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Che fine faranno le batterie per auto elettriche usate?

People For Planet - Mar, 11/06/2018 - 01:48

Scrive Ecoblog.it che dopo 5-10 anni le batterie delle auto elettriche devono essere sostituite perché “non sono più in grado di erogare energia alla macchina con le stesse prestazioni di prima”.
Cosa fare di tutte le batterie usate, non più efficienti ma ancora utilizzabili?
Renault ha presentato un interessante progetto: sfruttarle come accumulatori di energia per gli impianti da fonti rinnovabili, fotovoltaici ed eolici. Nel 2019 inizieranno i lavori per tre siti di accumulo, due in Francia e uno in Germania, con speciali container dove le batterie usate saranno collegate fra loro per formare un’unica grande batteria, a sua volta collegata alla rete elettrica nazionale. Il sito di accumulo permetterà di mantenere la rete stabile, assorbendo energia dalla rete nazionale (quando le energie rinnovabili producono più del consumo) o cedendola (nei momenti di picco del consumo) .
Un progetto simile lo sta portando avanti anche Daimler Mercedes, che ha creato insieme a Enercity un sito di stoccaggio a Herrenhausen, in Germania, con 3mila batterie di Smart Electric Drive terza serie.

Fonte:
http://www.ecoblog.it/post/176391/batterie-auto-elettriche-renault-stoccaggio-rinnovabili

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Il governo vuole la cassa del Coni, Bisignani in soccorso di Malagò 

People For Planet - Mar, 11/06/2018 - 01:16
Lo sport è potere

Si fa presto a dire sport. Scopriamo l’acqua calda nel ricordare e sottolineare quanto contino gli interessi e il potere in quello che potremmo definire the dark side dell’attività agonistica. Potremmo scriverne ogni settimana. Stavolta, però, c’è un elemento di cronaca.

È passata un po’ sotto silenzio, non ovviamente nelle stanze del potere sportivo, il progetto di governo che svuoterebbe il Coni di ogni potere economico. La riforma, inserita a sorpresa nella legge di bilancio 2019, prevede la creazione di una società per azioni governativa – Sport e Salute Spa – che provvederebbe a distribuire i soldi alle singoli federazioni. Al Coni rimarrebbero i 40 milioni di euro per la preparazione preolimpica. Il resto, ben 370 milioni, finirebbe nelle mani di questa società per azioni che sarebbe diretta emanazione del governo. In sostanza, il Coni sarebbe svuotato di significato. Senza soldi, non si cantano messe.

Niente barricate, per ora

Sarebbe, di fatto, la fine di quella che viene definita l’autonomia dello sport. Che ovviamente si traduce in un’altra forma di potere. Basta scorrere la lista dei presidenti del Coni, che tra gli altri annovera Franco Carraro, Mario Pescante, Gianni Petrucci. E da ultimo Giovanni Malagò classico esponente della Roma dei circoli, che Susanna Agnelli ribattezzò Megalò.

È interessante notare come questa riforma, al momento progetto di riforma, abbia fin qui incontrato un’opposizione mediaticamente blanda. L’attuale presidente del Coni Giovanni Malagò ha sì rilasciato dichiarazioni di contrarietà ma ha lasciato aperta la via del dialogo. Non ha eretto barricate, per ora.

E il motivo, per chi un po’ la politica la mastica, va ricercata in una presa di posizione pubblica, una delle poche sul tema. Che porta la firma di Luigi Bisignani nome che forse ad alcuni lettori non dirà molto. Ma che a Roma e in Italia conta eccome; certamente ha contato. È una di quelle eminenze grigie che hanno attraversato la storia del nostro Paese: dalla P2 al processo Enimont, dai Mondiali 90 a Silvio Berlusconi, alla recente inchiesta sulla cosiddetta P4. La non trascurabile carriera di un ex redattore dell’agenzia di stampa Ansa. Un cursus honorem arricchito da due condanne esecutive: due anni e sei mesi per la maxitangente Enimont, e un anno e sette mesi per la P4.

