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Mobilità: perché le formiche non si incolonnano nel traffico?

People For Planet - Ven, 10/25/2019 - 09:00

Un gruppo di ricercatori ha osservato come le formiche siano in grado di mantenere un flusso regolare anche quando il loro numero aumenta vertiginosamente su uno stesso percorso. Che vuol dire? Che alle colonie di formiche non capita mai di esasperarsi mentre sono bloccate nel traffico, nonostante il loro pendolarismo senza fine, perché si muovono senza intoppi, molto meglio di noi, indipendentemente dalla lunghezza del tratto di strada da fare e indipendentemente dal fatto che, notoriamente, viaggiano sempre in colonna, ma non si fermano mai. Com’è possibile? E cosa possono imparare da loro le nostre strade e autostrade, i nostri automobilisti?

Un trasporto efficiente è fondamentale per la mobilità, ma anche per la funzione cellulare e la sopravvivenza di gruppi di animali“, scrivono gli scienziati del Research Center on Animal Cognition (CNRS) e dell’Università dell’Arizona, che hanno pubblicato il loro studio, pubblicato su eLife. Guardando al “traffico animale”, il team ha puntato gli occhi sulle formiche, perché, “nonostante la loro semplicità comportamentale, sanno gestirsi perfettamente per evitare la formazione di ingorghi ad alta densità“, hanno aggiunto.

Il team ha condotto 170 esperimenti per osservare come si spostano le formiche tra il loro nido e una fonte di cibo, scoprendo che quando la densità del traffico aumenta, i flussi di formiche prima si gonfiano e poi si stabilizzano, a differenza del traffico umano che, al di sopra di una certa densità, rallenta fino a fermarsi.

Questo succede quando il livello di densità (di veicoli o corpi) supera il 40% per gli esseri umani, mentre nelle colonie di formiche il flusso di traffico non ha mostrato segni di declino, mai, neppure quando la densità ha raggiunto l’80%.  Scrivono i ricercatori che “gli esperimenti hanno rivelato che le formiche adattano il loro comportamento alle circostanze, accelerano a densità intermedie, evitano collisioni a densità elevate ed evitando di entrare in piste sovraffollate”. In poche parole, le formiche, a differenza nostra, rispetto sempre quel che noi chiamiamo distanza di sicurezza.

Inoltre, a differenza degli umani, le formiche evitano la “trappola del traffico” grazie a un insieme di regole molto fluide, che adattano il loro comportamento al flusso. In definitiva, mentre le persone pensano al traffico come a un ostacolo per la propria personale traiettoria, e reagiscono pensando solo al proprio obiettivo, la formica pensa a se stessa come parte del traffico, come una parte del tutto, e si applica perché i suoi movimenti restino fluidi con il resto del gruppo.

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Con le “elettriche” le auto cambiano il modo di fare pubblicità

People For Planet - Ven, 10/25/2019 - 07:00

I big dell’automotive, negli ultimi anni, si sono ritrovati a dover realizzare campagne per convincere ad acquistare veicoli nuovi – ibride, elettriche – con caratteristiche per lo più ignote alla maggior parte dei consumatori. I messaggi pubblicitari stanno cambiando, ma forse non lasciano il segno come vorrebbero.

Cambiano le auto, cambia la pubblicità

Negli Stati Uniti è stato realizzato un esperimento interessante. Sono stati mandati 308 volontari nelle concessionarie di 10 Stati e questi hanno riferito che quasi nella metà dei casi le auto elettriche non erano pubblicizzate in maniera adeguata, che le plug-in non erano ben visibili nei parcheggi dei rivenditori, che spesso i test-drive non si potevano fare perché le auto non erano state ricaricate. Un certo numero di analisti sostiene poi che i produttori non investano ancora somme adeguate per pubblicizzare le auto elettriche, al punto che Fiat Chrysler Automobiles non avrebbe speso nulla per reclamizzare la Fiat 500e negli Usa, e Nissan, Toyota e Ford hanno investito soltanto una frazione esigua del budget per far conoscere ai consumatori potenziali le caratteristiche di Leaf, Prius Prime, Fusion e C-Max Energi. Non ne vale forse la pena? O forse per qualcuno la pubblicità non serve più ad aumentare le vendite? Di sicuro resta utilissima per costruire l’immagine di un brand e la sua reputation.

Fino a poco tempo fa i messaggi pubblicitari mostravano auto simili a robot, mostri tecnologici, aggressivi, pronti a sfidare la strada. Oggi il registro è in parte cambiato, ci si scontra con consumatori a cui non importa nulla di possedere un’auto perché vivono in un mondo in cui la sharing economy ha cambiato il volto della mobilità nei grandi centri urbani. L’auto è tra i nemici numero uno dell’ambiente, non è più simbolo di libertà e spensieratezza ma responsabile della cattiva qualità dell’aria che respiriamo. L’auto non è più uno status symbol per moltissime fasce di consumatori. Tocca allora alla comunicazione dare all’auto un’identità nuova, tessendo una narrazione che vede protagonista uno stile di guida eco-friendly, il rispetto del Pianeta e l’abbandono dei carburanti tradizionali. Peccato però che questi modelli inquinino lo stesso, seppur molto meno, che costino ancora molto, che i consumatori restino perplessi sulle performance e che con i messaggi pseudo-ambientalisti si rischi di scadere nel greenwashing (un neologismo per intendere le operazioni di marketing ecologico con poca realtà davvero attenta all’ambiente). Oltre tutto, dati alla mano, il trend ambientalista si è tradotto nella ricerca di altre soluzioni per spostarsi più che nell’acquisto in massa di veicoli più green.

Fare pubblicità a un’auto oggi è tutt’altro che semplice, ma ha ragione Ford: non è il caso di risparmiare. E alla fine tutti investono ugualmente, se non altro per questioni di immagine. E alcune strategie di comunicazione si rivelano molto interessanti.

Volkswagen riparte dal Dieselgate… e non lo nasconde!

Decisione coraggiosa, quella di inserire in uno spot un errore così clamoroso, lo scandalo Dieselgate del 2015. Volkswagen ha deciso di sottolineare l’ammissione di colpevolezza e di renderlo un nuovo “punto zero” della propria storia. Si riparte da lì, con tante scuse, cercando di contrapporre a quella fase critica e allo sbaglio una nuova epoca e nuove auto. “In the darkness, we found the light”, recita il playoff di uno spot perfetto dal punto di vista narrativo, che parla alla pancia del consumatore. Uno spot proiettato peraltro in un’occasione di spicco, le NBA Finals. La fenice rinasce dalle proprie ceneri, in un nuovo contesto fatto di nuove tecnologie e di nuove opportunità. La svolta è incarnata da Buzz, il furgone elettrico, erede del mitico T2.

Audi sfida Tesla al Super Bowl

Altra occasione di visibilità estrema, quella scelta da Audi per mostrare e-tron, il suo primo modello elettrico, dato come rivale delle auto Tesla e in vendita dal 2021. Da notare che uno spazio pubblicitario al Super Bowl costa 5 milioni di dollari, molto denaro anche per uno storico produttore di auto che ha un budget massiccio a disposizione; basti pensare ai competitor citati in precedenza che invece non investono molto – ed è un eufemismo – sulla sponsorizzazione di modelli elettrici. Anche in questo caso, lo storytelling tenta di far colpo sui sentimenti più profondi dello spettatore: nello spot, un giovane attraversa un campo fino alla casa del nonno, che lo attende sulla soglia e lo conduce in garage, dove gli mostra il nuovo e-tron, l’auto del futuro. È solo un sogno purtroppo, un sogno in cui però è chiaro che il passato apre simbolicamente le porte al futuro. L’intento è altrettanto chiaro: Audi ci tiene a mostrarsi protagonista della transizione.

