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Gli oranghi a rischio riportano l’attenzione sull’olio di palma

People For Planet - Mer, 08/01/2018 - 02:33

Che la cura del corpo abbia un costo (salato) per l’ambiente lo hanno già confermato diversi studi. Un esempio: shampoo e cosmetici rilasciano nell’aria composti chimici della classe dei silossani, che inquinano quasi come il benzene.
Adesso un rapporto pubblicato dall’IUCN (IUCN, Unione Mondiale per la Conservazione della Natura), Oil palm and biodiversity, lancia un nuovo allarme: le coltivazioni di palma da olio per l’industria di trucchi e make up hanno anche loro un impatto sensibile sull’ambiente.
Nei prodotti di bellezza, la richiesta di grassi vegetali fa la sua parte nel contribuire ai rischi di estinzione di alcune specie animali, come gli oranghi (primati del genere Pongo), chiamati così dalla parola malese orangutan, che significa uomo della foresta.
Ma il lavoro dell’IUCN è impietoso: coltivare olii alternativi può diventare un rischio ambientale ancora maggiore.
Che fare?

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Bastardo inquinatore, la polizia verde ti darà la caccia!

People For Planet - Mar, 07/31/2018 - 04:38

Caschi verdi per l’ambiente con l’obiettivo di salvaguardare il patrimonio naturalistico mondiale. Una task force Onu per salvare le aree green del pianeta.

Una proposta italiana e strettamente attuale quella che il Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio del Mare, Sergio Costa, ha recentemente portato all’Unesco. Ennesimo tentativo di portare l’attenzione su un tema importante che ci riguarda tutti da vicino e di fare delle buone idee un’azione concreta, efficace e durativa per la difesa dell’ambiente: formare quanto prima un corpo competente e specializzato che agisca in difesa delle aree verdi del Pianeta.

“Si tratta di un progetto che si propone di istituire un nucleo di esperti per la tutela e la salvaguardia di tutti i siti del patrimonio culturale naturale protetto dall’Unesco: i Caschi verdi per la protezione del patrimonio naturale mondiale” spiega il Ministro. “I Caschi verdi opereranno innanzitutto in Italia nei 10 geoparchi, nelle 15 riserve italiane della biosfera e nei 5 siti naturali inscritti nella lista del patrimonio mondiale”.

Una risorsa importante che, al pari dei più noti Caschi Blu e Caschi Bianchi formati e inviati in missioni di promozione della pace, dei diritti umani, dello sviluppo e della cooperazione fra i popoli, contribuirebbe concretamente alla tutela del patrimonio naturalistico italiano, già oggetto di precedenti iniziative realizzate in ambito Unesco. Una via che vale la pena provare a intraprendere consapevoli che chi verrà coinvolto avrà un interesse reale nella costruzione di un progetto comune.
Il Ministro Costa, nella presentazione dell’iniziativa, ha sottolineato che gli obiettivi dei Caschi verdi, a medio e lungo termine, faranno particolare riferimento alla prevenzione dei disastri ambientali:

“L’obiettivo è farli intervenire a sostegno dei programmi dell’organizzazione. Penso, in particolare, ad attività di formazione, sensibilizzazione ed educazione ambientale, di capacity building, di prevenzione dei disastri ambientali, di monitoraggio dei rischi idrogeologici e recupero del patrimonio naturale, soprattutto in casi di catastrofi naturali e post conflitto. Definiremo insieme le migliori modalità per attivare questa cooperazione con l’Unesco.”

Un’iniziativa capace di migliorare sia la formazione che l’informazione di gruppi specifici che, attraverso una rete di competenze, avrebbero come obiettivo quello di difendere e sostenere le aree verdi del pianeta, partendo dall’Italia. Una correlazione di azioni in grado di aiutare a far crescere la buona economia che si pone in sinergia con la natura.

Idea che non trova nemmeno ostacoli economici per l’avviamento e la sostenibilità delle azioni in quanto, come sottolineato dal Ministro Costa: “I fondi già ci sono. Possiamo utilizzare quelli per la difesa dal cambiamento climatico a cui ci siamo impegnati con l’accordo di Parigi del 2015: difendere e far crescere le aree verdi vuol dire inglobare carbonio negli alberi e dunque sottrarlo all’atmosfera, dove ha raggiunto livelli pericolosi. Inoltre abbiamo sottoscritto l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e dobbiamo raggiungere obiettivi come l’integrazione uomo-natura e la conservazione dei grandi ecosistemi senza i quali l’umanità non potrebbe sopravvivere. Si tratta di raccordare gli sforzi in atto e di esportare pratiche di eccellenza. L’Unesco è il luogo di coordinamento ideale per queste attività perché quale arte è più grande della tutela della natura?”

