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Quaderni di Naturopatia Complementare 2 - Il pensiero che guarisce

Il pensiero che guarisce

Alla ricerca dello stato creativo della mente

Nell’articolo “Come compiere miracoli e altre cose facili da fare” ho raccontato di tutte le ricerche che hanno dimostrato come uno stato d’animo improntato alla fiducia dia la possibilità (ma non la certezza) di ottenere guarigioni che risultano anomale per la scienza.
Sappiamo anche che questo stato d’animo positivo NON dà la certezza della guarigione, che resta statisticamente bassa, ma sappiamo anche che la mancanza di questo stato d’animo dà la certezza contraria: nessuno guarisce contro le aspettative della scienza se pensa negativo.
Ho poi raccontato quel che si sa sulle caratteristiche di questo pensiero che cura. E non è molto!
Ci mancano perfino le parole per descrivere cosa succede nella nostra mente quando entriamo in questa modalità.
Possiamo però individuare due qualità essenziali.
Non desiderare di soffrire.
Rendersi conto che la mente mente (sennò si chiamava sincera) e che siamo quindi superlativi nell’arte di sbagliare, confonderci, produrre qui pro quo, malintesi, falsi ricordi e confusione in genere.

Le persone che vogliono soffrire NON hanno nessuna possibilità di smettere di soffrire.
E le persone che sono convinte di avere sempre ragione coltivano una stolida presunzione che li porta ad avere un atteggiamento duro e chiuso verso se stessi e gli altri.
Sanno nel loro intimo che anche loro fanno cazzate dalla mattina alla sera ma lo negano.

Come ho detto non possiamo riuscire a descrivere lo stato creativo/guaritore della mente, perché ci mancano proprio le parole per dirlo, ma possiamo tracciarne i confini, determinandolo per esclusione.

Ora vorrei chiarire che quando dico che ci mancano le parole per descrivere lo stato della mente che sto chiamando creativo, intendo esattamente quello che scrivo.
Il problema è che non parliamo abbastanza di come ci sentiamo in certe situazioni e quindi non abbiamo identificato questi stati mentali, non abbiamo forgiato parole per indicarli quindi siamo sostanzialmente incapaci di vedere un pezzo della realtà che viviamo.
C’è una storia che non so se sia vera ma che illustra molto bene questo concetto: si dice che quando i primi nativi americani videro gli spagnoli sbarcare dalle barche, non riuscirono a identificare le navi dalle quali le barche provenivano: per loro erano qualche cosa di talmente incredibilmente grande che le identificarono come nuvole.
Ciò a dire che se non pensi che una cosa possa esistere non la vedi.
Una recente ricerca ha scoperto che gli jahai, Malesia, usano parecchie parole per indicare specifici odori.
Noi abbiamo parole che indicano i colori, ed è chiaro a tutti a cosa mi riferisco con la parola blu; ugualmente gli jahai hanno parole che identificano precisamente determinate categorie di aromi. “Ad esempio, itpit si usa per descrivere il profumo di alcuni fiori, dei frutti maturi, del legno di aquilaria e dei binturong, particolari animali chiamati anche orsi-gatto. Un’altra parola… è cŋɛs, utilizzata per descrivere l’odore di benzina, fumo, escrementi e tane di pipistrello, alcune specie di millepiedi e le radici dello zenzero selvatico.”
“…l’odore della cannella è cŋəs (che è diverso da cŋɛs, nda), la stessa parola che usano per l’odore di aglio, cipolla, caffè, cioccolato e cocco. Questo sembra indicare che siano in grado di individuare alcune proprietà comuni agli odori di questi alimenti.” (vedi Internazionale)
Tanto per rendersi conto della complessità di questo sistema di identificazione degli aromi olfattivi essi usano due parole per descrivere l’odore dell’urina e tre parole per descrivere quello del sangue di diversi animali (qui lista parole: Olfaction in Aslian Ideology and Language)
Questa cultura dell’odore permette agli jahai di descrivere qualunque odore scomponendolo nei “colori” (aromi) che lo compongono; e quindi gli jahai danno tutti la stessa descrizione degli stessi odori, cosa che invece noi occidentali non riusciamo a fare proprio perché ci mancano i nomi condivisi e non abbiamo identificato una tavola cromatica degli odori a cui riferirci.
Ed è da notare che questa coscienza delle sfumature olfattive fa sì che tutto il sistema culturale sia differente. Ad esempio gli jahai pensano che i rapporti con le divinità passino per gli odori, e che nella cura delle malattie sia indispensabile usare gli odori che guariscono. E se il sangue di un certo animale ha un certo odore non si può lavarne la carne nell’acqua del fiume.

