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Paranoia fredda: non avere un sogno fa malissimo

Quaderni di Naturopatia Complementare 11

C'è un esperimento che da tempo mi fa riflettere. Un esperimento malvagio, con strani risultati.
Hanno preso tre gruppi di topi. Il primo viene lasciato vivere in pace. Il secondo viene colpito in modo casuale da una serie di scariche elettriche. Il terzo gruppo subisce anch'esso scariche elettriche ma ha la possibilità di bloccare queste scosse tramite un pulsante. Quale gruppo di topi vive più a lungo? I topi che subiscono la scarica elettrica senza poter fare niente per evitarlo muoiono prima di quelli lasciati in pace nelle loro gabbiette. Lo stress uccide... Ma quelli che vivono di più sono i roditori che subiscono le scosse ma hanno modo di reagire.
A quanto pare la soddisfazione che si trae dall'affrontare con successo una difficoltà ha un potere vitalizzante tale da allungare la vita di un roditore che di certo ha un sistema psichico meno evoluto del nostro. È quindi ipotizzabile che l'effetto della soddisfazione sia per gli umani ancora più forte. Le conferme non mancano. Molte ricerche dimostrano che avere un sogno e darsi da fare per realizzarlo ha un effetto notevole sulla salute fisica e mentale.
Sarebbe importante diffondere questa informazione: troppe persone non si rendono conto che la causa prima del loro malessere è la mancanza di una sfida emozionante. Una sfida che per offrire il massimo del benessere deve essere ardua ma realizzabile. Infatti, vincere fa proprio bene. Ho letto che i vincitori dell'Oscar vivono mediamente 5 anni in più degli artisti che magari guadagnano moltissimo ma non godono per la pubblica approvazione.
E possiamo supporre che la mancanza di un obiettivo nella vita sia una delle principali ragioni di malessere. Trovo impressionante la quantità di persone che non hanno il piacere di focalizzare le proprie energie verso un risultato positivo.
Anche senza ricorrere alle prove scientifiche mi sembra banale osservare che queste persone hanno una qualità di vita inferiore e tendono a perdere energia. Credo che oggi, da noi, questa sindrome di assenza di senso sia una patologia particolarmente diffusa. E credo che andrebbero denunciati come untori psicologici quelli che si affannano a dire che i giovani italiani  sono una generazione senza speranze... Sono portatori sani di mal di testa, cistiti e gastriti.
Similmente pericolosi mi sembrano coloro che propongono grandi imprese che non hanno nessuna possibilità di avere successo. Avere un grande sogno che non porta da nessuna parte deprime il sistema immunitario. Per questo da tempo ho aderito alla filosofia dei piccoli passi. Trovo estremamente produttivo darsi obiettivi realizzabili in poco tempo. Questo a molti sembra vile ma l'atteggiamento spaccone provoca depressioni paranoiche.

Se i delusi, gli stanchi, i post apatici, i passivi, i vacui inseguitori di vittorie insignificanti, i tessitori di trame bacate si convincessero che corrono un rischio mortale, forse potrebbero risvegliarsi.
Ma forse c'è un altro argomento che potrebbe dare coraggio alle persone tiepide: se non passi all'azione rischi di cadere vittima della paranoia fredda, del terrore lento.
Infatti, chi si butta a realizzare i propri sogni invece di conservarli nei cassetti blindati della propria fantasia, chi accetta la sfida della realtà e si scontra con le dure asperità del mondo e qualche volta riesce anche a ottenere risultati, si allena, conosce le proprie potenzialità e fa crescere la fiducia, la speranza di poter affrontare i rovesci, semplicemente perché sa di essere capace di impegno, duttilità, determinazione. E sa che insistere paga.
E come si sente chi rinuncia? Non sperimenta la propria forza, non la coltiva, non la allena. E quindi si sente molto più debole e incapace, e teme enormemente di più di essere colpito dalla malasorte e di non essere in grado di reagire. È una forma di paura, di ansia che verticalizza lo stress, e debilita il corpo e la mente. Si tratta di uno stress di tipo stanco, di sottofondo, non esplosivo, un panico freddo appunto, apparentemente meno potente degli stress shoccanti ma forse più dannoso.
Inoltre, chi rinuncia a prendere il proprio posto nel mondo, a realizzare la propria leggenda personale, chi si sottrae, magari acquattandosi in un buchetto tranquillo, disperde una parte essenziale dell'energia dell'umanità.
Ogni essere è un'entità unica, l'unica a poter compiere quella certa azione in quel particolare modo. Possiamo immaginare che tutti i malanni del mondo siano frutto della rinuncia di un gran numero di persone.
Quando il peggio trionfa è perché troppi hanno rinunciato a produrre la loro parte di meglio. Questa abulia sociale è la forza di coloro che hanno come obiettivo la devastazione delle vite degli altri.
I guerrafondai, i razzisti, i grandi criminali non avrebbero compiuto le loro orribili imprese senza la passività di gran parte del popolo.

E se ancora questo discorso non bastasse aggiungo che se non ti butti nella vita riduci pesantemente la tua possibilità di incontrare persone interessanti il che è grave perché la vita è l'arte dell'incontro.
E siccome per realizzare qualunque impresa è fondamentale la capacità di conoscere persone di valore e cooperare, se non partecipi ai tuoi sogni rinunci al piacere della collaborazione, che è un bisogno fondamentale per le persone, un istinto primario come mangiare e dormire.
E questo comporta il più grave danno immaginabile alla tua ricchezza: perdi la possibilità di guadagnare un grande capitale umano!
Il capitale umano si calcola molto semplicemente: quante persone sono disposte ad alzarsi nel cuore della notte per venirti a soccorrere, gratis?
Fai due conti. Se ce ne sono meno di dieci stai vivendo la miseria più nera!
È il corrispettivo relazionale di vivere con meno di un dollaro al giorno. È uno stato esistenziale malinconico e doloroso.
Un altro sistema per calcolare il proprio capitale umano si ottiene contando con quante persone che non conoscevi hai avuto la possibilità di parlare per almeno mezz'ora nell'ultimo anno. Se sono meno di 30 ti consiglio seriamente di iscriverti a una scuola di Salsa e di organizzare una cena conviviale almeno una volta al mese.

Ah... Dimenticavo... Realizzare imprese appassionanti è veramente orgasmatico, godurioso ed esalta l'attività endocrina.
Inoltre scatena la libido. Sia la tua che quella delle persone che ti stanno intorno. Il desiderio si coltiva realizzando desideri ed è infettivo.

Jacopo Fo

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Ma come fai a pensare? Mannaggia! Si ragiona poco su come si ragiona. E io ho dei sospetti molto affascinanti.

Quaderni della Scuola di Naturopatia Complementare 10

Mi telefona Laura Malucelli, persona meravigliosa. Parliamo di un progetto e lei mi dice: “Dobbiamo trovare il Mare Blu!”
E io le dico: “Cosa?”
“Il Mare Blu”. Mi cita uno scrittore che dice che qualunque cosa tu debba fare devi trovare un mare che non sia infestato da squali. Se ci sono gli squali è un mare rosso e non va bene… Devi cercare uno spazio nuovo, dove non c’è molta concorrenza… Allora puoi ottenere grandi risultati.”
Beh, grazie Laura.
Parlando con Laura si è verificato nella mia mente un fenomeno di COMPRENSIONE IMMEDIATA TOTALE ISTANTANEA, esperienza magica che si può sperimentare solo tra persone che hanno una grande sintonia sui fondamenti della vita. Pensandoci bene però mi ricordo una notte di tempesta in cui è successa una cosa strana.
Ero nella peggiore discoteca di Roma, un posto che veniva chiuso una volta alla settimana per sparatoria. C’era uno stretto corridoio e un borgataro enorme, con la giacca di pelle si era messo di traverso con il braccio appoggiato al muro. Se volevi passare dovevi inchinarti per transitare al di sotto del braccio, tipo Forche Caudine.
Vicino al borgataro stavano altri 4 ragazzotti.
Io arrivo, non mi chino, vado a sbattere con la mia esile cassa toracica contro il suo braccio e passo. 
Lui dice qualche cosa di sgarbato, io mi giro e gli faccio cenno di venirmi sotto. Pesavo 58 chili, ero un chiodo senza spalle ma non me ne fregava un cazzo. Ero molto giovane e molto arrabbiato, e per tutta una serie di ragioni, difficili da spiegare brevemente, avevo un martello da carpentiere sotto la giacca. I primi due li lasciavo per terra, quel che sarebbe successo poi non mi interessava minimamente… Così gli faccio il cenno di farsi sotto,  un gesto con la mano aperta che vuol dire: vieni avanti!
Il borgataro mi osserva e mi fa: “Guarda che tu sei troppo nervoso. Non puoi prendere la vita così, ti ammali, bisogna rilassarsi un po’!” E me lo dice senza scherno, senza doppi sensi, in amicizia.
Per me è stata una lezione che mi ha cambiato la vita in dieci secondi. Di lì a tre mesi avevo lasciato la città e mi ero trasferito nella casa che poi sarebbe diventata Alcatraz.
Quella frase ha fatto saltare tutti i miei progetti, perché mi aveva fatto capire che stavo dando fuori di testa. E che era ora di scappare da Roma e cercare un ritmo di vita più umano. Se non lo facevo finivo veramente male… Ed essere maciullato da 5 energumeni in discoteca in fondo non era l’ipotesi peggiore su quel che mi poteva capitare.

Pensando a quell’evento mi chiedo: cosa è successo praticamente nella mia mente?
Vorrei cercare di descrivere un’ipotesi su cosa succede nella nostra mente quando acquisiamo una nuova idea.
Laura mi spiega in due parole il concetto Mare Blu, e io lo assimilo profondamente, lo inscrivo nel mio panorama mentale. E istantaneamente l’idea di cercare il Mare Blu quando penso a un progetto diventa per me una bussola che userò svariate volte.
Ma forse detto così non si capisce un gran che, provo a spiegarmi migliormente.

Se osservo come percepisco l’attività di pensare mi viene l’immagine di un grande schermo che occupa praticamente tutto il mio campo visivo, attorniato da una cornice nera sfocata ai margini. Questo schermo mi dà la sensazione di essere incurvato orizzontalmente e a riposo è di un color terra chiara, una situazione con poca luce…
Quando inizio a parlare, un istante prima, una parte del mio cervello fa qualche cosa che potrei indicare come la proiezione di una figura tridimensionale su questo schermo. Una specie di pietra levigata marrone, che di per sé non ha nessun significato ma è come il titolo di quel che sto per dire. È come se inviassi alla mia memoria il titolo del file che deve essere ripescato e raccontato.
In altri casi sullo schermo mentale appaiono sequenze di un film su quanto mi è successo. Oppure immagini. Se ricordo una sensazione la sento in tutto il corpo e sullo schermo mentale vedo solo dei piccoli bagliori, rifessi, tremolii, increspature, lampi sullo schermo che è diventato grigio scuro, di un materiale morbido e gommoso.

Questa idea dello schermo è ormai abbastanza diffusa, anche grazie a Daniel Tammet, il primo autistico capace non solo di fare calcoli incredibili a mente ma anche di descrivere come questo accade nella sua mente, descrive la formazione di un numero nel suo schermo mentale, come una nuvola nella quale ogni bozzo è di diverso colore e rappresenta una diversa cifra. Lui dice che ogni cifra è anche una sensazione, uno stato d’animo, un sapore. Ad esempio il 6 è triste.

