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Sclerosi multipla, un caschetto riduce l’affaticamento

People For Planet - Lun, 01/13/2020 - 18:11

Contro l’affaticamento causato dalla sclerosi multipla arriva un nuovo trattamento non invasivo a base di segnali elettrici, personalizzabile e somministrabile anche a casa. Il dispositivo, un caschetto con elettrodi, è stato messo a punto da un gruppo di ricercatori dell’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Consiglio nazionale delle ricerche ed è in grado di compensare la distorsione comunicativa tra alcune regioni del cervello collegata all’affaticamento del paziente affetto da sclerosi multipla.

Cinque stimolazioni per 5 giorni, senza effetti collaterali

La somministrazione di 5 stimolazioni elettriche non invasive di 15 minuti al giorno per 5 giorni, applicabile anche a casa, può ridurre per mesi la spossatezza tipica della malattia senza causare effetti collaterali. «Da molti anni, coscienti che l’affaticamento nella sclerosi multipla conta su cure farmacologiche poco efficaci e spesso accompagnate da effetti collaterali anche gravi e che si accompagna ad alterazioni della comunicazione intracerebrale – spiega Franca Tecchio del Cnr-Istc, che ha supervisionato lo studio – abbiamo lavorato per contrastare questo sintomo inviando segnali al cervello. Abbiamo cioè adattato a questa condizione una neuromodulazione, una tecnica capace di modificare l’eccitabilità di alcune regioni cerebrali, che aveva reso persone sane più resistenti alla fatica».

Modifica l’attività di alcune regioni cerebrali

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista del gruppo Nature, Scientific Reports. Prima di tutto i ricercatori si sono concentrati sulla ricerca delle regioni cerebrali che nel paziente affetto da sclerosi multipla comunicano peggio al crescere della fatica, dopodiché hanno messo a punto un intervento di neuromodulazione per compensare la distorsione comunicativa rilevata attraverso lo sviluppo del caschetto personalizzabile per la somministrazione di stimolazioni elettriche transcraniche. E dopo cinque stimolazioni di 15 minuti al giorno, spiega Tecchio, «molti pazienti si sono sentiti più in forze».

Lo studio della neurodinamica

I ricercatori hanno indagato la dinamica dell’attività elettrica dei neuroni cerebrali (neurodinamica), scoprendo che si altera al crescere della fatica soprattutto nelle regioni cerebrali coinvolte nelle rappresentazioni delle sensazioni da tutto il corpo. Hanno quindi misurato le variazioni dell’organizzazione delle regioni cerebrali coinvolte nell’affaticamento. «Abbiamo anche studiato il comportamento delle regioni del cervello dedicate al controllo dei movimenti della mano destra e di quella sinistra e alle percezioni tattili e propriocettive delle due mani. Ci siamo così accorti che dopo il trattamento di stimolazione elettrica non invasiva la neurodinamica della regione somatosensoriale si era normalizzata, e risultava più bilanciata la comunicazione tra le regioni motorie omologhe destre e sinistre. Queste migliorie di comunicazione intracerebrale spiegavano quasi la metà, il 48%, del miglioramento dell’affaticamento», continua la studiosa.

Ristabilire la comunicazione intracerebrale

«Possiamo quindi affermare – conclude Tecchio – che una elettroceutica (il campo della medicina bioelettronica in cui si fa uso di stimolazioni elettriche per influire e modificare le funzioni del corpo umano, ndr) non invasiva e personalizzata sulle specifiche caratteristiche anatomo-funzionali delle regioni compromesse può essere efficace contro la fatica. Parte dell’efficacia nasce dal ristabilire la comunicazione intra-cerebrale che era tanto più alterata al crescere della fatica».

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Acqua potabile, nano-fogli di grafene catturano nuovi contaminanti

People For Planet - Lun, 01/13/2020 - 18:11

È un materiale avente uno spessore equivalente alle dimensioni di un solo atomo di carbonio, con la resistenza teorica del diamante e la flessibilità della plastica: grazie a dei nano-fogli di questo speciale materiale la cui scoperta è valsa il Nobel per la fisica nel 2010, il grafene, ora è possibile rimuovere dall’acqua potabile sostanze inquinanti che non vengono eliminate dai trattamenti convenzionali. Messi a punto da un gruppo di ricercatori italo-svedese, i sottilissimi fogli depuratori possono inoltre essere recuperati dopo l’uso, lavati con un solvente specifico per rimuovere i contaminanti raccolti ed essere impiegati di nuovo.

I ricercatori dell’Istituto per la sintesi organica e fotoreattività e dell’Istituto per la microelettronica e microsistemi del Consiglio nazionale delle ricerche hanno lavorato in collaborazione con la svedese Chalmers University di Goteborg, e gli studi effettuati sono valsi loro la pubblicazione sulla rivista Nanoscale. A spiegare come funziona la nuova tecnologia che impiega il grafene per potenziare le membrane filtranti polimeriche per la depurazione dell’acqua sono Manuela Melucci e Vincenzo Palermo dell’Istituto per la sintesi organica e fotoreattività, coordinatori del team di ricercatori che ha svolto la ricerca nell’ambito del progetto europeo Graphene Flagship:

Grafene e polisulfone

«Combinando fogli di ossido di grafene con membrane di polisulfone (materiale termoplastico ad elevata robustezza, ndr) e derivati», spiegano i due ricercatori, «abbiamo realizzato filtri capaci di catturare contaminanti organici, molecole costituenti principi attivi di farmaci, cosmetici o detergenti che spesso non sono eliminati dai trattamenti convenzionali e che possono quindi contaminare le acque della rete idrica».

Capacità di filtraggio tre volte superiore

La capacità di filtraggio del nuovo materiale a base di ossido di grafene e polisulfone e derivati è stata testata dai ricercatori su campioni di acque contaminate con sostanze come la rodamina, colorante molto usato in campo tessile e farmaceutico, l’antibiotico ofloxacina e l’antinfiammatorio diclofenac. «Queste molecole fanno parte dei cosiddetti “inquinanti emergenti” – farmaci, pesticidi, detergenti e fragranze varie – individuati recentemente nelle acque potabili e oggetto di attenzione per i possibili rischi per la salute e l’ambiente. Le misurazioni hanno confermato che le performance di filtraggio delle membrane di polisulfone addizionato con ossido di grafene superano di oltre tre volte quelle del materiale standard contenente solo polisulfone».

leggi anche: Acqua potabile dal mare grazie al grafene

In Kenya il primo impianto a energia solare che trasforma l’acqua dell’oceano in acqua potabile

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La spesa mista fa risparmiare uno stipendio all’anno

People For Planet - Lun, 01/13/2020 - 15:00

Dal 1997 a oggi ogni famiglia dedica il 18,4% del proprio reddito alla spesa alimentare.

Anni fa – decenni fa – chi faceva la spesa andava in vari negozi: dal macellaio, dal droghiere e dal fruttivendolo. Poi sono arrivati i supermercati dove si trova tutto.

L’arrivo dei discount – e della crisi economica – ci ha permesso di scegliere prodotti non di marca a prezzi contenuti, qualche volta a discapito della qualità.

Oggi la tendenza ci riporta un po’ all’antico: molti italiani si affidano a una spesa “mista” che preveda le varie tipologie di prodotti.

Ma dove conviene acquistare? In quali supermercati è meglio comperare prodotti di marca, prodotti discount o prodotti a marchio commerciale (con il logo della catena di negozi)?

Una interessante inchiesta di Altroconsumo ha preso in esame i supermercati dividendoli tra quelli dove c’è la possibilità di comperare tutte le tipologie di prodotti- quella che viene chiamata “spesa mista”, quelli dove si trovano solo prodotti di marca e quelli dove il miglior prezzo è dato dai prodotti a marchio commerciale.

Come abbiamo detto, la maggior parte dei consumatori preferisce la spesa mista e in questo caso la catena più conveniente, secondo l’indagine è Famila Superstore (con un punteggio di 100) seguito da Auchan e Ipercoop. Il peggiore Carrefour Market.

Per quanto riguarda i prodotti di marca i più convenienti si trovano da Esselunga, Famila Superstore ed Esselunga Superstore, il peggiore Carrefour Market.

Mentre per i prodotti a marchio commerciale la migliore scelta è Conad, Iper e Famila e la peggiore è Esselunga.

Per i discount “puri” la classifica vede al primo posto a pari merito Aldi ed Eurospin.

Fare la spesa in modo consapevole può far risparmiare fino a 1200 euro l’anno, meditiamo, gente, meditiamo.

Vedi anche:
Fare la spesa: perché non possiamo evitare i sacchetti di plastica?
Trovano una lista della spesa di 384 anni fa: ecco di cosa si aveva bisogno nel 1600
Prodotti sfusi a domicilio, è boom

Foto di Alexas_Fotos da Pixabay

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Addio a Giovanni Custodero, il “guerriero sorridente” stanco di soffrire

People For Planet - Lun, 01/13/2020 - 12:30

Ha voluto trascorrere le vacanze natalizie con i familiari e gli amici più stretti. Poi il giorno dell’Epifania, al termine dei giorni di festa, ha scelto la sedazione profonda per alleviare i dolori della malattia che lo aveva colpito quattro anni fa, diventati troppo forti. Nella notte tra sabato e domenica il suo cuore ha smesso di battere. Si svolgerà oggi pomeriggio alle 15 nella chiesa di Santa Maria del Carmine in piazza della Concordia a Pezze di Greco, frazione del comune di Fasano (Brindisi), il funerale di Giovanni Custodero, il giovane 27enne, ex portiere di calcio a cinque, che da quattro anni lottava contro un sarcoma osseo.

Il “guerriero sorridente”

Un dolore alla caviglia sinistra nel 2015, mentre giocava a calcio. Il dolore che non se ne va. La diagnosi nel 2016: una rara forma di sarcoma osseo in stadio avanzato che, dopo avergli causato l’amputazione della gamba sinistra, si è ripresentato aggredendo femori, clavicola sinistra e cranio e lo aveva costretto ad altri interventi chirurgici e sedute di radioterapia. Nonostante tutto, per 4 anni Giovanni aveva condiviso sui social la sua “battaglia a viso aperto” contro il tumore senza perdere mai il sorriso e la speranza, cercando di essere un esempio positivo. Per questo per tutti resterà “il guerriero sorridente“.

