Ti meriti di vivere meglio! E lo puoi fare.

Solo una piccola percentuale di persone si occupa di migliorare la propria vita usando un minimo di buon senso.
Credo sia questo il vero disastro. La crisi economica in confronto fa ridere. Anzi, la causa della crisi, di tutte le crisi, ha origine nell’atteggiamento individuale di milioni di persone che pur rendendosi conto che vivono male fanno poco o niente per regalarsi un po’ di buona qualità.
È una sorta di ipnosi collettiva.

Milioni di italiani soffrono di mal di piedi.
Ora non credo che ci voglia un genio per capire che se la punta del piede è più larga del tallone non è sensato mettersi scarpe che hanno la punta stretta. E queste scarpe “a papera” sono sul mercato da almeno 30 anni.
Ma molti si guardano i piedi, deformati e pieni di calli e non riescono a collegare questa loro orribile sofferenza con il tipo di scarpe che indossano.
 

Molti poi sanno benissimo che esistono scarpe con la punta larga, ma si vergognano a indossarle, perché la moda dominante è a punta stretta.
Ci sono milioni di persone che soffrono di mal di schiena e non si sono mai fatti fare un massaggio. È un’idea fuori dal loro campo visivo. Molti hanno anche sentito parlare di corsi di antiginnastica, ginnastica isometrica, yoga, che danno gran sollievo a chi soffre questi dolori. Ma non gli viene di frequentarli. Loro pigliano gli antidolorifici e poi gli si ammala il fegato.
Ci sono milioni di persone che hanno gravi problemi sessuali ma non hanno mai letto un manuale di educazione sessuale. Loro sanno già tutto.

Mi ricordo di un ragazzo, vestito perfettamente alla moda, tutto firmato, che camminava buttando i piedi di qua e di là in modo goffo. Gli ho detto: “Perché non cerchi di camminare in modo più armonico e naturale?”
Lui mi ha risposto: “Io sono così!”
E sei pure un coglione.
C’è gente che spende decine di migliaia di euro per un matrimonio e poi fa sesso in 10 minuti… Non si godono niente.
E ci sono persone che spendono una fortuna perché non vogliono che i figli piccoli indossino vestiti usati, e ogni quattro mesi devono ricomprare tutto… E poi non hanno tempo per giocare con i piccoli… Devono lavorare di più per comprare le camiciole.

Potrei andare avanti a lungo a elencare miglioramenti semplici e istantanei…

Vedo molte persone che sono bravissime a sognare (il che già è una cosa positiva). Le incontro nei laboratori creativi che facciamo ad Alcatraz e vedo una fantasia eccezionale, una capacità di immergersi nel lavoro formidabile. In pochi giorni riesci a mettere insieme gigabyte di idee, dipinti, foto, video, testi, piani d’azione.
Ma un gruppo parte con 50 persone e dopo un paio di mesi ci si trova in 5.
Il che comunque è già un grande risultato, perché le persone che reggono nel tempo sono anche straordinarie e lavorarci insieme è una soddisfazione, nascono amicizie, scambi di esperienze… Io amo scrivere in solitudine, ma quando si lavora in gruppo è una cosa esplosiva, una continua provocazione a cambiare modalità di pensiero per cogliere le fascinazioni che gli altri ti regalano.

Però, mi chiedo, che fanno quelli che spariscono?
Magari lasciano perché trovano qualche cosa di meglio da fare… Ma so per certo che parecchi lasciano e basta.
Perché?
Domanda da 20 milioni di dollari.
Chi riuscisse a rispondere farebbe i miliardi.
E visto che vorrei arricchirmi in modo sibaritico, e sono scarsamente provvisto del senso dei miei limiti, vorrei aprire una discussione su questo tema… Provo a raccontare un inizio di ragionamento...

