agricoltura

Tu sei un organismo geneticamente modificato?

La tecnica fondamentale per ordire imbrogli galattici parte dalla falsificazione.
Piccoli scivolamenti linguistici imbellettano realtà inaccettabili.
Ad esempio, la sigla Ogm è intrinsecamente disonesta. Siamo tutti organismi geneticamente modificati dal fatto stesso di vivere su questo pianeta continuando ad adattarci. Ad essere onesti gli Ogm dovrebbero, chiamarsi Organismi Geneticamente Modificati Artificialmente.

Ma qualche esperto della comunicazione si è accorto subito che OGMA è una sigla che già onomatopeuticamente fa schifo, fa rima con magma.
La politica, alle prese con la renzite, ha altro a cui pensare, e la gente attanagliata dalla crisi idem. Ma la questione OGMA resta uno dei più grandi problemi con cui l’umanità deve fare i conti.
Non è solo questione di estetica, etica e rispetto della natura.
È una questione di vita o di morte: gli OGMA sono un pericolo spaventevole.

CONTINUA SUL BLOG DEL FATTO QUOTIDIANO
 


Green Town per rilanciare l’agricoltura di qualità

Se vogliamo riportare i giovani a lavorare la terra dobbiamo immaginare un nuovo modello sociale.

Molte associazioni stanno conducendo una grande campagna per il rilancio dell’agricoltura come elemento essenziale della costruzione di un modello sano ed equo di sviluppo.
Crediamo che sia una battaglia fondamentale.
Di fronte alla grande disoccupazione dei giovani, all’inquinamento e all’alienazione urbana, il ritorno alla terra è certamente una via che può dare prospettive a migliaia di giovani disoccupati.
L’agricoltura di qualità è altresì essenziale per liberare i consumatori dai cibi senza sapore e senza sostanza (i cibi coltivati con forzatura chimica hanno la metà degli elementi nutrizionali più preziosi).
La cultura del buon cibo è poi centrale per far crescere il gusto della vita e della convivialità e noi crediamo che questa non sia una questione secondaria. Nello scontro tra cibo di qualità e fast food c’è molto di più di una mera questione culinaria o dietetica. C’è una diversa idea della vita, delle priorità, della scala di valori. È la cultura consumista contro la cultura della qualità, dell’amore verso il pianeta e verso gli esseri viventi.
E non si tratta certo di questioni secondarie, le iniziative intraprese in questo campo da organizzazioni come Slow Food o Sefea (che riunisce le banche etiche europee) hanno mostrato che si possono anche creare decine di migliaia di posti di lavoro interessanti e remunerativi.
Negli Usa sono nate, anche grazie a Slow Food, centinaia di aziende agricole, birrifici artigianali e laboratori che producono formaggi. In Francia le banche etiche hanno finanziato l’acquisto di più di 80 grandi aziende agricole, affidate a cooperative di giovani.
Libera ha fatto altrettanto con la gestione dei terreni confiscati alle mafie.
E possiamo anche ricordare l’enorme lavoro con migliaia di cooperative, realizzato dal Commercio Equo e Solidale che  mette insieme la cultura del buon cibo con il pagamento di prezzi equi ai contadini poveri del terzo mondo.

Ma uno degli aspetti interessanti di questa via agricola al miglioramento del pianeta, è il fatto che essa induce comportamenti sociali diversi, dando vita ai mercatini biologici e ai gruppi d’acquisto, diventa un elemento straordinario di creazione di aggregazioni sociali, fondamentali in una società malata di solitudine e individualismo.

In Italia esiste un’enorme possibilità di sviluppo dell’agricoltura di qualità.
In tutto il mondo adorano i cibi italiani.
In un momento di crisi come questo il mercato dell’alimentare italiano è tra i pochi in crescita, con un 4% di aumento complessivo, e punte che arrivano a un + 35% come nell’esportazione di vini in Francia.

