla, sull'edizione di Napoli. Cioe', un fatto del genere non ha neanche l'onore dell'edizione nazionale.
Questo e' il risultato della deriva disastrosa che trascina la nave rattoppata e patetica della Giustizia italiana.
Uno schiaffo alle persone oneste, agli amministratori incorruttibili, ai poliziotti capaci, ai giudici equi.
Uno scandalo che fatti come questi non provochino l'indignazione pubblica.
Crimini davanti a Dio e agli uomini.
Mentre stiamo chiudendo questo libro (marzo 2006) Napoli e' travolta dalla solita ondata di crimini di inizio primavera. Ernesto Albanese lo fa notare in un'intervista su Repubblica.
Alla mattanza segue la solita evanescente protesta. Molti danno la colpa alle forze dell'ordine. Ma questa volta, ed e' una novita' assoluta, i carabinieri rispondono: perche' ve la prendete con noi? Come pensate che si possano difendere cittadini schiavi dell'omerta'?
E poi, grande gesto mediatico, sfidano i napoletani a denunciare 5 criminali di cui si mostrano le fotografie...
Io credo che i carabinieri abbiano realizzato un'azione di comunicazione eccellente e rivoluzionaria. Hanno avuto il coraggio di rompere il silenzio dei luoghi comuni.
Napoli muore in queste idee false spacciate per buon senso comune: se c'e' il crimine e' colpa dei poliziotti che non fanno niente! Balle! Se c'e' il crimine e' colpa di una cultura, di un patto scellerato tra cittadini e malavita che la politica ha storicamente voluto e favorito. I poliziotti, i carabinieri, i finanzieri sono le vittime sacrificali, insieme ai cittadini derubati, feriti o uccisi, di questo gioco.
La gestione dello Stato di tutta la questione e' vergognosa ma non a causa delle forze dell'ordine alle quali, semplicemente, si impedisce di lavorare. Se volete una lotta senza quartiere al crimine, innanzitutto pagate le guardie. E poi fate funzionare le leggi e proteggete veramente i cittadini che rompono l'omerta'. Oggi come oggi solo un pazzo denuncerebbe un camorrista... Un pazzo o un eroe.
Qualcuno disse: "Miserabile e' il popolo che ha bisogno di eroi".
E poi, attenzione, ascoltate le guardie. Ve lo dira' chiunque che manganellare e basta non serve a niente. Ci vuole lavoro per Napoli. Il questore ce lo ripete piu' volte. E ce ne sarebbe di lavoro, a iosa, se la nostra burocrazia non si mettesse di mezzo invece di rimboccarsi le maniche per rendere piu' facile ai cittadini lavorare onestamente.
E serve che le carceri siano veramente un luogo di rieducazione. I dati del Ministero di Grazia e Giustizia ci certificano che tra i detenuti che non ricevono l'aiuto di programmi di rieducazione, reinserimento e formazione professionale il 70% torna a delinquere. Invece dei condannati che vengono aiutati, con l'offerta di percorsi per uscire dalla delinquenza, solo il 4% si macchia di altri crimini. Un piano razionale per contrastare la criminalita' deve quindi occuparsi non solo della poverta', del funzionamento della Giustizia e dei mezzi di repressione ma anche porsi il problema di come convincere le persone dedite al crimine a cambiare strada. Ed e' chiaro che questo non puo' avvenire solo attraverso una correzione repressiva. Semplicemente perche' non funziona.
Creare carceri umane, offrire ai detenuti la possibilita' di studiare e lavorare, rendere meno terribile la vita dei familiari costretti a code infinite per ottenere i colloqui, dare la possibilita' di vivere una vita sessuale e sentimentale, seguire gli ex detenuti durante il reinserimento, sono misure non solo giuste ma anche tecnicamente indispensabili per limitare il crimine. E sono anche economicamente vantaggiose.
Ma la lotta alla criminalita' in una citta' allo sbando come Napoli ha bisogno anche di un progetto culturale a lungo termine che permetta l'uscita da questa emergenza. Un progetto di rinascita della citta'.
Quando Bassolino divenne per la prima volta sindaco di Napoli e ripuli' il lungomare dai baracchini abusivi diede un segnale che fece sognare un vero cambiamento. E questo fu essenziale: veniva lanciato un segnale psicologicamente potente.
Ma quella spinta disgraziatamente si e' spenta e ora e' necessario immaginare qualche cosa di completamente diverso.