Una scelta quella della tutela dell’ambiente che non ha colori né steccati politici, ma è nell’interesse del benessere di tutti. E di questa Italia in prima fila ne siamo orgogliosi.

 

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India assetata e malnutrita. Come risolvere due problemi con una sola mossa

People For Planet - Mar, 07/31/2018 - 04:29

Programmazione economica, concetto un tempo ricorrente, e oggi desueto. Eppure no, può essere una parola ancora utile per i paesi emergenti. E l’India ci sta ragionando: sta facendo una seria riflessione su se stessa, sulle carenze di cui la popolazione soffre e sui nuovi rischi che si intravedono. Ha affidato a un think thank l’incarico di un focus su due questioni di vitale importanza: quella alimentare e quella ambientale.
Ne è derivato uno studio pubblicato da Science Advances (e ripreso da Bloomberg), che analizza 43 anni della storia agricola e alimentare del paese: dal 1966 al 2009.

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Cile, plastica addio: ecco la busta che si scioglie nell’acqua in 5 minuti

People For Planet - Lun, 07/30/2018 - 09:50

La differenza è che questa busta brevettata in Cile da SoluBag, realizzata con il calcare, si scioglie nell’acqua in cinque minuti, senza rilasciare sostanze nocive.
“Il nostro prodotto non ha impatto sull’ambiente – ha spiegato il direttore dell’azienda Roberto Astert Boettcher in un’intervista alla tv Canal 13 – la differenza tra la plastica tradizionale e questa prodotta da noi è che la prima resterà in natura per centinaia di anni, da 150 a 500, la nostra solo 5 minuti”.

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Juventus: la maglia fatta con la plastica riciclata dagli oceani

People For Planet - Lun, 07/30/2018 - 04:24

Avrà un design innovativo nel pieno rispetto per l’ambiente. La nuova maglia della Juventus sarà prodotta col tessuto Parley Ocean Plastic. Ricavato con la plastica riciclata dagli oceani, nasce dalla collaborazione di Adidas e Parleu for the Oceans, un programma ideato per combattere l’inquinamento dei mari.

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Il cibo biologico è migliore. La conferma (anche) dall’Unione europea

People For Planet - Lun, 07/30/2018 - 04:09

Secondo dati Nielsen del 2018, quest’anno il tasso di crescita delle vendite di prodotti bio si è attestato a un 10,5% dopo un triennio caratterizzato da un’impennata delle vendite, a tassi annui tra il 18 e il 19%. Numeri enormi, se si considera che l’alimentare nel suo complesso aumenta del 3% circa l’anno e che, della spesa alimentare complessiva, il biologico da solo rappresenta il 3,7%. Consideriamo inoltre che il biologico ha tutt’ora una scelta limitata, a partire dalla grande distribuzione (GDO), come i supermercati, e dunque un potenziale ben maggiore. Nell’ultimo anno, il numero di acquirenti abituali di prodotti biologici è stato pari a 6,5 milioni di famiglie, mentre il numero di acquirenti saltuari è cresciuto fino a 21,8 milioni di famiglie.

Nella GDO, le vendite di biologico sono aumentate del 15,8% nei supermercati e dell’11,7% negli ipermercati nel 2018.

Vale la pena? Sì. L’ultimo rapporto sui residui di pesticidi dell’Efsa, l’Ente europeo che controlla la sicurezza del cibo, diffuso pochi giorni fa, è tranquillizzante sia per la frutta e la verdura tradizionali che per il biologico (se italiani). Ma notiamo le differenze per capirne di più.

Dei campioni analizzati, il 96% di frutta e verdura “tradizionale” aveva residui di pesticidi entro i limiti di legge: cioè aveva residui, ma le attuali conoscenze scientifiche le considerano sicure. Come si definisce questo parametro? In base a una media, per cui è chiaro che un maschio adulto che pesa 80 kg è danneggiato meno rispetto a un consumatore più fragile come un bambino o un bebè. Ed è altrettanto chiaro che la quantità di frutta e verdura consumata abitualmente fa nuovamente variare la concentrazione nel corpo di questi contaminanti. Si fa una stima e si decide cosa sia sicuro, cosa non danneggi la salute “media”. Ma è evidente che la presenza di queste sostanze, anche quando è considerata sicura, può comportare un rischio.

Inoltre, se su 100 prodotti 96 avevano residui nella norma, significa che 4 li avevano sopra la norma. Altro dato importante: tra quelli a norma, 51 erano praticamente privi di residui.

