I guerriglieri pacifisti zapatisti

Guerriglieri zapatisti

L’incredibile storia sconosciuta degli indios del Chapas e del Subcomandante Marcos

Lunedì sono venuti a Alcatraz Enrico e Finaz della Bandabardò per vedere un po’ se riuscivamo a tirar fuori qualche idea per uno spettacolo da fare assieme (nota).
Nota 1: È un fenomeno nuovo che sta arricchendo Alcatraz. Stefano Benni ha realizzato uno spettacolo con Mesolella, Dario ha ricantato e registrato le sue canzoni degli anni ’60 insieme a una decina di gruppi. Poi con Petrini di Sloow Food hanno fatto una 3 giorni sulla cultura del cibo.
E, per inciso, dobbiamo dare grande merito per questa rivoluzione creativa a Imad Zebala, grande percussionista e amante della collaborazione, che ha tessuto un’impareggiabile rete di amicizie, convincendo tutti che era indispensabile creare sinergie tra musicisti, attori, e scriteriati in genere.
Ne sono uscite parecchie: la rappresentazione inizia nell’età della pietra, con una delle prime canzoni della storia umana, cioè la famosa hit: “Cazzo se avessi un coltellino svizzero”.
Ma tra una canzone demenziale e l’altra ci siamo trovati a parlare del Chapas. I Bandabardò sono andati a fare un viaggio tra gli zapatisti, per consegnare a loro direttamente i denari raccolti con gli spettacoli. E mi hanno raccontato cose da pazzi su quella gente. Praticamente abbiamo l’ossatura per realizzare un documentario sulla rivoluzione anomala dei Maya.
Della rivoluzione zapatista è arrivata in Occidente perlopiù la griffe del Subcomandante Marcos, con la pipa e il passamontagna, la stella rossa e le brigate di indios, vestiti di blu carta da zucchero, che marciano in quadrato con i fucili in spalla.
Quello che hanno visto Enrico e Finaz è qualche cosa di completamente diverso.
E già questo è affascinante, dopo aver letto tanti resoconti e inchieste sul Chapas, scopro che c’è tutta un’altra storia che non è stata vista…
Come è possibile?
Questo è l’aspetto forse più interessante: quel che stanno facendo questi ribelli è talmente diverso, alieno, rispetto ai nostri modelli mentali che i giornalisti, pur avendolo davanti, spesso non lo vedono.