Poco prima di Natale, però, la stanchezza e i dolori erano sempre maggiori. «Ci sono voluti quasi 4 anni, 6 interventi, diversi cicli di radioterapia su più punti del mio corpo per abbattere il mio fisico – aveva scritto il giovane su Facebook il 21 dicembre 2019 -. È ormai un mese che sono bloccato dentro il mio letto ed ora sono all’estremo delle mie forze e non per questo ho deciso di fermarmi (non sarebbe da me), ma continuerò nel mio percorso senza mai mollare. Non augurerei questa sofferenza neanche al mio peggior nemico, ma qualcuno doveva pur beccarsela. Ho deciso di scrivere questo post perché da molto non sono sui social e non rispondo a messaggi privati, perché credo sia più giusto dedicare questo tempo alle persone più importanti della mia vita (non che voi non lo siate, perché avete fatto tanto per me, ma è giusto che abbia delle priorità). Spero che capiate».

La battaglia finale

Poi il sei gennaio il suo ultimo post su Facebook: «Ebbene si, eccoci arrivati alla battaglia finale, siamo io e lui, uno dinanzi all’altro… ed io lo guardo in faccia… capisco che è forte dell’energia con la quale l’ho nutrito in questi anni, mentre io sono ormai stanco. Ho deciso di trascorrere le feste lontano dai social ma accanto alle persone per me più importanti. Però, ora che le feste sono finite, ed insieme a loro anche l’ultimo granello di forza che mi restava, ho deciso che non posso continuare a far prevalere il dolore fisico e la sofferenza su ciò che il destino ha in serbo per me. Da domani sarò sedato e potrò alleviare il mio malessere. Spero di essere stato d’aiuto a molte persone. Per questo voglio per l’ultima volta ringraziarvi per ciò che siete stati, siete e sarete sempre: la mia forza».

Cos’è la sedazione profonda

Da non confondere con l’eutanasia o il suicidio assistito, la sedazione palliativa continua profonda non porta alla morte del paziente: ha il solo scopo di ridurre o abolire la percezione del dolore provato dalla persona. Quest’ultima viene addormentata fino all’eventuale perdita di coscienza, pur rimanendo in grado di respirare autonomamente. La somministrazione di questo tipo di sedazione viene effettuata tramite infusione continua di un farmaco che consente di ottenere una riduzione intenzionale della vigilanza ed è praticata in accordo con il paziente da un medico anestesista.

Sul letto di Giovanni la scritta “sorridi e il mondo sorriderà con te”. Buon riposo, Giovanni. Sorridi anche ora, ovunque tu sia.

Foto presa dal profilo Facebook di Giovanni Custodero

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Banche: che si lecchino le loro ferite!

People For Planet - Lun, 01/13/2020 - 12:00

La Divina Commedia è sempre attuale. Ma gli ultimi capitoli non sono stati scritti da Dante ma dalla storia (e dalla cronaca) e riguardano i nostri banchieri, peccatori condannati, in base alla legge del contrappasso, a scontare una pena simile alla colpa.

Cos’è il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi

È quanto sta avvenendo negli ultimi anni per le banche che hanno dovuto aderire obbligatoriamente al Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi.
Ricordiamo che il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (FITD) è un consorzio di diritto privato, disciplinato dal Decreto Legislativo 24 marzo 2011, n.49, che ha recepito la Direttiva 2009/14/CE, supervisionato dalla Banca d’Italia, cui devono obbligatoriamente aderire tutte le banche italiane aventi come forma societaria la Società per Azioni, e le banche extracomunitarie (che hanno filiali in Italia) che non aderiscano a sistemi di garanzia equivalenti.
Non vi devono aderire le banche di Credito Cooperativo, che devono però dar conto al Fondo di Garanzia dei Depositanti del Credito Cooperativo, regolato dalla stessa normativa e con funzioni analoghe.

La finalità del Fondo è di tutelare i risparmi (non gli investimenti) dei clienti di banche che dovessero trovarsi in situazioni di insolvenza, quindi depositi in conto corrente, conti di deposito, certificati di deposito nominativi, libretti di risparmio nominativo e assegni circolari, garantiti in caso di fallimento dell’istituto di credito fino a 100.000 euro.
Azioni, obbligazioni, pronti conto termine emessi dalla banca in liquidazione coatta, non rientrano nell’oggetto della tutela offerta dal FITD.
Nessuna scelta, nessuna opzione. Se un tuo collega, caro banchiere, ha gestito male (eufemismo) la sua banca, tu sei costretto a pagare le sue inefficienze!
Il meccanismo del consorzio prevede infatti che le banche versino i loro contributi soltanto in caso di necessità (“ex post”) a chiamata entro 48 ore. L’impegno oscilla tra lo 0,4% e lo 0,8% dei fondi rimborsabili (la massa totale dei depositi presenti nelle filiali degli istituti italiani) di tutte le consorziate.

Ridurre al minimo l’intervento dello Stato

In questi giorni ho sentito i direttori generali di due piccole banche che smadonnavano per dover assicurare la sopravvivenza di Banca Popolare di Bari con un contributo di circa 100.000 euro ciascuno. E si tratta di due piccole banche sane ed efficienti.
Immaginate quanto possa pesare nel conto economico di grandi banche in difficoltà il salvataggio di una consorella in default?
Milioni di euro che mettono in pericolo la vita della stessa banca soccorrente!
E se, tra le varie misure più volte proposte, si pensasse di regolamentare un settore praticamente devastato anche aumentando la quota di partecipazione delle banche al Fondo e riducendo al minimo l’intervento dello Stato?
In tal modo aumenterebbero le pene all’interno del girone dantesco.

La legge del contrappasso rappresenterebbe una sorta di “mano invisibile”, grazie alla quale, in una economia liberista, la ricerca egoistica del proprio interesse gioverebbe a se stessi e all’interesse dell’intero settore tentando di riequilibrarlo attraverso organi di controllo ricettivi agli input che vengono da quei manager che oggi bestemmiano turco perché efficienti, liberi, indipendenti e creditori nei confronti di Bankitalia che ha, invece, chiuso più di un occhio, ad esempio nella individuazione dei requisiti di onorabilità, nei confronti della mala gestione della maggior parte dei banchieri.

Ribadiamo che il mercato non deve più essere il luogo dove si privatizzano gli utili e si socializzano le perdite. Se una banca è fuori mercato, allora fatela salvare dalle altre banche. Altrimenti che fallisca! La prossima volta si eviterà di gestirla in maniera scorretta, spavalda e clientelare. Lo Stato non può fare tutto, né può continuare a essere il padre generoso che salva i suoi figli spericolati e scapestrati. È arrivato il momento di far capire che stare sul mercato è una cosa seria e richiede correttezza, professionalità e onestà.

Perché poi lo Stato siamo noi che pagheremo le tasse per salvare quelle catapecchie che sono ormai diventate le banche del nostro paese.

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Il 76% delle persone fa pipì sotto la doccia

People For Planet - Lun, 01/13/2020 - 11:18

Il 76% della gente che ti circonda, più o meno, ha fatto pipì sotto la doccia. Quello che tempo fa era un suggerimento per risparmiare l’acqua dello sciacquone (tantissima se ne spreca, ma la si può risparmiare anche in questo altro modo) e dunque sostenere l’ambiente, deve essere piaciuto, perché secondo un sondaggio di ShowertoYou.co.uk, che ha coinvolto mille persone, è capitato un po’ a tutti di farla nel più completo dei relax. Del resto lo diceva già oltre 30 anni fa Fulco Pratesi, fondatore del Wwf: fare pipì sotto la doccia è un atto politico.

Il 53% fa la doccia ogni giorno

Dalla ricerca è anche emerso che il 53% delle persone si doccia ogni giorno: abitudine non proprio sostenibile per l’ambiente, ma dubbia anche dal punto di vista della salute della pelle. Il 25% si fa la doccia ogni 1-3 giorni, mentre il 22% aspetta 4-6 giorni tra una doccia e l’altra.

Il 25% non si lava le mani in bagno

Si lava i denti due volte al giorno solo il 61% degli intervistati, mentre il 29% confessa di non lavare via il make up prima di andare a letto. Un buon 25% – addirittura – non si lava le mani dopo aver usato la toilette: dato che stride con l’elevata percentuale di persone che sente il bisogno di lavarsi completamente ogni giorno.

Infine, si allontana sempre più la vecchia abitudine di fare il bagno al posto della doccia: usa questa possibilità solo l’11% degli intervistati.

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2020 anno internazionale della salute delle piante

People For Planet - Lun, 01/13/2020 - 11:17

Un anno all’insegna della biodiversità e della tutela degli ecosistemi. La FAO ha proclamato il 2020 “Anno internazionale della Salute delle Piante” per aumentare la consapevolezza verso i problemi legati al mondo vegetale e garantire la tutela della nostra salute e di quella del pianeta, affinché la comunità internazionale riconosca l’importanza del mondo vegetale, della sua e della nostra salute.

Le piante costituiscono l’80% del cibo che mangiamo e producono il 98% dell’ossigeno che respiriamo. Malgrado questo fino al 40% delle coltivazioni mondiali viene distrutto da malattie e parassiti,

«Come per la salute umana o animale, anche per le piante prevenire è meglio che curare», ha sottolineato Qu Dongyu, Direttore Generale della FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura) a margine della riunione del Consiglio dell’Agenzia delle Nazioni Unite ed è soprattutto più economico.

Sul sito web dedicato a quest’iniziativa sono disponibili consigli e suggerimenti su ciò che ognuno di noi può fare.

Tra le tante iniziative dal 4 al 6 giugno si terrà a Torino il “Festival Plant Health” con conferenze, spettacoli, mostre dedicate alla salute delle piante e dell’ambiente.

