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Caffè: il 60% delle varietà selvatiche è a rischio estinzione

People For Planet - Mer, 01/23/2019 - 15:41

La ridotta biodiversità nuocerebbe anche alle piantagioni commerciali.

La maggior parte delle varietà selvatiche di caffè potrebbe andare definitivamente perduta nei prossimi decenni, a causa di un mix letale di cause di cui fanno parte deforestazione, cambiamenti climatici e parassitosi.
La sentenza che arriva da uno studio appena pubblicato su Science Advances getta un’ombra di preoccupazione anche sulle piantagioni commerciali, oggi dominate da due specie prevalenti: arabica (Coffea arabica) e robusta (Coffea canephora). La prima è sensibile alle alte temperature, la seconda all’aridità del suolo. Le 124 varietà di piante selvatiche del caffè potrebbero aiutare i coltivatori a potenziare la resistenza verso l’uno o l’altro tratto, ma con meno specie a disposizione, anche le opzioni per rafforzare arabica e robusta contro le condizioni ostili diminuirebbero.

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Dopo i 50 anni, chi è soddisfatto della propria vita è anche più in salute

People For Planet - Mer, 01/23/2019 - 09:35

Ecco come aumentare il benessere fisico e mentale anche in età avanzata.

LA PERCEZIONE che la propria vita sia piena di obiettivi e ricca di attività appaganti può essere il motore di un migliore stato di salute e benessere psico-fisico, soprattutto da adulti e da anziani. A mostrarlo è un vasto studio condotto da due ricercatori inglesi, che hanno studiato gli aspetti e i comportamenti che fanno sentire le persone con più di 50 anni realizzate e felici. I ricercatori hanno osservato che chi è più soddisfatto ha anche una forma fisica migliore e un più basso rischio di incorrere in patologie, come la depressione e il dolore cronico. La ricerca è pubblicata su Proceedings of the National Academy of Science.

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Benvenuti alla Locanda dei Girasoli!

People For Planet - Mer, 01/23/2019 - 01:36

Nel 1999, per dare una possibilità di lavoro al figlio con Sindrome di Down, due genitori hanno fondato “La Locanda dei Girasoli”, un ristorante-pizzeria che oggi dà lavoro a 10 ragazzi, 9 con Sindrome di Down e 1 con Sindrome dell’X Fragile.
Un progetto straordinario di fondamentale importanza per questi ragazzi, purtroppo ancora oggi discriminati dal mondo del lavoro.
Se siete di Roma, se passate da Roma, fermatevi a cena!
Intervista a Ugo Minghini, Direttore della Locanda dei Girasoli.

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Indirizzo: Via dei Sulpici, 117H, 00174 Roma
http://www.lalocandadeigirasoli.it/

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Milano è l’unica città italiana nel consorzio europeo MOBiLus

People For Planet - Mer, 01/23/2019 - 01:23

È Milano l’unica città italiana che andrà ad affiancare Amsterdam, Barcellona, Copenaghen, Eindhoven, Amburgo, Helmond, Helsinki, Istanbul, Monaco, Praga, Stoccolma e Tel Aviv nel consorzio MOBiLus, nato per sviluppare idee e modelli che possano migliorare la mobilità urbana in termini di sostenibilità, efficienza e inclusione sociale.

Il Comune di Milano, con Amat e la Fondazione Politecnico, guiderà l’innovazione tecnologica per il futuro delle città nell’ambito di Mobility for Liveable Urban Spaces, entrando nella lista dei 48 partner che l’Unione europea, tramite EIT (Istituto europeo di innovazione tecnologica) ha riconosciuto come player per l’attuazione delle politiche di mobilità urbana del futuro.

Si tratta infatti della KIC Urban Mobility dell’Istituto europeo di innovazione tecnologica EIT, i cui primi risultati sono attesi per il 2020. Sono disponibili 1,6 miliardi di euro per creare nuovi spazi urbani nelle città europee, favorire la mobilità integrata e incrementare la competitività dei mercati europei. MOBiLus non è l’unico progetto finanziato dall’Ue, andrà infatti a sommarsi a Sharing Cities, OpenAgri, CLEVER cities e alle idee che queste iniziative si propongono di lanciare attorno ai temi della rigenerazione urbana, delle smart cities e delle politiche di innovazione imprenditoriale, che il Comune di Milano sta già portando avanti.

Il consorzio avrà sede a Barcellona e si propone di attuare progetti destinati al miglioramento della mobilità sul lungo periodo, sempre con un’occhio di riguardo per la tecnologia e l’applicazione delle soluzioni innovative più all’avanguardia disponibili sul mercato.

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Parlare di Africa e CFA mentre gli africani muoiono in Libia e in mare

People For Planet - Mer, 01/23/2019 - 01:10

Chissà se con la frase sul franco CFA, la moneta africana, Luigi di Maio volesse strizzare l’occhio ai gilet jaunes centrafricani, quelli che a fine 2018 hanno manifestato nella capitale Bangui per l’abolizione del CFA, oppure volesse semplicemente incrinare ulteriormente i già pessimi rapporti tra Italia e Francia Nel dubbio, di Maio è in buona compagnia, quasi all’unisono infatti la scorsa domenica Giorgia Meloni, ospite da Massimo Giletti, e Alessandro di Battista, in trasmissione da Fabio Fazio, hanno sventolato banconote CFA con fare grave e accusatorio. Colpa del CFA e del sistema neocoloniale francese se gli africani tentano la traversata del Mediterraneo e ci muoiono affogati. Meloni, di Battista, Salvini e di Maio hanno scoperto il colonialismo francese, il passaggio successivo sarà accorgersi che proprio negli stessi giorni il primo ministro etiope era in Italia. La rivoluzione copernicana a piccoli passetti.

Il franco CFA (che da principio stava per franc des colonies françaises d’Afrique) è stato introdotto il giorno di Natale 1945 dal generale De Gaulle ed è rimasto in vigore anche dopo l’indipendenza delle colonie. Oggi, tramite la banca centrale a Dakar, lo adottano 8 Paesi dell’Africa Occidentale (Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guina-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo), e insieme alla banca centrale a Yaoundè invece è utilizzato in 6 Paesi dell’Africa Centrale (Camerun, Repubblica centrafricana, Congo, Gabon, Guinea equatoriale e Ciad). I Paesi dell’Africa Occidetale  stanno registrando tassi di crescita tra il 3% e il 5% da anni, costantemente,quelli della parte centrale stanno riscontrando più difficoltà. Nel mentre, il Sudan è in rivolta dallo scorso 19 dicembre scorso, tutto è iniziato con l’aumento del prezzo del pane. In Zimbabwe si protesta contro l’aumento dei prezzi del carburante. Sudan e Zimbabwe hanno l’economia in ginocchio. Non usano il CFA.

Entro il 2020 i capi di Stato della CEDEAO (comunità economica dell’Africa occidentale) vorrebbero raggiungere un punto comune e trovare il nome  e il simbolo della nuova moneta unica che dovrebbe sostituire il franco CFA, a sua volta simbolo di un’Africa colonizzata e depredata delle sue risorse dall’Europa e principalmente dalla Francia, che in Africa, quanto a colonialismo, insieme al Belgio si è data un gran da fare.