Il modello accademico della mente
Come in tutto il sapere accademico anche nelle neuroscienze è scoppiato il casino.
Negli anni ’70 giunse la notizia che la parte sinistra del cervello era quella razionale (linguaggio) e quella destra irrazionale (emozioni).
Ma con le nuove tecnologie si è scoperto che in realtà la divisione non è così drastica. Poi si è scoperto che la corteccia, la parte più evoluta, è una specie di schermo sul quale rimbalzano i pensieri.
Poi si è visto che pure la spina dorsale entra in fibrillazione di fronte a certe idee e le emozioni determinano modificazioni nel corpo, dall’efficienza del sistema immunitario a tutto il resto. E c’è pure una dependance del cervello che sta sotto l’ombelico e si occupa di alcune funzioni fondamentali come l’equilibrio e la coordinazione dei movimenti (avevano ragione gli antichi cinesi e centroamericani).
Io credo che ben presto verrà provato che in realtà si pensa con tutto il corpo e che la corteccia cerebrale non è uno schermo ma qualche cosa di molto più complesso.
Nell’articolo precedente “Anatomia umana: mi manca un pezzo! Chi coordina tutte le funzioni del mio corpo?” ho affrontato la questione di come il corpo regoli tutta la molteplicità enorme delle sue funzioni, così intimamente connesse.
Il funzionamento del pensare credo abbia grandi analogie.
Il pensiero non avviene come generalmente si crede nella mente. La mente nel suo complesso è solo il proiettore meccanico. Ugualmente al fatto che il dna non è il centro decisionale della cellula ma solo la fabbrica dei componenti di base che poi vengono sviluppati da un sistema complesso di azione e retroazione che è basato nella membrana che riveste la cellula (Lipton).
La capacità di giudizio a mio parere non risiede nel cervello. E solo una parte della mente risiede nel cervello, tutte le cellule del corpo cooperano in risonanza con i neuroni costituendo un unico hardware. Ogni cellula è un bit. Connessioni tra i neuroni e tra le restanti cellule del corpo, immagazzinano ricordi, parole, immagini, emozioni, sensazioni. Se dico la parola fragola io sento anche a livello corporeo la sensazione fragola che contiene tutte le memorie relative all’esperienza fragola. Se mia zia Luigina mi ha dato un pizzicotto sulla guancia mentre mi infilava in bocca una bella fragola matura per me il concetto fragola sarà indissolubilmente legato alla memoria della mia guancia ancora traumatizzata per il pizzicotto.
Non esiste nessun punto del corpo che può concepire un ricordo o un pensiero senza che tutto il corpo dia il suo contributo a dar corpo e spessore emotivo al pensiero.

L’organizzazione della conoscenza
Giorni fa ho letto su Internazionale (Santi subito!) di una serie di ricerche sul fatto che il cervello umano riesce a gestire pienamente le emozioni solo dopo i 25 anni, perché solo allora ha completato la sua crescita.
Questo modello è basato su un’idea nella quale la corporeità, la materia, è dominante.
Io credo che la questione potrebbe essere rovesciata.
Dai primi giorni di vita ai 25 anni compiamo un immane lavoro di sistematizzazione delle esperienze.
Costruiamo un vero e proprio universo mentale i cui fondamenti minimi (similmente alle particelle sub atomiche) sono i legami tra cellule e neuroni che registrano la memoria di esperienze/concetto. Piaget sostiene che il bambino esperisce gli oggetti meticolosamente e prima di formare l’idea sedia, deve toccarla, guardarla, sedercisi sopra, spingerla, passarci sotto, leccarla, annusarla. Un lavoro enorme che porta ad assimilare il concetto sedia. Da lì in poi siamo capaci di riconoscere una sedia nelle forme, nei colori e nei materiali più diversi, guardandola da qualsiasi punto di vista. Abbiamo quindi creato un modello di sedietà assoluta che sappiamo maneggiare molto bene.
Assimiliamo per alcuni anni una notevole quantità di concetti regalativi a cose materiali ma anche a situazioni, relazioni, comportamenti, questioni morali e principi generali.
Tessiamo letteralmente connessioni stabili che sono gli ingranaggi di una macchina che via via ci permette di affrontare classi di giudizio sempre più complesse, sistemi di confronto, misurazione, classificazione. Costruiamo pezzi sempre più complessi e gradualmente riusciamo a metterli in reciproca relazione.
Quando diamo un giudizio a volte impieghiamo meno di un secondo per formularlo proprio perché attiviamo questa macchina che processa la situazione che abbiamo di fronte sulla base di un sistema di identificazione che abbiamo impiegato anni a mettere insieme e che teoricamente dovrebbe continuare a migliorare negli anni grazie all’esperienza. 
Quando, ancora bambini, abbiamo assimilato un numero sufficiente di  identificazione iniziamo a scorgere similitudini e a porci domande (perché l’erba è verde?).
Crescendo acquisiamo un numero sufficiente di spiegazioni e riusciamo quindi a completare un modello di cosa si può fare e cosa no (non bisogna mai buttarsi dalla finestra!).
Via via questo modello si arricchisce ed entra in gioco la capacità di dare un giudizio morale e di scegliere cosa ci piace di più. Impariamo a modulare quel che vogliamo fare con quel che è permesso fare.
Nell’adolescenza acquisiamo la stupefacente capacità di organizzare progetti complessi, darci degli obiettivi e impegnarci per raggiungerli, sperimentiamo le meraviglie della volontà.
La maturità della mente si raggiunge quando arriviamo a strutturare un numero di esperienze che raggiunge una massa critica e riusciamo quindi a mettere in relazione due sistemi di idee: siamo capaci di sottoporre un progetto alla verifica dell’esperienza; grazie ai risultati delle nostre azioni cerchiamo di valutare se un’idea è realizzabile o no. Ugualmente siamo capaci di filtrare le nostre reazioni nel corso delle relazioni con gli altri, moderandole sulla base delle esperienze accumulate. È quel che viene detta “intelligenza relazionale”.
Ovviamente questo sviluppo della piena capacità di giudizio va di pari passo con il conseguente sviluppo fisiologico del cervello.
Sono le capacità di pensiero la causa dello sviluppo della materia grigia, non è lo sviluppo della materia grigia a determinare la maturità dell’intelligenza.
Mi fermo qui. Sul resto, su come lavora la mente durante il processo creativo, ci sto ancora pensando.
Sono graditi commenti… Ma ti prego di postarli qui sotto, non mandarli per mail, così facciamo una conversazione circolare. Grazie.

Jacopo Fo

Anatomia umana: mi manca un pezzo! Chi coordina tutte le funzioni del mio corpo?

Anatomia umana: mi manca un pezzo! Chi coordina tutte le funzioni del mio corpo?

Quaderni della Scuola di Naturopatia Complementare 9

Innanzi tutto vorrei ringraziarti per il fatto che stai leggendo questo articolo. La possibilità di incontrare su questo blog persone interessate a ragionare su temi strani è quel che mi dà la voglia di raccontare. Il ristorante di Alcatraz è un posto dove si fanno conversazioni straordinarie e nascono idee, ed è già un lusso enorme… Avere poi chi ha voglia pure di leggerle queste idee è il massimo. Grazie.

La questione che vorrei sottoporti oggi nasce dalla constatazione di una situazione curiosa e stupefacente.
Solo negli ultimi decenni è iniziata a circolare una domanda: ma come fa il corpo a regolare l’enorme varietà di funzioni fisiologiche?
A rigor di logica ci dovrebbe essere una centrale operativa globale che tiene sotto controllo temperatura, pressione sanguigna, respirazione, digestione, produzione di enzimi, proteine, funzioni depurative, espulsive, eccetera.
In ogni minuto le variazioni del mondo intorno a noi, le emozioni che proviamo, quel che pensiamo, interagisce alla velocità della luce con tutte le funzioni organiche.
Costantemente il nostro corpo compie un numero spropositato di regolazioni di sistemi che si influenzano reciprocamente. È un compito veramente notevole che richiederebbe una quantità di computer. Un lavoro che verrebbe da pensare sia svolto da un organo bello grosso.
La questione diventa ancora più affascinante proprio se si considera che non c’è da nessuna parte nel nostro corpo un organo di controllo e ottimizzazione globale. Né piccolo né grande.
Alcuni pensano che questo lavoro lo svolga una parte del cervello. Ma in effetti non è così. Alcune funzioni vengono espletate dalla materia grigia ma non abbiamo nessun elemento che ci faccia pensare che sia nel cranio il sistema di controllo globale.
Quella che sto ponendoti non è solo una questione scientifica. L’idea che hai in proposito può incidere in modo determinante sulle tue scelte quotidiane, sulle tue strategie e sull’idea che hai del futuro del mondo.
Se io vedo il corpo umano come una serie di organi che lavorano ognuno per i fatti suoi e non riconosco l’esistenza di una intelligenza fisiologica sarò portato a vedere allo stesso modo la mia famiglia. Quando litigo con mia moglie posso concentrarmi su quello che lei ha fatto e che mi ha offeso, oppure posso vedere quello che succede tra di noi non in termini di scontro tra due individui ma come risultato di un’interazione. Cioè, guardo la questione ampliando il mio orizzonte. Lei mi ha detto una frase scortese ma dietro questa azione c’è magari il fatto che sto lavorando troppo e sono stanco e spesso sono incapace di relazione e mi chiudo mettendomi a fare un videogame… Se inizio a guardare in questo modo la mia relazione vedo aspetti che prima non vedevo. Effetti di atteggiamenti reciproci. E magari scopro che la soluzione non è discutere ogni singola colpa e ogni singola causa ma inventarsi qualche cosa di nuovo da fare assieme che porti a superare il momento di difficoltà di comunicazione.
E se credo che il mio corpo abbia un’intelligenza fisiologica magari posso essere più ottimista sui destini dell’Italia e pensare che un popolo dove un cittadino su 10 fa volontariato solidale e una famiglia su 5 ha adottato un’altra famiglia che è in difficoltà e l’aiuta in modo continuativo, un popolo presso il quale è diffusa la sensibilità e la dimestichezza con il bello (abbiamo arte ovunque) possa trovare una botta di intelligenza collettiva tale da uscire da questa fase disastrosa. E magari un evento che mi pare negativo apre a sviluppi positivi che non riesco a immaginare.

Ma torniamo alla domanda iniziale: dov’è il centro di controllo globale umano?
Per affrontare questa questione dobbiamo innanzi tutto partire da due libri fondamentali.
Fritjof Capra e Pier Luigi Luisi sono gli autori di Vita e natura, una visione sistemica edito da Aboca, un libro fondamentale perché mette insieme tutte le ricerche sul modo utilizzato dalla natura per autoregolarsi.
In sostanza si è scoperto che non si riesce a capire la natura se la si spezzetta in singoli fenomeni.
Il mare, una foresta, l’intero pianeta sono sistemi sinergici dominati dal principio della cooperazione.
Ad esempio, la Teoria di Gaia parte dall’osservazione del fatto che il clima terrestre risente meno di quel che si potrebbe pensare dell’aumento periodico del calore del sole. Gli scienziati da tempo hanno osservato che è come se la terra reagisse all’aumento dell’insolazione mettendosi gli occhiali scuri.
I sostenitori della teoria sistemica osservano che l’aumento della capacità dell’atmosfera terrestre di filtrare dei raggi solari, che avviene grazie al cambiamento della composizione chimica, comporta una serie enorme di modificazioni che coinvolgono batteri, piante e una serie di reazioni chimiche che a loro volta innescano altre modifiche comportamentali nelle creature viventi. In pratica, per aumentare la capacità di filtro dell’atmosfera tutto il Sistema Terra deve cooperare, a tutti i livelli.
La teoria sistemica si basa sull’idea che questi cambiamenti non avvengano grazie all’azione di una supercoscienza planetaria ma grazie a una serie complessa di reazioni automatiche.
Tutta la scuola sistemica è oggi impegnata principalmente a capire la natura di questo automatismo.
Si tratta infatti di un fenomeno molto raffinato.
Possiamo dire che se sotto una pentola piena d’acqua accendo un fuoco l’acqua si scalda in modo automatico.
La questione diventa complicata quando osserviamo reazioni automatiche molto complesse che non prevedono solo azione e reazione ma la necessità di compiere misurazioni, valutazioni, e scelte tra diverse possibilità di reazione.
Parla in modo affascinante di questo tema la prima parte del libro Biologia delle Credenze di Bruce Lipton. Qui si spiega che è errata l’idea che le decisioni prese dalla cellula siano frutto delle conoscenze contenute nelle sequenze di aminoacidi del Dna.
Il Dna fornisce le informazioni che permettono di costruire gli elementi della cellula e ne determinano la natura. Ma non decide cosa la cellula deve assorbire o espellere né quando è ora di replicarsi. Non decide neanche quali proteine produrre. Anzi le produce in un numero di varietà molto limitato ed è poi qualche altro meccanismo a determinare tutte le varietà di proteine necessarie, momento per momento; e provoca modificazioni nelle proteine di base che danno loro particolari proprietà. E questo avviene sulla base di valutazioni molto complesse delle situazioni interne ed esterne alla cellula.
L’idea è che questo lavoro avvenga sulla base di un sistema di azione-risultato-valutazione del risultato. Gruppi di risultati relativi a una funzione si interfacciano con risultati ottenuti da altre funzioni e azioni e controreazioni determinano in modo meccanico ma estremamente complesso una serie di scelte finali.
Il fatto che gli organismi viventi e addirittura le singole parti delle cellule, siano capaci di produrre azioni che potremmo giudicare in qualche modo intelligenti è affascinante e sta all’origine del mistero della vita.
Per spiegare perché le decine di componenti complesse necessarie a formare una cellula elementare si siano prima assemblate e abbiano cominciato a esistere e poi si siano fuse in un unico organismo è necessario ipotizzare un disegno divino oppure meccanismi insiti nella natura degli atomi e delle molecole che spingono naturalmente a scambiare segnali e reagire reciprocamente. Questa seconda ipotesi in realtà non è in contraddizione con la prima: potremmo benissimo dire che Dio ha agito per creare l’universo non costruendolo pezzo per pezzo ma creando particelle che contengono l’impulso a interagire. Questo impulso, agendo come un frattale, ha determinato lo sviluppo di sistemi di relazione sempre più complessi.
Bruce Lipton, andando alla ricerca del centro decisionale della cellula, arriva a formulare l’ipotesi, molto credibile, che questa funzione risieda nella membrana cellulare.
Essa è formata da un tessuto cosparso da fessure. Attraverso questi orifizi la cellula assorbe tutte le sostanze di cui necessita ed espelle gli scarti. Quindi, ogni volta che una molecola si avvicina alla cellula, la membrana valuta i segnali che le giungono da questa molecola, decide se si tratta di una sostanza di cui ha bisogno in quel momento e se la risposta è positiva apre un orifizio e la risucchia. La stessa complessa operazione la svolge rispetto alle sostanze interne: decide cosa non deve uscire dalla cellula e cosa deve essere buttato fuori. Ed è la membrana che decide quali e quanti tipi di proteine si devono sviluppare provocando le mutazioni necessarie al benessere del sistema.