Per quest’anno abbiate una particolare cura della salute del vostro pothus, ve ne sarà grato.

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Attraverso Airbnb le dimore storiche diventano alloggi e i sindaci si trasformano in host

People For Planet - Lun, 01/13/2020 - 07:00

A Civitacampomarano, un borgo molisano che conta meno di 400 abitanti, è stata inaugurata Casa Cuoco, la quarta casa d’artista di Airbnb. In questa dimora visse tra Settecento ed Ottocento il politico e letterato Vincenzo Cuoco; terminati gli interventi di ristrutturazione, da gennaio le sue porte sono aperte a tutti i viaggiatori che desiderano soggiornare tra le sue mura, scegliendo come alloggio un appartamento intero o una delle tre camere ricavate al piano superiore.

Casa Cuoco si può prenotare sulla piattaforma Airbnb e rientra nel progetto Borghi Italiani avviato nel 2017 – l’anno dei Borghi – in collaborazione con MiBACT e con il patrocinio ANCI, che prevede la valorizzazione di oltre 40 borghi sparsi lungo tutta la nostra penisola attraversoprogetti di varia natura. Insieme a Civitacampomarano, anche Lavenone in Lombardia e Sambuca di Sicilia sono stati protagonisti del recupero di spazi pubblici; il modello è stato Civita di Bagnoregio, dove per la prima volta un sindaco è diventato un host di Airbnb ed è stata inaugurata la prima Casa d’Artista recuperando un immobile storico, Casa Greco.

In totale, sono venti i borghi promossi a livello internazionale – uno per ciascuna delle Regioni italiane – attraverso un sito dedicato: Aieta (Calabria), Apricale (Liguria), Asolo (Veneto), Barolo (Piemonte), Bevagna (Umbria), Bitti (Sardegna), Città Sant’Angelo (Abruzzo), Cividale del Friuli (Friuli-Venezia Giulia), Dozza (Emilia Romagna), Étroubles (Valle d’Aosta), Furore (Campania), Mezzano (Trentino Alto Adige), Moresco (Marche), Pisticci (Basilicata), Poggiorsini (Puglia), Sabbioneta (Lombardia), San Casciano dei Bagni (Toscana), Sperlonga (Lazio), Savoca (Sicilia) e Torella del Sannio (Molise).

Venti borghi sono poi oggetto di promozione attraverso un piano di comunicazione sui presidi social media di Airbnb: Ameglia (Liguria), Bard (Valle d’Aosta), Candelo (Piemonte), Bosa (Sardegna), Casperia (Lazio), Castelvetro di Modena (Emilia Romagna), Castiglione di Garfagna (Toscana), Cison di Valmarino (Veneto), Conca dei Martini (Campania), Fare San Martino (Abruzzo), Monte Sant’Angelo (Puglia), Montegabbione (Umbria), Offagna (Marche), Petralia Soprana (Sicilia), Pietrapertosa (Basilicata), Torno (Lombardia), Vastogirardi (Molise) e Venzone (Friuli Venezia Giulia).

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“Chomsky & Mujica” inediti in un documentario sulle sfide del secolo

People For Planet - Dom, 01/12/2020 - 12:00

Cresce l’attesa per l’uscita del documentario realizzato dal regista messicano Saúl Alvídrez Ruiz, destinato in primis alle nuove generazioni ma con l’intento di lasciare un grandissimo messaggio a tutta l’umanità. Insieme a Noam Chomsky e Pepe Mujica – due dei più grandi personaggi che il Novecento ci ha regalato – esploreremo l’amore, la vita, la libertà e le sfide che il mondo si appresta ad affrontare. Per poter consegnare al mondo “Chomsky & Mujica” manca un ultimo tassello, la post produzione, che include il video editing, l’inserimento di musiche originali e dei credits ed altri dettagli fondamentali. Per questo è stata aperta una raccolta fondi su Kickstarter con l’obiettivo di raccogliere almeno 19.200 dollari, cifra già abbondantemente superata.

Perché un documentario?

«Le nuove generazioni hanno ricevuto in eredità le responsabilità ed i pericoli maggiori di tutta la storia umana. Sembra che il collasso ecologico, economico, politico e sociale della nostra cività insostenibile sia imminente. Ecco perché i Millennials e i Centennials devono raggiungere un cambio radicale del corso globale delle cose nei prossimi decenni… ma come?», si legge nella descrizione che spiega i presupposti del documentario. Il progetto cerca di rispondere a questa domanda cruciale e vuole farlo semplicemente perché è la domanda più importante in questo momento.

“Chomsky & Mujica” è un film che ha come protagonisti il più grande intellettuale dei nostri tempi e il più amato politico del mondo. Non ci sono precedenti. Il primo incontro tra i due è stato registrato a casa dell’ex presidente uruguayano “Pepe” Mujica, a Montevideo, dove vive insieme alla moglie. Anche Chomsky ha portato con sé la moglie e tutto è diventato un grandioso quadretto familiare davanti al barbecue, in cui tutti hanno condiviso le proprie esperienze di vita e hanno dato vita ad una conversazione che rimarrà nella storia.

Perché proprio Chomsky & Mujica?

Chomsky e Mujica non hanno certo bisogno di presentazioni, le loro vite sarebbero perfette anche singolarmente per qualsiasi documentario. Ma è interessante immaginarli insieme, quasi improbabile se non sapessimo che presto sarà una scena proiettata sui nostri schermi.

Noam Chomsky, secondo il New York Times, è “il più grande intellettuale vivente”, conosciuto da tutti come il padre della linguistica, materia che rivoluzionò a soli 29 anni. Linguista, filosofo, storico, critico sociale, è uno dei maggiori attivisti politici dei nostri giorni. Professore emerito del Mit di Boston, è autore di oltre 100 libri. Oggi è probabilmente anche uno dei più celebri dissidenti politici.

Pepe Mujica ha una vita leggendaria. Ha preso parte alla guerrilla con i Tupamaros ai tempi della dittatura in Uruguay, ha passato quasi 15 anni in prigione in condizioni disumane, è stato vicino alla morte e alla pazzia a causa dell’isolamento totale al quale fu sottoposto. Ha tentato la fuga più volte, quando alla fine è riuscito a scappare ha iniziato una nuova lotta, fino alla conquista della presidenza. E, da presidente, ha stupito il mondo intero, dimostrando che la politica può essere fatta in modo diverso. Mujica è stato “il presidente più povero del mondo” e “il più saggio uomo del Sud”, con il suo comportamento coerente e i suoi discorsi potentissimi, che uniti al suo carisma e al suo stile di vita così austero gli hanno consentito di ricevere così tanto amore e interesse da parte di tutto il mondo.

Saúl Alvídrez Ruiz, dall’attivismo politico alla regia

Saul Alvidrez è messicano, ha 31 anni. Quando ne aveva 24 e studiava a Mexico City diventò il primo membro del movimento sociale #YoSoy132. L’attivismo politico fu però neutralizzato da attacchi diretti da parte della Mexican Government Intelligence Agency (CISEN) e dal sistema mediatico messicano. Furono creati scandali inesistenti attorno alla sua figura, che lo portarono ad un auto-esilio – insieme al suo cane Zeus – in Argentina, Bolivia, Colombia, Uruguay ed Ecuador. Furono anni di studio e anni in cui si formò nella mente di Saul Alvidrez la sua vera missione: amplificare il confronto pubblico e focalizzarsi su problemi globali. In quegli anni il regista si focalizzò proprio su Chomsky e Mujica. «Ho lavorato a questo progetto in quattro Paesi diversi per oltre 5 anni. Ho preso 20 aerei, ho scritto più di 600 e-mail e sono vicino alle 1000 ore di lavoro, ma adesso posso dire che abbiamo quasi finito il film più bello che potessi mai immaginare», spiega.

Manca davvero poco. La cifra prevista per la post produzione era di 19.200 dollari. Per il materiale extra da distribuire a maggio occorrevano 30 mila dollari, mentre per immaginare una distribuzione ai festival internazionali la previsione era di 38 mila dollari da raccogliere contando sul supporto di Kickstarter entro il 17 dicembre scorso. Supporto che è arrivato puntuale: 57.900 dollari è la cifra ufficialmente raccolta.

Info ufficiali: www.chomskyandmujica.com

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Aereo caduto, scontri a Teheran. L’Iran ha ammesso la sua responsabilità

People For Planet - Dom, 01/12/2020 - 10:48

Lo scandalo dell’aereo ucraino abbattuto per errore ha fatto da miccia per scatenare proteste, a Teheran, contro il regime. Durante una manifestazione di commemorazione delle vittime ci sono stati scontri e violenze con la polizia. Davanti alle università cittadine una folla di giovani si era riunita per ricordare le 176 vittime ma anche manifestare la propria rabbia contro il governo islamista, che per due giorni ha nascosto la verità al mondo intero.

Si chiedono le dimissioni del leader supremo, l’ayatollah Ali Khamenei, al grido di “ Morte ai bugiardi” e “leader assassino”. Già numerosi gli arresti.

Solo poche ore fa, l’Iran ha ammesso che sono stati i loro missili ad abbattere l’aereo ucraino per errore. “La Repubblica islamica dell’Iran si rammarica profondamente per questo errore disastroso”. Le “indagini proseguiranno per identificare e perseguire” gli autori di questa “grande tragedia” e “questo sbaglio imperdonabile”, ha scritto il presidente iraniano Hassan Rouhani in un post sul suo account Twitter.

Fino a ieri non c’era certezza sulle cause del disastro aereo, e anzi diverse fonti di stampa sottolineavano la scarsa sicurezza del boeing caduto la mattina dell’8 gennaio scorso.

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Erbe Officinalis: natura da scoprire

People For Planet - Dom, 01/12/2020 - 07:00

Melissa e Menta sono conosciute ma il Lapazio? La Piantaggine? Come usare le erbe officinali e come imparare a conoscerle (spoiler: è questione di esperienza).

