cacao della domenica

Uomo: cosa succede se mentre fai pipì prendi la mira?

 

 
(A proposito del rapporto tra pensiero, azione e benessere del corpo)
 
Qualche anno fa l’associazione urologi inglesi lanciò una campagna di prevenzione dei disturbi prostatici molto particolare.
Distribuirono dei sacchetti che avevano lo scopo di finanziare la ricerca. Sacchetti che curiosamente contenevano delle palline di circa un centimetro di diametro composte di una sostanza galleggiante ed effervescente. L’uso era gettare una pallina nel wc e poi fare pipì cercando di colpirla provocando il vistoso aumento dell’effervescenza e il rapido annichilimento della suddetta pallina galleggiante.
Lo scopo era più di comunicazione che di sostanza: le palline avevano un costo proibitivo e solo pochi miliardari avrebbero potuto utilizzarle quotidianamente.
L’obiettivo dell’operazione palline era di rendere comprensibile una delle più recenti conquiste della ricerca urologica: la scoperta che l’uomo, per atavici motivi, quando cerca di colpire un bersaglio facendo pipì e può osservare l’effetto devastante del proprio getto urinico, prova una grande soddisfazione limbica e al contempo modifica il modo in cui utilizza la muscolatura vescicale, compiendo così una benefica ginnastica che tonifica le fibre; detta ginnastica quindi, andando a sciogliere contratture muscolari, migliora la circolazione sanguigna, ultimo effetto di codesta pratica è di conseguenza la riduzione di fenomeni come l’ipertrofia prostatica.
Questa scoperta, non dando la possibilità concreta di pubblicizzare un nuovo prodotto, non ha avuto una forte promozione tra gli addetti ai lavori. Nessuna casa farmaceutica ha valutato potesse essere remunerativo produrre simili palline e sguinzagliare migliaia di informatori medici, armati di viaggi premio alle Maldive, alle costole dei dottori della mutua.
 
Resta il fatto che si tratta di uno dei cippi che indica un interessante confine della ricerca clinica, quello del rapporto tra le modalità delle nostre azioni, la nostra partecipazione emotiva a queste azioni e il buon funzionamento del nostro organismo.
Potremmo parlare di intenzione/risultato di un’azione oppure di submodalità emotivo-simbolica di quel che fai.
Questo dipartimento della neurofisiologia comprende anche il modo di pensare. Ormai si sa che certe idee negative fanno male alla salute ma è importante comprendere che l’effetto del pensiero diventa realmente potente perché determina non solo idee ma modi di compiere un’azione. La dottoressa Fabrizio, docente all’Università La Sapienza di Roma, ha a lungo sperimentato un metodo efficace contro alcuni tipi di malanni cronici, ad esempio l’emicrania con aura, incentrato sulla presa di coscienza del malato della qualità di una serie di gesti quotidiani che diventano potenti proprio perché continuamente ripetuti.
Chiaramente questa osservazione (e il successivo cambiamento della submodalità) va applicata a numerose azioni.
Ad esempio la Fabrizio lavora sul modo di sedersi. Ha un certo peso il fatto che una persona non abbia l’abitudine ad accomodarsi al meglio sopra una sedia, appoggiandosi allo schienale; è negativo se si siede come se fosse pronta ad alzarsi subito, si siede sul bordo della sedia invece che al centro, non si appoggia allo schienale, non è a suo agio. Questi modi di fare attivano i muscoli in modo sbagliato e alla lunga creano una serie di danni e malfunzionamenti. Queste modalità (o submodalità, come le definisce Milton Erickson) portano con sé un sentimento, un modo di pensare, che non dà a quella persona “il diritto” di sedersi comodamente, di sentirsi a suo agio, contengono mancanza di autostima e sensazione di non avere sufficienti diritti e potere e ha sicuramente effetti negativi sullo stato d’animo, il senso di sé e quindi riducono il benessere… Ma è particolarmente interessante osservare che l’effetto negativo sul corpo di un pensiero, massifica la sua azione originando un modo di muoversi innaturale. Quindi agire sullo stato psicologico senza agire sulla coscienza del modo di muoversi che da questo discende, riduce enormemente le potenzialità della cura.
 
Su questo terreno stiamo studiando e sperimentando all’interno della Scuola di Naturopatia Complementare, cercando di raccogliere esperienze di diversi ricercatori e terapeuti e cercando di capire in che direzione possiamo realizzare sperimentazioni.
Per ora siamo riusciti a individuare una serie di titoli e di domande.
Eccole.
 
- Che peso ha il modo nel quale “ascolto” la malattia? Ho sperimentato che la mia passione per l’ascolto delle sensazioni mi  ha portato a un danno notevole perché a un certo punto ero entrato nella “contemplazione del dolore”. In un modo che ancora non so spiegare era come se il mio inconscio avesse mal interpretato qualche cosa… Io ascoltavo il dolore, perché il dolore è un messaggio del corpo che deve arrivare da qualche parte per innescare il meccanismo dell’autocura… In qualche modo mi sentivo gratificato dalla mia capacità di sopportare (psicopatologia spartana!); il mio irrazionale ha interpretato questo atteggiamento, e la pratica dell’ascolto del dolore, come una richiesta di dolore e ha iniziato a fornirmene in gran quantità. Fino a quando ho capito che così stavo sempre peggio e avevo mille acciacchi… Ho quindi smesso di concentrarmi sul dolore per sentirlo meglio e ho iniziato a cercare di ascoltare le sensazioni diverse, guardare altrove, pur senza oppormi al dolore (opporsi, contrarsi, quando si prova dolore non funziona perché rende più difficile per il corpo “capire” quale è lo squilibrio e quindi cosa fare per intervenire. Il dolore è parte della cura in quanto è una comunicazione urgente).
 
- Nel caso di ferite, ulcere e simili quanto è importante se io creo un’area di contrazione intorno alla ferita e contemporaneamente considero quell’area sporca o cattiva o brutta?
Pensare di muovere al rallentatore la pelle intorno a una ferita ha un effetto positivo perché costringe a tonificare la pelle e i muscoli della zona? (vedi articolo settimana scorsa). E poi è meglio se unisco al micromovimento un sentimento di amore e riconoscenza verso la parte malata, in quanto si è sobbarcata l’onere di ammalarsi per mantenere il mio organismo in equilibrio (la malattia è il modo che il corpo a volte sceglie per riequilibrarsi o per tamponare uno squilibrio. Cioè il sintomo è parte dell’autocura).
 
- Gli stati emotivi provocano processi mentali ma anche movimenti muscolari e altri fenomeni fisici. Probabilmente per questo motivo azioni che creano emozioni e conseguenti sensazioni emotive possono generare guarigioni… È il caso dell’efficacia di alcuni procedimenti sciamanici ma anche il motivo per cui ho benefici durante una crisi di emorroidi giocando ai videogames sparatutto?
 
- Camminare guardando per terra piuttosto che al disopra della linea dell’orizzonte (come sarebbe naturale) determina cambiamenti della modalità con ricadute sulla spina dorsale oltre che sull’umore?
Camminare pestando i piedi per terra oltre a distruggere i menischi crea danni a cascata alle relazioni interpersonali e alla fisiologia? Attraverso quali meccanismi questo succede?
 
- Quando respiri in modo naturale espandi i polmoni in fuori, verso l’alto, ma anche e soprattutto verso il basso. Il movimento del diaframma spinge in basso (di alcuni centimetri!) tutti gli organi interni, dal cuore e il fegato fino a vescica e intestini. Quando espiro il diaframma risale verso l’alto portando con se gli organi interni. Questo movimento genera anche un’azione di sostegno fondamentale al lavoro di pompa svolto dal cuore.
È da notare che anche il contemporaneo movimento verso l’alto dei polmoni durante l’inspirazione, seguito da un movimento verso il basso quando si lascia uscire l’aria, è importante anche se muove meno apparati interni; ha comunque un effetto tonificante essenziale e supporta la circolazione sanguigna della parte superiore del corpo. 
Ovviamente i polmoni hanno anche un movimento orizzontale di espansione… Sostanzialmente il palloncino dei polmoni si gonfia e sgonfia, producendo un movimento di andata e ritorno in tutte le direzioni.
Respirare avendo un’idea errata del respiro crea una serie di danni a tutti gli organi che dovrebbero essere tonificati e sostenuti da questo movimento. In questo caso una visualizzazione sbagliata del movimento genera un peggioramento della qualità muscolare. Il fatto di non percepire la modalità del respiro in modo corretto agisce negativamente sul modo di respirare. Ad esempio, a causa di una serie di lezioni di yoga impartitemi da insegnanti ben poco informati, ho maturato un’idea nella quale l’espirazione era connessa a un rilassamento del ventre, quindi a un cedimento degli organi interni verso il basso, contemporaneamente pensavo che muovere i polmoni anche verso l’alto e in fuori fosse cosa da militaristi violenti (pancia in dentro, petto in fuori). Il che mi ha inferto problemi di pressione eccessiva dall’ombelico in giù e contemporaneo eccesso di rilassamento dei tessuti… Ma ovviamente questo errore di movimento ha dietro anche un’immagine di sé che è difettosa anche dal punto di vista psicologico. Non mi vedo come una sfera pulsante con grande forza e unità ma un po’ mollusco troppo rilassato. Il che comporta danni emotivi e relazionali. Cioè vengo “sentito” come un pastina.
 
PS
Questo articolo fa parte di una serie di testi che sto scrivendo per contribuire allo sviluppo della Scuola di Naturopatia Complementare di Alcatraz. Si tratta di un percorso di formazione professionale ma anche di un ambito di ricerca, incontro e discussione tra diverse esperienze. A marzo inizierà il secondo ciclo di lezioni.
 
La Scuola di Naturopatia Complementare ha un costo elastico: si paga a seconda delle possibilità.
 
Jacopo Fo

Quanto della tua salute dipende da come fai lavorare il cervello?

 

(Non voglio parlarti del rapporto tra psiche e malattie ma proprio di come usi la mente)

Quarant’anni fa, vicino a Wuxi, Cina, seduto su una panchina dalla quale si poteva ammirare lo splendido lago e un’assurda piscina con falso colonnato greco, costruita da un inglese con grave turbe psichiche, ascoltavo Terziani, grandissimo neurologo, che mi raccontava la storia di un suo strano paziente.

Quest’uomo soffriva di una grave malattia degenerativa della muscolatura. Ma aveva stupito i medici perché, nonostante il malanno, continuava a camminare e a muoversi, vent’anni dopo la manifestazione iniziale del male. Quel che affascinava Terziani era che quest’uomo era riuscito a contrastare la malattia allenando muscoli “secondari” in modo da mantenere la mobilità. Camminava in modo un po’ inconsueto, ma camminava.

Quel discorso non si svolgeva per caso a Wuxi, entrambi eravamo incuriositi dal gran numero di anziani che all’alba se ne stavano immobili, in posizioni strane, nelle piazze e nei parchi, a volte in gruppi molto numerosi. Se restavi a osservarli ti rendevi conto che non erano del tutto immobili. Si muovevano ma molto, molto lentamente. Solo tempo dopo scoprii che stavano eseguendo i movimenti del Tai Ci, una specie di yoga cinese là praticato spesso in modo diverso da quel che poi vidi fare in Italia. La differenza sta proprio nell’estrema lentezza che sfiora l’immobilità. Il sospetto di Terziani era che esistesse un nesso tra quel che il suo paziente faceva per contrastare la degenerazione muscolare e queste tecniche di movimento praticate con grande soddisfazione in Cina soprattutto dagli anziani per mantenere il corpo elastico e lenire problemi di artrite, cattiva circolazione, pressione alta. Una tecnica antichissima inizialmente adottata dai guerrieri per velocizzare la guarigione di ferite e contusioni attivando il potere rigenerativo dell’ascolto e dell’aumento del nutrimento portato dal sangue alle cellule attraverso il miglioramento della circolazione sanguigna capillare (e forse anche grazie ad altri meccanismi dei quali parleremo in seguito).

Mi appassionai a questa disciplina e iniziai a praticarla da autodidatta scoprendo che il movimento rallentato determina una serie di reazioni nel corpo molto interessanti. Muovendo una parte del corpo al rallentatore si ottiene entro un minuto o poco più una sensazione di caldo, o di aumento di peso o di formicolìo. Queste sensazioni dipendono dal fatto che il movimento rallentato provoca la tonificazione muscolare, le contratture si sciolgono e quindi il sangue scorre meglio nei capillari, dando la sensazione di caldo… Tempo dopo seguii un corso di Ci Cung (una specie di Tai Ci) con un maestro cinese che insisteva su un punto: perché il movimento sia efficace, mentre lo fai devi ascoltare la sensazione che ti procura e visualizzare i movimenti mentre li esegui.

L’approccio al benessere proposto dal Tai Ci è molto originale.

Potremmo definirlo un sistema “mentale” ma esso non assomiglia a quel che comunemente definiamo “l’aspetto mentale di una malattia”. Non è incentrato sui meccanismi psicologici o psicanalitici, non tira in ballo il complesso di Edipo e la depressione… Ma non è neppure un sistema che si occupa del corpo e dei muscoli attraverso il semplice allenamento.

