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Cultura | Natura | Gusto
Aggiornato: 2 ore 9 min fa

Panta Rei, tutto scorre…Lungo le vie dell’acqua

Lun, 07/15/2019 - 10:24
Itineario

In una suggestiva alternanza di fantastici luoghi e scenari incontaminati, inizia il nostro “viaggio” alla scoperta dei segni dell’acqua nei luoghi e nella memoria della gente, attraversando sorgenti, torrenti, fiumi e laghi che rappresentano l’elemento più prezioso per l’uomo. La prima tappa del nostro “viaggio” è in uno dei punti di maggiore interesse naturalistico e ambientale del territorio di Marsico Nuovo, nel Parco Fontana delle Brecce, situato lungo la strada provinciale Marsico Nuovo – Lama – Sellata. Un grande parco naturale, rappresentato dalla presenza di pregevoli boschi di faggi e cerri, esteso per 2 mila ettari in sentieri naturali. Il sito è collegato alla località Piana del Lago, un pianoro alle pendici meridionali del monte Lama, dove il viaggiatore oltre a fare una sosta in un’area attrezzata con fontanili e risorgive di grande purezza, può immergersi ad ascoltare il meraviglioso richiamo della natura. L’itinerario prosegue poi in una vera e propria oasi verde nel centro di Paterno dove spiccano il fiume Agri, il torrente Oscuro e i Chiasciumara e Aggia. Da consigliare è l’escursione alla sorgente Sorgitora, alimentata dai laghi di Mandrano e Mandraniello grazie agli inghiottitoi, fenomeni di carsismo visibili lungo il percorso. Il visitatore oltre ad ammirare il panorama mozzafiato, può raggiungere una maestosa opera di epoca fascista, rappresentante l’Acquedotto dell’Agri, che alimenta 29 centri tra le province di Potenza e Matera. L’oro blu ci trasporta in un altro luogo di eccezionalità naturalistica, in località Capo Caolo a Tramutola, paese dell’energia. Cuore pulsante del piccolo borgo, a pochi chilometri dal centro abitato e immersa in un’area verde che vanta un incredibile patrimonio vegetazionale e faunistico, sgorga la sorgente Caolo. La copiosa sorgente è senza dubbio la più grande del comprensorio della Val d’Agri, con una portata di circa 900 litri di acqua al secondo. L’area rappresenta un ricco ecosistema che racchiude una serie di caratteristiche ambientali ancora in parte da scoprire e promuovere. Ai piedi della salita alla sorgente, immerso nella rigogliosa natura, troviamo il parco acquatico “Acquapark val d’Agri”: piscine, scivoli, vasche idromassaggio, parco giochi, campi da beach volley, tennis e calcetto, un’ampia scelta per adulti e bambini, che potranno anche godere di lezioni di acquagym e di eventi organizzati (come i periodici schiuma party). Oltre ad un’area attrezzata per una sosta ed eventuali picnic nel bel mezzo della natura. Il viaggio continua anche nel centro storico del paese con una sosta al lavatoio comunale “N’cap’ l’acqua“, un manufatto che svolgeva nell’antichità funzioni legate alla vita quotidiana, come punto di incontro collettivo e di faccende domestiche. Qui venivano infatti (e in parte vengono ancora oggi) le donne a lavare il bucato. Proseguendo il tour raggiungiamo Sarconi, il paese del fagiolo Igp, il suo territorio, attraversato dai fiumi Maglia e Sciaura, regala la dimensione ideale per sensazioni nuove a contatto diretto con l’ambiente naturale, attraverso un’esperienza sensoriale completa. L’ultima tappa del viaggio è al Lago del Pertusillo (territorio dei comuni di Montemurro e Spinoso) fiore all’occhiello di tutta la Val d’Agri. Un’oasi di notevole interesse dal punto di vista naturalistico: rientra infatti nelle zone protette dal Parco Nazionale dell’Appennino Lucano Val d’Agri Lagonegrese. Le sue sponde sono il luogo ideale per lunghe passeggiate che consentono di apprezzarne tutte le minime sfumature e le bellezze nascoste. I sentieri aperti nei boschi circostanti regalano agli appassionati della mountain bike percorsi unici e avventurosi. Alcuni punti del lago permettono anche attività di birdwatching ed emozionanti battute di pesca sportiva.