Come al solito la storia inizia da lontano.
C’erano una volta i Maya, che costituirono un grande impero.
Poi successe un fatto strano.
Gli storici accademici raccontano che improvvisamente, un paio di secoli prima dell’arrivo degli spagnoli, la società Maya collassò, le grandi città, con centinaia di migliaia di abitanti, furono abbandonate, le statue dei re e degli Dei furono sfigurate.
Forse una sommossa popolare…
Gli indios del Chapas, che da quei Maya discendono, raccontano che ci fu grande cambiamento perché la gente aveva capito che il sistema delle grandi città era sbagliato. Non fu una rivoluzione, semplicemente decisero che volevano cambiare modo di vivere. Che non volevano più fare i conti con i problemi delle grandi concentrazioni di esseri umani, con la gestione di un potere enorme, eserciti, funzionari, caste sacerdotali.
Si disperdono e per due secoli vivono una tranquilla mutazione.
Una società non provvista di un potere centrale ma non per questo disorganizzata. Essi riescono a mantenere vivi e operativi i contatti tra tutte le tribù, intessendo commerci, cooperazione, sistemi solidali.
Ad esempio, riescono a impedire che altri invadano il loro territorio. Una parte di coloro che vivevano nell’area di Chamula, riesce a resistere efficacemente anche alla penetrazione spagnola.
Dicono che internet l’anno inventato i Maya, correndo di villaggio in villaggio.
Comunque, l’elemento essenziale di questa storia passata è l’idea che i Maya abbiano saputo vedere dove sbagliavano e cambiare.
L’altro elemento culturale importante è che per l’etnia Maya che vive nel Chapas, i Tzotzil, è essenziale la relazione con la magia del mondo.
Quando i Bandabardò dovevano pagare per il loro soggiorno in una scuola zapatista pensarono bene di contribuire alla lotta con più soldi di quelli richiesti.
Ma ricevettero un netto rifiuto. Non si poteva, era stata fissato un prezzo che era giusto. Non andava bene modificare il prezzo.
E quando i Bandabardò hanno visto la loro fabbrica di scarpe hanno detto: ma sono bellissime! Se le portiamo in Italia ne vendiamo centinaia nei nostri concerti: l’anfibio zapatista con il marchio del Fronte Zapatista andrà a ruba!
Hanno risposto che non potevano, perché quello era un lavoro che facevano solo in certi momenti. E non potevano prendere impegni per le consegne, se poi erano in ritardo, gli italiani ci sarebbero restati male!
Hanno la mania dell’azione perfetta. Forse pensano che un gesto riesce a ottenere di propagarsi solo quando ha dentro una musica esatta, ed è sempre questione di centesimi.
Quando gli zapatisti decisero di andare a Città del Messico a trattare con gli ambasciatori del governo, arrivarono esattamente in 1.111, millecentoundici, né uno di più, né uno di meno. Perché 1.111 è un numero sacro, è un bel numero.
Ma per capire come pensano, come sognano questi indomabili bisogna sapere cosa è successo il giorno della rivoluzione.
Si preparavano da tempo, anni. Avevano discusso villaggio per villaggio, fino a quando tutti erano d’accordo. Assemblee interminabili. Poi avevano iniziato a cucire le divise blu carta da zucchero, a studiare il piano per l’insurrezione.
Decisero che avrebbero attaccato il primo gennaio, il giorno dopo fine anno, quando tutti i soldati e i poliziotti sarebbero stati ubriachi.
Non avevano armi e preferivano disarmare i federali quando erano incapaci di intendere e di volere.
La notte del 31 dicembre le squadre dei soldati di ogni villaggio iniziarono a confluire verso i punti di incontro per calare tutti insieme sulle caserme e sulle centrali di polizia.
Ma uno squadrone non si presentò all’appello e allora decisero di rimandare tutto di un anno.
O le cose si fanno bene o non si fanno.
Dopo un anno, durante il quale nessuno ha fatto trapelare una sola parola sull’insurrezione, attaccano le caserme, sorprendono la truppa ubriaca, si impossessano delle armi e dichiarano il controllo su tutto il loro territorio.
In tutta la guerra ci furono un totale di 12 morti e dopo 7 giorni di conflitto gli zapatisti dichiararono la pace e si ritirarono sulle montagne.
È l’unica rivoluzione armata a scadenza rapida che si sia mai vista.
Odiano la guerra. E molti tra gli zapatisti oggi sono convinti che anche quella sia stata un errore, perché non sono riusciti a far capire al resto del mondo cosa stavano realizzando.
Un aspetto veramente strano di tutta la storia è proprio quest’attenzione alla comunicazione. Essi sono perfettamente convinti che non potrebbero comunicare con i sistemi convenzionali.
Così hanno creato delle scuole zapatiste per gli stranieri in visita. Come te l’aspetti una scuola messa su da un esercito guerrigliero?
Una palla ideologica bestiale, peggio della Corazzata Potionkin?
Invece no, è un mix tra le nuove terapie psicologiche veloci e una seduta di teatro dell’archetipo.
La cosa centrale che gli zapatisti vogliono comunicare è che i Tzotzil mettono al centro della loro vita l’essere parte di una comunità. Non si pensano come individui ma come collettività. Hanno coperto i muri dei loro villaggi con frasi tipo: niente per me, tutto per noi.
I Bandabardò sono arrivati alla scuola zapatista con un gruppo di studenti e professori statunitensi. Gli zapatisti li hanno divisi a coppie, un americano e un italiano. Ognuno doveva raccontare chi era all’altro. Poi si sono riuniti in assemblea perché tutti sapessero qualche cosa dei partecipanti al corso. Ma invece di raccontare ognuno la propria storia l’italiano raccontava chi era l’americano con il quale aveva fatto coppia e viceversa. E non raccontavi la storia dell’altro dicendo: “Lui è uno studente di New York.” Dovevi dire “Io sono uno studente di New York.” Far finta di essere l’altro. Esercitarti a pensare di non essere te stesso.
Metterti nei panni di un altro è il primo passo per comprendere l’idea di comunità.
Un’altra esperienza proposta era andare ad ascoltare l’oracolo delle montagne.
Marcia a piedi, si arriva sopra un altopiano grandioso e si guarda il panorama, si lasciano correre i pensieri e si cerca l’ispirazione, un’idea, facendo finta che siano le montagne a dirtela attraverso il vento. In pratica lasci libera la fantasia di correre trovando così punti di vista differenti (la fantasia è magica).
E già questo per un gruppo di rivoluzionari militanti è un po’ anomalo.
Ma c’è di più. L’ispirazione dalle montagne non la cerchi su un problema tuo.
I partecipanti a questo rito, o come lo volete chiamare, sono molti e hanno le provenienze più disparate. Vengono suddivisi in gruppi per categorie: i professori americani, i contadini, gli studenti, le prostitute. E ogni gruppo deve cercare ispirazione collettiva mettendo insieme le immagini e i pensieri che ti son venuti in mente mentre assaporavi la magnificenza del mondo.
Sempre per il discorso di sentirsi un essere collettivo.
Ma non è finita qui. Infatti, nella formazione dei gruppi si seguono criteri in parte casuali. Quindi, nel gruppo delle prostitute può finirci dentro un professore di New York. Il suo compito in quel gruppo non è fare il professore ma sentirsi fino in fondo una prostituta. E quando il gruppo dovrà raccontare agli altri cosa è nato dall’incontro con la montagna, può capitare che sia proprio il professore a parlare, e parlerà dicendo di essere una prostituta, riferendosi a sé al femminile e raccontando della sua dura esperienza sulla strada e nei bordelli, e i suoi sogni di donna che vuol essere libera e felice.
Cioè, il delirio!
Io trovo queste idee fantastiche.
Mi fanno sognare modi diversi di far lavorare il cervello.