L’ambito di azione riguarda il modo in cui la mente interagisce con il movimento. Il movimento rallentato è efficace perché per ottenerlo DEVI entrare in uno stato di ascolto del tuo corpo molto particolare. In questo stato di coscienza induci non solo la tonificazione della muscolatura irrazionale (altrimenti detta profonda oppure emotiva), cambi anche il modo in cui la mente ascolta le sensazioni. Questo cambiamento aumenta notevolmente la tua capacità di ascolto: è come se tu alzassi il volume delle sensazioni che il tuo corpo vive. L’ascolto delle sensazioni nella nostra cultura non è considerato essenziale per il benessere.

Si tratta invece di uno strumento di autocura potente.

Ascoltare in modo rilassato le sensazioni dentro di te dà beneficio innanzi tutto perché, come ormai molte scuole di pensiero propongono, se la mente ascolta il corpo si facilita la capacità del corpo di autocurarsi. L’ascolto aiuta il nostro incredibile sistema di autoregolazione fisiologica a “individuare” squilibri e disfunzioni e quindi correggerle. L’idea è che le sensazioni interne permettano ai diversi “dipartimenti” del nostro organismo di segnalare al “sistema di controllo centrale” che cosa non va; se una persona non ascolta le sensazioni non permette che i messaggi che esse contengono raggiungano la mente e che la mente possa decodificarli, effettuare una diagnosi del problema e quindi attivare una risposta adeguata (ad esempio secernendo ormoni utili all’uopo).

Questo discorso per molti occidentali è privo di sostanza e sono rari i medici che contemplano questo approccio con gli assistiti, siano essi terapeutiregolari o alternativi.

In questi 40 anni mi sono dedicato a esplorare questo territorio e ho scoperto parecchie cose interessanti.

Ad esempio, un’antica tecnica che si basa sul pensare un movimento, visualizzarlo, senza compierlo realmente. Se mi fa male il gomito non è il caso di muoverlo né velocemente né lentamente. Ma posso ottenere gli stessi effetti che mi procura il movimento rallentato anche soltanto pensando di muoverlo: sento che il mio gomito si scalda! (E quindi ho migliorato la circolazione).

Si tratta di un meccanismo curioso che ha forse a che fare con i neuroni a specchio. Quando guardo una persona compiere un’azione (sorridere, correre ecc) si attivano nella mia mente le stesse zone che si attiverebbero se fossi io a compiere quell’azione. E questo vale sia a livello muscolare che emotivo: le persone che sono tranquille e soddisfatte “trasmettono” un senso di tranquillità e soddisfazione.

Questo è lo sconfinato terreno delle emozioni e dell’empatia che solo recentemente la scienza ha iniziato a esplorare (ricordo il poderoso lavoro svolto fin dagli anni ’80 dal dottor Ruggeri e dalla dottoressa Fabrizio docenti all’Università La Sapienza di Roma).

Non ho elementi scientifici per dire quanto ascoltare le sensazioni e visualizzare i movimenti sia efficace dal punto di vista clinico. Sicuramente si tratta di un’esplorazione del SÉ che mi ha arricchito e che mi ha dato benefici dal punto di vista fisico. Ben mi guardo qui da proporre queste esplorazione come un medicamento miracoloso, credo piuttosto che si tratti di una interessante pratica che può essere di supporto e completamento per terapie specifiche. Ma i confini dell’efficacia della pratica dell’autoascolto e della visualizzazione non sono ancora stati segnati…

N.B.: Propriocezione è la parola tecnica che indica l’ascolto di sé, l’hanno inventata perché nella nostra lingua non vi è una parola che indica l’ascolto del proprio corpo e questo la dice lunga sulla censura che la nostra cultura pratica sulle percezioni e quindi sull’ascolto delle sensazioni emotive… A scuola ci hanno insegnato che i sensi sono 5, ma a medicina insegnano che sono 6…

P.S.: Questo articolo fa parte di una serie di testi che sto scrivendo per contribuire allo sviluppo della Scuola di Naturopatia Complementare di Alcatraz. Si tratta di un percorso di formazione professionale ma anche di un ambito di ricerca, incontro e discussione tra diverse esperienze. A marzo inizierà il secondo ciclo di lezioni.

Su LiveStream il podcast delle lezioni e delle riunioni trasmesse via web.

 

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Jacopo Fo

Tutta la verità sulla mia vita da cavallo

Come fu che mi feci mordere e scalciare ripetutamente ma alla fine riuscii a convincere 15 cavalli che ero uno di loro anche se non ero bravo a nitrire.
La mia passione per i cavalli è iniziata nel 1985, quando avevo 30 anni. Non avevo mai fatto equitazione e avendo terra a disposizione, e non volendo allevare animali da macello, decisi che i cavalli potevano essere una buona soluzione.
Non sapendone nulla comprai le giumente più mansuete che riuscii a trovare: cavalli da lavoro da montagna, cioè cavalli selezionati da secoli per docilità, intelligenza e resistenza. Non vanno veloci neanche se gli spari ma non si fermano mai. Esattamente il contrario dei purosangue, selezionati per la velocità e per dare tutto in pochi minuti, quindi animali molto più irrequieti...
Ma nonostante questa scelta prudente mi resi subito conto che aver a che fare con belve che pesano 500 chili e non parlano l'italiano è veramente problematico.
La prima tragica esperienza la feci riportando a casa una cavalla appena acquistata. Sapevo che per andare a destra bisogna tirare la redine corrispondente, idem per la sinistra, per fermare si tirano entrambe le redini e per far andare la bestia bisogna fare uno schiocco con la bocca e dargli dei calcetti sui fianchi e dire ohh ohh! Un conto è dirlo.... Ci misi 4 ore a fare 6 chilometri e me li feci praticamente tutti a piedi, cercando di trascinare quella bestia, che oltretutto si chiamava Fru Fru...
Non ne voleva proprio sapere di venir via dalla sua stalla e ogni volta che ci salivo sopra faceva dietrofront per tornare a casa; e potevo tirare le redini quanto volevo ma non c'era verso...
La mia seconda cavalcata andò un po' meglio. Piovigginava e io dovevo controllare che non ci fossero buchi in un recinto di diecimila metri quadrati, in mezzo al bosco. Prendo la cavalla più buona che avevo, una vecchia pezzata bianca e nera di nome Gilda, che era la cavalla dei matrimoni di Gubbio (tirava il calesse e si fermava se il semaforo era rosso).
Le metto la coperta, la sella, la testiera, il morso con le redini attaccate, monto sopra (non facile, per riuscirci la devo tirare vicina a un pietrone) e parto per la mia esplorazione su e giù per i dirupi del bosco. Piove sempre di più, la cavalla si scoccia e passa sotto un albero con la netta intenzione di farmi sbattere contro un ramo e buttarmi giù. Ma io sono giovane e lesto e mi sdraio sulla sua schiena per passare sotto un ramo. Ma la dispettosa è anche astuta e dopo il primo ramo ce n'è un secondo più basso e io finisco per terra. E (cavolo!) capisco tutto d'un colpo un sacco di film western che ho visto, perché resto con il piede sinistro incastrato nella staffa e mi rendo conto che se piglia a correre o mi da un calcio sono finito. La cavalla fa due passi trascinandomi sul prato intriso d'acqua gelida, giusto per farmi capire quanto io sia nella merda, poi si ferma e gira la testa per guardarmi negli occhi. E giuro che aveva chiaramente un'espressione di commiserazione. La ringrazio per non avermi terminato. Mi ricompongo e risalgo in sella. Ad un certo punto inizia a piovere intensamente... Ma che volete che sia un po' di pioggia a gennaio, mi rimbalza, ormai sono in un delirio da cowboy selvaggio. Arrivati in cima a un pratone praticamente verticale la cavalla si impunta e non vuole più andare avanti. Allora mi sporgo sulla sella verso un albero, strappo un rametto e lo uso come frustino facendolo sibilare dietro il suo sedere (senza colpirla, basta il rumore). Non si muove. Insisto e le do un colpetto sulla chiappa, giusto per farle capire chi comanda. Allora lei si gira, mi guarda in faccia contrita, scuote ripetutamente la testa per segnalarmi il suo disappunto, emette una specie di sbuffo spernacchiato di sconsolamento (giuro!) e poi fa un passo giù dal pendio. E istantaneamente mi rendo conto che la sella si è staccata, io sto scivolando lungo il collo bagnato della cavalla, un millesimo di secondo dopo ho le sue orecchie in mezzo alle cosce e successivamente sto precipitando giù per il prato con la sella che funziona tipo slitta da neve, mi faccio 20 metri poi a ruzzoloni e finisco in un roveto. Ci metto un po' a uscire dalle spine conficcate ovunque che San Sebastiano è un dilettante, mi rimetto in piedi mentre viene giù il Diluvio Universale per via che Dio sta sghignazzando per la mia idiozia, guardo in cima al pratone e vedo Gilda, immobile nel muro di pioggia che mi guarda con quella faccia tipo: "Ma lo sai che sei un gran cazzone?"
E lì ho capito che se volevo sopravvivere avevo bisogno di un po' di metodo.
Inizio a tampinare amici umbri, sardi e danesi che con gli equini ci sapevano fare e inizio a capirci qualche cosa di più (tipo come NON allacciare la sella se vuoi che resti attaccata alla belva). 
Imparai così come si fa a caricarsi sulla schiena un puledro neonato che è caduto da un dirupo e riportarlo su alla madre. Imparai che con un po' di pazienza la madre capisce che si deve sdraiare per allattare quel puledro perché lui non sta in piedi e che se sei stanco morto dopo che ci sei riuscito e ti sdrai sulla giumenta usandola come cuscino puoi anche addormentarti e ci si può fare una bella dormita tutti e tre assieme.
Imparai che ci sono diversi modi per guidare un cavallo, che può andare a marcia indietro e che esistono scarpe per cavalli che sostituiscono i ferri ma è un gran casino infilarglieli (ha 4 piedi!) e poi camminano come un cartone animato perché sono molleggiati.

Per un po' il mio lavoro principale è stato governare i cavalli, curarli e poi (tempo dopo e dopo parecchi morsi, calci e voli pindarici causa violente sgroppate) arrivai a fare lezione di equitazione ai bambini. Successivamente ho iniziato a fare sessioni di ippoterapia con persone con vari tipi di problemi e mi sono reso conto della sensibilità dei cavalli che cambiano addirittura il modo di camminare se in groppa hanno un bambino o un disabile. E ho visto anche che con questi animali si può sviluppare una situazione di empatia veramente straordinaria. Ci si capisce proprio al volo. A quel punto far stare cinque cavalli immobili mentre cinque bambini si mettono in piedi sulla sella, non è poi così complicato se li guardi negli occhi (i cavalli).
Ben presto però ho iniziato ad avere dubbi sul modo in cui i cavalli venivano generalmente domati e allevati.
Trovavo il morso, il frustino e gli speroni strumenti violenti e iniziai a chiedermi se non fosse meglio sperimentare altre modalità.
Fin dall'inizio decisi che non avrei tenuto i cavalli chiusi in box, che sono celle piccolissime per cavalli. Li lasciai liberi in grandi recinti con solo una tettoia per quando pioveva.
Mi dicevano che se facevo così non potevo poi prenderli quando volevo, per montarli. Ma verificai che non era vero, mi bastava chiamarli tenendo in mano un catino pieno di avena per vederli arrivare di gran corsa.
E non era vero che un cavallo va castrato perché sennò nella stagione degli amori non ti dà retta. Potevo prendere lo stallone in calore e metterci sopra mia figlia Mattea, che aveva due anni, e vedevo che lui non solo era docilissimo ma appoggiava le zampe per terra come se camminasse sulle uova per non darle scossoni e rischiare di farla cadere. Poi magari ci salivo sopra io e mi buttava per terra. Ma lo faceva solo per giocare. E, incredibile, mi buttava per terra solo se eravamo su un prato, mai se eravamo su un terreno sassoso! Gentilissimo...