Questo da cosa dipende? Perché un alimento tradizionale (non biologico) in certi casi contiene residui chimici e in altri casi no? Succede perché, per esempio, alcuni alimenti – come le mele – hanno bisogno di più antiparassitari per crescere, e altri semplicemente assorbono maggiormente le sostanze a cui sono esposti, come ad esempio le pesche.

Adesso il confronto con il biologico: su 5,495 campioni di cibo bio considerati nel 2016, il 98.7% rientrava nei limiti di legge (contro il 96% degli alimenti tradizionali), e l’83.1% (contro il 51 del tradizionale) era completamente esente da residui.

Una differenza – quella tra cibo tradizionale e biologico – davvero notevole: i cibi esenti da contaminanti si trovano tra i cibi biologici con una frequenza maggiore di 32 punti percentuali.

A questo link i grafici dello studio, dove poter confrontare i risultati da Paese a Paese e anche per tipologia di cibo. Si scopre così ad esempio che il topinampur è sempre privo di residui, e che la salvia ha un rischio altissimo di avere contaminanti oltre i limiti di legge, intorno al 20%. Mai male quanto il te, che arriva a esser fuori legge in 24 casi su 100. Male anche la frutta tropicale, che nell’11% dei casi ha valori sopra la normativa. Tra i cereali, spicca in positivo la segale ma anche il mais.

Altra cosa interessante che potete confrontare da soli è un paragone, indicativo, tra Spagna e Italia. Perché la Spagna? Perché è il Paese da dove più spesso arrivano sui nostri banchi le “primizie”, o in genere frutta e verdura a minor costo: e non è un caso. La Spagna ha regole più blande per i limiti di pesticidi nelle coltivazioni e anche da questo rapporto lo si vede bene. Nel confronto tra Stati, in Italia sono stati analizzati oltre 11mila campioni, in Spagna poco più di 2mila: oltre 5 volte di più. Nonostante questo, la Spagna ha un valore quasi doppio al nostro (3,2% rispetto all’1,9%) di prodotti finali con quantità di pesticidi oltre le norme.

Le analisi, condotte nel 2016, hanno valutato 84,657 campioni di cibo, testati su 791 tipi di pesticidi. La maggior parte dei campioni (67%) era di provenienza europea, o da Islanda e Norvegia, il 26.4% erano prodotti importati da paesi terzi. Per ben il 6.6% dei campioni, l’origine era sconosciuta: cosa che purtroppo può avvenire per alcune categorie di prodotto, ma che è sempre bene escludere dal nostro carrello ove possibile.

I limiti di legge non erano rispettati in una media del 2.4% dei casi per quanto riguarda i prodotti europei, del 7,2 per quanto riguarda i prodotti extra-Ue: cosa altrettanto interessante da tenere a mente quando compriamo ananas, banane ma anche un qualsiasi alimento, tra i milioni in commercio, che contiene olio di palma, per esempio.

Fa piacere sapere che, sebbene i campioni analizzati siano stati solo 1.676, il cibo destinato a neonati e bimbi piccoli (quindi prevalentemente latte in polvere e omogeneizzati) era entro i limiti nel 98.1% dei casi, e completamente libero da residui nel’89.8%. Una percentuale vicina a quella già mostrata e che riguarda il biologico, ma dove i campioni analizzati sono stati ben di più: su 5.495 campioni analizzati di biologico, il 98.7% era entro i parametri (quindi di un pelo più sicuri anche rispetto agli alimenti per la prima infanzia) e l’83.1% libero da residui.

Tra i cibi in assoluto e ovunque più “puliti” spiccano come detto la segale, il cavolo cappuccio, e le fragole. I cibi più contaminati sono le mele e i pomodori (dunque quelli dove vale ancor di più la pena scegliere bio). In base ai risultati raggiunti, Efsa ha definito basso il rischio per la salute, sia nel breve che nel lungo periodo: basso, non assente, e, come detto, relativamente a una stima.

