arte

Festival dell'Arte Irregolare ad Alcatraz

locandina festival dell'arte irregolare ad Alcatraz

 

Dal 30 settembre al 2 ottobre 2017 alla Libera Università di Alcatraz
 
Anche quest’anno la mostra, i laboratori artistici, le performance degli artisti e una video rassegna ci accompagneranno a scoprire l’arte fuori dai consueti canali espositivi.

Per maggiori informazioni clicca qui


Il potere della creatività – Seconda parte

Domenica scorsa abbiamo concluso la prima parte dove Jacopo, in risposta a una domanda sul potere della creatività, parlava dell’arte come mezzo di evasione, che attraverso l’emozione suscitata, ha la caratteristica di portarci in un'altra dimensione della mente. Riprendiamo da lì…

L’arte è evasione ma anche meditazione… Lo dicono ormai numerosi studi: io posso meditare facendo teatro, ballando, correndo, perché la meditazione attraverso gli esercizi yoga è solo una delle mille possibilità.
In tutte le attività che prevedono passione ho la possibilità di ascoltare le sensazioni che quelle suscitano, e questa è una forma di meditazione. Si entra in un'altra dimensione, e possiamo anche aggiungere che è una forma di evasione che fa bene alla salute, perché lo stato mentale della razionalità (pensare, preoccuparsi ecc..) per il cervello è molto oneroso e faticoso.
E invece abbandono questo stato per entrare in quello stato della mente in cui si agisce in maniera automatica. Spero che questo discorso dell'agire “in maniera automatica”, come se si perdesse il controllo di quello che si fa, sia chiaro… Voi tutti l'avete sperimentato migliaia di volte, anche se purtroppo se ne parla troppo poco se non praticamente per nulla…
Un esempio: quando accade che, mentre ballo, io non riesca a ballare? Quando penso ai movimenti da fare! Quand'è che ballo bene? Quando mi lascio andare, quando non so che cosa faccio, ma il mio corpo capisce la musica e anche se non l'ho mai sentita faccio “tac!” esattamente quando battono i piatti. Ah che bello! E' gratificante! E' straordinario, un viaggio!

Ecco, qualunque cosa io faccia cerco di farla con questo godimento, con le caratteristiche che ho descritto adesso: se gioco come un bambino, se faccio una scatola di legno con il black and decker, se faccio da mangiare… “entro dentro la cosa”, la vivo veramente, entro in contatto con le sensazioni che mi dà...
Ascoltare le sensazioni… se sono belle ovviamente, se sono brutte penso ad altro che è meglio!
Tutti proviamo belle sensazioni, ma non facciamo caso alla potenza di queste belle sensazioni: se ci pensate c'è proprio un enorme buco nella nostra cultura perché tutto questo - che poi è il godimento della vita – rimane nascosto.

Vi faccio un altro esempio: che cosa c'è di bello nel tramonto del sole? Guardate che è la cosa più difficile al mondo da spiegare.  Tu sei davanti, come succede a me con le gite scolastiche, a un adolescente quindicenne incazzato che dice ma sì... il tramonto... che me ne frega... il sole va su, va giù... non c'è nessun evento, è sempre uguale. Oggi un po' più rosa, ieri era un po' più giallo, chi se ne frega... vogliamo occuparci di queste cavolate da vecchi bacucchi?!
Ecco, cosa c'è di bello nel tramonto? Tutti dicono “che bel tramonto!” CLICK e vanno via...
No! Che cosa c'è di bello nel tramonto? Non me lo sai dire?! E' difficilissimo! Nella nostra cultura non c'è questo elemento, ed è pazzesco! Pensate che questo è il centro dell'educazione tra i cosiddetti “selvaggi” dell'Australia. C'è un rito in cui lo zio materno porta il ragazzino a fare un viaggio di dieci giorni e l'obiettivo del viaggio è fermarsi in alcuni punti del percorso, che sono tramandati da zio a nipote da secoli, che sono i punti dove il mondo è bello e dove vale la pena sedersi e guardare. Lo zio guarda, il nipote guarda, i neuroni a specchio... si comunica cosa? Uno stato d'animo di stupore rispetto al fatto che cambia quella colorazione di rosa che diventa sempre più rossa e mi crea una sensazione dentro e ascolto la sensazione di essere vivo. Mi si spegne il cervello e divento contemplativo, entro in uno stato meditativo, se vogliamo dirlo con un termine orientale, ma possiamo dire: “entro in uno stato di presenza mentale”.

