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Trump fa davvero marcia indietro sul cambiamento climatico?

People For Planet - Gio, 06/06/2019 - 10:25

LA PRIMA VOLTA DI TRUMP: «CREDO VI SIA UN CAMBIAMENTO CLIMATICO» Colloquio con il principe Carlo sull’ambiente: «Lui vuole assicurarsi che le prossime generazioni abbiano un clima buono, il contrario di un disastro. E io sono d’accordo»

Donald Trump crede nei cambiamenti climatici. O meglio, così dice. “Credo che vi sia un cambiamento nel clima e ritengo che cambi nelle due direzioni“, ha affermato, intervenendo a Good Morning Britain su Itv. Citando il colloquio sul clima avuto la vigilia con il principe Carlo, Trump ha spiegato: “Avremmo dovuto fare una chiacchierata di un quarto d’ora ed è durata un’ora e mezza.E lui ha parlato per la maggior parte del tempo”.

Il principe, ha aggiunto, è veramente preso dal tema del cambiamento climatico”. “Credo che sia una grande cosa”. “Vuole assicurarsi che le prossime generazioni abbiano un clima buono, il contrario di un disastro. E io sono d’accordo”. [Fonte: AVVENIRE.IT ]

Dalla politica alla cittadinanza per salvare il clima

  • IL GREEN NEW DEAL, UNA SPERANZA PER GLI USA E PER IL PIANETA. Una soluzione rivoluzionaria presentata dalla parlamentare più giovane della storia statunitense. Nei prossimi tempi è probabile che sentiremo parlare spesso di Alexandria Ocasio-Cortez e del Green New Deal, che i media statunitensi per brevità chiamano GND. E, come spesso succede, ciò che prima accade negli USA poi arriva in Europa. Alexandria è una politica statunitense trentenne. È stata eletta al Congresso statunitense nel 2018 diventando, a 29 anni, la più giovane parlamentare nella storia statunitense.

Ocasio-Cortez è nata nel Bronx, da padre nato anche lui nel Bronx e madre nata a Porto Rico. Ocasio-Cortez sin dai tempi del liceo si è distinta, vincendo un premio nella Intel International Science and Engineering Fair con un progetto di microbiologia; a seguito di questo riconoscimento, le è stato dedicato un asteroide, 23238 Ocasio-Cortez. […]

Ma ciò per cui sentiremo spesso parlare di Ocasio-Cortez è una sua risoluzione rivoluzionaria, il cosiddetto “Green New Deal” (GND), presentato da lei ufficialmente il 7 febbraio, volto a stimolare lo sviluppo dell‘economia verde e blu, la creazione di nuovi posti di lavoro e la riconversione dei lavoratori attualmente impiegati in settori non ecosostenibili. Il GND è rapidamente decollato, ottenendo numeri enormi nei sondaggi USA e “costringendo” i parlamentari democratici, anche a quelli vicini alle lobby del carbone, a dirsi almeno formalmente d’accordo.

Il GND descrive in dettaglio la catastrofe climatica in arrivo, dall’esposizione di 350 milioni di persone a un aumento dello stress da calore alla perdita di quasi tutte le barriere coralline del mondo. Richiede di mantenere l’innalzamento della temperatura a 1,5 ° C – lo standard approvato dal rapporto dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) di ottobre – e di arrivare a zero emissioni globali nette entro il 2050.

Riconosce che gli Stati Uniti sono responsabili di una quantità sproporzionata di emissioni e chiede agli Stati Uniti di essere un leader mondiale nell’azione per il clima oltre che il produttore numero uno della tecnologia verde: soddisfare le richieste di energia con energia rinnovabile e a emissioni zero. Continua a leggere [PEOPLEFORPLANET.IT – Bruno Patierno]

  • CONOSCETE LA TRUMP FOREST? Where ignorance grows treesPer contrastare la posizione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump nei confronti dei cambiamenti climatici è nato dalla Nuova Zelanda il movimento “Trump Forest”.
Trump Forest

L’idea, nata nella mente di Daniel Price, Adrien Taylor e Jeff Willis, è di creare una nuova foresta globale, dedicata a Donald Trump, piantando nuovi alberi in tutto il mondo. Si può contribuire con una donazione in denaro che verrà poi trasformata in un albero, o direttamente piantando alberi e segnalandoli sulla piattaforma web https://trumpforest.com/.

Fino ad oggi sono stati messi a terra oltre un milione e centomila alberi. [Fonte: PEOPLEFORPLANET.IT]

  • CAMBIAMENTI CLIMATICI, RESTANO MENO DI 20 ANNI PER SALVARE IL PIANETA. Effetti devastanti sulla salute. L’Istituto superiore di sanità avverte: saranno milioni i morti.

Vent’anni. Sicuramente non di più. Molto probabilmente meno. E’ questo il tempo che l’uomo ha a disposizione per salvare il pianeta dai cambiamenti climatici e dagli effetti che questi avranno sulla salute delle persone e dell’ambiente. L’allarme è stato lanciato dal presidente dell’Istituto superiore di Sanità, Walter Ricciardi: “E’ questo il tempo che ci rimane per mettere in atto misure concrete. Fra 20 anni potrebbe già essere troppo tardi. Già oggi le morti in Europa legate ai cambiamenti climatici sono migliaia l’anno, ma saranno milioni nel prossimo futuro se non si agisce subito”.

Un olocausto a fuoco lento. Il pericolo concreto, spiega il presidente dell’ISS, è che le ondate di calore che nel 2003 hanno fatto 70 mila morti possano passare dal manifestarsi in periodi circoscritti dell’anno all’essere presenti in alcune parti del mondo per oltre 200 giorni l’anno, impedendo alle popolazioni di stare all’aria aperta per gran parte dei dodici mesi a causa dell’aumento delle temperature. Il problema è che i danni sulla salute dai cambiamenti climatici non sono visibili all’istante, e quindi non è facile sensibilizzare istituzioni e cittadini, ma sono devastanti. “L’Organizzazione mondiale della sanità parla di vari milioni di morti legate ai cambiamenti climatici e in Italia ben il 12% dei ricoveri pediatrici in ospedale sono connessi all’inquinamento. Si tratta, in un certo senso, di un olocausto a fuoco lento”, afferma Ricciardi. Continua a leggere [PEOPLEFORPLANET.IT – Miriam Cesta]

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In Cina un villaggio di pescatori abbandonato è inghiottito dalla natura

People For Planet - Gio, 06/06/2019 - 08:00

Shengsi, un arcipelago di circa 400 isole alla foce del fiume Yangtze in Cina, è in possesso di un segreto avvolto nel tempo: un villaggio di pescatori abbandonato che viene restituito alla natura. [Continua a leggere su KEBLOG.IT] Fonte: Rivelazioni.com

E lo sapete che esistono luoghi remoti, abitati e non, dove dall’esterno è difficile entrare? Ecco la classifica degli 11 luoghi più isolati del mondo!

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Barefoot: non siate timidi, camminare scalzi fa bene alla salute!

People For Planet - Gio, 06/06/2019 - 05:55

Chiamiamolo “barefoot”, chiamiamolo “gimnopodismo” se preferiamo un termine italiano, oppure non chiamiamolo affatto: ci sono individui in tutto il mondo che, ad un certo punto della vita, decidono di sbarazzarsi delle scarpe e, per brevi periodi del giorno o per intere giornate, camminano scalzi.

Tutto qui. Non si tratta di un vero e proprio movimento, non esistono vere regole se non quelle dettate dal buon senso e dal desiderio ancestrale di ritornare a contatto con la natura nell’ottica di trarre anche benefici per la salute.

I primi scalzisti

Pare che il barefooting sia nato in Nuova Zelanda e si sia poi diffuso negli Usa, per approdare quindi in Europa. In questo senso, si configura più come una moda, un’abitudine che conferisce originalità e attira sguardi. Camminare scarsi è sovversivo. Non a caso, molti artisti, cantanti e attori spesso decidono di salire sul palco o percorrere scalzi i red carpet.

Allo stesso modo, anche le persone comuni che camminano scalze per le vie cittadine vanno controcorrente, non c’è dubbio. Altrettanto chiaro è il motivo per cui una persona scalza attira su di sé tutti gli sguardi: trasgredisce regole comuni (ma precisiamo che non si tratta di una pratica illegale, ovviamente!).