Abbiamo un gran numero di agronomi disoccupati.
E abbiamo anche enormi estensioni di terreno agricolo collinare abbandonato.
Ci sono interi paesini completamente disabitati e un patrimonio di case vuote che sicuramente supera le centomila unità (ed è una stima per difetto).
Abbiamo i lavoratori potenziali, le competenze, le case e i terreni. Cosa ci manca?

Ovviamente manca la determinazione della classe politica nel dare priorità a questa strategia.
Ma bisogna sviluppare anche una progettazione della vita in campagna che sia appetibile.
È inimmaginabile che migliaia di giovani tornino a vivere in mezzo ai boschi, in totale isolamento, tagliati fuori da socialità ed eventi, come succedeva 50 anni fa.
Le colline sono meravigliose ma alla lunga possono essere estremamente noiose e inibire la vivacità mentale che solo una vita sociale intensa ti può dare. Inoltre, vivere in collina di sola agricoltura è veramente difficile.

Per trovare una soluzione a questi problemi in tutto il mondo si sta sviluppando una visione del ripopolamento delle campagne basata sulle Green Town, le città verdi.
L’idea è quella di creare aree nelle quali le attività agricole e quelle culturali siano integrate: agricoltura, cultura, formazione e turismo sono i 4 elementi che agendo in modo sinergico possono creare le basi materiali per lo sviluppo di un nuovo tipo di città.
Città dove il 99,99% del terreno è costituito da boschi e coltivazioni ma dove, al contempo, ci sono attività non esclusivamente agricole.
Oggi ci sono decine di professioni che grazie a internet si possono svolgere a distanza, senza abitare per forza in città.
Ecco quindi che si può unire la migrazione di nuovi agricoltori con lo sviluppo di attività nel settore del terziario domiciliate in mezzo alle colline. E la contiguità tra agricoltori di qualità e professionisti di diversi settori può diventare il fulcro di una forma diversa del vivere nel verde.
Il che vuol dire attirare fuori dalle metropoli tutta una serie di attività come la formazione professionale, momenti di progettazione aziendale e in generale tutte le attività che hanno una forte connotazione creativa; attività che naturalmente trovano vantaggio nello svolgersi in mezzo al verde, con il condimento di cibi e bevande deliziosi.

Un esempio di questa visione la stiamo costruendo nell’Ecovillaggio Solare di Alcatraz, che è concepito come un piccolo centro di aggregazione, con la piazzetta, i portici e i negozi. Uno spazio sociale capace di diventare rotore delle attività di molti che hanno ristrutturato case nei dintorni, dando vita alle attività economiche più disparate.
Già ora nella nostra valle vivono 200 persone che hanno creato spontaneamente una serie di collaborazioni incrociate fonte di una grande vivacità di eventi culturali, spettacoli teatrali, concerti, produzioni televisive. L’inaugurazione del nuovo ecovillaggio, che avverrà quest’estate con la consegna dei primi 19 appartamenti, porterà un ulteriore sviluppo di questa vivacità.
In modo sempre spontaneo e senza imposizioni, ovviamente: non siamo una comune o una comunità, non ci sono regole, oltre a quelle ovvie del rispetto degli altri; ma è evidente che l’arrivo di decine di famiglie che si trasferiscono a vivere qui porterà un aumento della ricchezza relazionale e delle possibilità operative: l’unione fa la forza.