Piano piano, di esperimento in esperimento, eliminai il morso (quel ferro che viene messo in bocca che se lo mettessero a me mi incazzerei...) e sperimentai che ubbidiscono perfettamente anche solo con una corda legata intorno al muso e alla testa e due redini. Anche le selle mi sembravano troppo pesanti e sperimentai una specie di sella ungherese, praticamente uno strato di tre centimetri di feltro e cuoio, tenuto fermo da tre cinghie (sotto la pancia, intorno al collo e intorno alla coda).
Con il mio fratello di sangue Sergio Angese, che diventò un grande cavallerizzo, molto più bravo di me, passammo ore a discutere e sperimentare per capire il modo tradizionale di andare a cavallo e come riformarlo...
Tra l'altro scoprimmo che non è per niente vero che per insegnare a un cavallo a fare qualche cosa devi spezzettare quel che vuoi che faccia, insegnarli un movimento per volta ripetendolo decine di volte e poi fargli fare tutti i movimenti in sequenza.
Se un cavallo vive libero, non viene trattato con violenza e hai con lui un contatto quotidiano improntato all'empatia lui prende gusto nel rapporto con gli umani. Con Titti, una bestia di 600 chili, facevo ogni giorno lezione con i bambini, per due o tre ore. Quando arrivava un gruppo nuovo tenevo una concione introduttiva e un giorno mi viene in mente che per far ridere i piccoli posso provare a fare una sciocchezza: dico che bisogna salire a cavallo non dal fianco ma partendo di fronte. Ci si mette davanti al muso dell'animale ci si attacca con le mani al collo, sotto le orecchie, e si sale. Ovviamente si tratta di un'azione impossibile, e io invece di arrivare sulla groppa finisco appeso con mani e piedi al collo del cavallo. I bambini ridono per la mia stupidità e per me il numero era finito lì. Ma Titti autonomamente ha un'idea per far divertire di più i bambini e mi mette il ginocchio anteriore sotto il sedere e mi spinge in su cosicché, io facendo forza con la mano sulla sua zampa, finisco a cavalcioni sulla sua schiena. Il giorno dopo ripeto il numero con un altro gruppo e quando sono di nuovo appeso al suo collo mi aspetto che mi aiuti col ginocchio a salire. Invece no, trova una seconda soluzione, alza il collo con un certo slancio, buttando la testa all'indietro e io con una mezza giravolta (agile come un ramarro) mi trovo in sella.
Ora io vorrei osservare che questa secondo me è intelligenza empatica!
Un' immagine che mi è restata impressa è quella di Mattea che a tre anni voleva spostare da sola un branco di una decina di cavalli usando un frustino da doma lungo due metri. Voleva assolutamente che io restassi indietro e si era messa ad agitare il frustino e a fare versi. Incredibilmente i cavalli le ubbidivano perfettamente ma tutti camminavano in avanti con la testa girata all'indietro: guardavano tutti Mattea per essere sicuri che non gli finisse tra le zampe... E per un cavallo non è normale camminare guardando all'indietro!

Passano gli anni e a metà dei gloriosi '90 trovo un libro: L'uomo che ascolta i cavalli (di Monty Roberts, da non confondere con L'uomo che sussurrava ai cavalli che poi ci hanno fatto il film con Redford) e scopro che la mia idea sulla doma dolce aveva qualche cosa di sensato, ma che c'erano potenzialità che non avevo mai nemmeno ipotizzato: cambiare totalmente il modo di concepire la relazione con i cavalli, risparmiando fatica e ottenendo un'affidabilità altrimenti impossibile.
Credo che a questo punto vorrai assolutamente capire di cosa si tratta e sapere tutto sul mio incontro con David Bassi e Monica Citti. Allora leggi qui.

Jacopo Fo

Cari oppositori, Renzi vi farà a pezzi!

La battuta migliore su Renzi è: il bambino che mangia i comunisti

Il capo del governo, dell’opposizione realizzata dalla Camusso, dal Sel e dal M5Stelle, se ne farà una ragione. Forse alla fine  manderà loro anche un biglietto di ringraziamenti.
Raramente ho visto un modo di contrastare un governo così loffio e inconcludente.
Sento parecchi progressisti radicali attaccare Renzi: è una copia di B., tutto promesse e niente fatti…
Certo, è chiaro che se il governo non conclude qualche cosa veramente perde rapidamente tutto il consenso.
Ma io non ho la sensazione che Renzi sia tanto stupido da non capirlo da solo (oltre ad averlo detto più volte).
Per prima cosa io consiglierei all’opposizione radicale di riflettere bene su questo punto.
Se veramente si è convinti che non siano capaci di concludere niente è inutile sgolarsi. Tempo sei mesi questo fiorentino viene cancellato dalla scena politica.
Ma io, magari solo per prudenza, ragionerei sul fatto che, magari, Renzi non è tutto scemo… Sottovalutare un avversario è sempre un errore.

E già il fatto di sentirlo continuamente paragonare a B. mi pare un errore di partenza.
Renzi è diversissimo.
Innanzi tutto non è sceso in politica per sfuggire a svariati processi e per salvare economicamente le sue imprese, non ha schiere di scheletri in numerosi armadi, non possiede tre tv e il maggiore gruppo editoriale italiano. B. ha fatto soprattutto leggi ad personam.
Renzi che leggi ad personam potrà mai fare?
Non capire questa differenza porta a un errore di valutazione disastroso.
Renzi NON è sceso in politica per fare i suoi interessi spiccioli. 
Il suo è un caso ben diverso: vuole diventare il nuovo Garibaldi e avere 100 statue in 100 città e una targa in mille alberghi: “Qui dormì Matteo Renzi, padre del Rinascimento italiano”.
Ma i progressisti italiani per lo più, dopo aver contrastato B. in modo inefficiente (un fallimento durato 20 anni) col cavolo che si sono chiesti: “Dove abbiamo sbagliato?” e orgogliosi dei loro insuccessi stanno usando la stessa strategia fallimentare sperimentata con B. contro Super Matteo. Ahi ahi ahi!

Il secondo errore doloroso è quello di non considerare neppure per un attimo che questa caotica gestione del potere possa portare frutti capaci di garantire a Renzi un potere smisurato in virtù non di leggi liberticide ma di un consenso bulgaro.

Se io fossi Renzi, come ho scritto tante volte, mi dedicherei alla politica dei piccoli passi, punterei su tante leggi a costo zero che possono liberare risorse e tagliare costi e ghigliottine burocratiche, cercherei di costruire un nuovo modello di sviluppo (gruppi d’acquisto, moneta complementare, efficienza energetica, un modello di stato antiautoritario e sburocratizzato).
Ma io non sono Renzi. E mi chiedo: non è che questo è più furbo di quel che sembra? 
Perché a ben guardare quel che sta facendo Renzi si delinea una tattica molto particolare. E prima di bollarla come una solenne presa in giro ci ragionerei un attimo.
Perché è vero che gli annunci sono tanti e i fatti pochi. Ma è pur vero che qualche fatterello c’è…

Mi pare che la tattica di Renzi cammini su due gambe: da una parte ci sono una serie di annunci e provvedimenti scenografici (80 euro, auto blu all’asta, un tetto massimo di stipendio per i funzionari pubblici, unificazione delle forze di polizia, articolo 18, abolizione dei cocopro e dei cocoricò…).
Queste azioni stanno colpendo l’immaginario di diverse fasce dell’elettorato, una dopo l’altra. Un estenuante lavoro di consolidamento elettorale.
Certo Renzi è solo astuto, certo è tutta tattica e propaganda… Ma è miope dire che sono solo chiacchiere: chi mai aveva aumentato di un euro gli stipendi?
Chi mai ha tagliato gli stipendi degli alti funzionari pubblici?
E io credo che riuscirà a ridurre anche la durata delle vacanze dei giudici. Non si può dire che questo è nulla. È sciocco. Per la maggioranza degli italiani è un miracolo.
Quello che molti progressisti radicali non capiscono è che Renzi non sta competendo con Mao che rivoltò la Cina come un calzino ma con B. e D’Alema che non hanno fatto nessuna vera riforma in 20 anni.
C’è chi dice che se si vota adesso Renzi non arriva più al 40%. Non ne sarei sicuro. E comunque non credo che tornerebbe al 30%.

Ma l’altro aspetto dell’azione del governo è che vengono fatte anche una serie di azioni piccole, imperfette, parziali, ma che comunque ci sono. La riforma del processo civile è un panno caldo per un moribondo. Ma prima di Renzi non era stato fatto nulla. Nelle varie lenzuolate di leggi non c’è niente che stia al livello degli annunci ma ci sono molti microcambiamenti che rischiano di produrre un effetto sinergico positivo.
C’è poi da calcolare che non è vero che Monti e Letta non hanno realizzato niente. Ad esempio, oggi abbiamo uno strumento formidabile contro l’evasione fiscale: l’unificazione di tutte le banche dati dello stato, i limiti alla circolazione dei contanti e (grazie ai cambiamenti in corso a livello mondiale) una limitazione della segretezza dei paradisi fiscali… E si può negare che i meccanismi di standardizzazione della spesa pubblica stiano iniziando a dare risultati? (piccoli, lenti ma comunque reali)
Monti disse: gli effetti di quel che abbiamo realizzato si vedranno crescere nel tempo. Credo sia stupido negare che c’è stato un gran lavoro di lima sull’irrazionalità dello Stato. È stata scalfita solo la superficie. Ma è stata scalfita. Queste cose in politica contano!

E l’effetto crescente di questi piccoli miglioramenti e l’andamento positivo della situazione economica internazionale sta portando l’Italia fuori dalla crisi. Forse fa strano che io dica questo in un momento in cui tutti gridano che siamo in grave pericolo.
Ma basterebbe andare a leggersi i numeri… È vero che la povertà e la disoccupazione giovanile aumentano e che il Pil invece di crescere dello 0,8% è diminuito nel 2014 dello 0,3%.
Ma attenzione: i Tg hanno urlato la disoccupazione giovanile aumenta e poi hanno aggiungono di sfuggita, tanto che pochi hanno sentito, l’altra parte della notizia: il numero complessivo dei disoccupati ha smesso di aumentare e l’occupazione sta crescendo da 3 trimestri, poco ma sta crescendo: 73 mila posti di lavoro in più. Dopo anni di calo costante. E a dirla tutta, il Pil ha smesso di precipitare, abbiamo avuto per la prima volta alcuni mesi con un timido +0,1%, poi siamo scesi a -0,3. Non va bene, ma anche qui perché non vedere che c’è un dato positivo dopo tre anni di baratro?
E che senso ha sparare, continuamente che entro tre mesi c’è la bancarotta! Che modo è di fare opposizione giocare sul terrorismo economico? È perdente in modo bestiale!
Quelli che due anni fa annunciavano la bancarotta italiana entro ottobre 2013 sono ancora lì a annunciare la bancarotta entro e non oltre il novembre 2014, senza che venga in mente loro un grammo di autocritica per le previsioni campate in aria.

Ma aggiungerei anche che sospetto che la strategia concreta di Renzi sia quella di usare lo scalpello invece del piccone. E sospetto anche che il sistema scalpello sia l’unico che possa portare il cambiamento, in una situazione come quella italiana, bloccata dai mille centri di potere e da un sistema legislativo e organizzativo pensato per incepparsi. Secondo me fra un po’ il governo farà un altro giro di colpi di scalpello, e poi un altro, arrivando a smantellare a rate.
Ogni volta annuncia 10, scatena il panico e poi fa marcia indietro e cambia realmente solo un poco… Un ritocchino. Quelli danneggiati dal cambiamento tirano un sospiro di sollievo perché hanno salvato il salvabile, evitando il disastro annunciato. E stanno lì ha vedere chi va a bastonare Renzi…
Passa qualche mese e lui annuncia un altro cambiamento 10, altro giro di paura e si arriva a un altro piccolo cambiamento.
Certo è un sistema lungo e insufficiente, certo l’Italia non può aspettare, ma esiste un altro sistema?

Certo che esiste ma non può certo applicarlo Renzi. Servirebbe un’opposizione radicale che uscisse dai talk show e si mettesse a lavorare casa per casa, posto di lavoro per posto di lavoro e costruirla dal basso, con l’azione diretta, la società del futuro.
Ma si fa fatica.
Meglio stare in poltrona e dirgliene 4 al governo!
Pregate che l’Italia non esca dalla crisi… Perché se esce sotto la bandiera di Renzi ci scordiamo la rinascita di un movimento di opposizione vera per un decennio.
Ma in fondo a molti va bene così.

A proposito di quel che dovrebbe fare un’opposizione radicale vedi: Genova sott’acqua: colpa dei comunisti!
Articolo che raccolto più di 1200 condivisioni sui social network

Jacopo Fo

Cosa facciamo con i malvagi?

Cosa facciamo con i malvagi?

Un nuovo modo di vedere si sta diffondendo tra i progressisti.

La grande maggioranza del Movimento Progressista pensa che le persone che inquinano, sfruttano, organizzano guerre e violenze abbiano tutto l’interesse a farlo perché ci guadagnano.
Io faccio parte della minoranza chiassosa che pensa invece che il capitalismo del dolore non convenga più a nessuno, neanche ai cattivi cattivissimi che dominano il mondo. Questi sistemi sono ancora convenienti per le mafie locali, per gruppi residuali di avvoltoi sociali. Non conviene più alle grandi multinazionali. 
Solo vent'anni fa la situazione era ben diversa. Ma il mondo globalizzato rende superato lo sfruttamento criminale delle risorse e degli esseri umani.
L’epidemia di ebola ha fatto irruzione nella storia dimostrando questo semplice concetto.
Non conviene più a nessuno lasciare nella miseria, senza assistenza medica decente un paio di miliardi di persone. Perché con una tale massa critica di persone sottoalimentate ed escluse dai più elementari servizi igenici è garantito che prima o poi scoppia un’epidemia. L’epidemia di ebola la si fermerà, ma non sarà facile e le migliaia di morti che dobbiamo ancora aspettarci dimostreranno incontrovertibilmente che il modello di sviluppo del capitalismo del dolore è morto e sepolto. 
Con una tale quantità di viaggi in aereo e milioni di turisti in giro ovunque, non sarà semplice fermare l’epidemia.
Tra le cose più assurde che ho sentito recentemente c’è stata la dichiarazione di non so quale autorità sanitaria italiana nella quale si diceva: tutto sotto controllo, siamo pronti ad affrontare questa emergenza. Ma sei demente? Ma sai di cosa parli? Vista la facilità di contagio del corpo medico sperimentata negli Usa (con un unico caso di Ebola e 2 infermiere contagiate!) c’è da rendersi conto che 1000 casi di Ebola in Italia farebbero precipitare nel caos sia il sistema sanitario nazionale che la società civile.