Proprio gli sguardi e l’essere fuori dal comune genera un certo timore in chi decide per la prima volta di osare, di togliersi le scarpe e tentare questo nuovo tipo di interazione con il mondo esterno. La vergogna è un’emozione umana e naturale, per avviarsi a questa pratica è necessario sopirla progressivamente. I canoni della società, frutto di secoli di radicamento, prevalgono su molti scalzisti potenziali, ma il trucco per vincere la paura può essere quello di avvicinarsi progressivamente alla meta: per i più timidi esistono dei sandali ad hoc (strisce di cuoio senza suola), che danno agli altri l’impressione di indossare calzature vere e proprie, ma allo stesso tempo consentono all’individuo di sentirsi scalzo e di praticare il barefooting al riparo da occhiate indiscrete.

Le etichette sociali sono spesso un ostacolo enorme: ai barefooters è stata persino affibbiata quella di feticisti. A noi piace di più definirli bonariamente “stravaganti”, anche perché, una volta approfonditi i motivi alla base della loro scelta, ci sembra tutto piuttosto comprensibile e interessante.

Camminare scalzi fa bene alla salute

Su molti siti Web e gruppi che parlano dell’argomento ricorre una situazione tipo: immaginiamo di rientrare a casa, stanchi dopo una giornata intensa, e focalizziamoci sulla sensazione che proviamo nel preciso istante in cui ci togliamo le scarpe. Ecco, quello è uno dei motivi che potrebbe farci prendere in considerazione provare il barefooting. Oppure possiamo immaginare la sensazione che proviamo quando al mare passeggiamo sulla sabbia, o quando appoggiamo i piedi sull’erba del giardino. È piacevole, nessuno direbbe il contrario. Ma questo non basta a convincerci: uscire di casa senza scarpe è tutta un’altra storia!

Più convincenti sono sicuramente le spiegazioni che riguardano la sfera della salute. Le scarpe tolgono sensibilità ai nostri piedi e, pur essendo progettate e modellate per adattarsi non solo alla nostra forma ma anche ai nostri movimenti e all’equilibrio generale del corpo, ci portano a modificare la nostra postura. Tendono, in particolare, a spostare il nostro baricentro in avanti, con una conseguente modifica della distribuzione del peso sulla muscolatura del piede; siamo soprattutto noi, insomma, ad adattarci a qualcosa di non naturale e non viceversa. Camminare scalzi, al contrario, sollecita la muscolatura in modo naturale, ci permette di distribuire il peso in maniera corretta, consente una migliore circolazione sanguigna e favorisce la traspirazione.

E con l’estetica come la mettiamo? Tutti potremmo pensare che se camminassimo per ore scalzi per la città, sui marciapiedi ruvidi ad esempio, a lungo andare le nostre piante diventerebbero dure e callose. Non è così. Secondo quanto dicono gli esperti (o meglio, i camminatori scalzi convinti), il rischio è soltanto quello di provocarci qualche vescica per colpa della troppa impazienza di iniziare e di percorrere lunghi tragitti da un momento all’altro. Come per tutto, ci vuole allenamento. E non dimentichiamo un vantaggio importante: camminare scalzi fa bene all’umore e allevia lo stress.

Regole generali per diventare scalzisti: rischi e igiene

La prima regola, come dicevamo, è il buon senso. Un sentiero costellato di ciottoli acuminati non è certo il luogo ideale per prendere confidenza con questa pratica. Ma i marciapiedi attorno a casa possono rivelarsi un terreno ideale per cominciare, riassaporando il contatto con il suolo per brevi periodi di tempo.

Anche quando camminiamo con normali calzature ai piedi possiamo inciampare su buche e asperità del terreno, per lo stesso motivo se togliamo le scarpe dobbiamo fare attenzione. In questo senso, indossare scarpe o non indossarle non fa la differenza. I rischi potenziali che corre un barefooter sono facilmente intuibili: tagli e infezioni, ustioni o conseguenze del congelamento. È tutto evitabile con un po’ di attenzione e ponendosi in ascolto del proprio corpo. Giorno dopo giorno, l’esperienza arriverà in soccorso: gli scalzisti di vecchia data sanno riconoscere in tempo i pericoli e li aggirano. Non servono raccomandazioni per sapere che camminare su una spiaggia sotto il sole cocente non è l’ideale, la stessa regola vale a maggior ragione per chi ha desiderio di non inforcare ciabatte o infradito seguendo una scelta di vita.

Stesso ragionamento quando nevica: sappiamo che il ghiaccio è freddo, non occorre un test, e sappiamo anche che è scivoloso. Alcuni barefooters ormai si spingono oltre i propri limiti e spesso li superano, molte immagini mostrano persone che camminano scalze su percorsi che ci sembrano inaccessibili persino con le scarpe ai piedi. Con il tempo i piedi si abituano, diventano più spessi e ci si sente più sicuri di sé. I piedi degli scalzisti diventano via via più elastici, assolutamente non più callosi o esteticamente “brutti” di prima, al contrario di quanto si potrebbe immaginare.

Altro problema: quanto sporco si accumula sui piedi se usciamo senza scarpe? Molto, ovviamente, ma ciò non significa che sia un pericolo per la nostra salute. Se camminiamo in aree naturali sarà il fango o l’erba a sporcare i nostri piedi, ma in città? È utile sapere che il nero di cui i nostri piedi si tingeranno alla fine di una camminata sulle strade urbane deriva sì dalle emissioni prodotte dai veicoli, ma non è nocivo; non si tratta, per semplificare, delle polveri pericolosissime per la salute che riescono a penetrare fino ai nostri polmoni. I microbi in strada hanno vita breve, come spiegano dal Club dei Nati scalzi, a meno che non decidiamo di camminare nelle fogne… Insomma, una bella lavata e i nostri piedi torneranno come prima anche dopo aver percorso qualche chilometro in città.

L’alpinista scalzo

Alcune persone, appunto, sembrano nate per superare i propri limiti. C’è anche uno scalzista famoso tra loro, o “l’alpinista scalzo” come ormai è stato ribattezzato. Niente scarponi, nemmeno sul Kilimangiaro né sul monte Bianco, né durante la discesa dell’Etna con temperature al suolo attorno ai 600 gradi centigradi e nemmeno risalendo l’Aconcagua in Argentina a 7 mila metri e con 25 gradi sottozero. Antonio Peretti, o Tom Perry come tutti lo conoscono, è una leggenda. Anche il Dalai Lama e Papa Francesco hanno voluto incontrarlo. In tutto il mondo porta il suo messaggio di sostenibilità e lotta al degrado, all’inquinamento, ai rifiuti, e il suo invito a non sottovalutare le sfide – ambientali in primis – che il genere umano si trova di fronte per sopravvivere negli anni a venire.

50 buoni motivi per diventare scalzisti

The barefoot book – 50 great reasons to kick off your shoes è uno dei libri che potrebbero incoraggiare chi non osa fare il grande passo di togliersi le scarpe. Se non basta immaginare la sensazione dell’erba morbida sotto ai piedi, questo volume di Daniel Howell potrebbe essere d’aiuto. Nella descrizione che compare su Amazon, tra i buoni motivi citati vi sono le problematiche relative alla salute derivanti dalla nostra “addiction” (dipendenza, come fosse una droga) all’indossare calzature: funghi, batteri, ginocchia e schiena che gridano aiuto a causa della posizione scorretta che infliggiamo al nostro corpo per via delle scarpe. L’alternativa si chiama, appunto, barefoot. Per la maggior parte di noi nemmeno questo libro sarà convincente al punto da farci subito uscire di casa a fare un giro scalzi, ma sarà sicuramente una lettura interessante. Per il resto, se proprio uscire senza scarpe non rientra tra le nostre aspirazioni maggiori, possiamo comunque farlo al riparo delle mura domestiche. Il nostro corpo ne gioverà.