Dai tempi del fascismo

Bisignani ha preso carta e penna e dalle colonne del quotidiano romano “Il Tempo” ha scritto contro il progetto di riforma dello sport. E ha anche anticipato quel che accadrà nelle settimane a venire. «La rivolta verso questo governo potrà nascere dal mondo dello sport dopo che, con un atto cui – questa volta fil caso di dirlo – solo il fascismo era arrivato, si è deciso di togliere l’autonomia al Coni, condannandolo così a diventare un carrozzone lottizzato come la Rai, senza neppure una commissione parlamentare di vigilanza che controlli». E aggiunge: «A farmi aprire gli occhi su questo “colpo con destrezza”, che sposta dal Coni a una Spa gestita da Palazzo Chigi la distribuzione di 370 milioni di euro l’anno, un sogno che ho fatto ieri. E provo a raccontarlo».   

Il sogno è una conversazione tra Alcide De Gasperi e Giulio Andreotti che ricordano la loro battaglia per conferire allo sport l’autonomia dalla politica. Perché, è vero, non accadeva dai tempi del fascismo. Uno dei presidenti più longevi del Coni fu il gerarca Achille Starace. Un sogno che si conclude con l’incursione di Cossiga che detta la linea: “Nella riunione del Consiglio e della Giunta del Coni del 15 novembre il caro Giovannino (Malagò, ndr), tignosissimo come te Giulio e il facente funzione premier Conte della Roma, dovrebbe mobilitare i 15 milioni di atleti tesserati per mandare a casa questi arruffoni. E se non se ne vanno a casa, almeno negoziare sui nuovi manager di “Sport e Salute” affinché siano condivisi e non dei signor nessuno, amici degli amici, come stanno mettendo ovunque”.

Non si allarmino i lettori, questa rubrica di Peopleforplanet non prende posizione. Si limita a far notare che è una battaglia per il potere. Se dovesse vincere il governo, vorrebbe dire che gli equilibri a Roma, e quindi in Italia, sono cambiati e di parecchio. Lo sport, nel senso agonistico del termine, ovviamente, con tutto questo c’entra zero. Ma questo lo avevate già capito.

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Le capsule mettono in crisi la Bialetti

People For Planet - Lun, 11/05/2018 - 10:35

Il mantra sviluppista
“Insomma il progresso non si arresta per niente al mondo, e se la caffettiera/la moka è relegata al passato inglorioso di borbonica memoria, se così vuole lo sviluppo, è giusto che il mercato decreti vincitrici le cialde!”

Il pensiero anticonformista
Obsolescenze programmate e comodità diffuse continuano ad essere distribuite su larga scala a noi umani, acquistabili a rate anche, comode anche quelle, le rate.”

Nel mezzo tra i 2 poli estremi ed estremisti, ci siamo noi, dotati di intelletto e che ci ostiniamo ancora a pensare e riflettere un pò prima di rassegnarci e metterci in fila alla cassa.

Anche il caffè non c’è più bisogno di farselo da sè, ci pensa la macchina, spingi il bottoncino e per il dosaggio degli elementi, acqua, caffè, calore e zucchero? Posa le mani! Riponi il cervello! Mettili in tasca e guarda: sei servito, comodo, gusta… ci ha pensato lei, la capsula!

L’hanno fatta pure biodegradabile, completamente biodegradabile: con le lettere “impertinenti” e “coraggiose” alla Lavazza , “rigorosamente” via mail per non sprecare carta, (eh !?!)…e abbiamo finalmente ottenuto (ma già c’erano a dire il vero), pure le cialde biodegradabili, “ecologiche e green”.

CONTINUA A LEGGERE SU ECQUOLOGIA

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La Sicilia in ginocchio a causa del maltempo

People For Planet - Lun, 11/05/2018 - 05:39

Da Palermo ad Agrigento il maltempo sta devastando la Sicilia, le immagini sono impressionanti!
Fiumi esondati, strade allagate, a Casteldaccia (Palermo) sono morte 9 persone tra cui 2 bambini a causa dell’esondazione del fiume Milicia.

Sicilia flagellata, sommersa casa nel Palermitano: dodici morti e un disperso
(da Gazzetta.it)

Esondano fiumi ed è apocalisse in Sicilia (da TeleOne)

Un Paese impreparato al maltempo può dirsi civile? Leggi l’articolo

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Movember: il cancro alla prostata ci fa un baffo!