Basta demagogia anti-francese”, aveva detto rivolgendosi ai leader africani il Presidente Macron lo scorso luglio 2017 durante il vertice G5 Sahel di Bamako, in Mali:

Se non si è felici nella “zona franco”, la si lascia e si crea la propria moneta come hanno fatto in Mauritania e in Madagascar. Se invece si rimane, bisogna smetterla con le dichiarazioni demagogiche, che fanno del franco CFA il capro espiatorio dei vostri fallimenti politici ed economici, e della Francia la fonte dei vostri problemi.

Al solito, delicatissimo. Su una cosa ha però ragione, la demagogia che ormai spopola sulle bocche dei sovranisti, e di chi, anziché preoccuparsi e capire cose più semplici, come ad esempio che lo spread non è un aperitivo, si fa prendere la mano dall’esotismo e semplifica la questione africana con l’equazione CFA= sbarchi, risolvendo così la seccante responsabilità nei confronti dei morti in mare.

Il primo Paese africano ad avere adottato il franco CFA è stato la Costa d’Avorio, che però è soltanto ottavo nella lista dei Paesi di origine da cui arrivano più migranti in Italia. In tutto il 2018 le persone in Italia che provengono dai Paesi africani che adottano il CFA sono state meno di 2.000. A dirlo è l’elenco stilato dal ministro dell’Interno italiano e aggiornato a dicembre 2018, non il sito di una ONLUS terzomondista.

“La nave Sierra Leone” ha twittato il ministro delle infrastrutture Danilo Toninelli, scambiando uno Stato per una nave, “sotto coordinamento libico, sta iniziando a prendere a bordo i 100 #migranti dal gommone”. Persone ridotte ad hashtag. “Tutto si svolge secondo le convenzioni internazionali, i naufraghi andranno a Tripoli”. Notevole variatio stilistica, stavolta “naufraghi”, tutto, pur di non chiamarle persone. “Seguo con attenzione, nella speranza che l’operazione si concluda senza problemi”.

Tutto non si sta affatto svolgendo secondo le convenzioni internazionali, dal momento che in Libia non c’è nessun porto sicuro, e alle persone “salvate” su indicazione della Guardia Costiera libica dal mercantile che batte bandiera della Sierra Leone è stato detto che sarebbero state portate in Italia, non rimandate in Libia, nel posto dal quale erano fuggite per sfuggire alla detenzione illegale e abominevole a cui sono costrette.

Di internazionale per ora c’è soltanto la vergogna. Di convenzionale, l’ostinazione con la quale si cerca di eluderla.  Per chi volesse distrarsi un attimo dalla boria, questa sì, ultra-colonialista, di credere di sapere cosa sia meglio per l’economia degli Stati africani e conoscere l’esito del “salvataggio” delle persone a bordo del mercantile Lady Sham, qui gli aggiornamenti di Alarm Phone, l’associazione umanitaria che raccoglie gli S.O.S. dei naufraghi nel Mediterraneo.

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Le mestruazioni sono ancora un tabù. E il congedo mestruale pure

People For Planet - Mer, 01/23/2019 - 01:02

Mestruazioni. Ciclo. Flusso mestruale. “Cose”. Mestruo. Menorrea. Assorbenti. Tamponi. Coppette mestruali. Queste parole per molti possono ancora essere motivo di imbarazzo… e qui stiamo per parlare proprio di tutto questo.

In Italia è fermo in Parlamento un disegno di legge che approverebbe il cosiddetto “congedo mestruale”, a cui in altri Paesi le donne possono già far ricorso quando i dolori si fanno insopportabili e non siamo più soltanto in presenza di un ciclo mestruale doloroso ma di una patologia invalidante – riconosciuta da un medico – che impedisce alle donne di compiere le mansioni lavorative come di consueto.

L’argomento per qualcuno ancora è un tabù e le mestruazioni sono un evento da tenere nascosto: non però in tutti i Paesi, anche se “a casa nostra” preferiamo ancora coprire l’imbarazzo con l’ironia, e convincerci che anche “in quei giorni” tutte possono andare al lavoro e persino fare la ruota con disinvoltura, senza alcun fastidio.

Il congedo mestruale è chiuso in un cassetto del Parlamento

 In Parlamento è ancora fermo un disegno di legge che potrebbe risolvere a molte donne quel problema mensile ricorrente che tecnicamente va sotto il nome di “dismenorrea” e si manifesta con una serie di dolori fisici acuti e forti che si protraggono durante tutto l’arco del ciclo e costringono spesso ad assenze dal lavoro.

Che si tratti di una patologia invalidante non c’è dubbio, almeno per le donne che ne subiscono le conseguenze ogni mese. La legge sul congedo mestruale però non vede ancora la luce.

La dismenorrea si manifesta con dolori mestruali acuti, sordi e costanti, che si manifestano sotto forma di mal di pancia, crampi, nausea, stipsi o diarrea, in alcuni casi vomito.

Sulla proposta di legge n. 3791 del 27 aprile 2016 – che porta la firma di Romina Mura, Daniela Sbrollini, Maria Iacono e Simonetta Rubinato – si leggono i dati di diffusione della dismenorrea: “dal 60 per cento al 90 per cento delle donne soffre durante il ciclo mestruale e questo causa tassi dal 13 per cento al 51 per cento di assenteismo a scuola e dal 5 per cento al 15 per cento di assenteismo nel lavoro”.

Le donne finora non hanno avuto altra alternativa se non quella di restare a casa a riposo. Altrove però, nel mondo, Paesi o aziende singole particolarmente illuminate stanno iniziando a riconoscere la dismenorrea come una patologia invalidante per la quale alle donne spetta una maggiore tutela. La proposta di legge italiana prevede per le lavoratrici con contratti di lavoro subordinato o parasubordinato, a tempo pieno o parziale, a tempo indeterminato o determinato o a progetto, 3 giorni di permesso speciale al mese con contribuzione piena e indennità pari al 100 per cento della retribuzione giornaliera.
A certificare l’effettiva dismenorrea è chiamato il medico specialista, che dovrà emettere un documento con validità annuale da presentare all’azienda.

La proposta resta comunque ancora ferma e, arrivati ormai al 2019, ancora ci si ostina a minimizzare i “dolori da ciclo” e a ridicolizzarli. Pare che siano state anche molte donne – comprese sindacaliste e femministe dichiarate – a criticare la proposta di legge, quasi fosse una vanificazione delle lotte per la parità dei sessi.

Una riflessione sulla quale soffermarsi è invece quella di chi teme che una simile legge possa essere alla lunga dannosa per le lavoratrici italiane, che già risentono dell’eterna disparità tra uomini e donne in termini di accesso al lavoro e di salari. Quale convenienza avrebbero i datori di lavoro ad assumere donne, che già un giorno potrebbero annunciare una gravidanza, se hanno anche il diritto di assentarsi una volta al mese?

