lavoro

L'imprenditore che si è rifatto da solo

Cristian Stangalini, di Correzzola, in provincia di PadovaCristian Stangalini, di Correzzola, in provincia di Padova, due anni fa era stato licenziato dal posto di direttore dello stabilimento della Metal Welding Wire. Con lui avevano perso il lavoro altri 42 operai. Cristian però non si è perso d'animo, ha venduto casa e ha affittato un capannone dove ha riavviato un'azienda tutta sua di fili per saldature, la O.M.P FILI srl, e con le prime commesse ha riassunto 15 persone che avevano perso il lavoro con lui.
“Lavoriamo sette giorni su sette, a ciclo continuo, - racconta - a gennaio abbiamo fatturato 190mila euro, a marzo siamo arrivati a oltre 400mila”.
(Fonte: Ilmessaggero)

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Disoccupati: fate i cavalli!

È un lavoro interessante e gratificante, soprattutto se fai il Cavallo da Polo!
Ecco tutta la verità sui nuovi sbocchi professionali che offre il mercato: a cominciare dalle prospettive offerte dallo stadio per il Polo di Giarre, 27mila abitanti, provincia di Catania, cittadina dotata addirittura di uno stadio per il polo, una specie di hockey a cavallo che piace tanto agli inglesi.
A Giarre! Uno stadio capace di ospitare 6 mila spettatori!!!
Hanno deciso di costruirlo a metà degli anni ‘80. Poi il lavoro è stato abbandonato. Poi si sono accorti che le gradinate superiori avevano una pendenza spaventosa una specie di scivolo kamikaze per gli eventuali spettatori. Hanno dovuto murare le scale di accesso per evitare che qualcuno si facesse male.
E così lo Stadio di Polo di Giarre è restato incompiuto. Non ci sono soldi per finirlo o trasformarlo e neanche per abbatterlo.
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Come fallire in maniera pazzesca

Odiare la realtà

Il sistema più usato per buttare al cesso qualunque progetto è quello di concepire un piano d’azione che non sta né in cielo né in terra.
Alcatraz è un luogo formidabile per osservare questa metodologia estremamente efficace.
In questi trent’anni almeno una volta all’anno è arrivato qualcuno che mi ha detto: “Costruiamo un partito di gente onesta, con un programma semplice e chiaro, vinciamo le elezioni e poi costruiamo un’Italia migliore.”
L’idea di per sé non è male.
Ma io chiedo: “E con che forze costruiamo questo partito?”
La risposta arriva alla svelta: “Sto facendo il giro di una serie di personaggi noti che potrebbero comunicare al mondo le nostre giuste idee.”
E io chiedo: “Ma perché questi personaggi noti dovrebbero seguire il tuo progetto?”
“Perché il mio progetto è l’unico in grado di cambiare la realtà”.
Spiegare a questa persona che pur avendo propositi giusti è destinata al fallimento è una delle 7 cose più difficili del mondo.
Non capisce.
La riprova che questa idea è sbagliata è che di tutti quelli che mi hanno fatto questa proposta NESSUNO  è riuscito a fare un partito più grande del numero dei componenti delle sua famiglia (nella migliore delle ipotesi).