Immagine di copertina: Disegno di Armando Tondo

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Le Ricette di Angela Labellarte: ovalini di patate con mandorle

People For Planet - Gio, 06/06/2019 - 05:22

Ingredienti per circa 20 pezzi

Patate 500 gr.
Parmigiano 1 cucchiaio (facoltativo)
Erbe aromatiche
Uova 2
Limone 1/2
Sale q.b.
Mandorle in scaglie 70 gr.
Pangrattato 50 gr.
Olio per friggere

Preparazione

Pelate le patate e tagliatele a pezzettoni. Cuocetele a vapore e schiacciatele con uno schiacciapatate.
Aggiungete alle patate le erbe aromatiche tritate, parmigiano, un uovo e un tuorlo, la buccia di mezzo limone e il sale.
Mescolate tutti gli ingredienti.
Formate dei piccoli ovetti con le mani e passateli prima nell’albume e poi nelle mandorle e pangrattato.
Friggeteli in olio bollente e asciugateli su carta assorbente.
Servite caldi con erbe aromatiche.

Foto di Angela Prati

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Le cinque serie tv da vedere a giugno (torna Black Mirror)

People For Planet - Mer, 06/05/2019 - 21:20

Giugno pieno di novità: in primis la quinta stagione della serie “distopica” per eccellenza. Poi Chernobyl e Little Big Lies, chi avrà il coraggio di andare al mare? Sfogliando nell’offerta globale di serie tv (streaming, satellite, digitale terrestre) ecco una selezione dei titoli migliori da non farsi scappare.

  1. Black Mirror – Quinta stagione – 7 giugno

Sono solo tre puntate ma c’è anche Miley Cyrus, l’ex Hanna Montana, quella che adesso è super-sexy e fa le linguacce. Per i cultori della serie è l’evento dell’anno. Il trailer è meraviglia allo stato puro. Su Netflix

2) Big Little Lies – Seconda stagione – 17 giugno

L’anno scorso hanno vinto tutto e meritatamente. Tornano Reese Witherspoon, Nicole Kidman, Laura Dern con una novità di non poco conto, l’ingresso di Maryl Streep. Il cast che già prima era pazzesco diventa ora davvero stellare. Si riparte dalla morte di Perry (Alexander Skarsgård). I fantasmi a volte ritornano. Su Sky Atlantic

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E per tutto l’anno… ecco le 5 serie tv e film per salvarsi l’anima!

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Vuoi un visto per gli USA? Devi dichiarare i tuoi profili social

People For Planet - Mer, 06/05/2019 - 18:30

La novità era già stata annunciata più di un anno fa, ma ora è giunto il momento di metterla in pratica: d’ora innanzi chi vorrà richiedere un visto per gli Stati Uniti dovrà indicare anche i propri profili social e non lesinare sui dettagli.

Per quasi tutti i tipi di visto (sono esclusi quelli diplomatici e pochi altri), Dipartimento di Stato vorrà sapere i nomi utente usati sui social network, gli indirizzi email e i numeri di telefono, e adopererà queste informazioni per garantire che il controllo sul richiedente sia il più approfondito possibile.

Queste informazioni sono infatti ritenute importanti per «rafforzare il processo di controllo delle richieste e la conferma della loro identità», al fine di garantire «la sicurezza nazionale».

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Giornata Mondiale dell’Ambiente

People For Planet - Mer, 06/05/2019 - 16:44

Non c’è quindi uno Stato al mondo, secondo questo report, che adotti pienamente le strategie per combattere in modo efficace il riscaldamento globale. L’Italia è al 23esimo posto, mentre gli Stati Uniti precipitano alla 59esima posizione per le politiche di deregulation ambientale volute da Trump.

Chi annuncia lo stato di “emergenza climatica” e chi non crede ancora al cambiamento climatico. Chi punta tutto sulle rinnovabili e chi ha dichiarato guerra alla plastica monouso: nel mondo ogni Paese deve fare i conti con inquinamento, riscaldamento globale e conseguenze dei cambiamenti climatici. Per tenere alta l’attenzione, è stata istituita dalle Nazioni Unite la Giornata Mondiale dell’Ambiente, che si celebra oggi. Gli obiettivi dell’Unione Europea sono elencati nel quadro per il clima e l’energia 2030, che prevede una riduzione di almeno il 40% delle emissioni di gas serra entro 11 anni. Che poi i singoli Stati ci riescano, è tutto da vedere.

Gli sforzi concreti degli Stati nel contrastare il riscaldamento globale vengono valutati dal Climate Change Performance Index una classifica annuale che monitora le politiche ambientali di 57 paesi Paesi in base agli Accordi di Parigi, presentata al summit globale sul cambiamento climatico in Polonia (COP24). Quest’anno non sono stati assegnati i primi tre posti in graduatoria: non c’è quindi uno Stato al mondo, secondo questo report, che adotti pienamente le strategie per combattere in modo efficace il riscaldamento globale.

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Spagna, dona biscotti al dentifricio al mendicante: la condanna allo youtuber è esemplare

People For Planet - Mer, 06/05/2019 - 15:30

“Hai fame? Vuoi dei biscotti?”: così un giovane youtuber, in Spagna, nel 2015 ha offerto a un senzatetto una confezione di biscotti per realizzare un nuovo video per il suo canale: ma all’interno degli Oreo, al posto della classica crema bianca al latte, ha inserito del dentifricio.

Fonte: canale YouTube La Repubblica

Per questo “scherzo” è stato condannato adesso dal tribunale penale di Barcellona a 15 mesi di carcere, divieto di utilizzo di YouTube per almeno 5 anni e 20mila euro al mendicante come danni morali. [Continua a leggere su REPUBBLICA.IT ]

Si stima (anche se è un numero da considerarsi solo come ordine di grandezza) che 700 mila persone nell’Unione Europea non abbiano una casa e siano costrette a dormire per strada o in rifugi di emergenza, il 70% in più di 10 anni fa.

In Italia sono diverse le azioni di solidarietà da parte di Associazione e cittadini che, soprattutto nel periodo invernale, cercano di dare sollievo alle migliaia di persone che vivono senza fissa dimora. Esempi virtuosi sono quello di Napoli, dove sette amici di Somma Vesuviana hanno realizzato piccoli rifugi temporanei per proteggere i clochard dal freddo e l’esempio di Bologna, dove ha preso il via la buona azione di annodare una sciarpa a un albero per donarla ai senza tetto.

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Per salvare Alitalia il governo vuole usare i soldi destinati alla lotta al cambiamento climatico

People For Planet - Mer, 06/05/2019 - 15:00

Nelle bollette di luce e gas si trova una voce che serve a finanziare la CSAE (Cassa dei servizi energetici ambientali) che vale quasi il 25% della bolletta e non è legata ai consumi: riguarda tra l’altro il finanziamento per la messa in sicurezza delle vecchie centrali nucleari e gli incentivi alle rinnovabili per garantire la transizione energetica verso gli obiettivi di riduzione della CO2 fissati dall’Europa, oltre che rappresentare un “polmone” per calmierare i prezzi nei periodi in cui i costi energetici salgono.
La CSAE ha oggi un “tesoretto” di 900 milioni di Euro e il Governo vorrebbe prelevare da questi subito 650 milioni da destinare, anziché ai compiti previsti, al salvataggio di Alitalia, inserendo nello stesso tempo un meccanismo che preveda che costantemente i cittadini finanzino Alitalia con una quota di ciò che pagano per la luce e il gas.
L’allarme arriva direttamente dall’Autorità per l’Energia, Reti e Ambiente che dichiara l’inopportunità di tale decisione.
Il tutto a fronte di perdite che in Alitalia restano nell’ordine dei 150-160 milioni di euro l’anno a livello operativo e di oltre 400 milioni a livello netto.
Secondo stime del Codacons ad oggi Alitalia è costata, tra salvataggi, prestiti e altri interventi pubblici, 8,6 miliardi di euro solo negli ultimi dieci anni, un conto pari a quasi 400 euro a famiglia.
Di recente è stato formalizzato da parte del Governo sia il rinvio a tempo indeterminato della restituzione dell’ultimo prestito ponte da 900 milioni (la scadenza era al 30 giugno), sia la trasformazione di una parte di questa quota in azioni della nuova Alitalia.
900 milioni “prestati” per l’ennesima volta dallo Stato (e verosimilmente destinati a non essere più restituiti) e già in larga parte spesi da Alitalia per coprire le perdite.
Nel frattempo si ipotizza l’ennesimo rinvio della scadenza (ultima data fissata: 15 giugno) entro cui si dovrebbe definire chi saranno i nuovi soci di Alitalia.