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Peperoni ripieni

Dom, 06/30/2019 - 11:28
Livello di difficoltà: BASSOCosto: BASSOTipologia: CONTORNI, SECONDI PIATTIINGREDIENTI
  • 200 g di mollica di pane
  • 6-7 peperoni del tipo “cornetto”
  • 3 spicchi di aglio tritato
  • 50 g di acciughe
  • 2-3 cucchiai di prezzemolo tritato
  • olio extravergine di oliva q.b.
  • 2 pomodori
  • 1 cucchiaio di origano
PREPARAZIONE

Lavate e asciugate i peperoni, estraete con un coltello il peduncolo ed eliminate i semi.

In una terrina inserite la mollica, il prezzemolo, l’origano, i pomodori tagliati in piccoli dadini, le acciughe precedentemente sminuzzate, l’aglio tritato, e abbondante olio EVO. Mescolate il tutto.

Riempite con il composto di mollica i vostri peperoni. Chiudete con della crosta di pane l’apertura ricavata precedentemente togliendo il peduncolo.

Disponete i peperoni su una teglia da forno e condite a piacimento con sale e un filo d’olio. Infornate a 180 gradi per 40 minuti circa.

Servite tiepidi. Sono ottimi anche freddi il giorno dopo.

CURIOSITÀ

Il peperone imbottito è una delle ricette simbolo della stagione estiva lucana, un vero e proprio pranzo d’asporto da condividere in tantissime occasioni. Nasce anticamente come piatto povero quando, specialmente tra i contadini, vi era la necessità di riciclare gli avanzi di cibo e in particolar modo il pane raffermo.

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Demo Azienda

Ven, 06/28/2019 - 16:09

L’azienda Mastrangelo Nicola sorge a Moliterno, in Basilicata, nel cuore del Parco Nazionale della Val D’Agri-Lagonegrese.
Nicola ha ereditato dal padre la passione e l’esperienza per la ricerca e la stagionatura dei migliori formaggi lucani producendo con successo il famoso Canestrato di Moliterno I.G.P., il caciocavallo podolico, la ricotta stagionata, il cacioricotta e il formaggio pecorino.

L’affinatura dei formaggi segue il naturale percorso del tempo: ricerca, passione, metodi tradizionali e fattori climatici particolarmente favorevoli si fondono insieme rendendo i prodotti superbi e prelibati, una vera squisitezza per i palati. Qui la stagionatura dei prodotti è una vera e propria arte che esprime il suo massimo valore in quei formaggi che hanno bisogno di condizioni microclimatiche particolari e costanti durante tutto l’anno per raggiungere l’eccellenza e l’affinamento ideale; condizioni che solo i caratteristici “Fondaci” di Moliterno riescono a creare dando vita a prodotti d’eccellenza invidiati in tutto il mondo dal gusto unico e inimitabile.

Contatti:Telefono: 097564262 - 3398544919 e-mail:mastrangelonicola@tiscali.itIndirizzo: C.da Arsiene, 4

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Ciambotta

Lun, 06/17/2019 - 18:38
Livello di difficoltà: MEDIOCosto: MEDIOTipologia: CONTORNI, RICETTE TRADIZIONALIINGREDIENTI
  • 500 g di peperoni rossi e gialli
  • 500 g di patate
  • 2 melanzane
  • 2 zucchine
  • 1 cipolla
  • 300 g di pomodori maturi
  • olio extravergine di oliva q.b.
  • 1 costa di sedano
  • foglie di basilico q.b.
  • sale q.b.
  • una pagnotta da 2 kg
PREPARAZIONE

Lavate le melanzane, poi tagliatele a dadini. Per eliminare il loro caratteristico sapore amarognolo, cospargetele di sale e attendete che rilascino l’acqua per un tempo di 15-20 minuti; dopodiché risciacquate.

Lavate e pulite le patate, quindi tagliatele a tocchetti. Stesso procedimento per le zucchine.

Lavate e tagliate i pomodori.

Tagliate e private dei semi i vostri peperoni.

Affettate la cipolla e lasciatela soffriggere (in una padella abbastanza capiente) con il sedano tagliato a rondelle e abbondante olio EVO. A questo punto nella stessa padella aggiungete le melanzane, le patate, le zucchine, i pomodori e qualche foglia di basilico. Coprite con un coperchio e lasciate cuocere a fuoco basso per circa 30 minuti.