Ora credo sia più chiaro il senso della mia domanda iniziale.
Per spiegare come funziona la fisiologia umana dobbiamo ipotizzare che esista una parte anatomica che svolge una funzione regolatrice simile a quella che nella cellula è espletata dalla membrana esterna.
In effetti io non ho una risposta. Ma credo che sapere che è questa domanda la linea di confine sulla quale sono impegnati molti scienziati, ed è interessante perché ci spinge a mettere in crisi alcune idee che derivano da modelli della natura che ormai sono antichi. È la scienza stessa che mette in crisi il nostro modo di pensare.

Oggi grazie agli studi della Margulis sappiamo che non è vero che la cellula è un organismo unitario, come abbiamo studiato a scuola.
In realtà è una cooperativa, l’unione tra elementi che esistevano separatamente, infatti il mitocondrio c’era già prima della cellula, esisteva in modo indipendente. La cellula non nasce dal casuale fondersi di molecole semplici ma dall’unione di sistemi complessi, agglomerati di molecole che pur non potendo essere definiti creature viventi erano comunque in grado di generare modificazioni della realtà. Questo fatto genera stupore. Non c’era ancora la vita ma già la materia tendeva ad auto-organizzarsi in sistemi molecolari capaci, ad esempio, di convertire lo zucchero in calore. 
Perché lo facevano? Cosa ci ricavavano? Non erano esseri viventi, non mangiavano, non dovevano replicarsi, non avevano la possibilità di desiderare di muoversi.
Eppure tendevano ad assemblarsi, generare cambiamenti intorno a loro, creare tessuti sistemici. È come se la capacità di produrre azioni fosse un prerequisito della materia stessa, uno sviluppo inevitabile insito delle componenti più primitive e minute dell’universo. Un fenomeno che si sviluppa in modo frattale.

La società capitalista ha generato un modello dell’universo basato sulla divisione e la competizione. Ha letto come frutto di scontro (la lotta per la sopravvivenza) il processo evolutivo e ha spezzettato tutti i fenomeni andando a descriverli come entità separate. La rivoluzione culturale che ha sconvolto il nostro modo di vivere a partire dal 1968, ha generato invece un’idea del mondo che spiega le galassie e la vita con l’esistenza di una universale qualità cooperativa, un impulso alla relazione basata sul mutuo scambio di segnali ed energie. L’esistenza di diverse polarità nelle particelle elementari è la qualità che rende possibile e inevitabile il formarsi di aggregazioni. Senza questa qualità delle particelle più minute e dell’insieme dell’universo, non avremmo stelle, pianeti e galassie ma uno sterminato pulviscolo indifferenziato.
Comprendere questo fenomeno è per la fisica è come comprendere dov’è il centro di coordinamento per la fisiologia.

Intanto che aspettiamo che qualcuno dimostri di aver scoperto dove si trova il centro di coordinamento fisiologico nell’essere umano possiamo però segnalare che esistono ipotesi.

La medicina cinese antica descrive il corpo come un insieme di organi e funzioni collegati tra loro da una serie di canali nei quali scorre l’energia vitale. Quando in un organo c’è troppa energia o ce n’è troppo poca esso non funziona bene. Questa energia viaggia da un organo all’altro, genera il lavoro fisiologico… Ogni organo si nutre di una certa energia e a sua volta la fornisce all’organo successivo in una catena che può anche essere vista come un sistema di ottimizzazione energetica reciproca. 
Questo modello potrebbe essere usato per immaginare un sistema di autoregolazione dell’organismo.
Per decenni la scienza ufficiale non ha riconosciuto l’esistenza fisiologica dei canali cinesi. Solo negli anni ’90 un gruppo di ricercatori (tra i quali l’amico Saudelli) hanno fotografato, grazie a un liquido di contrasto, l’esistenza di una rete sottocutanea chiaramente visibile, corrispondente ai canali antichi e non assimilabile a nulla che fosse allora presente nell’inventario delle parti anatomiche umane.
 
Un'altra idea affascinante è che il luogo della coscienza fisiologica sia nella parte meno considerata del corpo umano: la sostanza che si trova tra una cellula e l’altra e che è quindi presente in tutte le parti del corpo.
E potremmo pensare che le linee di tensione polarizzata che scorrono nel corpo e che i cinesi chiamano canali energetici, siano  le dorsali appenniniche della fibra ottica lungo le quali viaggiano le connessioni tra le aree della sostanza intracellulare.
Sarebbe anche un’ipotesi divertente per la sua risonanza con le ultime scoperte della fisica.
Negli anni ’80 frequentavo alcuni fisici fanatici che sostenevano che la maggior pare della materia è invisibile ed è questa parte invisibile all’origine dei fenomeni strani che la fisica quantistica rileva. A distanza di 20 anni questi deliri sono diventati scienza ufficiale e in tutte le università del mondo si insegna che la materia oscura è addirittura il 90% dell’universo e ovviamente determina in modo potente la natura delle cose.
Un vero schiaffo per la scienza che per decenni era prigioniera di un’idea del mondo nella quale le cose più importanti sono quelle più grosse, i grandi generali fanno la storia e nel rapporto sessuale la parte attiva è quella che entra, mentre la parte ricettiva, quella che prende, viene considerata passiva. Eppure prendere è un verbo che implica anche un significato estremamente attivo (prendo i soldi e scappo).
Troverei divertente se si scoprisse che la vile sostanza intracellulare, considerata alla stregua di un semplice riempitivo, con una funzione paragonabile a quella delle palline di polistirolo per l’imballaggio, sia in realtà il luogo della coscienza fisiologica… Siamo su questo pianeta per stupirci.

Jacopo Fo

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Quaderni di Naturopatia Complementare 8

Venerdì della settimana scorsa è iniziato il corso di Yoga Demenziale… Ne ho fatti più di 300 in 32 anni, un bel numero… Ma riesco sempre a sfruttare le domande che mi vengono fatte per cambiare punto di vista e valutare aspetti che non avevo osservato con attenzione.
Stavo parlando della comunicazione non verbale e di come, con micro cambiamenti delle espressioni del viso, della posizione del corpo e della tonalità della voce comunichiamo con le persone che ci sono di fronte.
Se sono in spiaggia e incontro una persona che non conosco, in costume da bagno, ho pochi elementi razionali per capire se è ricco o povero, colto o ignorante; ciononostante, in pochi secondi, mi basta guardarla muoversi e ascoltare la sua voce per decidere se mi sta simpatica o no.
Si tratta di un giudizio elaborato dalla nostra mente non razionale, istintiva, animale, che si basa su segnali corporei che durano centesimi di secondo e che la mente razionale, evoluta, non è in grado neppure di registrare.
Stavo dicendo che se è vero che questi segnali esistono e sono evidenti e potenti, quello che si racconta nei telefilm, sulla lettura del linguaggio corporeo, è esagerato proprio perché solo rivedendo un video girato a mille fotogrammi al secondo si possono vedere questi segnali. Pensare di poterli leggere e di controllare le risposte corporee è un’illusione (che ha travolto la vita di molti che usano malamente varie “tecniche psicologiche” come la Pnl, Programmazione Neuro Linguistica).
Un giovane mi ha chiesto quale sia il sistema per ottenere una comunicazione non verbale più efficace e positiva.
Ho risposto che in effetti non lo so e non credo che ci sia un modo, anche se il mercato è pieno di imbonitori che vendono trucchi per rendere più potente e persuasivo il proprio linguaggio corporeo. Ma non funzionano. Proprio perché la comunicazione corporea è troppo veloce, sequenze di pochi centesimi di secondo.
Mentre parlavo mi è poi venuto in mente che nel 1976 ero stato molto impressionato da un articolo che raccontava di un giovane imprenditore che teneva personalmente corsi ai suoi venditori, insegnando tecniche di manipolazione non verbale. Entrava nei dettagli minimi, ad esempio spiegando che non si deve appoggiare la propria borsa sulla scrivania del cliente perché è un gesto invasivo. La borsa va appoggiata per terra così da chinarsi più volte per estrarre dépliant e formulari, eseguendo in questo modo una movenza di inchino e di offerta che sottintende sottomissione.
Quell’imprenditore si chiamava Silvio Berlusconi. E certamente le sue tecniche relazionali gli hanno dato notevoli vantaggi immediati. Ma vediamo anche che negli anni non gli hanno evitato di circondarsi di profittatori, succhiasoldi, traditori e persone che al posto del cuore hanno il tassametro… Sai quanto si sarebbe divertito di più Berlusconi se invece di fare il grosso fosse venuto a darmi una mano ad Alcatraz? Magari avrebbe guadagnato un po’ meno… Ma cosa c’è che ti puoi comprare con 7 miliardi di euro che non ti puoi comprare con 100 milioni di euro? (come chiese uno dei due fratelli McDonald all’altro fratello, mentre discutevano sulla possibilità di vendere la loro catena di paninerie rinunciando a possibili immensi guadagni successivi, per ritirarsi dall’attività lavorativa e darsi alla bella vita).
Se il tuo scopo è quello di vivere in armonia con gli altri i trucchi dei mercanti di persuasione è meglio che li lasci perdere. Ti portano fuori strada. Generalmente non funzionano (Silvio era un grande persuasore istintivo); e se poi, puta caso, funzionano sei nella merda.