L’idea per questo articolo mi è partita, tipo embolo, alcuni giorni fa mentre guardavo un film. Mi sono reso conto che quella storia girava intorno al rimpianto. Lui e lei si amano ma poi si lasciano e si rincontrano dopo decenni e ancora si amano e rimpiangono le possibilità perdute.
Mi sono reso conto che questo è il filo conduttore di migliaia di film. Ed è anche l’anima nera nascosta dentro tutti i personaggi duri e crudi della letteratura. Uomini che hanno una spada invisibile piantata nel cuore. Un rimpianto, un rimorso, un buco nel loro passato. E questo rimpianto li segna, dà loro spessore e li rende affascinanti e coinvolgenti. Gli spettatori si identificano perché anche loro vivono di rimpianti.
Un mito fondante della nostra cultura è questo dolore del rimpianto che santifica e diventa la nostra identità profonda. Un dolore che culliamo e che usiamo come anestetico per non sentire la vertigine di fronte all’insicurezza della vita. La paura dello sconosciuto…
Io odio i rimpianti e amo gli esperimenti…
Gabriella mi ha raccontato una storia del suo amico, grande rapper nero. Una donna gli scrive: “Sto morendo, ho un mese di vita, non ho più nessuno al mondo, tu sei l’unica luce in queste giornate terribili.”
Lui si commuove, prende un aereo e va da lei in ospedale e le dice: “Vieni con me, facciamo un tour, abbiamo già un medico con noi, per via di un musicista molto malato…”
E lei gli risponde: “Non posso venire con te, sarebbe troppo pericoloso.” E così preferisce restare lì, sola col suo dolore certo e perimetrato, coltivato, piuttosto che buttarsi nell’avventura della vita.
Queste persone avrebbero forse bisogno di fede…
Fede, fiducia, autostima.
Ma sostanzialmente si tratta di fede. Non nel senso religioso. Una fede nel fatto che la vita abbia un senso e che tu abbia la possibilità e il diritto di vivere alla grande o quantomeno di provarci, che poi è lo stesso.
Perché quando sogni una cosa è un po’ come viverla. Il nostro cervello distingue poco tra realtà e fantasia. Il sogno lo vivi comunque.

Qualunque sconfitta è per me meglio di una resa preventiva e del rimpianto.
Ma io la penso così perché ho avuto la grande fortuna di nascere comunista. Che detto così sembra una stronzata. Mi spiego…

Provengo da una famiglia strana forte.
Sono stato tirato su con l’idea di dovermi impegnare a fondo per poter diventare un VERO COMUNISTA.
Che era una cosa che c’entrava solo lateralmente con la politica. Essere un vero comunista voleva dire mettere in pratica quotidianamente gli ideali di rispetto, impegno, disciplina… Non so se mi capisci… Forse se non hai avuto una mamma maoista e una nonna che ricuciva i partigiani feriti hai difficoltà a immaginare.
Qualche cosa del genere forse accade tra i più ferventi cristiani. Ma nelle famiglie comuniste c’era un accento particolarmente drammatico.
Per me è sempre stato chiaro che nell’essere comunista c’erano anche buone probabilità di essere ammazzato o di fare secoli di carcere… Il che ha 12 anni è un po’ ansiogeno. Sapevo che eravamo sulla lista dei ribelli che in caso di colpo di Stato sarebbero finiti nella base militare di Decimomannu, in Sardegna. Avevo letto carrettate di libri sui campi di concentramento e i colpi di Stato, e le torture… E mio zio era finito prigioniero in Germania.
A 13 anni mi sono messo d’accordo con mia madre che se c’era il colpo di Stato mi doveva avvisare subito, con una frase in codice. Io abitavo ai margini di un bosco, sopra Cernobbio, e mi ero allenato a raggiungere di corsa il reticolato del confine svizzero percorrendo un tratturo semiverticale. Ci impiegavo 45 minuti.
Questo per dire che per me essere comunista era una cosa seria. E soprattutto era uno stile di vita, un far parte di un popolo indomabile, vestirsi in modo diverso, pensare in modo diverso.
E mettere al primo posto l’interesse della collettività.
Era un modo di vivere la “causa politica” che discendeva da un’antica tradizione.
I progressisti di 100 anni fa avevano un sogno: la crescita della coscienza del popolo. L’idea era di lottare nell’immediato per l’aumento salariale, senza trascurare la crescita globale dell’individuo.
Imparare a leggere e scrivere, mettere in pratica la parità dei sessi, educare i bambini rispettando la loro unicità, sviluppare la cooperazione, la professionalità, il rispetto e il “senso dell’onore comunista”.
Col tempo questi obiettivi “culturali” si sono un po’ persi per strada. E sono reste le rivendicazioni salariali, le lotte elettorali, e per finire abbiamo scoperto che anche i comunisti rubano… Amara constatazione che ha divelto l’idea stessa dell’essere comunisti… Disastri delle ideologie… Illusioni di perfezione mitica e successivo disincanto… Sono pure diventato pacifista, indiano metropolitano, claun militante. E mi sono anche reso conto che quando eravamo dentro il sogno comunista parlavamo troppo poco di amore e di arte.