La realtà è complessa e bisogna amarla per capirla.
Bisogna osservarla a lungo, senza preconcetti.
Se lo si fa (forse) ci si accorge che il meccanismo essenziale della società umana, e in modo particolare di quella italiana, è la referenza.
Questo sistema è alla base delle relazioni sociali e risponde a un’esigenza concreta e basilare.
Le persone hanno successo se sono capaci di fare bene qualche cosa e se sono capaci di trovare persone valide con le quali collaborare.
E se è difficile trovare un amante che ci corrisponda, trovare una persona con la quale lavorare non è più probabile.
Il mondo è pieno di furbastri, di profittatori, di persone incapaci di tener fede agli impegni e alla parola data.
Riuscire a trovare persone di valore è raro e la cosa si complica appena riesci ad avere successo.
Chi diventa noto per aver realizzato un progetto è subito assediato da ogni sorta di disonesti e incapaci che cercano di sfruttare il suo successo.
Quindi diventa una regola relazionarsi solo con persone che rispondono a una serie di caratteristiche fondamentali e scartare gli altri.
Non è una buona idea ridurre il ventaglio delle proprie relazioni. Io ho il vizio di ascoltare tutti quelli che hanno voglia di dirmi qualche cosa. Anche i più pazzi, perché a volte hanno idee geniali.
Ma anche io se devo scegliere di collaborare con qualcuno voglio sapere cosa ha fatto e se una persona che conosco e stimo mi dice che si tratta di un individuo valido è meglio.
Nessuno seguirà una persona che non ha mai realizzato qualche impresa difficile che si presenti a chiedere impegno per lanciare un nuovo partito.
Creare qualche cosa di nuovo, in qualsiasi campo, non richiede solo una buona idea ma grandi capacità di capire la realtà, organizzarsi e agire. E se hai queste doti sai già che la prima cosa che devi fare per realizzare un grande progetto è realizzare un piccolo progetto. Compiere un’azione che ti dia credibilità.
Sono i risultati che ti aprono la via ai contatti e alla fiducia degli altri.
Quindi se vuoi costruire un nuovo partito prima di tutto devi dimostrare che lo sai fare, ad esempio conducendo con successo una lotta o un’iniziativa nel tuo quartiere o nella tua città.
Solo sulla base di risultati ottenuti su piccola scala puoi pensare di poter agire su scala nazionale.
Di Pietro aveva raggiunto una grande fama e stima con Tangentopoli. Lo stesso vale per De Magistris e in modo diverso per Vendola e Grillo.
Una persona completamente sconosciuta e senza nessuna esperienza notevole, che voglia fondare un partito solo perché pensa di avere idee giuste, è uno sciocco.
Ho scelto un caso limite ma questo tipo di errore di valutazione me lo vedo di fronte continuamente.
Anche io, modestamente, mi sono più volte rovinato con le mie mani perché non avevo valutato fino in fondo le mie reali possibilità, il mio livello di notorietà, credibilità eccetera.
Ad esempio, ho scoperto che vendere 200mila copie di un libro non ti garantisce di vendere 20mila copie di una rivista mensile.
Anche se le 200mila persone che hanno letto il tuo libro sono assolutamente entusiaste di te e vorrebbero sinceramente e appassionatamente leggere una tua rivista mensile, all’atto pratico non succede.
Ad esempio, perché non sapranno mai che hai stampato una rivista. Come fai ad avvisarli?
In questo momento siamo in edicola con il terzo numero de Il Male, che esce dopo 30 anni e che ebbe un successo immenso.
Ne hanno parlato tutti i giornali, centinaia di blog, parecchie radio e qualche trasmissione televisiva, eppure alcuni giorni fa a una festa con vecchi amici ho scoperto che la maggioranza di loro non sapeva che il Male era di nuovo in edicola.
La realtà è dotata di un grande livello di resistenza e dispersione che rappresenta un sostanzioso ostacolo per qualunque iniziativa.
Prendere le misure del mondo è essenziale se si vuole ottenere il risultato sperato.
Sennò potete appassionarvi alle variazioni di colore dei vostri lividi, dopo che avete battuto il sedere per terra.
Io l’ho fatto e devo dire che non è un gran che.
Ho anche scoperto un metodo che può offrire un aumento notevole delle probabilità di tirar fuori un progetto che vada avanti: parlare.
Raduni una decina di amici e gli racconti quel che vuoi fare.
Se non riesci a radunare una decina di amici forse è meglio che valuti quali errori hai commesso nel tuo universo relazionale.
Se non riesci a entusiasmare i tuoi 10 amici sulla tua idea forse ci sono dei buchi pazzeschi.
Se riesci a entusiasmare i tuoi amici hai qualche possibilità di farcela.
Ma attenzione: l’entusiasmo è un segnale di gradimento non una garanzia di successo.
Prima di buttarmi in questa idea avevo fatto politica nel movimento per 7 anni, avevo cercato per 2 anni di mettere insieme un gruppo di disegnatori per fare una rivista, ci ero riuscito e per altri due anni avevo lavorato al Male.
Con una ventina di amici discutemmo per un paio di mesi su come organizzare Alcatraz, poi finalmente decidemmo di passare dalle parole ai fatti e ci demmo appuntamento un giovedì, alle 9 di mattino, per iniziare fisicamente i lavori (avevamo 3 case da ricostruire).
Quella mattina alle 9 mi ritrovai da solo.
E dovetti iniziare la ricerca di un gruppo di persone con le quali lavorare invece che discutere.
A scuola era lo stesso: decidevamo in 500 di occupare la scuola, in 40 organizzavamo il piano per occupare e poi la mattina alle 7 e un quarto eravamo in 5 a prendere di sorpresa il bidello e bloccare la porta d’ingresso.
Non sempre succede così. Ho anche visto momenti magici nei quali 20 persone hanno una buona idea e dopo qualche settimana ci si trova col sostegno di centomila persone. Il lancio del Male ha funzionato così.
Ma sono, appunto, momenti magici.
Alcatraz è stata un’esperienza quotidianamente eccezionale che mi ha dato la possibilità di vivere esperienze appassionanti… Sicuramente è stata una delle imprese che mi ha dato di più in termini di qualità della vita ma è stata anche una fatica boia per riuscire a far quadrare i bilanci e per 3 volte siamo falliti economicamente. In questi casi l’importante è rialzarsi in piedi e riprendere a lavorare cercando di non rifare le stesse stronzate.
Solo da un paio di anni abbiamo raggiunto un pareggio economico decente. A volte le idee sono sostanzialmente giuste ma i tempi no.
Pare incredibile che per 30 anni le nostre idee sul risparmio energetico siano state considerate poco più che quisquilie. Ci è voluta l’ecatombe in Giappone e la vittoria del referendum sul nucleare per riuscire a far conoscere il nostro progetto al grande pubblico.
Ogni tanto arriva ad Alcatraz qualcuno che dice: “Questo è un posto straordinario! Non sapevo che esistesse. Perché non fate un po’ di pubblicità?”
Cavolo, in 30 anni ho partecipato ad almeno 60 trasmissioni televisive, sono usciti un centinaio di articoli sui giornali, da 10 anni gestiamo 20 siti internet tematici, la nostra pubblicità esce ogni giorno su 400 siti artistici, etici ed ecologici, sono stati comprati almeno 500mila copie dei libri che ho scritto (dove c’è sempre la segnalazione di Alcatraz) e nonostante tutto questo gran parte delle persone che apprezzerebbero Alcatraz non sanno neanche che esiste…
Ecco, la realtà è complicata, se vuoi ottenere un fragoroso insuccesso fai finta che sia semplice.