Questo modo di pensare porta poi gli zapatisti a comportamenti che vanno al di là del nostro modo di vedere il mondo.
Un giorno un gruppo di criminali pagati da chi ha interesse a distruggere la resistenza del Chapas, arriva in un villaggio mentre gli uomini sono nei campi a lavorare, e ammazza i vecchi, le donne e i bambini. Una strage.
Durante il funerale gli zapatisti catturano due degli assassini.
I padri delle bambine uccise li circondano.
Ma non li uccidono.
Li consegnano alla polizia senza torcere loro un capello.
E dicono ai poliziotti: “Lo sappiamo che ora voi li libererete perché sono i vostri capi che li hanno pagati per uccidere i nostri figli, le nostre mogli e i nostri genitori. Ma noi ve li consegnamo perché è giusto che sia così.”
Loro sono veramente convinti che la violenza è inutile e terribile perché genera solo altra violenza.
Possono scegliere di combattere con le armi in mano ma solo se c’è uno scopo diverso dalla vendetta. Perché comunque uccidere è male.
Una cosa del genere l’ha fatta solo Mandela in Sudafrica, coi Tribunali del Perdono, un’altra storia incredibile che pochi conoscono proprio perché fa a pugni con la nostra etica della vendetta (clicca qui).
E non a caso il concetto di collettività essenziale nella cultura Tzotzil è analogo per molti versi all’idea di Ubuntu, il principio morale fondamentale per i neri sudafricani.

Ma non è finita.
A un certo punto durante questo corso di cultura zapatista, un indio chiede: “Quante sono le direzioni che può prendere il mio movimento?”
E tutti rispondono concordi che sono 6: sopra e sotto, davanti e indietro, destra e sinistra.
E lo zapatista dice: “Dimenticate quella più importante, la direzione del sogno. Se non segui il tuo sogno ti perdi.”
Ma saranno pazzeschi o no?
Gente… Per favore mandateci un migliaio di zapatisti che qui ci serve un po’ di aria fresca nel cervello!

Ps
Se riferendo il racconto ho fatto qualche confusione la colpa è mia, sicuramente, non di Enrico e Finaz.

 


Commenti

Ho un solo sogno: avere per soffritto il cielo!

