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Il costo di un paio di scarpe Nike

Presentiamo oggi un libro molto sofferto ma che e’ unico nel suo settore: la Guida al vestire critico, elaborata dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo, lo stesso che periodicamente prepara la Guida al Consumo Critico.
Il libro, che ha richiesto oltre un anno di lavoro, rivela l’assoluta conforme incontrollabilita’ del settore abbigliamento: basti dire che su 61 questionari inviati alle aziende, ne sono tornati indietro solo 5. In molti casi e’ stato un lavoro difficilissimo solo trovare gli stabilimenti esteri e in quali paesi si trovano.
Tutte le aziende dell’abbigliamento lavorano nello stesso modo, seguendo la stessa strategia produttiva: “contenimento dei costi”
Quella che pubblichiamo e’ la storia di una ragazza indonesiana che lavora per un'azienda che fabbrica prodotti Nike e, di seguito, un agghiacciante elenco di soprusi e negazione dei diritti elementari dei lavoratori che si applica nelle fabbriche che lavorano per il colosso multinazionale.
“Buona lettura”.

Il costo di un paio di scarpe Nike

Trymun e' una ragazza indonesiana di 19 anni che lavora in una fabbrica di scarpe. De anni fa lascio' il suo villaggio piena di ottimismo. Sperava di guadagnare abbastanza per mantenersi e mandare a casa un gruzzoletto. In realta' non ce la fa neanche a coprire le sue spese personali. Riesce a sbarcare il lunario condividendo la stanza con altre nove compagne e facendo un sacco di straordinari.
Ecco il suo racconto: "Ogni giorno lavoriamo dalle otto fino a mezzogiorno, poi facciamo pausa per il pranzo. L'orario del pomeriggio dovrebbe andare dall'una alle cinque ma dobbiamo fare gli straordinari tutti i giorni. Durante la stagione di punta lavoriamo fino alle due o alle tre di notte. Anche se siamo sfinite non abbiamo scelta. Non possiamo rifiutare gli straordinari perche' le nostre paghe di partenza sono bassissime. La mia corrisponde a 50 dollari al mese che in realta' diventano 43 perche' il datore di lavoro ci trattiene 7 dollari per le tasse di registrazione. Quando ci ha tolto le spese per il dormitorio, l'acqua e la corrente elettrica, mi rimane molto poco per mangiare".
La fabbrica in cui Trymun lavora appartiene a un sudcoreano, ma le scarpe che produce sono destinate a Nike. Nonostante mezzo miliardo di dollari all'anno di profitti, Nike si lamenta: "Con i tempi che corrono rimanere sul mercato e' una battaglia continua. Per vincerla bisogna investire in pubblicita'". E cosi' fa. Abitualmente dedica a questa voce l'11% del suo fatturato, e non solo per spot televisivi e annunci sui giornali ma anche per sponsorizzazioni.
Strano mondo il nostro. Nel 2003 James LeBron, un atleta americano di pallacanestro neanche diciottenne, ha firmato un contratto di sette anni che lo obbliga a indossare maglie e scarpe col marchio Nike bene in vista. In cambio riceve 90 milioni di dollari. Trymun, che produce il bene su cui e' costruito tutto il castello pubblicitario e commerciale dovrebbe lavorare 150.000 anni per guadagnare la stessa cifra. Tutti si arricchiscono sul lavoro di Trymun, tranne lei. Su un paio di scarpe che in negozio paghi 70 euro, a Trymun va solo mezzo euro, poco piu' o poco meno, a seconda del cambio del dollaro. In definitiva, il prodotto di Trymun come le patatine fritte: un bene insignificante che fa da pretesto per vendere una confezione ingombrante e permettere a pubblicitari, imprenditori, supermercati e altri parassiti di avere la loro fetta di guadagno.
Verificare per credere. Sul prezzo finale di un paio di scarpe Nike, il lavoro di assemblaggio incide per lo 0,4%, il materiale e le altre spese di produzione per 9,6%, il trasporto per il 5%. Il resto sono balzelli privati e pubblici: tasse governative 20%, profitti al produttore 3%, pubblicita' e marketing 8,5%, progettazione 11%, profitti di Nike 13,5%, quota del rivenditore 30%.

Giudicate se questa e' un'azienda...

Per molti anni, Nike e' stata la multinazionale che ha ricevuto piu' critiche per le condizioni di lavoro. In dieci anni di indagini a carico dei suoi fornitori, sono state riscontrate violazioni di ogni genere, compreso il ricorso al lavoro minorile, come denuncio' nel 1996 un servizio apparso su "Life" relativo alla cucitura dei palloni in Pakistan. Nike stessa, nel suo rapporto sociale 2005m riconosce che nelle fabbriche delle sue appaltate si verificano ancora numerose violazioni. Dalle indagini e denunce avanzate da sindacati e associazioni, sia di natura locale che internazionale, risulta che nelle fabbriche al suo servizio si verificano le seguenti violazioni:
- minacce, arresti, tentati omicidi nei confronti di attivisti sindacali;
- mancato rispetto delle liberta' sindacali;
- chiusure di interi stabilimenti, con licenziamento in tronco di migliaia di lavoratori e mancato pagamento degli stipendi arretrati;
- uso di anfetamine per affrontare il lavoro notturno;
- salari al di sotto del minimo legale;
- mensilita' trattenute per impedire ai lavoratori di dimettersi;
- multe e tagli agli stipendi;
- insulti, intimidazioni e molestie sessuali;
- licenziamenti arbitrari;
- lunghi orari di lavoro;
- Straordinari obbligatori e non adeguatamente retribuiti;
- Lavoro a cottimo, con obiettivi produttivi eccessivi;
- Mancato rispetto del riposo settimanale;
- Sorveglianza tramite telecamere, poste anche nei bagni;
- Ambienti di lavoro insalubri;
- Condizioni igieniche precarie;
- Incidenti gravi con menomazioni permanenti;
- Lavoratrici costrette a mostrare l'assorbente per avere il permesso dovuto loro per legge in caso di mestruazioni;
- Test di gravidanza obbligatori.