People For Planet - Lun, 11/05/2018 - 01:56

Una recente indagine condotta dall’Associazione europea di urologia che ha coinvolto 2.500 uomini di Francia, Germania, Italia, Spagna, Regno Unito ha evidenziato un dato allarmante: il 54% degli intervistati pensa che la prostata sia un organo femminile, il 22% non sa dov’è e il 27% pensa che non esista una forma di cancro che colpisce la ghiandola.

Inoltre, per finire con gli orrori dell’inchiesta: il 4% dei maschi non sa chi sia l’urologo mentre, per contro, il 13% ritiene di occupi di ossa.

Per migliorare – e pare ce ne sia proprio bisogno – la conoscenza sulla propria salute intima è ripartita per il terzo anno consecutivo la campagna #controllati. Si può andare al sito www.controllati.it  per ricevere le prime informazioni sulle varie patologie e chiamare un numero verde per prenotare una visita urologica.

Afferma Walter Artibani, segretario generale della Siu (Società Italiana  di Urologia) e direttore del Dipartimento di Urologia dell’Azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona: “Avere coscienza dei sintomi di un problema urologico è il fattore chiave per la diagnosi precoce.”

E per far conoscere meglio il problema i maschi posso anche fare una cosa che alle femmine è preclusa: farsi crescere un bel paio di baffi.

Movember (da Moustache – baffi – e November) e è una fondazione mondiale che in 15 anni ha finanziato 1200 progetti di salute maschile.

Ci si può iscrivere qui https://ex.movember.com/?home e il primo passo per aiutare questa lodevole iniziativa è farsi crescere i “Mo” così da mostrare a tutti che si è solidali e ispirare conversazioni, donazioni alla fondazione e cambiamenti reali.

Come si legge sul sito: “La crisi della salute maschile richiede grandi menti e grandi soluzioni. Ma c’è una soluzione più piccola e più pelosa per la crisi della salute maschile. Una soluzione che puoi farti crescere. È seduto sotto il tuo naso”.

Oggi grazie ai progressi della ricerca molte patologie maschili come il cancro alla prostata si curano anche senza far ricorso alla chemioterapia o all’ormonoterapia ma la diagnosi precoce è importantissima.

Uomini, fate i controlli e per il mese di novembre non tagliatevi i baffi!

 

Altre Fonti:

https://ex.movember.com/it/
http://www.qds.it/29658-negli-uomini-disinformazione-allarmante-piu-del-50-non-sa-di-avere-una-prostata.htm
http://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/lei_lui/medicina/2018/10/23/uomini-italiani-disinformati-sul-tumore-della-prostata_12cf82e7-0611-4d3d-a22c-53e675dafeff.html

 

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Il topolino e l’elefante

People For Planet - Lun, 11/05/2018 - 01:24

È quanto capitato a Luigi Pallina, questo lo pseudonimo di un imprenditore pugliese, che ha sconfitto il gigante Unicredit in una battaglia sul diritto di critica sancito anche dalla Costituzione che all’art. 21 recita: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.
Criticare una Banca in modo aspro e pungente (restando nei limiti della continenza) attraverso l’utilizzo di social, blog o siti si può. Lo ha stabilito un giudice in modo specifico risolvendo positivamente una assurda vicenda che ha coinvolto un piccolo imprenditore, destinatario di un accusa infamante che gli attribuiva ben due capi di imputazione, diffamazione aggravata e tentata estorsione. Niente di sorprendente se il denunciante non fosse stato la più importante banca italiana, Unicredit.
Si fa davvero fatica ad immaginare un topolino minuscolo che cerca di estorcere qualcosa ad un elefante di proporzioni bibliche, ma la vicenda è reale e fortunatamente ha incontrato un magistrato scrupoloso che ha letto carte ed eccezioni proposte dalla difesa per assolvere finalmente e in tempi brevi il malcapitato di turno.