Per capire fino a che punto ci convenga spendere di più, e comprare bio, consideriamo anche gli ulteriori controlli ai quali solo il biologico è sottoposto (salvo, ovviamente, le frondi, che possono esistere in qualsiasi ambito). Come ci spiegano dalI’Ispra, in Italia, nel caso del biologico “si testa non solo il prodotto finale, ma anche campioni di suolo e di acqua della falda, si analizzano parti della pianta e si pianificano attività di controllo che possono prevedere analisi chimiche superiori al minimo stabilito dal Regolamento europeo”. Se, ad esempio, nel terreno vengono trovate tracce di pesticidi e fertilizzati usati precedentemente in quel campo, l’agricoltore coltiverà in modo biologico, ma non potrà apporre la scritto bio sui suoi prodotti per almeno 2-3 anni, in modo da far decadere tutti i residui tossici. Ci sono 20 agenzie riconosciute per la certificazione bio. Fanno 62mila ispezioni l’anno e attestano 5mila campioni di suolo e prodotti. Valutano anche la presenza di agenti tossici, compresi i metalli pesanti, non considerati invece, ad esempio, in questa analisi dell’Efsa.

Abbiamo detto certificazioni bio: un elemento fondamentale per essere certi che l’alimento che abbiamo di fronte è veramente più sicuro. A questa pagina, il Ministero delle Politiche agricole stila un elenco delle certificazioni valide e autorizzate che dovremmo imprimere nella memoria quando leggiamo l’etichetta di un prodotto perché ci interessa scegliere biologico.

Da Federbio riassumono: “Le verifiche nel biologico hanno un rapporto di 0 a 100 rispetto al normale agroalimentare o al non certificato”. Qualcosa di prezioso, che inevitabilmente costa di più, ma che – tutto lascia intendere – ci ripaga nel tempo, anche – e certamente – da un punto di vista ambientale.

 

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In una impresa familiare chi scappa con la cassa non è punibile

People For Planet - Lun, 07/30/2018 - 02:16

Mi sono trovato spesso a gestire, da consulente, le dinamiche di riassetto organizzativo delle imprese a gestione familiare e qualche volta mi sono imbattuto anche in casi di ammanchi di cassa e sottrazione indebita di sostanze patrimoniali.

In altri termini ci si accorgeva che qualcuno era scappato con la cassa!

In Italia esistono circa 2,5 milioni di microimprese costituite sotto forma di impresa individuali (o ditta individuale) che impiegano circa 10 milioni di addetti. Si tratta sostanzialmente di imprese familiari disciplinate dall’art. 230 bis c.c., introdotto con la L. 151/1975 (Riforma del diritto di famiglia), che l definisce come l’organizzazione in cui collaborano il coniuge, i parenti entro il terzo grado e gli affini entro il secondo. Una azienda difficile da gestire, forse tra le più difficili, laddove si intrecciano le dinamiche dei sentimenti con lo sviluppo del business soprattutto in determinati momenti della vita dell’azienda come la individuazione della leadership e il il ricambio generazionale che rappresentano le principali cause di morte di quel tipo di imprenditoria.
Ne abbiamo parlato giovedì 21 Giugno, al convegno “Impresa familiare: un collegamento tra Generazione, Impresa & Territorio” , un progetto interessante dell’Università degli Studi di Napoli “Parthenope” che mi ha entusiasmato dalle prime battute per la qualità degli interventi, poco accademici e molto orientati alla individuazione delle soluzioni.

Sono stato sensibilmente e professionalmente coinvolto nel dibattito proposto dall’Avv. penalista del foro di Napoli Rocco Curcio sul tema della non punibilità dei reati contro il patrimonio commessi nell’ambito della impresa familiare. In particolare ci siamo soffermati sul dispositivo dell’art. 649 c.p che stabilisce che qualsiasi danno patrimoniale prodotto in danno di un parente nell’ambito dell’impresa familiare non è punibile!

E’ escluso solo il danno derivante da rapina, estorsione, sequestro di persona a scopo di estorsione e comunque ogni altro delitto contro il patrimonio che sia commesso con violenza alle persone.

Per il resto, anche la cd. Appropriazione indebita, contemplata nel dettaglio dall’articolo 646 il quale punisce “chiunque, per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, si appropria il denaro o la cosa mobile altrui di cui abbia, a qualsiasi titolo, il possesso“, non ha rilevanza penale.

Pertanto se un familiare scappa con la cassa dell’azienda non e’ punibile penalmente. Scioccante !

Un vuoto legislativo che merita una riflessione.

Cari imprenditori, non è forse il caso di tener ben presente tale tematica nella gestione delle imprese familiari laddove solitamente si tende ad apprestare una tutela minima ai rapporti di lavoro che si svolgono in ambito familiare?

Per chi non ha saputo o voluto anticipare il problema – relegandolo invece tra le cose che sono destinate ad avvenire ‘naturalmente’ e che non necessitano particolare attenzione o, peggio ancora, nell’area dei fatti che producono sensazioni sgradevoli e che è meglio dimenticare in fretta per concentrarsi su cose più piacevoli – il risveglio potrebbe essere dei più amari.