Guida al Vestire Critico

Guida al Vestire Critico
Centro Nuovo Modello di Sviluppo

Dall'introduzione, a cura di Francesco Gesualdi
Da tempo pensavamo di dedicarci a una Guida al vestire critico. Ci sembrava un atto dovuto verso tutte quelle persone che ci confidavano di non volersi più rendere complici dello sfruttamento che si cela dietro alle nostre scarpe o ai nostri jeans, ma non conoscevano le alternative possibili.
Sapevamo che era urgente dedicarci a questo lavoro, ma per lungo tempo lo abbiamo rimandato perché ci metteva paura. Ci spaventava la vastità del settore, la complessità produttiva, la difficoltà di raccogliere informazioni da un capo all'altro del mondo. In una parola ci spaventava l'idea di ammazzarci di fatica senza poter dare, alla fine, le risposte tanto attese. Poi abbiamo deciso di provarci, dicendoci che poco è meglio di niente. Così ci siamo imbarcati nell'avventura.
Nel corso dell'indagine, molti timori si sono confermati. Abbiamo sperimentato quanto sia difficile ricostruire la filiera produttiva delle singole imprese, perché manca una legge sulla trasparenza e le imprese si guardano bene dal fornire informazioni. Basti dire che su 61 questionari inviati alle aziende, ne sono tornati indietro solo 5. A volte abbiamo individuato dove si trovano gli stabilimenti esteri o in quali paesi è appaltata la produzione, ma non siamo stati capaci di raccogliere notizie sulle condizioni di lavoro. Alla fine, le imprese su cui abbiamo potuto raccogliere il maggior numero di informazioni sono le grandi multinazionali, perché su di loro vigilano molti gruppi.
Abbiamo anche constatato quanto sia difficile applicare il consumo critico nell'ambito del vestiario, perché le imprese seguono tutte la stessa strategia produttiva. Da quando siamo entrati nell'epoca della globalizzazione, il loro imperativo è diventato il contenimento dei costi ed è cominciato un fuggi fuggi verso il Nord Africa, l'Europa dell'est, l'Estremo Oriente, in cerca di aziende terziste disposte a produrre per prezzi stracciati. In conclusione il mercato è inondato da una montagna di indumenti tutti diversi per colore, stile, marca, qualità, ma pressoché tutti uguali per le condizioni di lavoro ingiuste, umilianti, oppressive.
Neanche il fronte dell'alternativa è molto attrezzato. Le esperienze del commercio equo sono ancora parziali o in via di perfezionamento, mentre quelle sorte per dimostrare che è possibile produrre nel rispetto dei diritti dei lavoratori sono ai primi vagiti.
Di fronte a tante difficoltà, ci siamo posti obiettivi più modesti: fare conoscere la complessità del settore, divulgare le informazioni disponibili sulle imprese più in vista e fornire ogni possibile traccia per poter orientare i nostri acquisti verso prodotti ottenuti nel rispetto dei diritti, dell'equità, della sostenibilità.
La ricerca è durata oltre un anno ed è stata possibile grazie alla collaborazione di molte persone.

La Guida al vestire critico si colloca anche all'interno di una campagna mondiale per il rispetto dei lavoratori dell'industria tessile.
La campagna, Clean Clothes Campaign, ha recentemente presentato un'indagine condotta tra il 2003
e il 2005 in Bulgaria, Macedonia, Moldavia, Polonia, Romania, Serbia e Turchia.Sono state intervistate 256 lavoratrici di 55 fabbriche o laboratori a domicilio.
Salari insufficienti o al di sotto dei minimi di legge, 15 ore di lavoro al giorno per 6 o 7
giorni alla settimana, precarietà, assenza di tutele sanitarie e antinfortunistiche, molestie sessuali e
maltrattamenti, discriminazioni e attività antisindacali. La Turchia è il paese dove sono stati riscontrati
i peggiori abusi, fra cui l'impiego sistematico di lavoro minorile. Dopo la Cina, la Turchia occupa il
secondo posto tra i paesi fornitori della UE.

Per acquistare il libro

CENSURA - Le 25 notizie piu' censurate del 2005

Ogni anno i piu' autorevoli giornalisti d'inchiesta raccolgono e danno voce alle notizie che non hanno fatto notizia, nel tentativo di non soccombere e di non essere complici della morte dell'informazione. Il risultato di questo lavoro e' il libro

CENSURA - Le 25 notizie piu' censurate del 2005

di Kate Sims, Peter Phillips, Tricia Boreta, Theodora Ruhs, Michelle Salvail, Brooke Finley, Josh Sisco, Marcia Simmons, Chris Cox, Kristine Snyder, Tina Tambornini, Celeste Vogler, Joni Wallent e gli studenti di Project Censored.

L'edizione italiana e' curata da Nuovi Mondi Media e il libro e' in vendita su www.commercioetico.it/libri/infoalter.htm . Buona lettura.

Prefazione

La maggior parte della gente mangia ogni giorno le stesse cose. Possiede cinque paia di pantaloni dello stesso modello, ma di colore diverso. Frequenta sempre lo stesso bar e ha il "suo" posto dove andare nei weekend.
Quando e' ora di informarsi su cio' che accade nel mondo, la fonte d'informazione che sceglie non fa eccezione a questo principio. Quella piu' facilmente fruibile viene considerata la migliore e l'unica.
Imparare da fonti diverse puo' essere un compito estenuante per i non iniziati. Dopo tutto, scegliere le informazioni in tante pagine, trasmissioni e siti web non e' facile. E' senz'altro molto meno semplice che sintonizzarsi sul telegiornale o visitare il sito della CNN. La diversita' delle notizie non e' qualcosa che si insegna diffusamente nelle scuole pubbliche, ne' che si utilizza in abbondanza nella nostra societa'. Non e' ai primi posti della nostra coscienza collettiva. Quando siamo messi di fronte al compito di raccogliere informazioni indipendenti e analitiche, sia per lavoro o semplicemente per migliorare noi stessi, il nostro occhio cinico e pigro potrebbe essere attratto dal grande magazzino delle notizie.
La stampa indipendente e' un'entita' in continua evoluzione, piena di contrasti, contraddizioni, accesi dibattiti e convinzioni appassionate. Un giorno si discosta di dieci passi dalla scena e quello successivo vi si butta a capofitto. Non e' sicura, facile o prevedibile. Non e' un supermercato con un unico filtro che tiene lontani fatti, teorie e idee pericolosi, radicali o nocivi per la carriera. Chi vi partecipa si preoccupa di dire la verita' e di garantire che anche coloro che prendono le decisioni facciano altrettanto; e se non lo fanno, dovranno risponderne.
L'obiettivo che ci proponiamo noi di Project Censored e' quello di promuovere quelle finalita' con l'educazione e l'insegnamento. Sono gli stessi studenti che trovano, analizzano e scrivono le notizie e gli aggiornamenti che compongono molti dei capitoli. E sono gli studenti che scelgono, nella montagna di notizie che ci arrivano ogni anno, quelle che ritengono avrebbero potuto fare la differenza.
Abbiamo tutti sentito la frase: "il modo migliore per imparare una cosa e' insegnarla". Ed e' quello che facciamo qui. Strada facendo, abbiamo affinato le nostre capacita' di concentrazione e di critica. Compilando questi servizi per voi, i lettori, gli studenti diventano i mezzi d'informazione che vogliono essere. Per espandere l'orizzonte della percezione pubblica, dobbiamo espandere il nostro. E cosi' ci siamo buttati a capofitto nell'impresa. Speriamo che apprezzerete  lo sforzo.