L’evoluzione del capitalismo, come aveva previsto Marx, ha creato una situazione nella quale continuare a credere in questo modello di sviluppo vuol dire farsi male.

Il crollo dell’economia con le banche e gli speculatori che distruggono ricchezza mostra che il capitalismo nella sua fase di massima espansione non è più capace di garantire un crescente benessere neppure alla classe media. 
La sconfitta della via militare alla pacificazione del mondo (Somalia, Iraq, Siria, Afghanistan!!!) mostra che solo investire nello sviluppo economico e cancellare la miseria può fermare il terrorismo.

Il vecchio modello è morto, il nuovo è ancora un neonato in fasce.

La novità è che oggi i grandi manager, i grandi leader, i grandi finanzieri, vedono nei fatti che il futuro che loro immaginavano non esiste più.
Anche una zuccona come la Merkel sa benissimo che le fonti rinnovabili e la micro produzione localizzata sono il futuro dell’economia mondiale.
Anche un molesina come Obama ha capito che per fermare Ebola devi precipitarti a costruire ospedali in Africa, seguito da tutti i governi dei paesi ricchi che una volta tanto stanno aprendo il portafoglio. E non perché sono buoni ma perché se Ebola arriva in una megalopoli crepano anche loro… Oppure continuano a vivere autosegregandosi in un bunker, che non è il massimo delle aspirazioni di un miliardario con un minimo di gusto per la vita.
Certo che i miliardari se la passano comunque meglio della povera gente ma prova a metterti nei panni della maggioranza dei capitalisti del mondo: non vendi un gran che quando ci sono un milione di contagiati nella tua città e bande di diseredati girano saccheggiando i supermercati.
Questo sistema di sviluppo è doloroso e instabile, e ci porta continuamente a un pelo dal disastro totale.

Credo che Ebola contenga un’immagine terribile che sta penetrando nell’immaginario collettivo e che creerà sgomento crescente. C’è una fotografia in particolare che ha scioccato molti. Una giovane donna nera con un grazioso vestitino bianco e giallo a fiori, accasciata sul ciglio di una strada della Liberia. La didascalia racconta che si tratta di una ragazza contagiata che è stata rifiutata da tutti gli ospedali e ora si è messa ad aspettare di fronte all’unico centro di raccolta dove ha qualche possibilità di essere soccorsa.
Questo è Ebola oggi.
Quest’immagine dovrebbe gettare nel terrore anche i signori del mondo.

Seguendo il ragionamento arriviamo al succo della spaccatura nel Movimento Progressista.
Io credo che si sia di fronte a pericoli colossali ma credo anche che abbiamo gli strumenti per far cambiare rotta al mondo, e salvarlo.
Lo so che fa ridere dire che vogliamo salvare il mondo. Ma è esattamente quel che stiamo cercando di fare perché l’immenso, vorticoso, sviluppo delle tecnologie ha liberato forze straordinarie in termini di risorse e possibilità ma ha anche ingigantito il rischio che in una botta di idiozia si faccia precipitare la situazione mondiale al tardo medioevo.
Io sono molto ottimista, a patto che non ci si faccia crescere l’erba sotto i piedi.

Proprio perché siamo a un bivio tra un mondo migliore e la distruzione è importante ragionare con il culo nell’acqua fredda.
Dobbiamo chiederci se il nostro modo di concepire l’azione è veramente efficiente o se è solo una giusta presa di posizione incapace di portare a risultati effettivi.

Io concordo grandemente con la filosofia delle Città in transizione. Un movimento mondiale che prevede l’espulsione per chiunque organizzi una riunione politica senza fare anche una festa. Li adoro. Fanno parte del più grande movimento della spinta gentile, del pensiero creativo, della via empatia e comica al progresso. E sono convinti che sia il caso di abbandonare le forme dell’opposizione tradizionale, del muro contro muro. Oggi possiamo andare dai signori del mondo e dir loro: guardate qui! Abbiamo un modello di sviluppo che funziona. E non solo vi conviene economicamente, fa anche bene al mondo e all’umanità!

Lo so che questo discorso parrà delirante a qualcuno.
Eppure le prove che questo approccio diverso dà risultati ci sono. Ho scritto molti articoli raccontando esempi di aziende che hanno aumentato il loro fatturato e moltiplicato gli utili, umanizzando la loro struttura e il loro impatto sul mondo: la Semco di Ricardo Semler che ha arricchito gli azionisti puntando sulla cogestione di un’acciaieria che era il quinto gruppo industriale del Brasile; e c’è Interface, leader mondiale delle moquette, che verticalizza gli utili producendo la moquette atossica, ecologica, modulare, riciclabile, c’è l’Olivetti del dopoguerra… E ho raccontato storie di leader che hanno sperimentato con successo strategie diverse di crescita sociale e culturale, da Lerner ex sindaco di Curitiba, a Mockus che ha ridotto del 75% il numero di morti ammazzati a Bogotà mettendo i claun ai semafori. E ci sono le mille esperienze concrete delle associazioni che sperimentano la transizione sul territorio, quartiere per quartiere…
E c’è il grandioso libro del premio Nobel Mahammad Yunus, La fine della povertà. 
Esistono esperienze crescenti che dimostrano che un approccio empatico all’economia è redditizio in modo pazzesco.
Ma ancora sono notevoli resistenza e rigidità tra i progressisti.

Per chiarire con esempi pratici di cosa vorrei discutere ti racconto quel che mi è successo e i ragionamenti un po’ assurdi che mi sono fatto in testa di fronte all’aprirsi di uno spiraglio di possibilità di poter realizzare un’azione benefica in maniera esagerata…
Mi sono trovato tempo fa in una situazione strana, ero stato invitato a pranzo da un alto dirigente della Nestlé che voleva capire qualche cosa di più del mondo degli oppositori radicali.
La prima osservazione è che non avevo di fronte un genio del male ma una persona che condivide la mia visione del mondo su molte questione esistenziali.
Ma è una persona che guarda in un punto dell’orizzonte diverso dal mio. Ha una diversa scala di priorità.
La prima cosa che gli ho detto sedendomi al tavolo è stata: “Ma lo sai che siete considerati i secondi più cattivi del mondo?”
Lui è restato stupito. Non aveva idea che fosse possibile redarre classifiche dei più cattivi. Non aveva idea che esistessero un centinaio di milioni di oppositori radicali nel mondo che da anni non comprano più un cioccolatino Nestlé. E non poteva immaginare che milioni di mamme dicono ai loro bambini, mentre scorazzano in mezzo agli scaffali dei supermercati, “No, non prendere quei cereali perché sono prodotti dai cattivi!”
Ma anch’io non sapevo parecchie cose interessanti. Ad esempio che questa storia del latte in polvere per la Nestlé è una parte irrisoria del fatturato. E non sapevo che è diventata una questione di principio e che hanno valutato se vendere tutto il settore per evitare il boicottaggio internazionale e chiudere la questione e che alla fine hanno deciso di continuare a vendere il latte in polvere per neonati perché ritengono di essere stati accusati ingiustamente.
E non sapevo neanche che il 30% del cacao usato da loro in Italia provenisse dal commercio equo, solidale e biologico. Loro certe cose non le raccontano per non vantarsi. Sono così…
Bene, gli ho detto io: allora aprite un vero dialogo con le associazioni solidali. Si fa una bella assemblea mondiale, voi investite un po’ di milioni di dollari in servizi sanitari alle partorienti e propaganda all’allattamento al seno, vi sottoponete al monitoraggio di un comitato etico e scientifico, nominato dall’assemblea mondiale delle associazioni solidali medesima, e noi smettiamo di dire che siete i secondi più cattivi del mondo e se mettete più cacao e meno zucchero nei dolcetti li mangiamo pure. Se vuoi ti passo un paio di ricette per fare un cioccolato che dà dipendenza sessuale.

Devo osservare con rammarico che mi aspettavo di essere convocato nel giro di pochi giorni dal consiglio di amministrazione galattico per discutere le fasi operative della trattativa. Invece niente.
Ma il problema è un altro: se loro mi avessero detto di sì quante associazioni sarebbero state disposte ad aprire una trattativa?
Credo che se ci fosse una vera disponibilità, dimostrata con alcuni fatti preventivi, si riuscirebbe a convincere la stragrande maggioranza delle associazioni solidali del pianeta a condurre una simile trattativa, anche perché aderirebbero subito leader del calibro di Yunus… Ma sarebbe una gara dura. Alcuni contesterebbero addirittura che si apra un canale di conversazione con una grande multinazionale.

E vi immaginate i commenti che verrebbero fuori il giorno che io dico: ho avuto incarico da parte di Nestlé di aprire un dialogo con il mondo solidale. Sì, mi sono inventato una nuova professione: Avvocato Sociale, una laurea che mi sono dato da me presso la Libera Università di Alcatraz, di cui sono presidente. Una laurea che è riconosciuta solo nella Libera Repubblica di Alcatraz, dove mia moglie è Ministro della Cultura.

Mi diverte questo articolo perché scrivendolo mi rendo conto di quali implicazioni filosofiche, di principio, andiamo a scompigliare se si inizia a discutere del nuovo modello di sviluppo che desideriamo e di come farlo sbocciare.

Forse ti sarà venuto in mente anche a te che io non ho nessuna autorità per andare a trattare a nome di qualcuno.
Questa questione sembra secondaria ma in realtà è centrale perché permette di chiarire l’insieme della visione non solo degli obiettivi ma delle modalità.
I progressisti creativi non sono un partito, non c’è nessuna delega. Ormai abbiamo capito anche questo: le organizzazioni piramidali, l’istituzionalizzazione dei movimenti non funzionano e producono forme mentali che sono parte dei problemi che vogliamo affrontare. Non funzionano.
Un giornalista ha chiesto a un abitante di Cristiania, il quartiere autogestito di Copenaghen che resiste da 40 anni: “Chi comanda qui?”
E l’abitante: “Io sono il capo. Il problema è che anche gli altri abitanti di Cristiania sono convinti di essere il capo.”
Siamo una rete, una comunità su base di affinità, una tribù. Chiunque può alzarsi alla mattina e andare a parlare con qualunque potente e dirgli: noi siamo i buoni, con chi vuoi stare?
Certo poi bisogna sottoporre quel che ne vien fuori al resto del movimento. Ma non ho bisogno di un certificato per poter aprire una trattativa…

Fine prima parte.
Nella prossima cercherò di raccontare alcuni progetti che potremmo realizzare se la Mercedes decidesse di buttarsi a salvare il mondo e noi avessimo abbastanza ingegneri per prendere l’appalto dell’impresa.

Jacopo Fo

Ma come fai a pensare? Mannaggia! Si ragiona poco su come si ragiona. E io ho dei sospetti molto affascinanti.

Quaderni della Scuola di Naturopatia Complementare 10

Mi telefona Laura Malucelli, persona meravigliosa. Parliamo di un progetto e lei mi dice: “Dobbiamo trovare il Mare Blu!”
E io le dico: “Cosa?”
“Il Mare Blu”. Mi cita uno scrittore che dice che qualunque cosa tu debba fare devi trovare un mare che non sia infestato da squali. Se ci sono gli squali è un mare rosso e non va bene… Devi cercare uno spazio nuovo, dove non c’è molta concorrenza… Allora puoi ottenere grandi risultati.”
Beh, grazie Laura.
Parlando con Laura si è verificato nella mia mente un fenomeno di COMPRENSIONE IMMEDIATA TOTALE ISTANTANEA, esperienza magica che si può sperimentare solo tra persone che hanno una grande sintonia sui fondamenti della vita. Pensandoci bene però mi ricordo una notte di tempesta in cui è successa una cosa strana.
Ero nella peggiore discoteca di Roma, un posto che veniva chiuso una volta alla settimana per sparatoria. C’era uno stretto corridoio e un borgataro enorme, con la giacca di pelle si era messo di traverso con il braccio appoggiato al muro. Se volevi passare dovevi inchinarti per transitare al di sotto del braccio, tipo Forche Caudine.
Vicino al borgataro stavano altri 4 ragazzotti.
Io arrivo, non mi chino, vado a sbattere con la mia esile cassa toracica contro il suo braccio e passo. 
Lui dice qualche cosa di sgarbato, io mi giro e gli faccio cenno di venirmi sotto. Pesavo 58 chili, ero un chiodo senza spalle ma non me ne fregava un cazzo. Ero molto giovane e molto arrabbiato, e per tutta una serie di ragioni, difficili da spiegare brevemente, avevo un martello da carpentiere sotto la giacca. I primi due li lasciavo per terra, quel che sarebbe successo poi non mi interessava minimamente… Così gli faccio il cenno di farsi sotto,  un gesto con la mano aperta che vuol dire: vieni avanti!
Il borgataro mi osserva e mi fa: “Guarda che tu sei troppo nervoso. Non puoi prendere la vita così, ti ammali, bisogna rilassarsi un po’!” E me lo dice senza scherno, senza doppi sensi, in amicizia.
Per me è stata una lezione che mi ha cambiato la vita in dieci secondi. Di lì a tre mesi avevo lasciato la città e mi ero trasferito nella casa che poi sarebbe diventata Alcatraz.
Quella frase ha fatto saltare tutti i miei progetti, perché mi aveva fatto capire che stavo dando fuori di testa. E che era ora di scappare da Roma e cercare un ritmo di vita più umano. Se non lo facevo finivo veramente male… Ed essere maciullato da 5 energumeni in discoteca in fondo non era l’ipotesi peggiore su quel che mi poteva capitare.