I fatti risalgono al 2014 ma sono attuali più che mai. Un piccolissimo imprenditore pugliese R.C., per denunciare le condotte discutibili della Banca, forse anche come antidoto per sdrammatizzare la gravità di una vicenda comunque dolorosa per la sua famiglia e la sua impresa, ha deciso di avviare una battaglia senza precedenti costruendo una sorta di brand contro la banca, diffondendolo ovunque sul web e sui social network (facebook, linkedin ecc). Da oltre 4 anni tutti i santi giorni pubblica un pensiero, una critica costruttiva, una riflessione ma anche delle vere e proprie mini inchieste, alcune delle quali hanno incassato un discreto successo di visualizzazioni e like.
Il tutto sotto il nome di “UsuraUnicredit” e, abbandonando personalismi e sovraesposizioni, utilizzando uno pseudonimo “GIGI PALLINA”. E fa specie rilevare come innanzi ad un giudice siano state portate a sostegno dell’accusa forme elementari di satira come l’ utilizzo di una pecora munita di elmetto. Insomma è stata ripristinata la verità ed il giusto equilibrio tra chi è degno rappresentante del più alto potere economico e finanziario e chi ha perso quel poco che aveva ma ha conservato grande entusiasmo, senso di rivalsa in chiave costruttiva, fantasia e determinazione. Ingredienti fondamentali di una ricetta che ha propinato una pietanza assolutamente indigesta per la grande banca sistemica che, con tutti i suoi uomini, mezzi, risorse, reti e organizzazione, nulla ha potuto per impedire che in questi anni potesse essere diffuso un vero e proprio anti-brand oramai indelebile sui principali motori di ricerca e social network.


Lo stesso Facebook, a suo tempo addirittura interpellato per il tramite di apposita rogatoria internazionale (vedi foto sopra), non fu disponibile a fornire dati in merito alla vicenda proprio perché negli Stati Uniti non esistono i cosiddetti reati di opinione. Singolare inoltre come la stessa Unicredit, al fine di limitare l’onda negativa di questa campagna critica avverso la sua gloriosa immagine, si impadronì a suo tempo del dominio www.usuraunicredit.com lasciandolo ovviamente inattivo e ricorrendo legittimamente alla Wipo (Organismo arbitrale Internazionale sulla proprietà intellettuale) che ha riconosciuto, sembra paradossale, ad Unicredit la proprietà intellettuale del sito sull’usura!
Soldi sprecati perché i timonieri di questa aggressiva compagna di difesa dei diritti dei consumatori bancari non hanno, nel frattempo, limitato la loro presenza sul web.
Un messaggio preciso per tutti gli imprenditori vessati dal sistema bancario. Se ogni imprenditore alle prese con un disservizio o abuso subito ad opera della propria banca, restando nei limiti della continenza e dotandosi di un proprio stile, sposasse questa nuova forma di protesta si potrebbe dare vita ad un vero e proprio “esercito invisibile” che le stesse Banche, sempre molto attente al rischio reputazionale, potrebbero iniziare a temere.
Oggi Usuraunicredit non è più soltanto una pagina, perché racchiude in se le esperienze, le vicissitudini, le battaglie di oltre 50 imprenditori sparsi per tutta Italia che sostengono la mission .
Che non sia l’inizio di una nuova era? Chissà se la rete in questo senso possa costituire uno strumento di rivalsa per il bottegaio di periferia contro la banca che perpetra gli abusi bancari?
In questo mio lungo e costante viaggio lungo lo Stivale ho raccolto tante storie di persone che si trascinano in una vita infelice, che hanno paura di cambiare qualcosa nella loro esistenza: il timore dell’ignoto è più forte del disagio che provano. In molti casi, sanno già cosa li renderebbe felici ma non hanno la forza di andare in quella direzione perché preoccupati delle conseguenze.
A queste persone dico che aver coraggio non significa non aver paura. Significa avere la forza di guardare in faccia la paura e decidere di andare avanti lo stesso. Ma per farlo bisogna riconoscerla.

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Nessuna cura può guarire uno stupido

People For Planet - Dom, 11/04/2018 - 00:22

Il cattivo medico cura i sintomi del male. Così facendo non guarisce la malattia che diventa più profonda e dopo poco tempo spunta di nuovo in un altro punto del corpo, aggravata.

Il bravo medico scopre quali sono le cause del male e le rimuove. Solo così il paziente guarisce veramente.

Questa è l’idea della medicina che avevano i medici cinesi già 2500 anni fa. E ormai il dibattito su questa questione ha investito tutto l’ambiente. Inizia a vacillare la convinzione che guarire il malato equivalga a liberarlo dal malessere il più velocemente possibile, attaccando i sintomi della malattia con ogni mezzo efficace. Questo modo di procedere è valido nella medicina d’urgenza, quando vi è un imminente pericolo di morte.