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Perché possiamo fermare l’apocalisse del clima

People For Planet - Sab, 01/11/2020 - 12:00

Tempeste, tornadi, innalzamento dei mari, sono una minaccia epocale; ogni anno migliaia di persone muoiono a causa dei queste calamità innaturali.

Nessuno può dire con certezza che riusciremo a diminuire drasticamente l’inquinamento atmosferico ma nessuno può dire con certezza neppure che non ci riusciremo.

Quindi sbaglia chi sostiene che ormai non c’è più niente da fare. La storia ci insegna che l’umanità è capace di grandi balzi in avanti.
Ho due buone notizie per te: abbiamo le tecnologie che possono fermare l’apocalisse ambientale e le stiamo usando per riuscirci!
I grafici che mostrano il veloce avanzare del cambiamento climatico e il non abbastanza veloce sviluppo delle tecnologie ambientali traggono in inganno.

Nel 2000 l’uso dei computer era ormai esploso da anni ma le più ottimistiche previsioni di crescita furono sbagliate alla grande. La diffusione degli smartphone fu enorme raggiungendo miliardi di persone e arrivando persino nelle aree economicamente più povere.

Nessuno lo aveva previsto

Le valutazioni sullo sviluppo delle ecotecnologie sono altrettanto sbagliate, perché fotografano lo stato attuale senza tener conto del ritmo di crescita possibile.

I grafici che mostrano l’aumento delle metodologie verdi negli ultimi anni, ci mostrano una curva talmente verticale che pare impossibile che questo ritmo di crescita vertiginoso possa aumentare ulteriormente.

Sfugge il fatto che si è ormai completata la preparazione del terreno che rende possibile un salto di qualità.

Mi spiego: perché una tecnologia possa imporsi su larga scala è necessario che si creino tutti quegli elementi di supporto necessari. Le auto elettriche non avranno vero successo fino a che non ci sarà una rete diffusa di colonnine per la ricarica, magari semplici da usare.

Perché milioni di proprietari di case decidano di isolare termicamente la loro abitazione è necessario che la convinzione che si possa risparmiare il 60% del calore prodotto, evitando che fugga su per il tetto; e i proprietari di case devono essere sicuri che realizzare questo obiettivo sia facile, il risparmio sia finanziato in modo conveniente da una banca, l’azienda che esegue il lavoro offra garanzie certificate da un ente terzo e assicurate, ci siano incentivi pubblici sostanziosi e il costo dell’intervento di isolamento termico sia basso. Solo quando ci sono questi prerequisiti culturali e organizzativi l’isolamento termico raggiungerà alti livelli di diffusione; e solo allora verrà prodotto su grande scala, con conseguenti risparmi grazie alla quantità e così diventerà ancor più vantaggioso.

Nel 2007 lo Stato italiano offrì incentivi ventennali per chi metteva impianti fotovoltaici talmente convenienti che tre quarti dell’energia prodotta ripagavano l’investimento (spalmato su 20 anni) e il 25% restante ti restava in tasca, dal primo giorno, come guadagno.

Ci vollero due anni perché le banche e le assicurazioni si attrezzassero per finanziare con mutui ventennali gli impianti di privati rendendoli così veramente vantaggiosi,; in pratica l’impianto non ti costava nulla. E servirono due anni perché le prime centomila famiglie e piccole imprese capissero la convenienza enorme e realizzassero il loro impianto.

Quando il finanziamento non fu prorogato scattò la corsa dei ritardatari. E decine di migliaia di famiglie restarono escluse.

Gli esseri umani sono malfidenti, prima di convincersi a volte devono vedere che un altro lo fa e funziona e poi che anche un altro lo realizza e funziona…

Sono processi che all’inizio si sviluppano lentamente e poi esplodono sul mercato quando tutti gli elementi, culturali e materiali, di supporto, sono sufficientemente diffusi.

Oggi, anche grazie al grande movimento scatenato da Greta, lo slogan: “efficienza energetica per salvare il pianeta” è condiviso da una gran parte della popolazione e anche le aziende ci tengono a far vedere che sono verdi in maniera pazzesca.

Ecotecnologie sempre più disponibili

Contemporaneamente gran parte delle tecnologie già disponibili da dieci anni hanno fatto un salto di qualità nella produzione e nella distribuzione.
Nel 2007 un impianto fotovoltaico veniva venduto a più di 7mila euro per ogni kilowatt  di corrente prodotta all’ora. Oggi la vendita di pannelli fotovoltaici in tutto il mondo è cresciuta talmente che le fabbriche sono state automatizzate, la quantità di silicio necessario per ogni pannello ridotte del 90%, e tutto il sistema che circonda la produzione è stato reso sempre più efficiente, inventando forni progressivi lunghi centinaia di metri che permettono di risparmiare gran parte del calore per fondere la sabbia e produrre silicio…

E sono state trovate soluzioni per garantire lo smaltimento dei pannelli dopo 50 anni. Tutto questo insieme di progressi tecnici e organizzativi ha reso più semplice e sicuro comprare un impianto fotovoltaico e contemporaneamente il costo è precipitato dai 7.000 euro a kilowatt di 12 anni fa a meno di mille euro oggi; e contemporaneamente la qualità e la produttività di questi impianti è migliorata notevolmente.

Oggi più che mai mettere un impianto fotovoltaico sul tetto è conveniente. E il mercato è immenso: milioni di case, uffici pubblici, aziende, avrebbero convenienza a montare un impianto. Parliamo di milioni e milioni di tetti.

Solo grazie all’insieme di questi risultati siamo arrivati a far sì che il prezzo dell’energia elettrica prodotta nei paesi caldi con il fotovoltaico e sul mare con le pale eoliche sia arrivato a essere più basso dell’energia prodotta dal carbone. Questo è uno scollinamento epocale!

Lo stesso discorso vale per tutte le altre tecnologie ecologiche. In questi anni sono state realizzate invenzioni straordinarie ma soprattutto si è riusciti a costruire il sistema di vendita, finanziamento, installazione e assistenza che è necessario perché milioni di persone approfittino della rivoluzione ambientale.

Ma non solo: in questi anni si sono delineati anche sistemi complessi che potremmo definire di “economia energetica circolare”.

La rivoluzione del biogas: elettricità senza bruciare niente

Il gas metano, quello che ti arriva in casa con la tubatura, lo usiamo per produrre elettricità, cucinare e riscaldarci ed è un prodotto fossile come il petrolio.  La combustione del gas inquina molto meno di quella di benzina e diesel e costa meno.

Per questo da anni sosteniamo la diffusione di auto a metano o gpl.  E sosteniamo l’alimentazione dei mezzi pesanti e delle navi a gas liquido, che può alimentare i motori diesel con piccole modifiche. La conversione a gpl abbasserebbe drasticamente l’inquinamento delle metropoli, dei mari e dei porti.

Ma non esiste solo il gas fossile; da decenni si produce biogas grazie alla fermentazione da qualunque materia organica umida.

Posso produrre biogas dagli scarti agricoli e dai fiumi di liquami che gli italiani e le loro bestie producono quotidianamente; e questo è un primo vantaggio accessorio: lo smaltimento è piuttosto caro e contribuisce a creare problemi ambientali come l’eutrofizzazione dell’Adriatico e le invasioni di alghe rosse che trasformano il mare in una pozza disgustosa color mattone.

Anche il biogas lo posso usare per produrre elettricità oppure per riscaldare le case e far muovere i mezzi di trasporto e lo posso anche liquefare portandolo a bassa temperatura e ottenere gnl.

Ma oggi non è più necessario bruciarlo, posso scinderlo con un sistema elettrolitico. Produco energia senza bruciare nulla! Scissione molecolare. Assolutamente innocua.

E per giunta, siccome si tratta di un sistema “ordinato”, si produce più energia che bruciando. La combustione inquina sempre. Ma la scissione molecolare è molto meglio non solo perché ha ZERO emissioni ma anche perché produce più elettricità. La combustione disperde energia, proprio perché il fuoco è un fenomeno caotico (e il prodotto del caos poi finisce nei nostri polmoni). Inoltre per produrre elettricità devo trasformare il calore in moto per azionare un generatore meccanico, e in questo passaggio si perde energia. Scindere e produrre energia direttamente da questo processo, è quindi è meglio: rende di più. E risparmi pure sulla sanità perché l’aria non è inquinata e i nostri polmoni gioiscono come bambini il giorno di Natale. E questo è il secondo risparmio collaterale.

Macchine che scindono il gas e producono energia esistono da tempo ma erano enormi. Ora le producono grandi come una lavatrice. Dopodomani le faranno tanto piccole da entrare nel vano motore di un’auto; produrremo energia elettrica scindendo le molecole di gas nel cofano dell’auto e alimentando così un motore elettrico. E risolviamo anche il problema delle ricariche veloci.

Ci serve un sacco di biogas

Ma a questo punto nasce un problema: ci servirà molto, molto, gas. Ma si mormora che qualcuno, ancora una volta degli italiani, abbiano trovato il modo di aumentare la produzione di gas in modo esagerato. Prima di far mangiare le schifezze immonde ai batteri anaerobici che produco il biogas scoreggiando, ci fanno pascolare su altri batteri scoreggioni ma diversi; e questi producono idrogeno! Che può essere bruciato senza rilascio di inquinanti (esce acqua che puoi bere) ma può anche diventare biogas da scindere, mischiandolo con l’anidride carbonica.

Infine, il materiale di scarto della produzione del biogas, defecato dai batteri, è un fantastico concime capace di moltiplicare la percentuale di humus dei terreni agricoli impoveriti da decenni di agricoltura intensiva chimica. Le aziende agricole autoproducono il loro concime, il terreno migliora, i raccolti aumentano e sono pure necessari meno fitofarmaci, quindi  noi mangiamo cibo migliore, più naturale. Infine il terreno trattato con digestato da biogas non ha necessità di essere arato in profondità e si ottiene così un notevole aumento dell’anidride carbonica che resta sottoterra; e quindi quest’agricoltura è un potente mezzo per contrastare l’inquinamento dell’atmosfera. Si è calcolato che se questo sistema agricolo si diffondesse potremmo addirittura azzerare l’aumento dell’anidride carbonica.