Proprio per questo, perché compiere grandi imprese è un’attività che ha tempi lunghi, è essenziale comprendere il valore della gradualità.
E’ la filosofia dei piccoli passi.
Essenziale elemento strategico.
Io mi impegno solo e soltanto su azioni capaci di darmi immediatamente un risultato anche se minimo.
Nel 1981 avevo capito che la rivoluzione comunista ormai era fallita.
Decisi che l’unica era creare situazioni di vita e cultura alternative che permettessero alle persone di sperimentare idee e stili di vita migliori e quindi crescere grazie a esperienze nuove e positive.
Il mondo cambia se cambiano le persone. Ma le persone non cambiano se non fanno esperienze migliori.
Quindi la prima cosa che creammo fu un ristorante dove si mangiasse bene.
Scegliemmo il punto più semplice sul quale concentrare tutte le nostre energie.
Avere un ristorante che offre cibi meravigliosi è un piccolo risultato ma è una vittoria immediata: appena scoli gli spaghetti e ci metti il sugo e li assaggi dici: “Ho vinto! Questi spaghetti sono fantastici!”
Questa luminosa, fragrante vittoria ti gratifica, ti galvanizza, ti ristora e ti ripaga delle mille avversità del mondo. E visto che hai vinto e vincere è estatico ti viene ancor più voglia di impegnarti allo stremo per ottenere risultati ancora migliori e decidi: “Non ci son cazzi! Domani facciamo le lasagne!”
E il giorno dopo come ti senti quando assaggi le lasagne e ti accorgi che sono veramente bolognesi in maniera pazzesca?
Succede che la tua determinazione ribelle cresce.
Dalle lasagne passi agli gnocchi e dagli gnocchi all’ecovillaggio solare super tecnologico.
Ma la tua forza resta sempre il fatto che i grandi progetti hanno dentro uno sciame delizioso di piccole vittorie: le persone straordinarie che hai conosciuto e ti sono diventate amiche (e che cucinano da Dio), i gruppi con i quali hai scambiato ricette e sementi biologiche, quelli che ti hanno fatto conoscere un buon vino…
Un grande progetto ha una spina dorsale che è costituita da una rete di microeventi e di microvittorie che sono l’humus, l’anima e l’energia del progetto.
Senza questa SOSTANZA il progetto è vuoto. Se c’è solo un centimetro di terreno crescono solo licheni.
Una volta sono andato a cena a casa di una persona molto simpatica che aveva grandi idee. Ho mangiato malissimo. E ho smesso di frequentarla.
Se vuoi fallire in modo fragoroso fidati di chi non sa fare il soffritto.
(Non saper cucinare non è una colpa. E’ grave non rendersi conto che non si sa cucinare.)

 

INDICE DEGLI ARTICOLI PRECEDENTI (in ordine di lettura)

1 - Lo zen e l'arte di vincere

2 - Non esiste un modo certo per avere successo. Esiste però un modo certo per mandare tutto a scatafascio.

3 - Come fallire in maniera pazzesca

4 - Reprimere i desideri fa male, molto male

5 - Le vie della perfezione sono finite

6 - Il senso della realtà. Agire con passione, agire con metodo!

7 - Non ho potuto arrivare in orario perché c’è stato uno tsunami.

8 - Lo spirito di sacrificio o lo spirito del gioco?

 

L’Italia affonda. Forse è meglio procurarsi qualche salvagente.

Ha causato scandalo Di Pietro dichiarando che siamo sull’orlo di una rivolta sociale che rischia di lasciare per terra dei morti.
Ma non credo possiamo aspettarci molto di meglio di una disastrosa macelleria sociale che esaspererà gli animi dando fiato ai fautori di azioni violente…

Lunedì sera Gad Lerner, che conosco come persona assennata fin da quando a 17 anni attraversammo insieme l’Europa, da Milano al lago di Lochness, ha radunato nello studio dell’Infedele un gruppo di stimati economisti. I quali erano tutti sostanzialmente d’accordo sul fatto che l’Italia per pagare gli interessi sul debito dello Stato al 6%, dovrebbe avere un ritmo di crescita del 6%. Visto che il ritmo di crescita sta sotto l’1% non abbiamo nessuna credibile possibilità di evitare la bancarotta.
Inoltre il nostro debito è talmente grande (2 mila miliardi di euro) che nessuna nazione e neanche l’Unione Europea, è in grado di salvarci.
Un conto è prestare 100 miliardi alla Grecia, un conto è sborsarne 20 volte tanto. Abbiamo quasi 2mila miliardi di euro di debito, 4 milioni di miliardi di lire.

A questo punto le strade sono 2.
Potremmo trovare finalmente la forza di tagliare lo spreco, la corruzione e l’evasione fiscale. Come in molti stiamo da tempo ripetendo che l’Italia butta via centinaia di miliardi di euro ogni anno. Un recupero del 10% annuo di questo fiume di denaro ci salverebbe. Ma a quanto pare la Casta è completamente incapace di gestire un sostanziale cambiamento. Oggi nessuna forza politica è arrivata al traguardo minimo di proporre un pacchetto di interventi che incidano veramente sullo spreco e l’inefficienza.
Il massimo della di sinistra è stato proporre timidi piani contro l’evasione fiscale. E non c’è la determinazione a colpire corrotti e tagliare i costi della politica.

Potremmo fare la scelta Islandese. Lerner ha trasmesso un’intervista a Hordur Torfason, che colà ha guidato la rivolta civile.
Torfason, sessantacinquenne asciutto e determinato, ha spiegato che non serve un economista per capire che il debito nasce da una classe politica irresponsabile che ha agito con la complicità di banche e istituti di rating. Quello che hanno fatto gli islandesi è stato dichiararsi vittime di una rapina messa a punto da gruppi nazionali e internazionali di furbacchioni.
E i 300mila islandesi hanno votato quasi all’unanimità di considerare illegale il debito contratto dai governanti all’insaputa dei cittadini e ai loro danni: il popolo islandese non si considera responsabile di questo debito e chi lo voglia incassare deve rivolgersi ai truffatori che lo hanno contratto in modo illegale.
Cioè a dire che i creditori non possono far finta di niente e devono prendersi la loro fetta di responsabilità. Quindi gli islandesi si sono rifiutati di pagare i debiti dello stato.

Ma sinceramente non credo che oggi ci sia la possibilità di imporre una simile scelta in Italia… Da una parte non è così facile svincolarsi dall’euro (rischierebbe di essere per noi molto peggio della crisi attuale) dall’altra non mi sembra proprio che ci sia all’orizzonte un Hordur Torfason italico.
E a dirla tutta non vedo proprio qualcuno capace in questo momento neppure di imporre a questa Casta di irresponsabili una serie di riforme vere che puntino all’efficienza dello stato.

Il problema dell’Italia è che è prigioniera di una serie di bande, complotti e controcomplotti, che si annullano e si sovrappongono portando all’immobilità del sistema.

Che ci resta?
Niente.
Il panorama è una merda secca e puzzolente.
E’ una buona ragione per deprimerci, avvilirci e farci prendere dal panico?
Certo. Questa è un’occasione ottima per perdere ogni fiducia in un futuro migliore per l’umanità. Probabilmente non vivrai nella tua vita un altro momento storico altrettanto favorevole a un crollo emotivo e allo scoramento sociale.
E se crolli in lacrime possiamo solo comprenderti ed essere solidali con te.
Ma visto che noi siamo stati forgiati con acciaio al vanadio e le emorroidi rivoluzionarie non ci consentono di star fermi in poltrona a guardare lo sfacelo, abbiamo tutta l’intenzione di batterci fino all’ultimo per arginare la devastazione delle classi lavoratrici.