Alcune correnti della cultura orientale si sono occupate a fondo di questa questione.
Secondo alcune fazioni taoiste e la gran parte dei Trukese e degli Yapese (popoli semi matriarcali e pacifici della Micronesia), il problema dell’essere umano è che siamo abitati da molte identità. È una realtà che tutti sperimentiamo quando dobbiamo prendere alcune decisioni sulle quali siamo (appunto) divisi. Una parte di me vuole andare al mare, un’altra no, un’altra è dubbiosa.
Essi credono che questa discussione interiore, questa molteplicità di punti di vista dentro se stessi, sia una questione centrale per il benessere umano.
C’è chi vuole dimagrire e allora apre una vera e propria guerra contro la propria identità golosa, la chiude in gabbia.
E quella cerca continuamente di evadere e buttarsi dentro il frigorifero allo scopo di devastarlo.
Non riesci a odiare una parte di te e a reprimerla senza odiarti. E finisce che fai una serie di azioni e lanci una serie di messaggi corporei contro di te.
E questo fa male alla salute e ti procura storie sgradevoli.
L’obiettivo della vita, secondo questi saggi, è proprio riuscire a conoscere e comprendere le proprie identità e arrivare a un accordo, a una mediazione. Magari mangi un po’ di meno ma solo cose sopraffine, così che anche il goloso che è in te ha la sua soddisfazione e il riconoscimento dei suoi diritti.
Esiste una corrente di pensiero all’interno del Kung Fu che ha portato alla creazione in Giappone dello Judo e dell’Aikido. Si tratta di due scuole di arti marziali che non prevedono colpi d’attacco ma solo di difesa.
L’idea soggiacente è che l’essere umano sia sostanzialmente, naturalmente, istintivamente buono, cooperativo e solidale. E anche il più cattivo dei malvagi, che per essere così stronzo deve avere una terribile guerra interiore, quando ti aggredisce sente la sua reclusa identità gentile che protesta e percepisce un sordo senso di colpa. Quindi il violento quando ti attacca è diviso in due. Hai contro due identità, due poli energetici. E questo toglie forza all’aggressore.
Se tu sei in uno stato di pace con le tue identità e i tuoi desideri, se tu non odi l’aggressore, se tu semplicemente difendi il tuo diritto alla vita, tu allora sei una persona sola, sei uno. L’aggressore colpisce con una sola identità, l’altra sua identità non partecipa. Tu combatti ogni volta con le tue due metà unite. Lo scontro è sempre 2 contro 1.
Inoltre quando l’aggressore tenta di colpirti deve entrare nel tuo spazio vitale. Tu sei già lì. Quindi tu sei sempre non solo più forte (2 contro 1) ma anche più veloce. Quindi puoi dargliele di santa ragione. E con questo discorso si capisce anche perché esiste il modo di dire di santa ragione: si dice così proprio perché quando gliele dai al malvagio non hai tentennamenti, perché hai ragione.
Creare pace tra le proprie diverse aspirazioni, capire e accettare anche le nostre identità strampalate, volersi bene, sono le uniche azioni che possono influire veramente, in modo positivo, sulla nostra comunicazione non verbale, sull’immagine di noi che proiettiamo agli altri e anche sul nostro carisma. Le persone adorano chi è un essere umano intero.
La scissione dell’anima ti contamina.
Ascoltare i nostri desideri profondi ci permette di ascoltare e capire quelli delle persone che amiamo: è conveniente in maniera pazzesca! (se vuoi vivere gradevolmente).
Mio padre mi ha sempre detto: “Fai quel che vuoi che campi di più”. L’arte è capire cosa vuoi.

Questo testo fa parte dei Quaderni di Naturopatia Complementare. Per sapere di più sulla nostra scuola per operatori del benessere VEDI QUI

[VIDEO] Scuola di Naturopatia Complementare di Alcatraz, presentazione

Video presentazione della Scuola di Naturopatia di Alcatraz e primo seminario. Buona visione. Le riprese sono state effettuate nel week-end 11-13 aprile 2014.

Visita il sito della Scuola di Naturopatia

Presentazione di Jacopo Fo, prima parte

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Presentazione di Jacopo Fo, seconda parte

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Perché non credi al potere dei tuoi muscoli?

Scuola di Naturopatia Complementare

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(Venerdì 11 aprile alle ore 21,30 inizierà il corso di Naturopatia, se vuoi puoi seguirlo anche via web, quando vuoi, ma se ti colleghi alla diretta puoi anche intervenire via chat. Del tema di questo articolo tratterò sabato dalle ore 11 alle 13)

Da 30 anni cerco di far conoscere alcune straordinarie proprietà dei nostri beneamati muscoli. Ma è complesso.
La maggioranza della popolazione pensa che per stare bene sia sufficiente ingerire abbastanza medicine.
Una minoranza (per fortuna in crescita) ha compreso che anche il cibo e il movimento sono importanti. Una percentuale ancora più piccola si occupa anche della manutenzione della propria mente grazie alla meditazione o alle terapie psicologiche. Ancor meno umani sono interessati alla respirazione, della quale spesso ci si occupa solo marginalmente nei corsi di crescita personale.
Ben pochi si rendono conto dell’importanza che hanno i muscoli per la nostra salute, fisica e mentale.
Ci si occupa dei muscoli per potenziarli, per rilassarli, per tonificarli ma c’è poco interesse per… Ho messo tre puntini perché non trovo la parola. Quello di cui voglio parlarti incredibilmente non ha neppure un nome… Non se ne parla proprio. Ommamma mi tocca inventare un’altra parola…
Ci ragiono su in diretta mentre sto scrivendo…
Mi serve una parola che si riferisca al rapporto tra muscoli e mente e alla qualità del movimento muscolare. Trovato: muscomentalismo. Veramente una brutta parola. Psicomovimento? Uno schifo uguale. Artarmonia (armonia dell’arto). Fa pena. Va beh, lasciamo perdere. Quella cosa lì.
Trovato: l’armovimo, che potrebbe essere la fusione tra armonia e movimento. Ma ha il vantaggio che somiglia all’umbro armovemo (rimuoviamo).
A questo punto possiamo iniziare il discorso con una luminosa definizione (scusate la pomposità ma sto ponendo le basi per organizzare una nuova branchia della conoscenza, non è roba che si fa tutti i giorni).

L’Armovimo è la scienza del movimento totale, cosciente ed emozionato.
Devo innanzi tutto ammettere che quel che dirò qui di seguito non è solo farina del mio sacco. La mia ricerca è nata da una serie di malanni, non gravi ma estenuanti, tipo cistite, gastrite, sciatica, mal di schiena, menischi frantumati e alopecia. Insomma sono stato un tipo malaticcio per molti anni. Grazie a un primario di urologia, una fisiatra (Elena Balboni), alcuni massaggiatori e insegnanti di Ci Cung, ho intercettato informazioni sulla muscolatura che mi incuriosirono (vedi Le mie cistiti.)
Imparai il Tai Ci, come autodidatta, e iniziai a praticare il movimento rallentato. Poi venni a conoscenza di una tecnica di riabilitazione praticata in Svezia che si basava sul movimento totale, cioè sul ripristino della capacità di muovere parti del nostro corpo che non usiamo mai (sai muovere le orecchie? Le dita dei piedi separatamente? Le fasce addominali una per una?).
Trent’anni di esperimenti mi hanno poi portato a identificare il modello che ora passo a descrivere.

1- La muscolatura è strettamente connessa con il cervello (banalità). Le prime forme di vita svilupparono l’antenato del cervello a partire dall’esigenza di controllare il movimento.
La specializzazione del cervello (come sosteneva Francesco Cascioli) si è sviluppata facendo evolvere le aree del cervello adibite al controllo dei singoli muscoli e attribuendo loro altre funzioni. Questa relazione sta all’origine della possibilità di riparare aree del cervello attraverso la sollecitazione muscolare (vedi Doman).

Se muovo il braccio di una persona genero impulsi che arrivano alla parte del cervello ad essa collegata. Questi impulsi hanno un effetto positivo. Muovere tutti i muscoli in tutte le maniere è quindi un’attività che ha un effetto positivo sia sui muscoli stessi che sul cervello. Azzardando un’immagine potremmo dire che se non facciamo mai un certo movimento si atrofizza il muscolo incaricato di quel movimento ma si atrofizza anche l’area del cervello ad esso collegato.
Nel 1936 il dottor Arnold Kegel scoprì che si poteva curare l’incontinenza delle urine post menopausa con gli esercizi del muscolo pubococcigeo (muscolatura del pavimento pelvico). Questi esercizi avevano inoltre un effetto benefico su tutto l’apparato sessuale e riproduttivo della donna (vedi anche Coen sull’uso della danza del ventre come terapia dell’infertilità e dei dolori mestruali).
Ma non solo: alcune pazienti del dottor Kegel dopo un po’ di pratica con questi esercizi raggiunsero l’orgasmo per la prima volta nella loro vita. Il movimento di un’area aveva riattivato l’area del cervello corrispondente. Era aumentata la tonicità, la sensibilità ma anche la capacità del cervello di sentire quella zona e pure l’area del cervello connessa allo scatenarsi della reazione orgasmica.

2- Il movimento rallentato agisce in questa direzione in modo particolare. Per muovere al rallentatore la muscolatura (alla velocità di 2 cm al minuto) il nostro cervello deve attivare tutte le fasce muscolari, anche alcune che generalmente sono poco coinvolte dai movimenti veloci (tendiamo ad abbandonare alcune fasce muscolari perché facciamo solo alcuni tipi di movimento, non tutti quelli possibili). Il movimento rallentato è quindi uno strumento efficiente per ottenere la totalità dei movimenti possibili. L’effetto di questo movimento è molteplice. Infatti, costringe il cervello a prestare attenzione al movimento, ascoltarlo. Questo ascolto insieme al movimento totale, che ci libera da microcontrazioni, aumenta la circolazione del sangue. Questo effetto è chiaramente percepibile perché nel giro di qualche minuto, a volte meno di un minuto, si percepisce una sensazione di formicolio, aumento di peso o aumento di calore. Con un po’ di pratica l’aumento di calore diventa molto forte: la parte del corpo che muoviamo al rallentatore diventa bollente. Questa ginnastica ha un effetto positivo sui muscoli e sulle parti del cervello ad essi accoppiate. Ma offre un ulteriore beneficio: aumentando la circolazione del sangue e il collegamento muscolo/cervello otteniamo un migliore nutrimento delle cellule di quell’area e una generale ottimizzazione delle loro funzioni. Il movimento rallentato, utilizzato da millenni in Cina, è particolarmente utile alle persone anziane, perché rafforza e tonifica i muscoli, aiuta a mantenere elastiche le articolazioni e ha un effetto positivo sull’invecchiamento mentale. Veniva utilizzato anche per rendere più rapida la guarigione di contusioni e ferite.
Inoltre ha un effetto positivo su alcune affezioni della pelle come le verruche o la alopecia; in questo caso bisogna cercare di muovere al rallentatore la superficie della pelle. Cosa che non riusciamo a fare ma il solo tentativo ottiene l’effetto di scaldare la pelle e a cascata gli altri effetti positivi appena descritti.

Ecco il succo di questo approccio al movimento dal punto di vista fisiologico: se muovo tutte le fasce muscolari e mentre lo faccio ascolto la sensazione del movimento ottengo un effetto positivo sui muscoli, la circolazione del sangue, la salute delle cellule e la funzionalità dell’area del cervello accoppiata a quel muscolo.
Partendo da questa constatazione ci sono una serie di considerazioni e pratiche utili al benessere incentrate sul movimento che elenco qui solo per punti e che saranno l’argomento delle mie prossime lezioni.
Benefici del movimento in generale, in special modo se è continuativo per più di 30 minuti.
Benefici di vari sistemi di rilassamento e tonificazione muscolare: scecherare (vedi danza del ventre, tarantolate, danze primitive e la scuola giapponese del Movimento Rigeneratore), Ginnastica Isometrica, educazione posturale, respirazione diaframmatici, uso naturale della voce, esercizi di equilibrio.
Efficacia di tecniche per potenziare l’ascolto del movimento: Tai Chi, Rilassamento Progressivo, mimo, canto, giocoleria e danza.
La danza, il recitare, il canto hanno poi un ulteriore aspetto: coinvolgono le emozioni. E di questo parleremo fra poco.

Il modello fin qui descritto si basa su un’idea elementare e di facile comprensione: il corpo è fatto per muoversi, per tenerlo in salute è necessario che ogni parte del corpo sia adeguamento utilizzata e quindi tonificata. Se questo movimento è insufficiente, inadeguato o non ascoltato si verificano delle interruzioni del rapporto tra la mente e una certa parte del corpo e delle disfunzioni della parte dimenticata.
La maggioranza delle persone oggi non si rende conto dell’importanza che questi fenomeni hanno per la loro salute. Mal di testa, di schiena, dolori mestruali, cistite, gastrite, emorroidi, dolori articolari e decine di piccoli acciacchi hanno in molti casi origine in una contrazione o in un collassamento muscolare.