Ecco l’esigenza di impostare strumenti di vincolo e di ottimizzazione come il «patto legale della famiglia» che garantisca il ricambio generazionale e la continuità d’impresa anche attraverso la tutela del patrimonio.
La finalità è quella di assicurare, fissando regole precise, continuità nella gestione delle imprese, attraverso: l’individuazione di uno o più discendenti – figli, nipoti – dell’imprenditore ritenuti idonei alla gestione; il trasferimento a esso dell’azienda o delle partecipazioni (quando l’impresa è svolta attraverso una struttura societaria); la liquidazione dei diritti economici dei legittimari ai quali non viene assegnata l’azienda o non vengono date le partecipazioni. E non ultimo anche le garanzie eventualmente da ritirare per far fronte a tale ipotetico, ma non improbabile, evento.

 

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Sculture in metallo che si muovono con il vento

People For Planet - Dom, 07/29/2018 - 04:16

Nel 1996 ha riempito il suo parco di sculture con pezzi metallici che danzano sinuosamente al vento. Il suo lavoro è apparso anche alle Olimpiadi di Rio 2016! L’intento dell’artista è trasmettere agli spettatori attraverso il suo lavoro un momento di pace semi-meditativa.

 

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E se vi chiedessero di lavorare di meno?

People For Planet - Sab, 07/28/2018 - 05:24

Nel produttivo Nord Est c’è un’azienda che ha avviato una sperimentazione che sembra quasi controtendenza: far lavorare i propri dipendenti due ore in meno alla settimana, con altre concessioni come la flessibilità oraria in entrata e due giorni di lavoro da casa.

Sta succedendo alla Salvagnini, azienda che progetta e produce macchine e sistemi per la lavorazione della lamiera, in provincia di Vicenza.
A scaglioni, i 750 dipendenti otterranno quello che hanno richiesto e che è stato scritto in un accordo integrativo appena firmato: 38 ore di lavoro anziché 40 a settimana, con l’uscita alle 14 del venerdì per un weekend più lungo. L’accordo prevede anche la possibilità di entrare in orario flessibile tra le 8 e le 8.30 e, per le 350 persone impiegate negli uffici, anche due giorni a settimana di lavoro da casa. Le due ore saranno comunque pagate: dall’azienda stessa per i primi 75 minuti e 45 minuti saranno scalati dai permessi.

“Dimostreremo che anche con due ore in meno si può realizzare lo stesso prodotto di qualità perché la gente è motivata dal poter stare un pomeriggio intero in più con i propri cari e dall’ipotesi di produrre da casa”, hanno detto al quotidiano La Repubblica i sindacalisti che hanno lavorato all’accordo, Morgan Prebianca della Fiom e Carmine Battipaglia di Fim e Rsu.

Le modalità e l’organizzazione andranno sperimentate sul campo. La riduzione oraria sul lavoro ha dato risultati altalenanti in base alle modalità di attuazione e di diversa interpretazione (pensiamo solo alla Francia e al lungo dibattito sul tema delle 35 ore), ma il lavoro da casa, il cosiddetto Smart Working, va nella direzione seguita da molti Paesi europei ed anche in Italia sta crescendo.

Solo nel 2017 sono cresciuti del 60% i lavoratori che hanno iniziato a sperimentare il lavoro da casa, arrivando al 5-6% di lavoratori totali interessati, secondi dati dell’Osservatorio sullo smart working del Politecnico di Milano, riportato anche dal Sole24Ore. Il quotidiano indica che le cifre sono ancora ben lontane dal 17% della media europea e riporta anche un dato interessante: da casa crescerebbe la produttività. L’Osservatorio stima un incremento della produttività pari al 15%, anche grazie alla riduzione del tempo e del costo per gli spostamenti, alla riduzione dell’assenteismo e all’abbattimento dei costi per gli spazi fisici.

Dall’Osservatorio si evidenzia anche un cambio culturale: puntare sullo smart working significherebbe infatti “traghettare le organizzazioni verso una cultura del lavoro meno legata al presenzialismo e più volta al risultato“.

 

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Tiziano Terzani: avere ci rende felici?

People For Planet - Sab, 07/28/2018 - 04:10

 

Produciamo cose inutili, prodotte da altri in condizioni che vogliamo ignorare in una continua economia competitiva, entrata a far parte anche delle nostre più azioni quotidiane. Soldi per le multinazionali, soldi per il consumismo, soldi sperperati, ma quello che troppo spesso dimentichiamo è la capacità di accontentarsi.

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