Pensando a quell’evento mi chiedo: cosa è successo praticamente nella mia mente?
Vorrei cercare di descrivere un’ipotesi su cosa succede nella nostra mente quando acquisiamo una nuova idea.
Laura mi spiega in due parole il concetto Mare Blu, e io lo assimilo profondamente, lo inscrivo nel mio panorama mentale. E istantaneamente l’idea di cercare il Mare Blu quando penso a un progetto diventa per me una bussola che userò svariate volte.
Ma forse detto così non si capisce un gran che, provo a spiegarmi migliormente.

Se osservo come percepisco l’attività di pensare mi viene l’immagine di un grande schermo che occupa praticamente tutto il mio campo visivo, attorniato da una cornice nera sfocata ai margini. Questo schermo mi dà la sensazione di essere incurvato orizzontalmente e a riposo è di un color terra chiara, una situazione con poca luce…
Quando inizio a parlare, un istante prima, una parte del mio cervello fa qualche cosa che potrei indicare come la proiezione di una figura tridimensionale su questo schermo. Una specie di pietra levigata marrone, che di per sé non ha nessun significato ma è come il titolo di quel che sto per dire. È come se inviassi alla mia memoria il titolo del file che deve essere ripescato e raccontato.
In altri casi sullo schermo mentale appaiono sequenze di un film su quanto mi è successo. Oppure immagini. Se ricordo una sensazione la sento in tutto il corpo e sullo schermo mentale vedo solo dei piccoli bagliori, rifessi, tremolii, increspature, lampi sullo schermo che è diventato grigio scuro, di un materiale morbido e gommoso.

Questa idea dello schermo è ormai abbastanza diffusa, anche grazie a Daniel Tammet, il primo autistico capace non solo di fare calcoli incredibili a mente ma anche di descrivere come questo accade nella sua mente, descrive la formazione di un numero nel suo schermo mentale, come una nuvola nella quale ogni bozzo è di diverso colore e rappresenta una diversa cifra. Lui dice che ogni cifra è anche una sensazione, uno stato d’animo, un sapore. Ad esempio il 6 è triste.

Il modello accademico della mente
Come in tutto il sapere accademico anche nelle neuroscienze è scoppiato il casino.
Negli anni ’70 giunse la notizia che la parte sinistra del cervello era quella razionale (linguaggio) e quella destra irrazionale (emozioni).
Ma con le nuove tecnologie si è scoperto che in realtà la divisione non è così drastica. Poi si è scoperto che la corteccia, la parte più evoluta, è una specie di schermo sul quale rimbalzano i pensieri.
Poi si è visto che pure la spina dorsale entra in fibrillazione di fronte a certe idee e le emozioni determinano modificazioni nel corpo, dall’efficienza del sistema immunitario a tutto il resto. E c’è pure una dependance del cervello che sta sotto l’ombelico e si occupa di alcune funzioni fondamentali come l’equilibrio e la coordinazione dei movimenti (avevano ragione gli antichi cinesi e centroamericani).
Io credo che ben presto verrà provato che in realtà si pensa con tutto il corpo e che la corteccia cerebrale non è uno schermo ma qualche cosa di molto più complesso.
Nell’articolo precedente “Anatomia umana: mi manca un pezzo! Chi coordina tutte le funzioni del mio corpo?” ho affrontato la questione di come il corpo regoli tutta la molteplicità enorme delle sue funzioni, così intimamente connesse.
Il funzionamento del pensare credo abbia grandi analogie.
Il pensiero non avviene come generalmente si crede nella mente. La mente nel suo complesso è solo il proiettore meccanico. Ugualmente al fatto che il dna non è il centro decisionale della cellula ma solo la fabbrica dei componenti di base che poi vengono sviluppati da un sistema complesso di azione e retroazione che è basato nella membrana che riveste la cellula (Lipton).
La capacità di giudizio a mio parere non risiede nel cervello. E solo una parte della mente risiede nel cervello, tutte le cellule del corpo cooperano in risonanza con i neuroni costituendo un unico hardware. Ogni cellula è un bit. Connessioni tra i neuroni e tra le restanti cellule del corpo, immagazzinano ricordi, parole, immagini, emozioni, sensazioni. Se dico la parola fragola io sento anche a livello corporeo la sensazione fragola che contiene tutte le memorie relative all’esperienza fragola. Se mia zia Luigina mi ha dato un pizzicotto sulla guancia mentre mi infilava in bocca una bella fragola matura per me il concetto fragola sarà indissolubilmente legato alla memoria della mia guancia ancora traumatizzata per il pizzicotto.
Non esiste nessun punto del corpo che può concepire un ricordo o un pensiero senza che tutto il corpo dia il suo contributo a dar corpo e spessore emotivo al pensiero.

L’organizzazione della conoscenza
Giorni fa ho letto su Internazionale (Santi subito!) di una serie di ricerche sul fatto che il cervello umano riesce a gestire pienamente le emozioni solo dopo i 25 anni, perché solo allora ha completato la sua crescita.
Questo modello è basato su un’idea nella quale la corporeità, la materia, è dominante.
Io credo che la questione potrebbe essere rovesciata.
Dai primi giorni di vita ai 25 anni compiamo un immane lavoro di sistematizzazione delle esperienze.
Costruiamo un vero e proprio universo mentale i cui fondamenti minimi (similmente alle particelle sub atomiche) sono i legami tra cellule e neuroni che registrano la memoria di esperienze/concetto. Piaget sostiene che il bambino esperisce gli oggetti meticolosamente e prima di formare l’idea sedia, deve toccarla, guardarla, sedercisi sopra, spingerla, passarci sotto, leccarla, annusarla. Un lavoro enorme che porta ad assimilare il concetto sedia. Da lì in poi siamo capaci di riconoscere una sedia nelle forme, nei colori e nei materiali più diversi, guardandola da qualsiasi punto di vista. Abbiamo quindi creato un modello di sedietà assoluta che sappiamo maneggiare molto bene.
Assimiliamo per alcuni anni una notevole quantità di concetti regalativi a cose materiali ma anche a situazioni, relazioni, comportamenti, questioni morali e principi generali.
Tessiamo letteralmente connessioni stabili che sono gli ingranaggi di una macchina che via via ci permette di affrontare classi di giudizio sempre più complesse, sistemi di confronto, misurazione, classificazione. Costruiamo pezzi sempre più complessi e gradualmente riusciamo a metterli in reciproca relazione.
Quando diamo un giudizio a volte impieghiamo meno di un secondo per formularlo proprio perché attiviamo questa macchina che processa la situazione che abbiamo di fronte sulla base di un sistema di identificazione che abbiamo impiegato anni a mettere insieme e che teoricamente dovrebbe continuare a migliorare negli anni grazie all’esperienza. 
Quando, ancora bambini, abbiamo assimilato un numero sufficiente di  identificazione iniziamo a scorgere similitudini e a porci domande (perché l’erba è verde?).
Crescendo acquisiamo un numero sufficiente di spiegazioni e riusciamo quindi a completare un modello di cosa si può fare e cosa no (non bisogna mai buttarsi dalla finestra!).
Via via questo modello si arricchisce ed entra in gioco la capacità di dare un giudizio morale e di scegliere cosa ci piace di più. Impariamo a modulare quel che vogliamo fare con quel che è permesso fare.
Nell’adolescenza acquisiamo la stupefacente capacità di organizzare progetti complessi, darci degli obiettivi e impegnarci per raggiungerli, sperimentiamo le meraviglie della volontà.
La maturità della mente si raggiunge quando arriviamo a strutturare un numero di esperienze che raggiunge una massa critica e riusciamo quindi a mettere in relazione due sistemi di idee: siamo capaci di sottoporre un progetto alla verifica dell’esperienza; grazie ai risultati delle nostre azioni cerchiamo di valutare se un’idea è realizzabile o no. Ugualmente siamo capaci di filtrare le nostre reazioni nel corso delle relazioni con gli altri, moderandole sulla base delle esperienze accumulate. È quel che viene detta “intelligenza relazionale”.
Ovviamente questo sviluppo della piena capacità di giudizio va di pari passo con il conseguente sviluppo fisiologico del cervello.
Sono le capacità di pensiero la causa dello sviluppo della materia grigia, non è lo sviluppo della materia grigia a determinare la maturità dell’intelligenza.
Mi fermo qui. Sul resto, su come lavora la mente durante il processo creativo, ci sto ancora pensando.
Sono graditi commenti… Ma ti prego di postarli qui sotto, non mandarli per mail, così facciamo una conversazione circolare. Grazie.

Jacopo Fo

Anatomia umana: mi manca un pezzo! Chi coordina tutte le funzioni del mio corpo?

Anatomia umana: mi manca un pezzo! Chi coordina tutte le funzioni del mio corpo?

Quaderni della Scuola di Naturopatia Complementare 9

Innanzi tutto vorrei ringraziarti per il fatto che stai leggendo questo articolo. La possibilità di incontrare su questo blog persone interessate a ragionare su temi strani è quel che mi dà la voglia di raccontare. Il ristorante di Alcatraz è un posto dove si fanno conversazioni straordinarie e nascono idee, ed è già un lusso enorme… Avere poi chi ha voglia pure di leggerle queste idee è il massimo. Grazie.

La questione che vorrei sottoporti oggi nasce dalla constatazione di una situazione curiosa e stupefacente.
Solo negli ultimi decenni è iniziata a circolare una domanda: ma come fa il corpo a regolare l’enorme varietà di funzioni fisiologiche?
A rigor di logica ci dovrebbe essere una centrale operativa globale che tiene sotto controllo temperatura, pressione sanguigna, respirazione, digestione, produzione di enzimi, proteine, funzioni depurative, espulsive, eccetera.
In ogni minuto le variazioni del mondo intorno a noi, le emozioni che proviamo, quel che pensiamo, interagisce alla velocità della luce con tutte le funzioni organiche.
Costantemente il nostro corpo compie un numero spropositato di regolazioni di sistemi che si influenzano reciprocamente. È un compito veramente notevole che richiederebbe una quantità di computer. Un lavoro che verrebbe da pensare sia svolto da un organo bello grosso.
La questione diventa ancora più affascinante proprio se si considera che non c’è da nessuna parte nel nostro corpo un organo di controllo e ottimizzazione globale. Né piccolo né grande.
Alcuni pensano che questo lavoro lo svolga una parte del cervello. Ma in effetti non è così. Alcune funzioni vengono espletate dalla materia grigia ma non abbiamo nessun elemento che ci faccia pensare che sia nel cranio il sistema di controllo globale.
Quella che sto ponendoti non è solo una questione scientifica. L’idea che hai in proposito può incidere in modo determinante sulle tue scelte quotidiane, sulle tue strategie e sull’idea che hai del futuro del mondo.
Se io vedo il corpo umano come una serie di organi che lavorano ognuno per i fatti suoi e non riconosco l’esistenza di una intelligenza fisiologica sarò portato a vedere allo stesso modo la mia famiglia. Quando litigo con mia moglie posso concentrarmi su quello che lei ha fatto e che mi ha offeso, oppure posso vedere quello che succede tra di noi non in termini di scontro tra due individui ma come risultato di un’interazione. Cioè, guardo la questione ampliando il mio orizzonte. Lei mi ha detto una frase scortese ma dietro questa azione c’è magari il fatto che sto lavorando troppo e sono stanco e spesso sono incapace di relazione e mi chiudo mettendomi a fare un videogame… Se inizio a guardare in questo modo la mia relazione vedo aspetti che prima non vedevo. Effetti di atteggiamenti reciproci. E magari scopro che la soluzione non è discutere ogni singola colpa e ogni singola causa ma inventarsi qualche cosa di nuovo da fare assieme che porti a superare il momento di difficoltà di comunicazione.
E se credo che il mio corpo abbia un’intelligenza fisiologica magari posso essere più ottimista sui destini dell’Italia e pensare che un popolo dove un cittadino su 10 fa volontariato solidale e una famiglia su 5 ha adottato un’altra famiglia che è in difficoltà e l’aiuta in modo continuativo, un popolo presso il quale è diffusa la sensibilità e la dimestichezza con il bello (abbiamo arte ovunque) possa trovare una botta di intelligenza collettiva tale da uscire da questa fase disastrosa. E magari un evento che mi pare negativo apre a sviluppi positivi che non riesco a immaginare.