E siamo addirittura pacatamente ottimisti: da questo disastro potrebbe perfino uscire anche qualche cosa di buono. La lezione di Napoli ci insegna che gli italiani, quando si arriva a battere il sedere per terra, sono capaci di reagire… E disconoscere i partiti tradizionali (e addirittura mettersi a fare la raccolta differenziata direttamente, arrivando ad affittare in proprio magazzini, per realizzarla).

Quindi seguiamo il poco buon senso che ci valorizza e ci mettiamo a lavorare per approntare le barelle per salvare almeno qualcuna delle vittime della macelleria sociale. E speriamo che altri, altrove, stiano lavorando nella stessa direzione.
Mai come in questo momento mi sembrano prioritari i metodi del commercio equo, dei gruppi di acquisto, delle banche del tempo e dei circuiti del riuso e del baratto.
La lezione argentina ci insegna che quando uno stato fa bancarotta e il sistema crolla l’unico strumento del popolo per difendere la propria sopravvivenza materiale è organizzare un’economia alternativa.
Questo è l’unico settore di iniziativa dal quale possiamo trarre risultati. Il terreno più utile da battere.
Per questo Alcatraz in questo momento sta intensificando le iniziative di economia etica. Stiamo organizzando un grande mercato dell’usato qui a Perugia, a Ponte San Giovanni, in collaborazione con il Tavolo della Pace, il Sel e altri gruppi.
E visto che nei momenti di crisi la professionalità può fare la differenza stiamo progettando a breve una serie di corsi per disoccupati che mirano allo sviluppo delle capacità di autoimpresa nel settore delle ecotecnologie, della comunicazione e del benessere.
E stiamo premendo l’acceleratore sul progetto Ecovillaggio Solare… A giorni apriremo il cantiere per le prime 17 abitazioni.

Sul fronte della comunicazione è in uscita Il Male, in edicola, il 5 ottobre, sarà un’altra occasione per sviluppare qui ad Alcatraz laboratori creativi, una specie di sub-redazione periferica del settimanale (dal 3 al 9 ottobre il primo laboratorio http://www.jacopofo.com/il-ritorno-del-male-rivista-satira. Cerchiamo in particolare disegnatori capaci di produrre pitture realistiche. Il laboratorio verrà trasmesso in diretta su www.alcatraz.it).
Proprio perché la situazione è grave vorremmo trasformare Alcatraz in un laboratorio permanente di comunicazione e satira. Come al solito pensiamo che il comico sia lo strumento culturale più potente che abbiamo a disposizione.

L'Albero del Caffè

L'Albero del Caffè - Commercioetico.itCarissimi,
questa settimana vi raccontiamo la storia di un prodotto: si tratta di Caffè o meglio dell'Albero del Caffè, un progetto di Altercoop, cooperativa sociale nata nel 1985. La mission principale della torrefazione è quello di offrire a persone svantaggiate l’opportunità di imparare un lavoro appassionante e utile per il loro futuro, e per questo sono stati coinvolti in questa avventura i detenuti della Casa Circondariale della Dozza (Bo).
Le realtà di questo genere sono numerose e ne abbiamo già parlato presentandovi un libro che ne raccoglie molte: Il Mestiere della libertà.
L'Albero del Caffè è una di queste e ci è piaciuto molto inserire questo profumato prodotto nel nostro catalogo, sperando che vi piaccia: noi ne siamo entusiasti, anche perché mette insieme un bel progetto sociale con una straordinaria qualità. Perché il caffè è un piacere e se non è buono, etico, bio, solidale, equo, che piacere è?

Ma lasciamo parlare Alessio Bascheri, il promotore di questa fantastica avventura:
“L’Albero del Caffè utilizza solo caffè provenienti da colture biologiche.
Questa scelta risponde alla volontà di preservare gli ecosistemi locali, la salute di chi vi abita e lavora, la biodiversità animale e vegetale. Il caffè certificato biologico non entra nei percorsi commerciali del caffè convenzionale e garantisce la tracciabilità completa del prodotto.
La scelta di lavorare esclusivamente materia prima biologica è il mezzo per mettere in pratica la nostra visione etica in ogni momento del processo. Lo sviluppo consapevole dell’agricoltura biologica permette al produttore di liberarsi dal vincolo del prefinanziamento per l’acquisto dei fertilizzanti e pesticidi di sintesi: potrà decidere quando ed a chi vendere il proprio caffè e non dovrà preoccuparsi di ripagare interessi da usura.
Il rapporto diretto con il compratore garantisce la sicurezza del guadagno, senza intermediari: i nostri produttori ricevono il giusto prezzo, con l’aggiunta del premio per il biologico. Dialoghiamo direttamente con i produttori per sviluppare filiere corte e tese, basate sulla condivisione degli obiettivi, della qualità e della trasparenza.
Con il tempo abbiamo visto diminuire le malattie, recuperare tradizioni e antichi saperi, rinascere le comunità locali.
Il progetto della torrefazione nasce con due obiettivi principali:
1. Offrire una formazione teorica e pratica ai detenuti per facilitarli nella definizione e ricerca di un lavoro una volta terminato il periodo detentivo:
· sulle pratiche di produzione alimentare industriale, mediante il lavoro nei vari reparti della torrefazione (gestione materie prime, cottura, miscelazione, confezionamento, controllo qualità, magazzino, spedizioni);
·sulle pratiche di preparazione delle bevande a base di caffè ed utilizzo delle attrezzature atte alla somministrazione, al fine di formare baristi di alto livello.
2. Agevolare nelle persone un percorso che porti ad una personale riabilitazione nei confronti del proprio intimo rapporto con la “vita”. La scelta della lavorazione del caffè nasce proprio per utilizzare a questo fine la passione che spesso nasce a chi manipola questo prodotto. Per rafforzare il percorso, i detenuti seguiranno corsi di assaggio e degustazione, formulazione di miscele, Latte Art. I migliori parteciperanno al Campionato Italiano Baristi Caffetteria (CIBC).
Intendiamo utilizzare più manodopera possibile, quindi abbiamo deciso di mantenere i processi produttivi quasi completamente manuali.
Questo ci limiterà molto nella crescita aziendale e ci costringerà a rimanere una realtà artigiana.
Definito il vincolo, abbiamo deciso di valorizzarlo al meglio come punto di forza: distribuzione locale, alta attenzione alla qualità del processo produttivo, adeguata tempistica di processo (tostatura lenta, per singole provenienze, maturazione a temperatura ed umidità controllate, confezionamento manuale con controllo visivo e di peso di ogni singola confezione), rispetto delle persone.
Senza escludere che la miscela, sviluppata da esperti formulatori, è da considerarsi completa e complessa. Un prodotto artigianale di alta qualità.
Una unica miscela, certificata bio (ICEA). Quasi tutta la materia prima utilizzata è anche Fairtrade.”