Quando i sintomi stanno per uccidere il malato vanno combattuti senza esclusione di colpi ma è stupido accanirsi contro i sintomi quando la malattia non minaccia immediatamente la sopravvivenza. In questo caso bisogna andare a cercare le ragioni del male.

Vi sto raccontando queste mie esperienze (vedi anche Emorroidi solidali: se ti fa male il sedere rilassa le labbra e Cistite solidale) perché chiarisce, più di tanti discorsi, la necessità di affrontare globalmente certi disturbi, collegati al modo di vivere e di pensare di una persona.

Attaccare i soli sintomi non serve. Lo testimoniano milioni di persone che passano la vita a curare malattie croniche che non guariscono mai e che li costringono a convivere col dolore e il disagio. Debellare una malattia cronica significa vincere una grande sfida, stabilire una premessa formidabile per evolversi psicologicamente.

Quasi tutti i dottori si ostinano a curare la parte più superficiale della malattia (nel mio caso l’infezione), per niente scoraggiati dall’inutilità delle cure. E lo stesso atteggiamento è seguito da molti terapeuti alternativi. Sono settoriali, non vedono il malato come un insieme e non vanno a cercare le cause profonde dello squilibrio che, nel caso delle malattie croniche, sono sempre errori di atteggiamento emotivo e di abitudini di vita.

È da notare però che questa prassi medica ha in realtà una causa diversa dalla semplice pigrizia o incompetenza.
Il problema sono i pazienti e la loro passività verso il male.

Spesso il terapeuta è visto come un guaritore miracoloso e ci si abbandona passivamente nelle sue mani. Non è possibile curare un malato che non diventi soggetto della cura, che non si incarichi di capire egli stesso la natura del proprio male e gli errori di atteggiamento e comportamento che lo fanno ammalare. La guarigione prevede un cambiamento nel modo di pensare. Bisogna chiedere al medico non di guarire il malato, ma di dargli gli strumenti per guarire da solo. Se quando avevo 19 anni mi avessero insegnato l’amore morbido, senza erezione, e il rilassamento, avrei probabilmente risolto i miei malanni molto rapidamente. Ma solo a patto di diventare da subito il protagonista della cura.
Guarire dalle mie cistiti in un mese sarebbe stato comunque impossibile, perché erano il segnale di uno squilibrio non superficiale, accumulato nel tempo e causato da un modo di essere radicato nella mia personalità. Superare queste malattie croniche comporta perciò una rivoluzione del modus vivendi. Ovviamente questo pone un problema pieno di implicazioni filosofiche. Non è possibile guarire un paziente che non capisce come deve collaborare con il medico o che non è in grado di cambiare se stesso.
Come dicevano anticamente i cinesi:

“Nessuna cura può guarire uno stupido”.

Questa realtà spiega anche perché la medicina storicamente abbia incontrato tante difficoltà ad affrontare la malattia alla radice. I medici lavoravano per vivere e perciò curavano soprattutto i ricchi e i potenti. Gente spesso arrogante e presuntuosa, che rifiuta l’idea di essere nel torto e che vuole essere servita senza fare tanta fatica. E in fondo questo è l’atteggiamento che abbiamo un po’ tutti… Perciò non possiamo limitarci a biasimare i medici se le cose sono andate così. E’ certo però che, se ti trovi ad avere una malattia cronica e vuoi veramente guarire, devi innanzi tutto guarire il tuo punto di vista sui medici.

Gesù disse: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Cioè, se non ami te stesso come puoi pensare di amare qualcun altro?

La malattia non è un elemento estraneo da vincere, è un fenomeno da capire, un’occasione per conoscere quali sono i comportamenti che si allontanano dalla tua natura e danneggiano il tuo essere.
Curarti diventa così un’appassionante indagine alla ricerca di te stesso. Tu diventi l’oggetto della tua attenzione, il mondo da scoprire, la cosa più importante. Ci hanno insegnato a non essere egoisti né egocentrici, ma è un insegnamento che induce in errore.
Se non sei curioso di conoscerti, di scoprire cosa ti fa stare meglio, come puoi avere la sensibilità per comprendere gli altri, amarli, aiutarli, ridere e giocare con loro? Sapere che io sono per me la cosa più importante del mondo e che la mia missione è vivere con gioia e allegria, è il secondo passo della guarigione.