Ma torniamo alla domanda iniziale: dov’è il centro di controllo globale umano?
Per affrontare questa questione dobbiamo innanzi tutto partire da due libri fondamentali.
Fritjof Capra e Pier Luigi Luisi sono gli autori di Vita e natura, una visione sistemica edito da Aboca, un libro fondamentale perché mette insieme tutte le ricerche sul modo utilizzato dalla natura per autoregolarsi.
In sostanza si è scoperto che non si riesce a capire la natura se la si spezzetta in singoli fenomeni.
Il mare, una foresta, l’intero pianeta sono sistemi sinergici dominati dal principio della cooperazione.
Ad esempio, la Teoria di Gaia parte dall’osservazione del fatto che il clima terrestre risente meno di quel che si potrebbe pensare dell’aumento periodico del calore del sole. Gli scienziati da tempo hanno osservato che è come se la terra reagisse all’aumento dell’insolazione mettendosi gli occhiali scuri.
I sostenitori della teoria sistemica osservano che l’aumento della capacità dell’atmosfera terrestre di filtrare dei raggi solari, che avviene grazie al cambiamento della composizione chimica, comporta una serie enorme di modificazioni che coinvolgono batteri, piante e una serie di reazioni chimiche che a loro volta innescano altre modifiche comportamentali nelle creature viventi. In pratica, per aumentare la capacità di filtro dell’atmosfera tutto il Sistema Terra deve cooperare, a tutti i livelli.
La teoria sistemica si basa sull’idea che questi cambiamenti non avvengano grazie all’azione di una supercoscienza planetaria ma grazie a una serie complessa di reazioni automatiche.
Tutta la scuola sistemica è oggi impegnata principalmente a capire la natura di questo automatismo.
Si tratta infatti di un fenomeno molto raffinato.
Possiamo dire che se sotto una pentola piena d’acqua accendo un fuoco l’acqua si scalda in modo automatico.
La questione diventa complicata quando osserviamo reazioni automatiche molto complesse che non prevedono solo azione e reazione ma la necessità di compiere misurazioni, valutazioni, e scelte tra diverse possibilità di reazione.
Parla in modo affascinante di questo tema la prima parte del libro Biologia delle Credenze di Bruce Lipton. Qui si spiega che è errata l’idea che le decisioni prese dalla cellula siano frutto delle conoscenze contenute nelle sequenze di aminoacidi del Dna.
Il Dna fornisce le informazioni che permettono di costruire gli elementi della cellula e ne determinano la natura. Ma non decide cosa la cellula deve assorbire o espellere né quando è ora di replicarsi. Non decide neanche quali proteine produrre. Anzi le produce in un numero di varietà molto limitato ed è poi qualche altro meccanismo a determinare tutte le varietà di proteine necessarie, momento per momento; e provoca modificazioni nelle proteine di base che danno loro particolari proprietà. E questo avviene sulla base di valutazioni molto complesse delle situazioni interne ed esterne alla cellula.
L’idea è che questo lavoro avvenga sulla base di un sistema di azione-risultato-valutazione del risultato. Gruppi di risultati relativi a una funzione si interfacciano con risultati ottenuti da altre funzioni e azioni e controreazioni determinano in modo meccanico ma estremamente complesso una serie di scelte finali.
Il fatto che gli organismi viventi e addirittura le singole parti delle cellule, siano capaci di produrre azioni che potremmo giudicare in qualche modo intelligenti è affascinante e sta all’origine del mistero della vita.
Per spiegare perché le decine di componenti complesse necessarie a formare una cellula elementare si siano prima assemblate e abbiano cominciato a esistere e poi si siano fuse in un unico organismo è necessario ipotizzare un disegno divino oppure meccanismi insiti nella natura degli atomi e delle molecole che spingono naturalmente a scambiare segnali e reagire reciprocamente. Questa seconda ipotesi in realtà non è in contraddizione con la prima: potremmo benissimo dire che Dio ha agito per creare l’universo non costruendolo pezzo per pezzo ma creando particelle che contengono l’impulso a interagire. Questo impulso, agendo come un frattale, ha determinato lo sviluppo di sistemi di relazione sempre più complessi.
Bruce Lipton, andando alla ricerca del centro decisionale della cellula, arriva a formulare l’ipotesi, molto credibile, che questa funzione risieda nella membrana cellulare.
Essa è formata da un tessuto cosparso da fessure. Attraverso questi orifizi la cellula assorbe tutte le sostanze di cui necessita ed espelle gli scarti. Quindi, ogni volta che una molecola si avvicina alla cellula, la membrana valuta i segnali che le giungono da questa molecola, decide se si tratta di una sostanza di cui ha bisogno in quel momento e se la risposta è positiva apre un orifizio e la risucchia. La stessa complessa operazione la svolge rispetto alle sostanze interne: decide cosa non deve uscire dalla cellula e cosa deve essere buttato fuori. Ed è la membrana che decide quali e quanti tipi di proteine si devono sviluppare provocando le mutazioni necessarie al benessere del sistema.

Ora credo sia più chiaro il senso della mia domanda iniziale.
Per spiegare come funziona la fisiologia umana dobbiamo ipotizzare che esista una parte anatomica che svolge una funzione regolatrice simile a quella che nella cellula è espletata dalla membrana esterna.
In effetti io non ho una risposta. Ma credo che sapere che è questa domanda la linea di confine sulla quale sono impegnati molti scienziati, ed è interessante perché ci spinge a mettere in crisi alcune idee che derivano da modelli della natura che ormai sono antichi. È la scienza stessa che mette in crisi il nostro modo di pensare.

Oggi grazie agli studi della Margulis sappiamo che non è vero che la cellula è un organismo unitario, come abbiamo studiato a scuola.
In realtà è una cooperativa, l’unione tra elementi che esistevano separatamente, infatti il mitocondrio c’era già prima della cellula, esisteva in modo indipendente. La cellula non nasce dal casuale fondersi di molecole semplici ma dall’unione di sistemi complessi, agglomerati di molecole che pur non potendo essere definiti creature viventi erano comunque in grado di generare modificazioni della realtà. Questo fatto genera stupore. Non c’era ancora la vita ma già la materia tendeva ad auto-organizzarsi in sistemi molecolari capaci, ad esempio, di convertire lo zucchero in calore. 
Perché lo facevano? Cosa ci ricavavano? Non erano esseri viventi, non mangiavano, non dovevano replicarsi, non avevano la possibilità di desiderare di muoversi.
Eppure tendevano ad assemblarsi, generare cambiamenti intorno a loro, creare tessuti sistemici. È come se la capacità di produrre azioni fosse un prerequisito della materia stessa, uno sviluppo inevitabile insito delle componenti più primitive e minute dell’universo. Un fenomeno che si sviluppa in modo frattale.

La società capitalista ha generato un modello dell’universo basato sulla divisione e la competizione. Ha letto come frutto di scontro (la lotta per la sopravvivenza) il processo evolutivo e ha spezzettato tutti i fenomeni andando a descriverli come entità separate. La rivoluzione culturale che ha sconvolto il nostro modo di vivere a partire dal 1968, ha generato invece un’idea del mondo che spiega le galassie e la vita con l’esistenza di una universale qualità cooperativa, un impulso alla relazione basata sul mutuo scambio di segnali ed energie. L’esistenza di diverse polarità nelle particelle elementari è la qualità che rende possibile e inevitabile il formarsi di aggregazioni. Senza questa qualità delle particelle più minute e dell’insieme dell’universo, non avremmo stelle, pianeti e galassie ma uno sterminato pulviscolo indifferenziato.
Comprendere questo fenomeno è per la fisica è come comprendere dov’è il centro di coordinamento per la fisiologia.

Intanto che aspettiamo che qualcuno dimostri di aver scoperto dove si trova il centro di coordinamento fisiologico nell’essere umano possiamo però segnalare che esistono ipotesi.

La medicina cinese antica descrive il corpo come un insieme di organi e funzioni collegati tra loro da una serie di canali nei quali scorre l’energia vitale. Quando in un organo c’è troppa energia o ce n’è troppo poca esso non funziona bene. Questa energia viaggia da un organo all’altro, genera il lavoro fisiologico… Ogni organo si nutre di una certa energia e a sua volta la fornisce all’organo successivo in una catena che può anche essere vista come un sistema di ottimizzazione energetica reciproca. 
Questo modello potrebbe essere usato per immaginare un sistema di autoregolazione dell’organismo.
Per decenni la scienza ufficiale non ha riconosciuto l’esistenza fisiologica dei canali cinesi. Solo negli anni ’90 un gruppo di ricercatori (tra i quali l’amico Saudelli) hanno fotografato, grazie a un liquido di contrasto, l’esistenza di una rete sottocutanea chiaramente visibile, corrispondente ai canali antichi e non assimilabile a nulla che fosse allora presente nell’inventario delle parti anatomiche umane.
 
Un'altra idea affascinante è che il luogo della coscienza fisiologica sia nella parte meno considerata del corpo umano: la sostanza che si trova tra una cellula e l’altra e che è quindi presente in tutte le parti del corpo.
E potremmo pensare che le linee di tensione polarizzata che scorrono nel corpo e che i cinesi chiamano canali energetici, siano  le dorsali appenniniche della fibra ottica lungo le quali viaggiano le connessioni tra le aree della sostanza intracellulare.
Sarebbe anche un’ipotesi divertente per la sua risonanza con le ultime scoperte della fisica.
Negli anni ’80 frequentavo alcuni fisici fanatici che sostenevano che la maggior pare della materia è invisibile ed è questa parte invisibile all’origine dei fenomeni strani che la fisica quantistica rileva. A distanza di 20 anni questi deliri sono diventati scienza ufficiale e in tutte le università del mondo si insegna che la materia oscura è addirittura il 90% dell’universo e ovviamente determina in modo potente la natura delle cose.
Un vero schiaffo per la scienza che per decenni era prigioniera di un’idea del mondo nella quale le cose più importanti sono quelle più grosse, i grandi generali fanno la storia e nel rapporto sessuale la parte attiva è quella che entra, mentre la parte ricettiva, quella che prende, viene considerata passiva. Eppure prendere è un verbo che implica anche un significato estremamente attivo (prendo i soldi e scappo).
Troverei divertente se si scoprisse che la vile sostanza intracellulare, considerata alla stregua di un semplice riempitivo, con una funzione paragonabile a quella delle palline di polistirolo per l’imballaggio, sia in realtà il luogo della coscienza fisiologica… Siamo su questo pianeta per stupirci.

Jacopo Fo

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Per realizzare i tuoi sogni hai bisogno di giocare in squadra? Adesso puoi!

Per realizzare i tuoi sogni hai bisogno di giocare in squadra? Adesso puoi!

Questo articolo parla di nuovi portentosi sistemi per connettere le nostre esistenze e approfittare della rivoluzione della comunicazione. L’aumento della complessità ci induce a collaborare.
E parla anche di come organizzare un gruppo di amici appassionati, formare una macchina sociale e utilizzarla per abbellire il mondo.

Sono molto contento.
Quando 34 anni fa iniziammo a costruire Alcatraz non avevamo in mente solo un posto dove mangiare bene, dormire comodi e stare in mezzo al verde (che non è poco).
E non avevamo solo intenzione di organizzare corsi ed eventi e produrre spettacoli e libri.
Avevamo idee e progetti grandiosi ma ci rendevamo conto che non c’era spazio per il nostro modo di vedere il mondo: tutto era in mano a cricche di affari e potere: la tv, la distribuzione libraria, i teatri.
Per stare in piedi e produrre cultura alternativa non bastavano le idee. Avevamo bisogno di un nostro sistema di autofinanziamento, mettere insieme attività collaterali che portassero i soldi indispensabili per realizzare le idee.
L’attività di ospitalità e corsi di Alcatraz aveva bisogno di pubblicità che otteneva finanziando iniziative culturali. La realizzazione dei libri portava i soldi per mantenere attivo un gruppo di ricerca, scrittura e grafica.
Poi arrivò internet, lo svilupparsi di una grande comunity digitale oltre che fisica ad Alcatraz, Cacao, il quotidiano delle buone notizie, i siti web, un sistema di vendita di libri, le magliette, e servizi per gruppi di acquisto, permettevano l’esistenza di una rete commerciale via web che a sua volta finanziava la comunicazione. A questo sistema si è poi connesso il gruppo di lavoro sulle ecotecnologie, la cooperativa di autocostruzione dell’Ecovillaggio Solare…
Ma fino a un certo punto tutto questo era un sistema che viveva isolato al suo interno. Un piccolissimo gruppo di samurai dell’economia alternativa connesso con una banda di creativi situazionisti agricoli.
Poi negli ultimi mesi, progressivamente, questo gruppo strettamente interconnesso è entrato in uno strano stato di agitazione. Tutta una serie di percorsi personali, molto diversi, hanno trovato improvvisa convergenza, linee che si incrociano, si sovrappongono, corrono parallele.
E ci siamo così accorti che stava scattando un fenomeno sinergico. È un peccato che a scuola non parlino dei fenomeni sinergici. Se le persone fossero a conoscenza di questa possibilità, magari vivrebbero un’altra vita.