Le polemiche sullo spot anti-elettrico della Toyota

A far discutere più di tutti è stata però la Toyota, che decide di prendere in giro le auto elettriche. In questo, con protagonista la Corolla Hybrid, l’auto attraversa temporalmente tutti gli step del mondo della mobilità partendo dalle corse a cavallo, finché non supera anche un’auto elettrica in sosta per la ricarica. E qui scatta la polemica, perché Toyota etichetta la sua auto come “self charging”, mostrando ancora una volta di voler scommettere non sull’elettrico ma, appunto, sull’ibrido, che secondo la casa produttrice presenta meno problemi di affidabilità e non presenta la seccatura della ricarica.

Quanto è sincero uno spot?

La risposta ironica a questa domanda cruciale è racchiusa in un altro spot realizzato per Toyota, in questo caso per la Auris ibrida qualche anno fa: “Guidare per credere”. A dirlo è l’attore/guidatore che al volante riceve scosse quando la macchina della verità appesa al suo collo segnala una bugia riguardo le prestazioni del veicolo.

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I sacchetti di plastica dovevano salvare l’ambiente

People For Planet - Gio, 10/24/2019 - 15:36

In un’intervista alla BBC il figlio di Sten Gustaf Thulin, l’inventore dei sacchetti di plastica, ha affermato che suo padre rimarrebbe sconvolto se vedesse in che modo la sua invenzione ha accelerato l’inquinamento ambientale. Cinquant’anni fa, l’ingegnere svedese aveva infatti progettato il sacchetto di plastica pensandolo come sostituto di quello di carta e soprattutto come contenitore da utilizzare all’infinito. La ragione che l’aveva spinto a ideare un’alternativa ai sacchetti di carta era proprio la possibilità che un domani l’uomo avrebbe potuto ridurre la produzione di carta prodotta dall’abbattimento degli alberi.  

Il fatto che le persone, invece, dopo il primo utilizzo cestinino i sacchetti di plastica per Sten Gustaf Thulin non era nemmeno concepibile. L’idea di sacchi di polietilene in un pezzo solo è stata brevettata dall’azienda di imballaggi dove lavorava l’ingegnere svedese, la Celloplast. L’obiettivo era di creare un prodotto accessibile a tutti e con un impatto ambientale sostanzialmente positivo.
Purtroppo non è andata affatto così. Le Nazioni Unite stimano che ogni anno vengono prodotti circa un trilione di sacchetti di plastica l’anno, una quantità esorbitante di plastica che soffoca gli ecosistemi marini e naturali, considerato anche che i sacchetti si decompongono dopo centinaia di anni.

Cosa ci insegna questa storia? Forse che tutto ha un costo, e che il vero successo ambientale è evitare il consumo, quando possibile, piuttosto che sostituire un prodotto.

Leggi anche: I sacchetti biodegradabili sono un flop totale?
Fare la spesa: perché non possiamo evitare i sacchetti di plastica?
Foglie di banano al posto dei sacchetti di plastica
Il boomerang dei sacchetti bio a pagamento

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Alzheimer, nuove speranze: un farmaco rallenta il declino

People For Planet - Gio, 10/24/2019 - 15:00

Contro l’Alzheimer, la forma di demenza più diffusa al mondo, potrebbero esserci nuove speranze. Potrebbe infatti essere in arrivo la prima terapia in grado di rallentare il declino cognitivo: un farmaco sperimentale che si chiama Aducanumab, ovvero un anticorpo specifico contro la proteina beta amiloide, da sempre principale indiziata nell’insorgenza di questa forma di demenza.

Prima terapia contro l’Alzheimer

Il farmaco è stato messo a punto dall’azienda statunitense Biogen, che prevede di presentarne richiesta di autorizzazione all’immissione in commercio negli Stati Uniti all’inizio del 2020: se l’immissione in commercio verrà approvata dalla Food and Drug Administration (FDA, l’Agenzia statunitense per gli alimenti e i medicinali), la molecola diverrebbe la prima terapia autorizzata per ridurre il declino clinico nella malattia di Alzheimer.

Leggi anche: Dieta mediterranea contro l’Alzheimer: al via progetto “Smartfood”

Aducanumab riduce il declino

L’annuncio arriva dalla stessa azienda, che nel marzo 2019 aveva gelato le molte aspettative riposte in questa molecola interrompendo anticipatamente i trial clinici in corso a seguito di risultati deludenti: una nuova analisi condotta su un set più ampio di dati, spiegano da Biogen, ha dimostrato però che Aducanumab funziona, è farmacologicamente e clinicamente attivo ed è  in grado di ridurre gli accumuli di proteina beta amiloide nel cervello e di rallentare il declino clinico, con un profilo di sicurezza e di tollerabilità coerente con gli studi precedenti.

«Siamo fiduciosi di poter offrire ai pazienti la prima terapia che riduce il declino clinico causato dalla malattia di Alzheimer e le potenziali implicazioni di questi risultati in patologie che presentano caratteristiche simili», ha commentato Michel Vounatsos, Amministratore Delegato di Biogen. «Di fronte a una patologia così devastante, che colpisce decine di milioni di persone del mondo, l’annuncio di oggi rappresenta davvero una speranza nella lotta contro questa malattia».

Implicazioni anche per Parkinson e Sla

Michele Vendruscolo, del dipartimento di chimica dell’Università di Cambridge ed esperto del settore, in un commento all’Ansa ha spiegato che «questo annuncio è importante perché Aducanumab, se approvato dalla FDA, sarà il primo farmaco capace di curare l’Alzheimer. Altrettanto importante è il fatto che Aducanumab dimostra che intervenire sull’aggregazione del peptide beta amiloide è un approccio terapeutico efficace: questa dimostrazione aprirà la strada per lo sviluppo di altri composti ancora più potenti per l’Alzheimer e per altre malattie neurodegenerative, inclusi Parkinson e sclerosi laterale amiotrofica».

Leggi anche: Non solo mediterranea: anche la dieta giapponese fa bene alla salute

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Poliomelite, eradicato secondo ceppo. Ne resta solo uno

People For Planet - Gio, 10/24/2019 - 12:57

“Una pietra miliare per la salute globale”. Così Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore Generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, ha definito l’eradicazione del secondo ceppo del virus della poliomelite, quello contrassegnato col numero 2 (poliovirus 2). L’annuncio dell’ufficializzazione dell’eradicazione è stato dato oggi dall’Oms, in coincidenza con il World Polio Day.

Poliomielite: un virus, tre ceppi

All’origine della poliomielite ci sono tre ceppi di uno stesso virus (poliovirus 1, 2 e 3) che, pur dando vita a una identica sintomatologia e quindi a una medesima manifestazione della patologia, differiscono tra loro per caratteristiche genetiche e virologiche che li fanno comportare come tre virus separati e, per questo, sono da combattere singolarmente.