 

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Fare soldi con internet

GoogleSei disoccupato? Cerchi lavoro? Si sta aprendo anche per te una strepitosa occasione per guadagnare facendo qualche cosa che ti appassiona.

E’ iniziata la seconda rivoluzione del web: arrivano i soldi per i micro editori!

Lacrime, lacrime, lacrime!
Piangono le grandi concessionarie di pubblicità, le grandi agenzie che hanno distribuito per decenni fantastiliardi di soldi ai grandi gruppi editoriali togliendo alle piccole case editrici la possibilità di sopravvivere...
Nel silenzio dei mass media, che non se ne sono accorti, è avvenuta una rivoluzione.
Quello che è successo è che la pubblicità di Google ha fatto un salto di qualità enorme.
Google, anni fa, inventò la pubblicità tematica: quei piccoli annunci che trovi sulle pagine di moltissimi siti internet. Se cerchi agriturismo o vai su una pagina dove si parla di agriturismo, Google seleziona gli annunci che parlano di agriturismo. Cioè chi compra la pubblicità può indirizzarla alle persone che sono interessate a quel particolare prodotto visto che cercano articoli su quell’argomento. E non pagano la pubblicità in sé, come accade su giornali e tv, pagano solo quando una persona clicca sulla tua pubblicità ed entra nella tua pagina (click true). Già questa è stata una bomba perché permette agli inserzionisti di pagare in ragione di un risultato concreto (il numero dei visitatori realmente interessati). Inoltre questo sistema permette di calcolare, dopo un po’ di esperimenti, quanti comprano il prodotto ogni mille navigatori che entrano nella pagina che lo pubblicizza. Quindi puoi calcolare con forte approssimazione al vero e in anticipo, quanto ti costerà in pubblicità Google ogni singola vendita e quindi investire con una ragionevole certezza di incassare poi.
Già questo rendeva la pubblicità Google molto più conveniente di qualsiasi altra forma di promozione, ma i guadagni per i proprietari dei siti erano minimi, una decina di centesimi per ogni click che diventavano un euro solo per alcune fasce tematiche come i viaggi, i conti correnti, l’elettronica, le assicurazioni. Lì c’erano più soldi in ballo e gli inserzionisti erano disposti a pagare molto di più ogni click. Infatti, il costo della pubblicità di Google viene stabilito istante per istante sulla base delle offerte disponibili. Quando compri la pubblicità stabilisci anche quanto sei disposto a pagare per ogni click true. Quello che offre di più ha gli spazi più visibili, chi offre troppo poco non vede apparire la propria pubblicità.
Il che voleva dire che se il tuo sito parlava di controinformazione beccavi solo qualche pubblicità di libri che pagano molto meno dei viaggi. Quindi chi aveva contenuti di un certo tipo raccattava solo qualche manciata di euro.
La novità è che ora Google pubblica gli annunci non sulla base di quello che stai cercando in quel momento ma sulla base di quello che hai cercato nelle ultime ore.
Cioè, se io cerco i prezzi di un volo per Londra e poi vado a visitare un sito sulle farfalle, Google continua per un po’ a pubblicare sulle pagine che apro offerte per viaggi a Londra, alberghi a Londra, ristoranti a Londra eccetera.
Questo permette a Google di ottenere più click ogni mille persone che vedono la pubblicità. Ma permette anche a chi gestisce il sito di farfalle di incassare più soldi. Se sul sito delle farfalle appare solo la pubblicità di prodotti per farfalle (un settore economicamente poco vitale con fatturati pubblicitari quasi nulli) chi gestisce questo sito incasserà poco o  niente anche se ha un mare di visitatori.
Guadagno molti più soldi se Google mi spara sul sito delle farfalle una pubblicità mirata su ciascun singolo visitatore (a quelli che vogliono andare a Londra pubblicità inerenti e diverse da quelle che appaiono quando sul sito delle farfalle arrivano persone che hanno in precedenza cercato la parola agriturismo, che troveranno pubblicità agrituristiche).
Cioè succede che il sito delle farfalle non guadagna sulla base della commerciabilità dell’argomento che tratta (pessima) ma sulla base del numero dei visitatori…
In pratica otteniamo che un sito che oggi gestisce bene la pubblicità di Google, mettendone tanta e grande, può arrivare a incassare fino a 7 euro ogni 1.000 ingressi, mentre col vecchio sistema si stentava ad arrivare a un euro.
E i prezzi stanno aumentando velocemente via via che i compratori di pubblicità si rendono conto che questo modo di fare marketing è veramente migliore di qualsiasi altro per la maggior parte dei prodotti in commercio. In Germania sono già arrivati a punte di 18 euro di rendimento per ogni 1.000 pagine viste. E gli analisti prevedono che, con tassi di crescita del 15% annuo e più, arriveremo nel 2014 a un mercato web da 55 miliardi di dollari solo negli Usa, il 21% del mercato pubblicitario.
Ma sono pronto a scommettere quello che volete che l’incremento sarà ancora maggiore perché già oggi la convenienza del sistema Google ha doppiato quella di qualunque tipo di pubblicità. Il che potrà solo favorire i microeditori.
In Italia l’esplosione sarà ancora più forte visto che nei prossimi anni si prevede un aumento degli utenti web di parecchi milioni di unità e aumenterà il tempo passato in rete e pure il volume dell’e-commerce…
Quindi chi avrà buone idee potrà sperare di raggiungere numeri interessanti. Con 10 euro di rendimento ogni mille pagine visitate, con 1 milione di ingressi incasso 10.000 euro, che iniziano a essere soldi. Bisognerà però aspettare che il mercato italiano cresca ancora un po’… Ma i saggi potrebbero iniziare a pensarci da adesso.
E io, che sono un maniaco della cooperazione mi chiedo se non sarebbe sensato creare network ecoetici e artistici che aiutino i gestori del singolo blog a diventare visibili. Credo che una specie di syndacation potrebbe essere una svolta per molti che hanno la capacità di produrre contenuti di grande interesse ma si troverebbero in difficoltà nel gestire un sito in modo tale che sia molto visibile… Per fare i numeri e salire nella visibilità sui motori di ricerca devi avere molti siti che ti linkano…
Ci siamo già mossi in questa direzione con www.stradaalternativa.it, sito di scambio banner a costo zero, che oggi raccoglie più di 400 siti web e ha già totalizzato 59 milioni di banner visti e portato sui siti che aderiscono al circuito 127.233 nuovi visitatori.
Ma abbiamo altre idee che ci frullano per la testa…
Apriamo una discussione?
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L'unico vero dio dell'Occidente è un dio disumano

