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Il padre che indica l’altrove

People For Planet - Sab, 06/01/2019 - 15:00

Gli interessanti tempi che viviamo hanno delocalizzato, giustamente, anche le feste: la Germania festeggia quella del papà il 30 maggio, giorno dell’Ascensione. Sebbene io sia altrove, i fruitori della paternità rimangono i figli, per cui la calendarizzazione delle feste spetta a loro che sono nella capitale tedesca e da Berlino mi arrivano gli auguri in questa data.

“Cosa resta del padre?”, chiedeva il titolo di un libro dello psicanalista Massimo Recalcati, nell’epoca della evaporazione dei canoni che hanno tenuto assieme l’ideale della famiglia tradizionale. Essendo impossibile decontestualizzarsi e tirare un giudizio sul proprio ruolo nel presente o avere una reale visione d’assieme di sé stessi nel mondo mentre lo si vive, ha forse senso ascoltare il riverbero dei classici. “Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre verso il paese che io ti indicherò” prescrive il Signore ad Abramo e, mentre comanda e consacra la legge del più profondo distacco, chiama l’uomo al nietzschiano diventare ciò che si è – “[Nell’ebraico biblico] ’Vattene’ si scrive, infatti, Lech lechà, che però, suddividendo le sillabe che lo compongono Lech le-chà, significa anche ‘Vai verso te stesso!’”.

La figura del padre è evaporata ma la fisica ci insegna che si tratta solo di un cambio di stato energetico del sistema, al quale bisogna far seguire un riadattamento. I vincoli delle necessità sociali sono sostanzialmente caduti, ora sta agli uomini fare la loro parte, nudi di ogni istituzione. La parola del padre rimarrà sempre traumatica, non smarrirà mai la sua natura di censura, anche di scandalo, perché per portare i figli a conoscere il desiderio – vero obiettivo del papà –, a esplorare il senso liminare delle cose, a camminare sul loro confine sentendo il brivido del terrore di oltrepassarlo, scoprendo con il tempo la tecnica opportuna a tenere l’equilibrio necessario a percorrerlo, per fare tutto ciò è richiesto l’aiuto di chi sia parte di un nucleo familiare anche nella sua assenza. È necessario fornire un chiaroscuro più che una luce, una vena eretica più che un esempio costante di integrità, perché il desiderio che va iniettato nel sangue acerbo dei figli è un veleno, sublime e mortale come ogni tossina, di cui il padre deve essere pronto a pagare le conseguenze, morendo egli stesso. Fu forse un caso, ma mi piace pensare non lo sia stato del tutto, se la mia prima figlia sostava nella pancia della sua mamma mentre eravamo, nel deserto marocchino, ospiti dei Tuareg, il cui spirito temporaneo alla vita, il cui approccio imperfetto ed immaginifico al mondo possono ritenersi esemplari in questa costante ed errabonda ricerca del sé che il padre deve generare nei suoi piccoli.

Durante l’ultimo saggio di pianoforte di uno dei miei figli, uno tra i cinquanta ragazzini chiamati sul palco a eseguire i pezzi più disparati – da Chopin al jazz di Take Five – ha fatto ascoltare un estratto della Nona Sinfonia di Beethoven. Al termine, dopo gli applausi, il maestro ha chiosato così: “Questa è la musica che ci insegna la libertà”. È la sete inestinguibile di quella bellezza ciò che il padre deve instillare come ponte verso l’altrove e, in questa funzione, il suo ruolo è vivo oggi come ai tempi di Ulisse e Telemaco. E, come allora, richiede l’insegnamento sia della tenerezza che della violenza cruenta della sfida finale contro i Proci. Quelle sfide, infatti, non sono tramontate. Esse ancora risuonano con le parole di Schiller, nel quarto movimento dell’opera di Beethoven: “Abbracciatevi, moltitudini! / Questo bacio vada al mondo intero! / Fratelli, sopra il cielo stellato / deve abitare un padre affettuoso”

Fonte immagine copertina: Wikipedia

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Com’è fatto il nuovo parco divertimenti di Star Wars

People For Planet - Sab, 06/01/2019 - 12:15

In realtà sono due, quasi identici, uno in Florida e uno in California: il primo è stato presentato in questi giorni.

In questi giorni è stata presentata “Galaxy’s Edge”, un’enorme sezione del parco divertimenti Disneyland, di Anaheim, in California, dedicata a Star Wars. La sezione sarà aperta al pubblico da domani, venerdì 31 maggio; e il 29 agosto aprirà una sezione praticamente identica nel parco Disney World di Orlando, in Florida. Ognuna delle due sezioni è grande più di 50mila metri quadrati ed è costata circa un miliardo di dollari. La Disney iniziò a lavorarci dal 2012, dopo aver comprato, per quattro miliardi di dollari, la Lucasfilm, la società che possedeva i diritti per i personaggi e le storie di Star Wars.

In entrambi i parchi ognuno degli oltre 1.500 dipendenti interpreta un personaggio con una sua storia nella galassia di Star Wars. Ci saranno due attrazioni (una già attiva, l’altra pronta a fine anno) e si potranno costruire e portare a casa droidi e farsi fare, pagando 199 dollari, la propria spada laser. Ci sono poi negozi (che vendono più di 700 oggetti, la maggior parte dei quali disponibili solo nei parchi), negozi di abbigliamento (che permettono di comprare e indossare abiti a tema), ristoranti (in cui è possibile bere il famoso latte blu di Star Wars) e la possibilità, anche attraverso un’app, di vivere un’esperienza immersiva e profonda, scegliendo per esempio di aderire al Primo Ordine o alla Resistenza, i cattivi e i buoni.

Per far capire quanto Disney punti su Galaxy’s Edge basta dire che il 29 maggio, alla presentazione ufficiale, c’erano il CEO Bob Iger, George Lucas (regista dei primi film) e gli attori Billy Dee Williams e Mark Hamill. L’attrazione centrale del parco è il Millennium Falcon, la più famosa astronave di Star Wars. Come ha scrittoVulture: «C’è stato un problema: il Millennium Falcon non si accendeva. Per fortuna tra il pubblico c’era uno che poteva risolvere il problema: Harrison Ford». Quindi, oltre a tutti gli altri, c’era anche l’attore che ha interpretato Han Solo, comandante del Millenium Falcon, che nell’accendere la replica del Millenium Falcon in mezzo a Galaxy’s Edge ha anche ricordato Peter Mayhew: l’attore morto pochi mesi fa, noto per aver interpretato Chewbecca, grande amico di Han Solo.

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Banconote più resistenti e “vegane”

People For Planet - Sab, 06/01/2019 - 11:51

Nel 2016 la Bank of England si scusò perché nelle cinque sterline erano state trovate tracce di grasso animale. Adesso arrivano le nuove banconote da 100 e 200 euro sono anche vegane:  dalla Banca Centrale Europea hanno fatto sapere che i tagli entrati in circolazione non contengono prodotti di origine animale.

Sono al 100% in fibra di cotone, esattamente come tutte le altre banconote cartacee stampate e in circolazione nei 19 Paesi dell’Eurozona.  La composizione chimica della moneta unica è stata scelta per rispettare l’ambiente, con un’attenzione particolari per le materie prime utilizzate, annuncia la Banca Centrale Europea.

I nuovi tagli delle banconote da 100 e 200 euro messi sono infatti più resistenti, soprattutto per contrastare i tentativi di contraffazione. E soprattutto non contengono tracce di grasso animale.  Nel 2016 ci fu, infatti, una protesta contro la Bank of England quando l’Istituto che stampa la sterlina aveva confermato la presenza di sego,  grasso animale ricavato soprattutto dai bovini, nelle cinque sterline.

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Tagliolini dell’Ascensione

CuoreBasilicata - Sab, 06/01/2019 - 11:34
Livello di difficoltà: BASSOCosto: BASSOTipologia: PRIMI PIATTI, RICETTE TRADIZIONALIINGREDIENTI

Per la pasta:

  • 300 g di farina di grano duro
  • 3 uova
  • sale q.b.