Perché non è semplice guarire dalle malattie derivate dalla mancanza di un uso corretto della muscolatura e di una pratica armonica del movimento.
La maggioranza dei mal di testa possono passare con un po’ di movimento rallentato. Il dolore deriva dalla contrazione muscolare che strozza la circolazione del sangue, c’è aumento di pressione e quindi dolore.
Ma il movimento rallentato e altre tecniche analoghe (massaggi ad esempio) sono efficaci solo su certi dolori.
Altre persone non ne traggono immediato beneficio.
Questo perché a fianco della questione meramente meccanica (muscoli atrofizzati da tonificare, muscoli contratti da decontrarre) c’è in questi casi una questione emotiva.
Il modello accademico del corpo, dominante ancora negli anni 80, separava in modo netto e schematico i muscoli dagli organi, le articolazioni dai muscoli e dalla circolazione del sangue, la mente dai muscoli e le emozioni dal corpo.
Più le ricerche scientifiche avanzano e più ci accorgiamo che in realtà ogni funzione è interconnessa e impossibile da considerare separatamente.
Le moderne descrizioni del funzionamento del cervello considerano oggi la materia grigia solo una parte del processo cognitivo. Si è scoperto che nei processi mentali è coinvolto anche il midollo spinale e che esiste addirittura una succursale del cervello sotto l’ombelico (nota ai nativi americani e ai giapponesi fin dall’antichità; vedi hara giapponese). Si fa strada anche la visione dei processi mentali come un fenomeno nel quale anche i muscoli e la pelle sono coinvolti.
L’idea è che il cervello agisca come una sorta di proiettore che identifica i concetti ed elabora i ricordi coinvolgendo tutto il corpo. Quando penso alle fragole non evoco solo una serie di informazioni sul concetto fragola. All’idea di fragola sono intimamente agganciate anche tutte le esperienze che ho vissuto mangiando le fragole, a partire da quel che ha sentito la mia bocca. La sensazione fragola, la sensazione di mia madre che mi teneva per mano mentre mangiavo un gelato alla fragola, sono indissolubilmente legate al concetto fragola e gli danno spessore emotivo oltre che razionale, e questa è l’essenziale differenza tra il computer e la mente umana. Noi siamo capaci di ricordare molto di più dei parametri che identificano il concetto fragola. I nostri muscoli, i nostri sistemi percettivi hanno registrato una sorta di memoria cellulare delle esperienze concrete legate al mangiare, annusare, toccare e guardare fragole.
Nel percorso che una malattia fa sviluppandosi, questo aspetto è essenziale, determina almeno in parte quale organo si ammala.
Perché a me viene la gastrite e a un'altra persona il mal di cuore?
Ci sono condizioni ereditarie, legate alla cultura del mio ambiente (se in una famiglia c’è la cultura del mangiar tanto ci saranno molti obesi). Ci sono fattori ambientali (vivere a Taranto non fa bene). Ma ci sono anche fattori legati alle tracce di esperienze positive o negative che restano incisi nella memoria muscolare e che determinano che alcuni organi siano più facilmente attaccabili da malanni o che soffrano in altro modo.
In questo campo cito il lavoro eccellente di ricerca e di ideazione di percorsi terapeutici psico muscolari realizzato da Vezio Ruggeri e della dottoressa Maria Ernestina Fabrizio dell’università La Sapienza di Roma.
Durante questo corso approfondiremo il discorso perché rappresenta un confine preciso della nostra formazione: noi non formiamo terapeuti ma personale capace di utilizzare percorsi di rieducazione alla naturalità del movimento. È importante cogliere la differenza tra questi due ruoli: c’è la stessa differenza che passa tra un fisioterapista e un medico.
Sia che queste contrazioni profonde vengano affrontate con un percorso di psicoterapia che di rieducazione psico dinamica è necessaria una formazione medica o quantomeno osteopatica.
In questo caso il nostro lavoro è di supporto alla terapia scelta dal medico o dallo psicologo e per questo non deve essere mai, in nessun caso, invasiva.
Il nostro intervento può essere invece risolutivo in tutti quei casi nei quali si ha a che fare con malanni dovuti a forme di contrazione o di abbandono muscolare che non abbiano gravi concause in contrazioni emotive profonde.
D’altra parte è necessario avere un’idea generale dei meccanismi che generano e mantengono attive contrazioni profonde. Sia per avere ben chiari i limiti della nostra possibilità di agire positivamente sia perché a volte possiamo assistere allo sblocco spontaneo di contrazioni profonde in modo accidentale. In questi casi non dobbiamo montarci la testa. È stato solo un colpo di fortuna.
Succede infatti a volte che pratiche semplici e non invasive, come il massaggio, la comicoterapia, l’arte terapia o il movimento rallentato, mettano in moto una serie di reazioni a catena che sbloccano anche aree profonde delle persone.

L’intelligenza del corpo
Questa descrizione del nostro approccio al benessere e della nostra area di intervento non sarebbe completa senza la descrizione della strategia di azione che governa questo tipo di azione benefica.
La nostra funzione come operatori complementari deve essenzialmente essere non invasiva.
Ma questa non è solo una limitazione dovuta al fatto che (come del resto stabilisce la legge) gli operatori del benessere non devono mettere in atto pratiche invasive perché non hanno una formazione specifica.
Si tratta piuttosto di una scelta strategica che mira a risvegliare l’intelligenza del corpo e le capacità di autoguarigione. Si tratta di una strategia che in alcuni casi è più efficiente delle tattiche invasive.
Un esempio particolarmente chiaro, che traccia una linea filosofica, riguarda il modo di trattare problemi post traumatici.
Una volta arrivò ad Alcatraz un ragazzo che aveva subito un grave trauma durante un incidente d’auto. Questo ragazzo aveva la fortuna di essere accompagnato da uno specialista della riabilitazione che lo sottoponeva a due sessioni al giorno. Il metodo utilizzato da questo specialista era basato sul tentativo di recuperare la mobilità del ginocchio piegandolo con una certa forza.
Ma così facendo non otteneva grandi risultati: il tentativo di aumentare l’arco di movimento usando la forza causava dolore, il dolore rafforzava l’istinto di contrarsi, l’articolazione restava rigida e a poco valeva il fatto che questa riabilitazione avvenisse in acqua calda a 34 gradi (che di per sé è rilassante). In quei giorni stavo seguendo la formazione di un gruppo di massaggiatori. Uno dei metodi che proponevo era il massaggio passivo in acqua calda: usando una pressione minima si flette un’articolazione e poi la si lascia andare, grazie al galleggiamento l’articolazione riprende la sua posizione originaria. Questo movimento libero permette all’articolazione di realizzare una serie di micromovimenti, microscatti, che generano un rilassamento e una tonificazione profonda. Inoltre la morbidezza non invasiva del tocco e il movimento spontaneo generano uno stato mentale di abbandono che si avvicina al sonno o alla trans (uno stato mentale di integrazione tra mente razionale e non razionale). Questo stato aiuta a sbloccare le contrazioni inconsce legate al trauma.
L’idea è che invece di imporre al corpo i movimenti che IO penso siano salutari, provoco movimenti spontanei che permettano all’intelligenza del corpo di prendere liberamente l’iniziativa: il corpo sa quali sono i movimenti migliori per ristabilire la naturale efficienza nel movimento. Non a caso durante una sessione di massaggio passivo si osservano spesso piccoli scatti e spasmi in altre parti del corpo: mentre stai provocando movimenti spontanei nella gamba la spalla scatta e a volte la persona sente che qualche cosa si è sbloccato nell’articolazione della spalla.
Uno dei miei allievi propose al ragazzo di sperimentare questo massaggio passivo. Per i primi 20 minuti non accadde niente. L’articolazione aveva una mobilità di pochi centimetri. Poi nel giro di un minuto si sbloccò e il ginocchio riuscì a flettersi in modo notevole, decisamente superiore a quel che si era ottenuto fino a quel giorno.
Si tratta di un’esperienza che abbiamo verificato molte volte in questi anni.
Vedremo come questa logica possa essere applicata con buoni risultati in molti campi: dalla rieducazione alimentare attraverso i sapori che danno più piacere, all’importanza di espirare lasciando che l’aria esca dai polmoni senza sforzo come nel caso del respiro di sollievo. Scecherare il corpo, sbadigliare, grattarsi e stiracchiarsi sono pratiche energizzanti e benefiche proprio perché smettiamo di controllare i movimenti coscientemente. E lasciare dondolare una gamba senza controllarla può essere molto utile per la sciatica (insieme ad alcuni esercizi di Ginnastica Isometrica e di educazione posturale).

Nel corso delle mie lezioni approfondiremo la conoscenza di questo modello e vedremo alcune questioni strettamente collegate.
Fornisco qui un indice sintetico:
- Movimento, emozioni, autoascolto e visualizzazione.
- Muscoli gemelli (perché rilassare la mandibola provoca il rilassamento della vescica).
- Muscolatura razionale e muscolatura non razionale (altrimenti detta profonda oppure emotiva). L’esperienza di sportivi, maestri di arti marziali, acrobati e giocolieri. Come usare in modo diverso la forza muscolare e la velocità dei riflessi istintivi.
- Narrazione muscolare e cicatrici emotive.
Stati di coscienza profonda (trans), stati di abbandono tramite micromassaggio (vedi la tecnica della bambola) e rilassamento profondo.
- Tecniche di massaggio passivo.
- Tecniche che inducono il movimento spontaneo. Movimento scecherato, come indurre scariche di movimenti incontrollati.
- Percezione e sensazioni emotive (subpercezioni).
- Rilassamento o detenzione? I rischi di un rilassamento eccessivo, la necessità di mantenere i muscoli in uno stato di tonicità.
- Il grande valore positivo degli sforzi prolungati (senza esagerare).
- Uso della voce naturale.
- Respirazione diaframmatica ed espirazione passiva: un massaggio per gli organi interni.
- Circolazione del sangue, benessere mentale e movimento totale.

Jacopo Fo

L'approccio funzionale alla salute e al benessere
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Medicina dolce, cerchiamo diecimila operatori del benessere!

Vogliamo fare una cosa semplice: rendere più umana ed efficiente l’assistenza sanitaria italiana.
Forse anche quella mondiale.
Oltre agli sprechi e alla corruzione c’è la questione delle cure inadeguate.

Venerdì 11 aprile con l’apertura della Scuola di Naturopatia Complementare iniziamo la battaglia per riformare l’idea della cura in Italia. Non è un progetto ambizioso, è di più!
Non proponiamo terapie alternative.
Siamo partiti 32 anni fa accorgendoci di una grossa incongruità nel modo di gestire la sanità italiana: sui testi di medicina si studiano tutta una serie di cure complementari, che centinaia di ricerche sperimentali dimostrano essere estremamente utili per rafforzare gli effetti delle cure specifiche. Ma poi queste terapie d’appoggio vengono troppo spesso dimenticate nella pratica medica e ospedaliera quotidiana.
Tutti i testi medici, descrivono con dovizia di particolari la relazione tra la respirazione diaframmatica e la sua azione di supporto al lavoro di pompaggio del sangue svolto dal cuore. Ma poi questa constatazione innegabile tende a perdersi per strada e non vengono prescritti esercizi respiratori. Perché? Non c’è tempo, non ci sono soldi, i pazienti stessi generalmente sono refrattari a impegnarsi su queste “sciocchezze di contorno” e per giunta c’è poco personale paramendico specializzato.
Lo stesso potremmo dire di molti interventi chirurgici per problemi articolari, o incontinenza post menopausa, che potrebbero essere evitati con una ginnastica adeguata e di tutta una serie di disturbi che potrebbero essere ridotti con il massaggio o la rieducazione posturale, il biofeedback, il movimento rallentato o il rilassamento progressivo.
E potremmo risparmiare tonnellate di pasticche per molti tipi di mal di testa, gastriti o dolori mestruali intervenendo con tecniche dolci.