Nichi Vendola

La settimana scorsa seguivo Nichi Vendola ad Annozero: alla richiesta di un giornalista di dire cosa, in concreto, il suo partito avrebbe fatto qualora avessero vinto le elezioni, Vendola diceva: lotta alla precarietà, in tutti i sensi e partiva con un pistolotto un po' retorico che in concreto diceva poi pochino. Mi ci sono arrabbiata e molto, perché niente ti fa arrabbiare di più di uno che sta dalla tua parte e fa una brutta figura... Pensavo alla solita casalinga di Voghera che in quel momento stava dicendo: “Ecco! Come al solito! Tante chiacchiere e pochi fatti! Altro che Berlusconi che quando parla dice le cose chiare!” Che poi B. racconti un sacco di balle è un altro paio di maniche.
Poi domenica Riccardo Iacona presenta una puntata di Presa Diretta dal titolo “Arrangiatevi”, dove racconta di come il welfare sia nel nostro Paese una parola che non ha più alcun significato, sarà che è inglese...
Il welfare è diventato un lusso che non ci possiamo permettere? chiede Iacona: l’Italia non è un Paese per poveri? In Campania la disoccupazione generale è al 40%. Solo lì stanno per fallire 200 cooperative sociali, in tutto il settore 20mila lavoratori perderanno il posto.
Ma si parla di Napoli e si sa che al sud le cose vanno malissimo...
Ma poi vado a trovare la mia amica Carlotta a Bologna e scopro che non è solo Napoli... ma andiamo con ordine.
Carlotta si occupa da più di vent'anni di disagio minorile, ha iniziato giovanissima con un paio di amici e il suo primo ufficio è stata una cantina... sembra la storia di Steve Jobs... ma Carlotta, laureata in pedagogia, aveva a cuore non i circuiti integrati ma i ragazzi di strada, e quindi non è mai apparsa sulle copertine del Time e di soldi ne ha fatti pochini.
Dopo anni di lavoro nelle cooperative sociali, Carlotta, che ormai ha acquisito una grande esperienza, decide di fare un concorso e di entrare all'Usl della prospera città emiliana. Tutti le dicevano che era pazza, lo stipendio sarebbe stato basso, l'ambiente del servizio pubblico faticoso, ma lei opponeva a chiunque il suo: “Se non ci lavoriamo dal di dentro non cambierà mai niente, e poi è il servizio pubblico a doversi occupare di prevenzione, dobbiamo organizzare qualcosa che resti...” E allora anche i suoi amici sono andati a lavorare con lei costruendo dal niente un servizio di eccellenza. Carlotta lascia il suo lavoro sul campo e si trova a combattere con i bilanci, organizza dal niente una serie di collegamenti tra mondo del lavoro, polizia, Comuni e Usl, fa centinaia di incontri con tutti coloro che sono coinvolti in questi progetti, crea una rete di salvataggio per tutti i ragazzi minorenni che si trovano in difficoltà e per le loro famiglie. Un lavoro incredibile e straordinario...
Ma poi, anche nella città più rossa d'Italia arriva il nuovo dio e anche a Bologna le Usl diventano Asl e devono diventare, appunto, Aziende, devono produrre...
Bella contraddizione! Perché mai un'azienda che si occupa di sociale deve produrre reddito?
Perché?
E arrivano i manager a dire quello che si può e quello che non si può pagare, manager che non conoscono i ragazzi, che niente sanno del servizio offerto e ai quali poi comunque non interessa. Perché lo scopo non è dare quel servizio ma guadagnare soldi, far quadrare i bilanci, servire a dovere il nuovo dio.
Che importa se un neonato di 20 giorni muore di freddo in piazza? Tanto a pagare con il rimorso e il lavoro sarà quell'assistente sociale che ha una zona troppo grande da controllare, che non ce la fa a seguire tutti perché le hanno tolto colleghi e risorse, e che non ha avuto il tempo di chiedere a quella madre: scusa, dove vai a dormire la sera?
Non pagano i nuovi manager, loro non hanno responsabilità se non quelle che riguardano il loro dio, che tra l'altro con loro è molto generoso, visto che elargisce uno stipendio almeno 8 volte più alto di quello dell'assistente sociale. Per non parlare poi dei benefit, dei favori fatti agli amici e agli amici degli amici...
E allora, in questa fase “manageriale” Carlotta è una spina nel fianco, lei che fa le pulci nei bilanci, lei che sta mai zitta.
Carlotta, per cui ogni ragazzo, ogni “utente” è importante.
E allora Carlotta viene spostata a un altro settore, che non ha niente a che fare con la prevenzione del disagio sociale minorile – che in pratica significa seguire i ragazzi con problemi loro e di famiglia per impedire che  si caccino nei guai, che finiscano in galera, per seguirli negli studi, per trovare loro un lavoro che li tolga dalla strada, ecc. -  Anzi, quel settore probabilmente verrà ridimensionato, di fatto dove prima lavoravano cinque persone, oggi ne lavora una e solo fino alle ferie estive... poi non si sa... sì, perché se Carlotta almeno il lavoro continua ad averlo, i suoi colleghi delle cooperative sociali, a Bologna come a Roma e come a Napoli se ne stanno a casa.
Eh già, la prevenzione non fa scalpore, non fa audience, non dà risultati visibili e immediati.
La prevenzione non interessa più al nuovo dio dei nostri giorni, mal che vada riapriamo i manicomi e costruiamo nuove galere.
Ecco forse quello che voleva dire Nichi Vendola quando parlava di lotta alla precarietà, è anche la precarietà del nostro futuro, un Paese che non investe sui giovani non ha molta vita... e se non intendeva questo spero di avergli dato una buona idea.
Carlotta non si arrende, e non perché è una martire o perché crede che riuscirà a cambiare il mondo. Semplicemente Carlotta non vuole che il mondo cambi lei, ed è profondamente atea.