Josh Sisco, ricercatore di Project Censored

Notizia n. 1 
La verita' sullo scandalo Oil For Food

Gli Usa hanno accusato di corruzione alcuni funzionari dell'Onu per il programma "Oil For Food" in Iraq. Secondo Joy Gordon e Scott Ritter, l'accusa era in realta' un tentativo di depistaggio per nascondere il coinvolgimento di lunga data del governo statunitense in questo meccanismo corrotto. Ritter ha affermato: "Questa presa di posizione non e' altro che una farsa ipocrita, volta a distogliere l'attenzione dal pantano in cui George Bush si e' ficcato con le sue mani in Iraq e a legittimare l'invasione di quel paese con la scusa della corruzione irachena anziche' delle armi di distruzione di massa, mai trovate". Gordon arriva alla conclusione che "forse non sorprende che oggi, nel dramma infinito dell'Iraq, l'unico ruolo che gli Usa si aspettano dall'Onu sia quello di capro espiatorio".
Secondo Gordon, le accuse avanzate dall'Accounting Office statunitense sono false. Ci sono prove evidenti della corruzione nel programma "Oil For Food", ma le tracce,  piuttosto che alle Nazioni Unite conducono agli Stati Uniti. "I quindici membri del Consiglio di Sicurezza - di cui gli Usa erano di gran lunga i piu' influenti - avevano stabilito come gestire i proventi del petrolio e come utilizzare i fondi". Contrariamente a quanto si crede, il Consiglio di Sicurezza non e' la stessa cosa dell'Onu. Ne fa parte, ma opera in larga misura indipendentemente dall'organismo centrale. Il personale dell'Onu "si e' limitato ad attuare il programma definito dai membri del Consiglio di Sicurezza".
Gli organi di informazione delle grandi societa' mediatiche hanno riferito che e' stata l'Onu a consentire a Saddam Hussein di rubare miliardi di dollari provenienti dalla vendita di petrolio. Ma se, come ha fatto Gordon, andiamo a guardare chi controllava davvero il petrolio e in quali mani era il denaro, ne emerge un quadro ben diverso. "Se Hussein ha davvero sottratto petrolio per un valore di sei miliardi nella 'rapina piu' ricca della storia mondiale', non l'ha fatto con la complicita' dell'Onu, bensi' sotto la sorveglianza della Marina degli Stati Uniti", spiega Gordon.
Ogni transazione monetaria, infatti, era approvata dagli Usa grazie al ruolo dominante nel Consiglio di Sicurezza. Ritter spiega che "gli americani potevano autorizzare un'esenzione di un miliardo di dollari relativa all'esportazione di petrolio iracheno in Giordania, nonche' legittimare il commercio di contrabbando del petrolio per miliardi di dollari attraverso la frontiera turca". In un altro caso, una compagnia petrolifera russa "ha acquistato petrolio dall'Iraq con un forte sconto grazie al programma 'Oil For Food' e poi l'ha rivenduto a prezzo pieno principalmente a compagnie statunitensi, dividendo la differenza in parti uguali tra [la compagnia russa] e gli iracheni. L'affare, sponsorizzato dagli Usa, ha fruttato centinaia di milioni di dollari sia ai russi che agli iracheni. E' stato calcolato che l'80% del petrolio fatto uscire illegalmente dall'Iraq in base al programma 'Oil For Food' e' finito negli Stati Uniti".
Questo sistema non solo ha permesso a criminali scellerati di arricchirsi, ma ha finito per sabotare lo scopo originale del programma "Oil For Food". Gordon spiega: "Era sotto esame anche il modo in cui l'Iraq vendeva il suo petrolio, e gli Stati Uniti hanno reagito a quella che ritenevano una sottrazione di fondi da parte di Hussein in quegli affari. Ma la soluzione che hanno attuato e' quasi riuscita a far fallire l'intero programma 'Oil For Food' nel giro di pochi mesi".
La politica stravagante del Consiglio di Sicurezza non solo ha finito per arricchire i disonesti, ma ha anche praticamente distrutto il programma. Secondo Gordon, Stati Uniti e Gran Bretagna hanno tentato di evitare il calo delle quotazioni derivante da prezzi artificialmente bassi: "Anziche' approvare i prezzi all'inizio di ciascun periodo di vendita (solitamente un mese), secondo le normali pratiche commerciali, i due alleati negavano la propria approvazione [del prezzo] fino a dopo la vendita del petrolio... creando uno scenario bizzarro in cui gli acquirenti dovevano firmare contratti senza conoscere il prezzo". Il risultato e' stato che "le vendite di petrolio sono crollate del 40% e con esse i fondi per generi d'importazione essenziali".
Cio' che abbiamo di fronte, secondo Gordon e Ritter, e' lo spudorato tentativo, da parte di criminali, di scaricare la colpa su persone innocenti. Gordon conclude: "Ben poca colpa puo' essere credibilmente addossata alla 'burocrazia dell'Onu'. Molta di piu' se ne puo' attribuire invece alle politiche e alle decisioni del Consiglio di Sicurezza, in cui gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo centrale".

Aggiornamento di Joy Gordon
Le accuse al programma "Oil For Food"sono servite da trampolino di lancio per un attacco generalizzato alla credibilita' delle Nazioni Unite nel loro insieme, nonche' per  attacchi personali a Kofi Annan. Per la maggior parte, i media hanno fatte proprie le accuse e le hanno ripetute, senza svolgere nessuna delle ricerche che avrebbero conferito una maggiore integrita' alla discussione.
Per esempio, le Nazioni Unite sono criticate per i "loro" fallimenti e il Segretario Generale e' biasimato perche' questi fatti "sono accaduti sotto la sua sorveglianza". Cio' che non si e' detto, durante il primo anno di copertura mediatica della questione, e' che l'Onu e' formata da vari organi e che la parte che ha concepito e controllato il programma "Oil For Food" era il Consiglio di Sicurezza, le cui decisioni non possono essere annullate o modificate in alcun modo dal Segretario Generale. E non solo, sebbene le accuse piu' feroci all'Onu siano venute dagli Stati Uniti, sono proprio loro il membro predominante nel Consiglio di Sicurezza. Gli Usa hanno acconsentito a tutte le decisioni e le procedure del programma "Oil For Food" che sono adesso cosi' duramente criticate come "fallimenti delle Nazioni Unite".
Gran parte della stampa mainstream ha ripetuto che il programma "Oil For Food" mancava di responsabilita', supervisione o trasparenza. La cosa che colpisce di piu' e' che l'elaborata struttura di controllo effettivamente esistente - ma mai menzionata - e' sotto gli occhi di tutti. E' disponibile sul sito web del programma nei minimi particolari e con un'enorme quantita' di informazioni, il che rende assolutamente trasparente il programma.
Lo scorso autunno abbiamo assistito all'inizio di una qualche ammissione di responsabilita' da parte degli Usa per i traffici illeciti iracheni quando alcuni democratici hanno presentato alle audizioni le prove del fatto che tutte e tre le Amministrazioni statunitensi erano a conoscenza di quegli scambi con la Giordania e la Turchia, due alleati chiave degli Stati Uniti. La stampa ha riportato questa notizia, ma nient'altro.
Da quando e' uscito il mio articolo, le stazioni della radio pubblica e la stampa estera hanno trattato diffusamente l'argomento. Inoltre, ho testimoniato due volte davanti a commissioni congressuali, dove i membri del Congresso erano increduli nel sentire che in realta' il programma funzionava in modo molto diverso da come era stato loro riferito... anche se le informazioni da me fornite erano ovvie, basilari, a disposizione di tutti e facilmente accessibili.


Come difendersi dagli ambientalisti?

Il titolo di questo nuovo libro di Tullio Berlenghi e' gia' di per se' tutto un programma. In chiave ironica e scanzonata l'autore raccoglie una miriade di dati e informazioni sulla psicosi ambientalista, una malattia particolarmente di moda in questi tempi.
Ci interessa veramente salvare il chirocefalo del Marchesoni dall'estinzione?
Il tutto e' condito dalle pungenti vignette di Sergio Staino.
Buona lettura.

E' stampato su carta riciclata, ph neutro, acid-free.
Il ricavato della vendita e' devoluto per le iniziative culturali dell'Associazione culturale e ambientalista Ibiscus.