Il caso di Bristol è famoso, ma poche aziende illuminate lo imitano

Senza alcuna legge a imporlo, qualche anno fa un’azienda di Bristol, la Coexist, era diventata famosa proprio per aver concesso spontaneamente 3 giorni di permesso speciale alle donne, che così non devono dare spiegazioni per i loro cali di prestazioni, né soprattutto ricorrere ai giorni di malattia. L’idea di concedere quei giorni è nata in maniera semplice, per seguire e assecondare i ritmi biologici, con il risultato di avere al rientro donne più produttive, in grado non soltanto di recuperare il lavoro dei 3 giorni precedenti ma addirittura di raddoppiarlo. Ne avevamo parlato molto anche noi italiani, ma poi tutto si è spento.

L’idea della Coexist ha alcuni precedenti: la Nike ha inserito il congedo mestruale nel proprio codice di condotta sin dal 2007 e in Giappone alcune aziende avevano adottato il «seirikyuuka», cioè il congedo, addirittura nel 1947 e un anno dopo la stessa pratica era stata introdotta in Indonesia. Più recentemente, il congedo per le donne che soffrono di dismenorrea è stato adottato anche in Sud Corea (nel 2001) e a Taiwan (nel 2013). In Oriente esiste infatti la credenza che se le donne non si riposano nei giorni del ciclo avranno poi numerose difficoltà durante il parto: il permesso, dunque, è vissuto come una forma di protezione della natività.

L’Italia potrebbe essere all’avanguardia in questo, forse davvero temiamo che si riveli un’arma a doppio taglio per le donne, oppure le mestruazioni sono ancora un tabù e ci convinciamo che basti un assorbente della marca giusta a far sentire “Libera e felice… come una farfalla!”. Come se nulla fosse, insomma. Come se le mestruazioni scomparissero.

Ne discutiamo molto noi donne, tra di noi, anche in luoghi pubblici, ma poi ci passiamo gli assorbenti nel momento del bisogno come fossero dosi di cocaina, con sguardi di complicità e sempre con l’intento di restare al riparo da occhi indiscreti. Anche noi a volte ci imbarazziamo come se ancora fosse un peccato da nascondere.

E i maschietti che fanno? L’ironia dilagante sull’argomento ci mostra una tendenza piuttosto diffusa degli uomini ad ignorare la questione così come la differenza tra assorbenti, assorbenti interni e coppette mestruali. La Tampax ci ha basato uno spot intero.

In Italia ha fatto clamore l’ammissione di Federica Pellegrini dopo la sciagurata finale di Rio 2016, quando diede la colpa alla pillola e a un errore nel calcolo dell’arrivo del ciclo. In quell’occasione “Federicadiceva il presidente del Coni Giovanni Malagòha sdoganato un tema che per le donne, a livelli elevatissimi di prestazione e agonismo, qualcuna non considera oppure sottovaluta, ma esiste“.

Insomma, ammettiamo che il ciclo fa perdere le finali, ma al lavoro ancora si fa finta che la dismenorrea non sia invalidante e la legge non aiuta le donne.

Contro i dolori mestruali sono nati persino assorbenti alla marijuana, venduti dall’azienda Foria in California e Colorado. Sfruttare le proprietà antidolorifiche e rilassanti della cannabis per avere sollievo è un’idea antica. Serve però una prescrizione medica che autorizzi all’acquisto della marijuana terapeutica.

Riduzione dell’iva o Tampon Tax anti-inquinamento?

In molti Paesi del mondo le donne hanno iniziato a chiedere un taglio ai costi degli assorbenti, che di fatto sono una tassa mensile alla quale si può rimediare soltanto scegliendo soluzioni come la coppetta mestruale o simili. Non beni di lusso, ma beni di consumo: questo chiedono le donne. Nel 2016 l’Onorevole Pippo Civati ha depositato una proposta di legge mai discussa per ridurre l’aliquota sugli assorbenti (la cosiddetta “Tampon Tax) dal 22% al 4%.

Sui social network è scattata anche una protesta più estrema, calco di quelle hippy che rivendicavano la libertà femminile. Si chiama “Freebleeding” e consiste semplicemente nel non utilizzare assorbenti, senza preoccupazioni per vestiti sporchi e critiche. Paladina di questa battaglia, la maratoneta Usa Kiran Gandhi, che ha corso la maratona di Londra nei suoi “giorni no” senza alcun assorbente, cercando non tanto il clamore sui social quanto di ricordare come in certi Paesi il ciclo sia ancora visto come una malattia e le donne non siano affatto informate a dovere.

Ma c’è un altro problema: gli assorbenti inquinano molto. Le donne potrebbero scegliere le coppette mestruali o biancheria intima assorbente, ma il costo iniziale è elevato e queste alternative presentano – soprattutto per le donne che passano gran parte della giornata fuori casa – anche una praticità ridotta per via del lavaggio o della sostituzione dopo un certo numero di ore. I due interessi sembrano dunque confliggere. Intanto la Commissione Ue, che ha varato da poco la nuova normativa per il bando della plastica monouso, ha inserito gli assorbenti igienici tra i prodotti che necessiteranno di “un’etichetta chiara e standardizzata che indica come devono essere smaltiti, il loro impatto negativo sull’ambiente e la presenza di plastica”.

In copertina: Immagine di Armando Tondo

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La casa Made in Italy che si costruisce in 6 ore e resiste ai terremoti

People For Planet - Mer, 01/23/2019 - 01:01

Si costruisce in 6 ore ed è fatta per resistere ai terremoti: M.A.DI. (acronimo di Modulo Abitativo Dispiegabile) in collaborazione con Arealegno ha realizzato un sistema costruttivo che usa la tecnica del dispiegamento (in sostanza è smontabile e ripiegabile su se stessa) in campo edile per edifici ad uso residenziale che, oltre a essere utilizzabile in ambiti fieristici, sportivi e similari, può essere una soluzione di pronto intervento in aree soggette o colpite da calamità naturali.

Il progetto nasce dall’architetto italiano Renato Vidal, che ha pensato a un modello unico di casa che potesse rispondere alle varie esigenze e che fosse costruibile in 6 ore, personalizzabile, trasportabile, resistente a venti fino a 400 km/h, a prova di terremoti, personalizzabile, e che si prestasse ad essere anche una abitazione permanente.

Una rivoluzione green, perché queste case, non necessitando di fondazioni, anziché consumare il territorio e deturpare l’ambiente entrano in sinergia con esso, anche grazie ai pannelli solari – che possono essere commissionati dall’acquirente – per una completa autonomia energetica.

La casa Madi, successo italiano nel mercato internazionale, a causa delle falde del tetto a 60 gradi  con cui è stata progettata, sta però riscontrando difficoltà proprio in Italia, perché i regolamenti riguardanti la pendenza dei tetti delle case non sono uniformi. Progresso e burocrazia non vanno sempre di pari passo.

In copertina: un esempio di “casa MADI”

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Apre il primo rubbish café: si potrà pagare con la spazzatura

People For Planet - Mar, 01/22/2019 - 13:24

Il primo rubbish café ha aperto i battenti nella centralissima Covent Garden a Londra. Un locale di tendenza come un altro, se non fosse che quella che per molti è solo spazzatura qui ha più valore del denaro.