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Facciamo l’esperimento di dirci la verità sulle cause del dissesto idrogeologico interiore?
Quaderni di Naturopatia Complementare 6

Facile prendersela con Renzi, Berlusconi o Grillo.
Sei capace di prendertela un po’ con la tua esimia persona?
La rivolta del '68 ci ha dato il diritto filosofico di liberarci dal senso di colpa, ci ha fatto scoprire che il nostro disagio aveva cause sociali e culturali, ci ha insegnato l’uguaglianza, ci ha dato la forza di accusare il potere per le ingiustizie delle quali siamo vittime.
Ok! Idee sacrosante. Però adesso dobbiamo renderci conto che abbiamo stortato un po’ troppo il bastone dall’altra parte e che necessita resettare il nostro modello mentale.
Quello che mi stupisce spesso, parlando con persone depresse o insoddisfatte, è che dopo un po’ ti sanno dire per filo e per segno qual è il loro problema e generalmente viene fuori che sanno benissimo come uscirne.
Ma non lo fanno.
Nel mondo c’è il grande problema dei malvagi, guerrafondai, corrotti, sfruttatori, e molti hanno le vite distrutte da questo orrendo stato di cose, non hanno nulla, neppure le possibilità di cambiare; ma incontro centinaia di persone che nonostante le ingiustizie hanno un reddito decente, cultura, capacità, idee e conoscenze e che nonostante questo non riescono a uscire dal loro brodo.
Credo che sia importante fotografare questa situazione e accorgersi che il problema sta nella RESISTENZA AL CAMBIAMENTO.
Suppongo che ti piaccia ricevere un massaggio. Ma se in questo momento arrivasse una persona simpatica e ti dicesse: “Vuoi che ti faccio un massaggio ai piedi?” Tu risponderesti di sì?
Molte persone si troverebbero a disagio. È difficile per molti accettare di ricevere piacere.
Milioni di persone guardano la tv insieme ma a pochi viene in mente di prendere in mano il piede dell’altra persona per accarezzarlo.
Potresti farlo ma non lo fai.
Questa questione fa il paio con un’altra: stare male, incazzarsi, preoccuparsi, non è poi così male. Ammettiamolo, c’è un certo perverso piacere. Credo che questo fatto abbia origine nella nostra memoria genetica.
Noi siamo predisposti per affrontare situazioni di emergenza. Quando eravamo scimmiette sugli alberi dovevamo affrontare momenti terribili per sfuggire ai predatori. E questo provocava enormi scariche di adrenalina e tutta una serie di violenti sbalzi di pulsazioni, pressione, irrorazione sanguigna, istantanei cambiamenti muscolari e nervosi. Sfuggire a una tigre necessita uno tsunami interiore, mentale e fisico, che permette di tirar fuori tutte le potenzialità, tutta la forza.
Siamo costruiti per affrontare pericoli pazzeschi e se non usiamo questa funzione stiamo male. Il nostro corpo trova il proprio equilibrio nella molteplicità delle esperienze per le quali è programmato e se non viviamo una parte delle situazioni per le quali siamo programmati siamo squilibrati.
Potremmo spiegare in questo modo la passione umana per situazioni che riproducono in modo artificiale l’ansia, la paura, la contrazione, l’esplosione energetica, tipiche di uno scontro nella giungla selvaggia. Guardare film di terrore, fronteggiare un’armata di cavallette corazzate in un videogame, giocare d’azzardo, andare alla partita come se si andasse in guerra, sono pratiche che ci servono a riprodurre lo stato “guerriero”.
Una cosa che mi è sempre apparsa strana è che nelle mie ripetute crisi di emorroidi la cosa che mi fa stare meglio, più dello yoga, del camminare o di un massaggio, è entrare in Unreal Tournament e devastare le armate delle cavallette con un fantastico lanciamissili rosso.
E sospetto che anche altre pratiche esistenziali abbiano alla loro origine l’esigenza innata di vivere situazioni di scontro che inducono stress e malanimo (perché quando ti scontri con la tigre DEVI essere incazzato). Potremmo elencare in questa categoria anche il tenere il muso, rompere i coglioni agli altri, fare il bastian cuntrari, stare lì a rodersi. Stare lì a rodersi deriva in particolare dalla rottura di palle che sperimentavano i nostri antenati quando dovevano restare ore appostati sotto le frasche, immobili, ad aspettare che passasse un topolino per acciuffarlo e addentarlo.
Credo che l’unico lenitivo di questo disagio ancestrale siano le grandi imprese.
Visto che affrontare situazioni stressanti è necessario per il nostro equilibrio psichico, tanto vale utilizzare questo sovraccarico periodico di energie per realizzare qualche cosa di utile: le persone che hanno un grande sogno e che si impegnano (e rischiano) per realizzarlo sono mediamente meno dedite a pratiche inutilmente rissose e autocommiseranti e sono mediamente più disponibili a vivere esperienze piacevoli.
Ma quel che vedo è che le persone hanno raramente voglia di buttarsi in grandi imprese.
La paura di fallire è un’altra grande fonte di resistenza all’intraprendere progetti colossali e i rischi che ne discendono.
Sono anni che propongo a decine di persone di mettersi assieme per realizzare qualche cosa e sono anni che vedo persone fuggire.
Nel 1981 passai un paio di mesi a discutere con un gruppo di amici che erano anche vicini di casa, sulla possibilità di mettersi a fare qualche cosa di veramente pazzesco. Dopo tante parole decidemmo di fondare un centro culturale, quello che successivamente battezzammo Alcatraz. Una sera, alla fine prendemmo la decisione e ci accordammo per iniziare i lavori di ristrutturazione il mattino successivo, alle 9,30. Avevamo 9 mesi di tempo per restaurare 3 case. Il mattino dopo non arrivò nessuno.
Perché? Perché mi dici che vuoi farlo e poi sparisci?
Tutto questo discorso per dire che credo che le grandi imprese siano essenziali per il nostro benessere, proprio perché sono spaventose, rischiose, stressanti e faticosissime.
Ne hai bisogno.
E credo che le grandi imprese siano strane macchine che se le fai entrare nel tuo cervello te lo tonificano e te lo amplificano: la necessità aguzza l’ingegno.
Credo anche che siamo nel momento storico nel quale è enorme, e mai visto nel passato, il numero delle persone che si danno alle grandi imprese, all’avventura dell’arte, della creatività, della costruzione di manufatti ed eventi. Persone che vivono come un’avventura le relazioni con gli altri, la solidarietà, la cooperazione.
Non c’è niente che sia più rischioso del cooperare con gli altri.
E dobbiamo anche dire che visto che è pieno di persone che preferiscono rimuginare e lamentarsi e dare la colpa di tutto agli altri, ne deriva che il rischio delle imprese è ancora più massiccio.
Questo è il grande non detto della new age che per 30 anni ci ha per lo più venduto il miglioramento di sé attraverso pratiche individuali di ascolto e contemplazione. Cose bellissime, fondamentali. Ma non bastano. Perché se l’ascolto e la contemplazione non ti servono per caricare la tua molla interiore finisce che resti lì nella tua cameretta a far OM e guardarti l’ombelico che si ammuffisce.
Siamo i discendenti di esseri che hanno colonizzato gli oceani, che si sono costruiti zampe pur di prendere possesso delle foreste, siamo di quella genìa che ha avuto il coraggio di sperimentare tutte le possibilità di essere, i nostri cugini rettili sono addirittura arrivati a volare. E anche i fratelli pipistrelli ci sono riusciti.
Ci siamo evoluti per eoni lottando per il diritto alla vita, abbiamo affrontato felini, serpenti, scorpioni e virus stronzissimi.
Siamo nati per volare con la mente, abbiamo in testa lo strumento di potere più immenso che si sia mai visto su questo pianeta, abbiamo a disposizioni mezzi di comunicazione galattici.
E tu hai tutte queste possibilità, tutto questo coraggio ancestrale e non fai un cazzo?
Mi dispiace proprio tanto per te.
Ma questo articolo non ha lo scopo di menarla ai pessimisti spaventati per convincerli ad agire. Non credo di avere questo potere.
Questo articolo è rivolto a quelli come me, che hanno una fifa boia di fallire ma che non possono fare a meno di lottare.
A partire dagli articoli che ho pubblicato l’anno scorso sul fatto che vincere è meglio () sto ragionando sul fatto che il mondo potrebbe accelerare il suo naturale cambiamento verso il meglio; questo potrebbe succedere se le persone che hanno scelto l’arte del costruire grandi imprese come mantra esistenziale e sistema di cura delle emorroidi terrestri, capissero che vincere è proprio meglio; ma che per farlo dobbiamo liberarci da alcune vecchie idee che in questo momento appestano la mente dei progressisti attivi.
Prima di tutto dobbiamo liberarci dal preconcetto di poter convincere i passivi a darsi una mossa.
Questo errore di giudizio nasce dalla grande idea di uguaglianza del ‘68. Sì, siamo tutti uguali per quanto riguarda i diritti. Ma non lo siamo, ahimè, per quanto riguarda il livello di resistenza interiore al miglioramento.
Milioni di persone hanno alle spalle storie di mancanze affettive, culturali, esperienziali che rappresentano scogli insormontabili.
È ora di comprenderlo.
Se veramente vogliamo fare qualche cosa di utile per tutti i viventi dobbiamo renderci conto che il primo passo è riuscire a incontrare quelle persone che già hanno scelto l’avventura. È quello che ho fatto nell’ultimo anno: cercare di conoscere persone che stanno realizzando qualche cosa, offrire loro il mio appoggio incondizionato e poi vedere se c’è modo di collaborare con reciproco vantaggio.
E guarda che è un’impresa da far tremare i polsi perché incontri persone straordinarie, che ti riempiono la testa di idee e domande ma incontri anche delle teste di cazzo spaziali, che hanno deciso di dedicare le loro scarse energie vitali a stronzate abissali.
Non hai idea di quante persone sono arrivate ad Alcatraz a dirmi che hanno trovato il modo di salvare il mondo e che IO devo mettermi a fare tutto quello che loro mi dicono così da realizzare la loro idea (mentre loro se stanno a Forlì a lavorare in banca).
La mia proposta è: collaboriamo e diamoci anche dei sistemi per distinguere alla svelta chi c’è da chi non c’è.
Credo che ne trarremo vantaggi epocali.
Buona giornata!

Jacopo Fo

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Scacco matto spirituale in 4 mosse

Scuola di Naturoipatia Complementare

A proposito di quel che ti piace nella vita e del perché
Quaderni di Naturopatia Complementare 5

Ho iniziato questa serie di articoli raccontando di alcune (rare) guarigioni “miracolose” e notando che le persone che guariscono hanno una caratteristica comune: tutti sono convinti di aver trovato la medicina giusta. A volte i sistemi di guarigione scelti sono assurdi ma questo è secondario. L’importante è essere convinti che funzionino.
Ho sostenuto quindi che possa esistere uno stato della mente “che guarisce” e ho definito questa modalità anche come “pensiero creativo”… Credo siano la stessa cosa.
Mi sono quindi lanciato in un tentativo sconsiderato di descrivere questo stato della mente e, visto che è proprio difficile trovare le parole per farlo, ho cercato di identificarne i confini scrivendo quali sono le caratteristiche contrarie a questa modalità di pensiero e di sensazione.
Non riescono ad accedere allo stato mentale creativo le persone che non hanno preso in modo chiaro e netto la decisione di voler vivere piacevolmente e le persone che sono convinte di aver sempre ragione. Queste due idee ne generano una terza altrettanto limitante: l’idea di essere soli contro il mondo, la mancanza della sensazione di far parte di una collettività solidale.
Poi mi sono vantato orrendamente del fatto di essere riuscito a riassumere l’insieme degli errori umani che generano dolore e stupidità utilizzando solo e unicamente queste 3 categorie di pensiero.
Ho infine osservato che se uno aderisce all’idea di voler star bene, di sbagliarsi spesso e di far parte di una comunità, allora può venir spontaneo cambiare le regole quotidiane della propria vita, istantaneamente.
Se inizi a dare spazio a quel che desideri potresti decidere di regalare i vestiti che non ti piacciono più e che continui ad indossare chissà perché. Oppure potresti decidere di percorrere una via più lunga ma più bella per andare al lavoro. E potresti anche decidere di smettere di frequentare persone che continuano a parlar male degli altri o a elencare le proprie disgrazie allo scopo di stare meglio contemplando la quantità di depressione che sono riuscite a regalarti ammorbandoti.
Se hai letto gli articoli precedenti e hai condiviso le mie proposte e hai deciso di regalarti momenti di libertà quotidiani, probabilmente la tua vita ha già cominciato a cambiare.
Ovviamente sono convinto che questo testo possegga una profondità oceanica e che darà un grande impulso alla crescita delle coscienze e al miglioramento della storia umana…
Mi manca solo di coronare l’opera cercando di riassumere quelle poche caratteristiche del pensiero creativo che penso di essere capace di descrivere.
Ti fornisco quindi una lista degli ingredienti… Non saprei fare di meglio arrivando a spiegare come assemblarli. Non penso che potrei riuscirci perché sarebbe una descrizione complicatissima e dubito che verrei compreso. Anche perché onestamente, non ho le idee chiare. Sono convinto di aver sperimentato nella mia vita il pensiero creativo. Ma è un’esperienza che si fa a tratti, in modo intermittente, e quando la fai sei in uno stato particolare della coscienza che non riesci a vivere e analizzare nello stesso momento. O lo vivi o guardi come è fatto e se guardi come è fatto hai smesso di viverlo.