Nella nostra vita sperimentiamo di continuo questi molteplici livelli: quante volte tornando a casa in macchina avete detto “ma... come sono arrivato a casa?!” Cosa stiamo affermando? Che abbiamo messo il pilota automatico, e allora vuol dire che per tutti noi è normale e quotidiano avere un'attività fuori dal controllo. In realtà, attenzione, non è fuori dal nostro controllo, è fuori dal controllo di una certa modalità di funzionamento della mente ed è dentro un altro meccanismo. Posso scommettere che nessuno di noi - o molti pochi se è successo a qualcuno - ha avuto un incidente mentre era in questo stato, perché in quella dimensione si hanno le reazioni della scimmia, che sono cinque volte più veloci.
Quando abbiamo un incidente d'auto, questo avviene perché siamo distratti, ma non distratti da questo vuoto meditativo, siamo distratti perché stiamo pensando intensamente a qualcosa che ci preoccupa, oppure che desideriamo ferocemente, oppure di cui abbiamo nostalgia. Cioè, stiamo pensando in senso attivo, razionale, stiamo mettendo energia, stiamo mobilitando la nostra attenzione su qualcosa che non è la guida. Quando io sono in quella posizione e guido e il mio cervello funziona per immagini, il pilota automatico controlla la guida: noi siamo lì... immagini... associazioni, ricordi, suoni, odori... E il bello è che non sappiamo neanche descrivere bene cosa succede nella nostra mente, perché quando ciò accade non siamo presenti a guardare cosa stiamo facendo...
L'arte è una grande evasione!
(Continua)


Il potere della creatività

Intervento di Jacopo Fo ad Alcatraz, in occasione dell’incontro con un gruppo di psicologi – Prima parte - Seconda parte

Domanda: In che modo la tua creatività ti ha permesso di “evadere” da Alcatraz?