Per il liquido di cottura:

  • 1 l di latte di capra (in alternativa latte vaccino)
  • 4 bicchieri di acqua
  • 50 g di zucchero
  • cannella q.b.
PREPARAZIONE

Disponete la farina a fontana e inserite le uova (già sbattute), un pizzico di sale e dell’acqua poco alla volta. Lavorate fino a ottenere un impasto liscio ed omogeneo.

Lasciate riposare la pasta per circa mezz’ora. Dopodiché preparate la sfoglia e con l’aiuto di una macchina per la pasta create delle strisce di 2-3 mm (capellini).

In una pentola per la pasta versate il latte di capra (o vaccino) e l’acqua. Una volta raggiunto il bollore, aggiungete i tagliolini e lasciate cuocere per qualche minuto.

Una volta cotti, impiattate i tagliolini insieme al vostro brodo di cottura e spolverate con lo zucchero e la cannella. Amalgamate per bene e lasciate intiepidire prima di gustarli.

Se preferite un piatto più brodoso basterà aumentare la quantità di latte nel liquido di cottura.

CURIOSITÀ

Si tratta di un antichissimo piatto della tradizione culinaria della Basilicata, preparato in occasione della festività Cristiana dell’Ascensione. In questa giornata i pastori distribuivano gratuitamente il loro latte ai propri compaesani per via della credenza diffusa che cagliare il latte, o addirittura tenere anche una sola goccia per sé, avrebbe causato la sterilità degli animali.

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La leggenda di Bianca Capano

CuoreBasilicata - Sab, 06/01/2019 - 10:54

Quando sono i secoli a trascorrere, diviene difficile tratteggiare con certezza il confine tra la Storia e la sua versione edulcorata, tramandata dalle folle per rendere eroico e meno banale (oggi diremmo più cinematografico) il proprio passaggio nel mondo.

Dalla Marsico Nuovo del XVI secolo, ad esempio, si tramanda una vicenda che non sfigurerebbe in un colossal di Mel Gibson.

I Sanseverino conti di Marsico

La città di Marsico fu all’epoca contea normanna del Regno di Sicilia, in mano alla famiglia Sanseverino. Su una bassa collina in contrada San Giovanni si possono difatti ancora fotografare i ruderi dell’antico castello, ove l’intera vicenda ebbe luogo.

Marsico visse anni bui sotto il dominio dei Sanseverino, ostili alla propria gente e dichiarati avversari della famiglia Capano, nobili del popolo, il cui più illustre esponente fu il giureconsulto Alessandro.
Amico e protetto del viceré di Napoli, egli costrinse il conte Ferrante Sanseverino, incapace di averne altrimenti la meglio, a far valere diversamente il proprio potere: quando Alessandro annunciò le nozze della figlia Bianca con un nobile napoletano, egli ne approfittò ripristinando lo ius primæ noctis.

Lo ius primæ noctis: Storia o leggenda?

Il leggendario “diritto della prima notte” dei feudatari su ogni novella sposa, che pare vigesse in epoca medievale, non è in realtà che un mito moderno, il più cinematografico di tutti i miti, se è vero che non se ne ha traccia documentata nella storiografia di quel periodo, né delle epoche immediatamente successive.
Ciò non esclude che alcuni nobiluomini potessero davvero avvalersi di una certa autorità nei confronti delle dame di casta intermedia, di fatto ancora indifese, e da ciò trarre il diritto di reclamare la proprietà sui loro corpi allorché di fatto non avessero ancora concepito o preso marito.

La ribellione

Fu pertanto in questa cornice che il conte Ferrante costrinse la ragazza a fargli visita nel vecchio castello, alla vigilia delle nozze.
La leggenda narra di come don Alessandro avesse sulle prime provato a opporsi, salvo essere trattenuto dalla volontà della figlia, che impose invece di difendere da sé l’onore proprio e di quante avessero già patito in silenzio la stessa ingiustizia – liberando alfine, una volta per tutte, Marsico dalla tirannia.

Quando fu al cospetto del conte ella lo pugnalò, mettendolo in fuga e ponendo di fatto fine alla sua egemonia, acclamata dal popolo festante e dalle altre future spose finalmente liberate.

La liberazione

La Storia racconta d’altra parte come Ferrante, ultimo conte di Marsico, entrò proprio allora in contrasto col viceré, da cui fu esiliato, e ogni suo feudo fu messo all’asta.
Correva l’anno 1552, se qualcosa di certo è rimasto in tutta questa vicenda.

A noi piace però ripensare al tentativo di riscattare un intero popolo da parte di chi ne fosse ancora parte, un’eroina poi scordata dai libri di Storia eppure ancora parte della memoria e dell’indole di ogni lucano: a ricordare anche questo, forse, serve oggi la leggenda di Bianca Capano.

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Spiagge senza plastica in Toscana: accordo di 900 stabilimenti balneari

People For Planet - Sab, 06/01/2019 - 09:00

Novecento stabilimenti balneari, lungo circa 230 km di costa, dal confine con la Liguria al Nord a quello con il Lazio al Sud, diranno addio già a partire dall’estate 2019 a piatti, bicchieri, cannucce e posate monouso per far posto a quelle biodegradabili o biocompostabili, già presenti in commercio.

La Regione Toscana, infatti, ha di fatto anticipato gli obiettivi della Direttiva europea, che ha avuto nei giorni scorsi anche l’ok del Consiglio Ue, e che diventeranno effettivi a partire dal 2021.

Gli articoli di plastica monouso rappresentano numericamente circa la metà dei rifiuti marini rinvenuti sulle spiagge europee, provocando gravi danni all’ambiente, all’ecosistema e alla fauna marina, ma anche alle attività produttive come turismo, pesca e trasporto marittimo.

Regione e associazioni di categoria (Confesercenti, Confcommercio, Cna Toscana, Confartigianato, Confindustria, ma altre sigle si aggiungeranno anche in un secondo momento, trattandosi di un protocollo aperto) firmeranno nei prossimi giorni un’intesa che metterà da subito le stoviglie monouso al bando, comminando sanzioni in caso di irregolarità: l’accordo, che prende il nome di “Spiagge sostenibili”, vedrà anche la firma di Anci Toscana e conterrà un percorso per recepire in una legge regionale le disposizioni della direttiva europea sull’economia circolare, e indicazioni per attività di comunicazione e di sensibilizzazione rivolte a utenti e fruitori degli stabilimenti balneari per un comportamento corretto e rispettoso. Saranno anche installati contenitori per la raccolta differenziata anche nelle spiagge libere.

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Ci pensi tu a distruggere la tua vita o ti fai aiutare da qualcuno?