Fonti:
affariitaliani.it, consumerismo.it, finanzaonline.it, radio24.ilsole24ore.com, repubblica.it

Fonte immagine: foto di pkozmin da Pixabay

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Risolto il mistero della galassia senza materia oscura

People For Planet - Mer, 06/05/2019 - 13:04

Era infatti stata classificata come una galassia senza materia oscura. Ma com’è possibile? Gli scienziati oggi hanno ricontrollato i dati del 2018 e sono riusciti a risolvere il mistero. Vediamo insieme perché una galassia ‘non può’ non avere materia oscura e cosa hanno scoperto.

Un gruppo di ricercatori dell’Instituto de Astrofísica de Canarias (IAC) ha chiarito un mistero del 2018 nel campo dell’astrofisica extragalattica che aveva sconvolto gli scienziati: la presunta esistenza di una galassia senza materia oscura. Ma com’è possibile? Vediamo insieme come gli scienziati abbiamo risolto il mistero della galassia senza materia oscura.

Perché la notizia fu uno choc. Per comprendere perché la notizia risulta sconvolgente dobbiamo fare un passo indietro. Le galassie prive di materia oscura sono impossibili da comprendere nel quadro dell’attuale teoria della formazione delle galassie, perché il ruolo della materia oscura è fondamentale nel causare il collasso del gas per formare le stelle, questo spiega perché la scoperta di una galassia senza materia oscura aveva sorpreso la scienza nel 2018.

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Elena Cornaro Piscopia, la prima donna laureata al mondo

People For Planet - Mer, 06/05/2019 - 12:15

Nacque il 5 giugno del 1646 a Venezia: ottenne una laurea in filosofia, nonostante all’epoca fosse proibito alle donne.

Elena Cornaro Piscopia è considerata la prima donna laureata al mondo, ed è celebrata oggi da un doodle di Google che ne ricorda la nascita, avvenuta il 5 giugno del 1646.

Elena Cornaro Piscopia nacque a Venezia da Giovan Battista Cornaro e Zanetta Boni. Fin da giovane mostrò doti notevoli per lo studio e la ricerca, che il padre cercò di indirizzare affidandola a insegnati prestigiosi: i teologi Giovanni Battista Fabris e Felice Rotondi, il latinista Giovanni Valier, il grecista Alvise Gradenigo e il rabbino Shemel Aboaf. Studiò anche lo spagnolo, il francese, l’arabo, l’aramaico, la matematica e l’astronomia, e imparò a suonare clavicembalo, clavicordo, arpa e violino. Prese inoltre lezioni di filosofia da Carlo Rinaldini, professore all’università di Padova e amico del padre.

Nonostante il padre la volesse far sposare, nel 1665 Elena Cornaro Piscopia decise di seguire la sua vocazione religiosa e farsi oblata benedettina: in questo modo, pur dovendo seguire la regola benedettina, riuscì a evitare la reclusione monastica e proseguire i propri studi.

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Fonte immagine copertina ILPOST.IT

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Chi dorme non piglia pesci! (Ma è in salute)

People For Planet - Mer, 06/05/2019 - 10:53

Quante ore è necessario dormire ogni notte per riposare bene? E i pisolini sono utili? Buon riposo con questa infografica!

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

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L’eutanasia a Noa, la 17enne olandese, riaccende i riflettori sul diritto di morire

People For Planet - Mer, 06/05/2019 - 10:28

EUTANASIA A 17 ANNI DOPO LO STUPRO, LA MORTE DI NOA POTHOVEN SCUOTE L’OLANDA. Dopo anni di sofferenze psichiche, la ragazza chiede e ottiene il suicidio assistito. È morta domenica nella sua casa. Su Instagram l’ultimo post: “Non cercate di convincermi che sto sbagliando, questa è la mia decisione ed è definitiva”. Una ragazza olandese di 17 anni, Noa Pothoven, ha chiesto e ottenuto l’eutanasia, legale nei Paesi Bassi, dopo anni di sofferenze psichiche seguite a diverse violenze sessuali subite a partire dall’età di 11 anni. La giovane è morta domenica in casa, ad Arnhem, con l’assistenza medica fornita da una clinica specializzata. […] Una testimonianza che rompe i codici del social network e costituisce un caso, considerata la giovane età e la natura della malattia di Noa. Il post si conclude con un appello: “Sono molto debole, non inviatemi messaggi perché non posso gestirli e non cercate di convincermi che sto sbagliando, questa è la mia decisione ed è definitiva”.[…]

Nel 2002 l’Olanda è stato il primo paese europeo ad avere una legge sul tema dell’eutanasia diretta e del suicidio assistito e, due anni più tardi, ad approvare il “protocollo di Groningen” sull’eutanasia infantile. Il testo prevede che la morte possa essere accordata a partire dai 12 anni di età, ma solo dopo che un medico abbia certificato che la sofferenza del paziente è insopportabile e senza via di uscita. Tra i 12 e i 16 anni è previsto il consenso dei genitori, quindi nel caso della 17enne Noa non era richiesto. Nel 2017, circa 6.585 persone hanno chiesto e ottenuto l’eutanasia in Olanda, circa il 4,4 per cento dei decessi totali nel Paese, secondo un comitato che si occupa di monitorare il fenomeno.  Continua a leggere [REPUBBLICA.IT – Benedetta Perilli ]

Cosa succede in Italia e nel mondo

  • EUTANASIA, COME FUNZIONA IN OLANDA E NEL RESTO D’EUROPA. La storia della 17enne Noa, che in Olandaha chiesto e ottenuto l’eutanasia, riaccende il dibattito sul fine vita. […]

Segue l’esempio dell’Olanda il Belgio, che nel 2003 introduce il suicidio assistito e nel 2016 lo estende ai minori. Più soft la legislazione del Lussemburgo che dal 2009 contempla l’eutanasia ma solo per gli adulti e solo per pazienti affetti da patologie considerate “senza via d’uscita”. 

– La vicina Svizzera prevede sia l’eutanasia attiva indiretta (assunzione di sostanze i cui effetti secondari possono ridurre la durata della vita), sia quella passiva (interruzioni dei dispositivi di cura e di mantenimento in vita), sia il suicidio assistito. E’ il Paese a cui più frequentemente si appellano gli italiani in condizioni disperate che scelgono di essere aiutati a morire: la storia di Fabiano Antoniani – conosciuto da tutti come dj Fabo – è una delle tante ma forse la più nota per il clamore mediatico che ha suscitato. 

– Nel Regno Unito lo stop alle cure a certe condizioni è autorizzata dal 2002. Più recentemente è stato introdotto anche il concetto dell’aiuto al suicidio “per compassione” e dal 2010 le sanzioni sono meno dure che in passato. 

– La Svezia ha legalizzato l’eutanasia passiva nel 2010, che è tollerata anche in GermaniaFinlandia Austria su richiesta del paziente. Continua a leggere [QUOTIDIANO.NET]

  • EUTANASIA E TESTAMENTO BIOLOGICO: COSA PREVEDE IL NOSTRO ORDINAMENTO GIURIDICO. […]Come testimoniano vari casi avvenuti nel nostro Paese, l’eutanasia non è considerata una pratica legale dalla legge italiana. L’ordinamento giuridico, infatti, l’assimila all’omicidio volontario (perseguibile dall’art.575 del codice penale). Se c’è invece il consenso del soggetto affetto da malattia, si rientra nella fattispecie prevista dall’art.549, che disciplina l’omicidio del consenziente. Non è previsto nemmeno il suicidio assistito. La conseguenza per questi atti, sono diversi anni di carcere.

Solo nel caso in cui una persona sia tenuta in vita artificialmente da macchinari (e riversi in stato vegetativo), è prevista la possibilità che il giudice decida d’interrompere il presidio sanitario. Nel caso in cui l’individuo, in vita, non avrebbe mai acconsentito alla sospensione, non è possibile procedere. La conditio sine qua non, infatti, è sempre e comunque la volontà dell’interessato. Questo caso, ovviamente, non rientra nella definizione di eutanasia.