Mentire è indispensabile
Poche righe sopra ho scritto che questo testo cambierà certamente i destini dell’umanità.
L’ho fatto apposta per scandalizzarti e per farti dubitare del mio equilibrio mentale e della mia capacità di giudizio.
In realtà vista la collezione strepitosa di fallimenti collezionati ho la netta percezione che sia altamente improbabile che questo testo sia letto da molte persone e ancor meno credo che parecchie persone potranno modificare la propria vita a causa di questa lettura.
Ma un ingrediente del pensiero creativo (che è molto infantile) è il fatto di saper giocare con la propria mente. Quando giochiamo ce ne freghiamo delle regole: un bastone diventa una spada, un barattolo e una scatola da scarpe sono un fortino assediato dagli indiani… Siamo abituati a pensare che la falsità sia male ma il gioco è falsificazione. Falsificare dà gusto.
Inoltre tutto il vigente Sistema Sociale del Dolore complotta continuamente per convincerti che le cose vanno male, sei in pericolo e inoltre non conti un cazzo.
Giocare con i propri sogni, fantasticare sui propri esorbitanti successi quindi è una salutare pratica di autodifesa dal pessimismo e anche un indispensabile ingrediente per incentivare il tuo pensiero creativo. Qualunque malattia ti affligga puoi essere certo che se berrai un bicchiere d’acqua e zucchero, con gli occhi chiusi guarirai subito! Soprattutto se mentre bevi pensi 3 volte Mustafà è grande ed è mio amico! È scientifico!

Regalare conviene
Altrettanto importante ai fini del pensiero creativo è la capacità di essere generosi. Se non hai il gusto del regalo, del fare una sorpresa piacevole, di dedicarti a far star bene un’altra persona, se non ti piace offrire il caffè a un amico, sei nella merda.
Il problema nasce dal fatto che tieni chiusi i canali verso gli altri.
Hai costruito barricate. Sei sotto il vincolo della paura di perdere quel che è tuo. Ma le mura che difendono i tuoi interessi immediati (non privarti degli 80 centesimi che ti costerebbero abbandonarti alla follia di offrire un caffè) impediscono anche che la tua mente creativa possa uscire a passeggiare nel mondo.
La mente creativa ha bisogno di un sentimento aperto, di una fiducia nello scambio con gli altri. Nella convinzione che il senso della vita non sia una gara a punteggio (io vinco tu perdi) ma un continuo travaso di ricchezza (contatti, informazioni, racconti).
E questo scambio non avviene sempre in modo reciproco (io ti faccio un regalo e tu mi fai un regalo equivalente) il bello del regalo è proprio quando lo fai a una persona che non ti da nulla in cambio e assapori il piacere che questa persona prova e d’altra parte sai che altri avranno la stessa generosità verso di te.
E quando succede (ed è certo che succede) che qualcuno ti fa un regalo senza contropartita assapori in modo particolare il piacere che ti viene. È come se mangiassi una zucchina che hai coltivato con le tue mani facendola crescere nella bruna terra. L’avaro si bea di aver ricevuto qualche cosa senza pagare. Il generoso si esalta perché ha la prova della bellezza del mondo e della bontà umana.

Dichiara la pace tra te e te. O almeno un armistizio
Il terzo e penultimo punto riguarda la fonte di tutto: te (spero che 4 concetti non siano troppi, a stare in 3 questa volta non ci sono riuscito).
I Trukese e gli Yapese dell’Oceania, popoli saggi che non hanno mai combattuto una guerra e si sono dedicati per 10 mila anni ai piaceri della convivialità, del sesso e della buona cucina, sostengono che l’arte di vivere sia basata sulla capacità di mettere d’accordo le diverse identità che ci abitano. Loro sono convinti che siamo una specie di condominio e che sia necessario imparare a mediare tra queste diverse identità, permettendo a ognuna di realizzare le proprie aspirazioni. Non puoi concludere molto di buono nella tua vita se tieni dentro di te uno scontro aperto tra le tue diverse aspirazioni. Siamo creature molteplici e contraddittorie, non possiamo vivere chiudendo in prigione una parte di noi stessi.
Se vuoi dimagrire non puoi farlo uccidendo la tua parte golosa e la tua parte ansiosa che riesce a calmarsi solo abbuffandosi. Devi aprire una contrattazione, mediare, dare a ogni tua identità una sufficiente soddisfazione. Sennò magari dimagrisci ma poi diventi una persona stronza e ti ammali di odio per il mondo. Perché hai iniziato odiando una parte di te.
C’hai dei casini e sei sovrappeso? Ok. Ma sei una persona meravigliosa? Una miracolosa componente semovente dell’Universo? Riuscirai ben a portare avanti una Trattativa Interiore Decente! Non è facile ma ci puoi riuscire. E quando ci riesci e riesci a sentire che vuoi qualche cosa con tutto il tuo essere, ti accorgi anche che è molto meglio. È una sensazione di benessere: non c’è nessuno dentro di me che mi odia perché l’ho umiliato! Sono un tutt’uno. O almeno lo sono abbastanza.
Tornando all’esempio della dieta potresti decidere di mangiare solo cibi squisiti e assaporarli lungamente. Se mastichi il cibo buono ne senti tutte le sfumature e se mastichi a lungo il cibo riempie di più e senti prima la sazietà. E poi devi anche mettere in conto che ogni tanto devi dare il via libera all’abbuffata selvaggia e risarcire così la tua parte ingozzona.  Ci vuole tempo e la capacità di darsi obiettivi molto piccoli e poi quando li hai raggiunti abbandonarsi all’autocelebrazione più smodata. E questo ci porta ad affrontare il quarto e ultimo trucco micidiale.

Raccontati di te
Il quarto e ultimo elemento essenziale è infatti la capacità di raccontarsi.
Lo facciamo tutti costantemente… Ci raccontiamo la telecronaca di quel che ci succede, ci diamo spiegazioni, mettiamo sotto processo gli altri, tracciamo linee di azione e progetti.
Si tratta di un’attività fondamentale dell’esistenza umana.
Disgraziatamente molti la usano per creare un pessimo racconto condendo autocommiserazione, maledizioni verso il prossimo, lunghissime narrazioni di complotti orditi da amici e parenti…
Cioè usano il racconto che fanno a sé stessi per dipingere la vita come una schifezza popolata da stronzi.
Sì tratta di un sistema infallibile per vivere malissimo.
Al contrario, dopo aver meditato sul fatto che il mondo migliora costantemente da milioni di anni (si chiama evoluzione) puoi decidere di dedicarti a una modalità eroica del racconto della tua vita. Nessuna legge, nessun governo di truffatori, nessuna forza militare segreta, ti impedisce di raccontarti la tua vita come una straordinaria avventura.
Questo perché tu possiedi uno strumento di incomparabile potenza che ho chiamato “meccanismo di attribuzione di valore”.
A livello psicologico è più potente della bomba atomica e soprattutto è completamente in tuo potere.
Sei tu che decidi che cosa è giusto e cosa è sbagliato.
Se hai la disponibilità a mettere in discussione le tue idee niente ti impedisce di pensarci su, informarti, discuterne con persone che stimi e poi giungere a un verdetto, decidere che un’idea vecchia era sbagliata e sostituirla con un’idea che ti pare migliore.
Anche questo è un cambiamento totale che si ottiene istantaneamente. Se pensi una cosa la pensi in modo completo e illimitato, e da subito diventa una tua convinzione e da subito non puoi più dire o fare qualche cosa che non sia in armonia con la tua nuova idea. Non ci riesci proprio. O pensi una cosa o non la pensi, non ci sono vie di mezzo. È un’esperienza totalizzante. Quindi puoi guardare le tue idee e puoi anche convincerti che si vive una volta sola nella vita, che per miliardi di anni non esistevi con questa meravigliosa particolarissima forma solida e cicciosa e che per miliardi di anni non esisterai più in questa particolare forma solida e cicciosa.
E questo dovrebbe regalarti una pazzesca voglia di fare qualche cosa di grandioso in questa tua vita. Di sperimentare, di conoscere, di toccare, di assaggiare questa vita. E rischi anche di iniziare a coltivare con amore sogni esagerati. E se hai l’astuzia di sognare anche piccole realizzazioni alla tua portata immediata (una cosa grande da fare oggi) allora rischi pure di avere successo e di gasarti ancora di più per la tua vita e quel che fai e dar così colore e passione al racconto che ti fai di te nella tua testa, rendendolo piacevole da ascoltare.
E se ti piace il racconto che ti fai nella testa allora stai pure bene. Perché hai dato un valore positivo alla bellezza della telecronaca della vita e questo ti porta perfino a vedere la bellezza del racconto anche in eventi tristi.
Ti piace raccontarti bene e cerchi i particolari, le sfumature per individuare la magia che è ovunque e pare messa lì apposta per farsi raccontare. E scopri che è come se esistesse uno sceneggiatore cosmico che si diverte a mettere nelle vite delle persone coincidenze, assonanze, sorprese, capovolgimenti al solo gusto di rendere più affascinante il racconto che ognuno fa di sé.
E sospetto che questo avvenga perché l’obiettivo dell’esistenza dell’Universo sia il desiderio dell’Universo di essere raccontato.

Forse stai pensando che quel che ti propongo è di imbrogliarti, di creare una percezione diversa della realtà da quello che la realtà è veramente. È vero.
Ma non penso sia possibile fare diversamente.
La mente si chiama mente perché mente. Se diceva la verità si chiamava sincera.
Noi non viviamo la vita DIRETTAMENTE. Il nostro cervello seleziona gli aspetti della realtà che vuole vedere e quelli che non gli interessano. La nostra percezione della realtà non può essere globale e quindi perfettamente vera. È in ogni caso falsata dal suo essere parziale.
La scelta non è tra vivere dentro un modello della realtà vero e uno falso. La scelta è quella di selezionare gli aspetti della realtà e quindi percepirli, cercando quelli piacevoli oppure quelli spiacevoli.
Non guarisci solo se hai trovato la cura giusta. Guarisci a volte anche con una cura totalmente inefficace se sei convinto che sia quel che fa per te. E visto che poi quella cura ti ha guarito hai pure le prove che quella era la cura giusta!!!
Incredibile ma vero.
Avrei voluto avere un cervello esatto e perfetto invece di questo ammasso di neuroni bugiardi. Ma visto che mia nonna non aveva il trolley e quindi non era un tram, devo fare i conti con la realtà e accettare una dose omeopatica di falsificazione giocosa e salutare.
La mente mente continuamente ma io la frego perché neanche io dico sempre la verità.
Ovviamente ci sono cose sulle quali non si può mentire mai.
Non bisogna dire le bugie ai bambini ad esempio.
E non bisogna sostenere di essere intelligenti in modo continuativo.
Non si deve mai dire a una persona che ami che non la ami.
E non bisogna mai evitare di dire che ami una persona che ami.
E non bisogna mai mentire mentre ti dici: voglio abbracciare questo mondo e esplorare tutte le cose piacevoli che mi offre.