People For Planet - Sab, 06/01/2019 - 07:00

Sei capace di prendertela un po’ con la tua esimia persona?
La rivolta del ’68 ci ha dato il diritto filosofico di liberarci dal senso di colpa, ci ha fatto scoprire che il nostro disagio aveva cause sociali e culturali, ci ha insegnato l’uguaglianza, ci ha dato la forza di accusare il potere per le ingiustizie delle quali siamo vittime.
Ok! Idee sacrosante. Però adesso dobbiamo renderci conto che abbiamo stortato un po’ troppo il bastone dall’altra parte e che necessita resettare il nostro modello mentale.
Quello che mi stupisce spesso, parlando con persone depresse o insoddisfatte, è che dopo un po’ ti sanno dire per filo e per segno qual è il loro problema e generalmente viene fuori che sanno benissimo come uscirne.
Ma non lo fanno.
Nel mondo c’è il grande problema dei malvagi, guerrafondai, corrotti, sfruttatori, e molti hanno le vite distrutte da questo orrendo stato di cose, non hanno nulla, neppure le possibilità di cambiare; ma incontro centinaia di persone che nonostante le ingiustizie hanno un reddito decente, cultura, capacità, idee e conoscenze e che nonostante questo non riescono a uscire dal loro brodo.
Credo che sia importante fotografare questa situazione e accorgersi che il problema sta nella RESISTENZA AL CAMBIAMENTO.
Suppongo che ti piaccia ricevere un massaggio. Ma se in questo momento arrivasse una persona simpatica e ti dicesse: “Vuoi che ti faccio un massaggio ai piedi?” Tu risponderesti di sì?
Molte persone si troverebbero a disagio. È difficile per molti accettare di ricevere piacere.
Milioni di persone guardano la tv insieme ma a pochi viene in mente di prendere in mano il piede dell’altra persona per accarezzarlo.
Potresti farlo ma non lo fai.
Questa questione fa il paio con un’altra: stare male, incazzarsi, preoccuparsi, non è poi così male. Ammettiamolo, c’è un certo perverso piacere. Credo che questo fatto abbia origine nella nostra memoria genetica.
Noi siamo predisposti per affrontare situazioni di emergenza. Quando eravamo scimmiette sugli alberi dovevamo affrontare momenti terribili per sfuggire ai predatori. E questo provocava enormi scariche di adrenalina e tutta una serie di violenti sbalzi di pulsazioni, pressione, irrorazione sanguigna, istantanei cambiamenti muscolari e nervosi. Sfuggire a una tigre necessita uno tsunami interiore, mentale e fisico, che permette di tirar fuori tutte le potenzialità, tutta la forza.
Siamo costruiti per affrontare pericoli pazzeschi e se non usiamo questa funzione stiamo male. Il nostro corpo trova il proprio equilibrio nella molteplicità delle esperienze per le quali è programmato e se non viviamo una parte delle situazioni per le quali siamo programmati siamo squilibrati.
Potremmo spiegare in questo modo la passione umana per situazioni che riproducono in modo artificiale l’ansia, la paura, la contrazione, l’esplosione energetica, tipiche di uno scontro nella giungla selvaggia. Guardare film di terrore, fronteggiare un’armata di cavallette corazzate in un videogame, giocare d’azzardo, andare alla partita come se si andasse in guerra, sono pratiche che ci servono a riprodurre lo stato “guerriero”.
Una cosa che mi è sempre apparsa strana è che nelle mie ripetute crisi di emorroidi la cosa che mi fa stare meglio, più dello yoga, del camminare o di un massaggio, è entrare in Unreal Tournament e devastare le armate delle cavallette con un fantastico lanciamissili rosso.
E sospetto che anche altre pratiche esistenziali abbiano alla loro origine l’esigenza innata di vivere situazioni di scontro che inducono stress e malanimo (perché quando ti scontri con la tigre DEVI essere incazzato). Potremmo elencare in questa categoria anche il tenere il muso, rompere i coglioni agli altri, fare il bastian cuntrari, stare lì a rodersi. Stare lì a rodersi deriva in particolare dalla rottura di palle che sperimentavano i nostri antenati quando dovevano restare ore appostati sotto le frasche, immobili, ad aspettare che passasse un topolino per acciuffarlo e addentarlo.
Credo che l’unico lenitivo di questo disagio ancestrale siano le grandi imprese.
Visto che affrontare situazioni stressanti è necessario per il nostro equilibrio psichico, tanto vale utilizzare questo sovraccarico periodico di energie per realizzare qualche cosa di utile: le persone che hanno un grande sogno e che si impegnano (e rischiano) per realizzarlo sono mediamente meno dedite a pratiche inutilmente rissose e autocommiseranti e sono mediamente più disponibili a vivere esperienze piacevoli.
Ma quel che vedo è che le persone hanno raramente voglia di buttarsi in grandi imprese.
La paura di fallire è un’altra grande fonte di resistenza all’intraprendere progetti colossali e i rischi che ne discendono.
Sono anni che propongo a decine di persone di mettersi assieme per realizzare qualche cosa e sono anni che vedo persone fuggire.

Nel 1981 passai un paio di mesi a discutere con un gruppo di amici che erano anche vicini di casa, sulla possibilità di mettersi a fare qualche cosa di veramente pazzesco. Dopo tante parole decidemmo di fondare un centro culturale, quello che successivamente battezzammo Alcatraz. Una sera, alla fine prendemmo la decisione e ci accordammo per iniziare i lavori di ristrutturazione il mattino successivo, alle 9,30. Avevamo 9 mesi di tempo per restaurare 3 case. Il mattino dopo non arrivò nessuno.
Perché? Perché mi dici che vuoi farlo e poi sparisci?
Tutto questo discorso per dire che credo che le grandi imprese siano essenziali per il nostro benessere, proprio perché sono spaventose, rischiose, stressanti e faticosissime.
Ne hai bisogno.
E credo che le grandi imprese siano strane macchine che se le fai entrare nel tuo cervello te lo tonificano e te lo amplificano: la necessità aguzza l’ingegno.
Credo anche che siamo nel momento storico nel quale è enorme, e mai visto nel passato, il numero delle persone che si danno alle grandi imprese, all’avventura dell’arte, della creatività, della costruzione di manufatti ed eventi. Persone che vivono come un’avventura le relazioni con gli altri, la solidarietà, la cooperazione.
Non c’è niente che sia più rischioso del cooperare con gli altri.
E dobbiamo anche dire che visto che è pieno di persone che preferiscono rimuginare e lamentarsi e dare la colpa di tutto agli altri, ne deriva che il rischio delle imprese è ancora più massiccio.
Questo è il grande non detto della new age che per 30 anni ci ha per lo più venduto il miglioramento di sé attraverso pratiche individuali di ascolto e contemplazione. Cose bellissime, fondamentali. Ma non bastano. Perché se l’ascolto e la contemplazione non ti servono per caricare la tua molla interiore finisce che resti lì nella tua cameretta a fare OM e guardarti l’ombelico che si ammuffisce.
Siamo i discendenti di esseri che hanno colonizzato gli oceani, che si sono costruiti zampe pur di prendere possesso delle foreste, siamo di quella genìa che ha avuto il coraggio di sperimentare tutte le possibilità di essere, i nostri cugini rettili sono addirittura arrivati a volare. E anche i fratelli pipistrelli ci sono riusciti.
Ci siamo evoluti per eoni lottando per il diritto alla vita, abbiamo affrontato felini, serpenti, scorpioni e virus stronzissimi.
Siamo nati per volare con la mente, abbiamo in testa lo strumento di potere più immenso che si sia mai visto su questo pianeta, abbiamo a disposizione mezzi di comunicazione galattici.
E tu hai tutte queste possibilità, tutto questo coraggio ancestrale e non fai un cazzo?
Mi dispiace proprio tanto per te.
Ma questo articolo non ha lo scopo di menarla ai pessimisti spaventati per convincerli ad agire. Non credo di avere questo potere.
Questo articolo è rivolto a quelli come me, che hanno una fifa boia di fallire ma che non possono fare a meno di lottare.
A partire dagli articoli che ho pubblicato sul fatto che vincere è meglio sto ragionando sul fatto che il mondo potrebbe accelerare il suo naturale cambiamento verso il meglio; questo potrebbe succedere se le persone che hanno scelto l’arte del costruire grandi imprese come mantra esistenziale e sistema di cura delle emorroidi terrestri, capissero che vincere è proprio meglio; e che per farlo dobbiamo liberarci da alcune vecchie idee che in questo momento appestano la mente dei progressisti attivi.
Prima di tutto dobbiamo liberarci dal preconcetto di poter convincere i passivi a darsi una mossa.
Questo errore di giudizio nasce dalla grande idea di uguaglianza del ‘68. Sì, siamo tutti uguali per quanto riguarda i diritti. Ma non lo siamo, ahimè, per quanto riguarda il livello di resistenza interiore al miglioramento.
Milioni di persone hanno alle spalle storie di mancanze affettive, culturali, esperienziali che rappresentano scogli insormontabili.
È ora di comprenderlo.
Se veramente vogliamo fare qualche cosa di utile per tutti i viventi dobbiamo renderci conto che il primo passo è riuscire a incontrare quelle persone che già hanno scelto l’avventura. È quello che ho fatto negli ultimi anni: cercare di conoscere persone che stanno realizzando qualche cosa, offrire loro il mio appoggio incondizionato e poi vedere se c’è modo di collaborare con reciproco vantaggio.
E guarda che è un’impresa da far tremare i polsi perché incontri persone straordinarie, che ti riempiono la testa di idee e domande ma incontri anche delle teste di cazzo spaziali, che hanno deciso di dedicare le loro scarse energie vitali a stronzate abissali.
Non hai idea di quante persone sono arrivate ad Alcatraz a dirmi che hanno trovato il modo di salvare il mondo e che IO devo mettermi a fare tutto quello che loro mi dicono così da realizzare la loro idea (mentre loro se stanno a Forlì a lavorare in banca).
La mia proposta è: collaboriamo e diamoci anche dei sistemi per distinguere alla svelta chi c’è da chi non c’è.
Credo che ne trarremo vantaggi epocali.
Buona giornata!