Avevano ragione i Maya!
Ad un certo punto della storia i Maya abbandonarono le grandi città e si raggrupparono in agglomerati più piccoli, pur mantenendo, tra questi, stretti contatti, pur continuando a mantenere una visione d'insieme. I Maya avevano capito che non hanno senso i grandi agglomerati... semplicemente non sono a misura d'uomo. Il premio nobel H. Simon, con un migliaio di anni di ritardo, nella sua "Teoria dell'organizzazione", seppur incidentalmente, ribadisce un concetto simile. Oltre le 100 unità una organizzazione (intesa in senso lato), qualsiasi organizzazione, si frammenta in sotto organizzazioni. Il cervello sembra avere un limite nella capacità di intrattenere e gestire continuativamente rapporti con altre entità, più o meno intelligenti, e questo limite sembra essere 100. 100 deve essere un numero magico, ma cosa rappresenta? Sembra un numero scolpito a fuoco vivo nel cervello umano. Sembra avere a che fare con la dimensionalità, genetica, della mente umana. 100, le dieci dita di dieci uomini, a ben pensarci, non è altro che il numero degli agglomerati primitivi... le "tribù primitive" a cui il cervello umano sembra biologicamente e geneticamente legato in maniera inscindibile. È per questo che sembra possibile dire che l'uomo non è un "animale sociale", ma un "animale a socialità limitata". Vivere in comunità "idealmente poco numerose" radicate sul territorio al punto da essere indistinguibili da esso e condividerne le sorti, è un elemento di benessere per gli uomini, ma non l'unico. Occorre che questi agglomerati si "sintonizzino" su una comune lunghezza d'onda, riproducano quello che nel Film "Avatar" è il legame che i singoli individui, attraverso un'"appendice" sinaptica, avevano con il "resto del mondo". Solo così è possibile dire "niente per me, tutto per noi", e bene fanno gli Indios del Chapas a tentare di far capire a dei sanguinari ignoranti senza speranza che è necessario, per il bene dell'umanità e del pianeta pensarsi non come individui, ma come collettività. Tutto, in questo segmento di umanità và in questa direzione. Anche il "subcomandante" - e a partire proprio da SUB- Marcos che non mostra nemmeno il volto, perchè non vuole che si confondano il piano individuale e collettivo e che lui rappresenta solo ed esclusivamente il secondo, anzi è definito, come entità individuale proprio nella dimensione collettiva. È così e solo così, accoppiando questi due elementi, che gli uomini possono sperare in uno spicchio di vita dignitosa e felice, facendo in modo che le singolarità siano espressione, esattamente, della vita collettiva, senza che questo significhi costrizione. Esiste una dimensione in cui tutto ciò è possibile, ma questa dimensione è preclusa agli "occidentali", le famose e famigerate società sviluppate, -una "nuova, inedita" specie di "paradiso perduto"- i cui membri vivono da troppo tempo nella fogna dell'individualismo che è stata capace di eliminare in maniera definitiva ed irreversibile i legami di comunità. Il vivere tappati dentro buchi maleodoranti, uno a fianco dell'altro senza sapere nulla l'uno dell'altro, è un potente acido, capace di corrompere perfino i metalli più duri e preconfigurare l'unica società compatibile con un individuo isolato, abbrutito, psicotico: la società dei serial-killer di massa, dei "distruttori" in senso lato... distruttori di se stessi, degli altri, del mondo circostante.

meno pessimismo è meglio... Esiste anche in occidente un gran numero di persone che hanno il senso della comunità. E non c'è niente di irreversibile proprio perché la condivisione con gli altri è un imperativo naturale. Biologico. Se non fosse così non avrebbe senso neppure scrivere. E l'ottimismo fa bene al fisico.

(magari non come quelli
che vanno nel supermercato
degli elettrodomestici),
ovvero quel che si contrappone,
come ideologia individualista,
agli Indios del Chapas.

Perbacco, ma io sono ottimista..., più ottimista di un paguro in cerca di casa che all'improvviso trova una bellissima conchiglia vuota. Altrimenti, come tu ben dici, "non avrebbe senso neppure scrivere". Sono ottimista perchè, nonostante tutto, sono disposto a "ricominciare daccapo"; perchè, me ne impippo della caduta del muro di Berlino, o del fatto che la Cina da paese socialista si sia trasformato, come per una sorta di incantesimo del mago d'oz, in paese a capitalismo "giovane", in quel tipo di capitalismo che riesce ancora a produrre merci che garantiscono retribuzione del capitale o del fatto che tutte le ipotesi strategiche a sinistra, da quella socialdemocratica a quelle più estremiste, sono miseramente fallite, però un conto è essere ottimisti un conto è chiudere gli occhi su quel che accade intorno a te. È necessario, anche se può essere doloroso o fastidioso, dare conto di quel che accade non tanto -naturalmente anche quello- nel mondo delle scempiaggini, delitti, misfatti o atti da criminali di guerra che compiono i quattro padroni del mondo, ma delle trasformazioni "anomale" che sorgono e si installano come tumori maligni nelle persone "normali", mediamente medie che compongono le mediamente medie società avanzate in cui io, purtroppo, mi trovo immerso e che, guarda caso, sono proprio quegli elementi che si contrappongono al tipo di società a cui mi sento legato e che in qualche modo ritrovo, ad esempio, negli Indios del Chapas.