L’ultimo caso di poliomielite causato dal poliovirus 3 (ceppo 3) è stato identificato in Nigeria nel 2012, mentre la dichiarazione dell’ultimo caso di malattia causata dal poliovirus 2 risale al settembre 2015. Ora resta solo un ceppo da sconfiggere, il poliovirus 1, presente in Afghanistan e Pakistan e di cui sono stati registrati 88 casi dall’inizio dell’anno nei due Paesi: “Rimaniamo fortemente impegnati per assicurare che tutte le risorse necessarie siano messe in campo per eradicare tutti i ceppi”, ha precisato Ghebreyesus.

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Ricostruire Gaza grazie a mattoni fatti di cenere

People For Planet - Gio, 10/24/2019 - 10:00

Sostituire gli aggregati e la sabbia, ingredienti essenziali per la produzione di calcestruzzo e importati da Israele, con le macerie di Gaza. Ci è riuscita una donna che tra quelle macerie ci è cresciuta e ha studiato, Majd Mashharawi, ingegnere civile presso l’Università islamica di Gaza.

Durante il percorso universitario, inizialmente affiancata da un’altra donna, la collega Rawan Abdulatif, Majd si è focalizzata sul problema principale della sua terra, la ricostruzione degli edifici distrutti, resa sempre più difficile dalla necessità di importare cemento e altri ingredienti proprio da Israele, che da anni detiene il monopolio dei flussi di persone e merci sul territorio palestinese, con forti limitazioni.

Nel 2007 Israele mise al bando i materiali da costruzione a Gaza per timore che si rivelassero a “doppio uso” ed evitare che venissero utilizzati per costruire bunker e altri edifici militari. La misura restrittiva è stata periodicamente inflitta a Gaza e ancora oggi gli abitanti palestinesi devono passare innumerevoli controlli e ottenere permessi da svariate agenzie governative prima di potere importare cemento e altri materiali edilizi per ricostruire o completare le proprie abitazioni. Una relazione stima che solo un terzo del cemento necessario per la ricostruzione ha superato il confine.

La scarsità di forniture ha fatto salire il prezzo del cemento mentre decine di migliaia di persone sono ancora sfollate o senzatetto. I mattoni sostenibili (green cake) nascono dal bisogno di compensare la necessità del cemento con elementi sostenibili ed economici: «Abbiamo scoperto – dice Majd – che non possiamo sostituire completamente il cemento, possiamo ridurre la quantità che usiamo nella miscela ma non possiamo sostituirlo.»

Le fabbriche di asfalto di Gaza producono circa 6 tonnellate di cenere (un sottoprodotto della combustione del carbone e del legno) alla settimana, da qui l’idea: invece di seppellire le ceneri nel terreno e nelle discariche (pratica tanto diffusa in Palestina quanto pericolosa perché inquina suolo e falde acquifere) Mashhrawi e Abdulatif hanno iniziato a utilizzare la cenere come riempimento per blocchi, prendendo esempio dalle famiglie, che con lo stesso tipo di cenere riscaldano le proprie abitazioni e cucinano.

Da materiale di scarto altamente dannoso per l’ambiente a speranza per il futuro, la cenere è quel che rimane in Palestina, ma Mashhrawi, che oggi continua da sola la ricerca, è più determinata che mai a ripartire proprio da lì, dalla cenere. Solo la guerra del 2014 ha distrutto circa 18.000 abitazioni e ha danneggiato oltre 200.000 edifici. Edifici che grazie alla determinazione di una donna ingegnere potrebbero risorgere dalle proprie ceneri. Letteralmente, come dimostra questo video:

Leggi anche:
Edifici che si ricostruiscono coi mattoni riciclati direttamente sul posto
Ristrutturare green: soluzioni, materiali, risparmi

Immagine di copertina di Norsk Folkehjelp Norwegian People’s Aid

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Storie strane, divertenti, impossibili

People For Planet - Gio, 10/24/2019 - 09:00

Nel mare di notizie tragiche ogni tanto si incontra qualche storia che dimostra che l’essere umano ha momenti in cui stacca la spina, combina un guaio, si diverte.

Mio padre diceva sempre che ogni giorno abbiamo 5 minuti di “mona”, parola veneta intraducibile che in questo contesto significa un momento in cui si è particolarmente stupidi, imbranati. Possono passare mesi, diceva, in cui durante quei 5 minuti si dorme ma se sei sveglio ti capitano quelle cose in cui pensi immediatamente dopo: «Ma dove avevo la testa?» Niente paura, sono i 5 minuti di “mona” che hanno colpito.
E sono internazionali, come dimostra questa breve raccolta di notiziole.

Arrestato il broccolo!

È stato arrestato a Londra durante una manifestazione del movimento ambientalista ‘Extinction Rebellion’ un uomo perfettamente vestito da broccolo con in mano un cartello con scritto ‘Sono di provenienza locale e rispettoso dell’ambiente’.
Esultanza tra tutti i bambini del mondo: sempre detto loro che i broccoli sono cattivi.

Maestro, i pantaloni!

Il concerto “China Nights” organizzato al Teatro Dal Verme di Milano per celebrare i 70 anni della Repubblica popolare cinese era quasi finito quando al direttore d’orchestra Mihai Tang sono caduti i pantaloni. Invidiabile l’aplomb degli orchestrali che hanno continuato a suonare come se il maestro non fosse rimasto in mutande.
Potete vedere il video su Repubblica

Renzi come Harry Potter

Si tratta di un video che l’ex premier ha filmato per lanciare l’evento alla stazione Leopolda. Si vede Renzi che esce da un portone con fare baldanzoso. Ma il portone è chiuso, proprio chiuso.
Renzi ha imparato a passare dalle porte senza aprirle?
Qui il video

Troppo basso!

Il 5 ottobre in Indonesia si è organizzata una bella parata miliare per celebrare il  74esimo anniversario delle Forze Armate. Tra le altre iniziative un elicottero doveva esibirsi davanti al pubblico ammirato. Peccato che volasse troppo basso e lo spostamento d’aria delle pale ha fatto volare i teloni decorativi e il gazebo dove si trovava l’orchestra militare. Nessun ferito, tranne l’orgoglio dell’esercito.

Il cinghiale perde acqua!

L’idea non era male: simulare un incidente d’auto per colpa di un cinghiale particolarmente aggressivo. È successo a Tempio Pausania quando due uomini hanno richiesto l’intervento della forestale esibendo anche il cadavere dell’animale che secondo loro aveva invaso la carreggiata provocando l’incidente. Peccato che il veterinario chiamato dai forestali abbia constatato che la povera bestia era morta per ben altri motivi e soprattutto era stata scongelata da poco.
I due rischiano la reclusione da uno a cinque anni e di diventare vegani.

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Dichiarazioni di emergenza climatica? Sì, purché contengano l’«act now»: agire ora e senza mezzi termini

People For Planet - Gio, 10/24/2019 - 07:00

Le Dichiarazioni di emergenza climatica stanno prendendo campo ovunque; Governi centrali e locali che, all’estero ma anche in Italia, sulla spinta di una rivolta pacifica e a macchia d’olio che chiede impegni da parte di tutti, sono chiamati a fare scelte coraggiose, a dichiarare l’emergenza climatica e ad agire subito concretamente

Agire senza vie di mezzo e senza titubanze: con la dichiarazione di emergenza ambientale si mira a questo; è quello che chiedono i movimenti di ribellione pacifica è quello che gli stessi amministratori locali chiedono ai governi centrali. E chiedono con forza e decisione prese di coscienza e azioni conseguenti, affinchè non restino parole vuote o che portano a risultati minimi ed insufficienti.