Beh ho fatto un riassunto brutale, mi scuso con gli esperti, ma credo di aver dato l’idea.

L’esempio del biogas dimostra che le tecnologie ecologiche possono superare in convenienza economica immediata i combustibili fossili solo se si utilizzano in modo sistemico, olistico, globale. Non funziona se costruisci solo un pezzetto del sistema devi completarlo fino all’ultimo tassello; solo allora ottieni l’effetto “massa critica” e il salto di qualità di efficienza e convenienza.

Il salto quantico

Ecco: ci siamo! Sta per succedere, fra poco assisteremo a un CLICK del sistema. Un salto quantico.

Certamente nei prossimi anni altre innovazioni si connetteranno al sistema così come il mondo delle app si è integrato nel sistema smartphone, ne ha tratto vantaggio e ha ricambiato diventando a sua volta un moltiplicatore del successo.
Cioè esiste un “prima che la ferrovia arrivasse in California” e un “dopo che la ferrovia è arrivata”. Quando c’è la ferrovia il numero di viaggiatori e merci che la usano cresce di giorno in giorno.

Quindi non passare le notti in bianco tremando per il terrore climatico.

Cerca invece come puoi approfittare di questa rivoluzione energetica. Oggi almeno mezzo milione di famiglie italiane non pagano in tutto o in parte la corrente elettrica che consumano.

Domani molte più famiglie taglieranno del 60% i loro consumi di acqua e calore, carburante per l’auto e manutenzione.
Sarà una specie di “reddito energetico”.
E sono convinto che quando la gente si produce l’energia che consuma diventa anche più cosciente del potere che deriva da un uso fruttuoso delle nuove tecnologie.
Insomma una cosa buona.
Lo vuoi il reddito energetico?
Informati!

Indice molto succinto dei settori di punta della seconda rivoluzione energetica

Possiamo sostituire la plastica con le bioplastiche ricavate dagli scarti alimentari e agricoli.
Possiamo liberare le strade da migliaia di camion inquinanti facendo viaggiare i container per mare.
Possiamo moltiplicare la merce che viaggia sulle ferrovie attrezzando punti di carico e scarico lungo tutta la linea ferroviaria adottando vagoni che possono trasbordare i camion direttamente su una strada che sia entro pochi metri dal vagone stesso (il pianale del vagone merci bascula lateralmente e scarica la motrice e il container).
Possiamo tagliare i costi del riscaldamento e del raffrescamento isolando meglio le case.
Possiamo assorbire l’anidride carbonica che sta distruggendo l’equilibrio climatico con nuovi sistemi agricoli più sani e convenienti.
Possiamo ricavare calore ed energia dal sole, dal vento, dai fiumi, dal mare e sfruttando il calore della terra tramite la tecnologia delle pompe di calore ormai giunta anch’essa alla produzione su vasta scala.
In particolare l’energia prodotta dall’incessante movimento delle maree e delle onde dovrebbe crescere parecchio perché al momento è molto poco impiegata. Le tecnologie ci sono e sono da tempo sperimentate con successo ma il mare evidentemente fa paura più del sole.

Possiamo produrre biogas per i mezzi di trasporto dagli scarti agricoli.
Possiamo convertire i mezzi di trasporto a benzina e diesel in elettrici. Possiamo alimentare con il gas liquido (gnl) tutti i grandi diesel (camion, trattori, navi).

Possiamo sviluppare i sistemi di cooperazione tra cittadini che costruiscono sistemi di teleriscaldamento, trigenerazione, basati su fonti rinnovabili. Queste cooperative energetiche diffuse rappresentano un enorme risparmio di scala: l’energia elettrica viaggiando lungo le linee dell’alta tensione per centinaia di chilometri, soffre di una notevole dispersione; cioè parte della corrente si perde lungo la strada. Quindi i piccoli impianti che riforniscono i consumatori del vicinato sono particolarmente vantaggiosi per i produttori locali e per la rete nel suo complesso. I cittadini che producono la propria energia e rivendono le eccedenze, possono ridurre l’inquinamento e contemporaneamente avere in reddito energetico.

Possiamo ridurre drasticamente l’inquinamento delle grandi città che fa 70mila morti all’anno, tagliare i costi energetici, rilanciare l’economia, creare nuovi posti di lavoro.

Le soluzioni per risparmiare denaro e non danneggiare la natura ci sono già.

Fonti e ulteriori approfondimenti:
Aumento investimenti nelle energie rinnovabili 1
Aumento investimenti nelle energie rinnovabili 2
Quota di energia elettrica da fonti rinnovabili Europa 1
Quota di energia elettrica da fonti rinnovabili Europa 2
Quota di energia elettrica da fonti rinnovabili Europa 3
Quota di energia elettrica da fonti rinnovabili Europa 4
Le rinnovabili superano il carbone!

Pompe di calore:

EHPA: Pompe di calore in Europa in continua crescita

Foto di cocoparisienne da Pixabay

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Nuova Jeep: Pediatri, “Ritirate quello spot”

People For Planet - Sab, 01/11/2020 - 07:00

Non c’è giorno che passi, senza una strage causata dalla motorizzazione selvaggia. Eppure le pubblicità di auto continuano a tartassare l’immaginario collettivo, senza alcun controllo e senza alcun ritegno. Ci rendiamo conto che l’industria dell’automobile non sa più cosa inventarsi per spingere la gente ad acquistare le auto, ma quando si toccano i diritti dei bambini è troppo, davvero troppo.

Qualche mese fa, come associazioni, abbiamo scritto e protestato contro la pubblicità di un’Alfa Romeo che seminava il terrore correndo a folle velocità tra le vie di Firenze. Oggi ci troviamo a denunciare un’altra pubblicità, questa volta della Jeep Renegade, “Lonely Boy”: un bambino viene portato a scuola in auto dal padre, mentre fuori nevica. Nel viaggio vede i compagni giocare a palle di neve. Lui resta in auto, solo, passivo, cantando “All By My Self“. In classe non c’è nessuno, perché gli altri compagni non sono andati a scuola per la neve. Solo un’altra compagna entra in classe, anche lei accompagnata con la Jeep, e compare la scritta “Non tutti i genitori guidano una jeep”.

Oltre che incentivare il traffico su gomma, gli incidenti che ne possono conseguire e l’inquinamento, queste pubblicità avvalorano una modalità genitoriale malata, ossessiva, che trascura i diritti dei bambini e li sacrifica sull’altare degli egoismi adulti.

Ecco cosa ci mostra questa pubblicità. Bambini soli, trasportati come pacchi, spronati al classismo fin da piccoli, inascoltati nei loro bisogni e nei loro diritti naturali: il diritto a muoversi per la strada a piedi o in bici, il diritto a sperimentare anche le intemperie, il diritto a socializzare coi coetanei, il diritto a giocare in modo spontaneo. Ricordiamoci che portare i bambini in auto a scuola aumenta il traffico, l’inquinamento e gli incidenti, che le auto sono la prima causa di morte per i bambini tra 5 e 14 anni in Europa, e che molti incidenti avvengono davanti alle scuole.  L’Italia ha un tasso di mobilità sostenibile nei tragitti casa-scuola tra i più bassi in Europa, ed è anche uno dei paesi dove l’obesità infantile è più alto.

Cosa abbiamo intenzione di fare per cambiare questo stato di cose?

Rinnovando l’appello a portare a termine la riforma del Codice della Strada, che prevede le strade scolastiche, (aree car-free davanti alle scuole), chiediamo di porre un freno alle pubblicità di auto che inneggiano a comportamenti e stili di vita negativi. Sono davvero troppe e di pessimo gusto. Chiediamo in particolare il ritiro della campagna pubblicitaria in oggetto, per violazione del Codice di autodisciplina della comunicazione commerciale (art.14 “bambini e adolescenti”).

D’ora in poi, vogliamo vedere più pubblicità progresso (molto più frequenti oltralpe), che incentivano la mobilità attiva dei bambini e i loro diritti naturali.

Le associazioni aderenti alla campagna Strade Scolastiche: Famiglie senz’auto – Bike To School- #Salvaiciclisti – Fiab Onlus – Bikeitalia.it – UPPA un pediatra per amico – Italian Cycling Embassy – Kyoto Club – Alleanza per la Mobilità Dolce – Legambici Legambiente – Genitori Antismog Milano-  Cittadini per l’Aria – Turismo senz’auto – Massa Marmocchi – Fondazione Michele Scarponi – Rete Vivinstrada – Fondazione Guccione – Associazione Culturale La GRU – Germogli di Rinascita Urbana – Milano Bicycle Coalition – Associazione Culturale Pediatri PUMP “Pediatri per un mondo possibile” – Associazione HubMat Olbia – Napoli Bike Festival.

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Fibrillazione atriale, primo intervento sotto ipnosi

People For Planet - Ven, 01/10/2020 - 12:55

All’ospedale San Paolo di Savona è stato eseguito il primo intervento di ablazione della fibrillazione atriale con l’utilizzo dell’ipnosi a scopo analgesico. A raccontarlo al sito savonese Ivg- Savona notizie è il sessantatreenne Paolo Peira, l’uomo che lo scorso 20 dicembre è stato sottoposto all’innovativa procedura.

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L’ipnosi è stata guidata da Luca Bacino, che ha introdotto a Savona l’utilizzo dell’ipnosi nella pratica clinica grazie alla collaborazione con il centro di Aritmologia dell’Ospedale Cardinal Massaia di Asti e dopo aver frequentato la scuola italiana di ipnosi Ciics di Torino, mentre l’operazione è stata condotta da Francesco Pentimalli. «Il dottor Bacino – racconta il paziente – si è avvicinato e ha iniziato a parlarmi, a chiedermi di fare respiri profondi e di rilassarmi. E tutto si è attenuato: le voci, i rumori. Sentivo tutto ma ‘distante’, non provavo dolore. E le 4 ore che ho passato in quella posizione sono letteralmente volate. Non ho mai sentito dolore a parte un piccolo momento: il dottore è intervenuto parlandomi e in pochi istanti mi sono di nuovo ‘perso’. Alla fine dell’operazione il medico mi ha chiesto di stringere forte il pollice e l’indice della mano sinistra, ha contato fino a tre e improvvisamente era tutto finito». Il decorso post operatorio non ha avuto alcun intoppo: il 21 dicembre, dopo sole 24 ore, l’uomo è uscito dal reparto di terapia intensiva e il 22 dicembre era a pranzo con i familiari.