I peperoni dovranno essere aggiunti alle altre verdure soltanto a metà cottura per evitare che si sfaldino troppo.

Regolate di sale e rimestate di tanto in tanto durante la cottura.

Infine tagliate orizzontalmente il pane nella parte superiore e privatelo totalmente della mollica interna, in modo da creare un contenitore dove poi inserirete le verdure ancora calde. Dopo un’ora il pane avrà assorbito interamente i sapori e gli aromi del ripieno; la ciambotta sarà quindi pronta per essere consumata.

CURIOSITÀ

La ciambotta lucana è una preparazione di origine contadina composta da verdure tipiche del periodo estivo. Un tempo i contadini e i pastori portavano con sé questo stufato di verdure all’interno di una pagnotta di pane (usata come un vero e proprio contenitore oltre che come accompagnamento) per poi consumarlo fuori casa durante le lunghe giornate di lavoro.

Una variante molto diffusa in Basilicata prevede l’aggiunta di salsiccia stagionata e uova.

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Tagliolini dell’Ascensione

Sab, 06/01/2019 - 11:34
Livello di difficoltà: BASSOCosto: BASSOTipologia: PRIMI PIATTI, RICETTE TRADIZIONALIINGREDIENTI

Per la pasta:

  • 300 g di farina di grano duro
  • 3 uova
  • sale q.b.

Per il liquido di cottura:

  • 1 l di latte di capra (in alternativa latte vaccino)
  • 4 bicchieri di acqua
  • 50 g di zucchero
  • cannella q.b.
PREPARAZIONE

Disponete la farina a fontana e inserite le uova (già sbattute), un pizzico di sale e dell’acqua poco alla volta. Lavorate fino a ottenere un impasto liscio ed omogeneo.

Lasciate riposare la pasta per circa mezz’ora. Dopodiché preparate la sfoglia e con l’aiuto di una macchina per la pasta create delle strisce di 2-3 mm (capellini).

In una pentola per la pasta versate il latte di capra (o vaccino) e l’acqua. Una volta raggiunto il bollore, aggiungete i tagliolini e lasciate cuocere per qualche minuto.

Una volta cotti, impiattate i tagliolini insieme al vostro brodo di cottura e spolverate con lo zucchero e la cannella. Amalgamate per bene e lasciate intiepidire prima di gustarli.

Se preferite un piatto più brodoso basterà aumentare la quantità di latte nel liquido di cottura.

CURIOSITÀ

Si tratta di un antichissimo piatto della tradizione culinaria della Basilicata, preparato in occasione della festività Cristiana dell’Ascensione. In questa giornata i pastori distribuivano gratuitamente il loro latte ai propri compaesani per via della credenza diffusa che cagliare il latte, o addirittura tenere anche una sola goccia per sé, avrebbe causato la sterilità degli animali.

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La leggenda di Bianca Capano

Sab, 06/01/2019 - 10:54

Quando sono i secoli a trascorrere, diviene difficile tratteggiare con certezza il confine tra la Storia e la sua versione edulcorata, tramandata dalle folle per rendere eroico e meno banale (oggi diremmo più cinematografico) il proprio passaggio nel mondo.

Dalla Marsico Nuovo del XVI secolo, ad esempio, si tramanda una vicenda che non sfigurerebbe in un colossal di Mel Gibson.

I Sanseverino conti di Marsico

La città di Marsico fu all’epoca contea normanna del Regno di Sicilia, in mano alla famiglia Sanseverino. Su una bassa collina in contrada San Giovanni si possono difatti ancora fotografare i ruderi dell’antico castello, ove l’intera vicenda ebbe luogo.

Marsico visse anni bui sotto il dominio dei Sanseverino, ostili alla propria gente e dichiarati avversari della famiglia Capano, nobili del popolo, il cui più illustre esponente fu il giureconsulto Alessandro.
Amico e protetto del viceré di Napoli, egli costrinse il conte Ferrante Sanseverino, incapace di averne altrimenti la meglio, a far valere diversamente il proprio potere: quando Alessandro annunciò le nozze della figlia Bianca con un nobile napoletano, egli ne approfittò ripristinando lo ius primæ noctis.

Lo ius primæ noctis: Storia o leggenda?