Come funziona
L’idea alla base è tanto semplice da sembrare quasi impossibile: i clienti scelgono tra le opzioni del menù – tutte servite rigorosamente plastic free – e anziché metter mano al portafogli pagano la consumazione con pezzi di plastica portati da casa, a patto che questi possano essere riciclati. Spetta poi ai titolari dell’esercizio il compito di raccogliere la plastica e rivenderla.

CONTINUA SU RIVISTANATURA.COM

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Riace Premio Nobel per la Pace: la campagna si conclude il 30 Gennaio

People For Planet - Mar, 01/22/2019 - 09:59

Si concluderà il 30 gennaio la raccolta di firme di persone, personalità, istituzioni ed associazioni per proporre la candidatura di Riace e del suo modello di accoglienza a Premio Nobel per la Pace 2019.

Possono sottoscrivere la richiesta, che sarà inoltrata al Comitato per l’assegnazione dei premi Nobel:

– i singoli cittadini, tramite il link

https://drive.google.com/open?id=1mBGI0d5DsfOgMG3g2FR_sfAha1At1G68maqySAWsXW0

– le associazioni, tramite il link

https://drive.google.com/open?id=1XAMQJQAbP0mEgkqvBmIbXQWqfcAQClwSsXMNGuyfP-0

– i docenti universitari (anche in pensione) devono utilizzare il link

https://goo.gl/forms/FUPzMH7okIvcOzkm1

– i parlamentari o ex parlamentari devono utilizzare il link

https://docs.google.com/forms/d/1mP_3RHhvWXYe8EfE-_9w6i0Seo8Gl-q07OuQrMvq108/edit

LA RICHIESTA DEVE ESSERE SOTTOSCRITTA E INVIATA ENTRO IL 30 GENNAIO 2019

È importante che tutti coloro che condividono l’iniziativa estendano il messaggio alla loro rete di contatti.

Di seguito il testo dell’appello diffuso dalla rete di associazioni proponenti.

NOBEL PER LA PACE A RIACE

Siamo una rete di organizzazioni della società civile, NGO e Comuni che vogliono promuovere una Campagna a favore dell’assegnazione del premio Nobel per la pace 2019 a Riace, il piccolo Comune calabrese che invece di rinchiudere i rifugiati in campi profughi li ha integrati nella sua vita di tutti i giorni.

Riace è conosciuta in tutta Europa per il suo modello innovativo di accoglienza e di inclusione dei rifugiati che ha ridato vita ad un territorio quasi spopolato a causa dell’emigrazione e della endemica mancanza di lavoro. Le case abbandonate sono state restaurate utilizzando fondi regionali, sono stati aperti numerosi laboratori artigianali e sono state avviate molte altre attività che hanno creato lavoro sia per i rifugiati che per i residenti.

Nel 2018 il Sindaco di Riace, Domenico Lucano, è stato arrestato, poi rilasciato, sospeso dalla carica e infine esiliato dal Comune con un provvedimento di divieto di dimora per “impedire la reiterazione del reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”. Un provvedimento che rappresenta un gesto politico preceduto dal blocco nel 2016 dell’erogazione dei fondi destinati al programma di accoglienza e inserimento degli immigrati, che lasciò Riace in condizioni precarie.

Gli atti giudiziari intrapresi nei confronti del Sindaco Lucano appaiono essere un chiaro tentativo di porre fine ad una esperienza che contrasta chiaramente con le attività dei Governi che si oppongono all’accoglienza e all’inclusione dei rifugiati e mostrano tolleranza in casi di attività fraudolente messe in atto nei centri di accoglienza di tutta Italia e in una Regione dove il crimine organizzato – non di rado – opera impunemente.

Supportare la nomina del Comune di Riace per il Nobel della pace è un atto di impegno civile e un orizzonte di convivenza per la stessa Europa.

Grazie, il Comitato promotore:
RECOSOL; MUNICIPIO VIII ROMA; COMUNITÀ DI BASE SAN PAOLO; LEFT; ARCI ROMA, COMUNI VIRTUOSI; CISDA; NOI SIAMO CHIESA; ISDEE, FESTIVAL “ROMA INCONTRA IL MONDO” 2019

Tratto da PRESSENZA.COM

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#10yearchallenge: dal tormentone social com’è cambiato il pianeta in 10 anni

People For Planet - Mar, 01/22/2019 - 02:15

Un nuovo tormentone basato sui ricordi e sui cambiamenti che sono avvenuti negli ultimi dieci anni, dal 2009 fino al 2019, che chiede di postare foto sui propri account social del decennio passato

La sfida è stata accolta da tutti, influencer, vip e non… difficile contare i post pubblicati con l’hashtag #10yearchallenge oppure #howhardhasaginghityouchallenge (che sarebbe anche il secondo nome della challenge). In pochi non hanno resistito a condividere la propria foto profilo con i propri amici e conoscenti, ma c’è anche chi ha saputo utilizzare questo gioco per spostare l’attenzione dall’ironia degli anni che passano e le rughe che avanzano a un problema decisamente più grande: l’ambiente.

Com’era il nostro pianeta 10 anni fa? Dall’Antartide, all’Amazzonia passando per la Syria. Una galleria fotografica direttamente dal web decisamente preoccupante.

 

 

Di questo passo, vogliamo provare a scommettere sui risultati del prossimo tormentone #10yearchallenge?

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Federer e Lindsey Vonn, la lotta tra la perfezione e l’inesorabilità del tempo

People For Planet - Mar, 01/22/2019 - 01:58
«Il mio corpo dice basta»

«Il mio corpo dice basta» è una delle frasi più potenti che un atleta possa pronunciare. Lo ha fatto l’altra mattina Lindsey Vonn a Cortina al termine del SuperG. L’americana non è riuscita a tenere la linea, è uscita. «Il mio corpo non mi consente più di fare quello che vorrei». Ha 34 anni, Lindsey Vonn. Ha vinto quattro Coppe del mondo, una medaglia d’oro olimpica. Nessuna ha vinto più gare di lei: 82. La prima nel 2004, quindici anni fa, a Lake Louis. Ovviamente in discesa libera. Un mito dello sci. Che ha battuto il record di successi che apparteneva a un’altra leggenda dello sci: Annemarie Moser-Proell. Il record dell’austriaca, 62 vittorie, ha resistito 35 anni.

Poi è arrivata Lindsey. Atleta contemporanea. Straordinaria, bella, capace di costruire un’azienda sul suo nome e sul suo essere una fuoriclasse. Ma anche per lei il tempo passa. Inesorabile. «Se smetto, non è per mancanza di motivazione o passione, è fondamentalmente per mancanza di cartilagine». Il corpo sa come ci si dovrebbe piegare sul curvone preso a oltre cento chilometri orari ma il corpo non risponde più.