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Vado a vivere in un container!

People For Planet - Sab, 06/01/2019 - 02:39

Il Container, il grosso parallelepipedo di ferro usato per il trasporto delle merci, spesso arrugginito e tutto fuorché accogliente, può diventare una moderna abitazione di design ed essere anche eco- compatibile e ospitale.

L’idea probabilmente nasce dal fatto che spesso i container sono stati usati come case di fortuna dopo disastri ambientali, e che comunque sono piuttosto disponibili ovunque: una notevole quantità di container sono parcheggiati e spesso abbandonati nei terminal delle aree portuali. E il loro costo, da usati, è molto basso.

Il modello di container più noto si chiama ISO e ha dimensioni standard di 2,44 mt di larghezza, 2,59 mt di altezza e dai 6,10 ai 1,22 mt di lunghezza; sono misure che si possono adattare a case davvero piccole, per cui, spesso vengono usati più container in modo raggruppato per costruire più ambienti e quindi una casa più ampia; in alcuni casi vere e proprie ville, con un risultato finale sorprendente.

Di seguito una breve Gallery da Mondodesign.it:

Guarda anche il Video!  

Perché i container?

Anche qualora non siano abbandonati, spesso sono lasciati per lunghi periodi in attesa di effettuare un nuovo viaggio, così restano esposti agli agenti atmosferici, arrugginiscono (anche se costruiti con materiali resistenti) e, a volte, diventano inutilizzabili per i trasporti. Per evitare che il numero dei box metallici aumenti sempre di più, i container abbandonati possono essere acquistati a cifre molto basse, che variano dai 600 ai 2.000 euro, secondo il modello e lo stato di conservazione, mentre per l’acquisto di un nuovo box metallico ci vogliono circa 7.000 euro.

Il container si presta bene, per vari aspetti, al suo recupero in edilizia: il materiale metallico è piuttosto resistente proprio per poter effettuare viaggi in mare, tra intemperie e salsedine, e deve essere il più possibile duraturo. Poi hanno il vantaggio di poter essere reperiti ovunque e contribuiscono all’eco-sostenibilità che viene dal semplice riuso e dalla semplicità di assemblaggio, che comporta, di conseguenza, un costo assai ridotto di costruzione. Altro vantaggio, nei moduli unici, è che sono trasportabili.

Tuttavia come tutti i materiali ha degli svantaggi, per esempio bisogna isolare i container in modo accurato per evitare sbalzi termici e umidità e, prima del riutilizzo, è importante controllare che non abbiano subito danni o che non conservino residui dovuti ai trasporti, come solventi o altri prodotti, che potrebbero essere pericolosi per la salute di chi vi andrà ad abitare.

Il contenitore deve essere prima completamente sabbiato, il pavimento va integralmente sostituito e bisogna tagliare le aperture per le finestre. Potrebbe essere una soluzione a favore dell’ambiente in quanto si riusa un oggetto destinato a divenire rifiuto, ma l’efficienza nella costruzione, trasporto e assemblaggio e la gestione dei rifiuti prodotti di una casa container sono cruciali per definire il suo impatto finale sul nostro pianeta.

Le realizzazioni più originali

Il container diventa un’abitazione dall’ispirazione scandinava

Immagine https://design-milk.com/santa-monica-pavilion-by-jendretzki

A Santa Monica (California) l’architetto argentino Pablo Jendretzki della Jendretzki LLC ha realizzato un’abitazione con una piattaforma in legno e un container color grafite. Ampie portefinestre sono state ricavate sui lati lunghi, per aumentare la luce sono stati aggiunti tanti lucernari al soffitto. Gli interni riescono ad essere contemporaneamente spaziosi e comodi, con un camino sospeso ispirato a metà secolo; accanto alla cucina, sono stati realizzati un ampio soggiorno e una camera da letto. È di proprietà di una famiglia di Los Angeles amante del design scandinavo.

Un fiore nel deserto: the Joshua Tree Residence

Immagine: Whitaker Studio

Questa è stata l’idea molto bella del designer James Whitaker: unire diversi “scompartimenti” posizionati a diverse angolazioni per dare l’illusione di un fiore che stesse sbocciando. Assemblando più container tra di loro il progettista vuole realizzare una casa vera e propria (200 mq), con cucina, soggiorno e tre camere da letto. La casa, ribattezzata The Joshua Tree Residence, sarà realizzata, anche questa, in California su una delle proprietà di un committente che, al momento, rimane misterioso.

La biblioteca sulle palafitte Immagine: Corriere.it

Una biblioteca su palafitte a Batu (in Indonesia) è stata costruita con un corpo centrale e sette container colorati, ognuno con una funzione diversa: quello blu è destinato ai libri di intrattenimento, il rosso è per i testi scientifici e tecnologici, il verde è la lobby principale e il giallo è la sala lettura femminile. L’effetto finale è un edificio originale e colorato.

Prezzi e dimensioni

I prezzi di queste case, parlando ovviamente dei moduli più semplici che sono acquistabili anche on-line, sono molto variabili e dipendono dalle dimensioni e, naturalmente dagli allestimenti.

Per dare un’idea dei prezzi, c’è il sito di un’azienda di Newport, California che, esclusi costi di spedizione, propone una casa container di 8’x20’, espressa in piedi (più o meno 2,45 mt x 6,10 mt), finita e pronta per viverci, con prezzi a partire da 25.000 $ a salire.

Un’altra azienda, italiana, offre anch’essa moduli da 20 piedi o 40 piedi (lato lungo), modello open space oppure un versione con maggiori allestimenti e più spazi interni separati.

I prezzi non sono indicati, ma è possibile farsi fare un preventivo on line in base alle caratteristiche prescelte in termini dimensionali, degli accessori e delle finiture.

Altre stime ci dicono che una casa container comunque può costare intorno al 30 % in meno rispetto all’edilizia classica, il tutto senza che il confort sia messo in discussione. Il costo finale di questo tipo di casa dipende da diversi fattori. Per un’abitazione spaziosa, di 250-300 metri quadrati, per esempio, il prezzo al metro quadro mediamente si aggira sui 1.000 euro, comprese le imposte sulla vendita, il trasporto e l’installazione. Più piccola sarà la casa, più alto sarà il suo prezzo al metro quadro, dato che la logistica non cambia anche laddove si trasporti una minore quantità di materiale. Quindi, una mini casa abitabile di 50-100 metri quadrati potrebbe venire a costare all’incirca dai 1.200 ai 1.300 euro al metro quadro. Nelle metrature sempre più piccole il prezzo aumenta ancora per la necessità di usare molti elementi di innovazione al fine di poter sfruttare al meglio il poco spazio disponibile.

Immagine di copertina: design-milk.conm

Altre Fonti:

https://corriereinnovazione.corriere.it/cards/ecco-case-container-giro-il-mondo-20-idee-trasformarle-loft/come-trasformare-container-abitazione_principale.shtml

Container Homes Scandinavian Design Addition in Santa Monica

https://www.idealista.it/news/immobiliare/costruzioni/2018/02/20/125346-container-come-case-dalla-progettazione-alluso

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Italia in fondo alla classifica dei Paesi capaci di attirare risorse

People For Planet - Ven, 05/31/2019 - 21:15

Ocse: per un lavoratore altamente qualificato siamo una meta “desiderabile” solo più di Grecia, Messico e Turchia. Male anche per gli imprenditori, siamo un po’ meglio solo agli occhi degli studenti universitari

L’Italia non è capace di attirare i talenti stranieri. A mettere in evidenza il lato oscuro della fuga dei cervelli, ovvero la scarsa attrattiva sul territorio domestico, è un rapporto fresco di stampa dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico.