Il leggendario “diritto della prima notte” dei feudatari su ogni novella sposa, che pare vigesse in epoca medievale, non è in realtà che un mito moderno, il più cinematografico di tutti i miti, se è vero che non se ne ha traccia documentata nella storiografia di quel periodo, né delle epoche immediatamente successive.
Ciò non esclude che alcuni nobiluomini potessero davvero avvalersi di una certa autorità nei confronti delle dame di casta intermedia, di fatto ancora indifese, e da ciò trarre il diritto di reclamare la proprietà sui loro corpi allorché di fatto non avessero ancora concepito o preso marito.

La ribellione

Fu pertanto in questa cornice che il conte Ferrante costrinse la ragazza a fargli visita nel vecchio castello, alla vigilia delle nozze.
La leggenda narra di come don Alessandro avesse sulle prime provato a opporsi, salvo essere trattenuto dalla volontà della figlia, che impose invece di difendere da sé l’onore proprio e di quante avessero già patito in silenzio la stessa ingiustizia – liberando alfine, una volta per tutte, Marsico dalla tirannia.

Quando fu al cospetto del conte ella lo pugnalò, mettendolo in fuga e ponendo di fatto fine alla sua egemonia, acclamata dal popolo festante e dalle altre future spose finalmente liberate.

La liberazione

La Storia racconta d’altra parte come Ferrante, ultimo conte di Marsico, entrò proprio allora in contrasto col viceré, da cui fu esiliato, e ogni suo feudo fu messo all’asta.
Correva l’anno 1552, se qualcosa di certo è rimasto in tutta questa vicenda.

A noi piace però ripensare al tentativo di riscattare un intero popolo da parte di chi ne fosse ancora parte, un’eroina poi scordata dai libri di Storia eppure ancora parte della memoria e dell’indole di ogni lucano: a ricordare anche questo, forse, serve oggi la leggenda di Bianca Capano.

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Frittelle zuccherate

Sab, 05/25/2019 - 15:53
Livello di difficoltà: BASSOCosto: BASSOTipologia: DOLCI TRADIZIONALIINGREDIENTI

Per l’impasto:

  • 500 g di farina
  • 500 g di patate
  • 50 g di zucchero
  • 100 ml di olio extravergine di oliva
  • 3 uova
  • una bustina di lievito di birra
  • scorza di ½ limone grattugiata
  • 1 bicchiere di latte tiepido

Per guarnire:

  • zucchero semolato q.b.
PREPARAZIONE

Sbattete le uova e, a parte, sciogliete il lievito di birra nel bicchiere di latte tiepido. Lessate le patate e schiacciatele.

Portate tutti gli ingredienti su una spianatoia e lavorate fino a quando l’impasto risulterà liscio e omogeneo. A questo punto lasciate lievitare l’impasto per circa un’ora, coprendolo con un panno.

Quando l’impasto avrà raddoppiato il suo volume, prelevate dei pezzi per creare dei cilindri che andrete a richiudere su sé stessi. Una volta pronte tutte le ciambelle, lasciatele riposare ulteriormente per 30 minuti circa.

Mettete la padella sul fuoco, versatevi l’olio di semi e, quando è a temperatura, friggete le ciambelle un po’ alla volta.

Quando avranno assunto una colorazione dorata, scolatele dall’olio (aiutandovi con una schiumarola) e cospargetele con zucchero semolato fino a ricoprire l’intera superficie.

CURIOSITÀ

Molteplici sono i termini dialettali con cui, a seconda dell’area, vengono chiamate queste gustose frittelle lucane ricoperte di zucchero (“zeppole”, “crispedd”, “ruosp” ecc.) che vengono preparate principalmente in occasione delle festività natalizie e durante periodo di Carnevale.

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La “Cuccìa”

Dom, 05/19/2019 - 11:08
Livello di difficoltà: BASSOCosto: BASSOTipologia: CONTORNI, ZUPPE, RICETTE TRADIZIONALIINGREDIENTI
  • 100 g di grano tenero
  • 100 g di fagioli
  • 100 g di mais
  • 1 spicchio d’aglio
  • 1 cucchiaio di polvere di peperone “crusco”
  • olio extravergine di oliva q.b.
  • sale q.b.
PREPARAZIONE

Lasciate il grano, i fagioli e il mais a bagno per 12 ore in recipienti separati.