Prenota subito online

Versione cartacea 10,00 Euro (Consegna a fine maggio)

Versione in formato PDF via e-mail 5,00 Euro (consegna via mail in 24-48 ore)


Iraq Confidential di Scott Ritter da Nuovi Mondi Media

Carissimi,
questa settimana vi presentiamo un altro nuovo libro di Nuovi Mondi Media, la casa editrice del nostro cuore, che arriva nel momento piu' opportuno.
Si tratta di Iraq Confidential - Intrighi e raggiri: la testimonianza del piu' famoso Ispettore Onu, scritto da Scott Rider. La prefazione all'edizione italiana e' di Gino Strada (ad Emergency va parte del ricavato delle vendite del libro), quella all'edizione americana del premio Pulitzer Seymour Hersh.
Scott Ritter e' stato ispettore Onu sugli armamenti in Iraq tra il 1991 e il 1998. Prima di lavorare per le Nazioni Unite era un ufficiale dei marines e un consigliere del generale Schwarzkopf nella prima guerra del Golfo. Pur essendo stato vittima di numerose campagne di diffamazione e nonostante gli innumerevoli tentativi di emarginazione, Ritter ha mantenuto inalterata la sua credibilita' e la sua autorevolezza. Attualmente e' opinionista di 'FoxNews'.

In Iraq, Scott Ritter e il suo team erano determinati a scovare le armi di distruzione di massa. La CIA era altrettanto determinata a fermarli. La verita' era che l'Iraq non possedeva alcuna arma di distruzione di massa. Al tempo, se questa informazione fosse uscita allo scoperto, avrebbe impedito agli Stati Uniti l'intervento militare in quel paese.
Iraq Confidential trasmette la reale disillusione di un patriota che scopre le menzogne e le malefatte del proprio governo. Ritter racconta un mondo di sotterfugi e raggiri, in cui niente e' come sembra. Una schiera di personaggi (uomini del Mossad, dell'MI6, della CIA...) arricchisce una poderosa narrazione, che rende il volume intrigante come un thriller.
Un libro che assomiglia di piu' a un film di spionaggio. Solo che la fonte e' insindacabile e quanto scritto e' tutto vero.

Come consuetudine riportiamo un brano del libro tratto dall'introduzione dello stesso Ritter.
Buona lettura.

"Nell'agosto del 1998, lascia il miglior lavoro che avessi mai avuto in tutta la mia vita e che probabilmente non avro' mai piu'. Per quasi sette anni ero stato un ispettore Onu per il disarmo che, come centinaia di altri miei colleghi, aveva ricevuto l'incarico dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di sovrintendere alle operazioni di smantellamento delle armi di distruzione di massa irachene nell'ambito del programma della United Nations Special Commission, meglio nota come Unscom. In qualita' di ispettore di questa commissione Onu, mi fu data un'opportunita' unica: potevo non solo pianificare e mettere in atto le ispezioni, ma anche avere il controllo della direzione, raccolta e valutazione delle informazioni riservate che venivano utilizzate in ogni fase delle suddette operazioni.
Come membro con maggiore esperienza dello staff Unscom, ero anche a conoscenza degli intrighi politici ad alti livelli che circondavano il lavoro degli ispettori. Ero responsabile di alcune delle operazioni piu' delicate (e di alcune delle piu' delicate attivita' di collegamento) in cui era coinvolta la commissione.
Grazie a queste particolari circostanze fui messo al corrente di molti retroscena, tanto che ora mi trovo a poter raccontare la storia completa delle operazioni segrete di intelligence verificatesi all'interno dell'Iraq. Fino a oggi, questa storia non e' mai stata scritta e l'unica versione che ne e' circolata, e che e' stata accettata, e' quella della Cia.
Anche se le ispezioni dell'Unscom forniscono il contesto nel quale si sviluppa il racconto, questo libro non va confuso con la storia definitiva della commissione Onu e del tentativo per disarmare l'Iraq: esso include solo i dettagli rilevanti per comprendere la segreta guerra di intelligence che ebbe luogo in Iraq e in tutto il mondo, riuscendo a contrapporre ispettori a iracheni, ispettori a Cia..."