Il testamento biologico: Per meglio regolare quest’ultimo aspetto, il 14 dicembre 2017 è stata approvata in via definitiva la legge “Norme in materia di consenso informato e di dichiarazioni di volontà anticipate nei trattamenti sanitari”. Molti la conoscono come “testamento biologico”, e sancisce il diritto della persona a stabilire anticipatamente le sue volontà nel caso in cui si trovi nella posizione di non poterlo fare. Continua a leggere [QUIFINANZA.IT]

  • EUTANASIA: GLI ITALIANI CHE VANNO A MORIRE ALL’ESTERO. “Il trend sta aumentando vertiginosamente e ne siamo preoccupati: riceviamo una media di 90 telefonate settimanali di gente disperata. Nel 2015 in 50 sono partiti per la Svizzera senza fare ritorno, nel 2016 in 49, ma dal 1° gennaio del 2017 sono già in 67 spiega a Donna Moderna Emilio Coveri, presidente dell’associazione Exit Italiacon sede a Torino, che si batte per una legge che regolamenti la materia “altrimenti sempre più persone saranno costrette a partire per andare a morire in esilio lontano dagli affetti più cari”. 

Analoga situazione per l’Associazione Luca Coscioni, che riceve in media 2 contatti al giorno: “Dal 15 marzo sono 454 le richieste di informazioni non anonime che ci sono arrivate e che abbiamo inoltrato a Marco Cappato, perché metta in contatto i malati con le strutture in Svizzera” spiega a Donna Moderna Filomena Gallo, Segretario Nazionale dell’Associazione Luca Coscioni. Solo i casi più eclatanti finiscono sotto i riflettori della cronaca, come quello di Irene o di Dj Fabo, per la cui morte ora proprio Marco Cappato è sotto processo per istigazione al suicidio. Un altro protagonista, suo malgrado, è stato Piergiorgio Welby, ricordato dal consiglio generale dell’Associazioneil 20 dicembre a Roma, a 11 anni esatti di distanza, con la campagna #LiberiFinoAllaFine. Continua a leggere [DONNAMODERNA.COM – Eleonora Lorusso]

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I fisici hanno trovato (finalmente) il modo per salvare il gatto di Schrödinger

People For Planet - Mer, 06/05/2019 - 09:57

Erwin Schrödinger, per spiegare una delle complicate caratteristiche della meccanica quantistica, la sovrapposizione quantistica, si inventò nel 1935 uno dei più famosi, e citati, paradossi della fisica.

Lo scenario, per chi non lo conoscesse, colloca un gatto dentro una scatola chiusa. All’interno di questa scatola c’è una fonte di decadimento radioattivo, un contatore Geiger e una fiala sigillata di veleno. Qualora il contatore geiger rilevi il decadimento radioattivo di un singolo atomo, un meccanismo frantuma la fiala di veleno ed uccide il gatto.

Non c’è alcun modo di vedere dentro la scatola, e non si potrà mai sapere se il gatto è vivo o morto. Esiste in entrambi gli stati finché non si aprirà la scatola, e nel momento in cui si osserverà l’esito dell’esperimento può essere solamente o vivo o morto, non più entrambe le cose contemporaneamente.

Tornando nel mondo reale, o per meglio dire, nel mondo quantistico, il gatto di Schrödinger è una metafora per descrivere la sovrapposizione quantistica, in cui una particella (un atomo, un elettrone o un fotone) può esistere in più stati di energia contemporaneamente fino a quando si osserva.

Una volta osservata la particella (o il gatto), il fenomeno è chiamato salto quantico. Dei ricercatori hanno dimostrato che è possibile prevedere, conoscere e modificare l’esito di questo salto quantico.

Il team ha infatti progettato un esperimento per osservare indirettamente un qubit superconduttore di un computer quantistico. Per farlo, sono stati utilizzati tre generatori a microonde per irradiare il qubit in una custodia 3D sigillata in alluminio.

Questa radiazione permette di osservare indirettamente gli stati del qubit. Quando l’atomo si trova in uno stato fondamentale il fascio di microonde produce fotoni, quando invece l’atomo sta per attuare il salto quantico, il fascio di “spegne”.

I fisici hanno poi osservato che un impulso di radiazione perfettamente sincronizzato può invertire il salto quantico dopo che è stato rilevato, rimandando il qubit al suo stato fondamentale. In poche parole, si impedisce al gatto di Schrödinger di morire. Rimane ancora un’imprevedibilità: i ricercatori non sanno ancora quando avverrà il salto quantico.

Il team ha osservato 6,8 milioni di salti, dimostrando che il loro modello era coerente. “I salti quantici di un atomo sono in qualche modo analoghi all’eruzione di un vulcano“, ha detto il fisico Zlatko Minev della Yale University. “Sono completamente imprevedibili a lungo termine“.

Tuttavia, con il monitoraggio corretto possiamo con certezza rilevare un preavviso di un disastro imminente e agire su di esso prima che si sia verificato.” Questa loro scoperta potrebbe migliorare la tecnologia alla base dei computer quantistici, dispositivi in grado di osservare il futuro e simulare le proprietà dei materiali.

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L’intelligenza artificiale che capisce se il compito è stato copiato

People For Planet - Mer, 06/05/2019 - 08:00

Ghostwriter sa distinguere se il testo non è farina del sacco dello studente.

Trovare uno studente che, almeno in un’occasione, non abbia imbrogliato in un compito o in un compito in classe è cosa rara: un recente studio condotto negli Stati Uniti ha per esempio rivelato che il 95% degli studenti delle superiori ha ceduto alla tentazione, una volta o l’altra.

Con l’avanzare della tecnologia, l’altro lato della barricata s’è attrezzato se non per prevenire quantomeno per individuare i frutti dell’imbroglio: così in Danimarca è stata adottata la piattaforma Lectio, che fornisce un supporto in questo senso agli insegnanti.

Lectio è utile, ma ha dei limiti: è in grado di rilevare somiglianze tanto sospette (tra gli elaborati di due studenti diversi, per esempio) da essere praticamente un plagio, ma non può far nulla se un compito viene scritto non da chi dovrebbe eseguirlo, ma da un’altra persona (o magari viene pescato da un sito web).

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Eccellenze sanitarie: ecco gli ospedali in cui partorire

People For Planet - Mer, 06/05/2019 - 06:00

Quando una futura mamma in attesa di un bambino si avvicina al termine della gravidanza scatta subito il toto-ospedale su quale sia la struttura migliore alla quale affidarsi per partorire. L’area medica dedicata a gravidanza e parto è al suo interno piuttosto complessa: se l’area specialistica principale è l’ostetricia – che si occupa della salute della mamma prima della nascita del neonato – ci sono poi la neonatologia e la pediatria, che si occupano della cura di neonati e bambini, e la terapia intensiva neonatale, indispensabile in caso di nascita prematura o di problemi alla nascita. Infine fa parte dell’area terapeutica della gravidanza anche l’area specialistica di fisiopatologia della riproduzione che si occupa delle coppie con problemi di infertilità.

Valutazioni istituzionali e parametri dettagliati

Quali sono in Italia i migliori ospedali dove partorire? A rispondere alla domanda è il portale www.doveecomemicuro.it, attivo dal 2016, motore di ricerca sulla salute che nello stilare le classifiche delle strutture sanitarie d’eccellenza incrocia diverse informazioni (più di 800 mila) e si basa su valutazioni istituzionali (come quelle effettuate dal Programma nazionale valutazione esiti realizzato dall’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali per conto del ministero della Salute), di certificazioni provenienti da fonti scientificamente accreditate (tra cui il Centro Nazionale Trapianti e il Breast Center Certification), e su parametri dettagliati (numero dei ricoveri, tassi di mortalità, casi in cui è stato necessario un secondo intervento, ecc).

La classifica delle migliori strutture ostetriche

La classifica degli otto ospedali migliori nel campo dell’ostetricia che vi proponiamo tiene conto: delle valutazioni effettuate dal Programma Nazionale Esiti (PNE) realizzato dall’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali per conto del ministero della Salute; del numero di bollini rosa ottenuti dalle strutture (il riconoscimento che l’Osservatorio Nazionale sulla salute della donna e di genere attribuisce dal 2007 agli ospedali italiani che offrono prevenzione, diagnosi e cura delle patologie femminili); delle valutazioni degli utenti.