E sia per lei che per i suoi appassionati è una coltellata. Ai grandi atleti, ai fuoriclasse non solo ci si affeziona, ma ci si abitua. A quell’idea di perfezione rinchiusa momentaneamente in un corpo comunque imperfetto. A quella temporanea sensazione di riuscire ad avvicinarsi al divino, di rappresentarlo. Temporanea, appunto. A un certo punto determinate condizioni non ci sono più. Non bastano il talento, l’allenamento, la tenacia, la forza mentale. Il fisico si ribella. E nella foresta, in questo caso una pista da sci, spuntano altri giovani leonesse che sono più feroci di te. Capitò anche all’immenso Ingemar Stenmark che proseguì fin quando ne ebbe la forza: l’ultimo gigante lo vinse nel 1989. Andò via sereno: aveva trovato il suo erede, era italiano: si chiamava Alberto Tomba. 

Roger the King

E l’erede lo ha trovato un altro leone molto rispettato nella foresta. Somiglia sempre di più a The King il grande pilota, ormai sul viale del tramonto, di Cars. Nel film, Saetta McQueen lo spinge al traguardo per evitargli l’onta di non concludere la sua ultima gara. Nel tennis non è possibile. Anche perché un cattivo non c’è. Se non il tempo che scorre inesorabile. E Roger Federer ha dovuto ancora una volta arrendersi all’idea di vincere il centesimo titolo della sua carriera. Agli Australian Open ha perso in quattro set agli ottavi di finale dal greco Tsitsipas che al termine del match era quasi dispiaciuto per aver battuto quella leggenda vivente che è stato ed è ovviamente anche il suo idolo. «Lo studio da quando avevo 7 anni». Il greco ne ha 20, Roger 37. Da tempo, ha abituato sé stesso e i suoi tantissimi fan all’idea che un giorno possa prendere quella racchetta e appenderla al chiodo. Ma ogni volta ha spostato quel giorno di una settimana.

Da anni, non è più in lotta solo contro gli avversari. Ma, appunto, contro l’inesorabilità di Kronos. Sappiamo già chi vincerà, ma Federer di arrendersi non ha voglia. Anche stavolta, come già capitato tante altre volte, stanno e stiamo scrivendo del suo addio, del suo crepuscolo. Eppure Federer è sopravvissuto a Nadal, a Djokovic. E magari riuscirà ancora a infliggere una delusione ai ragazzini terribili della nuova generazione. Ha vinto venti titoli dello Slam, nessuno come lui. Un altro grande, John McEnroe, ha parlato alla tv di cambio della guardia. E il vecchio leone, nella risposta, ha mostrato di non essere ancora pronto: “John è sempre davanti al microfono, parla molto. È una storia che sento da dieci anni. Non mi pare che abbia detto nulla di nuovo». Il cervello di Roger non vuole saperne di dire basta. Il corpo non lo sappiamo.

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Il latte fa male? Non è vero, è solo l’ennesima bufala del web

People For Planet - Mar, 01/22/2019 - 01:30

… e sottolinea i benefici derivanti dal consumo di questo alimento e dei suoi derivati.

Non è vero che acidifica il sangue, mettendo a rischio la salute delle ossa. Non è vero che fa ingrassare né che accresce i livelli di colesterolo, così come non è vero che predispone allo sviluppo di tumori. Tra le tante vittime delle “bufale alimentari” sul web c’è anche il latte vaccino: in rete circolano articoli e post secondo i quali il consumo di questo alimento nuocerebbe alla salute. Ma si tratta di falsi miti che il Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria), principale ente di ricerca italiano dedicato alle filiere agroalimentari, ha voluto sfatare con una giornata dedicata all’argomento.

Anche Valeria Del Balzo, biologa nutrizionista della Società italiana di scienza dell’alimentazione, intervistata da Peopleforplanet, smentisce le chiacchiere che circolano in rete su latte e derivati e sottolinea i benefici derivanti dal loro consumo: “Latte e derivati, se consumati secondo le raccomandazioni nutrizionali, contribuiscono a fornire macro e micro-nutrienti essenziali durante tutto l’arco di vita. Non ci sono evidenze scientifiche che attestino che il loro consumo sia nocivo”, consigliandone l’assunzione all’interno di una dieta varia e bilanciata secondo le raccomandazioni dei Larn, i Livelli di assunzione di riferimento di nutrienti ed energia per la popolazione italiana.

Diversi benefici

“Tanto per iniziare il latte contiene molta acqua, ed è quindi un alimento molto idratante – spiega l’esperta-. A fronte di poche calorie, ha una densità nutrizionale elevata: contiene proteine animali di alta qualità biologica che forniscono all’organismo  amminoacidi essenziali e diversi micronutrienti tra cui spicca in particolare il calcio, che è altamente biodisponibile e, quindi, viene assorbito dal nostro organismo in quantità elevata rispetto al calcio contenuto negli alimenti di origine vegetale (cicoria, cime di rapa, rucola, lattuga). Completano il profilo nutrizionale le vitamine A e D e gli acidi grassi a catena corta, alcuni dei quali sono particolarmente importanti perché contribuiscono al mantenimento del microbiota intestinale, proteggendo da diverse malattie come obesità, diabete di tipo 2, dislipidemie e tumori, tutte condizioni che hanno in comune lo squilibrio della flora batterica intestinale che, in un meccanismo a cascata, comporta infiammazioni che vanno ad alterare il sistema immunitario favorendo l’insorgere di queste patologie. Altre sostanze presenti nel latte, i peptidi, hanno poi varie azioni protettive nei confronti del nostro organismo, pur se non nutrizionali, preservando ad esempio dal rischio cardiovascolare e dall’invecchiamento grazie alla prevenzione della formazione di radicali liberi nelle cellule”. Il consumo di yogurt e di prodotti caseari, spiega l’esperta, è consigliato anche a chi è intollerante al lattosio, con l’accortezza di scegliere, tra le diverse proposte in commercio, prodotti privi di questa sostanza.

Importante per le ossa

Le porzioni raccomandate dai Larn è di 250 grammi al giorno tra latte e yogurt. “Questa quantità garantisce un ottimo apporto di calcio fondamentale per proteggere le ossa, e aiuta almeno fino ai primi 30 anni di vita a garantire un buon metabolismo dell’osso e raggiungere la cosiddetta ‘massima densità ossea individuale’, in grado di proteggere le ossa dall’osteoporosi in età adulta”, spiega Del Balzo. “Ma possono essere consigliate anche porzioni maggiori, ad esempio negli sportivi o in soggetti con particolari necessità di fabbisogno energetico”.

Non è vero che acidifica il sangue

Una teoria che circola nel web è che il consumo di latte e latticini provochi una perdita di calcio dalle ossa in seguito all’acidificazione del sangue, contribuendo allo sviluppo dell’osteoporosi. “Questa affermazione non ha alcun fondamento scientifico. Per acidificare il sangue e mettere in funzione questo processo significa che si è in una condizione di patologia. Nessun alimento da solo può arrivare a innescare questo meccanismo”, spiega Del Balzo.

Nessun allarme per il contenuto di grassi

Per quanto riguarda i grassi del latte, il loro contenuto è relativamente basso (circa 3,6 % nel latte intero, 1,8% in quello parzialmente scremato) e “alcuni di essi svolgono un ruolo positivo per il nostro organismo, perché forniscono energia e contribuiscono al mantenimento in salute del microbiota intestinale, preservando l’organismo da numerose malattie, soprattutto se si scelgono latte scremato e prodotti caseari fermentati e a basso contenuto di grassi. Molto limitato è poi il contributo del consumo di latte all’apporto totale di colesterolo alimentare. Più attenzione va posta ai formaggi, limitandone le quantità”. 