Per realizzare i tuoi sogni hai bisogno di giocare in squadra? Adesso puoi!

Io ho avuto la fortuna di essere testimone di un fenomeno analogo, tanti anni fa: un gruppo di persone che diventano una squadra nel senso più pieno del termine, un sistema, un meccanismo collettivo, sociale. Fu quando i miei genitori costruirono il primo palcoscenico smontabile, con tanto di piano sopraelevato e torrette per luci e amplificatori, e andarono a recitare fuori dagli spazi istituzionali per raggiungere chi non sarebbe mai entrato in un teatro. Oggi fare uno spettacolo in un palasport è una banalità: telefoni a un service e ti arrivano a montare tutto senza problemi. Ma 45 anni fa non esisteva niente del genere. Così mi trovai tra mio padre, un fabbro e un falegname intorno a un tavolo e vidi crescere il progetto… Io ero un ragazzino ma sentivo di essere testimone di una grande impresa… Quando non andavo a scuola seguivo i miei nei loro debutti. Arrivavamo nei posti più sperduti, in una bocciofila, in una balera, in un fabbrica occupata, con due camion, e aiutati da una ventina di volontari montavamo tutta la scenografia avvitando centinaia di bulloni a farfalla. Poi dopo lo spettacolo si faceva più alla svelta perché restavano ad aiutarci molti spettatori e si faceva il passamano con le centinaia di riquadri, tavole, trasversali e zampe, i costumi, le maschere, i fondali. Mi piaceva molto vedere la file delle persone che si passavano i pezzi; dal palcoscenico ai camion gli oggetti viaggiavano veloci, era lavoro ma era anche una specie di danza.
E c’era la sensazione che quando le persone si mettono assieme per uno scopo comune riescono a ottenere risultati incredibili…
E non si trattava solo di organizzare un balletto passamano.
In pochi mesi si creò dal nulla una rete di gruppi che trovarono gli spazi, fecero la pubblicità, vendettero i biglietti, organizzarono sei mesi di spettacoli per tre compagnie teatrali che giravano contemporaneamente. 
Poi arrivò il riflusso e raramente si riuscì a mettere in piedi iniziative così complesse.
Ci riuscimmo ad esempio quando organizzammo la trasmissione di Ubu Bas va alla guerra, spettacolo che cercava di opporsi alla disastrosa invasione dell’Iraq (come volevasi dimostrare). Uno spettacolo che fu trasmesso da 22 televisioni locali, due reti satellitari e Virgilio sul web; grazie all’appoggio di decine di migliaia di abbonati a Cacao e di molte associazioni pacifiste riuscimmo ad arrivare a più di due milioni di spettatori. 150 mila solo sul web (e allora avevano accesso a internet 5 milioni di italiani). Ma queste grandi mobilitazioni politiche, basate sul meraviglioso volontariato hanno un limite, tendono a perdere intensità col tempo.
Per questo abbiamo lavorato per consolidare un sistema basato sulla professionalità e capace di retribuire il lavoro. La domanda è: cosa succede quando si raduna una massa critica di professionisti passionalmente coinvolti in un progetto che è contemporaneamente lavorativo e ideale?
Stiamo iniziando a vederlo ed è un momento eccezionale. 
Se hai voglia di sapere cosa sta succedendo trovi su Facebook la cronaca fotografica degli incontri e delle attività.
Negli ultimi due mesi sono passati ad Alcatraz più di 200 tra musicisti, attori, mostri digitali, pittori, scrittori, terapisti ed ecotecnologi. 
Sono state incise canzoni, girati videoclip e documentari, realizzati spettacoli e flash mob, applicazioni per smartphone, quadri, mostre e libri.
Onestamente non ci si può credere… 
Qual è la chiave di questi avvenimenti?
Dove sta il trucco? Beh, innanzi tutto c’abbiamo lavorato negli ultimi 35 anni… e poi abbiamo scoperto che nessuna delle forme organizzative del lavoro di squadra proposte dal pensiero dominante (autoritario) combacia con il nostro spirito e il nostro modo di lavorare. Le strutture piramidali sono giganteschi sistemi per sprecare energie, se elimini la struttura verticistica moltiplichi per 4 la capacità di azione del gruppo e diminuisci il tasso di errore.
In pratica, stiamo sviluppando una modalità di lavoro che è direttamente figlia del mondo degli attori e dei cantanti.
Gli artisti girovaghi visti da fuori possono sembrare una congrega vanesia ma vige invece una disciplina ferrea. Nessuno può permettersi di non presentarsi in teatro due ore prima dello spettacolo, nessuno può evitare di recitare se è ancora vivo, a prescindere dal tasso di febbre, coliche, o altro. E se il giorno che ti muore tua madre hai uno spettacolo vai e reciti perché il rispetto per il pubblico che è uscito di casa per venirti a vedere sta in cima alla tua scala di valori…
Quando sei davanti al pubblico devi dare il massimo del massimo, se non ci riesci sei fuori dai giochi.
E in teatro ti devi fidare della gente con cui lavori e loro si devono fidare di te, e non parlo in modo teorico e sentimentale: quando una scena prevede che tu ti butti dal trampolino devi essere sicuro che sotto gli altri attori ti prendano. Sennò ti fai molto male.
Infine, ognuno è responsabile del suo pezzo di lavoro, sia un microfono da sistemare che un monologo da reggere. Mai in nessun caso puoi dare la colpa a un altro. Se sei tu il responsabile devi garantire che tutto funzioni a prescindere dalle condizioni atmosferiche, invasioni aliene e simili.

Oggi questo stile di lavoro lo stiamo applicando a un sistema che mette in connessione un ampio ventaglio di professioni.
E non abbiamo semplicemente assommato settori di iniziativa diversi per averne di più.
Quello che ci muove è la necessità di far fronte a un mondo nel quale la comunicazione evolve alla velocità della luce. 
Creare una macchina sociale, lavorativa e ideale non è solo idealmente bello è anche l’unica evoluzione capace di permetterci di affrontare la sfida del cambiamento e della complessità. Oggi si comprano pochissimi libri, c’è il digitale, le tv non pagano più quasi niente, a volte devi ringraziare perché ti trasmettono qualche cosa senza farti pagare. Sul web puoi fare 100mila utenti al mese e incassare 200 euro di pubblicità (al mese!)… Non esistono ancora sistemi che ti riconoscano una percentuale sui guadagni che i grandi contenitori percepiscono grazie ai contenuti che tu hai messo in rete. E d’altra parte il mercato digitale è ancora ai primi passi. È difficile trovare ingaggi per gli spettacoli, i teatri sono in crisi…
Una situazione complessa alla quale possiamo adattarci solo mettendo insieme risorse diverse, creando alleanze di nuovo tipo, ad esempio tra chi fa spettacolo e comunicazione e chi ha bisogno di far conoscere tecnologie innovative. Tanto più si riesce a rispondere a bisogni diversi tanto più si allarga la cooperazione, tanto più aumentano le possibilità. Nel suo complesso questo sistema si è assemblato spontaneamente e lo guardo come una creatura che ha preso vita da sé. Nei suoi primi passi sta caratterizzandosi per la capacità di connettere domanda e offerta nei settori più disparati, dalla formazione, ai gruppi d’acquisto di olio, case, auto ed energia elettrica, dagli spettacoli alle consulenze, alle certificazioni… E mi fermo qui perché la lista è troppo lunga.
Ad esempio: come fanno i musicisti adesso che non si vendono quasi più cd e simili? C’è stato un crollo del mercato con percentuali del 90%! Per trovare una soluzione devi collettivizzare il problema, mettere insieme più gruppi per ottenere una forza contrattuale maggiore, e devi mobilitare persone in diversi settori per affrontare il problema in tutti i suoi aspetti.
Puoi associare un disco a un album a fumetti, puoi arrivare ai concerti con un supermercato ambulante, puoi organizzarti tu la ristorazione, puoi diventare veicolo di comunicazione, puoi offrire corsi di musica, crociere concerto, costruire progetti per finanziamenti europei… Ma tutte queste cose ti vengono meglio se crei una rete di relazioni personali di qualità che contempla collaborazione per denaro, per passione e per baratto e che è costituita da esperti nei diversi settori.
Una band di musicisti da sola non ce la può fare…
Ed è difficile che riesca a realizzare grosse produzioni.
Ad esempio, girare con una compagnia di 30 elementi è oggi impensabile così come affrontare produzioni che prevedo decine di migliaia di euro per costumi e scenografie. Il testo di mio padre “Storia di Qu”, con Michele Bottini, regia di Massimo Navone, è andato in scena a Milano grazie all’alleanza tra una serie di scuole di teatro, musica, scenografia, maschere, costumi eccetera… 26 tra attori, acrobati e musicisti in scena e una quarantina di persone dietro le quinte. Quando si sono schierati tutti sul proscenio facevano impressione: un’orda!
Ecco, sono queste le cose che ci stanno succedendo intorno con sempre maggior frequenza e alle quali abbiamo modo di contribuire per quel che possiamo, con grande soddisfazione… (abbiamo scoperto che siamo bravi a creare connessioni, siamo dei valenti sensali…)
E chiarisco, ribadisco, non sto parlando di una qualche forma di organizzazione strutturata. L’aspetto essenziale è che, al di là degli accordi sui singoli lavori da fare assieme, non c’è nessuna forma di connessione strutturata o normata. Non ci sono assemblee, votazioni, maggioranze e centralismo democratico. Abbiamo la stessa forma istituzionale di un gruppo di amici in vacanza. Cioè, nessun vincolo formale. La rete è semplicemente un tessuto di relazioni di conoscenza e amicizia. Se ti telefono e mi dici che viene a giocare la partita alle 5 e poi non vieni ovviamente sei un infame. Ma per il resto la libertà e l’indipendenza sono la regola d’oro dell’amicizia. E così lavoriamo insieme, come una squadra sportiva. E una volta la palla la calcia in rete quello e una volta quell’altro. E tutti siamo ben contenti di fare la comparsa nel video di un altro. E tutti siamo ben contenti se in un’intervista possiamo parlare bene di un amico.
A ben guardare sto dicendo banalità ritrite sull’amicizia e la collaborazione. Ma val la pena di dirle visto che questa normalità per ora la trovi solo qua e là… Piccole isole… E proprio non si capisce perché le persone che la pensano come noi, che hanno scelto un altro stile di vita, che in Italia si stima siano circa cinque milioni, riescano a collaborare così poco insieme: non esiste una borsa del biologico, un sistema di rete tra i siti etici, un sistema di gruppi di acquisto su tutti i prodotti che compriamo, un sistema di fondi di investimento su progetti ecotecnologi e culturali, un’agenzia alternativa che aiuti a presentare domande di finanziamento a enti pubblici e privati, un sistema collettivo di contrattazione con gli spazi culturali, i server, i servizi web, la vendita di pubblicità… E mi fermo qui perché sennò facciamo sera…
Adesso sta sbocciando questa nuova esperienza. Ovviamente abbiamo di fronte rischi e difficoltà, stiamo muovendo i primi passi. E molto dipenderà dal sostegno che riceveremo. Il nostro punto debole è ancora la comunicazione. Una signora che guida il taxi a Milano, una della mia età che non aveva solo i capelli rossi, mi ha detto: dovreste pubblicizzarla Alcatraz, io ho scoperto che esisteva solo sei mesi fa… Dopo trent'anni che ce l’hai messa tutta per far sapere che esiste Alcatraz non lo è venuto a sapere neanche una che potrebbe essere mia sorella, che vede le cose come le vedo io… e ascolta Radio Popolare tutto il giorno… 
Questo è lo stato dell’arte… Nelle prossime settimane, se il cielo non ci cade sulla testa, inizieremo a mandarti dei regali, a farti delle proposte compromettenti, a chiederti se vuoi iniziare tu a portare le tue proposte dentro questo circuito.
Potresti iniziare a fare piani d’azione faraonici.
Noi progressisti in Italia siamo cinque milioni. Se ne mettiamo in rete mille e abbassiamo del 2% il tasso di sfiducia filosofico-cosmico, facciamo scintillare la notte (in questo momento 550 siti web hanno aderito allo scambio banner di stradaalternativa.it. Ma è solo l’inizio.)

Jacopo Fo

PS
Questa cosa potremmo chiamarla La Compagnia dei Servizi Globali.
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È la fine delle guerre!

È la fine delle guerre!