1. Ospedale Mater Salutis, Ospedale a gestione diretta

2. Ospedale Policlinico San Matteo, IRCCS fondazione

3. Ospedale Maggiore Policlinico – Clinica Mangiagalli, IRCCS fondazione

4. Azienda Ospedaliero Universitaria Careggi, Azienda Ospedaliera integrata con l’Università

5. Ospedale Civile di Ivrea, Ospedale a gestione diretta

6. Ospedale San Filippo Neri, Azienda Ospedaliera

7. Ospedale Valduce Ospedale privato equiparato pubblico

8. Ospedale Santa Maria Goretti, Azienda Ospedaliera

Gli ospedali “Amici dei bambini” dell’Unicef

Alcuni ospedali – attualmente nel nostro Paese sono 28 – hanno intrapreso con successo una trasformazione nell’assistenza a neomamme e neonati applicando i Dieci passi per la promozione, la protezione e il sostegno dell’allattamento materno promossi dall’Unicef (il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia) e dall’Oms (l’Organizzazione mondiale della sanità), ricevendo così la qualifica di “Ospedale Amico dei bambini“. Queste strutture si impegnano inoltre a non accettare campioni gratuiti o a basso prezzo di surrogati del latte materno, biberon o tettarelle (argomento di cui abbiamo parlato in questa nostra inchiesta).

“Il percorso per diventare Ospedale Amico dei Bambini – si legge sul sito dell’Unicef – richiede la conquista da parte di tutto il personale sanitario di una mentalità che pone al centro della propria attenzione la coppia mamma-bambino, i padri, la famiglia intorno a loro, nel segno della concreta applicazione dei diritti dell’infanzia promossi dall’Unicef”.  

Ecco allora che l’elenco degli Ospedali Amici dei bambini diventa un prezioso alleato per le future mamme per scegliere la struttura in cui dare alla luce il proprio bambino (alcune strutture sono in fase di rivalutazione: al termine di questo processo la loro qualifica di “Ospedale amico dei bambini” sarà confermata oppure cancellata).     

Ospedale di Bassano del Grappa

Ospedale G. Fracastoro di San Bonifacio

Ospedale Aziendale di Merano

Ospedali Riuniti della Valdichiana Senese – Montepulciano

Ospedale Aziendale di Bressanone

Ospedale Galliera

Presidio Ospedaliero di San Vito al Tagliamento (PN)

Azienda Ospedaliera “Santa Maria degli Angeli” di Pordenone

Ospedale Belcolle – Viterbo (in fase di rivalutazione)

Presidio Ospedaliero del Mugello Borgo San Lorenzo (FI)

Presidio Ospedaliero di Pistoia USL3  (in fase di rivalutazione) 

Ospedali Riuniti dell’Alta Val d’Elsa (Poggibonsi) 

Ospedale S. Maria Annunziata di Firenze

Presidio Ospedaliero di Lucca

Ospedale Sacra Famiglia Fatebenefratelli di Erba (CO)

Ospedale Beauregard di Aosta

Ospedale di Civitanova Marche (in fase di rivalutazione) 

Ospedale Pediatrico Apuano di Massa Carrara

Ospedale “Castelli” di Verbania

Ospedale “Orlandi” di Bussolengo

Presidio Ospedaliero Santa Chiara Trento

Ospedale di Feltre

Ospedale di Brunico

AOU Careggi

Ospedale dell’Angelo

Ospedale San Giovanni di Dio

Ospedale Alto Vicentino di Santorso

Ospedale Sacro Cuore – Don Calabria

Immagine di copertina: Disegno di Armando Tondo

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Il cammino di Barbara per Mediterranea: da Bologna a Lampedusa facendo l’autostop

People For Planet - Mar, 06/04/2019 - 21:30

C’è chi macina chilometri in pellegrinaggio verso Santiago de Compostela, confine Ovest d’Europa e chi, invece, s’inventa un cammino tutto suo, puntando all’altro confine, quello più a Sud, Lampedusa, per ricordare i migranti morti nel mar Mediterraneo. Barbara Cassioli, 32 anni, assistente sociale bolognese, è partita il 21 marzo, “giorno simbolo della Primavera” come sottolinea lei stessa, da Livergnano (Bo) e ha raggiunto l’isola il 2 giugno.

Un viaggio rigorosamente in autostop e senza soldi perché lo scopo è ben preciso: tutto ciò che non spende e quello che le offrono durante il tragitto lo destina mensilmente alla ong Mediterranea, tramite bonifici sulla piattaforma di crowdfunding Produzioni dal Basso e raccontando il viaggio sul suo blog. “Grazie a tutte le persone che mi hanno ospitato, pagato cene, autobus o traghetti – racconta – finora ho donato circa 850 euro e conto di arrivare intorno a 1200 euro entro la fine di questa bellissima avventura”. L’abbiamo incontrata in Calabria dove abbiamo viaggiato con lei da Gioiosa Jonica a Rosarno.

Guarda il video su REPUBBLICA.IT

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Il doodle di Google in onore del Gay Pride

People For Planet - Mar, 06/04/2019 - 15:15

Ormai da molti anni giugno è, tra le altre cose, il mese del Pride: cioè il mese nel quale in tantissimi paesi del mondo si ricordano le rivolte di Stonewall del 1969 e si celebrano le persone gay, lesbiche, bisessuali e transgender, i loro diritti e il loro contributo alla società e al mondo. “In onore del Pride”, dice per questo motivo il testo associato da Google al doodle presente oggi sulla homepage del motore di ricerca, al posto del solito logo. Lo stesso doodle di Google racconta una storia che comincia con Stonewall e i fatti del 1969.

Oggi lo Stonewall Inn è il primo monumento nazionale americano legato alla comunità LGBT, per decisione di Barack Obama, ma concretamente è un locale di New York, nel quartiere di Greenwich, storicamente frequentato soprattutto da uomini gay, oltre ad alcuni transgender e alcune donne lesbiche. Nelle prime ore del 28 giugno 1969 alcuni poliziotti fecero irruzione con un pretesto, come spesso accadeva in quegli anni, e cominciarono a maltrattare i clienti e distruggere gli oggetti in giro; i clienti però per la prima volta si opposero insieme, reagirono alle minacce e all’arresto e misero in difficoltà gli agenti, sorpresi dalla reazione. Nel frattempo una folla si radunò fuori dal locale: dopo aver visto la polizia che picchiava alcuni clienti, ci furono urla e le urla diventarono scontri. Le rivolte e gli scontri proseguirono per cinque notti, tra migliaia di persone. Quando terminarono, in breve tempo prese slancio un movimento per i diritti dei gay la cui manifestazione più ricorrente, festosa e visibile sarebbero state le parate note come Pride o Gay Pride.

Sono passati cinquant’anni dal giugno del 1969, e il riconoscimento dei diritti delle persone gay, lesbiche, bisessuali e transgender ha fatto nel frattempo grandissimi progressi in tantissimi paesi del mondo. Anche per questo molte persone cominciano in questo periodo a chiedersi se abbia (ancora) senso l’organizzazione di parate come i Pride, soprattutto nei paesi dove teoricamente sono stati riconosciuti pari diritti a tutti e a tutte le persone a prescindere dal loro orientamento sessuale: e si sentono anche frasi come “è solo una carnevalata”, “siete voi che vi ghettizzate”, “allora facciamo anche l’etero Pride”, “avete tutto”. Negli ultimi anni molti hanno espresso disappunto anche per le modalità dei Pride, che si sono evoluti in spettacoli, anche con importanti sponsorizzazioni commerciali. Queste critiche provengono molto spesso da persone che non capiscono che cosa sia tutta questa faccenda del “Pride”, a cominciare dal significato della parola in inglese: l’Orgoglio.

Non si fa solo per sé
La prima e più banale risposta sull’opportunità di organizzare oggi il Pride ha a che fare con il semplice fatto che un diritto non è mai conquistato per sempre, e che comunque con la legge si può arrivare solo fino a un certo punto. Il Pride, dunque, conta ancora perché resta molto lavoro da fare: se in Italia per esempio oggi le persone omosessuali si possono unire civilmente con diritti simili a quelli del matrimonio (ma non si chiama matrimonio e non permette le adozioni, né è stata approvata una legge contro l’omofobia), l’espressione sessuale delle soggettività cosiddette non conformi è ancora molto attaccata. Il Pride non riguarda solo diritti e libertà legislative, ma anche libertà sociali e culturali che spesso non vanno alla pari con la legge.