Buon divertimento!
Jacopo Fo

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Quanto è creativa la tua tribù?

Scuola di Naturopatia Complementare

Quanto è creativa la tua tribù? Quanto fa bene alla salute e alla mente far parte di una tribù creativa?
Quaderni di Naturopatia Complementare 4

Tutto intorno a noi è vita.
All’inizio dei tempi il mondo era una palla di fuoco e per milioni di anni è stato un unico blocco di lava.
Solo grazie alle creature viventi si è formata l’aria che noi oggi respiriamo. Batteri, muffe, funghi e piante hanno scavato la roccia per nutrirsi e hanno formato la terra sulla quale camminiamo e l’hanno fatta crescere ammassando per milioni di anni i loro resti mortali. Persino buona parte delle rocce si sono formate con il compattarsi di immense quantità di corpi, conchiglie, foglie e fusti di piante, che si sono accumulati in strati di calcare spessi chilometri. La vita ha modellato questo mondo e lo ha reso vivibile per noi.
Se contempliamo questa realtà scientifica inoppugnabile possiamo sviluppare un senso di stupore e di gratitudine e sentirci parte di un colossale fenomeno che dura da miliardi di anni e che ci ha generati.
E possiamo sviluppare ancor di più questo senso di appartenenza se ci rendiamo conto che noi non siamo dei singoli individui solitari. Scientificamente noi siamo un sistema simbiotico: senza i miliardi di batteri che vivono intorno a noi, sopra di noi e dentro di noi non potremmo sopravvivere. Non saremmo capaci neppure di digerire i cibi senza i miliardi di esseri meravigliosi che costituiscono l’armata della flora batterica intestinale.
Ma nonostante queste e altre evidenze la maggioranza degli esseri umani ha difficoltà a sentirsi parte di una comunità.
Troppi si considerano esseri singoli, in competizione con il resto del mondo.
Come ho detto questa è la terza e ultima malattia che affligge la nostra mente.
Abbiamo uno spasmodico desiderio di aver sempre ragione noi e non abbiamo deciso coscientemente che meritiamo di vivere bene e di avere il meglio.
Queste due terribili idee generano disprezzo per il resto dell’umanità: se io ho sempre ragione è chiaro che gli altri hanno sempre torto. E se non ho lo scopo di stare bene su questo pianeta è probabile che io stia male e che da ciò nascano pessimismo e diffidenza.
E se tu sei convinto di essere una creatura solitaria e di non far parte di una comunità, la tua situazione si aggrava. Di fronte alle difficoltà della vita è essenziale essere parte di un gruppo solidale, ti dà fiducia e spesso fa la differenza tra farcela e non farcela.
La nostra cultura è competitiva e quindi abbiamo paura degli altri perché li vediamo come avversari. Altre popolazioni del mondo ci guardano perplesse e osservano che manchiamo del senso della collettività, dell’appartenenza, conosciamo bene la parola IO, poco la parola NOI (vedi racconto della Bandabardò sul Chapas).
La nostra cultura considera centrale per il benessere il capitale in termini di ricchezza, in secondo piano considera il capitale costituito delle nostre capacità, dalla nostra professionalità; molto poco è considerato il capitale umano, cioè la qualità delle relazioni che ho costruito. Certo sono considerate importanti le relazioni familiari. Ma l’insieme dei rapporti umani è un’entità alla quale non viene dato un valore.
Ma di fronte a un lutto, una malattia, un rovescio economico, un lavoro difficile da fare è il capitale umano che fa la differenza: cioè la quantità e qualità di aiuto che posso ricevere dalla mia cerchia di amicizie e conoscenze.
Esistono parecchi studi che dimostrano che le persone che hanno una migliore posizione sociale e una migliore situazione familiare sono anche persone che conoscono molta gente, coltivano molte relazioni.
Poco ci si rende conto che le persone rissose, disoneste, che non rispettano la parola data, che non sono affidabili sul lavoro, pagano profumatamente i vantaggi immediati che ottengono comportandosi male con un costo spaventoso sul lungo periodo: essi distruggono il proprio capitale umano.
Potremmo inventarci un nuovo indicatore di serenità esistenziale basato su un’unica domanda: quante persone sono disposte ad alzarsi in piena notte (gratis) per venirti a soccorrere se stai male?
Chiaramente una persona che possa sperare nell’aiuto di 20 persone avrà una visione del mondo più positiva delle persone che a stento riescono a immaginare 4 persone disposte ad aiutarle.
Inoltre coltivare una visione della vita che mette al centro il senso di appartenenza alla comunità dei viventi dà fiducia e la possibilità di immaginare grandi imprese. E ti viene anche da pensare che questo universo abbia un senso e ci siano all’opera forze positive con le quali ti puoi alleare e che ti sosterranno se ti appassioni a progetti belli e giusti.
Cioè, è ben diverso vivere pensando che esista una positività scritta nei geni dell’universo piuttosto che vivere pensando che tutto è una merda secca e puzzolente.
So che molti sobbalzeranno leggendo questa frase.
Uno degli effetti collaterali dell’idea di essere soli contro tutti è quella che il mondo vada sempre peggio.
Teorema e corollario sono strettamente interdipendenti: sono solo, nessuno mi capisce, tutti sono stupidi, solo io ho ragione e prova ne è il fatto che tutto va a rotoli.
In effetti se tutto va bene, il mondo progredisce e tu pensi che solo tu hai sempre ragione ti trovi in una situazione imbarazzante perché è evidente che sei tu ad avere un problema, non il resto dell’umanità (visto che progredisce).
Si tratta di due modi di vedere che si sostengono reciprocamente.
È vero che succedono troppe cose orribili in questo mondo ma è anche vero che da 100mila anni il mondo migliora costantemente e che negli ultimi 50 anni questa accelerazione ha avuto un’impennata pazzesca.
Sei disponibile a discutere con attenzione questa idea così dissidente rispetto a quella pessimista dominante?
Le prove di questo miglioramento sono in tutte le statistiche: se prendiamo qualunque dato sulla condizione umana scopriamo che ci sono stati cambiamenti immensi. È diminuito, nonostante la popolazione sia raddoppiata, il numero degli affamati, sono diminuiti i morti ammazzati in guerre e violenze private, il numero degli stupri, la diffusione della pedofilia, sono diminuite le dittature e la schiavitù. Sono aumentate in modo straordinario le persone che sanno leggere e scrivere, che hanno accesso all’acqua potabile, a cure mediche e ai diritti civili.
La diminuzione del potere d’acquisto dei lavoratori è diminuito negli ultimi anni in Italia e in altri paesi gravemente in crisi, ma si tratta di un peggioramento relativo rispetto a cento anni di aumenti salariali notevoli. Contemporaneamente sono aumentati di molto i diritti e i redditi dei lavoratori nei paesi in via di sviluppo, più persone che hanno una pensione, le ferie pagate, la cassa mutua, le otto ore. Ed è migliorata la giustizia e, incredibile ma vero, stanno diminuendo anche la deforestazione e l’inquinamento. Inoltre sono aumentati esponenzialmente gli esseri umani che sono impegnati nel volontariato solidale: un esercito ormai immenso fatto da più di 500mila associazioni: un fenomeno che non ha precedenti nella storia umana (vedi Paul Hawken, Moltitudine Inarrestabile vedi qui un mio articolo e qui un’anticipazione del libro e un video).
Vedi anche il libro che ho scritto con Michele Dotti: Non è vero che tutto va peggio.
E se ancora non ti sei convinto vedi anche Matt Ridley: Un ottimista Razionale.
E internet e le nuove tecnologie digitali hanno dato ai popoli un’enorme ricchezza sul piano della cultura e della possibilità di comunicazione.
Visto che so che molti continueranno a dire che vedono tutto peggio e che il mondo fa schifo, ripeto che è evidente che questo mondo va di molto migliorato perché arrivi a essere un luogo decente, ma lo stiamo facendo.

Dopodiché se ancora non ti basta non so che dirti… Non è che per caso sei un po’ pessimista con sindrome depressiva?
Come ho detto il primo passo per uscire da uno stato mentale autolesionista e per scoprire la propria mente creativa è quello di iniziare a provare gusto nel mettere in dubbio le proprie idee.
Tu mi dirai: ma tu non metti in dubbio le tue idee…
Io ti dirò; sto fornendoti i link a tonnellate di dati… Hai motivo per credere che siano sbagliati?
Comunque oltre questo limite la discussione si interrompe.
Non si può essere tutti d’accordo e sicuramente ci sono milioni di persone che nessuna potenza logica e documentale potrà mai convincere. Così come ci sono milioni di persone che non crederanno mai di avere il diritto al piacere e di far parte di una comunità dei viventi.
Per adesso mi impegno a cercare di fornire strumenti di riflessione a chi ha voglia di star meglio… Per i miracoli mi sto attrezzando.
Siamo a questo punto arrivati alla conclusione della parte “teorica” di quest’ardua descrizione dei meccanismi negativi (degli errori di pensiero) tramite i quali stiamo cercando di tracciare i confini del pensiero creativo.
E vorrei sottolineare il pregio di questa mappa: ammetterai che sintetizzare in soli tre punti le cause del disagio umano è stata impresa eroica e meritevole.
Dopo questo ciclopico sforzo iniziale arriva il bello, perché nel momento nel quale tu ti trovassi a far tuo questo modello, questa mappa, praticamente hai già fatto tutto.
Si tratta semplicemente di perdere un po’ di tempo a rifletterci.
Nel momento in cui decido che voglio mettere al centro della mia vita il mio diritto al piacere e che posso sbagliarmi e quindi devo fare attenzione ed è il caso che mi ricordi che l’aspetto comunitario della mia vita è essenziale, ho elaborato un giudizio che determina istantaneamente un radicale e gradevole cambiamento nella mia vita.
Questo è secondo me particolarmente grazioso: il cambiamento è istantaneo e irreversibile.
Lo so che negli ultimi decenni molte scuole di psicologia (dalla Pnl in poi) teorizzano le terapie istantanee.
Ma in effetti i risultati sono sotto gli occhi di tutti, istantanee un cazzo. Le terapie istantanee in realtà le devi rifare continuamente… E hai bisogno di uno psicologo bravissimo per ottenere il minimo miglioramento…
Quello che ti sto proponendo io è qualche cosa di completamente diverso. Non c’è nessuno psicologo, maestro, guru…
Ci sei solo tu e una semplice decisione da prendere fino in fondo.
Poi non ci sono esercizi, meditazioni, autoanalisi.
Se hai capito veramente il discorso, poi non puoi fare a meno di seguirlo semplicemente perché è logico.
E inoltre (meraviglia!) aver deciso come stanno le cose, non comporta necessariamente cambiamenti colossali. La partita essenziale si gioca su questioni quotidiane microscopiche sulle quali hai pieno potere.
Perché è nei micro comportamenti che si annidano i semi del disastro esistenziale.

Che strada scegli per andare da qualche parte? La più breve?
Se decidi che il tuo scopo essenziale è stare bene potresti cambiare idea e, quando hai un po’ di tempo, decidere di non percorrere la strada più breve ma quella più soleggiata.
E cosa mangi al bar? Quello che desideri o qualche cosa che hai deciso che devi mangiare sulla base di qualche teoria che ti ha convinto?
E resti a sentire un imbecille che odia il mondo e ti annoia, per buona educazione, oppure pensi di avere il diritto di andartene perché non hai voglia di ascoltare?
Chiedersi: faccio quel che faccio perché lo desidero o perché sono condizionato a farlo è un’azione che se inizi a farla un giorno poi non smetti più perché lo vedi che ti fornisce un immediato salto di qualità esistenziale.

Ottenere questo cambiamento cellulare delle tue giornate richiede, come abbiamo detto, solo di deciderlo; ma forse su questo è meglio spendere qualche parola: come si fa a decidere il cambiamento?
Magari decido di cambiare ma poi mi ritrovo da capo a 15 a ripetere gli stessi comportamenti non positivi…
Ma di questo parleremo domenica prossima…
Buona settimana a te! (Che sei sicuramente un essere meraviglioso e straordinario visto che hai letto fino a qui questo articolo di somma saggezza! Ma che bella persona che sei!)

Jacopo Fo

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