Effetto abbagliante.

Quel che è possibile notare in prima battuta, ha una similitudine con quel che succede ad un animale mentre sta attraversando una strada e si viene a trovare nella traiettoria di luce dei fari di un'auto. Non fugge, si rannicchia, rimane fermo e tremante in attesa di essere travolto. Si dice, giustamente, che è abbagliato, perchè sono le luci che determinano quel suo stato di l'immobilità. Ecco questo effetto "abbagliante", lo sbrilluccichio di merci perlopiù inutili il cui scopo reale è ingolfare e rendere tossica l'esistenza dei singoli individui e la chimera di una vita da trascorrere tra agi, mollezze ed opulenza, conseguente ad un facile e rapido arricchimento -e che non ha importanza se ottenuto passando sui cadaveri o procurando negli altri malattie terribili o morte-, si può riscontrare anche nelle persone. Le persone risultano abbagliate, sembrano incapaci di sottrarsi al seducente ed irresistibile "effetto monetario". Si tratta di un'idea maligna che si insinua di soppiatto nelle menti e produce danni colossali. L'idea, una affascinate e luccicante esca che contiene solo ami e insidie, dell'arricchimento veloce, dell'accantonamento rapido di denaro, tanto accattivante quanto vuoto e vano. Bisognerebbe spiegare che il denaro, in fondo è solo carta straccia, e che "l'arricchimento" non è una soluzione realizzabile, o almeno non lo è per tutti quando e se si decide di "correre da soli", ma solo per una ristrattissima cerchia di persone specializzate nell'arte dei salassi. Perchè le persone sono attratte irresistibilmente da questa idea e sono disposte praticamente a tutto per realizzarla? Non sono immuni da questa ossessione per l'arricchimento facile nè, ad esempio, gli abitanti delle "favelas" sudamericane, nè le classi medie di tutto il mondo. Si tratta di una "aspirazione" universale. Sembra che nasca quando vengono meno i legami di appartenenza alla propria comunità di riferimento, che so... la classe, la comunità agricola... Ha come levatrice la disperazione e la realizzazione che si è soli ed in balia di forze indifferenti, terribili e crudeli che possono schiacciarti senza alcuno sforzo ed in qualsiasi momento.

È allora che prende corpo l'idea, come via di fuga perlopiù immaginaria, dell'arricchimento veloce a tutti i costi e senza scrupoli come tentativo di porsi al riparo da tale forza incontrollata.

Individui isolati e comunità territoriali.