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La dittatura delle recensioni sul web: giudizi senza appello

People For Planet - Mar, 06/04/2019 - 15:00

Al Web degli ultimi anni va sicuramente riconosciuto il merito di aver concesso a tutti la possibilità di condividere informazioni, pareri, suggerimenti. Esistono ormai commenti e recensioni su qualsiasi cosa, dai corsi di yoga alle creme spalmabili, ma con il tempo il meccanismo ha generato ad alcune distorsioni evidenti. Oggi i colossi che ospitano recensioni sono multinazionali da milioni di dollari, i cui contenuti figurano immancabilmente ai primi posti nei risultati della ricerca organica che Google ci restituisce. L’utente medio del Web – per quanto non consideri le recensioni come verità assoluta – tende a farsi influenzare. È impossibile non dare un’occhiata a Tripadvisor prima di scegliere un albergo o un ristorante, chi nega di farlo mente.

Cos’è una recensione?

Le recensioni sono opinioni soggettive per definizione, basate su gusti e sensazioni. Ma non sono un problema in sé. Il problema è il valore che viene loro attribuito. Non possiamo pensare che tutti gli utenti sappiano distinguere la qualità del servizio che fruiscono o dell’arrosto che mangiano. Quindi non tutti i pareri e non tutte le recensioni hanno pari autorevolezza. Lo sanno gli stessi utenti. Il punto è allora un altro. Chi sono questi utenti recensori? Piattaforme come Tripadvisor consentono l’anonimato. Va da sé che utenti privi di competenze minime possono bocciare chef stellati e le aziende possano recensire negativamente i competitor senza uscire allo scoperto. Ma questo è il minimo. Dagli esempi raccolti, emerge che non esiste una verifica severissima sull’effettiva fruizione del servizio: in alcune recensioni gli utenti ammettano candidamente di non aver mai messo piede nel locale che recensiscono, altri recensiscono strutture inesistenti o chiuse da anni, qualcuno critica il Pantheon perché ha un buco sulla cupola. È evidente che qualcosa è andato storto…

Se tutti possono recensire, una delle conseguenze è che, insieme a piattaforme di questo tipo, si sono moltiplicati i pacchetti promozionali di sedicenti agenzie di Web marketing. Blocchi di recensioni positive a prezzi tutto sommato abbordabili che vengono venduti come soluzione promozionale: recensioni scritte da persone che mai si sono recate a testare alcun servizio ma che sono apparse come medicina provvidenziale a ristoranti e hotel terrorizzati dai danni alla propria immagine. Già, perché sulla base di questo minestrone di opinioni si ricevono i famigerati certificati di eccellenza e simili riconoscimenti, si perdono posti in classifica e si subiscono penalizzazioni.

«Sono riusciti a far passare come universale il concetto di ‘buono’, che per definizione è soggettivo», ci spiega Roberto Peschiera, oggi consulente F&B ma con un passato di 22 anni tra le fila degli illustri ispettori della Guida Michelin. Non di rado, in queste classifiche le osterie storiche compaiono dietro ai fast food delle catene più note. De gustibus? Alcuni esempi eclatanti delle aberrazioni generate dal sistema sono oggetto di discussione da anni nel gruppo Facebook  “Gufo? No grazie!”, aperto qualche anno fa proprio da Peschiera. A lui, che è stato recensore per mestiere, che saprebbe motivare meglio di chiunque la propria opinione su una pietanza e il cui giudizio non è come quello del recensore medio, chiediamo di chiarirci le idee.

Le recensioni sono il male assoluto? Oppure la colpa è delle piattaforme che le ospitano? È corretto affidare a utenti anonimi un giudizio che tanto condiziona altri potenziali clienti e, alla lunga, le sorti di un’azienda?

Roberto Peschiera

No, le recensioni in sé non sono il male assoluto. Il male assoluto è la mancanza di controlli sistematici, di verifiche su quanto viene scritto; il male assoluto è che le recensioni sono compravendibili, lo è l’anonimato; il male assoluto è anche che vengano tutte spacciate per valide, attendibili, facendo riferimento ad algoritmi e filtri che a monte le vagliano. Una recensione onesta e veritiera, anche negativa, aiuta un’azienda a crescere e a migliorarsi. Bisogna fare tesoro delle opinioni, ma occorre essere certi che siano realistiche.

Non è possibile impedire a qualcuno di scrivere la propria opinione, ma la libertà dell’utente non può essere lesiva di quella delle strutture recensite. E poi occorre distinguere il professionista della recensione dal dilettante, una distinzione che l’anonimato permesso da Tripadvisor e da piattaforme simili impedisce. Chi c’è dietro una recensione?

Dopo una serie di esperienze personali con il meccanismo di Tripadvisor ha deciso di aprire su Facebook il gruppo “Gufo? No, grazie!”, a cui aderiscono ormai oltre 5 mila membri, quasi tutti operatori del settore turistico-alberghiero con le recensioni non verificate come nemico da combattere. Recentemente l’abbiamo vista consegnare gli adesivi del gruppo al ministro del Turismo, Gian Marco Centinaio, alcune note trasmissioni tv hanno realizzato servizi sulle anomalie del sistema. Qualcosa si muove…

Ho deciso di creare il gruppo a seguito di una mia esperienza surreale nel 2012, quando cercavo un posto in cui portare mia moglie per festeggiare il nostro anniversario di matrimonio. Di solito portavo con me la mia cara vecchia “guida rossa” (la Guida Michelin, ndr), ma il caso ha voluto che la dimenticassi. L’idea era di andare in Costa Azzurra, ho dato un’occhiata alle strutture recensite sul “Gufo” e ne ho scelta una che aveva ben 5 pallini, il massimo. Ebbene, si è rivelata terribile! Carta da parati che si scollava dalle pareti, la moquette azzurra ormai grigia da quanto era vecchia, cucina da incubo (e non ironicamente come nel programma tv)… insomma, stavo per festeggiare il divorzio! Al ritorno ho deciso di scrivere a Tripadvisor per capire come potesse esserci tanta discrepanza tra quei 5 pallini e la realtà. Non mi hanno mai risposto. In compenso, qualche settimana dopo mi capitò di essere invitato a una convention vicino Mantova. Ci portarono a mangiare in un ottimo ristorante, così decisi di scrivere una recensione gratificante, pubblicata nel giro di pochissimo tempo, al contrario di quella precedente che invece non fu mai pubblicata. Ho scritto ancora a Tripadvisor, ma nessuna risposta anche in questo caso. Non solo. Mi è anche capitato che un amico mi chiamasse lamentandosi perché non sono passato a trovarlo pur essendo stato pochi giorni prima in posti vicino casa sua, nella fattispecie un parco acquatico ed un ristorante. Aveva visto una recensione a mio nome – con nome e foto, era proprio il mio profilo! – ma chiaramente non ero stato io a pubblicarla, né conosco minimamente quei posti. Per anni non ho potuto accedere a TA, ma ancora oggi nessuno mi ha spiegato chi abbia pubblicato quelle opinioni spacciandosi per me…

La domanda sorge spontanea: se un hotel o un ristorante si sente bersaglio continuo di recensioni non veritiere, che danneggiano la propria immagine e il proprio lavoro, non può semplicemente uscire dal meccanismo? Non basta cancellare il proprio profilo?

Magari fosse così semplice! Sembra incredibile, eppure è facilissimo creare profili di aziende inesistenti. Io stesso qualche anno fa insieme ad alcuni “complici” ho creato il profilo di un hotel in Costa d’Avorio chiamandolo ironicamente “Kashabal” (“cacciaballe”, ndr), ovviamente del tutto inesistente. Abbiamo inserito un bel po’ di recensioni create ad hoc per testare i famigerati filtri che il Gufo indica come affidabili e abbiamo raggiunto un risultato notevolissimo: il nostro hotel è stato per un paio di settimane addirittura primo in classifica! Tutto questo – è importante sottolinearlo bene – grazie alle nostre false recensioni, recensioni del tutto folli. E cosa dire del famoso ristorante di Londra arrivato in cima alla classifica ma mai esistito? (il profilo è stato creato da un ex scrittore di recensioni false, pagato per farlo, che ha aperto il profilo del The Shed at Dulwich, sempre troppo pieno per essere prenotato, e il relativo sito Web inserendo descrizioni di piatti apparentemente raffinatissimi ma in realtà preparati nella cucina di casa, ndr).