L’ablazione della fibrillazione atriale

L’intervento di ablazione della fibrillazione atriale necessita di tempi procedurali che possono superare anche le tre ore e solitamente necessita di una terapia a base di più farmaci somministrati a scopo analgesico e anestetico. Grazie all’uso dell’ipnosi, spiega Bacino, “durante l’intervento è possibile ridurre drasticamente l’utilizzo di farmaci anestetici e analgesici e rendere la procedura ancor più tollerata. Le potenzialità dell’ipnosi sono straordinarie”.

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I 10 migliori film di Federico Fellini

People For Planet - Ven, 01/10/2020 - 12:00

Nel centenario della nascita di Federico Fellini non mi esento da omaggio tra tante celebrazioni all’arte cinematografica di un provinciale che ha segnato la storia del cinema e dell’immaginario internazionale. Fellini è IL genio assoluto fatto immagine. Quattro Oscar per miglior film straniero e uno alla carriera dicono già tanto ma non basta. Ognuno ha il suo Fellini. Il sentimento del provinciale che decodifica il mondo ha creato un mondo felliniano molto onirico. È noto che Federico sperimentò su se stesso l’Lsd per conoscere meglio il suo viaggio. Il suo cinema è infatti un trip. Ogni film, anche i minori, una summa. Fellini è l’immaginario italiano nel mondo. I suoi neologismi sono entrati nel vocabolario. Federico Fellini è un Michelangelo del XX secolo. Scegliere i suoi migliori dieci film su 23 e mezzo, un esercizio di stile misto ad emozione. 

8 E MEZZO, 1963

Un regista che nel mezzo del cammin di vita e filmografia sulla propria crisi esistenziale e artistica realizza un film mai visto prima che diventa il topos per ogni autore che decide di cimentarsi con il cinema nel cinema sapendo che gli si chiederà conto del proprio 8 e mezzo. Il film capostipite del metacinemaMastroianni è il suo alter ego complice nella vita e nella scena. Un film su un regista che sta facendo un film che parla di un regista che non riesce a fare il suo film. Fellini veniva dall’enorme successo della Dolce Vita e temeva di non eguagliare le aspettative. In più per curiosità e per cura si coinvolse in un proficuo rapporto con un celebre psicanalista junghiano aprendo profonde introspezioni del propio vissuto che diventano scene indimenticabili. L’ipertrofia dell’io che diventa cinema. La Saraghina, la casa d’infanzia in Romagna, la mala educazione cattolica, l’incubo nel tunnel. Una marcia finale che sulle note di Nino Rota scruta anche nella  vita di ognuno. Un film che parla all’anima svelata da un illusionista. Da questo labirinto visivo degno di Borges esce un’opera perfettamente compiuta. E anche i due Oscar vinti (uno è per i costumi) sembrano poco cosa. 

LA DOLCE VITA, 1960

Capolavoro assoluto della storia del cinema. Il giornalista Marcello Rubini, un monumentale Mastroianni testimone e complice di un mondo caotico e volgare, cinico, privo di valori e soprattutto minato da un’insopportabile noia di vivere. Tra lavoro e non lavoro Marcello è il Virgilio della Roma del boom. Miracoli, tragedie familiari, gossip da spettacolo e grande celebrazione di via Veneto destinata a gloria eterna. Secondo Pasolini ogni significato del film è “è sempre eccessivo, sovraccarico, lirico, magico, troppo violentemente veristico”. Sesto incasso in Italia ancora oggi con oltre 12 milioni di spettatori. Palma d’oro a Cannes. Avversato dalla Chiesa e dalla sinistra ma entrato nella carne viva del pubblico che, attratto dagli spogliarelli e dalle orge, rivoluzionava inconsapevolmente il costume italico modificando la percezione del proprio mondo e del proprio vivere. Film picassiano secondo l’autore. Anita Ekberg entrerà nel mito con il bagno a Fontana di Trevi. C’è Flaiano sceneggiatore. La prima volta di Celentano al cinema. C’è persino Nico dei Velvet Underground prima di Andy Wharol. C’è un prima e dopo la Dolce Vita e non solo per Fellini ma per l’Italia tutta. 

AMARCORD 1973

Secondo Roberto Nepoti “il film che la gente ha più amato perché ad altezza di pubblico”. I ricordi del fascismo che diventano autobiografia della nazione e Rimini come luogo ideale perfetto per raccogliere quello che ognuno è. Molti riferimenti autobiografici ma per il grande bugiardo Fellini è tutto frutto della sua immaginazione. Niente è girato in Romagna. Tutto è ricostruito ma è tutto vero, dal passaggio del Rex alla favola della bella Gradisca al mito delle Mille Miglia ai fasti del Grand Hotel. Quando si andava al cinema per sognare e affrontare il mondo. Beffe e sberleffi. Lo zio matto Ciccio Ingrassia che urla su un albero “Voglio una donna”. Alvaro Vitali tra le piccole pesti prima di diventare Pierino. Ennesimo Oscar. Adorato dagli americani.

I VITELLONI, 1953

Prima grande affermazione delle origini. Altro film riminese senza riprese a Rimini che racconta la vicenda di Moraldo insieme ai suoi amici che ammazzano il tempo tra scherzi e ribalderia. Alberto Sordi in forma smagliante, Franco Fabrizi guascone predatore di sesso e ribaldo elegante, Leopoldo Triste intellettuale aspirante commediografo e il fratello di Federico, Riccardo, a rafforzare il contesto familiare. Umorismo straboccante.Tutti vogliono andar via, partirà solo Moraldo coraggioso e sensibile salutando l’innocenza di un ragazzino. Un film sulla memoria che inventa e trasforma il borgo delle origini. I vitelloni sulla spiaggia che guardano il mare d’inverno sono la foto esistenziale di una generazione. Leone d’Argento a Venezia e primo successo internazionale.

LA STRADA, 1954

On the road circense nell’Italia povera del dopoguerra animato da tre figurine splendidamente sceneggiate e ancor meglio messe in scena. Il forzuto Zampanò affidato ad Antony Queen è l’anima bruta dell’esistenza. Il Matto è un acrobata sensibile che fa l’antagonista splendidamente interpretato da Richard Basehart. E poi c’è la moglie di Federico, Giulietta Masina, che con Gelsomina offre una deliziosa figura chapliniana tra le più riuscite nel pantheon di Fellini. Gelsomina è il fanciullino Federico che parla con la natura e gioca con i bambini, Zampanò è Fellini che sognava il circo da ragazzo, il Matto è il regista che vorrebbe sempre far ridere i suoi spettatori. Scontro epico a Venezia, perdente ai premi con il realista Senso di Visconti. Oscar a Hollywood. Una mirabile opera di poesia per gli spettatori di ogni epoca.

LE NOTTI DI CABIRIA, 1957

Nuova incursione tra gli ultimi con Giulietta Masina nella parte di un ingenua prostituta che potrebbe essere una sorella di Gelsomina. Ansiosa di riscatto e cattolica nel senso più evangelico incontrerà sulla sua strada il malamente dalla faccia buona che ne devasta ogni speranza. Un tocco di grazia in un trattamento perfetto che dai toni leggiadri finisce per ammantarsi dalla più fosca tragedia. Superbo Amedeo Nazzari nella parte di se stesso come divo d’epoca che porta Cabiria nella sua lussuosa villa. Dialoghi scritti da Pasolini. Sceneggiatura di Flaiano e Pinelli. Palma d’Oro a Cannes per Giulietta Masina che diventa un’antidiva internazionale. Ancora un Oscar

ROMA, 1972

Ha scritto Sandro Petraglia: “In Fellini Roma muore, in Pasolini uccide”. Dopo “La Dolce vita” e l’incursione pop e psichedelica dell’antica Roma petroniana del “Satyricon” Fellini, secondo la definizione di Morandini, realizza “un documentario fantastico dove tutto diventa spettacolo, festa, carosello anche se attraversato da segni e immagini di morte”. La memoria degli anni Trenta con la cronaca dei coevi anni Settanta. I ricordi di Moraldo il provinciale che scopre la crapulona e volgare capitale incrociati con gli scontri con la polizia, la sfilata di moda ecclesiale, il godardismo del Grande raccordo anulare. Ultima apparizione di Anna Magnani. Gore Vidal nelle inquadrature come gli ancora sconosciuti Renato Zero ed Eleonora Giorgi. Uno straordinario affresco di cinema e costume.

GINGER E FRED, 1986

Profetica e lucida illuminazione di quello che sarebbe diventata l’Italia con l’affermarsi della televisione commerciale, quella che spezzava l’emozione dei film e che avrebbe premiato la volgarità distruggendo il talento e la pedagogia nel nome del denaro e della modernizzazione. Ha scritto Emiliano Morreale che “Fellini è stato il primo artista ad avvertire la mostruosità del berlusconismo nel nostro paese”. Due vecchie glorie del tip tap  interpretati dagli attori feticci Mastroianni e Masina vanno a uno show natalizio di una televisione privata risultando essere pedine di uno spettacolo interessato solo alla pubblicità e all’egocentrismo del presentatore affidato a un crudele interprete felliniano come Franco Fabrizi. In mezzo alla rimpatriata dei due protagonisti con le loro umane esistenze aleggia il cavaliere Fulvio Lombardoni. Musiche di Piovani.