Però quel senso morale profondo dell’ESSERE UN VERO COMUNISTA, io lo salvo. Sto parlando dell’idea di avere un patto col mondo che ti vincola a dare il meglio di te, a mettere la collettività e il rispetto al primo posto, e impegnarti a crescere umanamente.
E sto parlando della necessità di fare progetti dettagliati, meditarci sopra, e poi avere fiducia che se li metti in pratica con attenzione puoi anche ottenere dei risultati.
E comunque il solo provarci ti arricchisce. E se vieni sconfitto non ti deprimi troppo, perché hai capito in che direzione va la storia, e sai che il tempo e la continua mutazione delle cose giocano a favore del progresso.
Marx diceva che i comunisti sono spirituali, non sono devoti a un Dio perché temono la sua punizione o desiderano il paradiso in cielo. Credono nella storia, in una forza ineluttabile che sta migliorando il mondo.
Il comunismo è una fede.

Vedo parecchie persone che potrebbero ottenere cambiamenti stratosfericamente buoni nella loro vita se scoprissero un po’ di sana fede nelle meraviglie della società futura, dei tramonti, della passera e di tutto il resto… E nella loro possibilità di riscatto.
Il capitalismo ti offre solo una vita di merda.
Ma non è obbligatorio mangiarla tutta.
La ribellione è afrodisiaca.

P.S.: Marx diceva anche che è l’essere sociale che determina l’uomo. Cioè il tuo modo di pensare e di sentire la vita dipende dal lavoro che fai, da dove vivi, da quanto denaro hai, dalla struttura delle tue relazioni sociali.
Il che è stato interpretato in modo ristretto dai leninisti: prima cambiamo l’essere sociale facendo la rivoluzione e poi la nuova società socialista forgerà un essere umano di qualità superiore che svilupperà appieno le sue potenzialità creative, spirituali, relazionali, umane.
Beh, gli ultimi 100 anni hanno dimostrato che non funziona.
L’essere sociale presente ha rotto i coglioni. E per cambiarlo dobbiamo innanzi tutto far crescere la nostra umanità, il modo di vivere la quotidianità. Lo spazio c’è e il vantaggio arriva subito. Questa società ci fornisce una dose di libertà maggiore di quella che stiamo utilizzando.
Riempiamo tutti gli spazi liberi e il disegno complessivo cambierà.

 


Commenti

Io sono cresciuta come una vera cristiana (anche se ho abbandonato da tempo "l'unica fede"); l'insegnamento che mi porto nella vita è "ama il prossimo tuo come te stesso", che diventa un più prosaico "fai agli altri ciò che vuoi sia fatto a te".
Credo che il senso della vita sia "espandere l'amore nel mondo",avendo amore e trattando tutti e tutto con rispetto, per quel che riesco (non sono vegetariana...); raccolta differenziata da quando esisteva solo l'isola ecologica (ora abbiamo i bidoni sotto casa), faccio la spesa consapevole ("voti ogni volta che compri"), faccio parte di un'ass di volontariato, cerco di fare il mio lavoro di impiegata onestamente (a parte i 5 minuti "rubati" per la sigaretta...) e cerco di trovare un po' di tempo per essere felice (il lavoro, soprattutto il settore per cui lavoro, mi fanno schifo-banche e simili) leggendoti/vi...e prima o poi riuscirò pure a venire ad Alcatraz!
Qualcosa faccio; potrei fare di più, ma intanto vediamo anche il bicchiere mezzo pieno, poi cerchiamo di mettercene sempre di più... Grazie tantissimo di esserci!!