La società industriale si basa, fin dalla nascita, su comportamenti individualistici che mirano scientemente al perseguimento dell'interesse personale, perchè -nella metafisica ideologica del capitalismo- così facendo si "persegue l'interesse generale"!!! Ovviamente si tratta di una sciocchezza. Si può dare del capitalismo anche una versione disecologica. Il capitalismo, proprio perchè si basa sul ripudio dei legami di comunità a vantaggio dell""iniziativa individuale" e contro le comunità, nasce, si sviluppa e "crea ricchezza", da sempre, a scapito dell'ambiente e degli altri individui. Consegue, da sempre, considerevolissimi vantaggi individuali a scapito di degrado ambientale e conseguenti costi -non solo economici- che vengono ripartiti su tutta quanta la collettività. Si tratta delle famose "diseconomie esterne", la faccia oscura del profitto.
Senza l'aggregazione di individui isolati in comunità radicate nel territorio non è possibile immaginare nessuna alternativa all'agghiacciante incubo rappresentato dalle società attuali. Ascanio Celestini, un pò di tempo fa rifletteva sulla "trasformazione" subita nel passaggio da "pubblico" a "privato". Rifletteva sul fatto che molte cose che prima si facevano nel pubblico, adesso si ricercano nel privato. Aveva ragione Romero... siamo tutti Zombi attratti dai luoghi che maggiormente frequentiamo. Qual è il luogo di "socializzazione" principale nelle società industriali e a cui tutti gli altri popoli esclusi "dalla società dei consumi" aspirano? Il supermercato. In questo luogo reale quanto immaginario ed ideologicamente schierato, però, accadono cose magiche e misteriose, si sperimentano mutazioni perfino della scienza ufficiale capaci di aderire perfettamente, come un abito confezionato da abilissimi sarti, alle "fattezze" del "consumatore"... nel supermercato - scientemente concepito per questo scopo- "uno più uno, non fa mai due", rimane sempre uno. Basta poco per essere -non pessimisti ma- terrorizzati testimoni del disfacimento della società. Nelle piazze, nei giardini nelle vie ci sono solo extracomunitari, persone non ancora del tutto lobotomizzate, che ancora hanno un orizzonte "comune", "pubblico". Si incontrano ancora italiani per le strade, ma sono sempre occupati, affaccendati e preoccupati di dover andare da qualche parte che si configura, comunque, come "privato". Il loro orizzonte non comprende più ciò che è pubblico e con ciò stesso l'idea di una società diversa. Possono avere case bellissime e grandissime o "villette a schiera", tutte deprimentemente uguali, oppure appartamenti sul modello degli alveari dotati di tutti i "comfort", ma come dice sempre Celestini, si tratta comunque di prigioni, perchè se l'orizzonte è individuale, privato, limitato, per quanto grande possa essere "limitato", si sta, comunque, pur se dorata e gradevolmente piacevole, in una prigione, dentro steccati e recinti che si sono installati permanentemente soprattutto nella mente -e da cui, dunque, è impossibile evadere- degli esseri umani degradandoli a cose, alle "merci" inutili, colorate, patinate e sbrilluccicanti -valori di scambio... "potenza formale del confine"- a cui tanto aspirano. Celestini è convinto che attraverso la "costrizione" e la, conseguente, lotta si possano "tirare fuori" le persone da quella specie di incubo in cui, in parte, si sono volontariamente cacciate. Questo può essere vero, ma solo temporaneamente. Solo l'affermazione di un sistema -economico- di vita in cui la condivisione e l'orizzonte pubblico sono totalmente ripristinati, può modificare tale stato in maniera duratura. Le persone, invece, e in particolar modo, le persone giovani, sono tutte chiuse in un bozzolo -confinate tra "studio, computer, giochini idioti e film capaci di far impallidire quelli dell'orrore"-, nel loro individuale e personale orizzonte privato, completamente chiuso e deserto. Stiamo sperimentando una nuova e più terrificante mutazione antropologica di quella, evidenziata da P. P. Pasolini, "consumistica". Le persone, trasfomate in gradevoli e perfette bambole di gomma, non si incontrano più fisicamente, non frequentano più il campo di calcetto -semmai vanno ad una "scuola calcio" a pagamento, luogo a metà strada tra pubblico e privato, ma con finalità sempre e comunque privatistiche- non giocano (o si intrattengono) più per la via e nella piazza. Si conoscono tramite dispositivi elettronici e magari, forse, si vedono combinando un appuntamento convinte di incontrare chissà quali geni o esseri eccezionali, non rendendosi conto che si tratta della stessa merda che potrebbero incontrare facendo quattro passi. Basta andare in una piazza o su un tram per vedere persone che si scambiano "messaggini" o che fanno parte, e si sentono intimamente parte integrante, di una "comunity" "virtuale" ed in questo ambito "espletano" -sarebbe meglio dire evacuano- il loro essere sociale ... Questa si che è pornografia pura!... ulteriore "obiettivo ipertrofico implementante le magnifiche sorti e progressive"... Poi magari si incontrano pure e magari -nevroticamente costretti da quel che è stato loro concesso- si sfregano un pò, ma non fanno l'amore, sono comunque rinchiusi nel loro bozzolo individuale in una specie di terrificante versione reale del film "Matrix", usano l'altro come "strumento masturbatorio" -l'equivalente di essere catturati da una di quelle macchine per la ginnastica passiva-, ma si tratta solo di sport in cui ognuno è concentrato solo sui propri "addominali" e l'altro assume la forma di uno di quegli strani strumenti che si possono tranquillamente trovare in una qualsiasi palestra di periferia. La "società dicotomica" che si nasconde sotto le spoglie di quella "sussidiaria" sta avanzando in maniera travolgente, monetizza perfino i sentimenti, e sembra affermarsi senza trovare alcun ostacolo, ma nel fare ciò sta lasciando dietro di se enormi spazi pieni di macerie. È in questi spazi che è necessario collocarsi, provando (ed in ciò consiste il mio ottimismo) a sviluppare una società di liberi ed uguali.

Tutto cio non è "pessimismo", ma osservazione di quel che matura nel reale, ed io sono "ottimista" proprio perchè nonostante questa terrificante e nauseante merdazza, continuo nella ricerca di una società altra.