L’Ocse indaga sette dimensioni: la qualità delle opportunità offerte, la situazione su redditi e tasse, le prospettive globali future del Paese in cui ci si sta per trasferire, la facilità a portarci la famiglia e i costi per la sua cura, lo sviluppo di infrastrutture-ricerca, l’apertura verso l’immigrazione e le diversità e infine la qualità della vita. Le declina su tre profili-tipo di talenti da attirare: i lavoratori altamente qualificati (con un master o dottorato alle spalle), gli studenti universitari e gli imprenditori. Tutte persone che dovrebbero contribuire alla crescita economica del Paese nel quale approdano, grazie alle competenze che apportano o alla loro spinta innovativa. L’Organizzazione parigina permette nel suo modello di dare un peso diverso alle variabili considerate per stilare la pagella: non per tutti i partenti sarà importante, ad esempio, il costo di un asilo (si pensi a un single) piuttosto che lo stipendio offerto o l’apertura mentale del Paese di destinazione. Nella sintesi generale, l’Ocse considera una simulazione media e attribuisce lo stesso peso a ciascuna variabile.

Per il primo profilo, ovvero quello dei lavoratori qualificati, molte variabili premiano gli Stati Uniti. Lì, d’altra parte, l’economia è forte e altrettanto lo è il mercato del lavoro. Per chi ha elevate “skill”, competenze e abilità tecniche, l’ambiente è “unico” e la qualità della vita è elevata. Le cose cambiano quando si prende in considerazione la facilità di accedere al Paese, dai visti alle pratiche burocratiche: gli Usa perdono allora la prima posizione in favore dell’Australia, seguita da Svezia, Svizzera, Nuova Zelanda e Canada. Queste ultime due mete sono penalizzate particolarmente – come gli States – per le politiche stringenti sull’immigrazione.

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Non si vendono auto senza i professionisti del Web: le 5 professioni più richieste

People For Planet - Ven, 05/31/2019 - 19:03

Le competenze digitali vanno poi abbinate alle conoscenze particolari del comparto e dei suoi prodotti. Non fa eccezione il settore dell’automotive. Le auto non sono più soltanto veicoli, oggetti su cui spostarsi; sono “connected cars”, microcosmi intrisi di tecnologia, dotati di comfort e funzioni digitali che necessitano di nuovi esperti capaci di progettarle e rispondere a tutte le esigenze – anche futili – dei guidatori di oggi.

Le auto ormai ci parlano, leggono i messaggi che sono arrivati sul nostro smartphone, frenano per noi se non siamo abbastanza attenti, ci avvertono con spie, segnali e alert ultramoderni, con vantaggi notevoli anche in termini di sicurezza. Ci aspettiamo questo ormai da loro, con un futuro che parla di intelligenza artificiale e guida autonoma. I professionisti di ieri, esperti di motori e componenti, hanno bisogno di specializzarsi o di essere affiancati da nuove figure professionali che conoscono bene il mondo del digitale e le potenzialità che offre. Il 75% dei concessionari italiani ha dichiarato di voler aumentare il numero di persone impiegate nell’area web e digital all’interno della propria azienda, ricorda MotorK, azienda del digital automotive, che ci offre uno spunto interessante individuando 5 nuove professioni da non sottovalutare se si è a caccia di opportunità di lavoro nel comparto.

Customer Advisor

Acquistare un’auto stressa quasi quanto acquistare una casa. Ecco perché in molti si affidano ad un consulente esterno, imparziale, che aiuti nella scelta grazie ad un bagaglio di competenze specifiche che spazi dai tipi di modelli sul mercato alle questioni puramente finanziarie, fino all’assistenza post vendita.

Automotive Digital Manager

È il Digital Manager che opera nel settore e si occupa di coordinare le altre figure del mondo digitale (social media manager, CRM manager, campaign manager, …). Se ancora pensate che basti un sito Web per attirare i potenziali clienti sulla piazza digitale vi sbagliate di grosso. Serve una strategia messa a punto da professionisti per farsi notare.

Car Influencer

Gli influencer sono i nuovi menestrelli sul Web. Raccontano la loro esperienza di fruizione dei prodotti, in questo caso si siedono al volante e su canali tipici come YouTube, Instagram e FacebookWatch imbastiscono uno storytelling visivo e non solo dell’auto durante o a seguito di un test-drive. Le loro recensioni spopolano e sono le nuove guide all’acquisto. Se ve lo state chiedendo… sì, è un lavoro!

BDC manager

È il responsabile del Business Development Center, il team di persone che in concessionaria si occupa di comunicare con il cliente durante il processo di acquisto e anche dopo aver concluso la vendita per fidelizzarlo.

Small Data Analyst

Le grandi aziende si concentrano sui big data, i concessionari invece hanno la possibilità di concentrarsi sugli small data, i dati sui clienti che incontrano ogni giorno. Esistono piattaforme di raccolta dati, usate dallo Small Data Analyst per creare modelli predittivi del comportamento degli utenti. Obiettivo: migliorare il servizio e ottimizzare le risorse disponibili. Anche in questo, caso si tratta di un professionista con forti competenze relative alle dinamiche verticali del mondo automotive, in grado di intuire trend e insights nei dati a disposizione.

Fonte:
https://www.motork.io/it/press-news/lavorare-nel-digital-automotive-5-nuove-professioni/

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“Taiwo è il nostro regalo, non cacciatelo via”, i bambini si mobilitano per il migrante-prof

People For Planet - Ven, 05/31/2019 - 19:00

“Taiwo è un regalo, non potete mandarlo via”. I bambini della scuola elementare di Serravalle d’Asti, in Piemonte, hanno le idee molto chiare sul 29enne nigeriano che li aiuta durante la lezione d’inglese e non solo.

Per loro Taiwo è un amico, un regalo, e non sono disposti a lasciare che venga mandato via dall’Italia, come ha stabilito la Commissione per il riconoscimento della protezione internazionale della Prefettura di Torino, che ha rigettato la sua domanda di protezione umanitaria.

Ormai fa parte della nostra famiglia, non possono cacciarlo via”, dice Davide, 8 anni. “Lui non ha più nessuno, ha solo noi”, aggiunge Pietro, 6 anni. “La Costituzione dice che bisogna accoglierlo e proteggerlo”, spiega Nicolò, 8 anni.

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Cannabis light: reato vendere prodotti derivati

People For Planet - Ven, 05/31/2019 - 15:00

In Italia la legge non consente la vendita dei prodotti ottenuti dalla coltivazione della cannabis sativa, tra cui foglie, inflorescenze, olio e resina. La decisione di dare uno “stop” alla vendita della ormai nota cannabis light arriva dalle Sezioni Unite penali della Corte di Cassazione.

La decisione delle Sezioni unite penali

“La commercializzazione di cannabis sativa L. e, in particolare, di foglie, inflorescenze, olio, resina, ottenuti dalla coltivazione della predetta varietà di canapa – si legge nella sentenza – non rientra nell’ambito di applicazione della legge n. 242 del 2016” ovvero la legge che stabilisce le “Disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa“. Secondo la Corte di Cassazione, la legge per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa “elenca tassativamente i derivati dalla predetta coltivazione che possono essere commercializzati”, e pertanto risultano vietate dalla legge “le condotte di cessione, di vendita e, in genere, la commercializzazione al pubblico, a qualsiasi titolo, dei prodotti derivati dalla coltivazione della cannabis sativa L., salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante”.

Opposti tra loro due pareri precedenti

In merito alla liceità o meno della vendita di prodotti derivati (infiorescenze, resina, ecc) dalla coltivazione della cannabis legale (ovvero secondo le direttive della legge 242/2016), detta “light” per il basso contenuto di tetraidrocannabinolo (o THC, ovvero il principio psicoattivo), che deve essere compreso tra lo 0,2 e lo 0,6%, la Sesta sezione penale della Corte di Cassazione si era già espressa in passato con due pareri contrari: in una sentenza depositata il 17 dicembre 2018 aveva stabilito l’illeicità della vendita, precisando che “la legge 2 dicembre 2016 n. 242, che stabilisce la liceità della coltivazione della cannabis sativa L per finalità espresse e tassative, non si riferisce anche alla commercializzazione dei prodotti di tale coltivazione – costituiti dalle inflorescenze (Marijuana) e dalla resina (Hashish) – e pertanto le condotte di detenzione illecita e cessione di tali derivati continuano ad essere sottoposte alla disciplina del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 (Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, ndr), sempre che dette sostanze presentino un effetto drogante rilevabile”, mentre in un’altra sentenza depositata il 31 gennaio di quest’anno aveva dato parere opposto specificando che “dalla liceità della coltivazione della cannabis sativa L., alla stregua della legge 2 dicembre 2016, n. 242, discende, quale corollario logico-giuridico, la liceità della commercializzazione al dettaglio dei relativi prodotti contenenti un principio attivo THC inferiore allo 0,6 %, che pertanto non possono più essere considerati sostanza stupefacente soggetta alla disciplina del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309″.