Per noi immaginare una Green Town non vuol dire pensare solo a case ecologiche, atossiche, ad alta efficienza energetica (bollette zero) e a opportunità di sinergie lavorative, vuol dire anche immaginare un’economia verde collaborativa, completamente diversa da quella urbana.
Proprio per la natura relativamente isolata della vita in collina, qui è più facile, e viene quasi spontaneo, sperimentare forme spinte di gruppi di acquisto.
Noi non ci limitiamo a comprare insieme i cibi, abbiamo contratti “di gruppo” anche per il telefono, il gas, le biancheria per gli agriturismi, l’energia elettrica da fonti rinnovabili e la realizzazione di impianti fotovoltaici e termici. E periodicamente si svolge un mercatino itinerante di prodotti agricoli, artigianali e del baratto. Ogni mese il mercato si fa in una casa diversa e anche questo diventa un modo di sviluppare relazioni sociali, scambi e collaborazioni.
Il prossimo passo sarà quello di creare un sistema autonomo di allacciamento a internet via etere e dotarci contemporaneamente di cellulari a doppia banda, che permettano di telefonare gratis in tutta la zona e usare le compagnie telefoniche solo quando si esce dall’area della Green Town.
E vorremmo anche che l’Ecovillaggio si dotasse in futuro di un sistema di car-sharing con auto elettriche.
Aggiungi la condivisione di servizi come la lavanderia, la sala feste, la piscina calda e ottieni un sistema che determina diversi modi di consumare, usare il tempo libero, incontrare gli altri e lavorare.

Cosa si potrebbe fare per incrementare lo sviluppo delle Green Town?

Anche qui fortunatamente gli esempi positivi non mancano.
Già negli anni ’70 gli illuminati amministratori della regione trentina capirono che se volevano conservare la ricchezza dei territori dovevano immaginare un diverso modello di sviluppo.
Individuarono l’agriturismo come un mezzo per portare nuova ricchezza e dinamismo culturale nelle campagne e per indurre gli agricoltori a indirizzarsi verso la produzione alimentare di alta qualità.
Investirono quindi denaro ed energie nella creazione di una serie di strutture che dessero maggiore attrattiva turistica ai territori montani. Laddove vi era un sufficiente numero di agricoltori interessati a intraprendere l’attività agrituristica costruirono piscine, maneggi, laghetti per la pesca, e diedero vita a una serie di eventi culturali che avrebbero attirato turisti. Insomma, crearono delle aree omogenee con una serie di servizi condivisi da più agriturismo.
Un esempio geniale di questa politica è stata la creazione del Parco Sella, un grande museo all’aperto dove, lungo un percorso di alcuni chilometri, si susseguono grandi opere d’arte biodegradabili, in mezzo ai boschi.
Questo tipo di iniziative portarono rapidamente il Trentino ad essere una delle regioni italiani con maggior sviluppo turistico.

La nostra idea è che si debba seguire questo approccio, costruendo strutture che offrano, nelle aree di nuova immigrazione, i servizi essenziali per creare ricchezza di opportunità.
Senza lo sforzo di dotare di servizi i territori abbandonati non è credibile pensare a una consistente immigrazione.
Oltretutto così si ovvierebbe al disastroso degrado dei territori abbandonati, per il quale paghiamo ogni anno un odioso tributo di morti e danni economici per frane e alluvioni.
Ma non si può pensare alla cura dei territori senza pensare a come rendere vivibili oggi quelle terre.

Si tratta quindi sostanzialmente di replicare il modello sperimentato in Trentino non limitandolo al turismo ma immaginando le Green Town come dependance teleconnesse del tessuto urbano, retrovie delle città, aree di sosta mentale dedicate al benessere, alla creatività, al riposo, alla crescita culturale e relazionale.

Certamente si tratta di proporre una grande rivoluzione degli stili di vita a migliaia di persone che potrebbero avere grande vantaggio a lasciare il caos delle città. E si tratta ricreare migliaia di nuovi posti di lavoro.
Ma io credo che questo stia già da tempo avvenendo in sordina, in molte zone d’Italia. Già ora centinaia di migliaia di cittadini sono diventati campagnoli.
Si tratta solo di diffondere l’idea di un modo ancor più interconnesso e solidale di vivere in campagna.
Se dimostriamo che funziona esso avrà una forza attrattiva potente.
Anche perché è proprio vero che in mezzo al verde, mangiando cibo delizioso e fresco in buona compagnia, si vive meglio.