Condivido tutto, anche se non sarei mai riuscita a scriverlo con tanta lucidità e chiarezza. Non ho avuto una famiglia comunista (purtroppo), ma lo sono sempre stata, e sempre lo sarò.
Credo nel miglioramento personale, che diventa poi patrimonio di tutti. Credo, ogni giorno di più, nella pratica del buon senso, del senso della misura, del rispetto di noi, del nostro corpo, di madre natura e degli altri esseri umani.
Il capitalismo ci offre una vita di merda, infelice all'ennesima potenza, strapiena di fasulli desideri che non potremo mai realizzare.
Io non ne voglio mangiare nemmeno un pizzico di quella merda. Voglio essere felice.

Si, vivere meglio si può. Un gruppo sufficientemente numeroso potrebbe vivere meglio dei "miliardari", senza essere, peraltro, "miliardari". Detto così è riduttivo, perchè in fondo i miliardari vivono una vita di merda, troppo presi dalle cose che possiedono ("il miliardario -l'avaro?- ha con il denaro lo stesso rapporto dello stitico con la sua merda"), sempre in ansia per la paura che qualcuno gliele porti via... Si può vivere quali-quantitativamente meglio di come vivono i "miliardari". Ma cosa occorre per vivere meglio?... forse... un gruppo sufficientemente numeroso (ma non troppo, con limite superiore pari a 100); l'organizzazione di una qualche forma di economia capace di organizzarsi indipendentemente dalle imprese borghesi e dall'ideologia liberista (è possibile immaginare "economie parallele?") e che magari, almeno inizialmente, riempiano gli spazi comuni -sociali?- attraverso l'autoproduzione e l'autoconsumo, imparando, magari, che so, a produrre "anticorpi" capaci di fronteggiare la/le "crisi"; Avere una idea "condivisa" e "consistente" di come redistribuire la ricchezza prodotta; infine, ma non per ultimo, anzi per primo, non sopravvalutare la "coscienza" -evitare di farsi "fagocitare" dalle interpretazioni soggettiviste e dal rumore assordante dell'"IO..."
Rimane comunque un mistero capire come mai un gruppo, che so, di precari a 400 € al mese preferisca vivere così di merda piuttosto che mettersi d'accordo e strutturarsi come un vero e proprio organismo sociale per cambiare la propria vita.

Probabilmente non tutti sognano allo stesso modo, e sovente si fanno sogni troppo grandi senza saperne minimamente valutare i costi psicologici e le conseguenze. In altre parole occorre imparare a sognare con i piedi ben piantati per terra, se si vuole che siano veramente i “nostri” sogni a materializzarsi nella realtà.
Ho detto i “nostri” sogni perché normalmente chi insegue una fede insegue sempre i sogni di qualcun altro e mai i propri. La fede è fiducia in un qualcosa o qualcuno molto più grande di noi ed assolutamente “al di fuori di noi”, sul quale sappiamo poco o nulla e sul quale non abbiamo alcun controllo (la storia, la natura, l’umanità, un dittatore, un benefattore illuminato, Dio?), e non ha niente a che vedere con la fiducia “in noi”, necessariamente molto prudente, che permette invece di impegnarci, faticosamente, anche nelle situazioni più difficili, e di conquistare quel livello minimo di autostima, di orgoglio, di dignità personale e di rispetto per se stessi indispensabili per dire “no” sia al conformismo ed alla comoda rassegnazione sia al massimalismo più integralista, affrontando coscientemente tutti i rischi personali insiti in ogni vero cambiamento o in ogni nuova impresa, piccola o grande che sia.
Non per nulla la religione cattolica considera l’orgoglio come la causa prima del peccato più grande di tutti: la superbia, il peccato di Lucifero, l’essenza stessa del male personificato, e non ha mai avuto dubbi su chi, tra l’orgoglioso e l’ipocrita, meriti maggiormente di essere salvato.
Insomma, ci vuole allenamento, fin da piccoli, e possibilmente dei buoni maestri: come per tutte le cose complicate che si debbono imparare nella vita.