Nella nostra cultura la coscienza gli odori è molto limitata e similmente non abbiamo identificato gli “odori” del nostro stato d’animo. Anche il concetto di stato d’animo è limitativo. Parliamo di una classe di concetti che va dallo stato di coscienza, al modo di pensare, all’umore, le emozioni che proviamo pensando, il punto di vista sulla vita, l’atteggiamento etico, la sensibilità, l’empatia.
Potremmo indicare tutto questo parlando di qualità del nostro software mentale.

Chiarita la misura dell’ostacolo che sto cercando di superare raccontando le qualità del pensiero creativo (abbiate pietà di me) torniamo al cuore del discorso.
Stiamo mappando gli elementi essenziali del pensiero negativo allo scopo di indicare i confini entro i quali si muove la mente creativa.
Abbiamo individuato il desiderio di soffrire e l’idea di aver sempre ragione come elementi centrali nel pensiero negativo.
A partire soltanto da queste due semplici idee (stupide) la maggioranza delle persone riesce a costruire tutta la cattedrale del loro punto di vista e del loro modo di pensare.
Se non fosse così non ci sarebbero guerre, corruzione e miseria.

Soffro abbastanza?
Forse qualcuno negherà che una colonna portante del pensiero dominante sia il desiderio di soffrire.
Questo perché tendiamo a nasconderlo.
In effetti poche persone vanno in giro a dire: Io voglio stare veramente male!
Qualcuno in effetti c’è… Gente che si frusta come atto di devozione al suo Dio. Gente che si fa crocifiggere, che si infila spunzoni acuminati in ogni dove… Ma sono in effetti casi limite.
Ma quante volte hai sentito a dire che per imparare bisogna accettare sacrifici? Quante volte ti hanno raccontato che solo con il dolore si cresce?
Quante persone dicono che la vita fa schifo? Quanti si commiserano?
E quante volte abbiamo scoperto che la sofferenza può diventare un vantaggio sociale? I mafiosi dicono chiagni e fotti, (piangi e fotti).
Quante persone conosci che usano la loro tristezza e il loro dolore per prendere potere sugli altri?
Quanta gente ha impostato le proprie conversazioni sull’unico canale della lamentazione?
La vita è complicata, non si capisce niente e a volte il destino prende la mazza da baseball e te la sbatte violentemente in testa.
Tutto è provvisorio, fragile, dubbio.
Così succede che siamo tentati di attaccarci al dolore.
Il dolore è chiaro, è certo, e ti assolve da tutti i tuoi peccati restituendoti la purezza di un bambino.
Le persone soffrono anche per vendetta, per punire gli altri…
Ovviamente non sto dicendo che tutte le persone che soffrono sono degli speculatori. Ahimè soffrono anche persone squisite che non usano in nessun modo il dolore. Persone che riescono a conservare la propria umanità nonostante tutto. Persone che vivono il proprio dolore senza venderlo a caro prezzo.
Quante volte ti è capitato di vedere una persona che soffre in modo spaventoso e poi accorgerti che in effetti non gli è successo un cazzo?… E quante volte hai incontrato una persona che fa di tutto per essere positiva e vitale e dare agli altri allegria e serenità e poi ti accorgi che a questa persona sono successe cose allucinanti?
E anche senza arrivare allo sfruttamento utilitaristico o vendicativo del dolore, saprai che a volte, di fronte a un dolore potente, rischi di cadere in uno stato di autocommiserazione… arrivi quasi a cullarti nel tuo dolore, a conservarlo e venerarlo come un tempio. Quante persone a distanza di anni continuano a vivere un lutto con la stessa terribile intensità del primo giorno?
Quante persone restano avvinghiate al loro lutto quasi fosse un atto di devozione per la persona che hanno perso?
Quante volte TU hai sentito un impulso simile?… La terribile voglia di coltivare il dolore.
E in fondo anche una certa psicanalisi è una ritualità del dolore…
Paghi una persona che ti aiuti a rivangare tutto il tuo passato alla ricerca dei ricordi più tragici!
Ma oltre a chi coltiva il dolore come attività prioritaria c’è anche chi, più modestamente, rinuncia al piacere. Tutte le cose più piacevoli o sono vietate o fanno ingrassare.
Quanti dicono: “Nella scelta del lavoro bisogna mettere al primo posto la sicurezza”.
Quante persone rinunciano all’allegria perché in fondo il grigio e l’anestesia totale esistenziale costante sono meglio?
Non innamorarsi, non avere amici, non avere passioni, ci mette al sicuro da molti dolori. E non è certo possibile trovare un lavoro che ti piaccia e che sia anche pagato…
Quante persone conosci invece che si impegnano con dedizione a coltivare il piacere? Quante persone vedi che fanno un lavoro che sarebbero disposti a pagare loro pur di farlo? Quante persone coltivano passioni? Quanti si dedicano con lena a incontrare gli amici, partecipare a feste e ad altre attività piacevoli?
È incredibile che mentre la nostra società e la nostra cultura paiono improntate al piacere, all’edonismo, al lusso e al consumismo, questa spasmodica ricerca del benessere poi non si traduca in un lavoro metodico per raggiungere il piacere più intenso.
Quante persone fotografano ossessivamente il tramonto con le loro super macchine fotografiche ma non perdono mai tempo a guardarlo?
Tutto il sistema dominante di identificazione del piacere è sfasato!
Ci sono milioni di canzoni e poesie che raccontano tutto dal primo sguardo al primo bacio. Milioni di canzoni e poesie che narrano quel che succede tra la prima litigata e il divorzio con coltellate. Perché non c’è quasi nulla che racconti come si fa a godersi la vita assieme continuando ad amarsi?
È tutto finto: il piacere terrorizza! Il godimento ti rende fragile, senza difese, senza muri e corazze. Il godimento a molti fa schifo.