Gabriella C.

I giovani hanno un futuro!

Parlare di Generazione Zero e' un crimine contro l’autostima dei ragazzi.
Non dite che non c’e' futuro.
Il futuro ve lo potete conquistare (senza ammazzare nessuno).

Vorrei commentare questa lettera inviata da una lettrice di Repubblica che si firma Martabcn, a Saviano.

“Caro Roberto. Le tue parole sono come sempre bellissime; ma questa volta, ahime', sterili. Ho 26 anni, due lauree e tanta voglia di fare. Sono arrabbiata, stufa, sconfortata. Non ho piu' ragione di credere che con "le buone" si ottenga qualcosa, non a questi livelli. Un anno fa mi sarei indignata per Roma, oggi no, oggi sono felice. Perche' e' vero che la violenza e' uno schifo, ma e' l'ultima risorsa di chi e' disperato. Uso questo termine non a caso: disperato e' colui senza speranza. E io sono cosi'. Io non ho futuro: ho 26 anni e non ne ho gia' piu' uno. Non potro' mai comprarmi una casa perche' non faro' mai un lavoro che mi permetta di accendere un mutuo, i miei genitori non possono aiutarmi economicamente e non so nemmeno se potro' mai comprarmi una macchina nuova. Se avro' dei figli non riusciro' a pagare le tasse per mandarli all'universita', e quando saro' vecchia non avro' pensione. Non ho piu' niente da perdere e come me tantissimi, troppi altri.”