In una grossa pentola colma d’acqua, mettete a cuocere a fuoco lento il grano per circa un’ora e mezza. Fate la stessa cosa per il granoturco, che farete cuocere per circa 45 minuti, e i fagioli per 40 minuti. Durante la cottura, aggiungete del sale e dell’acqua calda se necessario.

In una padella fate soffriggere per qualche minuto la polvere di peperone “crusco” con l’olio, il sale e l’aglio tritato. Aggiungete nella padella con il soffritto il grano, i fagioli e il mais. Lasciate insaporire la zuppa a fuoco basso, per circa 5 minuti.

Servite la cuccìa ancora calda e condite con un filo d’olio extravergine di oliva.

CURIOSITÀ

La “cuccìa” (o “grano dei morti”) è un’antichissima preparazione diffusa in quasi tutto il bacino del Mediterraneo e diversi paesi dell’Europa orientale. Il termine deriva dal greco τα κοκκια, ovvero i grani, i granuli. Nell’antica Grecia infatti era consuetudine preparare pietanze composte da grandi quantitativi di semi in occasione di particolari rituali dedicati alla commemorazione dei defunti.
I semi contenuti nella ricetta possiedono il significato simbolico della rinascita e dell’affermazione della luce sull’oscurità.

Secondo una tradizione lucana, la sera del 12 dicembre ogni famiglia prepara la cuccìa, affinché durante la notte Santa Lucia possa imprimere il suo segno su di essa; il giorno successivo il piatto viene condiviso con amici e parenti.

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Pasta di “Mischiglio”

Dom, 05/12/2019 - 11:15
Livello di difficoltà: BASSOCosto: MEDIOTipologia: PRIMI PIATTI, PASTA TRADIZIONALEINGREDIENTI

Per la pasta:

  • 50 g di farina di fave
  • 50 g di farina di ceci
  • 50 g di farina di orzo
  • 100 g di farina di semola di grano duro
  • 100 g di farina di grano tenero
  • sale q.b.

Per il condimento:

  • 500 g di pomodori pelati
  • 50 g di cacioricotta grattugiato
  • mezza cipolla a fettine
  • 1 spicchio d’aglio
  • 1 foglia d’alloro
  • olio q.b.
PREPARAZIONE

Per prima cosa, impastate tutte le farine aggiungendo del sale e dell’acqua poco alla volta. Una volta ottenuto un impasto liscio ed elastico lasciate riposare per circa 10 minuti.

Stendete la pasta e create tanti bastoncini lunghi 4 cm che andrete a schiacciare con tre dita (indice, medio e anulare) esercitando una leggera pressione e contemporaneamente trascinando verso di voi. Ricaverete così la tradizionale pasta lucana nota come strascinati”.

Nel frattempo preparate un soffritto con aglio, olio, una foglia di alloro, la cipolla tagliata a fettine, pomodori pelati ed un pizzico di sale. Lasciate cuocere cercando di non far restringere di molto il sugo. Trascorso qualche minuto spegnete.

A questo punto cuocete la pasta per una decina di minuti in abbondante acqua salata. A cottura ultimata scolate e mescolate con il sugo preparato in precedenza.

Impiattate e cospargete con del cacioricotta grattugiato.

CURIOSITÀ

La pasta di “mischiglio” è un’antica tipologia di pasta lucana, prodotta “mischiando” appunto la farina di fave con quella di ceci, orzo e semola. Secondo alcune ricerche storiche sembra che questa pasta venisse già consumata verso la fine del XVI secolo dai nobili della Contea di Chiaromonte e dei marchesati di Fardella, Calvera e Teana.

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La principessa Aurora

Lun, 05/06/2019 - 15:41

L’idilliaco sbalordimento offerto dall’incantevolezza dei luoghi della Lucania può lasciar traccia non solo negli occhi, ma, com’è talvolta avvenuto, anche tra le pagine della letteratura.

Fra i latori eccellenti di tale testimonianza non passa inosservato il personaggio della Principessa Aurora Sanseverino di Saponara.

I Sanseverino a Saponara

Sul finire del XVII sec., Saponara (l’odierna Grumento Nova) conservava ancora i fasti dell’antica città romana di Grumentum. Il borgo dominava la Val d’Agri e ne rappresentava uno dei centri più popolosi e il principale polo culturale.
Caratterizzato da un’economia ancora feudale, esso era fortificato da mura e raccolto attorno al Castello dei Sanseverino, una delle più illustri casate storiche d’Italia.