Jacopo: Ho spesso occasione di sottolineare la mia enorme fortuna: quella di essere vissuto in una famiglia molto creativa! Mi ritrovo così a fare lavori che, se non mi pagassero per farli, sarei io stesso a pagare per poterli realizzare… e questo per me è un obiettivo che ho cominciato ad apprendere già nella primissima infanzia, con modalità che mi hanno sempre motivato moltissimo.
I miei lavoravano davvero tanto, e avevo difficoltà ad avere la loro attenzione: ma avevo scoperto che quando disegnavo mio padre smetteva di fare qualunque cosa e si metteva a disegnare con me. Mi sembrava – e lo era! - un potere enorme, che, grazie al fatto che fin da quando avevo 3 o 4 anni era lo strumento con cui riuscivo ad avere l'attenzione di mio padre, ha fatto nascere in me la passione per il disegno.  
Mio padre non mi ha mai dato lezioni di arte, ho imparato guardandolo, penso anche attraverso i neuroni a specchio: il livello di “immersione” che avevano mio padre e mia madre quando facevano arte era totale.
Sotto questo punto di vista l'arte è un mezzo potentissimo, che nella nostra cultura è davvero sottovalutato. Ricordo mia madre nell'ultimo periodo della sua vita: era incredibile! Ad Alcatraz si organizzavano corsi di teatro ai quali partecipavano anche 100 ragazzi; mia madre era avvilita, stanca e depressa e si può dire che vivesse faticosamente la sua età, eppure quando iniziava a fare la lezione del suo corso lasciava tutti sconvolti: le cambiava la faccia, era come se facesse un lifting istantaneo, una roba da transmutazione! Questo cambiamento su una persona di ottantatré anni è immediatamente visibile e ne erano tutti stupiti, quasi fosse in preda a una possessione demoniaca!
Sempre a proposito della forza dell’arte: gli attori hanno una medicina che gli altri non possono prendere...
Vi racconto un aneddoto: Enzo Jannacci, oltre a essere un grande cantante, era un bravissimo cardiochirurgo, e una persona molto generosa: insomma, un grandissimo medico e un grandissimo uomo nelle relazioni con i malati.
Faccio una premessa: in teatro vige una regola ferrea, se c’è il pubblico non puoi non recitare, cioè se sei vivo devi salire sul palcoscenico, sei giustificato solo se sei morto.
Quando un attore era quasi morto ma doveva andare in scena si telefonava a Jannacci che dava il famoso “beverone Jannacci”, un cocktail fatto con un mix pazzesco inventato da lui, corrispondente a una super dose di cocaina, fatto però con aspirina, lassativo, vitamina c, whisky, due uova, ecc ...
Una volta Paolo Rossi era malatissimo - questa me l’ha raccontata proprio lui in persona – e gli danno questo “beverone Jannacci”: sale in scena, fa tutto lo spettacolo come se non fosse sembrato morto solo un attimo prima di entrare in scena, solo che finito lo spettacolo non riesce a smettere, per cui continua a raccontare altre cose della sua vita, altri aneddoti di quando era piccolo. Alla fine quelli del teatro gli dicono “Chiuso, eh” e lui si mette sui gradini davanti al teatro e continua... alla fine hanno dovuto ricoverarlo, fargli un'anestesia totale…  E’ che Enzo Jannacci non aveva ragionato sul fatto che a Paolo Rossi, essendo piccolo, sarebbe bastata mezza dose...
Sempre parlando di creatività c’è un’altra osservazione di fare. Ora, la recitazione non è un'attività razionale e c'è un rapporto molto strano tra quella che potremmo chiamare “mente scimmia” e il recitare. Faccio un esempio: può capitare di perdere il filo… attenzione, il filo dell'irrazionale… succede se ci si mette a pensare a quello che si sta facendo. E qui si corre un rischio pazzesco, quello di non ricordare più nulla. In pratica, se tu mentre reciti ti dici: “Ma che? sto recitando?!?”, si attiva la mente razionale che non è capace di ricordare le cose.
Quando questo accade in una commedia in cui ci sono più attori non è un grosso problema perché l'altro attore vede l'occhio perso e butta lì la battuta: “Siamo nel commissariato e allora lei, giornalista, cosa mi vuol dire?!” E tu capisci: “Ah cavolo, sono un giornalista, devo fare una domanda!”.
Quando si sta recitando un monologo è un disastro perché non c'è nessuno che può venire in soccorso.