LA VOCE DELLA LUNA, 1990

Elogio del silenzio nell’epoca del rumore assordante e caotico. Film testamento che impone come protagonisti il genio comico di Roberto Benigni e Paolo Villaggio. Ai molti perplessi Fellini replica: “Benigni e Villaggio sono due ricchezze ignorate e trascurate. Ignorarne il potenziale mi sembra una delle tante colpe che si possono imputare ai nostri produttori”. Strettamente legato a Ginger e Fred è un incursione surrealista nell’Italia del Nord dove si cerca la voce della luna  nei pozzi mentre la piazza ripropone la nuova Italia tra una gnoccata alimentare e un mondo che ha perso la poesia abbagliata da una tavola rotonda televisiva. Una geniale bizzarria alla Fellini. 

IL BIDONE, 1955  

Film incompreso e stroncato dalla critica dell’epoca e sconosciuto al grande pubblico. Storia di truffatori e di buggeratori di povera gente travestiti da preti che si muovono tra scenari di campagne e luoghi di perdizione. Metafora acuta dell’Italia che vive sull’inganno. Straordinario il protagonista Broderick Crawford e beffardo crudele Franco Fabrizi. Nei bidonisti, ha scritto Giancarlo Zappoli, “non c’è nessun senso morale nel loro agire e Fellini ci mostra, con la freddezza di un anatomopatologo, la necrosi delle coscienze di ognuno”. Un film da riscoprire e da rivalutare e che oggi merita di essere visto e ammirato. 

In copertina: Federico Fellini – Wikipedia

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Australia, gli animali morti non sono un miliardo

People For Planet - Ven, 01/10/2020 - 10:45

Si parla erroneamente di un miliardo di animali morti nei roghi che da mesi devastano l’Australia e preoccupano il mondo intero. In realtà le stime più attendibili dimezzano il dato, fermandolo a mezzo miliardo.

Lo spiega alla Bbc un esperto di biodiversità dell’Università di Sidney, Chris Dickman, che con un comunicato ha spiegato come si stimano queste perdite: si prende la media di animali presenti in una data area e, considerata la zona devastata dalle fiamme, si sottraggono sostanzialmente gli animali in grado di fuggire, come gli uccelli prima di tutto, ma anche grandi mammiferi come i canguri o gli emù. Sono solo gli animali più piccoli, e che più direttamente dipendono dalla foresta a morire negli incendi. Anche se, è necessario considerare, molti animali muoiono nei giorni successivi perché non trovano più cibo oppure non hanno alcun rifugio in cui proteggersi.

Certamente, ogni numero relativo alla catastrofe in atto è una stima. Quel che colpisce, ancora oggi, relativamente a questa vicenda, è la larga diffusione di fake news, come quella che ha tentato di sottolineare il peso dei piromani, per diminuire il ruolo dei cambiamenti climatici nella diffusione di questi incendi. Ma anche, per il verso opposto, le immagini create ad arte dagli ambientalisti per suggestionare l’opinione pubblica, o anche quelle circolate in rete e fraintese, semplicemente per sbaglio.

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Olimpiadi: a Tokyo letti di cartone

People For Planet - Ven, 01/10/2020 - 10:24

Servono 18.000 posti letto per le olimpiadi che avranno inizio a Tokyo il 24 luglio e altri 8.000 per le paraolimpiadi dal 25 agosto.

Secondo quanto riportato dall’Associated Press, i letti sono stati realizzati dalla società giapponese di materassi Airweave e saranno realizzati in cartone riciclabile, più resistente di una struttura in legno e potranno sopportare fino a 200 chili di peso. E visto che il Sumo non è ancora uno sport olimpico direi che possiamo stare tranquilli.

Per i materassi niente cartone ma tutte le componenti di plastica andranno riciclate.

E non solo: le medaglie sono state realizzate utilizzando migliaia di vecchi telefoni riciclati. Il Villaggio degli atleti sarà servito da auto elettriche autonome per atleti e personale, mentre i podi della cerimonia della vittoria saranno realizzati in plastica riciclata.

Vedi anche:
Olimpiadi Tokyo, medaglie fatte con smartphone riciclati
Giochi verdi: ecco perché Milano-Cortina non dev’essere la solita olimpiade dell’inquinamento e dello spreco

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Inquinamento in città? NO2, no grazie!

People For Planet - Ven, 01/10/2020 - 07:00

Quanto sono inquinate le nostre città? Sappiamo da tempo che i gas pericolosi si fanno più concentrati nelle aree urbane, nelle grandi città e che l’Italia è tra i Paesi con più problemi di inquinamento.

Avete mai pensato di poterlo misurare direttamente, magari sotto casa, o nel tragitto verso il lavoro o la scuola di vostri figli, per capire davvero cosa significano i numeri che leggiamo quando arrivano i ciclici, tremendi, allarmi per lo smog?

L’iniziativa di monitoraggio partecipato

La Onlus Cittadini per l’Aria ha promosso un’iniziativa di monitoraggio al quale ognuno può partecipare, per mappare nella maniera più capillare possibile le concentrazioni di biossido di azoto nell’aria di tre grandi città italiane: Milano, Roma e Napoli.

Il Biossido di Azoto (NO2), ricordano Cittadini per l’Aria, è uno dei principali inquinanti atmosferici associati alle emissioni da traffico. Questo gas viene generalmente prodotto durante i processi di combustione e quindi dai motori delle auto. L’NO2 è un gas molto irritante, in grado di danneggiare le membrane cellulari e a concentrazioni elevate causa infiammazioni delle vie respiratorie con tosse, bronchiti, malattie del tratto respiratorio. I Cittadini per l’Aria ricordano anche che questo gas è “associato all’incremento dell’insorgenza di tumori, oltre ad essere associato alla riduzione dello sviluppo cognitivo e polmonare dei bambini”.

Secondo l’analisi della Agenzia Europea per l’Ambiente nel Rapporto sulla Qualità dell’aria in Europa nel 2019, l’Italia ha il valore più alto dell’Ue di decessi prematuri per biossido di azoto che si attestano a 14.600 sui 374mila totali in UE, e per ozono (O3) e il secondo valore più alto di decessi per polveri sottili (58.600, ne abbiamo parlato qui).

“Nelle maggiori aree urbane italiane le concentrazioni di NO2 superano talvolta anche del 50% il limite annuo medio previsto dalla legge (40 microgrammi al m³). A Milano, Roma e Napoli la situazione è da allarme rosso: nel 2018 la concentrazione media annua di questo gas altamente inquinante a Roma ha raggiunto i 66 microgrammi/m³. Milano e Napoli non stanno molto meglio con rispettivamente medie da 59 microgrammi/m³ e 56 microgrammi/m³ misurate presso le centraline di traffico, denunciano dall’associazione.

Per questo motivo in questi tre anni Cittadini per l’Aria ha attivato diverse iniziative di monitoraggio partecipato e Anna Gerometta, in rappresentanza dell’associazione, lo ha raccontato alla nostra Festa di People for Planet alla Palazzina Liberty di Milano).

Le precedenti edizioni del progetto, nel 2017 a Milano e nel 2018 a Brescia e a Roma, hanno consentito di raccogliere e presentare alle amministrazioni cittadine dati che hanno contribuito alla spinta per l’adozione di nuove misure di riduzione del traffico a Milano (nuova ZTL Area B) e a Roma (nuova ZTL euro 3). I dati sono stati elaborati con il contributo dei ricercatori della Divisione di Chimica dell’ambiente e dei Beni culturali della Società Chimica Italiana e poi presentati alle amministrazioni con il patrocinio della Commissione Europea.

L’iniziativa per quest’anno

L’idea è di fare lo stesso quest’anno, eseguendo il monitoraggio nelle tre grandi città ed estendendolo a Milano anche alle aree dell’hinterland e a Napoli all’area metropolitana e a Caserta, in collaborazione con Salvaiciclisti Roma e il Comitato Vivibilità Cittadina di Napoli.

Partecipare al monitoraggio

Partecipare è semplice, c’è tempo fino al 20 gennaio per farlo: basta registrarsi al sito www.cittadiniperlaria.org e ordinare il proprio campionatore, che ha un costo tra i 15 e i 20 euro. A fine gennaio si potrà ritirare un kit di misurazione che dovrà essere collocato all’aperto ad un’altezza di circa 2 metri e mezzo.

A febbraio partirà il periodo di misurazione di quattro settimane, dove il campionatore posizionato dai volontari raccoglierà per assorbimento il biossido di azoto (NO2) nell’aria nel punto prescelto. I campionatori saranno poi analizzati in laboratorio per ottenere i dati delle concentrazioni di NO2 misurate in ciascun punto di monitoraggio.

L’obiettivo per il 2020 è ottenere una mappatura dettagliata delle aree urbane coinvolte, perché la concentrazione di inquinanti può variare molto anche a poca distanza. Cittadini per l’Aria insiste: “per questo motivo è fondamentale posizionare molti kit di misurazione ed è essenziale la partecipazione massiccia di cittadini, scuole, aziende. I dati elaborati dai ricercatori del Comitato Scientifico del progetto creeranno un database di informazioni preziose che verrà messo a disposizione delle amministrazioni. Consentiranno di migliorare le capacità predittive delle concentrazioni e dell’esposizione nelle città e forniranno una descrizione precisa delle aree critiche facilitando la restituzione di informazioni utili alla pianificazione e raccomandazioni ai decisori politici e verranno utilizzate da epidemiologi per determinare l’impatto sanitario dell’NO2 nelle tre città”

Volete saperne di più e partecipare? Ecco la pagina dedicata sul sito di Cittadini per l’Aria

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Meningite, tutto quello che c’è da sapere

People For Planet - Gio, 01/09/2020 - 15:00

Diversi casi di meningite da meningococco, alcuni dei quali purtroppo fatali, si sono registrati nelle ultime settimane in Lombardia, tra le province di Brescia e di Bergamo. Secondo Roberto Burioni, ordinario di microbiologia e virologia all’Università Vita e Salute del San Raffaele di Milano che da anni si batte contro la disinformazione scientifica e gli anti-vaccinisti, «quello che sta accadendo in questi giorni in Lombardia, con i casi di meningite – ha scritto su Medicalfacts.it, il portale dedicato alla divulgazione scientifica aperto poco più di un anno fa e da lui diretto – ci ricorda quant’è importante per tutta la popolazione che tutti vengano vaccinati. I vaccini non servono ad arrestare le epidemie o ad affrontare situazioni di emergenza: servono a far sì che queste situazioni non si verifichino».