Un mercato da oltre 6,5 milioni di euro

Ora la sentenza delle Sezioni unite penali non lascia spazio a dubbi: vendere prodotti derivati dalla cannabis light come inflorescenze, foglie e resina è vietato. Una decisione che avrà un forte impatto su uno dei comparti più dinamici e in crescita dell’economia italiana: secondo l’Aical, l’Associazione italiana cannabis light, il mercato della canapa legale nel nostro Paese vale oltre i 6,5 milioni di euro e conta oltre duemila punti vendita.

Foto di GAD-BM da Pixabay

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Si licenziano, costruiscono un camper hi-tech e partono per il giro del mondo

People For Planet - Ven, 05/31/2019 - 15:00

Da oltre due anni Simone Monticelli e Lucia Gambelli stanno visitando il pianeta a bordo di un camion davvero speciale. “Ma la nostra non è una vita in vacanza”

Il milanese Simone Monticelli e la fiorentina Lucia Gambelli cinque anni fa hanno deciso che era arrivato il momento di cambiare radicalmente vita. La routine del tragitto casa-lavoro non faceva davvero più per loro. E così per due anni si sono dedicati anima e corpo a costruire con le loro mani – e l’aiuto di amici e parenti – un camper supertecnologico e autosostenibile per affrontare un giro del mondo di cui non si conosce la data di rientro. Nel 2017 si sono licenziati, entrambi erano impiegati, e tra l’invidia e l’ammirazione degli ex colleghi sono partiti da Milano senza una meta precisa. In poco più di 24 mesi hanno costeggiato l’Africa occidentale, hanno attraversato l’Atlantico a bordo di una nave porta container e hanno cominciato a risalire il Sudamerica. “In questo momento – spiega il 44enne Monticelli – ci troviamo in Colombia”.

La loro però non è una vita da turisti per sempre. “Non viviamo in vacanza. Dobbiamo lavorare per finanziare il viaggio. Abbiamo un budget di 1.100 euro mensili, che speriamo di portare presto sotto quota 900. Il 50% del nostro bilancio se lo porta via il carburante. Le entrate ci devono essere e devono essere stabili se vogliamo andare avanti. Per questo motivo – precisa Simone – scriviamo manuali su come camperizzare veicoli in autonomia o guide turistiche di luoghi pochi conosciuti. Con Valentino, questo il nome che abbiamo dato alla nostra casa mobile, spesso visitiamo posti non molto frequentati proprio per poterli raccontare ai nostri lettori. Inoltre abbiamo aperto anche diversi profili sui vari social per spiegare quello che stiamo facendo. Poi ci sono le piccole difficoltà di tutti i giorni. Lucia, come sarebbe potuto succederle in Italia, si è rotta un piede mentre eravamo in Perù. Finora abbiamo affrontato tutto con ottimismo”

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Jacopo Fo all’Università di Pavia

People For Planet - Ven, 05/31/2019 - 14:44

Biblioteche virtuali per utenti reali, Jacopo Fo all’Università di Pavia, Aula 400, in apertura del X Convegno “NILDE”.

Jacopo Fo all'Università di Pavia in apertura del X Convegno "NILDE"

Biblioteche virtuali per utenti reali, Jacopo Fo all’Università di Pavia in apertura del X Convegno “NILDE” (http://www.convegnonilde2019.it). La diretta dall’Aula 400.

Pubblicato da UCampus su Giovedì 30 maggio 2019
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La radiazione di Hawking emessa dai buchi neri esiste davvero?

People For Planet - Ven, 05/31/2019 - 14:00

Ricercatori dell’Istituto Israeliano di Tecnologia di Haifa hanno creato un modello di buco nero in laboratorio, grazie al quale hanno ottenuto un risultato in accordo con la teoria della radiazione di Hawking, la presunta energia termica emessa dai buchi neri sotto la spinta di fenomeni quantistici. Ecco cosa hanno fatto.

Un esperimento israeliano basato sulla creazione di un buco nero fittizio è in accordo con la teoria della radiazione di Hawking, in base alla quale i buchi neri emetterebbero energia termica. In parole semplici, gli scienziati dell’Istituto Israeliano di Tecnologia di Haifa sono riusciti a misurare la temperatura di particelle emesse dal finto “cuore di tenebra” creato in laboratorio, trovando una correlazione con quanto esposto dal compianto astrofisico britannico. Ma procediamo con ordine.

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All’ospedale di Empoli arriva l’ambulatorio di estetica oncologica

People For Planet - Ven, 05/31/2019 - 12:00

È stato inaugurato nei giorni scorsi all’ospedale di Empoli un ambulatorio di estetica dedicato alle donne in terapia oncologica. Si tratta del primo del suo genere aperto negli ospedali dell’Asl Toscana Centro ed è stato realizzato in convenzione con l’associazione Astro la quale ha messo a disposizione due estetiste diplomate.

L’ambulatorio sarà aperto il lunedì e il sabato mattina su prenotazione. “Poiché i cambiamenti estetici spaventano più delle conseguenze della malattia per questa ragione – spiega Claudio Caponi, responsabile operativo della Breast Unit di Empoli e coordinatore del centro senologico del presidio – abbiamo deciso di dare alle donne la possibilità di ritrovare la loro immagine e alleggerire gli effetti collaterali delle terapie”.

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La Flat Tax spiegata

People For Planet - Ven, 05/31/2019 - 10:21

FLAT TAX LEGA 2020: COS’È E COME FUNZIONA?  Dopo la vittoria della Lega alle elezioni europee torna di moda la flat tax, il cavallo di battaglia del programma di centrodestra che ancora non è stato messo in atto. Nella legge di bilancio per il 2020 il ministro dell’Interno conta di inserirla, ma cerchiamo di capire meglio cos’è, in teoria, la flat tax e come funziona.

Cos’è la flat tax? Come dice la parola stessa, alla base del concetto di flat tax c’è un appiattimento della pressione fiscale per quasi tutti verso il basso. Nell’ultima proposta di Matteo Salvini l’idea è quella di applicare un’aliquota del 15% a tutti redditi, familiari o di impresa, fino ad almeno i €50.000, anche se, se fosse possibile, l’intenzione sarebbe quella di alzare il limite massimo di reddito. Per fare ciò, sempre stando ai numeri snocciolati dal leader della Lega, sarebbero trenta i miliardi di euro che si vorrebbe mettere sul piatto nella prossima legge di bilancio per fare questa forma di flat tax. In realtà nella narrazione leghista la flat tax non dovrebbe rappresentare un costo per le casse dello Stato poiché, a parer loro, una riduzione così drastica della pressione fiscale porterà a un calo altrettanto drastico dell’evasione fiscale. Continua a leggere [Fonte: NEWSLY.IT – Emanuele Terracciano]

Il dibattito in Italia

“COS’È LA FLAT TAX CHE VUOLE SALVINI”: […] Quanto si paga oggi? Ad oggi, la generalità dei contribuenti paga l’Irpef, l’imposta sul reddito delle persone fisiche: si tratta di un’imposta diretta, cioè che si applica sul reddito prodotto, e personale, in quanto è tassato il singolo contribuente, non il nucleo familiare.

L’Irpef non è calcolata applicando un’aliquota unica (cioè un solo importo in percentuale) a tutto il reddito, ma è determinata applicando aliquote diverse a seconda delle fasce di reddito nelle quali ricade il contribuente:

  • sino a 15.000 euro di reddito, l’imposta è pari al 23%;
  • da 15.0001 a 28.000 euro, la tassazione ammonta al 27%;
  • da 28.001 a 55.000 euro, l’imposta è pari al 38%;
  • da 55.001 a 75.000 euro, si applica il 41%;
  • da 75.001 euro in poi, l’aliquota da applicare è il 43%.