Se mi chiedi la strada per uscire da questo meccanismo perverso ti rispondo che il sistema non la fornisce. Una delle soluzioni attuate da qualche azienda è comunicare la chiusura. Ma anche questo alla fine è un danno: i potenziali clienti, volenti o nolenti, quando cercano un ristorante o un hotel passano da Tripadvisor, meglio posizionato delle singole aziende su Google proprio grazie al continuo flusso di contenuti. Una struttura che compare come chiusa chi potrebbe attirare? Sta di fatto che non viene chiesta una prova di tale chiusura. Il problema a monte è che i profili sono creati non dalle aziende ma dal primo che recensisce, che quindi inserisce anche le informazioni. Le aziende che non rivendicano il profilo – pagando – non hanno diritto ad agire su quel profilo e quelle informazioni. È assurdo.

Alcune aziende sono passate alle vie legali, Tripadvisor era anche stato multato. Una sentenza recente però sancisce che non esiste diritto all’oblio: una recensione è per sempre, dunque? In generale, lei evidenzia la morbidezza – chiamiamola così – dei filtri che dovrebbero verificare le recensioni.

Siamo ai paradossi: Tripadvisor ha scritto a un albergatore di non usare le recensioni presenti sulla piattaforma perché sono proprietà di Tripadvisor. Viene un dubbio: e se avesse riscattato il proprio profilo? Non sarà mica che chi non ha un profilo a pagamento viene penalizzato?

Ma il vero problema per le aziende è che alcune recensioni evidentemente false passano e vengono pubblicate senza alcuna censura. Questi filtri cosa filtrano? Si parla di 25 filtri e 300 verificatori esperti ma poi non si sa dove siano né cosa facciano per evitare danni alle aziende… Ad esempio, si possono recensire alberghi e ristoranti fino ad un anno di distanza dal momento in cui si è stati in quei luoghi. Ma voi cosa ricordate dopo un anno per poter recensire il servizio in maniera obiettiva? Noi recensori della Guida Michelin prendevamo nota di ogni dettaglio in tempi rapidissimi per paura di dimenticare qualsiasi elemento che potesse influenzare il giudizio. E avevamo comunque dei parametri di riferimento, eravamo recensori professionisti…

È vero che Tripavisor è stato multato dall’Agcom per mancanza di controlli sulle recensioni ma poi la sanzione è stata annullata dal Tar dopo un ricorso. Anche qui emerge un paradosso. Per il singolo hotel o ristorante è faticosissimo denunciarli o comunque agire per vie legali perché queste piattaforme sono soggette a leggi estere. Loro però fanno ricorso qui in maniera agevole… Qualche azienda ha vinto ma è complicato: bisogna risalire a chi ha recensito, ci si ritrova a perseguire il singolo utente facendo denunce, ricerche che peraltro il solito anonimato non agevola… ma in tutti i casi la piattaforma non si assume alcuna responsabilità dei contenuti postati dagli utenti e si trincera dietro la legge Usa.

Di che filtri parliamo se è stato recensito persino Auschwitz dicendo che non è il caso di aspettarsi qualcosa di eccezionale? Sicuramente di filtri non ispirati al buon senso…

La battaglia sembra lunga. Cosa si sente di consigliare ad albergatori e ristoratori, oltre che di aderire subito al gruppo “Gufo? No grazie!” e a non incentivare i clienti a lasciare recensioni?

Io personalmente consiglio di rispondere comunque alle recensioni, per quanto alcune siano insulti belli e buoni. Rispondete in maniera intelligente, usate le risposte per argomentare la vostra posizione, usando un linguaggio che metta in ridicolo chi scrive falsità. Ma non dimentichiamo che è gravissimo ritrovarsi praticamente costretti a rispondere senza aver cercato pareri e sentendosi costretti soprattutto a rientrare in un meccanismo dal quale non esiste possibilità di uscita.

Abbiamo contattato l’ufficio stampa di Tripadvisor per ottenere una dichiarazione relativa a false recensioni e filtri utilizzati dalla piattaforma, e… ci hanno risposto! Nella prossima “puntata” vi racconteremo tutto. Rimanete connessi!

Immagine di copertina: Armando Tondo

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Ue sotto accusa alla Corte dell’Aia per crimini contro l’umanità

People For Planet - Mar, 06/04/2019 - 14:59

“Siamo governati da persone che non hanno alcuna considerazione per la vita umana. Persone che dovrebbero essere portate davanti al tribunale dell’Aia per crimini contro l’umanità’”, aveva detto Gino Strada ospite in una trasmissione televisiva giusto lo scorso 14 marzo. E così è stato.

Dal The Guardian a El Pais la notizia ha fatto scalpore: “Crimini contro l’umanità”, questo il capo d’accusa presentata alla Corte penale internazionale dell’Aia (Cpi) da un gruppo internazionale di avvocati dove figurano Juan Branco, che ha lavorato in passato alla Cpi e al ministero degli esteri francese, e Omer Shatz, avvocato israeliano che insegna all’università Sciences Po di Parigi. La denuncia è rivolta all’Unione Europea e agli Stati membri che hanno svolto un ruolo di primo piano nella crisi dei rifugiati, Francia, Germania e Italia. Il documento, che conta 245 pagine, chiede un’azione punitiva sulla politica migratoria dell’Ue basata sulla deterrenza nei centri di prigionia in Libia.

“Per arginare i flussi migratori dalla Libia” si legge nel documento, “al posto di operazioni di salvataggio e sbarco sicure come prescrive la legge, l’Ue sta orchestrando una politica di trasferimento forzato nei campi di concentramento, come le strutture di detenzione dove vengono commessi crimini atroci”. Strutture finanziate dagli stessi Stati Ue, tra i quali l’Italia, la più interessata dagli sbarchi.

Gli Stati interessati dagli sbarchi devono accogliere i migranti in strutture apposite, devono curarli nel caso siano malati o disidratati, devono sottoporre controlli, devono affidarsi a vari ingranaggi della giustizia per stabilire chi ha il diritto all’asilo e chi no. Tutto ciò costituisce un costo economico per le casse dello Stato. Quindi, anziché implementare un sistema di accoglienza obiettivamente costoso e lungo, conviene finanziare i libici. E qui si annida il fulcro della questione. Il problema della politica migratoria di Salvini non è tanto che abbia fermato una nave, azioni che sono più che altro slogan e messaggi, ma che continua la linea di Minniti, finanziando i campi di concentramento.

Altro aspetto piuttosto controverso è quello legato alla posizione della Lega sulla riforma dei trattati di Dublino, approvata il 16 novembre 2017, che ridistribuirebbe i migranti in tutta Europa, migliorando nettamente il testo ricevuto dalla Commissione europea.

Riforma per giunta approvata con una maggioranza dei due terzi: 390 sì, 175 no e 44 astenuti. Uno schieramento massiccio, che andava dai socialdemocratici ai verdi, ai popolari, ai liberali. Perché si attivi la riforma, il procedimento legislativo richiede che la riforma passi poi dal Parlamento al vaglio del Consiglio dell’Unione europea, dove siedono i governi, che nei quattordici mesi dal varo si sono ben guardati dal ratificarla, anzi l’hanno boicottata. Come mai il governo gialloverde non ha ratificato la riforma che risolverebbe i problemi di cui si sta lamentando Salvini ogni giorno? E che vuol fare Salvini? Non è chiaro.

“Rinegoziare i trattati”, dice, ma il suo consenso elettorale è in gran parte debitore alla percezione di insicurezza legata alla paura delle “invasioni”, nonostante i primi mesi del 2018 abbiano mostrato segnali in direzione opposta. I migranti sbarcati in Italia nei primi sei mesi del 2018, secondo i dati forniti dallo stesso ministero dell’Interno, sono 13.430: -77,2% rispetto al 2017 e -71,4% sul 2016.

Fonti:

https://www.lastampa.it/2019/06/03/esteri/gravi-colpe-nella-gestione-dei-migranti-lue-denunciata-per-crimini-contro-lumanit-allaia-TN1LdB7Uofjrqffmrz4EsN/pagina.html

https://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2018-06-04/il-regolamento-dublino-cos-e-e-perche-riforma-non-piace-salvini-114327.shtml?uuid=AE5RzwzE

https://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2018-06-04/il-regolamento-dublino-cos-e-e-perche-riforma-non-piace-salvini-114327.shtml?uuid=AE5RzwzE

Fonte immagine: foto di 3D Animation Production Company da Pixabay

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