Ma cosa è esattamente la meningite? Quanti tipi esistono? Come possiamo prevenirla?

È un’infiammazione acuta delle meningi

Con il termine “meningite” si fa riferimento a una infiammazione acuta delle meningi, le membrane di rivestimento che avvolgono il cervello e il midollo spinale. Può essere causata da virus, batteri o funghi (nelle persone con le difese immunitarie compromesse). La forma virale, detta anche meningite asettica, è quella più comune: di solito non ha conseguenze gravi e si risolve nell’arco di 7-10 giorni. Molto più rara e dalle conseguenze molto più serie, fino a provocare la morte o causare danni permanenti, è invece la meningite batterica. Ed è proprio contro quest’ultima, spiega Burioni, che è necessario sfruttare le armi che abbiamo a disposizione: i vaccini.

All’origine possono esserci virus, batteri e funghi

Tra gli agenti batterici che causano la meningite il più temuto è Neisseria meningitidis (meningococco), oltre allo Streptococcus pneumoniae (pneumococco) e all’Haemophilus influenzae. Del meningococco esistono diversi sierogruppi, i più diffusi dei quali sono A, B, C, Y, W135 e X. Il più aggressivo è il meningococco C, che insieme al B è il più frequente in Italia e in Europa. Nei neonati entro i 28 giorni di età i batteri più frequentemente causa di meningite batterica sono lo Streptococco di gruppo B, l’Escherichia coli e la Listeria monocytogenes. Gli agenti virali più comuni all’origine della meningite virale sono invece l’Herpesvirus, l’Enterovirus e i virus dell’influenza. La meningite da funghi (o miceti) si manifesta soprattutto in persone con deficit immunologico, e può rappresentare un pericolo per la vita.

Per il contagio è necessario un contatto stretto

La meningite è una patologia non particolarmente contagiosa: affinché avvenga il contagio è necessario essere a contatto stretto e prolungato con la persona infetta. La propagazione dell’agente patogeno generalmente infatti non supera il raggio di due metri dalla fonte. L’infezione viene trasmessa attraverso le goccioline di saliva che possono essere disperse tramite starnuti, colpi di tosse o mentre si parla. Questa patologia può colpire chiunque, ma è più frequente nei neonati e nei bambini nei primi anni di vita e nelle persone nelle quali il sistema immunitario risulta compromesso.

Il trattamento varia in base al tipo di meningite

Nel caso delle meningiti virali i sintomi si risolvono di solito nel corso di 7-10 giorni, senza necessità di alcuna terapia specifica. Per il trattamento delle meningiti batteriche vengono invece utilizzati gli antibiotici. Il trattamento delle meningiti batteriche deve però essere il più tempestivo possibile: tanto prima si interviene, tanto maggiori sono le possibilità che la cura abbia successo e che non ci siano gravi conseguenze per la salute. 

Irrigidimento della nuca, febbre e mal di testa

La meningite solitamente è caratterizzata dai seguenti sintomi: irrigidimento della parte posteriore del collo; febbre alta; mal di testa; nausea e/o vomito; convulsioni; sonnolenza.

Nei lattanti si può ravvisare un rigonfiamento nella fontanella che si trova sulla sommità della testa. Poiché nei più piccoli i sintomi possono non essere evidenti, è bene prestare attenzione a segnali come scarso appetito, irritabilità, sonnolenza e febbre.

Si scrive prevenzione, si legge “vaccino”

Per prevenire la forma più grave di meningite, quella batterica, la vaccinazione è l’unico metodo efficace. In commercio esistono diversi vaccini:

– il vaccino coniugato contro l’Haemophilus influenzae tipo b, che viene ormai somministrato di routine a tutti i bambini che iniziano il ciclo vaccinale (è incluso nel vaccino esavalente che viene abitualmente somministrato entro il primo anno di vita);

– il vaccino coniugato 13-valente contro lo pneumococco (PVC13) che protegge dai 13 ceppi di pneumococco responsabili della maggior parte delle infezioni più gravi nei bambini (sostituisce il precedente vaccino coniugato, il PVC7, che proteggeva contro 7 tipi di pneumococco): sebbene esistano più di 90 tipi di pneumococco, il vaccino protegge da quelli che più frequentemente sono causa della malattia;

– sempre contro le meningiti da pneumococco esiste anche un altro tipo di vaccino, il polisaccaridico 23-valente, utilizzabile però negli adulti e nei bambini a partire dai due anni;

– contro il meningococco esistono tre tipi di vaccino:

  • il vaccino coniugato contro il meningococco di sierogruppo C (MenC): è il più frequentemente utilizzato e protegge solo dal sierogruppo C;
  • il vaccino coniugato tetravalente: protegge dai sierogruppi A, C, W135 e Y;
  • il vaccino contro il meningococco di sierogruppo B: protegge esclusivamente contro questo sierogruppo.

Fonti:
FAQ Ministero della Salute, Meningite cosa c’è da sapere
Ospedale pediatrico Bambino Gesù
Humanitas Research Hospital
Vaccinarsi.org

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Australia: la colpa non è degli incendi dolosi

People For Planet - Gio, 01/09/2020 - 11:43

Il post di Facebook del ricercatore forestale italiano Giorgio Vacchiano è diventato virale perché spiega esattamente le cause e gli effetti dell’ondata di incendi che sta colpendo da mesi l’Australia, soprattutto a seguito della diffusione di notizie false dalla stampa internazionale.

Estensione degli incendi

Innanzitutto Vacchiano precisa che “gli incendi hanno percorso da ottobre a oggi circa 8 milioni di ettari di territorio tra New South WalesVictoriaSud Australia e Queensland” ovvero il doppio della superficie rispetto agli incendi del 2019 in Siberia e in Amazzonia combinati, e pari ai quattro quinti di tutte le foreste italiane. La particolarità di questi incendi sta anche nella simultaneità dei fuochi su territori molto estesi, di solito alternati nell’essere soggetti a incendi. 

Non sono incendi dolosi

Ieri è circolata la notizia, poi smentita, che gran parte degli incendi australiani sono dovuti alla mano dell’uomo. Ebbene, è falso. O meglio, c’è una parte di incendi dovuta all’azione dolosa dell’uomo, ma quanto circolato nelle scorse ore sarebbe oggetto di un’ondata di fake news diffusa con la mira di ridurre l’allarme dovuto ai cambiamenti climatici in corso. “Gli incendi più grandi tendono tuttavia a essere causati dai fulmini, perché interessano le aree più remote e disabitate, dove è meno probabile che arrivino le attività umane (con la possibile eccezione degli incidenti alle linee elettriche, che sono state responsabili anche dei devastanti incendi in California del 2017 e 2019). Secondo Ross Bradstock, dell’Università di Wollongong, un singolo incendio causato da fulmine (il Gospers Mountain Fire) ha già percorso da ottobre a oggi oltre 500.000 ettari di bush, e potrebbe essere il più grande incendio mai registrato nel mondo in tempi storici”.

Cause degli incendi e cambiamenti climatici

La siccità che ha colpito l’Australia nel 2019, dovuta alle alte temperature, è la prima causa degli incendi, propagati dal vento che spinge l’aria calda verso le piante vicine. “Il 2019 è stato in Australia l’anno più caldo e più secco mai registrato dal 1900 a oggi. Nell’ultimo anno le temperature medie sono state 1,5 gradi più alte rispetto alla media 1961-1990, le massime oltre 2°C in più, ed è mancato oltre un terzo della pioggia che solitamente cade sul continente”.

Inoltre nel 2019 si è verificato un fenomeno climatico senza precedenti: il Dipolo dell’oceano Indiano (IOD) che porta aria secca sulle coste australiane e che per via del riscaldamento globale ha visto triplicare i suoi effetti, come dimostrato da recenti studi.

“A questo si è sovrapposto, a settembre 2019, un evento di riscaldamento improvviso della stratosfera (oltre 40 gradi di aumento) nella zona antartica, anch’esso straordinario, per cause “naturali”, che ha portato ulteriore aria calda e secca sull’Australia”. Infine, al propagarsi degli incendi ha contribuito anche lo spostamento verso nord dei venti occidentali ha portato aria secca e calda sull’Australia.

Vegetazione in fiamme

Le foreste incendiate, tuttavia, sono composte prevalentemente da alberi di eucalipto e bush, due tipologie di pianta che nel corso di milioni di anni si è evoluta proprio per lasciarsi bruciare. Non è casuale infatti che esse sprigionino oli e resine altamente infiammabili, vista la propensione di quelle zone a essere naturalmente soggette a incendi naturali, spesso scatenati dai fulmini. Ma proprio l’adattamento e l’evoluzione ha favorito la rinascita di questa vegetazione che nel momento in cui muore bruciata rilascia semi totalmente impermeabili al fuoco che consentono la rinascita delle stesse specie vegetali. Ma “questa volta le condizioni di siccità sono così estreme che sono in fiamme anche ecosistemi forestali tradizionalmente più umidi e raramente interessati dal fuoco”.

Prevedibilità degli incendi

Per le istituzioni australiane e l’IPCC l’allarme era probabile per via del cambiamento climatico avvenuto durante l’anno. Infatti sono state imposte evacuazioni sulle zone a rischio e attuate alcune politiche preventive, evidentemente troppo ridotte, ma comunque per alcune parti del territorio non del tutto inefficaci, ma, chiosa Vacchiano “l’intensità della siccità e degli incendi in corso avrebbe messo probabilmente in difficoltà anche i servizi e le comunità più preparate”.

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Foto: Viviana Andrea Vega Rodríguez / Flickr

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