Prefazione

Ci voleva. Ci voleva proprio un libro che finalmente smascherasse le bugie, le prepotenze e la supponenza degli ambientalisti. Questa risma di personaggi montati, sicuri di detenere il verbo ecologista e di essere responsabili del futuro del Pianeta, da troppo tempo ci assillano con previsioni catastrofiche, profezie funeree e rimbrotti pur di limitarci in ogni nostro giusto e irrinunciabile diritto.
E cosi', sulla scia dei libri di altri esperti come Bjorn Lomborg e gli autori del bel volume "Le bugie degli ambientalisti", ecco un nuovo volume che mette a fuoco le incongruenze, le arroganze e i falsi miti di questo sparuto manipolo di persone che pure, forti di appoggi di un certo intellettualismo di sinistra, riescono ad influire pesantemente sulle scelte dei governi e delle amministrazioni.
Dopo aver distrutto il sogno dell'energia nucleare, aver sottratto a qualsiasi tipo di sviluppo, con parchi e riserve calati dall'alto, il 10 per cento del territorio, aver provocato l'aumento di bestie pericolose come i lupi o gli avvoltoi e aver distribuito velenose vipere quasi ovunque, oggi vogliono addirittura influire sulla nostra vita privata, privandoci di beni di prima necessita' come le moto d'acqua, i fuoristrada, i grandi cabinati e le ville nelle piu' belle aree del nostro Paese, imponendo vincoli che in nessun luogo al mondo sarebbero accettate.
Scherzi a parte, il pericolo di questo libro, che vuole essere ironico e provocatorio come la "Modesta proposta per prevenire" di Jonathan Swift, e' che qualcuno (gli stupidi e gli ignoranti sono purtroppo tantissimi) prenda sul serio le contestazioni dell'incolto consumista che ricopre il ruolo dell'Io parlante. Pericolo ancor piu' grande, che usi gli argomenti paradossali di Tullio Berlenghi per portare armi e sostegno a tutti coloro che la pensano esattamente cosi' (e sono, purtroppo, la maggioranza). Attenzione, dunque. Anche se  l'intenzione ironica dell'Autore non puo' non essere fraintesa da chiunque sia dotato di un minimo senso dell'umorismo, pure e' meglio stare in guardia.
A parte tutto questo, il libro e' una magnifica miniera di dati, di informazioni, di consigli e di prese di posizione che chiunque, accattivato dal tono scherzoso e dallo stile piano con cui e' scritto, potra' utilizzare con molto maggior divertimento che non leggendo i soliti manuali di sopravvivenza di un certo ecologismo di maniera di cui tutti ormai abbiamo, non lo si puo' negare, piene le tasche.
Fulco Pratesi, Presidente WWF Italia

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Il libro nero del cristianesimo

Nuova edizione, riveduta, corretta e aggiornata.

Papa Woytila ha chiesto perdono per alcuni crimini commessi dalla Chiesa Cattolica.
Purtroppo, negli ultimi 2000 anni, i misfatti del cristianesimo sono stati tanti: caccia alle streghe e agli eretici, Inquisizione, schiavismo, colonialismo, appoggio a dittature europee e sudamericane, pedofilia.
E quante vite sono state distrutte, direttamente o indirettamente, dallo strapotere cattolico e, più in generale, cristiano?
Il calcolo esatto è impossibile ma ci troviamo comunque di fronte a un orrore di proporzioni bibliche sul quale i libri di storia spesso tacciono.
Un libro che ripercorre la storia della religione monoteista più diffusa al mondo attraverso le sue gesta più sanguinarie e repressive. Il risultato è un horror che non ha nulla da invidiare a Stephen King. Un bestseller che ha già venduto 50mila copie e che ora torna, riveduto e aggiornato, in edizione economica.

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Nei luoghi e nel tempo della “globalizzazione”, qualcosa accomuna e assimila le foreste del Sud America e la politica mondiale, i mari tropicali e i nuovi farmaci, l’informazione e le sementi, il petrolio e il clima, la satira e la guerra.
Una gigantesca anomalia storica che non ammette eccezioni in nessun angolo, seppur recondito, del pianeta: ogni cosa ha un prezzo. E ogni cosa è in vendita, disponibile al miglior offerente.
Non c’è più nulla di “reale”, l’oggettività è divenuta mero frutto del business soggiacente. Le malattie possono essere pura invenzione delle industrie farmaceutiche. Le guerre si rivelano strumenti coloniali al servizio non più degli Stati, ma di aziende e multinazionali. Nel mondo non ci sono mai stati tanti schiavi quanti ora.
La nostra è diventata un’epoca in cui è oggetto di vanto esportare una democrazia che ormai non esiste più. È stata venduta. Ceduta a politici bramosi di potere, a finanzieri senza scrupoli, a multinazionali avide.
L’informazione ha cessato da tempo di rivestire il ruolo di Quarto Potere a disposizione e a tutela delle masse, e si è trasformata in un medium che vende una percezione distorta della realtà, celando gli interessi degli acquirenti, abbassando il prezzo per gli usurpati.
La ricerca scientifica non ha più la sola finalità di occuparsi dei problemi dell’uomo o della Terra, preservando il presente e garantendo il futuro. Ora il suo interesse principale è sviluppare idee commerciabili. Siano esse malattie assassine, nuovi ritrovati tecnologici, armi devastanti o strumenti per l’annientamento delle risorse.
Il sistema economico mondiale si è tramutato nel regno di pochissimi, un’oligarchia ereditaria che non ammette intrusioni. Questa economia deviata è sfuggita a ogni tipo di controllo, tanto che sta distruggendo se stessa insieme al mondo di cui si nutre. Ha brevettato ogni cosa: dalle opere dell’intelletto ai frutti della natura, dalle sementi prodotte in millenni di storia dal lavoro dei contadini agli esseri umani.
Interi paesi non esistono più, anche se il loro nome è presente sulle mappe. Sono “beni” privati di multinazionali del petrolio, del gas, del legname, persino dell’abbigliamento. Oggetti di sfruttamento dei minerali, degli spazi e del lavoro a buon mercato.
Gli esseri umani sono le cavie per medicamenti ed esperimenti chimici. Sono la forza lavoro, sono spendibili come lettori, acquistabili come consumatori. Fanno capolino, mercificati, sui cartelloni pubblicitari, sono assoldabili come killer per le guerre coloniali. Vengono ceduti insieme al terreno sul quale da sempre vivono, vengono strumentalizzati attraverso il tubo catodico.
La satira un tempo era grido di sdegno che additava i comportamenti negativi, invettiva sociale e politica. Ora è poco più che un sorriso compiaciuto o rassegnato sulle miserie dell’umanità.
E basta guardarsi intorno per accorgersi che ogni cosa, qualunque cosa, è in vendita.
Gli autori di questo libro denunciano situazioni a volte al limite del paradosso, ma tremendamente reali, nel tentativo di evitare che almeno la coscienza di un mondo all’asta non venga del tutto alienata.



King Kong

Sempre a proposito di animali vi segnaliamo che il regista del nuovo King Kong, Peter Jackson, e' un fervente sostenitore e attivista per la conservazione dei gorilla in carne e ossa, quelli veri, gli 800 esemplari ancora esistenti.
Gli incassi di alcune prime americane del film, piu' di 100.000 dollari, sono stati donati in beneficenza a programmi di tutela ed e' in progetto di inserire nel dvd del film anche un documentario sulla loro minacciata estinzione, dovuta a bracconieri e cacciatori di trofei e all'erosione del loro habitat naturale.