[…] Quanto si paga con la flat tax? Con la flat tax di Salvini, il calcolo di quanto dovuto dal contribuente è molto più semplice: al reddito prodotto, difatti, si deve applicare un’aliquota unica del 15%. In pratica, se il contribuente incassa 20mila euro l’anno, deve corrispondere allo Stato il 15%, pari a 3mila euro, anziché i 4.800 euro previsti con l’attuale Irpef: nel caso di specie, parliamo di 1.850 euro di tasse in meno all’anno.

Il risparmio diventa molto più elevato al crescere del reddito: chi incassa 30mila euro, ad oggi paga 7.720 euro lordi di Irpef, 8.449 euro considerando anche le addizionali. Con la flat tax pagherebbe solo 4.500 euro. Non è stato però chiarito che fine faranno e come saranno trasformate l’addizionale regionale e comunale all’Irpef. Continua a leggere [LALEGGEPERTUTTI.IT – Noemi Secci]

SALVINI: “L’EMERGENZA IN ITALIA È ABBASSARE LE TASSE, SÌ A FLAT TAX” – PORTA A PORTA 22/05/2019: “Se la Lega sarà il primo partito in Italia non chiedo mezza poltrona in più, c’è un contratto di governo. Se saremo primi anche in Europa avremo più forza per difendere gli interessi italiani e la riduzione fiscale sarà la priorità“. Il ministro dell’Interno Matteo Salvini, a Porta a Porta, ribadisce la sua priorità: “Abbassare le tasse come c’è scritto nel contratto di governo, una flat tax per le famiglie e le imprese per far correre l’Italia”

Fonte canale YouTube RAI

LA FLAT TAX: COS’È E COME FUNZIONA? VANTAGGI E SVANTAGGI […] Secondo i fautori della proposta, seppur considerando le differenze tra la flat tax di Salvini e quella di Berlusconi, i vantaggi principali sarebbero tre:

  • ridurre la pressione fiscale sia per le famiglie che per le imprese;
  • contrastare l’evasione fiscale;
  • semplificare il sistema con la razionalizzazione delle attuali detrazioni.

Eppure sono in molti a ritenere che la flat tax in Italia porterebbe per lo più svantaggi: i contro dell’introduzione di una tassa piatta al 15% o al 23% sarebbero in primis le minori entrate per lo Stato ma anche il rischio di avvantaggiare i più ricchi e, quindi, di introdurre una legge ad alto rischio incostituzionalità.

La flat tax attuale è solo per le partite IVA nel regime forfettario: Attualmente la flat tax è operativa solo per i contribuenti titolari di partita IVA nel regime forfettario, ovvero nell’ambito di un regime agevolato privo di Irpef, addizionali, IVA, Irap e non soggetto a studi di settore o ISA.

Con l’ultima Legge di Bilancio per l’anno 2019 l’attuale Governo ha innalzato per tutti i contribuenti operanti nel regime (agevolato) forfettario il fatturato limite fino al quale è possibile operare: il nuovo limite è 65.000,00 euro, a prescindere dal tipo di attività svolta.

Sul fatturato viene applicato un coefficiente di redditività; tale coefficiente viene moltiplicato per i ricavi/compensi incassati al fine di ottenere il reddito fiscale. Su questo reddito si applica quindi l’attuale flat tax, che può essere:

  • del 5% per le nuove attività;
  • del 15% per le attività già operative.

Per dovere di cronaca è bene evidenziare che l’attuale flat tax – ma si dovrebbe più correttamente parlare di regime forfettario esteso – è stata introdotta per la prima volta con la Legge di Bilancio 2015 (Legge numero 190/2014). Continua a leggere [INFORMAZIONEFISCALE.IT – Giuseppe Guarasci]

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La musicoterapia aiuta il recupero cerebrale dei neonati prematuri

People For Planet - Ven, 05/31/2019 - 10:07

C’è un modo efficace e non invasivo per stimolare lo sviluppo cerebrale dei bambini nati prematuri: fargli ascoltare musica. Non una musica qualsiasi, certamente, ma composizioni ad hoc e, soprattutto, eseguite con il punji, il flato usato dagli incantatori di serpenti indiani. Con questo tipo di musicoterapia, ricercatori dell’Università di Ginevra (UNIGE) e degli ospedali universitari di Ginevra (HUG) sono riusciti ad aumentare la connettività funzionale nei neonati prematuri, riducendone il gap rispetto ai nati a termine.

Dall’utero all’incubatrice, che stress!

Difficoltà di apprendimento, disturbi dell’attenzione o dello spettro emotivo sono comuni nei bambini nati prematuri (tra le 24 e le 32 settimane di gravidanza, circa quattro mesi prima del previsto). Ciò a causa dell’immaturità del cervello alla nascita. Per questa immaturità, e non solo, i neonati prematuri passano i primi giorni di vita in terapia intensiva dentro una incubatrice. Un ambiente controllato e protetto, certo, ma non così tranquillo. In queste culle tecnologiche, infatti, il bambino riceve stimoli inattesi e stressanti (porte che si aprono e si chiudo, rumori e allarmi di macchinari, voci estranee), molto diversi di quelli che ricevono nel grembo materno.

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Oms: la sindrome da ‘burnout’ è ufficialmente un “fenomeno lavorativo”

People For Planet - Ven, 05/31/2019 - 08:00

L’ansia e lo stress sul lavoro, la sindrome da ‘burnout’, è da oggi ufficialmente un “fenomeno lavorativo“, ma “non una malattia”.

Lo precisa l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) che ha incluso il ‘burnout’ nella nuova versione dell’undicesima International Classification of Diseases (Icd-11). Nel documento la sindrome è inserita nel capitolo “dei fattori che influenzano lo stato di salute”: “le persone contattano i servizi sanitari per questo fenomeno, ma non è classificabile come malattia o condizione medica”.

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282 Comuni – oltre 6 milioni di italiani! – verso l’azzeramento dei rifiuti

People For Planet - Ven, 05/31/2019 - 06:15

Lo Zero rifiuti è sia pragmatico che utopico: si tratta di progettare e realizzare prodotti per avere un limitato volume di rifiuto, eliminare la tossicità, riciclare-riusare-recuperare tutto in un ciclo teoricamente infinito.

A fine aprile di quest’anno sono 282 i Comuni italiani che hanno aderito alla strategia Rifiuti Zero: un modello in 10 passi – messo a punto da un Comune della Toscana e poi diffuso un po’ in tutta Italia – che si propone di riprogettare la vita ciclica dei rifiuti, da non considerare più scarti ma risorse da riutilizzare, ovvero le materie prime seconde. Questo modello si contrappone necessariamente all’incenerimento o termovalorizzazione e alla discarica proprio perché tende ad annullare, o almeno diminuire sensibilmente, le quantità da smaltire.

Strategia Rifiuti Zero e Definizione

Il modello si basa su una strategia ben definita in un documento adottato dai partecipanti al 5° Convegno Internazionale sulla Strategia Rifiuti Zero tenutosi a Napoli ormai 10 anni fa, di cui si riportano alcuni passi cruciali:

– La strategia “rifiuti zero” è attualmente il modo più veloce ed economico attraverso cui i governi locali possono contribuire alla riduzione dei cambiamenti climatici, alla protezione della salute, alla creazione di posti di lavoro “verdi” e alla promozione della sostenibilità locale.

– La gestione sostenibile delle risorse passa attraverso il raggiungimento di tre obiettivi generali:
1. responsabilità dei produttori, a monte del processo produttivo: produzione e progettazione
industriale;
2. responsabilità della comunità, a valle: modelli di consumo, gestione dei rifiuti e smaltimento;
3. responsabilità della classe politica, per coniugare responsabilità industriale e della comunità in un contesto armonioso.

– Ognuno di noi produce rifiuti e pertanto è un elemento di una società non sostenibile. Nonostante ciò, con una buona leadership politica, ognuno di noi può essere coinvolto in un processo diretto verso una società sostenibile.