Di fronte all'orrore quotidiano cerco un po' di speranza

La domanda è: quando finiranno le guerre?
Perché sono convinto che prima o poi dovranno finire.
L'umanità sta lentamente migliorando, arriverà un momento nel quale la vita sarà considerata un valore assoluto e la guerra un'assurdità del passato.
Ma credo che questo avverrà prima che la coscienza umana arrivi fino a comprendere l'enormità incommensurabile del dolore che le guerre provocano.
Questa coscienza fiorirà dopo che le guerre saranno finite.
Semplicemente quello che sta accadendo sotto i nostri occhi è che la guerra sta diventando impraticabile perché non è più conveniente.
Per millenni i popoli tecnologicamente più evoluti hanno lasciato che i potenti usassero le guerre per arricchirsi perché alla fin fine c'erano vantaggi per una buona fetta della popolazione. Il che è sotto i nostri occhi: la maggioranza degli italiani, nonostante la crisi, sta meglio della maggioranza degli indios americani...
Oggi però la guerra ha cambiato natura.
Dopo le terribili stragi dell'11 settembre 2001 alti dirigenti della Cia e dell'Fbi dichiararono che i terroristi avevano guadagnato miliardi di dollari scommettendo in Borsa sul crollo delle aziende danneggiate dagli attentati. E dissero che era necessario chiudere i paradisi fiscali che erano le porte attraverso le quali Bin Laden aveva potuto piazzare le sue scommesse sui future e poi accreditarsi il denaro guadagnato.
In quei giorni di terrore ci si era resi conto che l'occidente era vulnerabile ad attacchi distruttivi.
L'intelligence Usa temeva che gli aerei lanciati contro le torri fossero solo l'inizio di una campagna di terrore. Le tv si riempirono delle notizie su lettere all'antrace e su yogurt avvelenati nei supermercati.
E ci si rese conto che azioni di microterrorismo indiscriminato avrebbero potuto scatenare il caos e mettere gravemente in crisi il sistema Usa. Il panico avrebbe moltiplicato per mille l'impatto degli attentati.
Ma per fortuna i terroristi si accontentarono di un solo giorno di massacri e si scoprì che l'antrace e il veleno nei cibi erano azioni isolate di pazzi e scherzi macabri.
Probabilmente questi squilibrati dell'Isis non cercheranno di colpire in profondità la società occidentale... Ma è anche chiaro che il terrorismo sta assumendo un carattere sempre più folle e spietato. Probabilmente questa nuova ondata di recrudescenza dei fondamentalisti islamici sarà domata... Ma la tendenza è chiara.
Dopo l'11 settembre sappiamo che le grandi metropoli possono essere gettate nel caos con strumenti minimi, e sostanze facilmente acquistabili sul web per poche migliaia di euro.
La domanda non è se ma quando verrà fuori un gruppo terrorista che non vuole limitarsi a terribili azioni dimostrative ma decide di portare il terrore nei supermercati del ricco occidente. 
Ma il terrorismo non è l'unica minaccia per i paesi ricchi: la guerra sta spingendo milioni di profughi verso le grandi metropoli. 
L'Europa non ha modo di bloccare questo mare di disperati che fuggono dalla morte. Ma quelli che vorrebbero fuggire in Europa ormai sono decine di milioni... Somalia, Siria, Iraq, Libia... 
Certo che è giusto accogliere questi profughi ma è anche evidente che una migrazione di misura epocale, come quella che sta iniziando, creerà reazioni di rifiuto, semplicemente perché non è sostenibile. Ma se i paesi ricchi costruiranno muraglie invalicabili e si metteranno a sparare sui barconi otterremo solo altra disperazione e altro odio... 
C'è poi il problema sanitario: la miseria genera in continuazione nuove epidemie. Per adesso ci è andata bene... Ma più il mondo è interconnesso, con milioni di persone che viaggiano da una nazione all'altra, e più cresce la possibilità di diffusione di nuove epidemie... E siamo tanto furbi che continuiamo ad allevare nuove generazioni di batteri resistenti agli antibiotici grazie a un consumo smodato di queste medicine...
Ed esiste un'altra calamità planetaria che dobbiamo urgentemente disinnescare: la criminalità organizzata che sguazza e si arricchisce in mille modi in mezzo alle guerre e alla disperazione e che sta penetrando con ogni mezzo nel sistema finanziario mondiale acquisendo un potere che di per sé è una minaccia mortale per la civiltà.
In questo momento una buona parte dell'umanità è in possesso delle informazioni e della coscienza per capire che abbiamo di fronte una necessità improrogabile: dobbiamo fermare il terrorismo, fermare le migrazioni dei disperati, fermare il pericolo di pandemie e la criminalità. E abbiamo pure bisogno di un modello di sviluppo che non sia basato sulla distruzione del nostro pianeta.
Ok, è un incarico di una difficoltà allucinante e io mi sento anche un po' influenzato. Penso che andrò a dormire e mi addormenterò dopo aver pianto a lungo.
Poi penso a quanto è bella la Madonna di Barnaba da Modena e mi dico: "Porca patata dobbiamo riuscirci!"
Quindi mi sforzo le meningi e cerco di trovare qualche buona ragione per continuare a darsi da fare.
La prima è che questo è quel che conviene non solo ai popoli ma anche a gran parte delle multinazionali più ricche del mondo: Apple, Google, Disney, Coca Cola, Hp, Samsung, Microsoft, Facebook, sono aziende che sarebbero enormemente danneggiate da un'ondata di terrore. Questo è importante: non è più come 50 anni anni fa quando scommettere sulla guerra e la rapina era il modo garantito per fare più soldi. Oggi la comunicazione globale rende più del mercato dei carri armati e soprattutto dà più potere.
Quindi non siamo i soli a temere la guerra.
Ed è ipotizzabile anche che si diffonda l'idea che c'è solo modo evitare disastri: concentrare i nostri sforzi per aiutare i popoli poveri a uscire dalla miseria. Solo se i Paesi in via di sviluppo entreranno in una fase di benessere, pace e democrazia ci potremo salvare.
Lo sviluppo è l'unica medicina.
"Facile!" dirà qualcuno "Ma cosa vuoi che sviluppi quella gente... Non sono capaci! Sai quanti soldi si spendono ogni anno in aiuti umanitari? E quelli restano lì, sempre poveri..."
Questo pensa la maggioranza dei benestanti.
Ma non è vero: innanzi tutto i pochi aiuti ai paesi poveri hanno dato grandi risultati: la popolazione è aumentata ma contemporaneamente le persone che muoiono di fame sono diminuite del 75%. 
Ma c'è un'altra questione di importanza fondamentale: gli Stati ricchi danno piccoli aiuti, ma contemporaneamente continuano una selvaggia guerra di rapina.
La povertà non è frutto dell'arretratezza di alcuni popoli ma di precise azioni.
Le nazioni ricche continuano, ad esempio, l'azione di distruzione delle economie locali attraverso la vendita di prodotti agricoli sottocosto. Un crimine enorme di cui non si parla quasi mai. Le bancherelle dei mercati dei paesi poveri vendono la salsa di pomodoro italiana o cinese, il riso statunitense, la carne in scatola francese... E la gente compra questi prodotti perché costano pochissimo. Come è possibile che un pomodoro prodotto in Italia, inscatolato e trasportato per migliaia di chilometri costi di meno di un pomodoro fresco del Camerun, coltivato da un contadino che quando guadagna 3 euro al giorno è contento, e comprato in un orto che sta a 5 chilometri dalla bancarella?
Non è possibile!
Ma diventa possibile se i finanziamenti pubblici coprono una bella fetta del costo del pomodoro: detrazioni fiscali, sconto sui carburanti, finanziamento per l'acquisto dei mezzi agricoli e incentivi di vario tipo alla produzione. Non è una questione semplice da affrontare... Richiederebbe un cambio di sistema radicale... È chiaro che se l'agricoltura non venisse finanziata i prezzi andrebbero alle stelle e sarebbero i più poveri a stare peggio... Ma bisognerebbe impedire che i prodotti a basso costo dei paesi ricchi arrivino nel terzo mondo a prezzi inferiori di quelli della produzione locale. Questa concorrenza sleale fa più morti di tutte le guerre in corso, anche se fa poco rumore.

L'altro crimine che l'Occidente dovrebbe smettere di praticare è la discriminazione contro la produzione dei paesi poveri. L'Unione Europea determina quali banane sono importabili e quali no escludendo la maggior parte delle tipologie delle banane esistenti... Cioè, si pratica un libero mercato a senso unico: noi siamo liberi di esportare i nostri prodotti da voi, ma decidiamo noi cosa voi potete esportare...
L'altra tecnica che i paesi ricchi utilizzano per impedire lo sviluppo delle economie locali è l'appoggio entusiastico ai politici più corrotti e violenti... Saddam era un dittatore sponsorizzato dalla Cia perché faceva comodo la sua passione per gli ammazzanti di socialisti. E su questo non dico altro perché è una questione nota.

L'ultima domanda è: ci sono segnali positivi?

Innanzi tutto c'è da dire che (lentamente, molto lentamente) si sta agendo per chiudere i paradisi fiscali.
La maggioranza dei governi sta capendo che non è possibile fronteggiare il terrorismo e la criminalità organizzata (altra calamità primaria) se non colpendo il loro potere sul piano finanziario.
Uno dopo l'altro i paradisi fiscali si stanno regolarizzando e stanno accettando criteri di trasparenza, dalla Svizzera a Malta, dal Vaticano al Costa Rica... La rete della finanza nera e grigia sta perdendo i pezzi semplicemente perché va ormai contro gli interessi delle multinazionali...
E lentamente si sta capendo che anche la legalizzazione delle droghe è un passaggio essenziale per limitare il potere della criminalità.
D'altra parte sta crescendo la coscienza pacifista e solidale e la capacità dei consumatori di spingere verso un diverso modello di sviluppo attraverso il loro potere d'acquisto consociato (voti ogni volta che fai la spesa)...
Manca invece la coscienza diffusa dei meccanismi da demolire per favorire lo sviluppo. Ma contemporaneamente crescono le pressioni perché vengano ridotte le spese militari per poter aumentategli aiuti internazionali.

Ottenere un cambio di tendenza radicale non sarà però veloce e facile. Ma ci riusciremo perché non esiste un'altra via possibile.
Scartate le possibilità possibili restano solo le possibilità impossibili.
Jacopo Fo

Emorroidi solidali: guarire giocando con i videogames!

Emorroidi solidali: guarire giocando con i videogames!

Quello che sto per dirti è sconvolgente!

Grazie anche ai molti consigli ricevuti (grazie) sono riuscito in questi anni a ridurre progressivamente il disagio dovuto a questo malanno che molti considerano imbarazzante, ma non a eliminarlo.
Ma le mie care emorroidi mi hanno anche portato a una scoperta sensazionale (per la quale spero di ottenere il Nobel per la Pace: meno emorroidi, meno guerre).
Mi sono reso conto di un fenomeno stranissimo: la pratica che ha la maggiore e più rapida efficacia sulla mia irritazione intima è mettermi semisdraiato in poltrona, impugnare quell'aggeggio pieno di tasti e iniziare a giocare ai videogames.
Non videogames qualsiasi: serve roba tipo difendere la Città Sacra dall'attacco delle cavallette giganti, utilizzando meravigliosi lanciagranate rossi, oppure i giochi che corri come un pazzo e devi evitare burroni, ruote dentate con lame acuminate e lanciafiamme. Insomma parlo di videogames adrenalinici.
Ora la prima domanda è: succede solo a me? (attendo risposte)
La seconda domanda è, anche se succede a me soltanto perché ciò accade?

Sono anni che lavoro sulle qualità della muscolatura non razionale, sottospecie della muscolatura volontaria.
Mi riferisco a quella muscolatura che scatta quando istintivamente schiacci il freno dell'auto prima ancora che il tuo cervello razionale abbia capito cosa è successo.
Ma ora sto parlando di un altro livello muscolare, ancor più sconosciuto; mi riferisco ai muscoli che quando si muovono ci danno quelle strane sensazioni che poi chiamiamo "tuffo al cuore", "peso sullo stomaco", "tensione alle gambe"... C'è tutto un apparato muscolare, che coinvolge anche la pelle, la circolazione del sangue, ci fa diventare rossi in viso, ci si ghiaccia la nuca, ci si gela il sangue. Si tratta di un vasto territorio che va dal soprassalto emotivo quando vedi una persona che desideri molto, alla pelle d'oca...

E sono proprio questi "muscoli emotivi" a muoversi quando gioco ai videogames?... Il gonfiore delle emorroidi scatta tipo venuzza che viene strozzata da un muscolo (e si gonfia, la venuzza, tipo fistola) e questo a me succede in situazioni emozionanti... Anche positive... E con tutti gli esercizi di rilassamento e tonificazione che conosco ho difficoltà ad arrivare a decontrarre quel muscolo che mi strozza la venuzza... Invece se mi metto a giocare ai videogames, le emozioni del gioco mi fanno smuovere quel livello muscolare e arrivo al bloccaggio inconsapevolmente... Ci riesco a volte anche semplicemente ascoltando le sensazioni emotive... Se ti metti ad ascoltare senti che a volte scattano sensazioni simili a quelle dovute alle emozioni, anche senza emozioni... senti l'effetto senza la causa...
Credo che su questo terreno bisognerebbe fare ulteriori indagini perché mi sembra interessante. Sono graditi commenti pertinenti...

Vedi anche:
Della guerra e della frigidità emotiva
Una sperimentazione sulla riduzione della spasticità

Jacopo Fo