(Fonte: Lifegate.it)


Salva la Terra... o tutti giù per terra

L'articolo del sabato
a cura di Gabriella Canova

Il nuovo vertice del WTO che si sta tenendo a Hong Kong si sta incagliando su questioni di sovvenzioni, di aiuti agli agricoltori, ecc.
Come a Cancan due anni fa e ancor prima, ecco che le decisioni vengono prese solo dalle grandi nazioni occidentali (Stati Uniti e Europa) mentre i Paesi poveri sono invitati che, di fatto, non hanno alcun potere decisionale.
I media mainstream continuano a riportare quasi esplosivamente le notizie degli scontri e qualche foto ci mostra i colorati volti dei ragazzi che protestano per le strade.
Ma che cos'e' il WTO?
Riprendiamo dal libro "Salva la terra... o tutti giu' per terra" di James Bruges una sintetica spiegazione:

WTO - Si puo' fare meglio

"Non credo che una nazione col 4,5% della popolazione mondiale possa mantenere il suo standard di vita se non aumentano i suoi clienti"
Presidente Clinton 2000

Occorre una regolamentazione, altrimenti i piu' forti sfruttano i beni comuni a spese dei deboli. La regolamentazione del commercio e' cominciata con l'Accordo Generale per le Tariffe Doganali e il Commercio (GATT) nel 1948.

Il WTO e' nato a partire dal GATT, ma le cose sono andate sempre peggio. Dopo 56 anni si registrano un degrado diffuso e un impoverimento delle risorse. Meta' della popolazione mondiale vive con meno di due dollari al giorno, e meta' di questa addirittura con meno di un dollaro. Tanto nei Paesi poveri quanto in quelli ricchi gli agricoltori si suicidano perche' le regole commerciali hanno distrutto i loro mezzi di sussistenza. Il WTO e' stato pilotato dagli interessi delle imprese e oggi il suo scopo e' quello di promuovere il commercio.

Non esiste un'autorita' piu' alta e il libero scambio imprenditoriale, il fondamentalismo del mercato, e' diventato il principio regolatore del pianeta. Oggi il WTO fa deliberatamente in modo che i deboli non si possano proteggere dai forti, e a questi ultimi non viene impedito lo sfruttamento sfrenato delle risorse collettive. Il WTO vuole indebolire i governi nazionali. Un governo forte in un Paese povero potrebbe scoraggiare l'esportazione di materie prime o raccolti, e in questo modo essi acquisterebbero valore aggiunto all'interno dei suoi confini. Una nazione del genere potrebbe anche evitare importazioni il cui prezzo e' stato ingiustamente ribassato dai sussidi nei Paesi esportatori. Queste due modalita' d'azione, entrambe proibite, potrebbero aiutare i poveri a uscire dal loro disagio.

Con le regole del WTO i governi non possono favorire le imprese locali e impedire che gli stranieri controllino le compagnie del posto, favorire alcuni partner commerciali o dare contributi all'industria interna (anche se in Europa e negli Usa non sono stati proibiti finanziamenti massicci ad agricoltori ed esportatori). Ai governi non e' permesso interferire col mercato per perseguire obiettivi sociali, come l'uguaglianza razziale ed etnica o la parita' dei sessi, ne' per favorire nazioni amiche che potrebbero avere necessita' particolari. Le regole giocano a favore delle imprese che traggono beneficio dalle economie di scala, che possono praticare prezzi inferiori per aggiudicarsi un mercato, che non sono toccate dall'esito del consumo locale e che possono trasferire in breve tempo la propria produzione in Paesi dove la manodopera costa meno e ci sono meno vincoli ambientali e di diritto del lavoro. Gli industriali, i fornitori, i rivenditori e gli agricoltori dei Paesi poveri da questi punti di vista sono sempre svantaggiati. Si stenta a crederlo, ma il WTO stabilisce una soglia massima (e non minima) per gli standard di tutela dell'ambiente.

Il commercio diffonde film, musica, linguaggi, modi di fare affari e atteggiamenti. Il WTO, quindi, sta imponendo una singola cultura a livello mondiale. Ma i moderni mezzi di comunicazione rendono anche tutti consapevoli dell'ineguaglianza netta e crescente, della frammentazione delle societa', del crollo dei sistemi economici, delle reazioni violente dei gruppi di opposizione e delle crisi ambientali. Il WTO sostiene di raggiungere decisioni sulla base del consenso. Il Quad (formato da Canada, UE, Giappone e Stati Uniti) definisce l'ordine del giorno e dettagliate enunciazioni delle sue decisioni vengono formulate durante le riunioni nella Sala Verde, dalla quale i delegati scomodi sono esclusi o espulsi con la forza. Le decisioni della Sala Verde sono presentate come consensuali e applicabili a tutti. Spesso chi si oppone viene reso inoffensivo con telefonate dei capi di Stato ai governi del delegato (George Bush ha alzato la cornetta 15 volte durante il meeting di Cancún). Cosi' le dispute formali si limitano in gran parte a diversita' d'opinione tra i ricchi.

Al celebre meeting del WTO di Seattle nel 1999 il presidente era il capo della delegazione Usa e i rappresentanti delle nazioni povere furono lasciati in disparte e ignorati sia nella fase preliminare sia durante la conferenza. Al successivo meeting di Doha, l'Europa e gli Usa si impegnarono a ridurre i sussidi ed entrambi in seguito si rimangiarono la parola.

Gli incontri successivi si tennero in localita' remote, protetti da cordoni di polizia: una chiara dimostrazione della perdita di legittimita' del WTO.

Nel settembre 2003 la maggioranza delle nazioni ne aveva abbastanza. L'UE fu responsabile del fallimento delle discussioni di Cancún, poiche' si ostino' a voler includere nell'agenda le New Issues (investimenti, facilitazioni al commercio, concorrenza e appalti pubblici). Comunque gli Usa avevano deciso di agire su due fronti. Un ambasciatore americano dichiaro': "WTO o no, progettiamo di fare soltanto cio' che ci fa comodo", sottintendendo cosi' che si sarebbe continuato a usare il vecchio strumento imperiale del divide et impera.

Tuttavia a Cancún la maggioranza delle nazioni dimostro' che con un'azione congiunta poteva riuscire a prendere il controllo. O il WTO verra' trasformato in un'organizzazione democratica, o sara' istituito un nuovo ente con la maggioranza di voto proporzionale al numero di abitanti.

Il primo obiettivo commerciale di un'organizzazione mondiale dovrebbe essere quello di incoraggiare e mettere i poveri nella condizione di aumentare il valore delle loro materie prime e dei loro raccolti all'interno delle proprie comunita' e dei propri confini. Le nazioni in cui vivono comunita' povere devono essere incoraggiate ad adottare sussidi, dazi e quote d'importazione adeguati, ma queste misure restrittive dovrebbero essere ridotte gradualmente via via che i loro sistemi economici si rafforzano. I Paesi ricchi dovrebbero cancellare tutte le misure fiscali che incentivano le esportazioni o favoriscono le compagnie saldamente affermate, ma non quelle misure che aiutano i piccoli imprenditori e agricoltori a rifornire i mercati locali.

Questa politica fu adottata per la prima volta dai Padri Fondatori nella loro lotta contro il dispotismo delle compagnie inglesi e porto' alla politica di "protezione delle industrie nascenti" di Alexander Hamilton, che regolo' il commercio americano dal 1789.