In Canada, in Australia, nel Regno Unito, e negli Stati Uniti e Svizzera, è concentrata oggi la maggior parte delle amministrazioni locali, corrispondenti a 43 milioni di cittadini, che hanno dichiarato lo stato di emergenza climatica. Tra queste città importanti come Londra, Basilea, New York, San Francisco, Melbourne ed Edimburgo.

Il report dello scorso 8 ottobre dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) parla chiaro ed evidenzia come la soglia massima di sicurezza di aumento della temperatura media globale (1,5 °C) rischi di essere superata nel 2030 se non si interverrà urgentemente, e che il superamento di tale soglia comporterà alterazioni climatiche irreversibili.

In Italia fino a luglio 2019 hanno preso atto di questa emergenza: Torino, Milano, Napoli, Siracusa, Lucca; e anche altri comuni piccolissimi, come Acri, in Calabria, ufficialmente il primo italiano a ratificare il 19 aprile scorso l’emergenza climatica.

Il nostro governo nazionale non ha riconosciuto la gravità della situazione: in Senato il 5 giugno scorso è stata respinta, tra le proteste degli attivisti dei Fridays for Future, la mozione in cui veniva richiesta la dichiarazione di emergenza climatica in Italia, a favore di una più vaga volta “a combattere i cambiamenticlimatici con una spinta a nuove azioni sostenibili”; e dunque sono i movimenti per il clima, ma anche le città ora a  decidere di farsi avanti per denunciare l’emergenza ambientale e a spingere per darsi obiettivi ambiziosi.

Duecento sindaci europei, tra cui quelli di Milano, Bologna, Firenze, Arezzo, Mantova, Modena, Torino, hanno firmato in maggio una lettera per chiedere all’Unione europea di stabilire un quadro più serrato e target più alti per raggiungere zero emissioni nette di gas serra entro il 2050.

La riduzione entro il 2050 però non convince dal basso, a partire dai giovani attivisti di Friday for Future, ma anche da Extinction Rebellion (XR), il nuovo movimento britannico ambientalista e pacifico che promette (e fa) azioni di ribellione nelle città per chiedere ai Governi di raggiungere invece l’obiettivo di emissioni zero entro il 2025, ovvero prima di raggiungere quei livelli di cambiamento che prospetta l’IPPC, e senza aspettare il 2050.

Sul movimento XR leggi anche: Extinction Rebellion, il movimento della ribellione pacifica per salvare il pianeta

Il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità e la devastazione planetaria non hanno subito alcun arresto, nonostante i vani tentativi di trasformare il settore economico, di regolare le emissioni, di proteggere la biodiversità. Le misure adottate fino a oggi sono state timide e fondate sul compromesso. La tassazione ambientale in Italia è in crescita dal 1980 a oggi, ed è passata da 20 a circa 60 miliardi di euro l’anno (3,5% del Pil e 8% del totale delle imposte e contributi). Solo una piccola parte di questo gettito deriva da imposte che hanno come base imponibile l’inquinamento o l’uso di risorse: solo l’1%!

Si diffonde così questa rivolta pacifica, colta, creativa, dei sit in, della mobilitazione, che non smuove solo le coscienze. Sempre più cittadini comprendono quanto critica stia diventando la trasformazione globale: siamo in quella condizione in cui il riconoscimento di una enorme minaccia comune può essere un innesco politico formidabile per grossi cambiamenti, che si tratta poi di governare o di subire.

E quindi ci vuole più coraggio

Ci vogliono scelte radicali e solide subito. Senza mediazioni e senza dilettantismo.

E il coraggio, secondo tutti i movimenti, devono avere per primi i Comuni e i Sindaci, il livello amministrativo che vive più a stretto contatto coi cittadini e i loro problemi, che sempre più spesso sono legati al clima e all’ecologia. Sì, perché non dobbiamo considerare la sola emergenza climatica: c’è anche una crisi ecologica, che forse è meno mediatica, ma non meno importante. Entrambe sono drammatiche, perché sappiamo bene l’importanza del mantenimento della biodiversità per tutti i cicli vitali: un esempio per tutti, se spariscono – come sta accadendo a ritmi serrati – gran parte degli insetti volanti e non (inclusi gli impollinatori), siamo spacciati anche noi.

La politica non fa dunque abbastanza per avviare la conversione ecologica, non ci sono impegni coraggiosi, non sono la priorità nell’agenda politica di qualsiasi governo, dal Presidente del Consiglio fino all’amministratore del più piccolo dei Comuni.

E la dichiarazione di emergenza ambientale è un atto politico importante che se è solo simbolico risulta, agli attivisti, agli esperti, ma a noi tutti interessati a vedere un cambiamento di rotta,  solo uno specchietto per allodole.

Per questo viene chiesto ai governi e alle imprese di agire ora, per trasformare i loro modelli  i modelli di economia circolare e intraprendere politiche radicali per rendere le attività umane sostenibili sia ambientalmente che socialmente: perché l’innovazione tecnologica sia a beneficio della collettività, per tutelare i lavoratori e i soggetti deboli della società, per arrestare lo sfruttamento delle risorse oltre i limiti naturali di rigenerazione e darsi tempi certi per arrivare alla completa de-carbonizzazione delle fonti di energia a favore di quelle rinnovabili.

Le risoluzioni per dichiarare l’emergenza climatica ed ecologica non da meno sono uno strumento importante, se risponde a queste esigenze, e proprio perché in questi atti si riconosce la gravità di una situazione in corso e in peggioramento se non verranno presi provvedimenti, non può essere accettabile un atto senza impegni concreti e coerenti con la parola “emergenza”.

Quell’act now chiesto a gran voce dai movimenti, ma anche e soprattutto dagli scienziati, dagli esperti di ambiente ed ecologia, da chi si occupa di ambiente e non solo da ora, si può tradurre in “mettiti subito in azione Sindaco”, segui un percorso davvero coraggioso! che comprenda pianificazione e investimenti (e coerente allocazione di risorse) di sostegno:

  • sull’economia verde e circolare (pdf Ministero Governo) sia per le imprese che urbana (aumento spinto della differenziata, tutti i principi del “rifiuti zero”),
  • sulla mobilità sostenibile (veicoli elettrici, incremento percorsi ciclabili), alla sostituzione progressiva di approvvigionamenti da fonti fossili e rinnovabili (reddito energetico/incremento pannelli, efficientamento edifici, biogas),
  • sull’agricoltura biologica (distretti biologici e impegno contro i pesticidi),
  • sulla ri-mappatura e all’incremento significativo del verde urbano (pianificazione del verde, progetto orti urbani, nuovi nati, isole verdi, manutenzione senza danneggiare),
  • sugli acquisti ecocompatibili da parte delle PA e per la sensibilizzazione sui i consumi ecocompatibili per i cittadini e giovani generazioni (plastic free nelle scuole e negli edifici pubblici, ai pubblici eventi, incremento quote acquisti verdi, riuso degli oggetti, riprogettazione per il riciclo e recupero dei beni).