Formaggi due volte a settimana

Se per quanto riguarda il latte e lo yogurt la quantità consigliata per il consumo è di 250 grammi cumulativi al giorno, per i formaggi si parla di porzioni da 100 grammi se freschi, o da 50 grammi se stagionati, due volte a settimana.

Latte e rischio tumorale

Un altro mito da sfatare è il collegamento tra consumo di latte e aumento del rischio di sviluppo di tumori. “L’Efsa, l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare, interpellata al riguardo ha affermato che non c’è un legame scientificamente dimostrato tra i fattori di crescita tumorali e l’assunzione di latte”, spiega Del Balzo. Al contrario, si legge in un documento del Crea, “è stato osservato un effetto protettivo per il tumore del colon-retto, mentre esistono solo prove limitate riguardo l’associazione tra un consumo molto alto di latte e derivati, superiore a 400 grammi al giorno, e l’aumento del rischio di sviluppare il tumore della prostata”.

 

 

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Blue Monday: le strategie contro il giorno più triste

People For Planet - Lun, 01/21/2019 - 16:11

Lunedì 21 gennaio, il terzo lunedì del primo mese dell’anno è il Blue Monday, il giorno che ci dovrebbe vedere più tristi e depressi. Come contrastare tutta questa tristezza? Innanzitutto pensando al giorno dopo. Sembra infatti che, dati eDreams, il martedì successivo sia da qualche anno corrispondente ai picchi di prenotazioni per viaggiare (magari pensando ad un weekend nelle capitali europee o comunque a breve raggio). Parigi, Londra e Barcellona quelle più prenotate dopo il Blue Monday nel 2018, seguite dalle romantiche Lisbona e Amsterdam. Insomma una travel therapy contro il blue monday.

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Bagni di sole e medici di quartiere, la nuova vita dei pensionati in Sardegna

People For Planet - Lun, 01/21/2019 - 13:50

Fluminimaggiore, in provincia di Carbonia, sarà il primo paese in Italia pensato esclusivamente per il benessere degli over 65. Poco distante dal mare (sette chilometri), circondato da boschi e paesaggi spettacolari, un servizio di assistenza sanitaria 24 ore su 24 e una comunità accogliente dedita al benessere dei propri ospiti. E’ l’Happy Village cui sta lavorando Marco Corrias, il giornalista-scrittore eletto sindaco del suo paese d’origine nel giugno dello scorso anno e intenzionato a fare di Fluminimaggiore la prima residenza diffusa per pensionati di tutta Europa. Ex sito minerario di 3mila abitanti situato nel sud ovest della Sardegna, il paese negli ultimi anni è stato teatro di una brutta crisi: 400 gli abitanti che lo hanno abbandonato alla ricerca di un posto di lavoro e centinaia le case disabitate, compresi gli edifici e le strutture di archeologia mineraria immerse in una realtà paesaggistica di grande valore. Ed è proprio da qui, dalla bellezza e dalle risorse di un territorio ancora in gran parte da scoprire, che Corrias intende ripartire. L’idea è quella di mettere a frutto le ricchezze ambientali, agroalimentari, climatiche del sud ovest dell’Isola per attirare uomini e donne alla ricerca di luoghi dove la vita può essere piacevole, divertente e soprattutto sana.

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Il 2019 è l’Anno nazionale del turismo lento

People For Planet - Lun, 01/21/2019 - 09:17

Il 2019 è l’Anno nazionale del turismo lento, un modo di viaggiare diverso dal mordi e fuggi, ma che cerca di scoprire le bellezze nascoste italiane, attraverso cammini e pedalate, all’insegna del rispetto dell’ambiente e dei territori visitati.

Un turismo che gli italiani sembrano amare sempre di più, com’è emerso anche dall’ottavo rapporto “Gli italiani, il turismo sostenibile e l’ecoturismo” realizzato dalla Fondazione UniVerde in collaborazione con IPR Marketing.

Secondo lo studio, è salita al 78% la percentuale del livello di conoscenza della definizione di “turismo sostenibile”. Il 64% degli intervistati, poi, sa che “ecoturismo” è una forma di turismo che rispetta l’ambiente, le popolazioni locali e valorizza le risorse naturali e storico-culturali di un territorio.

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1 miliardo di persone in più entro il 2030: dove collocarlo?

People For Planet - Lun, 01/21/2019 - 01:55

La crescita demografica mondiale è inarrestabile e minaccia gli equilibri futuri del pianeta, perciò se non si vuole peggiorare ulteriormente l’impronta ecologica delle persone sulla Terra è necessario riconfigurare quanto stabiliscono accordi internazionali, regioni, e città.

Dove andrà il miliardo di persone in più previsto entro il 2030?

Si stima che ad oggi la popolazione mondiale conti oltre 7,6 miliardi di persone, circa seicento milioni in più rispetto al 2011, e che entro il 2030 sulla Terra vivranno 8,5 miliardi di abitanti. Dove vivranno? E a quale costo? Vivranno prevalentemente in Asia e in Africa, aggravando l’inurbamento coatto di quelle zone, con gravi alterazioni dei 7 parametri vitali di ogni città, i cosiddetti “big seven”: vegetazione naturale, acqua potabile, terreni agricoli, lavoro, alloggi, trasporti e comunità. Nonostante i consumi delle risorse naturali corrano sempre più velocemente rispetto alla capacità degli ecosistemi di rigenerarsi, i primi tre parametri dei “big seven” vanno a scapito degli ultimi tre, perché le priorità di ogni governo mirano anzitutto a creare posti di lavoro e alloggi a favore della comunità, raramente capita che la protezione della vegetazione naturale, dei campi agricoli e delle biodiversità coincida con gli obiettivi primari della politica e delle amministrazioni. Affinché l’impronta ecologica non gravi sulle zone già oltremodo popolose, povere di risorse, o con risorse limitate ad uso di popolazioni indigene, è quindi necessario ripianificare l’urbanistica prima a livello globale e poi a livello regionale e locale, non viceversa. C’è poi un dato, tutt’altro che trascurabile: 1 miliardo di persone in più entro il 2030 significa 1 miliardo di bocche in più da nutrire entro poco più di 10 anni: ciò significa che, come per l’urbanizzazione, bisogna ripianificare anche il sistema alimentare del pianeta, in modo che l’azione non si riduca alla semplice conversione delle terre in nuovi terreni agricoli.

Lo studio

Richard T.T.Forman, professore alla Graduate School of Design della Harvard University a Cambridge, Massachusetts, e Jianguo Wu, professore emerito di scienze della sostenibilità presso la Arizona State University a Temple hanno pubblicato un articolo sulla prestigiosa rivista scientifica Nature dove riportano possibili scenari circa le azioni da intraprendere per scongiurare i rischi della crescita demografica.