I TRIPS (Diritti di Proprieta' Intellettuale Relativi al Commercio)

I TRIPS proteggono i diritti sui brevetti, che appartengono quasi tutti alle compagnie occidentali, e le nazioni non possono piu' adottare regolamenti sui brevetti che rispondano a condizioni interne. I TRIPS di fatto sono una limitazione a favore delle imprese e una clamorosa violazione allo stesso programma di libero scambio del WTO. Essi limitano l'utilizzo e lo sviluppo della conoscenza, paralizzando la ricerca scientifica e portando benefici soltanto ai ricchi. Inoltre impediscono il trasferimento della tecnologia anche ai poveri, negando loro l'accesso ai farmaci salvavita e all'uso adeguato delle conoscenze agricole tradizionali, riducono la biodiversita' e fanno in modo che le piante e gli animali diventino "proprieta' private".


Libri: "Tutto in vendita. Ogni cosa ha un prezzo. Anche noi."

L'articolo del sabato
A cura di Gabriella Canova

Questa settimana vi proponiamo un altro libro veramente eccezionale (lo so lo diciamo di tutti ma di questo siamo particolarmente orgogliosi).
"Tutto in vendita"
e' il frutto di un lavoro di redazione durato molti mesi. Una redazione tutta italiana, quella di Nuovi Mondi Media. Hanno raccolto insieme le migliori firme del giornalismo indipendente mondiale e creato un libro che racconta in modo globale la situazione del pianeta.
Vandana Shiva, Giulietto Chiesa, Clara Nieto, Norman Salomon, Dario Fo, Franca Rame e Jacopo sono solo alcune delle firme di questo libro.
E' veramente Tutto in Vendita?
Buona lettura.

Il libro e' in vendita su http://www.commercioetico.it/ oppure lo potete acquistare direttamente cliccando sulla copertina.

Introduzione

Nei luoghi e nel tempo della "globalizzazione", qualcosa accomuna e assimila le foreste del Sud America e la politica mondiale, i mari tropicali e i nuovi farmaci, l'informazione e le sementi, il petrolio e il clima, la satira e la guerra.

Una gigantesca anomalia storica che non ammette eccezioni in nessun angolo, seppur recondito, del pianeta: ogni cosa ha un prezzo. E ogni cosa e' in vendita, disponibile al miglior offerente.

Non c'e' piu' nulla di "reale", l'oggettivita' e' divenuta mero frutto del business soggiacente. Le malattie possono essere pura invenzione delle industrie farmaceutiche. Le guerre si rivelano strumenti coloniali al servizio non piu' degli Stati, ma di aziende e multinazionali. Nel mondo non ci sono mai stati tanti schiavi quanti ora.
La nostra e' diventata un'epoca in cui e' oggetto di vanto esportare una democrazia che ormai non esiste piu'. E' stata venduta. Ceduta a politici bramosi di potere, a finanzieri senza scrupoli, a multinazionali avide.

L'informazione ha cessato da tempo di rivestire il ruolo di Quarto Potere a disposizione e a tutela delle masse, e si e' trasformata in un medium che vende una percezione distorta della realta', celando gli interessi degli acquirenti, abbassando il prezzo per gli usurpati.

La ricerca scientifica non ha piu' la sola finalita' di occuparsi dei problemi dell'uomo o della Terra, preservando il presente e garantendo il futuro. Ora il suo interesse principale e' sviluppare idee commerciabili. Siano esse malattie assassine, nuovi ritrovati tecnologici, armi devastanti o strumenti per l'annientamento delle risorse.

Il sistema economico mondiale si e' tramutato nel regno di pochissimi, un'oligarchia ereditaria che non ammette intrusioni. Questa economia deviata e' sfuggita a ogni tipo di controllo, tanto che sta distruggendo se stessa insieme al mondo di cui si nutre. Ha brevettato ogni cosa: dalle opere dell'intelletto ai frutti della natura, dalle sementi prodotte in millenni di storia dal lavoro dei contadini agli esseri umani.

Interi paesi non esistono piu', anche se il loro nome e' presente sulle mappe. Sono "beni" privati di multinazionali del petrolio, del gas, del legname, persino dell'abbigliamento. Oggetti di sfruttamento dei minerali, degli spazi e del lavoro a buon mercato.

Gli esseri umani sono le cavie per medicamenti ed esperimenti chimici. Sono la forza lavoro, sono spendibili come lettori, acquistabili come consumatori. Fanno capolino, mercificati, sui cartelloni pubblicitari, sono assoldabili come killer per le guerre coloniali.

Vengono ceduti insieme al terreno sul quale da sempre vivono, vengono strumentalizzati attraverso il tubo catodico.

La satira un tempo era grido di sdegno che additava i comportamenti negativi, invettiva sociale e politica. Ora e' poco piu' che un sorriso compiaciuto o rassegnato sulle miserie dell'umanita'.

E basta guardarsi intorno per accorgersi che ogni cosa, qualunque cosa, e' in vendita.

Gli autori di questo libro denunciano situazioni a volte al limite del paradosso, ma tremendamente reali, nel tentativo di evitare che almeno la coscienza di un mondo all'asta non venga del tutto alienata.

Da Breve storia della censura e della satira
Dario Fo e Franca Rame, Jacopo Fo

La "Genesi" della censura
I primi a falsificare i fatti e nascondere la realta' furono i popoli di allevatori guerrieri che misero a ferro e fuoco le valli bagnate dai grandi fiumi e abitate da contadini pastori matriarcali.

Gli allevatori guerrieri erano potenti grazie all'efficienza dei loro archi, e all'uso dei cavalli. Questi inventori della guerra avevano eserciti formidabili ma non una grande cultura.

I contadini matriarcali erano ben piu' evoluti e dotati di una creativita' fantastica, epica e grottesca ma forti di una maggiore aggressivita'. Ecco che i conquistatori si impossessano non solo dei loro terreni e delle loro vite ma anche del loro racconto della storia del mondo modificandole allo scopo di legittimare il loro potere.

La narrazione matriarcale della creazione ad opera della Dea Madre (Gea) viene stravolta.

In Grecia si inventa che le divinita' dei conquistatori comandati da Urano, figlio di Gea, hanno sconfitto sua madre. Poi arriva un'altra ondata di pastori ancora piu' aggressivi che prendono il sopravvento e raccontano che Urano e' stato a sua volta spodestato da Zeus.

Nelle cosmogonie si verifica quel che avverra' con i templi che cambiano padrone e divinita' via via che nuovi eserciti conquistatori si succedono. Ma qui, piu' di censura si tratta di una falsificazione.

La prima censura vera e propria la ritroviamo nella Genesi biblica. Qui vi e' primo tentativo di cancellare ogni traccia delle divinita' matriarcali e di un passato nel quale le donne avevano pari diritti. Una censura grossolana che lascia una traccia ben visibile, quasi una cicatrice linguistica.

Questa epica deformazione appartiene a una tradizione piu' antica di quella ebraica ed e' comune a tutti i popoli dell'area mediorientale dove il patriarcato si e' instaurato in forma molto rigida.

Nella Genesi, come nel resto dei testi biblici, convergono differenti tradizioni storiche e culturali e le tracce sono visibili, come le impronte digitali delle tradizioni che le hanno generate.
Nel primo racconto della creazione (Genesi, 1,1) l'essenza creatrice e' chiamata Elohim.2

Questi de'i primordiali, operano fino al sesto giorno. E sono essi a creare tutto l'universo, esseri umani compresi. Infatti, alla fine del sesto giorno si legge: ""Dio creo' l'uomo a sua immagine...maschio e femmina li creo'" (Genesi 1, 27). Poi all'inizio del settimo giorno gli Elohim scompaiono e nella secondo racconto della creazione (Genesi, 2,4), il registro narrativo cambia completamente e fa la sua comparsa Jahve', il Dio unico e innominabile che "da' vita" alla creazione. E, nota bene, egli non e' soddisfatto degli esseri umani creati precedentemente e crea percio' Adamo e Eva.