Indiscutibilmente in queste parole ci sono alcune verita': i giovani si vedono depredati del loro futuro e questo spinge a una ribellione distruttiva. Saviano e tanti altri hanno cercato di spiegare in molti modi che seguendo questa via non si rafforza il Movimento ma lo si annega. E basterebbe andare a vedere cosa e' accaduto a noi negli anni ’70 per averne prova certa.
Cosi' come e' certo che l’attuale situazione economica esigera' il suo sanguinante tributo in termini di vite annullate, di reazioni popolari di rabbia cieca e di controreazioni del potere ancora piu' violente e selvagge.
Questo ci racconta il passato e l’unica speranza e' che si formi un argine culturale a questa follia: da una parte una classe di malfattori e speculatori butta sul lastrico milioni di persone e dall’altra monta la reazione violenta dettata dall’esasperazione. Oggi ci sono personaggi come Saviano che possono avere un grande peso nel convincere molti giovani a scegliere strumenti pacifici di lotta.
Ma credo che vi sia un altro punto essenziale che dobbiamo affrontare se vogliamo limitare questa tendenza a rispondere alla follia criminale del sistema con la violenza (o la depressione).
Si tratta di una questione essenziale che la sinistra non vuole affrontare a causa del vuoto culturale nel quale anch’essa nuota.
Questa ragazza di 26 anni, con 2 lauree, che scrive in modo pulito e elegante, ci dice: “Io non ho futuro”. E la sinistra applaude, alla ricerca di nuovi argomenti contro B.
Invece io vorrei dire a questa ragazza: sbagli a pensare che di non avere futuro! Sbagli di grosso. Hai accettato uno stato mentale disastroso. Se vuoi puoi convincerti di non avere speranze, ma ti fai un danno, butti via le possibilita' enormi che hai davanti.
Anche se al governo c’e' una masnada di filibustieri, anche se c’e' una crisi economica verticale causata da una cricca di speculatori criminali, anche se c’e' il nepotismo e si buttano per auto blu i soldi che servirebbe per la ricerca…
I progressisti dovrebbero dire a questa ragazza: “E’ vero, e' pieno di ingiustizie. E’ vero stanno spazzando via le conquiste di decenni di lotte. Ma non dire mai che non hai futuro perche' se lo dici sei morta.”
Vogliamo confrontare la situazione attuale che vivono i giovani con quella degli anni ’50? Che futuro avevano i ragazzi che partivano con le valige di cartone per lavorare nel Nord Europa trattati molto peggio di quanto lo siano oggi i senegalesi in Italia? Eppure quella generazione ha saputo lottare, non ha mai detto “non abbiamo futuro”. Il futuro se lo sono creato. Spesso riuscendo a costruirsi una casa e a mandare i figli a scuola. Una scuola che non ha saputo insegnare la passione e la professionalita'.
Come fa una persona giovane, che ha due gambe, due braccia e due lauree, un cellulare, un computer e un tetto sulla testa, a dire che non ha futuro?
Il futuro se lo stanno costruendo perfino i piu' poveri del pianeta, creando cooperative e autoimprese… 100 milioni di donne che vivevano in condizioni miserabili hanno ottenuto un prestito dal microcredito e hanno cambiato vita basandosi soltanto sul loro cervello e le loro capacita'.
Io non posso vedere invece questo scoramento, e non sopporto la politica di sinistra che per calcolo miope lo alimenta. Ancora non si e' compreso che B. poggia le proprie fondamenta morali su una cultura da sconfitti, vittimista e spaventata, che la maggioranza degli italiani ha assorbito succhiando il terrorismo dei telegionali e la prassi videomasturbatoria del dolore trasformato in spettacolo.
Questo vittimismo disperato e' poi dimostrazione della totale incapacita' di comprendere cosa stia succedendo oggi nel mondo. E’ come se la scuola e la tv avessero ipnotizzati questi giovani laureati imbottendogli la testa di informazioni deprimenti che gli impediscono di vedere la realta'.
E’ vero, negli ultimi 15 anni le prospettive per i giovani sono crollate. Ma questo non e' colpa di Berlusconi. Non TUTTO  e' colpa sua. La causa e' che il mondo sta cambiando e l’Italia non ha saputo stare al passo per un blocco mentale che ha generato tra l’altro anche B (che non e' il padre ma il figlio di questa situazione).
La societa' industriale globale sta facendo saltare il mercato del lavoro cosi' come lo conoscevamo. E disgraziatamente non c’e' modo di fermare questo processo. Possiamo pretendere degli ammortizzatori sociali veri in questa fase di transizione, ma non possiamo fermare l’economia mondiale anche se sarebbe bello poterlo fare.
Ma d’altra parte questo processo storico coincide con l’aprirsi di enormi possibilita' di creare un lavoro appassionante sul web. Lo sviluppo impetuoso dei social network, dei gruppi di acquisto, delle comunita' in rete, offre oggi a giovani, con due lauree, possibilita' di lavorare in settori che oltretutto hanno un grande impatto positivo sulla vita delle persone. Come si fa oggi a dire “non ho futuro” mentre il futuro stesso sta cambiando alla velocita' della luce?
Un giovane oggi ha un milione di volte le possibilita' di comunicare (e fare impresa) rispetto a 20 anni fa.
Ti bastano un’idea, un pc, una telecamera da 100 euro e un amico per arrivare a migliaia di persone.
Un settore dove, tra l’altro, c’e' una fame continua di giovani capaci di aggiornarsi.
In questo momento sono gia' alcuni milioni i giovani che lavorano in internet o per internet.
La realta' imprenditoriale che conosco e' quella di aziende che restano bloccate perche' non trovano gente capace di sviluppare un’applicazione per i cellulari, un progetto in 3D o un libro digitale. Cose che nessuna scuola ti insegna ma che puoi imparare da solo. Sul web trovi tutte le informazioni che ti servono.
E non si rende conto la sinistra che continuare a urlare “generazione futuro zero” e' un valido sistema per erodere speranza, autostima, determinazione e peggiorare le prospettive di questi ragazzi?
Non si rende conto che, oltretutto, se devo scegliere tra uno che mi dice: “Hai un futuro di cacca!” e uno che mi dice: “Va tutto bene, ce la puoi fare se ti impegni!” e' molto probabile che alla fine io voti per quello che mi vende un po’ di ottimismo?
Certo B. mente quando dice che tutto va bene. Ma lo battiamo solo se noi diciamo la cruda verita': “Sei in una situazione di merda, ma non arrenderti, uniamoci tutti insieme e costruiamo un futuro migliore! Ce la possiamo fare”.
Io ci credo nel futuro migliore. L’ho visto ascoltando le storie dei ragazzi di Bucarest che vivevano nei cunicoli sotterranei e insieme a Miloud sono diventati clown e giocolieri, e le storie dei Ragazzi di Scampia che sono diventati atleti o chef.
Ce la fa la gente che parte veramente svantaggiata, ce la possono anche fare quelli con due lauree.
Ho speranza.
In Italia non vedo soltanto gli scheletri e le ballerine di B. che danzano. Vedo anche tante persone di valore che costruiscono, ogni giorno, fuori dal Giardino Terrestre dei potenti, opportunita' per cambiare insieme agli altri.
 

Diamo i numeri: 250.000

Green JobsSecondo uno studio del Gestore servizi elettrici (Gse) e del Centro IEFE dell'Universita' Bocconi, nei prossimi 10 anni la “green economy” creera' 250mila nuovi “green jobs”, posti di lavoro nell'ambito delle energie rinnovabili e dell'efficienza energetica.
Alla fine del 2010 gli occupati in Italia in questo settore sono gia' 150mila, un aumento del 30% rispetto allo scorso anno.
Se cercate 45mila offerte di green jobs cliccate qui
(Fonte: Greenreporter)
Fonte imm

Oggi non posso, ho l'erba alta!

Career BuilderCareerBuilder.com, il sito web di annunci di lavoro piu' visitato negli Stati Uniti, ha pubblicato una “classifica” delle motivazioni piu' bizzarre per cui una persona si assenta dall'ufficio.
Il sondaggio e' stato condotto su 2400 datori di lavoro.
Si va da “una gallina ha aggredito mia madre”, in prima posizione, a “ho una mano incastrata in una palla da bowling” fino a “sono stato sottoposto a un trapianto di capelli non riuscito”.
C'e' chi ha osato dire di essersi procurato una ferita al collo addormentandosi sulla scrivania, e chi ha avuto la casa distrutta da una mucca impazzita: “Devo attendere l'assicuratore per valutare i danni”.
Un lavoratore ha chiamato il capo dicendo che quel giorno non si sentiva troppo intelligente e sarebbe rimasto a casa.
E ancora: “Ho dovuto tagliare l’erba del prato per evitare una causa legale dell'associazione dei proprietari di casa”;
“Sono stato sul lago Erie, al confine nordamericano. C'e' stata una fuoruscita di gas. La guardia costiera mi ha trainato sulla sponda canadese”;
“Sono caduto con il piede nel tritarifiuti”.
Secondo un recente studio negli Stati Uniti il 30% delle persone che si assentano dal lavoro per malattia, mente.
(Fonte: Corriere.it)
Fonte imm