A livello globale, i due studiosi hanno analizzato le mappe di The Atlas of Global Conservation, escludendo le regioni afflitte da stress idrici elevati –  in primis quelle costiere, che più di tutte stanno subendo gli effetti dei cambiamenti climatici – le regioni aride o ghiacciate, i centri con specie uniche all’interno di una sola regione, e infine quelle con densità maggiore di 100 persone per chilometro quadrato, dunque di fatto quasi tutta l’Europa, il Medio Oriente, l’India, la Cina, e gli Stati Uniti occidentali.  Andando a esclusione, le aree che meglio si presterebbero a ospitare il miliardo di persone in più sarebbero quindi nel Sud America, nel Canada meridionale, negli Stati Uniti settentrionali e orientali, nel Centro e nel Sud dell’Africa, in diverse aree dell’Asia, come a Nord dell’Himalaya e nelle aree a ridosso del Mar Nero e della Cina settentrionale, e in alcune zone dell’Oceania.

A livello regionale, invece, Forman e Wu suggeriscono una pianificazione olistica che tenga conto dell’equilibrio tra i sistemi terrestri e i sistemi idrici di ogni regione urbana di raggio compreso tra i 70 e i 100 chilometri, così da preservare sia le risorse all’interno di ogni città sia quelle all’interno degli anelli circostanti. Perciò, in risposta all’aumento demografico mondiale, è auspicabile una crescita urbanistica concentrata in quattro punti: periferie, aree urbanizzate a bassa densità appena oltre le periferie, le città-satellite e le città e i villaggi presenti nei terreni agricoli adiacenti.

Un diverso insediamento sulla Terra significa però anche una diversa gestione dei flussi migratori, e qui sta la sfida del futuro. Finché i flussi migratori non verranno gestiti secondo accordi internazionali e finché le migrazioni avranno carattere di urgenza in quanto causate da guerre, carestie e calamità – che spesso altro non sono che effetti secondari o derivanti dalla stessa crescita della popolazione, l’implosione demografica delle città continuerà a peggiorare. È ancora lontano il modello di ricollocazione demografica capace di coordinare spostamenti, sviluppi e migrazioni sostenibili, allo scopo di migliorare le prospettive di ciascuno e quelle del pianeta, non solo di scampare pericoli imminenti.

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Il Cappotto nuovo per la casa che fa risparmiare

People For Planet - Lun, 01/21/2019 - 01:21

Fino al 40% di risparmio energetico in un edificio. Sono questi i “numeri” del Cappotto Termico, un intervento di riqualificazione energetica di una struttura che prevede il rivestimento esterno dei muri di un’abitazione con materiali isolanti. Siamo andati a scoprire il Cappotto Termico studiato dall’ENEA e realizzato in collaborazione con Versalis, l’azienda chimica di Eni, e Eni Gas e Luce.

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Contachilometri taroccati per far valere di più le auto usate

People For Planet - Lun, 01/21/2019 - 01:14

Secondo uno studio commissionato dal Parlamento Europeo, la manomissione dei contachilometri per abbassare il chilometraggio delle auto usate e aumentarne il valore è una pratica commerciale (scorretta) che crea un giro di affari di circa 9 miliardi di euro all’anno.
Di questi, 2 miliardi solo in Italia dove, riportano le fonti, viene venduta la metà dei mezzi contraffatti in tutta Europa.
“L’Unione Europea – scrive Repubblica.it – ha chiesto più controlli alle autorità nazionali e nuove misure antitruffa alle case automobilistiche.

Il problema
I “truffatori del contachilometri” oggi non corrono grossi pericoli. Il Codice Penale prevede infatti la reclusione da 6 mesi a 3 anni e una multa da 51 a 1.032 euro, ma nessun cittadino truffato si avventurerebbe in una causa legale contro un rivenditore che potrebbe durare anni. Inoltre scoprire la truffa non è semplice. Serve una perizia tecnica con dispositivi che si collegano alla centralina dell’auto e controllano i km percorsi, indipendentemente da quanto riportato nel contachilometri.
Una Fiat Panda con 50mila km vale circa 6.500 euro, una con 100mila km 4.500 euro, una differenza di ben 2mila euro.

Fonti:
https://www.repubblica.it/economia/2018/12/10/news/auto_contachilometri_taroccati_italia_al_primo_posto-213890910/?refresh_ce
https://ilsalvagente.it/2018/12/10/contachilometri-truccato-litalia-e-la-patria-delle-truffe-auto/

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Carmelo Zuccaro: chi è costui?

People For Planet - Lun, 01/21/2019 - 01:04

In questi giorni è passata un po’ sotto silenzio la notizia che le accuse del pm Carmelo Zuccaro nei confronti della nave Acquarius per quanto riguarda lo smaltimento dei rifiuti sono cadute e la Procura di Catania ha accolto integralmente i ricorsi degli indagati restituendo all’agenzia marittima coinvolta 200mila euro che erano stati bloccati dalla Procura stessa e autorizzandola a riprendere le sue attività.

L’accusa era grave: non aver smaltito come rifiuti pericolosi gli indumenti dei migranti arrivati con la nave Aquarius avrebbe portato nel patrio suolo i virus diffondendo scabbia, tubercolosi, meningite e Hiv. Poi qualcuno ci avrebbe dovuto spiegare da quando l’Hiv si trasmette tramite i vestiti …

Allo Zuccaro devono essere girati i santissimi ancora una volta. La prima è stata quando la Procura di Palermo ha archiviato l’indagine su un presunto collegamento tra gli scafisti libici e le Organizzazioni Non Governative.

Il Procuratore  Marzia Sabella, i sostituti Geri Ferrara, Claudio Camilleri e Renza Cescon avevano stabilito che non esiste alcun legame, né favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. “Non deve stupire [che la Ong] abbia preferito effettuare lo sbarco verso le coste italiane: ciò rappresenta, anzi, una conseguenza logica e una corretta gestione delle operazioni di salvataggio” hanno dichiarato.

Due anni di lavoro di indagine del povero Zuccaro buttati al vento, insieme ai soldi dei contribuenti ma questa è un’altra storia.

Se vi piacciono i legal thriller leggetevi tutta la storia di questa indagine.

Chi è il Procuratore Capo Carmelo Zuccaro?

Una carriera fulminante quella del nostro pm che a soli 40 anni diventa Presidente di Corte d’Assise a Caltanissetta e segue processi importanti come quelli su Capaci e via D’Amelio ter che riguardavano gli attentati ai giudici Falcone e Borsellino.