Ecco che e' evidente che Elohim e Jahve' sono divinita' diverse, senno' perche' Jahve' dovrebbe creare gli esseri umani il sesto giorno e poi crearli nuovamente il giorno successivo?

E' chiaro che sotto alle stranezze di questa storia ci sono due passaggi di censure e falsificazioni.

Possiamo immaginare che, come accade nella cultura greca, nelle versioni iniziali gli Elohim vengano sconfitti da Jahve', ma in questo caso Jahve' non e' soddisfatto dell'umanita' creata dagli Dei che ha spodestato e si crea dei nuovi esseri umani di qualita' superiore. In questo modo i  guerrieri patriarcali vincitori affermano la loro superiorita' sui contadini matriarcali che hanno sottomesso. Poi pero', un'altra ondata di conquistatori patriarcali si sovrappone e questi cancellano perfino la traccia della creazione degli Elohim. E dicono: Elohim e' solo una diversa forma verbale per indicare l'Unico Dio... Ma come sempre il diavolo fa le pentole e non i coperchi e i grossolani censori si dimenticano di cancellare la doppia versione della creazione dell'umanita'.

Ma, oltre che nel testo biblico, le tracce di questa falsificazione restano nella tradizione ebraica, nella quale sono numerosissimi i midrash, commenti al testo biblico tramandati in forma orale. Uno di questi contiene  un riferimento a esseri umani creati prima di Jahve', qui si parla di Lilith.
Lilith fu la prima sposa di Adamo ma fu da lui scacciata perche' pretendeva di essergli pari.

Si narra che da allora Lilith erri per il deserto e tenti i giovani uomini nel sonno provocando loro le eiaculazioni notturne con cui genera i demoni (i jinn della tradizione araba).

Secondo alcuni recenti studi, Lilith rappresenta una divinita' femminile proveniente dal culto della grande Madre Terra adorata dai popoli presemitici che abitavano la Palestina e contro cui si scontrarono gli ebrei. La storia di Lilith rappresenta il momento di passaggio dalle culture matriarcali originarie verso quelle patriarcali.
Passano i secoli e si continuano a mettere in atto censure e falsificazioni.

Cosi' due banditi adottati da una prostituta che trasformano una banda di predoni reietti in un esercito con tanto di citta' fortificata diventano Romolo e Remo, adottati da una lupa (i lupanari erano i postriboli) e discendenti dalla stirpe di Ettore, l'eroe troiano.

Dovettero pero' passare altri secoli prima che le storie dei potenti trovassero oppositori capaci di immaginare un'altra genesi e un'altra visione del mondo.
Certamente la satira esiste da tempo immemorabile e ce ne sono giunti esempi anche dall'antichita' come "L'asino d'oro" di Apuleio (125-170 c.a d.C) o la commedia dove si narra dello sciopero del sesso proclamato dalle donne dirette da Lisistrata contro la guerra scritta da Aristofane nel IV secolo e Lucio e l'asino di Luciano di Samosata.

Ma non si trattava ancora di una critica culturale radicale.

Gesu' fu probabilmente tra i primi a rifiutare la cultura autoritaria del suo tempo. E la sua predicazione in alcuni momenti si riempie di senso dell'umorismo ad esempio quando racconta che e' piu' facile che una gomena (una grossa corda usata per ancorare le navi) passi per la cruna di un ago che un ricco entri  nel regno dei cieli (non era un cammello, ci fu un errore di traduzione).

A quei tempi trasformare l'acqua in vino per allietare una festa, guarire un'anoirissa (donna intoccabile afflitta da mestruazioni permanenti) e salvare un'adultera dalla lapidazione perche' "ha peccato per troppo amore" erano gesti rivoluzionari che negavano la cultura dominante e l'ideologia del Dio guerriero e della donna proprieta' del maschio. Infatti, Gesu' venne crocefisso quasi subito. E la sua stessa figura fu resa digeribile attraverso successivi passaggi di censure e falsificazioni. Alla fine il piccolo palestinese dalla pelle scura e con i capelli ricci e neri che cacciava i mercanti dal tempio divento' biondo, bianco di pelle, alto e longilineo, attorniato da nobili e imperatori.


Il debito estero dei paesi in via di sviluppo

L'altro giorno abbiamo letto questa notizia (Fonte: Peacereporter.net):
"Il governo del Burundi ha raggiunto le condizioni per la cancellazione di 143 milioni di dollari del suo debito estero, risparmiando cosi' fino al 90 percento di interessi fino al 2043. Lo ha deciso la Banca Africana per lo Sviluppo (Bad), che detiene il 18 percento del debito estero del Paese. La scelta e' stata motivata dai "buoni progressi nella stabilizzazione dell'economia, costante applicazione di politiche per la stabilita' macroeconomica e finanziaria, crescita e riduzione della poverta'"."

Ci siamo chiesti: ma e' davvero una buona notizia?
Abbiamo fatto un po' di ricerche. Sappiamo tutti in linea di massima di che cosa si tratta ma pochi sanno esattamente come funziona la questione del debito dei Paesi in via di sviluppo.
Iniziamo riprendendo un capitoletto da "Salva la terra... o tutti giu' per terra" di James Bruges edito da Nuovi Mondi Media

Il debito del Terzo Mondo

Il punto di vista dei ricchi

Le nazioni povere devono a quelle ricche un mucchio di soldi. 41 Paesi Poveri Fortemente Indebitati (HIPC) sono in debito di 200 miliardi di dollari.
Il Primo Mondo, dicono i ricchi, ha fornito aiuti e prestiti al Terzo Mondo per aiutarlo a sviluppare le proprie economie e per combattere poverta' e malattie. Inoltre la Banca Mondiale mette a disposizione consulenti sanitari, didattici e agricoli. La Rivoluzione Agrochimica, portata avanti dagli scienziati del Primo Mondo, ha aumentato notevolmente la produttivita' a partire dagli anni Cinquanta e ha aiutato i Paesi poveri ad adottare tecniche moderne in sostituzione dei metodi agricoli tradizionali. Molti degli aiuti sono stati dilapidati da regimi corrotti e varie nazioni hanno gestito male le proprie economie. In questa prospettiva, il Primo Mondo sostiene di aver fatto sforzi molto significativi per aiutare le nazioni povere a uscire dalla poverta'. Se una banca presta denaro a una compagnia corrotta o male organizzata che poi fallisce, perde il proprio denaro e deve cancellare il debito. Ma il Primo Mondo, consapevolmente, effettua prestiti a Paesi che non potranno mai restituire il capitale, nemmeno senza interessi. E, per ragioni politiche, presta anche denaro a regimi corrotti. I debiti sono espressi in valute forti, in genere in dollari, cosi' aumentano notevolmente quando la divisa locale si svaluta. Grazie a questo meccanismo i debiti attraggono interessi composti. Ma il Nord del mondo non cancella mai i debiti ingenti, che diventano sempre piu' alti.

Cosi' il debito totale del Terzo Mondo e' un multiplo della cifra che viene effettivamente prestata.