– Una buona leadership politica tratta il cittadino come un alleato chiave nella lotta per la protezione della salute dell’uomo e della terra e nel processo di transizione verso un futuro sostenibile.

La definizione di “Rifiuti Zero” secondo la Zero Waste International Alliance (Z.W.I.A.)
“La strategia “rifiuti zero” è al tempo stesso pragmatica ed utopica. Essa cerca di emulare la sostenibilità dei cicli naturali, dove tutti i materiali eliminati diventano risorse per altri. “Rifiuti zero” significa prodotti pensati, progettati e realizzati in modo da ridurne drasticamente il volume ed eliminare la tossicità del rifiuto, conservare e recuperarne tutte le risorse, senza ricorrere a pratiche di incenerimento o sotterramento“.

Se un prodotto non può essere riutilizzato, riparato, ricostruito, rinnovato, rifinito, rivenduto, riciclato o compostato allora deve essere ridotto, ridisegnato o rimosso dalla produzione”.

Dove nasce questa definizione e questo modello

Paul Connett, Professore emerito di Chimica ambientale all’Università Saint Lawrence di Canton, New York, è l’ideatore della strategia rifiuti zero. In un’intervista a La Stampa di qualche anno fa ha spiegato bene i ruoli dei cittadini,  della politica e dell’industria nel passaggio al “rifiuti zero”.

«Un ruolo importante lo gioca secondo me la passione con cui qui le persone si fanno coinvolgere, perché questa può essere una battaglia frustrante alle volte, e servono sentimenti forti per non arrendersi. Un altro fattore è l’autonomia che i sindaci in Italia hanno rispetto ad altri paesi. In Italia la burocrazia entra in gioco più a livello regionale e nazionale, ma sul locale la politica è in grado di portare cambiamenti in maniera rapida».

E ancora, racconta: «In Italia tutto ha avuto inizio con la battaglia contro l’inceneritore di Capannori, che è poi diventato il primo Comune Italiano ad adottare i dieci passi, quello è stato un esempio perfetto di democrazia in azione».

È stato proprio Capannori infatti, comune con 46.000 abitanti in provincia di Lucca, il primo in Italia ad aderire alla strategia Rifiuti Zero, nel giugno 2007, prevedendo tra le altre cose di raggiungere obiettivi molto ambiziosi in tempi stretti:

  • 60% di raccolta differenziata entro il 2008;
  • 75% di raccolta differenziata entro il 2011;
  • impegno mirato alla riduzione della produzione dei rifiuti;
  • adozione, a partire dal 2008, di un sistema tariffario basato sull’effettiva quantità di rifiuti prodotti (azione non ancora realizzata, ma “compensata” da sgravi ed incentivi a favore dei comportamenti più virtuosi);
  • costituzione dell’Osservatorio comunale verso Rifiuti Zero.
Cosa hanno fatto a Capannori?

Il Comune ha agito fin da subito attraverso la raccolta differenziata e il riciclaggio. Il primo elemento su cui l’amministrazione comunale è intervenuta è stato il sistema della raccolta dei rifiuti. Verificato che il metodo industriale e meccanizzato- con l’utilizzo di grandi mezzi e grandi cassonetti-porta ad un costante aumento della produzione dei rifiuti e non consente un pieno sviluppo della raccolta differenziata (che rimane quasi sempre sotto il 35%), è stato riorganizzato il servizio. Sono stati eliminati dal territorio i cassonetti stradali ed è stata attivata la raccolta domiciliare “porta a porta”, con campagne informative e di sensibilizzazione e la consegna a tutte le famiglie degli strumenti utili per la raccolta differenziata.

Il sito rifiutizerocapannori.it raccoglie dati, modalità ed esperienze e mostra come le adesioni siano già presenti un po’ in tutta Italia. Elenca soprattutto e dettaglia i dieci passi della strategia: il metodo che, a partire dalla separazione corretta alla fonte, al porta a porta, al compostaggio, al riutilizzo post riparazione, al riciclo spinto e al recupero, conduce a un azzeramento quasi totale del rifiuto.

Cosa rimane fuori? Quello che non rientra nelle fasi precedenti, ovvero le plastiche non riciclabili, non recuperabili, a partire dagli oggetti usa e getta. Per questi devono essere trovate alternative, soluzioni diverse, come per altri oggetti, per i quali è necessario e indispensabile un ripensamento all’origine e una riprogettazione.

I Dieci passi  verso  Rifiuti Zero Fonte immagine cdn.livenetwork

1. separazione alla fonte: organizzare la raccolta differenziata. La gestione dei rifiuti non e’ un problema tecnologico, ma organizzativo, dove il valore aggiunto non è quindi la tecnologia, ma il coinvolgimento della comunità chiamata a collaborare in un passaggio chiave per attuare la sostenibilità ambientale.

2. raccolta porta a porta: organizzare una raccolta differenziata “porta a porta”, che appare l’unico sistema efficace di raccolta differenziata in grado di raggiungere in poco tempo e su larga scala quote percentuali superiori al 70%. Quattro contenitori per organico, carta, multi materiale e residuo, il cui ritiro è previsto secondo un calendario settimanale prestabilito.

3. compostaggio: realizzazione di un impianto di compostaggio da prevedere prevalentemente in aree rurali e quindi vicine ai luoghi di utilizzo da parte degli agricoltori.

4. riciclaggio: realizzazione di piattaforme impiantistiche per il riciclaggio e il recupero dei materiali, finalizzato al reinserimento nella filiera produttiva.

5. riduzione dei rifiuti: diffusione del compostaggio domestico; sostituzione di stoviglie e bottiglie in plastica; utilizzo dell’acqua del rubinetto (più sana e controllata di quella in bottiglia); utilizzo dei pannolini lavabili; acquisto alla spina di latte, bevande, detergenti, prodotti alimentari; sostituzione degli shoppers in plastica con sporte riutilizzabili.

6. riuso e riparazione: realizzazione di centri per la riparazione e il riuso in cui beni durevoli, mobili, vestiti, infissi, sanitari, elettrodomestici, vengono riparati, riutilizzati e venduti. Questa tipologia di materiali, che costituisce circa il 3% del totale degli scarti, riveste però un grande valore economico che può arricchire le imprese locali, con un’ottima resa occupazionale, dimostrata da molte esperienze in Nord America e in Australia.

7. tariffazione puntuale: introduzione di sistemi di tariffazione che facciano pagare le utenze sulla base della produzione effettiva di rifiuti non riciclabili da raccogliere. Questo meccanismo premia il comportamento virtuoso dei cittadini e li incoraggia ad acquisti più consapevoli.

8. recupero dei rifiuti: realizzazione di un impianto di recupero e selezione dei rifiuti, in modo da recuperare altri materiali riciclabili sfuggiti alla raccolta differenziata, impedire che rifiuti tossici possano essere inviati nella discarica pubblica transitoria e stabilizzare la frazione organica residua.

9. centro di ricerca e riprogettazione: chiusura del ciclo e analisi del residuo a valle di raccolta differenziata, recupero, riutilizzo, riparazione, riciclaggio, finalizzata alla riprogettazione industriale degli oggetti non riciclabili, e alla fornitura di un feedback alle imprese (realizzando la Responsabilità Estesa del Produttore) e alla promozione di buone pratiche di acquisto, produzione e consumo.

10. azzeramento rifiuti: raggiungimento entro il 2020 dell’azzeramento dei rifiuti, ricordando che la strategia “Rifiuti Zero” si situa oltre il riciclaggio. In questo modo “Rifiuti Zero”, innescato dal “trampolino” del porta a porta, diviene a sua volta “trampolino” per un vasto percorso di sostenibilità, che in modo concreto ci permette di mettere a segno scelte a difesa del pianeta.

Altre Fonti:
http://www.rifiutizerocapannori.it/rifiutizero/#
https://ilmanifesto.it/rifiuti-zero-vi-spiego-come-si-fa/
https://www.lastampa.it/2014/07/28/scienza/paul-connett-i-dieci-passi-verso-rifiuti-zero-xdvo3rF7wM7aOuUx4Ij5XO/pagina.html

Verso Rifiuti Zero: intervista ad Alessio Ciacci

Immagine di copertina: Disegno di Armando Tondo

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