E sempre dai movimenti e dai loro attivisti, come per gli scienziati e gli esperti di ambiente ed ecologia,  c’è anche un altro messaggio, e questo vale per tutti:  perché tutti siamo chiamati a fare scelte che, se non sono proprio definibili coraggiose, almeno ci portano fuori dalla nostra zona di confort per aprire completamente il nostro sguardo all’emergenza. Il nostro “benessere e stile di vita” attuale è incompatibile con la vita sul pianeta per le prossime generazioni. Per vivere come stiamo facendo in Italia avremmo bisogno di 2,6 pianeti – e questa è scienza, non un’opinione politica.

Pertanto non dobbiamo vivere nelle caverne, precisano, ma bisogna cambiare la nostra economia a partire dalle nostre scelte. E modificarle tutti, senza stravolgerle ma farlo fin da subito.

Altre Fonti:

https://www.ipcc.ch/2019/

https://extinctionrebellion.it/

Immagine di copertina: Armando Tondo

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Michele Dotti: l’albero dei soldi

People For Planet - Gio, 10/24/2019 - 07:00

Per sensibilizzare la popolazione del mondo sull’importanza di piantare alberi per il nostro benessere, Michele Dotti ha creato l’albero dei soldi, attirando una certa attenzione da parte dei passanti…
Secondo voi quanto valore economico genera un albero all’anno?

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Guarda e leggi anche:
Michele Dotti: la sua (straordinaria) casa ecologica
Dalle Filippine la legge più green di sempre: piantare alberi per laurearsi
Piantare alberi per la salute di tutti: persone e pianeta

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Le tecnologie del futuro (Infografica)

People For Planet - Gio, 10/24/2019 - 06:38

Batterie multiuso, energia dal mare, il tanto blasonato 5G, l’agricoltura di precisione… cosa ci aspetta il futuro?

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

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Pareri non richiesti e luoghi comuni: 5 cose da non dire alle persone con disabilità

People For Planet - Mer, 10/23/2019 - 15:43

Dalla signora che si complimenta perché vai al lavoro “così ti tieni occupata”, a quella che chiede “ma chi è questo bel ragazzo, tuo fratello?”, passando per il giovane che “mamma mia sei una grande! Io al posto tuo mi sarei già buttato da un ponte, davvero!”.

Le frasi che “fanno salire il crimine”

Sono diverse (e spesso pessime) le osservazioni e le considerazioni che le persone con disabilità si sentono rivolgere dai cosiddetti “normodotati”.
A stilare una sorta di “Top five” delle cose da non dire a una persona con disabilità ci ha pensato Marina Cuollo, scrittrice e umorista, che in un video pubblicato sulla sua pagina Facebook interpreta – con tanto di trucco e travestimenti – cinque personaggi da lei incontrati che le hanno regalato altrettante frasi di quelle che “fanno salire il crimine”, come lei stessa afferma nel video.

“E’ passato un po’ di tempo dal mio ultimo video – ha scritto Marina nel suo post -. Per la vostra gioia stavolta mi sono avvalsa della collaborazione di più soggetti di dubbia credibilità, tra cui la famigerata Signora Concetta, esperta di luoghi comuni e dispensatrice di considerazioni non richieste“.

Cosa succede quando metti insieme le pessime uscite della gente e una videocamera? Facile, un nuovo video. Ovvero: 5 cose da non dire alle persone con disabilità.Lo so, è passato un po’ di tempo dal mio ultimo video, ma per la vostra gioia sta volta mi sono avvalsa della collaborazione di più soggetti di dubbia credibilità, tra cui la famigerata Signora Concetta, esperta di luoghi comuni e dispensatrice di considerazioni non richieste.Se non condividete ve li mando tutti a casa.

Pubblicato da Marina Cuollo su Domenica 20 ottobre 2019
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La calciatrice dalla Nazionale Elena Linari dice «sono omosessuale»

People For Planet - Mer, 10/23/2019 - 15:00

È la prima calciatrice internazionale italiana a dichiarare pubblicamente la propria omosessualità.

La calciatrice Elena Linari, giocatrice dell’Atlético Madrid e della nazionale italiana, lo ha detto ai microfoni Rai. E una cosa normale, appartenente alle libertà di orientamento personale, diventa un caso.

Prova di ciò sono le dichiarazioni dell’allenatrice della squadra azzurra Milena Bertolini che ha trovato questa dichiarazione molto «coraggiosa». «In Italia, purtroppo, per l’omosessualità e la possibilità di vivere liberamente, abbiamo ancora una mentalità arretrata», ha detto l’allenatrice in una conferenza stampa a Roma augurandosi che il coming out di un calciatore possa avere «un impatto fondamentale» per i giovani. Nel calcio, soprattutto maschile, l’omosessualità rimane un vero tabù, e questo è particolarmente vero in Italia dove frequentemente fioccano dichiarazioni omofobe. «Qui a Madrid non ho alcun problema», ha detto Elena Linari. «In Italia sono la prima ad aver paura di affrontare l’argomento perché non so come le persone potrebbero reagire. Ho paura del giudizio della gente».

La forza, però, le è arrivata dagli affetti familiari. Elena Linari ha raccontato di quando ha confidato a sua nonna, di 80 anni, la propria omosessualità. «”Ho tanta paura per te perché non siete tutelate”, mi ha detto mia nonna e io sono scoppiata a piangere. “Se le persone sono felici“, ha detto mia nonna, “non vedo dove sia il problema”»

Immagine da vivoperlei.calciomercato

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Smartphone, ecco come riciclare (in casa) il tuo vecchio amico

People For Planet - Mer, 10/23/2019 - 12:57

Sebbene il mercato spinga i consumatori all’acquisto di nuovi modelli più performanti, il problema dello smaltimento dei vecchi telefoni è un problema reale. La startup Refurbed, specializzata nella vendita di apparecchiature elettriche ed elettroniche usate e funzionanti, ha calcolato che in Italia solo il 40% di questi dispositivi viene smaltito in modo adeguato. Purtroppo, più di 1 dispositivo su 2 viene gettato nelle comuni discariche, il che significa che tonnellate di sostanze tossiche e metalli pesanti non biodegradabili vengono rilasciati nell’ambiente. Eppure si tratta di componenti e materie prime preziose, che potrebbero essere recuperate in funzione dell’economia circolare.

In quest’ottica, scegliere di acquistare un telefono rigenerato consente di sfruttare apparecchi ancora utilizzabili, in buone condizioni e a un costo decisamente ragionevole. Si stima nel 2020 in Europa il mercato dei telefoni usati varrà oltre 10 miliardi.

Nuova vita, nuovi usi

Un vecchio telefono però può ancora vivere, in altre forme. Per esempio come ripetitore Wi-Fi: scaricando app come Netshare no root thetering sul vecchio e sul nuovo telefono si può estendere la linea in punti dove non arriva. Oppure può diventare un baby monitor, ovvero come telecamera di sicurezza per tenere sotto controllo i bambini da una stanza all’altra. Anche in questo caso ci sono delle app che vanno installate sui due device: Cloud Baby Monitor, Dormi o Baby Monitor 3G.