Non siate dispiaciuti per i Paesi ricchi che perdono denaro: si tratta di una politica volontaria e calcolata, che assoggetta i Paesi poveri al loro controllo. Il debito permette al Fondo Monetario Internazionale (FMI) di imporre aggiustamenti strutturali che obbligano gli Stati debitori ad aprire i loro mercati. Questo inevitabilmente fa calare i salari, e il conseguente crollo del prezzo delle materie prime aumenta i profitti delle multinazionali occidentali, riducendo al tempo stesso il reddito dei Paesi non industrializzati.

La cifra che il Nicaragua stanzia per la sanita' e' un quarto di quella che spende per ripagare il debito. Il Mali restituisce piu' della propria spesa sanitaria e un bambino su quattro muore prima dei cinque anni. Nello Zambia la somma pagata per il debito supera la spesa per sanita' e istruzione. La restituzione del debito taglia le gambe a economie che lottano per sopravvivere e causa fame, malattie e morte. Se un dittatore imponesse le politiche del FMI verrebbe dichiarato colpevole di genocidio. Molte persone, negli Stati poveri, considerano il FMI un'organizzazione terroristica responsabile di piu' morte e miseria di al Qaeda.

Al contrario, i beni finanziari delle banche del Nord del mondo crescono al ritmo di 2500 miliardi di dollari all'anno: piu' del debito del Terzo Mondo. Al meeting di Colonia nel giugno del 1999 i G8 hanno espresso agli HIPC la volonta' di ridurre il debito di 100 miliardi di dollari. I dimostranti erano entusiasti e hanno cominciato a danzare in strada. Avevano dimenticato che il debito riguardava anche il FMI e la Banca Mondiale. Cinque anni piu' tardi, solo otto dei 42 HIPC hanno ricevuto la riduzione promessa.
Nei pochi casi in cui il debito e' stato cancellato, la spesa per salute e istruzione e' piu' che raddoppiata.

Ma il Primo Mondo ha infilato la testa in un cappio. Se una persona e' in debito con una banca di 10.000 dollari quest'ultima la tiene in pugno, ma se gli deve 10 miliardi di dollari, e' la persona a tenere in pugno la banca.

Il Terzo Mondo ha un debito di 2.500 miliardi di dollari e tiene in pugno l'economia mondiale.

Al meeting del WTO di Cancún, nel settembre del 2003, per la prima volta la maggioranza delle nazioni ha sperimentato la forza dell'azione collettiva. Osservando che dopo 55 anni il WTO non e' riuscita a produrre un mondo giusto, tali nazioni possono portare al collasso l'economia mondiale.  Oppure possono chiedere la cancellazione del debito e la creazione di un nuovo ordine mondiale, basato sulla tutela dell'ambiente e sulla giustizia sociale.  Aiutiamole a scegliere quest'ultima alternativa.

Secondo Renato Ruggiero, ex presidente del WTO, ogni anno i Paesi poveri perdono 700 miliardi di dollari di guadagni a causa delle barriere commerciali imposte dalle nazioni industrializzate.

Spesa annua sanitaria pro-capite: Usa 2.765 dollari, Tanzania 4 dollari, Etiopia 2 dollari.

Nel luglio del 2002 nel Malawi oltre tre milioni di persone hanno rischiato di morire di fame. La Banca Mondiale e il FMI avevano costretto il Malawi a vendere 28.000 tonnellate di mais per restituire il debito in dollari.
Ci sono state proteste contro queste istituzioni in 25 Paesi, con 111 episodi distinti di rivolta civile.

Il Terzo Mondo, a causa del debito, paga una cifra pari a nove volte gli aiuti che riceve.

Giugno 2002
35 miliardi di euro bruciati in borsa in un solo giorno.
30 miliardi di euro destinati a riportare in mano pubblica le ferrovie.
3,8 miliardi di dollari frodati dalla WorldCom.
1,5 miliardi di euro di aiuti condizionati all'Africa da parte dei G8.

La cifra che l'Ecuador spende per pagare il debito e' circa un terzo di quella del suo bilancio e il doppio di quella stanziata per l'assistenza sociale. Circa due terzi della popolazione dell'Ecuador vive in uno stato di poverta'.

"I pacchetti di salvataggio del FMI hanno come unico obiettivo il salvataggio dei creditori occidentali."
Ellen Frank, docente di Economia, Boston

Tra il 1503 e il 1660, 185.000 kg d'oro e 16.000.000 kg di argento furono trasferiti dall'America centrale all'Europa. Ma esiteremmo ad accusare l'Europa di saccheggio o furto: si tratto' certamente di un prestito. Se le nazioni del Centro America ci chiedessero anche solo un modesto interesse, diciamo meta' di quello che noi imponiamo a loro, l'ammontare del nostro debito sarebbe un numero di 300 cifre.

"Solo quando moriranno gli ultimi tre di noi, quando l'ultimo fiume sara' avvelenato e l'ultimo pesce catturato ci renderemo conto che non possiamo mangiare il denaro".
Un americano dell'Assemblea delle Prime Nazioni

(Fine del brano)

A fronte di circa 18,3 miliardi di dollari di debito cancellati a 18 tra i paesi piu' poveri del pianeta, l'ammontare del debito che ancora pesa sugli altri e' di ben 2.597 miliardi di dollari. E il servizio del debito (cioe' la restituzione del capitale piu' interessi, nel 2004 e' stata di 373 miliardi di dollari). Se teniamo conto che nello stesso anno i 30 paesi industrializzati dell'Ocse hanno destinato in aiuti allo sviluppo 78 miliardi di dollari possiamo trarre delle conclusioni interessanti.

Il debito e' considerato insostenibile quando un paese ha un reddito pro capite intorno ai due dollari al giorno e un debito estero che e' pari al 100/150 per cento del valore delle esportazioni. L'obiettivo del percorso per la riduzione del debito per questi paesi, cosiddetti HIPC (piu' poveri altamente indebitati), e' riportare il debito di questi 38 stati a un livello sostenibile. Per farlo questi paesi devono adottare alcune riforme economiche come l'apertura dei mercati e le privatizzazioni e l'adozione di un piano strategico di riduzione della poverta': cosi' alla fine del percorso a questi paesi verra' rimesso circa il 51% del debito. Ad oggi solo 18 paesi hanno completato il percorso e a questi si aggiunge oggi il Burundi.
E allora tutto bene, pensiamo noi, vuol dire che questi paesi stanno veramente combattendo la poverta'.
"Per una giusta valutazione di tali incrementi" sottolineano i ricercatori della Fondazione Giustizia e Solidarieta' che ha pubblicato per la EMI un volume che analizza la spesa sociale di questi Paesi "e' di fondamentale importanza legare questo aspetto della spesa sociale alla effettiva situazione del paese. Purtroppo aumenti anche consistenti rispetto alla situazione precedente rimangono largamente inadeguati alla realta' sociale dei paesi e possono quindi rivelarsi non sufficienti per incidere sui problemi reali".

Insomma, cancellare il debito non sempre significa combattere la poverta' e molte volte ridurlo serve solo a farsi un lifting mediatico che dovrebbe ingannare sempre meno persone.


FILM - Lord of War

E' uscito nei cinema il film "Lord of War", diretto da Andrew Niccol e interpretato da Nicolas Cage e Donald Sutherland. Il film, che parla di traffico d'armi ed e' basato su una storia vera, esce a sostegno della campagna Control Arms, lanciata da Amnesty International, Oxfam e Iansa per prevenire, combattere e sradicare il traffico illegale di armi da fuoco.

(Su: http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=1143  sono pubblicate le statistiche sul commercio di armi e le morti a esso collegate)