Ma la sua vera passione è sconfiggere il terrorismo islamico. Scrive nel 2017 Francesco Floris su glistatigenerali.com: “Per esempio il 4 dicembre 2015: un ventunenne siriano, Morad Al Ghazawi, viene arrestato a Pozzallo dalla Polizia di Ragusa per terrorismo e col sospetto di essere una cellula solitaria dell’Isis entrata in Europa. È il caso del “migrante con il passaporto Isis” o “diploma Isis” o “lasciapassare per jihadisti”, come lo ribattezzano i giornali citando fonti investigative. Chi prende in mano il fascicolo e coordina le indagini? Proprio lui: Carmelo Zuccaro, quando già sta imboccando l’ultima curva per il rush finale che lo conduce, sei mesi dopo, sulla poltrona più prestigiosa dell’ufficio giudiziario etneo. Sul ventunenne siriano si affida a Digos ragusana e investigatori”.
Per scoprire poi durante il processo, dopo che il povero Morad Al Ghazawi si è fatto 16 mesi di galera a Sassari – prigione denominata la Guantanamo d’Italia – che l’arabo con il terrorismo islamico non aveva nulla a che fare, che i “documenti” portati a riprova della sua affiliazione all’Isis erano falsi dichiarati, fake, come le chiameremmo oggi.
Anche di questo accadimento è disponibile l’intero resoconto nel dettaglio. Ora Morad Al Ghazawi sta in Germania ancora traumatizzato dall’esperienza nella terra del sole, dei poeti e dei mandolini.

Pensate che il nostro magnifico Pm sia un colpevolista? Beh, vi sbagliate di grosso perché lui è solo giusto. Infatti, in merito alla vicenda della nave Diciottti e la conseguente denuncia a carico di Matteo Salvini per sequestro di persona, Zuccaro si attiva immediatamente e richiede l’archiviazione del provvedimento richiesto dalla procura di Agrigento. E non solo la richiede ma, con uno zelo encomiabile seppur non richiesto dalla legge manda anche al Vicepresidente del Consiglio una lettera per rassicurarlo. Missiva che viene letta indiretta da Salvini stesso e postata su Facebook dal suo studio al Viminale.

Scrive Antonio Caputo, avvocato, su Huffingtonpost.it: “Ma la procedura dinanzi al Tribunale dei Ministri non prevede affatto la trasmissione di atti con richieste del pm, bensì la mera trasmissione al Tribunale, in assenza di indagini (e dunque di spese, checché ne dica a sproposito il soggetto interessato e indagato) il pm deve solo acquisire la notizia di reato. Sono i magistrati sorteggiati a comporre il tribunale per i ministri che, svolte indagini e sentito il pm (che quindi farà in questa fase le sue richieste) decideranno se archiviare o restituire gli atti al pm perché chieda al Senato l’autorizzazione a procedere. Nel caso di specie ci si doveva aspettare questo e che il Senato, come suggerito dalla Bongiorno che di diritto mastica qualcosa, negasse l’autorizzazione proprio affermando che si era trattato di un’azione “politica”… Invece il pm Zuccaro, quello delle indagini su onlus e taxisti del mare finite nel nulla ad oggi, si è “portato avanti”, così mettendo in difficoltà i magistrati il cui diverso avviso a questo punto andrebbe solo ad alimentare le polemiche sulla politicizzazione della magistratura”.

E magari è proprio lo Zuccaro ad essere politicizzato? Lo so, il dubbio può venire ma solo perché siamo dei buonisti malfidenti.

Fonte immagine di copertina: Vita.it

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La legge salva-banchieri inefficienti

People For Planet - Lun, 01/21/2019 - 01:02

Mai una proposta o una legge seria che possa tentare di guarire l’ammalato (sistema bancario) che, sebbene in alcuni casi impossibile, avrebbe bisogno di controlli continui, diagnosi precoci e cure molto forti.

Non parlo delle promesse elettorali o delle campagne di marketing politico per combattere la malafinanza che stanno dimostrando che il cambiamento del nulla è il nulla.

Mi riferisco alla individuazione del vero problema che affligge il nostro sistema bancario: il ricambio di un management ormai logoro, superato, vecchio, senza idee per produrre ricavi (il vero dramma dei conti economici delle banche).

Sempre gli stessi nomi, sempre gli stessi danni.

Ma vi siete chiesti come mai questi manager, che erano stati giudicati anziani e superati dalla prima banca del Paese (I profumo boys – ex Unicredit) e rimossi dallo straniero Mustier dai loro incarichi operativi , vanno poi a dirigere banche che sono prossime ad un fallimento e che continuano a essere inefficienti?

Siamo proprio certi che questi manager siano stati bocciati? O si sta costruendo, con l’appoggio silenzioso della politica, una rete di potere per arrestare e ritardare (in attesa della ormai scontata soluzione statalista) il processo di dissoluzione di un sistema bancario debole che partendo dagli anelli più piccoli può produrre un effetto domino anche sulle tessere più grandi?

Occorrono persone con visioni fresche, nuove, che non hanno avuto un passato in quel mondo determinandone gli sconquassi (o quantomeno accettandoli passivamente) che ormai tutti conoscono. Occorrono persone competenti che conoscano bene quel sistema, molto bravo a fare networking con il potere politico costringendolo spesso a una sudditanza psicologica talvolta dettata da collusione e spesso influenzata dalla forza del denaro.

La prima barriera seria è quella dei requisiti di professionalità: persone che se ne intendono.  L’Autorità bancaria europea (Eba), per essere chiari, sta andando verso il criterio che imporrà a tutti gli amministratori di banca di essere esperti di finanza: professori universitari, consulenti aziendali, avvocati. Peccato però che in certi casi questi ultimi siano anche quelli che hanno maggiori abilità e chance per potere ingarbugliare meglio la finanza.

Sarebbe auspicabile, in tal senso e sempre che ci siano le competenze per farlo, intervenire legislativamente per imporre nei consigli di amministrazione delle banche un buon mix di professionalità e competenze, tra cui, perché no, quelle ambientali, o quelle sulla responsabilità sociale dell’impresa, competenze sociali, eccetera.

Non perché il singolo consigliere possa influire sulle decisioni della banca, ma perché, nella logica della vigilanza, il consiglio di amministrazione agisce con il voto collegiale e per questo, nel rispetto della pluralità dell’informazione e delle competenze, è meglio un drappello di consiglieri con un ricco assortimento di esperienze e professionalità anziché un piccolo esercito di 10 avvocati.

Il secondo limite riguarda l’onorabilità professionale dei componenti della governance di una banca finora valutata solo attraverso il certificato dei carichi pendenti.

Un passo in più rispetto al casellario giudiziale si deve fare. Una buona reputazione può essere sicuramente evidenziata dal curriculum o da soggetti terzi. Ma impariamoli a leggerli questi cv! E se vedi che un manager ha già affossato due banche, devi fermarne la capacità di fare danni! Stop

Purtroppo in Italia sappiamo come funzionano certe cose. Si preferisce appiattire tutto verso il basso. I bravi e i competenti vanno allontanati, marginalizzati, esclusi perché alterano, “sovvertono” il sistema. Che ha le sue regole inamovibili.

Per esempio forse servirebbe valutare se questa persona ha manifestato in passato attitudini che la rendano degna del compito, se ha esperienze nel non profit, o se è riconosciuta positivamente dalla comunità professionale internazionale, in una cerchia territoriale, dai suoi conoscenti.

Il decreto Carige non è un provvedimento “salva banche” ma, contrariamente a quanto affermano i rappresentanti del governo, si tratta dell’ennesimo strumento “salva banchieri incompetenti e inefficienti”

A quando il prossimo morto da piangere?

Da Genova è tutto. A voi Bari

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