Soffrire è facile, sono capaci tutti!
Per provare piacere invece serve intelligenza.
La ricerca del piacere senza intelligenza finisce per cambiarsi in noia. È pieno il mondo di persone che si annoiano in Rolls Royce, sul jet privato, sulla pista da sci riservata, sul super yacht da 50 metri. Che palle andare a letto con 10 ragazze perfette.
E se hai tutto e non ti diverti per niente ti terrorizzi perché hai paura che non ci sia proprio niente di buono nella vita.
Niente che ti possa soddisfare.
Non a caso i miliardari non sono la categoria sociale che vive più a lungo.

Il simbolo di questa parossistica ricerca del piacere consumistico lo troviamo nei film porno. Verrebbe da pensare che un film porno ci faccia vedere persone che godono in maniera pazzesca. In nove scene su dieci i due o più amanti si sbattono in tutte le maniere possibili e immaginabili e poi il maschio si stacca dalla femmina e si masturba da solo!!! Quel che viene rappresentato non è il piacere fisico ma il gusto mentale di schizzare una ragazza bellissima. Senza contare poi tutti i porno nei quali non c’è proprio nessun piacere, solo botte e cattiverie varie. 

La ricerca del piacere comporta una decisione, una scelta e tempo dedicato a scoprire cosa desideri veramente, cosa ti piace e come ti piace. E poi comporta il rifiuto di qualunque situazione non sia piacevole, sia noiosa, degradante, inutile.
La ricerca del piacere è un’avventura esaltante che richiede passione, impegno, attenzione, ascolto e cervello.
La vita non è eterna e per prendere tutto il piacere possibile devi darti una mossa.

Nella prossima puntata ti parlerò dell’altra colonna del pensiero negativo dominante: l’idea di aver sempre ragione.
Cercherò poi di dimostrare che chi non cerca il piacere ed è convinto di aver sempre ragione, si vede poi come un’entità separata dal resto del mondo e dell’umanità. Nella nostra cultura il senso di appartenenza alla comunità umana e alla più vasta comunità delle creature viventi è molto flebile. E questa è la terza ed ultima grande limitazione mentale.
E cercherò di dimostrare che una persona ha centrato l’essenza del pensiero creativo se mette il valore del piacere, la coscienza dei proprie errori e il senso di appartenenza al mondo al centro del suo modo di vedere. E non è poi così difficile riuscirci!

Jacopo Fo

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