A queste momentanee amnesie mia mamma aveva trovato una soluzione. Aveva dei fogli dove c'erano i titoli dei vari pezzi del monologo, una specie di scaletta.
Però c'è un problema: quando stai recitando, non riesci a leggere le parole, perché sei completamente nella mente non razionale che non è capace di leggere. Allora mia madre aveva pensato di mettere intorno alle parole degli aloni gialli, rossi, verdi, cioè di trasformare le parole in ideogrammi. In quel modo riusciva a leggerli.
Io e mio padre, amando il disegno, abbiamo trasformato questo metodo creando anche delle specie di fumetti, per cui nel foglio c’erano una serie di ideogrammi poi la raffigurazione di un omino che ricordava un movimento, oppure un oggetto, eccetera…
Mia madre è sempre stata la vera scienziata della famiglia.
La caratteristica del teatro epico - così come mio padre chiamava il teatro della narrazione in cui si raccontano storie - è che si interagisce con il pubblico: il pubblico, cioè, non è passivo e non guarda la rappresentazione come se la vedesse dal buco della serratura. No, in questo tipo di teatro l’attore parla con gli spettatori e così si crea l'improvvisazione.
L’esempio classico è lo spettatore che dice una frase, oppure se accade un incidente. L’attore, in questo caso, non fa finta di niente ma improvvisa una frase, una battuta. Il testo risulta così soltanto una specie di canovaccio, sul quale l’attore può fare quello che vuole.
Quanto agli spettacoli di mio padre, non si sapeva mai a che ora finissero perché se gli veniva in mente un'idea iniziava a fare un pezzo e invece di terminare alle 23 magari andava avanti fino alle 23 e 30 …  
Dove sta in questo caso il problema? Che poi non si è in grado di ricordare che cosa è stato detto durante l'improvvisazione! Qui si vede proprio bene la separazione tra il “cervello scimmia” e il cervello razionale: ciò che si fa con il “cervello scimmia” poi non ce lo ricordiamo.
E mia madre trovò la soluzione anche a questo problema: tutte le sere registrava lo spettacolo in modo che tutti i pezzi improvvisati poi potessero essere trascritti, annotati e memorizzati razionalmente. Altrimenti, pensate se a una battuta improvvisata tutti avessero riso come dei pazzi, e poi nessuno avesse saputo ricordare cosa era stato detto e non lo ricordasse neppure chi l’aveva fatta…!
Questa esperienza sicuramente l'avete fatta anche voi: succede ad esempio quando la mattina si resta a letto a poltrire e ogni tanto si fanno sogni e pensieri nel dormiveglia; e poi, quando si è proprio svegli svegli, non ce li ricordiamo. E magari dopo due o tre settimane ci si ritrova in quella situazione e ci si ricorda che avevamo pensato a quella cosa lì … e poi la si ridimentica!
E' straordinario... sono come due cervelli che vanno avanti in parallelo.
Per cui per me l'arte è stata proprio un mezzo di evasione reale: quando fai arte, come quando balli, quando canti, quando giochi con un bambino, quando fai l'amore… qualunque cosa che ti emoziona ha questa caratteristica: di portarti in un'altra dimensione della mente. (...)
(Continua)


Trump profugo di guerra

E’ la provocazione dell’artista siriano Abdalla Al Omari che ha allestito a Dubai la mostra “The Vulnerabity Series” dove ha ritratto i potenti della terra come se fossero dei profughi di guerra.
Ed ecco che si può vedere il presidente americano nelle vesti di un vagabondo senza fissa dimora che esibisce la foto della sua famiglia scomparsa, mentre in un’altra immagine compare il leader della Corea del Nord trasformato in una sorta di monello che nasconde dietro di sé un missile giocattolo.
L’effetto è un po’inquietante.
(Fonte: Lifegate.it)

Leggi CACAO di oggi


OUTSIDER ART - Percorsi storici, scenari contemporanei

Secondo Festival di Arte Irregolare – Outsider Art
Carissimi,
dal 30 settembre al 2 ottobre si terrà ad Alcatraz il Secondo Festival di Arte Irregolare.
Anche quest’anno la mostra, i laboratori artistici, le performance e una video rassegna ci accompagneranno a scoprire l’arte fuori dai consueti canali espositivi.
Sono previsti crediti ECM.

Potete vedere le opere e la biografia degli artisti inseriti nella nostra gallery qui

Di seguito l’intervento del prof. Giorgio Bedoni al Festival dello scorso anno.
Giorgio Bedoni è Psichiatra e psicoterapeuta, lavora presso il Dipartimento di Salute Mentale della ASST Melegnano e della Martesana, insegna all’Accademia di Belle Arti di Brera e nel centro di formazione nelle arti terapie di Lecco. E’ autore di libri e pubblicazioni nel campo dell’Out-sider Art e dei rapporti tra arte e psichiatria. Ha curato mostre in tema di Art Brut e di esperienze artistiche outsider. (…)