Ancora, il vecchio smartphone può far risparmiare molto sull’acquisto di telecamere di sicurezza per interni. Posizionandolo nel modo giusto e tenendo il Wi-Fi acceso, applicazioni come Presence, Manything o AtHome Camera, inviano sul nuovo telefono notifiche su eventuali movimenti in casa. Per gli automobilisti il vecchio smartphone può diventare una dash cam, cioè una telecamera interna per tutelarsi in caso di incidenti, o un gps da lasciare attivo all’interno dell’auto quando la si parcheggia e non la si sposta per lunghi periodi.

Photo by Rodion Kutsaev on Unsplash

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Come acquistare un bene dalle aste fallimentari

People For Planet - Mer, 10/23/2019 - 10:00

Quante volte abbiamo sentito di amici e conoscenti che hanno fatto “il grande affare” comprando un bene da una vendita fallimentare… e perché a noi non è mai capitato? Forse perché non conosciamo gli strumenti per cercare e trovare quello che ci serve.

E allora oggi, con l’aiuto di due professionisti esperti nel settore delle vendite fallimentare, provvediamo a colmare questa lacuna. Ne parliamo infatti con il dott. Alessandro Torcini, commercialista di Empoli, e con il dott. Stefano Andreani, commercialista di Firenze.

Il portale delle vendite pubbliche

Dott. Torcini, per prima cosa: come funziona la pubblicità delle vendite all’asta?

«Diciamo subito che la dizione esatta è “Portale delle Vendite Pubbliche”, abbreviato in PVP. Per chi ama conoscere la fonte normativa aggiungo che è stato istituito dall’art.13, comma 1, lett. b, n.1 del Decreto-Legge 27 giugno 2015, n.83 convertito con modificazioni dalla L. 6 agosto 2015, n. 132. Perché mi sembra importante citare la norma? Perché questo provvedimento ha modificato un articolo del codice di procedura civile, l’art. 490: il codice di procedura – che è stato emanato nel 1942! – prevedeva un obbligo di affissione, mentre oggi si è creato un portale on-line dove devono essere pubblicati tutti gli avvisi di vendita relativi alle procedure esecutive e concorsuali, oltre ad altri procedimenti per i quali la pubblicazione è prevista dalla legge.»

Cos’è in pratica questo Portale? 

«Si tratta di un sito web – https://venditepubbliche.giustizia.it/pvp/ – messo a disposizione dal Ministero della Giustizia per la pubblicità delle vendite dei beni delle procedure esecutive e concorsuali in genere. Inoltre può essere utilizzato per la prenotazione delle visite e per la successiva vendita mediante asta telematica.»

Quindi tutti i beni venduti nelle aste fallimentari sono presenti all’interno del PVP?

«Certo! Quando un privato accede al sito, trova per prima cosa un motore di ricerca suddiviso in 5 macro-categorie: Immobili, Mobili, Crediti e Valori, e Altro. Una volta selezionata la categoria di interesse, la ricerca verrà affinata grazie a menu a tendina seguendo i quali si arriva a ciò che si cerca»

Abbiamo provato anche noi e confermiamo che la ricerca è davvero intuitiva e semplice. Cercando sotto “Immobili”, potremo scegliere Immobile residenziale, di qui la tipologia di abitazione, stringendo poi il cerchio nella zona che ci interessa. E questo vale anche per auto e moto, o per altri beni quali ad esempio elettrodomestici, eccetera.

Fare un’offerta

E una volta che si sia trovato quanto cercavamo? Come posso presentare la mia offerta?

«L’offerta si può presentare con varie modalità e la vendita può essere con partecipazione fisica o anche con modalità telematiche. Ogni annuncio indica chiaramente come deve essere presentata l’offerta e come si svolge la vendita. Nel caso di vendite telematiche, le istruzioni rilasciate dal ministero per la presentazione delle offerte, in questo caso – appunto – telematiche, sono reperibili a questo indirizzo web dove può essere scaricato il manuale in pdf.»

I vantaggi dell’acquisto a un’asta

Dott. Andreani, che vantaggi ha un privato ad acquistare dal PVP? In un’asta non ci sono margini di contrattazione… anzi, se ci sono più offerte il prezzo del bene aumenta.

«Quest’ultima affermazione è corretta: si tenga presente, tuttavia, che, proprio nell’interesse di quella che noi chiamiamo “la procedura” – cioè nell’interesse sia del fallito che dei suoi creditori – di solito si parte con un prezzo molto allettante, che difficilmente arriva al valore di mercato del bene anche dopo eventuali rilanci d’asta»

Quindi nella vendita pubblica c’è solo una convenienza economica?  

«Direi proprio di no, nel senso che c’è molto di più, e anche un po’ meno… Vediamo anzitutto cosa NON troviamo: quando si acquista un bene fra privati il codice civile prevede alcune garanzie per il compratore, per esempio per quanto riguarda i “vizi” dei bene (compero una lavastoviglie che, si scopre poi, non scalda l’acqua del lavaggio); sugli automezzi la legge prevede una garanzia obbligatoria; ecco, questo tipo di tutele non esiste quando si acquista per il tramite delle aste giudiziarie.»

«Però, proprio perché il bene proviene da una procedura che ne deve garantire la “bontà giuridica”, chi compera ha altre garanzie: i beni che acquisti da un’esecuzione fallimentare sono “liberi” per quanto riguarda i problemi giuridici, dalle esecuzioni/fallimenti:

  • ti arrivano “candeggiati” da ogni gravame, ipoteca, sequestri, ecc.
  • non sei soggetto a revocatorie
  • e sei hai acquistato un immobile hai una sorta di “condono permanente”, ovvero nei sei mesi successivi all’acquisto puoi sanare le irregolarità come se fosse aperto il condono edilizio»

«Dai privati tutto questo non c’è.»

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Reddito di cittadinanza, l’Inps pubblica i numeri

People For Planet - Mer, 10/23/2019 - 09:00

1,5 milioni le domande presentate per un totale di
2,28 milioni di persone coinvolte (di cui 1.47 milioni tra Sud e Isole)
118mila nuclei percettori di pensione di cittadinanza (138mila persone coinvolte)
982mila le domande accolte fino all’8 ottobre
415mila quelle respinte
126mila sono in lavorazione

39mila nuclei hanno perso il diritto: perché

5% per rinuncia del beneficiario
10% per variazione della situazione reddituale
37% per variazione della composizione del nucleo a eccezione di nascita e morte
47% per variazione congiunta della composizione e della situazione economica del nucleo

Gli assegni più alti e quelli più bassi

482,36 euro l’assegno medio mensile erogato
Il 68% (oltre 645mila) percepisce un importo mensile inferiore a 600 euro e l’1% (quasi 5mila) uno superiore a 1.200 euro
più in specifico:
613 euro mensili vengono dati ai nuclei con a carico un mutuo
212 euro (quello più basso) per chi ha la pensione di cittadinanza (over 67) e vive in affitto
il 21% dei nuclei resta sotto i 200 euro mensili (oltre 197mila)
il 3,5% dei nuclei percepisce dai 1.000 ai 1.200 euro (quasi 33mila)

Dove?

849mila nuclei (56%) al Sud e Isole
425mila nuclei (28%) nelle regioni del Nord
249mila nuclei (16%) nelle regioni del Centro .

A chi?

Nel 90% dei casi il reddito di cittadinanza risulta erogato a un italiano, nel 6% a un cittadino extra-comunitario in possesso di un permesso di soggiorno,
nel 3% a un cittadino europeo
nell’1% a familiari dei casi precedenti.

Leggi anche:
Reddito cittadinanza: come spendono i soldi gli italiani e le prime rinunce
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Reddito di cittadinanza, come funziona in 10 punti chiave
Il caso della pagina Facebook dell’Inps e il flop del reddito di cittadinanza

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La Cucina Vegana di Manuela: crema pasticcera

People For Planet - Mer, 10/23/2019 - 07:50

Ingredienti: 1 mela Bio, 300 ml di latte di mandorle non dolcificato, 2 cucchiai di amido di mais, 4 cucchiai di malto di riso, la scorza di 1 limone e 1 bastoncino di cannella.

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Guarda anche:
La Cucina Vegana di Manuela: i pancakes (video-ricetta!)
Mangiare vegan è davvero più costoso?
Tutti gli articoli della sezione Mangiare

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Ecotassa sugli aerei: cosa cambia tra gli Stati europei?

People For Planet - Mer, 10/23/2019 - 07:00

“Bisogna smettere di usare l’aereo e spostarsi in treno”. Benché nasca in bocca agli ecologisti più ortodossi e non sempre sia praticabile, la frase parte da un dubbio condivisibile da tutti: perché i treni hanno le ecotasse e gli aerei no, nonostante i primi inquinino molto meno dei secondi? Il trasporto aereo è responsabile del 4,9% del riscaldamento climatico globale, eppure, salvo in alcuni Stati, sembra godere di una sorta di immunità, esentasse, neanche a dirlo. Mentre l’elettricità usata dai treni è tassata, il carburante utilizzato dagli aerei continua a non essere tassato, né una sua eventuale tassazione viene presa in considerazione durante i vertici mondiali, non ultimo, l’accordo di Parigi, dove una tassa sugli aerei non è stata presa in considerazione.

Il Governo francese, guidato da un Emmanuel Macron sempre più deciso a proseguire la transazione ecologica che tanti problemi gli ha creato con i ‘gilet gialli’, lo scorso 9 luglio ha comunque annunciato l’introduzione di un’ecotassa sui biglietti aerei che entrerà in vigore a partire dal 2020. Concretamente, si tratterà di un sovrapprezzo variabile tra 1,50 e 18 euro per i voli in partenza dalla Francia, fatta eccezione per la Corsica e i lontani territori d’Oltremare risalenti alla colonizzazione. L’ecotassa non verrà applicata su nessun secondo volo in caso di scalo. In questo modo il Governo francese stima un gettito di 182 milioni di euro destinato a finanziare progetti di infrastrutture meno impattanti sull’ambiente, come le ferrovie. Un’iniziativa buona ma insufficiente, secondo il quotidiano francese Le Monde: «Rispetto al costo di un biglietto necessario per andare in capo al mondo, questa tassa resta un piccolo contributo. E si aggiunge ad altre che sono destinate a finanziare la sicurezza, la manutenzione degli aeroporti e le istituzioni del settore (come nel caso della Direzione generale dell’aviazione civile)».

In altri Paesi però l’ecotassa funziona benissimo, come nel Regno Unito, dove il Air Passenger Duty è stato introdotto nel 1994, varia tra i 14 e gli 86 euro e ogni anno fa guadagnare 3,34 miliardi di euro, con un disincentivo a usare l’aereo in virtù di altri mezzi più ecologici per un risparmio annuale di 300mila tonnellate di anidride carbonica in meno. È presto per escludere manovre correttive da parte della Francia rispetto all’ecotassa, certo gli esempi virtuosi a cui rifarsi sono tanti: Regno Unito, Germania, Austria, Norvegia e Svezia. L’Italia, per il momento, è esclusa dalla lista.

Foto di Holger Detje da Pixabay

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Come la tv aiuta la propaganda del leader della Lega

People For Planet - Mar, 10/22/2019 - 15:00

Alla fine sono arrivati. I dati Agicom di settembre confermano i dubbi: sulle sette reti giornalistiche Matteo Salvini rimane il politico più trasmesso. Ad agosto ha goduto di 280 minuti di parola sui telegiornali, più del triplo di tutti gli altri leader politici, Giuseppe Conte compreso, che nonostante fosse premier anche durante lo scorso governo, è stato trasmesso 128 minuti, seguito da Nicola Zingaretti (112), Luigi Di Maio (92) e Silvio Berlusconi, lontano da tutti, sia dagli altri, sia dai gloriosi anni Novanta, con appena 53 minuti di apparizioni in tv. 

Dopo la crisi di governo e il clamoroso autogol si credeva Salvini ormai fuori gioco, almeno per un po’, invece ci ha pensato la televisione a rimetterlo in campo, a dispetto delle continue lamentele del capitano, che invece lamenta censure e faziosità a suo sfavore. 

Una polemica, questa, che è stata sciolta dall’Authority, presieduta da Angelo Marcello Cardani, con le «Tabelle relative al pluralismo politico/istituzionale in tv, relative a settembre 2019» da cui emerge che né il Carroccio né il Capitano hanno subito contraccolpi mediatici. Anzi. Dai dati forniti da Agcom emerge che a monopolizzare gli spazi di parola dei singoli soggetti politici sono il premier Giuseppe Conte, primo in tutti i Tg, e Salvini nel ruolo di inseguitore. Unica eccezione è Studio Aperto dove il leader del Carroccio viene scavalcato da Silvio Berlusconi.

A settembre, Conte ha fatto un salto di visibilità, è in testa nei tempi di parola (243 minuti) tra i telegiornali Rai, Mediaset e La7, mentre Salvini si ridimensiona (160) ma continua a surclassare, di molto, gli altri leader politici. 

A minare la par condicio e la corretta informazione in Italia c’è però un fatto, meno eclatante ma tutt’altro che marginale, riguardo ai fatti della Lega: le dichiarazioni trasmesse in tv sono tutte di Salvini. Un soliloquio unico, ipnotico, che non si registra per gli altri partiti, le cui dichiarazioni si disperdono in un chiacchiericcio di voci e volti spesso senza nessun peso politico o del tutto sconosciuti al pubblico a casa. 

Nei tg della Rai, a settembre, a nome della Lega, non compare nessun altro, se non Salvini, tra i primi venti. Idem a Mediaset. Soltanto La7 affida il microfono anche ad Antonio Maria Rinaldi e Attilio Fontana. Insomma, un pluralismo solo apparente, quello in Italia. Salvini parla, parla, continua a parlare a qualsiasi microfono, semplicemente per un motivo: audience

Audience che non fa che rafforzare la sua immagine, soprattutto per l’eco che i suoi video tv, tagliati e montati ad hoc dalla “Bestia”, lo staff che cura l’immagine del Capitano, suscitano sui social mediante un preciso sistema di propagazione (questo video della giornalista Milena Gabanelli svela tutti i retroscena). 