La giovinezza e i matrimoni

Aurora nacque il 28 aprile 1669 da Carlo Maria Sanseverino principe di Bisignano e conte di Saponara, e da Maria Fardella principessa di Pacecco.

Sin da bambina mostrò grande intelligenza e una spiccata predisposizione per le arti, dedicandosi presto allo studio di discipline quali il latino, la filosofia, la musica, la pittura, e soprattutto la poesia.

Sposò, a soli 11 anni e su pressione del padre, il conte Girolamo Acquaviva di Conversano, di cui restò presto vedova. Ciò la indusse a contrarre seconde nozze con Niccolò Gaetani dell’Aquila d’Aragona, a cui diede due figli.
L’evento fu celebrato con una fastosa cerimonia nel castello di Saponara, in occasione della quale fu inscenato un dramma pastorale intitolato Eliodoro.

Il mecenatismo

Dopo il matrimonio, si trasferì nella dimora del marito a Napoli, città caratterizzata all’epoca da un intenso fermento culturale. Qui ospitò poeti, musicisti e pittori, dando vita a un vivace cenacolo letterario ove confluirono i migliori artisti e poeti della città, e che assurse in breve a maggior centro culturale del Regno di Napoli.
Fu una attivissima mecenate e commissionò la musica delle sue commedie (in alcune delle quali recitò ella stessa) ai maggiori musicisti dell’epoca, tra cui Hendel e Cimarosa.

Aurora e l’Arcadia

Nel 1695 Aurora entrò nell’accademia dell’Arcadia, assumendo il nome di Lucinda Coritesia.
Il suo modo di far poesia fu pertanto quello tipico dell’Arcadia, che privilegiava l’uso del sonetto e della canzone, con un ritorno tematico alla semplicità naturale e pastorale: per Aurora i temi erano prevalentemente malinconici e avvolti in una sorta di sospirante sentimentalismo.

L’idillio rurale lucano come mito poetico

Ma la sua opera fu anche profondamente influenzata dal paesaggio rurale dell’entroterra lucano. Questi scenari incantati e irreali, tali da apparire dipinti, costituirono uno spunto fondamentale e uno sfondo pressoché perfetto per la narrazione di una natura idilliaca, di un mondo fiabesco, ricco, attraente benché vago, indefinito, lontano.
Il microcosmo poetico di Aurora non ammetteva riferimenti alla situazione storico-politica contemporanea e sembrava vivere del tutto avulso dal mondo esterno, in una sorta di sognante distacco dalla realtà.

Le pietre, i pascoli, le acque e le luci della valle costituivano così la materia prima con cui la poesia e i sogni stessi di Aurora erano costruiti, ma fu a sua volta lei, nel breve tempo della sua vita, a illuminare il mondo di cui avrebbe poi fatto poesia.

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Pane cotto

Sab, 05/04/2019 - 17:06
Livello di difficoltà: BASSOCosto: BASSOTipologia: PRIMI PIATTI, RICETTE TRADIZIONALIINGREDIENTI
  • 300 g di pane casereccio raffermo
  • 2 uova
  • ½ cipolla
  • peperoncino q.b.
  • 1 litro di acqua
  • qualche foglia di prezzemolo
  • olio extravergine di oliva q.b.
  • sale q.b.
PREPARAZIONE

In una padella capiente fate soffriggere l’olio con la cipolla e un pizzico di peperoncino.

Aggiungete quindi al soffritto circa 1 litro di acqua che porterete a bollore. A questo punto unitevi il prezzemolo, le uova (intere o sbattute) e del sale a piacimento.

In un piatto da zuppa sistemate le fette di pane raffermo, cospargetele con il brodo bollente e, infine, con un filo di olio extravergine di oliva.

CURIOSITÀ

Il tradizionale “pane cotto” lucano è un piatto d’altri tempi, nato dalla necessità dei contadini e della popolazione più povera di riutilizzare il pane raffermo insieme a prodotti facilmente reperibili come uova, verdure di campo, ecc… In questa maniera si evitavano inutili sprechi di cibo in tempi in cui moltissime persone non riuscivano a soddisfare il proprio fabbisogno nutrizionale giornaliero.

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