CONTINUA A LEGGERE CACAO del Sabato


Dio è nero (E Gesù è un profugo siriano)

Mostra di dipinti e acquerelli di Jacopo Fo
Dal 7 al 20 aprile 2017
presso la Galleria Monogramma - Arte contemporanea
Via Margutta, 102
00187 - ROMA
Tel. +39 06 32650297 - Fax  +39 06 32655574

Inaugurazione: venerdì 7 aprile 2017, ore 18:30

La mostra resterà aperta fino al 20 aprile 2017 con i seguenti orari: tutti i giorni escluso i festivi, dalle ore 10.30 alle ore 12.30 e dalle ore 16.00 alle ore 19.00

Questa mostra è un atto di opposizione a quanti erigono muri in nome di Dio.
A quanti non sentono l'imperativo morale di portare aiuto ai profughi e ai diseredati.
Viviamo una fase di revanscismo di sentimenti ignobili.
Sento il bisogno di ribellarmi all'ipocrisia di chi inneggia alla guerra e poi rifiuta di soccorrere i profughi.
Innanzi tutto mettiamo i puntini sulle "i".
Secondo i Vangeli, Gesù era un profugo immigrato in Egitto per sfuggire alla persecuzione.
E non era biondo. Era piuttosto scuro di pelle e di capelli. Anche perché ai tempi gli ebrei non erano ancora arrivati nell'Europa del nord, dove a causa del freddo si sono un po' sbiancati. Lo confermano autorevoli ricerche. Senza contare che una delle 12 tribù di Israele era nera, proprio nera, e lo è ancora! Quindi c'è il rischio che Gesù fosse non solo abbronzato ma proprio nero.
Quindi ne discende che la sua mamma, la Madonna, fosse piuttosto scura di pelle anche lei. Cosa di cui peraltro molti italiani sono convinti da tempo visto il proliferare delle Madonne Nere sul suolo italico.
Inoltre la rivoluzionaria ricerca di Luca Cavalli Sforza sul dna dei mitocondri delle cellule umane, ha dimostrato che discendiamo tutti da alcune donne africane nere di pelle. Quindi Eva era nera, e visto che Dio ci fece a sua immagina e somiglianza, è indiscutibile pure che Dio è nero!
Ed è pure dimostrato che le principali invenzioni dell'umanità primitiva, l'uso del fuoco, l'agricoltura, la ceramica, sono state realizzate da popolazioni nere dell'Africa prima delle migrazioni nel resto del mondo.
Questi sono i fatti, taciuti dalle scuole e dalla maggioranza dei testi divulgativi.
Ho deciso quindi di realizzare una serie di dipinti che facciano giustizia delle falsificazioni cromatiche razziste. Una mostra che parte da Roma e ha come obiettivo quello di girare l'Europa per arrivare infine in Africa.
Vorrei con questa azione pittorica innanzi tutto celebrare la bellezza dei popoli neri e secondariamente raccontare quel che viene taciuto. Ho una sola paura: che mi si accusi di blasfemia per aver dipinto un Dio nero. Temo che la stupidità dei bigotti razzisti sia superiore a qualsiasi logica consequenziale. Vediamo cosa succede.

PS
Questi lavori proseguono la ricerca sulle meravigliose sfumature della pelle nera che ho intrapreso per realizzare i pannelli di informazione sanitaria utilizzati durante il progetto teatrale in Mozambico "Il teatro fa bene".

Dal 20 aprile la mostra sarà disponibile per altre iniziative e spazi espositivi.
Si compone di 12 tele e 5 acquerelli, misure 90x120 - 70x100 cm
Costo: 1.000 euro + IVA + Trasporto e Assicurazione
Per info contattare elena@alcatraz.it

RASSEGNA STAMPA

La Voce, Cultura, 11/04/2017 (Clicca qui per vedere tutta la pagina)

Rassegna stampa mostra Jacopo Fo Roma Dio è nero

 

Categorie: