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Aspettando la Befana… con Gianni Rodari

People For Planet - Dom, 01/05/2020 - 15:00
Mi hanno detto, cara Befana

di Gianni Rodari

Mi hanno detto, cara Befana
che tu riempi la calza di lana,
che tutti i bimbi, se stanno buoni,
da te ricevono ricchi doni.

Io buono sono sempre stato,
ma un dono mai me l’hai portato.
Anche quest’anno nel calendario
tu passi proprio in perfetto orario,
ma ho paura, poveretto,
che tu viaggi in treno diretto:
un treno che salta tante stazioni
dove ci sono bimbi buoni.

Io questa lettera ti ho mandato
per farti prendere l’accelerato!
O cara Befana, prendi un trenino
che fermi a casa d’ogni bambino,
che fermi alle case dei poveretti
con tanti doni e tanti confetti.

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CBS: migliaia di bambini migranti vittime di abusi sessuali sotto la custodia degli Stati Uniti

People For Planet - Dom, 01/05/2020 - 07:00

La CBS con un articolo di Carlo Montoya Galvez ha rivelato che migliaia di bambini migranti hanno subito abusi sessuali durante la custodia del governo degli Stati Uniti, secondo quanto emerge da documenti del Dipartimento della sanità e dei servizi umani (HHS) degli Stati Uniti.

Secondo questi documenti migliaia di accuse di abusi sessuali contro minori non accompagnati in custodia HHS sono state segnalate alle autorità federali ogni anno  dal 2015. In totale, tra ottobre 2014 e luglio 2018, 4.556 denunce di abusi sessuali sono state segnalate all’Ufficio per il reinserimento del rifugiato (ORR) – un’agenzia all’interno di HHS incaricata di prendersi cura dei minori migranti non accompagnati (mancano i dati da luglio 2018 ad oggi…)

In particolare i documenti rivelano che in 178 casi denunciati al Dipartimento di Giustizia i caregiver (il personale incaricato di aver cura dei minori separati dalle loro famiglie) hanno abusato sessualmente di minori migranti

Si tratta di bambini immigrati sottratti alla famiglia secondo le direttive dell’amministrazione Trump, “legalmente detenuti in carcere” da soli e affidati ai caregiver che sono poi spesso gli autori stessi delle violenze.

Uno dei documenti pubblicati descrive queste violenze da parte del personale delle strutture. Ai minori non accompagnati è stato mostrato materiale pornografico, sono stati baciati con la forza e sono stati oggetto di aggressioni sessuali. La maggior parte dei membri della struttura accusati sono stati immediatamente rimossi dal servizio e alcuni casi sono stati deferiti alle forze dell’ordine, secondo il documento. Alcuni membri del personale della struttura sono stati licenziati, altri sono stati poi reintegrati.

La cosa è nota ormai da alcuni mesi ma ha ricevuto scarsa eco da parte dei media. Ora è tornata d’attualità grazie a Don Winslow. 

Lo scrittore statunitense Don Winslow ha infatti rilanciato questa notizia con un tweet pubblicato il 2 gennaio. La definisce come la storia “più orripilante e non-raccontata degli ultimi tre anni: bambini rapiti dalle braccia dei genitori; bambini rinchiusi in gabbie; bambini ripetutamente abusati sessualmente”.

L’amministrazione Usa ha formalmente messo fine alla pratica di separare i bambini dalle famiglie nel giugno 2018, sotto un’ondata di proteste, ma il fenomeno continua ad essere registrato.

E ora un rapporto Onu racconta come gli Stati Uniti siano il Paese con il più alto numero di bambini privati della libertà, di cui più di 100mila sono minori migranti detenuti, tra quelli non accompagnati, separati dalle famiglie o in custodia con i genitori. Una pratica che è proibita dalla Convenzione Internazionale sui Diritti dei Bambini.

Gli Stati Uniti però non hanno ratificato la Convenzione.

L’immagine di copertina, scattata da John Moore (Getty Images), ha vinto il Word Press Photo 2019 e ritrae la piccola Yanela Sanchez, dell’Honduras, mentre lei e la madre Sandra Sanchez vengono arrestate dalla polizia di frontiera statunitense.

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I Comuni Virtuosi compiono 15 anni

People For Planet - Sab, 01/04/2020 - 10:53

Nel 2020 l’Associazione dei Comuni Virtuosi compie 15 anni e nel tempo abbiamo seguito e promosso con passione le iniziative di Marco Boschini, uno dei fondatori e oggi coordinatore.

I Comuni Virtuosi sono una rete di amministrazioni, 130 ad oggi, che si impegnano nella sostenibilità ambientale, nella mobilità ecologica, nella gestione virtuosa delle risorse e del territorio, scambiandosi idee e buone pratiche.

5 le linee di intervento principali dell’Associazione
  1. gestione del territorio e rigenerazione urbana all’insegna del principio “no consumo di suolo”,
  2. riduzione dell’impronta ecologica della macchina comunale con la riqualificazione energetica e il taglio degli sprechi,
  3. gestione dei rifiuti attraverso la raccolta porta a porta e la tariffazione puntuale della tassa sui rifiuti (paghi per i rifiuti che produci),
  4. mobilità e riduzione dell’inquinamento atmosferico,
  5. promozione di nuovi stili di vita attraverso l’economia circolare, i gruppi di acquisto, le banche del tempo.

Il primo regalo che ci fanno i Comuni Virtuosi per il loro compleanno è la messa online del film prodotto nel 2019 “Sogni Comuni – Un viaggio nelle amministrazioni virtuose”. Buona visione!

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Biocosì: il biopackaging intelligente

People For Planet - Sab, 01/04/2020 - 07:00

Intervista a Massimo Iannetta, agronomo e responsabile della Divisione “Biotecnologie e Agroindustria” di Enea, che ci presenta un progetto di valorizzazione degli scarti alimentari. Si tratta di sottoprodotti contenenti molecole di grande interesse per la cosmetica, la nutrizione, fino allo sviluppo di nuovi materiali per gli imballaggi, ad esempio.

Sapete che si può ricavare un imballaggio per il formaggio dagli scarti di lavorazione del formaggio stesso? Il progetto si chiama Biocosì flowplayer.conf.analytics = "UA-11693000-17"; flowplayer.conf.container = "#player_378"; p = flowplayer(flowplayer.conf.container, { splash: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/378/output/thumb.jpg', aspectRatio: "16:9", key: '$995340359991288', clip: { sources: [ { type: 'application/x-mpegurl', src: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/378/output/Enea-biocosi.mp4_master.m3u8' }, { type: 'video/mp4', src: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/378/Enea-biocosi.mp4' } ] } })

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Basta guerre

People For Planet - Sab, 01/04/2020 - 07:00

L’uccisione del generale iraniano Soleimani da parte degli Usa rischia di provocare una nuova guerra su vasta scala. E guerra vuol dire innanzitutto morte, sofferenza per le persone. E, anche, devastazioni ambientali di cui spesso nelle cronache non si tiene sufficientemente conto. Devastazioni i cui effetti sono destinati a durare spesso a lungo, coinvolgendo anche chi non è stato toccato direttamente dal conflitto e perfino le generazioni future.

Gli effetti negativi dei conflitti armati sull’ambiente sono iniziati a crescere in modo esponenziale a partire degli anni Sessanta. Da allora le armi impiegate si diffondono nell’aria e nell’acqua senza fermarsi ai confini dei singoli Stati e hanno effetti sulla salute e sull’ambiente che spesso non conosciamo bene e che sono destinati a durare nel tempo.

Ecco solo alcuni esempi.

Vietnam

In Vietnam, per cercare di piegare la resistenza del nemico protetto da foreste impenetrabili, gli Usa svilupparono erbicidi e defolianti particolarmente potenti per distruggere la vegetazione. A partire dal 1962 aerei da trasporto C123 furono utilizzati per spargere diversi tipi di defolianti tra cui il famigerato agente arancio che ha provocato e provoca tuttora gravi malformazioni a chi vi entra in contatto e assieme distrugge la flora e la fauna con effetti a lungo termine. Molti lanci furono mirati anche contro campi coltivati con l’intento di affamare i vietcong. Alla fine del conflitto risultarono cancellati circa 325.000 ettari di superficie e conseguentemente furono depauperati gli ecosistemi di enormi foreste che ospitavano una grande biodiversità. Inoltre l’utilizzo indiscriminato dei pesticidi sulle foreste di mangrovie trasformò ampi tratti del delta del Mekong in pianure fangose.

Iran – Iraq (1980-1988)

Un altro esempio di devastazione della biodiversità è stata la drastica riduzione della popolazione di palme da datteri durante la guerra Iran-Iraq (il numero di palme produttive è passato da 16 milioni di prima della guerra a meno di 3 milioni).

Prima Guerra del Golfo (1991)

Durante la prima guerra del Golfo, nel 1991, oltre 700 milioni di litri di petrolio si riversarono nel Golfo Persico. Circa 300 km di costa del Kuwait e dell’Arabia Saudita furono coperte di greggio, con conseguente danneggiamento di zone umide e di paludi.
Per ostacolare l’avanzata delle truppe Usa e non lasciare nelle loro mani il petrolio gli iracheni sabotarono circa 600 pozzi di petrolio, e conseguentemente agli incendi furono rilasciate nell’atmosfera circa mezzo miliardo di tonnellate di anidride carbonica, determinando l’inquinamento dell’aria perfino in India.
Grandi laghi di petrolio si formarono a causa del più massiccio versamento di petrolio sul suolo che si conosca. Durante lo svolgimento delle operazioni militari vere e proprie, perfino gli ecosistemi desertici furono danneggiati dal movimento di attrezzature pesanti.

Ruanda (1990-1993)

Nel corso della guerra civile in Ruanda, all’inizio degli anni Novanta, oltre mezzo milione di profughi fu sospinto dalla violenza dei combattimenti nel parco nazionale di Virunga, nella Repubblica Democratica del Congo: le foreste furono depredate del legname e della fauna selvatica tra cui i gorilla di montagna, già prima specie in via di estinzione.

Mozambico

In Mozambico la guerra civile, fomentata e finanziata tra gli anni 70 e 80 dagli allora stati razzisti della Rhodesia e del Sud Africa, assieme alla morte di circa un milione e mezzo di civili ha provocato anche l’azzeramento della fauna selvatica sterminata per fame dalla popolazione.

Serbia

Durante la guerra contro la Serbia gli aerei degli Usa e dei loro alleati, nel 1999, fecero largo uso di bombe con testate all’uranio impoverito e ancora si discute degli effetti di queste armi sull’ambiente e sugli esseri umani.

Chi fomenta la guerra non solo provoca morti immediate ma pregiudica anche il futuro dell’umanità e dell’ambiente in cui viviamo.

Basta guerre.

Fonti:
limesonline.it
carabinieri.it
it.peacereporter.net

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L’EcoFuturo Magazine diventa digitale!

People For Planet - Ven, 01/03/2020 - 16:11

Dopo il giro delle edicole nel 2019 il Magazine creato dal gruppo di EcoFuturo diventa digitale e consultabile gratuitamente da tutti.
La creazione di questa rivista ambientalista ed ecologista è stata un lavoro di squadra enorme.
Buona lettura!

EcoFuturo Magazine n° 2

Clicca qui per leggerlo

EcoFuturo Magazine n° 1

Clicca qui per leggerlo

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Perché l’ambiente ci interessa poco?

People For Planet - Ven, 01/03/2020 - 15:00

Il 2019 è stato un anno sorprendente per molti aspetti. Prima di tutto perché la questione ambientale e climatica ha finalmente ricevuto un po’ di attenzione. Poca, e troppo tarda, ci conferma la scienza, ma a pochi è sfuggito che l’ultimo periodo è stato un periodo di svolta – se pur parziale – nell’attenzione concessa dai media e dalle persone al tema del millennio. Perché succede? Perché siamo stati a lungo restii (ricordiamo che la politica ambientale si fa sentire già dalla fine degli anni ’60) e siamo tuttora annoiati di fronte ad allarmi, e sensi di colpa?

Se l’è chiesto anche il Gruppo ACP Pediatri per Un Mondo Possibile, che ha analizzato la letteratura scientifica dedicata dalla psicologia al tema. A settembre 2018 la Società Britannica di Psicologia ha lanciato l’allarme: “Siamo distratti, indifferenti, o preferiamo tenere la testa sotto la sabbia, sbadigliamo davanti alla catastrofe climatica”. Perché? Secondo Robert Gifford, celebre psicologo che a proposito ha coniato il termine “draghi dell’inazione”, ci sono fondamentalmente sette barriere psicologiche che ci bloccano:

1. Una conoscenza limitata del problema

2. Visioni ideologizzate del mondo che tendono a precludere comportamenti pro-ambiente

3. Confronto con persone ritenute punti di riferimento

4. Costi irrecuperabili (ovvero mancanza di un tornaconto economico dei cambiamenti a favore dell’ambiente)

5. Sfiducia nei confronti degli esperti e delle autorità

6. Percezione dei rischi legati al cambiamento

7. Modifica inadeguata del comportamento

Lo stesso autore, per fortuna, ipotizza anche 5 modi per superare questi ostacoli:

1. Analizzare le singole barriere a livello del comportamento e definire in modo accurato tutte le azioni che determinano scelte pro ambiente, osservandole e registrandole, testando l’impatto degli interventi e valutandone il programma

2. Ideare nuovi modi di diffusione di consapevolezza sulle tematiche ambientali

3. Incrementare la conoscenza e l’opposizione ai comportamenti contro l’ambiente e scegliere messaggi che aumentino le personali capacità di affrontare il cambiamento

4. Progettare studi di intervento mirato con la finalità di analizzare le scelte comportamentali (ad esempio la modalità del viaggio e il consumo di energia)

5. Lavorare a stretto contatto con le altre discipline, con le agenzie governative, con gli esperti del settore in quanto il cambiamento dei comportamenti a favore dell’ambiente non può essere realizzato da gruppi singoli seppur capaci

Per capire meglio poi come potremmo aumentare la sensibilità dei cittadini di domani, i bambini, l’Associazione culturale pediatri (Acp) ha poi evidenziato i risultati di un interessante studio: i bambini che sono cresciuti con madri più rispettose dell’ambiente, e con un livello di istruzione più alto, avevano comportamenti più sostenibili all’età di 18 anni. Un’evidenza è apparsa particolarmente chiara: il tempo dedicato al gioco e all’esplorazione all’aperto durante l’infanzia consente di sviluppare atteggiamenti pro-ambiente in età adolescenziale.

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Malati di tumore, nel Lazio progetto per parrucche gratuite

People For Planet - Ven, 01/03/2020 - 12:37

Un finanziamento di 450 mila euro per i prossimi due anni, 300 mila euro per il 2020 e 150 mila euro per il 2021: sono i fondi con cui la Regione Lazio acquisterà parrucche che Asl e ospedali potranno fornire gratuitamente ai malati oncologici per alleviare il disagio derivante dalla perdita dei capelli che molti pazienti in cura contro un tumore sperimentano come effetto collaterale delle terapie. L’iniziativa, contenuta nella Legge di stabilità recentemente approvata, prevede anche l’istituzione di una Banca della Parrucca presso ogni Azienda sanitaria locale, che sarà l’ente responsabile della distribuzione gratuita delle parrucche.

Leggi anche: All’ospedale di Empoli arriva l’ambulatorio di estetica oncologica

La Giunta regionale ora dovrà definire, entro sessanta giorni dall’entrata in vigore della Legge regionale, i criteri per la realizzazione della Banca della Parrucca e i requisiti per l’accesso, i requisiti e i criteri di priorità per le modalità di presentazione delle domande e le modalità di coinvolgimento degli enti del terzo settore che operano per l’assistenza ai malati oncologici. 

Leggi anche: Fare sentire belli i pazienti di oncologia: nasce il primo corso universitario

Segnale di supporto

“Vogliamo alleviare il disagio psicologico che è conseguenza della malattia – hanno commentato in una nota congiunta l’Assessore alla Sanità e l’Integrazione sociosanitaria della Regione Lazio, Alessio D’Amato e l’Assessore alle Politiche Sociali, Alessandra Troncarelli -. E’ un piccolo segnale, fortemente richiesto dalle associazioni dei malati, di vicinanza e supporto in un momento così difficile come il periodo della malattia”.

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Migranti: il silenzio di Lamorgese più efficiente di tanti proclami

People For Planet - Ven, 01/03/2020 - 09:58

I dati sono stati pubblicati in un articolo del Fatto Quotidiano dove si legge: «Nei primi otto mesi del 2019, quando al Viminale c’era Salvini, secondo il ministero dell’Interno sono stati ricollocati in Europa 85 richiedenti asilo. Meno di undici al mese (…) Negli ultimi quattro mesi, cioè dell’insediamento a settembre del Conte 2 e di Lamorgese al Viminale, i ricollocamenti effettivi sono stati 196, cioè 49 al mese».

I dati aggiornati del Viminale

Il Ministero dell’Interno ha sottolineato come il rapporto tra i migranti “ricollocabili” in base all’accordo di Malta del 23 settembre e le quote offerte dagli altri Stati Ue sia pari all’82 per cento. In pratica i Paesi europei sono disponibili ad accogliere più di quattro migranti su cinque di quelli arrivati in Italia a bordo di navi militari o Ong.

Il Viminale contattato da Pagellapolitica.it afferma che «Per il 18 dicembre è stato programmato un volo per la Francia con 64 richiedenti asilo. E prima di Natale sono partiti altri 149 richiedenti asilo accolti dalla Germania. I due voli programmati per la Francia e la Germania consentono di raggiungere la cifra complessiva di 409 richiedenti asilo effettivamente ricollocati dopo il pre-accordo di Malta».

La media del periodo in cui è stata ministro Lamorgese sale dopo queste ultime due partenze a 102 al mese. In questo caso il confronto con Salvini porta il rapporto a 10 a 1 a favore dell’attuale ministro dell’Interno.

Secondo il Ministero dell’Interno, infine: «Proprio per accelerare le procedure di ricollocamento, uno dei pilastri del preaccordo di Malta fissa in quattro settimane (dallo sbarco) il termine massimo per l’effettiva redistribuzione dei richiedenti asilo nei Paesi che si rendono disponibili ad accoglierli».

Aumentano gli sbarchi

Nei primi otto mesi del 2019 sono sbarcate in Italia 5.135 persone, quindi gli 85 migranti ricollocati durante il mandato di Salvini rappresentano l’1,7 per cento circa del totale.

Negli ultimi quattro mesi del 2019, gli sbarchi sono stati 5.962, con 196 ricollocamenti che rappresentano il 3,3 per cento del totale, e se contiamo anche i ricollocamenti programmati di migranti già arrivati in Italia il dato si attesta sul 6,9 per cento. Percentuali rispettivamente, doppia e quadrupla in confronto ai primi otto mesi del 2019.

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Tolo Tolo e il buon fare cinema di Checco Zalone e Luca Medici

People For Planet - Ven, 01/03/2020 - 07:00

Il suo nuovo film “Tolo Tolo” è un film eccellente. Riempie le sale, diverte, fa pensare adoperando una grammatica e sintassi cinematografica giusta e necessaria. Curato maniacalmente in ogni aspetto. Compreso lancio pubblicitario. Impariamo da Zalone-Medici (che omaggia Bertolucci e Pasolini) a fare bene il cinema dell’oggi.

Il risultato di riscontro di pubblico sta nel box office del primo giorno di proiezione che registra gli 8,7 milioni di euro (8.680.232 a essere precisi) diventando il film con il miglior incasso di sempre nella storia del cinema italiano nelle prime 24 ore di programmazione, superando il record che fu del suo precedente “Quo Vado?”.

Il giorno di Capodanno, smaltiti cenoni e veglioni, un milione 175 mila italiani si sono presentati nei cinema italiani puntuali a una proiezione di un punto di riferimento dello spettacolo italiano. In enorme crescita anche un fenomeno già nato con “Quo Vado”. Duecento schermi hanno aperto le sale alla mezzanotte del 31 dicembre. Usanza più da teatro metropolitano e mai riscontrata a mia memoria nei cinema dove a San Silvestro si registra il turno di riposo per tutti.

Niente è stato lasciato al caso. Checco Zalone è un perfezionista maniacale nella costruzione del suo successo. Non accetta di fare il testimonial pubblicitario (ha rifiutato numerosi contratti), finito il precedente film si mette al lavoro sul nuovo costruendo pedissequamente ogni aspetto della filiera a partire dalla perfetta promozione. Oggi un film per costruire successo e profitti va preparato nel tempo per raggiungere un pubblico. Zalone-Medici è l’unico talento italiano in grado di competere con le strategie hollywoodiane. Credo che anche la durata dei 90 minuti sia stata studiata per aumentare il numero delle proiezioni. Molte multisale sono riusciti a programmare 14 spettacoli al giorno fino al 6 gennaio con aperture anche alle 10,30 del mattino.

Già in “Quo vado” era stata lanciata un’indovinata strategia antitrailer con clip dedicate all’argomento che trattava il precedente film senza anticiparne la trama. In questa caso si è andato oltre con il riuscito videoclip parodia sul tema migranti sulle note tra Celentano e Toto Cotugno. Sovranisti in solluchero e progressisti indignati come hanno testimoniato il costituzionalista Roberto Zaccaria e il giuslavorista Giuliano Cazzola che non hanno mancato di risparmiare i fantasmi di Weimar.

L’intelligente trappole di far discutere tutti su “Tolo Tolo” era servita ad accalorare sul web appassionati del politicamente corretto e della chiacchiera senza aver visto il film. Una strepitosa intervista al Corriere della Sera di Checco ad Aldo Cazzullo ha illustrato propositi e qualche pillola di estetica catalizzando l’interesse dell’opinione pubblica.

Il tema caldissimo dei migranti, dell’Africa, del prima gli italiani era pronto per essere servito. Lo spot estraneo alla trama, tranne per essere ascoltato sui titoli di coda ha deluso qualche spettatore e Natalia Aspesi ma il mezzo ha raggiunto il fine. Zalone con il quinto film ha deciso di firmare anche la regia come Luca Medici. Prova ampiamente superata da parte di chi conosce la tecnica. Anche i suoi precedenti film erano costruite su inquadrature brevi, di tipo televisivo web, che mi sono parse più autoriali questa volta. Francamente non condivido quei critici che hanno bocciato regia e montaggio del film.

Il film si avvale della sceneggiatura di Paolo Virzì, ideatore del progetto con Zalone. Virzì è un autore di gran spessore. Fin da giovane grande esperto di Flaiano (e in Tolo Tolo trovo molto Flaiano) ha contaminato con intelligenza il nazionalpopolare zaloniano di temi forti e difficili. Il tema gobettiano del fascismo come autobiografia della nostra nazione trattato con satira colma di leggerezza calviniana e non come pesantezza ideologica calvinista ne è uno dei punti maggiori. Ma anche i citati omaggi cinefili a Pasolini e Bertolucci costruiti sul personaggio antagonista del migrante colto e progressista ne sono prova. Credo che Virzì abbia anche portato riuscite ispirazioni dal cinema di Alberto Sordi riecheggiando in forme attuali l’on the road di commedie come “Riusciranno i nostri eroi…” e “Finché c’è guerra c’è speranza”. Immagino ci sia stato un proficuo lavoro anche sul commento di hit italiane presenti nel film (“La lontananza” di Modugno, “Italia” di Mino Reitano, “L’arca di Noè “di Sergio Endrigo “Vagabondo di Nicola di Bari, “Viva ll’Italia di De Gregori) da sempre una cifra del cinema di Virzì.

Per “Tolo Tolo” il regista Medici ha chiamato un eccellente direttore della fotografia come Fabio Zamarion che ha solo insistito troppo sul drone per l’inquadratura di splendidi totali africani . Il vilain Checco con il suo disincanto scorretto mantiene il carico comico dei suoi “vaffa” mettendo alla frusta cinismo italico, la pizzica contaminata, la nuova politica di mestiere priva di competenze. Si sogna molto con nazionale di calcio di atleti di colore e con innesti molto belli di disegni animati che omaggiano la Disney dei titoli migliori, Ci sono Barbara Bouchet e Nicola di Bari. C’è Vendola che fa la satira a se stesso, Mentana e Giletti a rendere tutto ancor più credibile. Buona la direzione dei numerosi attori e comparse.

Un gran spettacolo di cinema che diverte e fa pensare. Proprio come ha detto la mia barista. Speriamo se ne rendano conto quegli spettatori della “gauche au caviar” che si ostinano a dire che Zalone non gli piace come il Lucariello del presepe di casa Cupiello. A noi ora piace anche il regista Luca Medici.

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Farmaci da banco troppo cari in Italia? “Quando vado all’estero ne faccio scorta”

People For Planet - Gio, 01/02/2020 - 15:00

Alcuni affermano che a fare la differenza sia il canale di vendita: supermercato contro farmacia. Altri dicono che i prezzi maggiorati sono responsabilità esclusiva delle case farmaceutiche, che puntano a guadagnare il più possibile. Altri ancora sostengono che ogni volta che vanno in Paesi come il Regno Unito approfittano per fare scorta di medicinali da banco, poiché li pagano molto meno di quanto li pagherebbero qui, a casa loro.

Sono i commenti dei lettori al nostro articolo I farmaci da banco ci costano fino a sei volte di più che in altri Paesi europei, in cui mettiamo in evidenza che in Italia diversi medicinali senza obbligo di prescrizione hanno prezzi maggiorati rispetto al resto d’Europa (per saperne di più leggi qui).

L’acquisto nei supermercati

Molti lettori sottolineano che l’acquisto dei farmaci da banco in molti Paesi europei dove si spende di meno avviene nei supermercati (mentre da noi stentano a decollare le parafarmacie). Ecco cosa hanno scritto:

Glenys C.: Purtroppo in Italia siamo costretti a comprare tutto in farmacia. Nel Regno Unito si può comprare Ibrufen, paracetamol ecc nei supermercati con prezzi bassi.

Paolo Z.: In Olanda il paracetamolo lo trovi nei supermercati e inoltre se il medico ti ordina una cura di 6 giorni di un antibiotico in farmacia ti danno il numero esatto di pastiglie non come in Italia dove riempi poi gli armadietti di medicinali inutilizzati.

Matteo P.: In Inghilterra li vendono nelle profumerie. Sono stato a Londra 5 volte, una 2 mesi ed un’altra 1 mese. Il generico dell’ibuprofene costa circa 1 sterlina a confezione.

Maria Rosa Z.: In Inghilterra i farmaci da banco li trovi nei centri commerciali e costano pochissimo: Tachipirina, Brufen, Imodium, pomate ecc… li trovi a una sterlina. Solo in Italia li dobbiamo pagare a peso d’oro. In Inghilterra per i beni di prima necessità non c’è l’Iva.

Colpa delle case farmaceutiche

Altri lettori hanno commentato i nostri articoli mettendo in evidenza come, secondo loro, a fare la differenza nel prezzo dei farmaci da banco siano le case farmaceutiche, per trarne maggiori profitti.

Gianni G.: Ci sono in Italia anche farmacie che fanno pagare prodotti più di quello indicato sulla scatola.

Romana M.: Tutto un gioco delle aziende farmaceutiche per guadagnare di più vendendo dei farmaci sostitutivi a caro prezzo.

Pierpaolo B.: Diamo le colpe a chi le ha: una scatola di simvastatina (da 28 compresse, generico per tenere basso il colesterolo) in Italia costa 4,50€ (non è mutuabile), una scatola di simvastatina prodotta in Slovenia dalla krka farmaceutici la pago l’equivalente di 1,50€ in Ucraina (calcolate che essendo l’Ucraina fuori dall’Ue vanno aggiunte le tasse di importazione). Io non darei la colpa alle liberalizzazioni ma alla cupidigia degli italiani…

Dino S.: Accade per compensare il minor prezzo dei farmaci mutuabili. Se fate un confronto tra il prezzo del farmaco concesso dalla mutua in Italia e all’estero vedrete che quello italiano costa molto meno. Il paradosso è che l’ibuprofene mutuabile con 30 compresse o bustine costa meno del corrispondente otc con meno compresse stessa dose.

Fabio P.: Funziona come con le sigarette: tabacco non c’è, ma ci sono prodotti chimici per creare dipendenza. Nei farmaci è il contrario, diminuisco il principio attivo così devo consumarne di più per avere effetto. Chi gira all’estero si sarà accorto, ad esempio, nei paesi scandinavi esistono uno/due farmaci al massimo per curare una qualsiasi patologia….e da noi invece provate un po’ a contare per una patologia non grave quanti ce ne sono.

C’è chi fa scorta

C’è poi chi, a conoscenza del fatto che in alcuni Paesi europei i farmaci da banco costano meno, fa la scorta ogni volta che va all’estero.

Marisa R.: Quando vado a Londra faccio scorta di collirio, ibuprofene e Tachipirina.

Angela M.: Vero; quando vado in Inghilterra faccio la scorta di paracetamolo

La nostra inchiesta

Abbiamo scritto al ministro della Salute Roberto Speranza per sottoporre questo argomento (I farmaci da banco ci costano fino a sei volte di più che in altri Paesi europei) alla sua attenzione attraverso l’invio di una lettera aperta. Venti giorni – e diverse sollecitazioni – dopo, l’ufficio stampa del ministero della Salute ci ha finalmente risposto che la richiesta da noi effettuata doveva essere in realtà rivolta non al ministero della Salute ma all’Aifa (Agenzia italiana del farmaco), che è l’organo che ha la competenza in materia. Da allora, dal ministero della Salute non abbiamo avuto più nessuna notizia.

Leggi anche: In Italia i farmaci da banco costano di più. E il ministero della Salute non spiega perché

Nel frattempo siamo andati a fare acquisti in Olanda, Germania, Regno Unito e Francia per toccare con mano la differenza dei prezzi (ecco il nostro video), scoprendo che la variabilità dei costi di alcuni farmaci da banco è rilevante: in Italia per la stessa molecola arriviamo a pagare anche fino a 16 volte di più. E, sempre in attesa che il ministro della Salute ci dia qualche spiegazione, i nostri articoli scritti al riguardo hanno scatenato non pochi commenti da parte dei nostri lettori.

Guarda il video: I farmaci da banco in Italia costano fino a 16 volte di più che negli altri Paesi Ue

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Il profumo degli alberi fa (davvero) bene: meglio ancora di primo mattino

People For Planet - Gio, 01/02/2020 - 12:52

Che stare in mezzo alla natura faccia bene alla salute non è una novità: chiunque abbia mai fatto una passeggiata nel verde conosce gli effetti benefici, sia fisici che psicologici, che scaturiscono dal camminare tra gli alberi. Il merito non è solo del silenzio e dell’atmosfera che avvolge boschi e montagne, che ci fa lasciare alle spalle il caos della città e degli impegni quotidiani: a fare la differenza è la presenza nelle foreste di olii essenziali emessi dalle piante e dal suolo che, quando inalati, risultano benefici per la nostra salute.

Ora un nuovo studio condotto dal Consiglio nazionale delle ricercheHCT-Agrifood Laboratory dell’Istituto per la bioeconomia (Cnr-Ibe) – in collaborazione con il Club alpino italiano (Cai) e con il Laboratorio di monitoraggio e modellistica ambientale per lo sviluppo sostenibile (Consorzio Lamma costituito tra Cnr e Regione Toscana) ha messo in evidenza che per beneficiare al massimo delle sostanze volatili aromatiche presenti nelle foreste gli orari migliori sono il primo mattino e le ore dopo mezzogiorno, in giornate soleggiate e con vento debole. Non solo: dallo studio è anche emerso che, quanto a benefici sulla salute, le foreste di conifere sono più efficienti di quelle costituite da solo faggio.

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Gli aromi che fanno bene

Gli autori dello studio pubblicato sulla rivista International Journal of Environmental Research and Public Health, spiegano che diversi studi scientifici hanno dimostrato che dall’inalazione dei composti bioattivi presenti nelle foreste conseguono benefici per la salute umana a livello sia fisiologico che psicologico. Insomma: il profumo degli alberi non è solo buono, fa anche bene. Non tutti i siti e i percorsi forestali, né tutte le stagioni o momenti della giornata sono però uguali, anzi le concentrazioni di questi composti cambiano nel tempo e nello spazio molto più rapidamente di quanto ritenuto finora. E ora, grazie al loro studio, risultano in gran parte prevedibili, consentendo di scegliere le situazioni migliori (momento della giornata, stagione, condizioni meteo) per sfruttare al massimo i loro benefici.

Metodologia innovativa

Lorenzo Albanese, ricercatore del Cnr-Ibe e uno degli autori della ricerca, spiega che «occorreranno altri studi prima di poter costruire un modello generale per la selezione ottimale di siti, percorsi, stagioni e orari, dettagliando la composizione dei composti bioattivi presenti nell’aria forestale e correlandoli ai rispettivi effetti già verificati sulla salute delle persone. Il nostro studio offre, oltre che i primi risultati, una metodologia innovativa e ampiamente applicabile».

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Il cervo topo è tornato

People For Planet - Gio, 01/02/2020 - 11:00

Il bellissimo video di Repubblica mostra le specie animali che si ritenevano estinte e che invece sono ricomparse nel corso del 2019. Si va dalla tigre della Tasmania al rospo Arlecchino. Del Caimano del fiume Apaporis non si avevano notizie dal 1952!

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I 10 migliori progetti ambientali del 2019

People For Planet - Gio, 01/02/2020 - 09:00

Per questa classifica sono stati selezionati i migliori 10 progetti rivolti al benessere delle comunità e alla sostenibilità ambientale. Non si tratta di idee ma di iniziative realizzate e in fase di espansione. Come quella delle case stampate in 3d della New Story, associazione non profit che costruisce case nei paesi in via di sviluppo. La stampa dura appena 24 ore e l’abitazione è completa di pavimenti, tetto, finestre.

Una cinquantina di queste case sono già state stampate a Tabasco, in Messico e potrebbero rimpiazzare baraccoppoli e tendopoli.

Poi c’è la la startup californiana Backyard che costruisce unità abitative da posizionare nei cortili e da affittare a prezzi calmierati. Si risolve così l’emergenza abitativa e chi mette a disposizione la casetta e il giardino può trarne un profitto.

In qualche modo sempre legato al problema “casa” c’è il progetto Built for Zero, sempre negli Stati Uniti, per aiutare i senzatetto. La non profit Community Solutions aiuta gli homeless a trovare un alloggio, a partecipare a colloqui di lavoro.  E’ in funzione in 186 città statunitensi e ha aiutato 100.000 senzatetto ha trovare un alloggio.

Gli altri progetti riguardano il riciclo della plastica, la mobilità sostenibile, fino ai droni per la riforestazione. Qui la notizia riportata dall’Ansa.

Immagine: fastcompany.com

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La lana merino, dal passato il futuro per lo sport

People For Planet - Gio, 01/02/2020 - 07:00

La lana merino è da sempre conosciuta per le sue caratteristiche uniche, ma l’uso di tessuti tecnici derivati dal petrolio ce lo aveva fatto dimenticare. Una maggiore sensibilità ambientale ha invece riportato in auge un tessuto certamente prezioso e mediamente più caro rispetto ai derivati della plastica, ma più durevole e molto più performante: niente pruriti, niente irritazioni, nessun odore (cosa particolarmente importante per chi lo usa per lo sport), una perfetta termo regolazione estate inverno e una flessibilità perfetta. Soprattutto, questa lana si asciuga rapidamente: cosa non solo piacevole per chi la indossa ma anche importante per non rischiare l’ipotermia, quando si suda, in montagna. Ancora più importante, questo materiale naturale non genera microplastiche al lavaggio, né per sfregamento mentre lo si indossa. La lana merino era per questo da sempre il tessuto d’eccellenza per gli sport invernali, e sta tornando ad esserlo.

Ci sono addirittura reggiseni in merino premiati al Self Fitness Award per l’eccezionale performance. Sono molte le aziende che producono leggins, berretti, maglie termiche o calzini in lana merino, da Lapasa (azienda britannica Asas) all’alta qualità italiana di Reewolution, storico lanificio biellese nato 150 anni fa a Valle Mosso e che oggi ha dimostrato che innovazione e successo fa rima con ambiente: 80 milioni di euro di fatturato, una quota di export che tocca l’85%, 375 dipendenti, 6,2 milioni di metri di tessuto prodotti in un anno, 3 fattorie in Nuova Zelanda.

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Decrescita felice, crescita, sviluppo sostenibile: facciamo chiarezza

People For Planet - Mer, 01/01/2020 - 15:00
Crescita e sviluppo, differenze sostanziali

Per crescita si intende l’aumento della produzione economica trainata da aumento dei consumi, che siano interni o derivanti da domanda estera, mentre per sviluppo un progresso più armonico delle comunità umane, che non si basa necessariamente sulla disponibilità di una maggiore quantità di beni e servizi, ma anche su altri fattori, come la salute, l’educazione, le relazioni interpersonali.

Fin dal 1974, l’economista Richard Easterlin illustrò questo paradosso: fino a un certo punto la crescita del reddito pro capite si accompagna con una crescita della soddisfazione percepita. Oltre quel livello (variabile da Paese a Paese, da cultura a cultura) entrano in gioco altri fattori che diventano più importanti dell’aumento della disponibilità monetaria. Fattori non misurabili più – e qui gli economisti convergono tutti – con il prodotto interno lordo, che è la misura statistica della mera produzione economica. I diversi indicatori di benessere (in Italia il Benessere equo e sostenibile, all’Ocse il Better life index e altri ancora) sono “più ampi” e  servono invece a misurare questo concetto più armonico, più equo, più sfaccettato di sviluppo.

La crescita sostenibile è quindi una contraddizione nei termini, lo sviluppo sostenibile no. La definizione di sviluppo sostenibile, la prima, viene proposta nel rapporto “Our Common Future” pubblicato nel 1987 dalla Commissione mondiale per l’ambiente e lo sviluppo (Commissione Bruntland) del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente. Per sviluppo sostenibile si intende uno sviluppo in grado di assicurare «il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di realizzare i propri».
Il concetto di sostenibilità, in questa accezione, viene collegato alla compatibilità tra sviluppo delle attività economiche e salvaguardia dell’ambiente. La possibilità di assicurare la soddisfazione dei bisogni essenziali comporta, dunque, la realizzazione di uno sviluppo economico che abbia come finalità principale il rispetto dell’ambiente, ma che allo stesso tempo veda anche i Paesi più ricchi adottare processi produttivi e stili di vita compatibili con la capacità della biosfera di assorbire gli effetti delle attività umane e i Paesi in via di sviluppo crescere in termini demografici ed economici a ritmi compatibili con l’ecosistema.

Lo sviluppo sostenibile dunque è fatto solo di un’economia diversa e di una migliore distribuzione delle risorse, dove è presente il concetto di benessere collettivo e di una economia “migliore”: meno inquinante e più volta al riuso, al recupero, al riciclo. È chiaro che in questa accezione devono essere messe in campo le azioni e le misure atte a favorire tutte quelle forme di uso dei beni che si traducono in un reimpiego di materiali, in risparmi energetici, nella ottimizzazione dei consumi collettivi. La cosiddetta economia circolare, o più in generale la “green economy” per alimentare una crescita più sana dell’economia, ma al tempo stesso favorire il percorso verso uno sviluppo effettivamente sostenibile.

Decrescita felice, da Latouche al Movimento di Pallante

Il termine decrescita fu invece coniato dall’economista-filosofo francese Serge Latouche basandosi sul concetto, in estrema sintesi, che diminuendo la produzione (la mera crescita) sia possibile andare incontro agli obiettivi di un ambiente più sostenibile e una vita più sana. La visione “più scientifica” del concetto dell’economista Latouche è da molti ritenuta più estrema rispetto al pensiero più recente del Manifesto della decrescita felice, scritto dall’economista Maurizio Pallante.

La teoria di Latouche, che fino a poco tempo fa era considerata poco più di opinioni bizzarre e fuori dalla realtà, oggi trova seguito anche presso nomi autorevoli dell’economia. Latouche ritiene quella del consumismo una guerra dell’uno contro l’altro, perché distrugge il Pianeta nella propria corsa all’accumulo, mentre una “decrescita” regolata garantirebbe a tutti una più dignitosa qualità della vita. L’economista-filosofo sostiene da anni che il Pil non abbia senso, perché non tiene conto di tempo libero, equa distribuzione dei beni e costi dell’inquinamento, né del mercato nero, omissione che lo rende un metro inefficace soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, dove autoproduzione e baratto hanno ancora un peso rilevante.

Decrescita è però, di per sé, un termine troppo spesso equivocato, e da qui nascono fraintendimenti su chi davvero crede in uno sviluppo diverso dalla produzione di beni infinita, che non è certamente ritorno all’età della pietra, e viene visto come un illuso o come uno “fuori dai tempi”. Nel manifesto dell’economista Maurizio Pallante, fondatore del Movimento per la decrescita felice si legge: “La decrescita felice non ha come faro direzionale la ricerca della produttività, ma altri valori. È prima di tutto una critica ragionata e ragionevole alle assurdità di un’economia fondata sulla crescita della produzione di merci, e si caratterizza come un’alternativa radicale al suo sistema di valori. Nasce in ambito economico, lo stesso ambito in cui è stata arbitrariamente caricata di una connotazione positiva la parola crescita, ma travalica subito in ambito culturale. Non accetta la riduzione della quantità alla qualità, per esempio, non ritiene che la crescita del cibo che si butta, della benzina che si spreca in code automobilistiche, del consumo di medicine magari per problemi derivanti da inquinamento, comporti una crescita del benessere, e li ritiene peggioramento della qualità della vita.

Dunque, come specifica Pallante nel suo manifesto: “Non è riduzione quantitativa del Pil, non è recessione, e non è neppure riduzione volontaria dei consumi per ragioni etiche, perché non è rinuncia. Rinuncia implica valutazione positiva di ciò cui si rinuncia. È rifiuto invece di ciò che non serve, di quello di cui non si sa che farsene, dell’effimero, il di più, l’inutile. Non so cosa farmene, in realtà poco di nuovo mi serve, e non voglio spendere una parte della mia vita per guadagnare per comprarlo”.

La decrescita si propone di ridurre il consumo delle merci che non soddisfano nessun bisogno (per esempio: gli sprechi di energia in edifici mal coibentati), ma non il consumo dei beni che si possono avere soltanto sotto forma di merci perché richiedono una tecnologia complessa (per esempio: la risonanza magnetica, il computer, ma anche un paio di scarpe), i quali però dovrebbero essere acquistati il più localmente possibile. Si propone di ridurre il consumo delle merci che si possono sostituire con beni autoprodotti ogni qual volta ciò comporti un miglioramento qualitativo e una riduzione dell’inquinamento, del consumo di risorse, dei rifiuti e dei costi (per esempio: il pane fatto in casa). Il suo obbiettivo non è il meno, ma il meno quando è meglio.  È una rivoluzione dolce finalizzata a sviluppare le innovazioni tecnologiche che diminuiscono il consumo di energia e risorse, l’inquinamento e le quantità di rifiuti per unità di prodotto; a instaurare rapporti umani che privilegino la collaborazione sulla competizione; a definire un sistema di valori in cui le relazioni affettive prevalgono sul possesso di cose; a promuovere una politica che valorizzi i beni comuni e la partecipazione delle persone alla gestione della cosa pubblica.

La decrescita è elogio della lentezza e della durata; rispetto del passato; consapevolezza che non c’è progresso senza conservazione; indifferenza alle mode e all’effimero; attingere al sapere della tradizione; non identificare il nuovo col meglio, il vecchio col sorpassato, il progresso con una sequenza di cesure, la conservazione con la chiusura mentale; non chiamare consumatori gli acquirenti, perché lo scopo dell’acquistare non è il consumo ma l’uso.

I punti in comune, gli obiettivi che coincidono

Al di là dei termini, e delle definizioni che questi hanno comunque mutato e/o ampliato, nel tempo,  il senso comune dei concetti di sviluppo sostenibile e decrescita felice sono forse riassumibili in  questo: ripensare e modificare i modelli economici e di “sviluppo” presenti, cercando quell’economia che può funzionare per contrastare cambiamenti climatici e inquinamento, per garantire maggiore equità e creare benessere diffuso. Che poi usino modelli di Green economy ed economia circolare o Blue economy, questo varierà, e forse sarà bene così, a seconda del contesto e delle possibilità di avere maggiori ritorni rispetto agli obiettivi dati.

Altre fonti:

Sviluppo sostenibile, crescita, decrescita felice: cerchiamo di fare un po’ d’ordine La Decrescita Felice? Il manifesto di Maurizio Pallante per un mondo sostenibile

Foto di Yves Bernardi da Pixabay

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Spezie: come utilizzarle in cucina (Infografica)

People For Planet - Mer, 01/01/2020 - 09:00

Iniziamo a esplorare il mondo delle spezie in cucina con le principali dalla A alla M. Aneto, cannella, liquirizia, fino alla noce moscata.

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

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Baci baci e buon anno nuovo!

People For Planet - Mer, 01/01/2020 - 07:00

Sì, hai capito bene: energia elettrica dal gas senza bruciarlo! E per giunta con un rendimento parecchio superiore rispetto alla combustione (si raggiunge un’efficienza del 60%).

Me l’ha spiegato Valerio Rossi Albertini, il fisico del CNR, all’ultima edizione di EcoFuturo, il festival delle ecotecnologie, dove abbiamo presentato il primo “reattore elettrochimico” di piccole dimensioni: grande poco più di una lavatrice e in grado di produrre un kilowatt e mezzo di energia all’ora; e può utilizzare il metano della rete.

È prodotto dall’italiana Solid Power di Trento e si chiama Blue Gen. La combustione è un processo caotico e molta dell’energia sprigionata va persa. Se invece scindiamo il gas in idrogeno e anidride carbonica, otteniamo un fenomeno chimico ordinato e quindi c’è meno dispersione e più resa. E nessun tipo di inquinamento, nessuna emissione nociva, nessun fumo! Macchine di questo tipo esistono da tempo ma erano enormi e quindi costosissime, adatte a grandi esigenze di consumo.

E forse c’è un’altra novità che completerebbe in modo perfetto il “sistema gas”, aumentando la nostra capacità di produrlo dai rifiuti organici. Si mormora che alcuni ricercatori, anch’essi italiani, siano riusciti a individuare un batterio capace di mangiare immondizia organica e produrre idrogeno. Ricombinando idrogeno e anidride carbonica si ottiene gas metano, che a differenza dell’idrogeno è facile da trasportare con i camion cisterna e può essere immesso nella rete che porta il metano nelle case. Dopodiché quella stessa immondizia può diventare nutrimento per un altro tipo di batteri che si mangiano tutto e poi scoreggiano biogas.

La convenienza incredibile del biogas dipende da un altro vantaggio.
Anche in Italia si stanno diffondendo nelle aziende agricole gli impianti che producono biogas da scarti agricoli e alimentari e liquami. Alla fine del processo si ottiene un digestato (cioè digerito dai batteri anaerobici) che si è rivelato uno straordinario fertilizzante; ha la capacità di aumentare l’humus presente nel terreno (cioè la parte viva della terra).

I terreni delle nostre grandi pianure, bombardati per decenni con i fertilizzanti chimici, hanno perso infatti gran parte del loro humus, sono cioè impoveriti dal punto di vista biologico. Da anni in Pianura Padana i produttori di Parmigiano Reggiano, in particolare, stanno sperimentando questo digestato su grandissime estensioni: decine di milioni di metri quadrati. E si è riscontrato un aumento dell’humus oltre il 4%. Con un terreno più sano si è quindi visto che le piante crescono più forti e hanno pure meno bisogno di fitofarmaci, con vantaggio per la salute dei consumatori.

Inoltre l’uso di questo digestato permette di non arare i terreni in profondità, limitandosi a tagliarlo con dischi. In questo modo non si sconvolge l’equilibrio batterico del terreno e anche questo ne migliora la qualità organica.

Infine questa tecnica di coltivazione aumenta la quantità di anidride carbonica interrata, quindi tolta dall’atmosfera e perciò si ottiene un vantaggio anche nella lotta contro il disastro climatico.

Negli anni ‘90 molti opinion leader ambientalisti speravano nella rivoluzione dell’idrogeno. Ma non funzionò. Che una tecnologia sia ecologica e economicamente conveniente non basta. Deve essere conveniente anche costruire il sistema di supporto.

Il motore a idrogeno è perfetto ma c’è il problema del trasporto e dell’idrogeno che ha caratteristiche che fanno salire i costi del suo trasporto e della distribuzione casa per casa tramite tubature. Teoricamente ogni distributore di carburante potrebbe autoprodurlo sul posto. Si può scindere l’acqua in idrogeno e ossigeno. Ma un impianto di produzione dell’idrogeno, di piccole dimensioni deve essere realizzato su scala industriale per avere un prezzo accessibile. Queste difficoltà hanno fatto sì che le auto a idrogeno non abbiano sfondato. Noi sostenevamo piuttosto il fotovoltaico e l’eolico, che invece erano visti con diffidenza da molti ambientalisti.

Ora soprattutto il fotovoltaico è diventato la tecnologia di punta per gran parte del movimento ecologista e per l’industria automobilistica. Ma non si tiene conto che la rete elettrica ha dei limiti strutturali. Se in una città come Roma 10mila auto si attaccano alla corrente per essere ricaricate, ci sarebbe un collasso della rete. Cioè sarebbe necessario un investimento di miliardi per rendere la rete elettrica nazionale capace di supportare una conversione di massa alle auto elettriche.

Ecco purché mi sembra così importante affiancare al fotovoltaico lo sviluppo del sistema del biogas: si può produrre in piccoli impianti sparsi e vicini ai punti di consumo, è facile da trasportare con le cisterne o attraverso la rete delle tubature del metano. E i mezzi di trasporto elettrici potrebbero essere quindi riforniti con la corrente prodotta dal metano, magari direttamente a bordo dell’auto, per scissione. Speriamo che ce ne si renda conto al più presto. Perché si capisse la centralità del fotovoltaico ci sono voluti anni… ma comunque la seconda rivoluzione energetica è iniziata.

Buon anno a tutti!

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Aspettando il 2020… con Gianni Rodari

People For Planet - Mar, 12/31/2019 - 15:00
Filastrocca di Capodanno

di Gianni Rodari

Filastrocca di capodanno,
fammi gli auguri per tutto l’anno.

Voglio un gennaio col sole d’aprile,
un luglio fresco, un marzo gentile,
voglio un giorno senza sera,
voglio un mare senza bufera,
voglio un pane sempre fresco,
sul cipresso il fiore del pesco,
che siano amici il gatto e il cane,
che diano latte le fontane.

Se voglio troppo dammi niente,
dammi una faccia allegra solamente.

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A Capodanno non buttare il vecchio climatizzatore dalla finestra: smaltiscilo!

People For Planet - Mar, 12/31/2019 - 13:00

Smaltire in modo corretto il vecchio condizionatore permette di recuperare fino al 97,5% dei materiali di cui è composto: nell’ultima notte dell’anno, quindi, non onorare la tradizione secondo cui le cose vecchie vanno buttate via per fare spazio a quelle nuove. Piuttosto, smaltiscilo correttamente!

Come tutti gli elettrodomestici anche i condizionatori diventano rifiuti elettronici e solo smaltendoli nel modo giusto è possibile riciclarli quasi del tutto riducendo al minimo l’impatto inquinante sull’ambiente. La raccomandazione arriva da Hitachi Cooling & Heating, dal 2005 a fianco del Consorzio Remedia (il principale sistema collettivo italiano no-profit per la gestione eco-sostenibile dei Rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, Raee), che negli ultimi tre anni ha permesso la raccolta di quasi 1 milione di kg di rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche domestiche, equivalenti a più di 11 mila tonnellate di anidride carbonica evitate.

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Come smaltire correttamente il vecchio climatizzatore

Prima di tutto va ricordato che qualsiasi operazione di disinstallazione di un climatizzatore deve essere effettuata per legge da un tecnico frigorista certificato per il trattamento dei gas fluororati. Quanto al corretto smaltimento del vecchio climatizzatore ci sono due possibilità:

  1. In caso di sostituzione del condizionatore, con il ritiro 1 contro 1 il consumatore che acquista un nuovo climatizzatore consegna il vecchio elettrodomestico al negoziante. Il ritiro del vecchio da parte del commerciante è obbligatorio e gratuito presso il punto vendita.
  2. Se invece il consumatore desidera semplicemente dismettere il vecchio climatizzatore, può consegnare grauitamente il proprio apparecchio presso i centri di Raccolta comunali.

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