Bollito misto con mostarda - Daniele Luttazzi in dvd

Siamo contentissimi di presentarvi questa settimana il dvd di Daniele Luttazzi "Bollito misto con mostarda".
Nel cofanetto con il dvd anche un libro: "I giardini dell'epistassi" da cui abbiamo tratto un brano.
Buon Divertimento
Su www.commercioetico.it anche gli altri libri di Daniele Luttazzi: La castrazione e altri metodi infallibili per prevenire l'acne, Benvenuti in Italia, Capolavori, Sesso con Luittazzi (con VHS) e Satyricon.

I giardini dell'epistassi
74 cartoline dai viaggi di Daniele Luttazzi

Introduzione
L'ultima volta che sono stato con una ragazza, Kurt Cobain aveva ancora una faccia. La ragazza si chiamava Francesca. Mi piaceva: Brutto segno. Non dico che avesse dei problemi, ma a otto anni aveva cercato di uccidersi infilando la testa nel Dolceforno.
Lavorava a maglia per scaricare il nervosismo. Poi io maglioni li regalava a me. Indossavo il suo nervosismo.
Istrionica, isterica, istriana, quando la mollai si mise a strillare nel salone d'ingresso della stazione di Gorizia come una Laura Pausini presa in una tagliola per orsi: "Ti ho dato il culoooooo!" (L'ho vista di recente, era in motorino con un otorino di Torino.) (Basta la'.)
Adesso viaggio molto. Cuba, Praga, Africa, Brasile, India: alla gente piace andare in vacanza nella miseria altrui. Io non faccio eccezione. Questi sono alcuni appunti dalle mie cartoline di viaggio. La trama: Rod e Lola disinnescano una bomba in un centro massaggi. Lola viene violentata. Rod deve spiegare l'omosessualita' a un bambino. Mary riconosce sua madre in una vecchia rivista porno.

Tokyo, Giappone.
Sono venuto in Giappone tre mesi fa e ci torno adesso: e' il periodo dell'accoppiamento per il mio scorpione.
Visita all'acquario. Al ristorante dell'acquario servono pesce arrosto! Guardi nel piatto e pensi: !Questo chi e', lo sfigato che non ha superato le selezioni?"
"Ehi, Flipper! Vedi il tuo amico Skipper in quel piatto? Ecco: se non vuoi fare la stessa fine, salta su quella bici e pedala! Non me ne frega niente se non hai le gambe, cazzo!"
e io che pensavo gli venisse naturale, a un delfino, andare sull'uniciclo. Lo slogan del delfinario e': "venite a vedere i delfini nel loro habitat!". E ci trovi clown che cavalcano delfini con un cappellino a cono e delfini che saltano dentro un cerchio di fuoco. Perche' questo e' quello che succede quando i delfini sono nel loro habitat.
I delfini sono talmente intelligenti che riescono a riconoscersi allo specchio. Tranne quando hanno appena fatto sesso con una foca e allora si vergognano di guardarsi in faccia. Le foche sono delle troie. Io posso dirlo. No, davvero. I delfini sono molto intelligenti. Avete mai visto un delfino condurre Porta a Porta?

Notizia del giorno: un bidello di Kyoto ha celebrato il suo centodiciottesimo compleanno. Una bella notizia per tutti, a parte quelli che hanno dovuto guardarlo mentre mangiava la torta.

Fa scalpore in questi giorni un nuovo servizio di catering che offre sushi servito sul corpo di una donna nuda. Perche', c'e' un altro modo?

Quanto al giapponese, la verita' e' che chiunque puo' imparare qualunque lingua. Nel sonno. Basta mettere un registratore sotto il cuscino. Lo avviate, e di notte assorbite inconsciamente la lingua che volete imparare. E' cosi' che ho imparato il giapponese. Ci si mettono settimane, mesi, anni. Ma funziona. Purtroppo, adesso riesco a parlarlo solo nel sonno.