Del resto a confermare la macchinazione è stato anche Luca Morisi, il noto consulente d’immagine di Matteo Salvini, durante una lezione organizzata da Youtrend a Torino. «Il nome della Bestia l’ho copiato dalla campagna elettorale di Barack Obama («The Beast» era proprio la struttura creata, con un peso schiacciante di internet, per arrivare alla Casa Bianca)» ha detto il quarantaseienne Morisi di fronte a 50 giovani aspiranti spin doctor. Ai quali, ha poi dato alcuni consigli. 

Eccone 7: 

  1. Pubblicare fino a 17 post al giorno.
  2. Parlare alla pancia degli italiani con messaggi che più toccano temi divisivi e più generano partecipazione.
  3. Disporre di un Tool per ascoltare il ‘sentiment’ della Rete e individuare l’argomento più discusso per partecipare al dibattito.
  4. Applicare lo schema TRT: Televisione, Rete, Territorio. 
  5. Veicolare i messaggi grazie a circa 800-1.000 fedelissimi che ricevono il link dei post su una chat WhatsApp e poi li rilanciano su ogni mezzo digitale.
  6. Profilare, fin nei minimi dettagli in barba alla privacy, gli utenti-fan.
  7. Spendere soldi, tanti soldi.

Soldi che fino a ieri provenivano anche dalle tasche dei cittadini e che ora, invece, si limitano alle donazioni, a 1/3 dello stipendio di ogni eletto della Lega, e stando alle indagini in corso, forse, anche dalla Russia. 

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Sigarette elettroniche, dall’Iss l’invito a vigilare sugli effetti

People For Planet - Mar, 10/22/2019 - 14:51

Un’allerta di grado 2 – su un totale di 3, e quindi di livello intermedio – è stata diramata riguardo alle sigarette elettroniche al ministero della Salute e agli assessorati regionali di tutta Italia dal Sistema Nazionale di Allerta Precoce dell’Istituto Superiore di Sanità. L’obiettivo è vigilare sulle malattie polmonari che possono insorgere nelle persone che utilizzano questi dispositivi alla luce dell’insorgenza delle gravi lesioni polmonari riscontrate negli Stati Uniti.

Leggi anche: Sigarette elettroniche, sottovalutato il pericolo per il cuore

Negli Usa sono stati registrati circa 1300 casi e 26 morti, soprattutto tra i più giovani, a causa della polmonite chimica, irritazione ai polmoni causata dall’inalazione di sostanze tossiche. La maggior parte aveva utilizzato prodotti per e-cig contenenti tetraidrocannabinolo (Thc, il principio attivo della cannabis), mentre altri avevano usato prodotti a base sia di Thc che di nicotina e altri ancora ricariche solo a base di nicotina.

Sotto accusa in particolare alcuni liquidi per le ricariche

I Centers for Disease Control and Prevention (CDC) statunitensi (organismo di controllo sulla sanità pubblica degli Stati Uniti d’America il cui compito è sorvegliare, prevenire e suggerire gli interventi più appropriati in caso di malattie ed epidemie, ndr) hanno segnalato che molti dei casi di polmonite chimica registrati risultano collegati all’uso di prodotti illegali, acquistati su canali non ufficiali e da rivenditori non autorizzati.

Il problema sarebbero in particolare alcune sostanze utilizzate come solventi di estrazione presenti in diverse cartucce per la ricarica. Per questo l’invito dei CDC è di non acquistare le ricariche dai rivenditori non autorizzati.

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La Serie A è tornata all’italiana, Brera ne sarebbe orgoglioso

People For Planet - Mar, 10/22/2019 - 12:00

I sogni muoiono all’alba. E l’alba, in questo caso, è l’ottava giornata del campionato di Serie A. Facciamo un passo indietro. Nel calcio è in atto da tempo una sorta di rivoluzione culturale. Che ha in Arrigo Sacchi il suo leader storico e in Guardiola il generale contemporaneo. Un altro modo di intendere il calcio, che nega il comportamento speculativo. Bisogna giocare sempre per attaccare, tenere la palla tra i piedi il più possibile. La negazione del caro, vecchio calcio all’italiana cantato da Gianni Brera di cui quest’anno è stato celebrato il centenario della nascita. Un affronto per la stella polare del giornalismo sportivo italiano. Lui che sul gioco all’italiana, di rimessa, catenaccio e contropiede, ci aveva praticamente imbastito una teoria antropologica.

Oggi Brera non sarebbe a proprio agio nel commentare il tiqui taca, il calcio delle ripartenze, delle transizioni, del possesso palla esasperato. Lui che già soffrì i successi del Milan di Sacchi. Sarebbe inorridito nel vedere che anche le cosiddette provinciali hanno sposato il calcio contemporaneo. Ai suoi tempi le provinciali erano il coriaceo Padova di Nereo Rocco, o anche – più tardi – l’Ascoli di Carletto Mazzone, giusto per fare due esempi.

Quest’anno il calcio italiano ha provato e sta provando a cambiare il corso della propria storia

Lo ha fatto partendo dal club più rappresentativo. La Juventus ha abiurato il suo calcio speculativo e ha sostituito Allegri, vincitore di cinque scudetti consecutivi, con Maurizio Sarri profeta del nuovo corso. Uno che quando sente parlare di “gestione della gara” gli viene l’orticaria. Per lui, le partite vanno aggredite non gestite. La Juventus vuole vincere l’agognata Champions e vuole farlo lasciando un’impronta col gioco. Vincere non è più l’unica cosa che conta. E al traino della Juventus si sono mosse altre squadre italiane. Il Milan ha scelto Giampaolo, il Genoa ha puntato su Andreazzoli, la Sampdoria ha preferito Di Francesco, la Roma il portoghese Fonseca, al Sassuolo è rimasto De Zerbi. Senza dimenticare Gasperini e la sua Atalanta che col quarto posto dello scorso anno hanno addirittura conquistato il diritto di giocare la Champions.

Come detto in apertura, i sogni muoiono all’alba

E una cosa è sognare il calcio scintillante delle squadre di Guardiola e Klopp, un’altra dover sopportare le traversie per una traghettamento che è tutt’altro che semplice. Sono bastati meno di due mesi per una decisa di inversione di rotta. Il Milan ha salutato Giampaolo, la Sampdoria ha dato il benservito a Di Francesco, il Genoa ha detto addio ad Andreazzoli (anche se non ha abbandonato la filosofia, affidandosi a Thiago Motta), e alla Roma Fonseca si sta rendendo protagonista di un’inattesa conversione all’italianismo. L’unico che sta resistendo è proprio il leader del partito del bel gioco: Maurizio Sarri che con la sua Juve è in testa al campionato, ha vinto a Milano contro l’Inter convincendo sul piano del gioco ed è in testa nel suo girone di Champions.

Dopo appena otto giornate di campionate, la Serie A non può essere più considerata un laboratorio calcistico. Alle prime difficoltà, i club hanno ammainato le vele, arretrato il raggio d’azione e sposato un più tranquillizzante calcio difensivo. Il calcio italiano, la Sampdoria, ha persino richiamato Claudio Ranieri che col suo modo di intendere il football – certamente non raffinato – ha compiuto la più straordinaria impresa calcistica dalla vittoria della Grecia agli Europei del 2004: la vittoria del campionato inglese con il Leicester.

Brera avrebbe sogghignato

Gli italiani non possono tradire la propria storia, è una questione di Dna. Lui, ovviamente, lo avrebbe scritto da dio e togliendosi più di qualche sassolino dalle scarpe.

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