Bisogna poi imparare a distinguere le proprie esigenze essenziali primarie e difenderle con dignità. Troppe persone sono afflitte da mali incurabili solo perché non hanno la forza né la fiducia necessarie per abbandonare situazioni invivibili. Per tornare a un esempio già fatto, quante donne intelligenti stanno con uomini che le picchiano solo perché sono prigioniere di un sistema di valori morali che nega loro il diritto alla felicità in nome “dei figli”, “per evitare lo scandalo” o semplicemente perché non possono “accettare la sconfitta”?

Quest’ultima motivazione è particolarmente curiosa quanto diffusa. Non ci si sacrifica per gli altri ma per se stessi, solo che l’obiettivo non è la nostra felicità o il nostro benessere, ma il nostro onore, la nostra autostima. Si tratta di un egoismo rivolto non verso la propria persona reale, in carne e ossa, ma verso un’immagine di se stessi alla quale si è affezionati.

La propria identità, il personaggio, l’autostima… chiamatela come volete ma questa è la più grande cazzata megagalattica che mai sia stata inventata, e tritura più vittime lei di qualunque epidemia di virus cattivi che si divertono a farci a pezzi i linfonodi. E bada bene che tutti ce l’abbiamo dentro questo grossolano errore di pensiero, e ci vorrà tempo per eliminarlo.

Trovare la tua vera natura significa innanzi tutto capire cosa fai per te veramente (cosa ti fa ridere e ti dà piacere fisico, serenità e soddisfazione) e cosa invece fai per onorare il feticcio mentale della tua personalità, la soddisfazione unicamente psicologica di corrispondere alla tua immagine precostituita.

Bisogna imparare a chiedersi “ma perché voglio fare così?” Il gusto dov’è?

La cartina di tornasole per capire se vuoi fare qualche cosa solo per un tuo feticcio sta nel fatto che i desideri veri sono indirizzati verso una soddisfazione diretta di un bisogno. Faccio questo perché mi piace e mi piacerà anche il risultato che otterrò. I piaceri mentali invece ti costringono a eseguire un compito che ti fa schifo. Insisti solo perché sei convinto che così otterrai quello che vuoi. E quando lo ottieni ti accorgi che vuoi già un’altra cosa.
Non stai mai lì a goderti quel che hai e spali merda per trovare i diamanti.
E poi ricordati che i finti desideri, le fisime mentali, non fanno mai ridere. I desideri autentici, in carne e ossa, invece sono buffi. Questo è l’inizio.

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Nasce in Francia Radio Riace International

People For Planet - Sab, 11/03/2018 - 03:14

A volte la censura ha un effetto boomerang: ciò che si vorrebbe sopprimere trova nuova visibilità proprio a causa della censura stessa. E’ il caso di Riace, di cui ci siamo già occupati.

Il Sindaco Domenico Lucano si vede offrire solidarietà e appoggio in tantissime parti d’Italia, da Napoli a Milano, dove il Sindaco Sala nell’incontro con Lucano organizzato a Palazzo Marino in Sala Alessi, davanti alla sala stracolma ha detto: “Se fossi stato al suo posto avrei fatto le stesse cose che ha fatto lui”.

Ora la solidarietà a Riace supera i confini nazionali. In Francia è nata da qualche giorno Radio Riace International, una web radio che parla dell’esperienza di Riace, trasmette musica e contributi in francese, italiano e inglese due ore al giorno.
Qui di seguito la traduzione della presentazione di questa iniziativa estratta da www.telerama.fr

Accusato di aiuti all’immigrazione clandestina per la sua accoglienza di rifugiati, al Sindaco del villaggio Domenico Lucano è vietato vivere nel proprio comune. Riuniti attorno al cugino parigino, giornalisti e artisti del suono hanno lanciato a Parigi una radio di supporto.

Nelle scorse settimane un piccolo villaggio calabrese, nell’estremo sud dell’Italia, ha cristallizzato contro di sé attacchi xenofobi. Arrestato ai primi di ottobre con l’accusa di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”, il sindaco della città, Domenico Lucano, è stato finalmente rilasciato dagli arresti domiciliari ma bandito dalla sua città.

La storia inizia nel 1998, quando Domenico Lucano (non ancora sindaco, sarà eletto nel 2004), decide di accogliere i curdi bloccati su una spiaggia vicino al villaggio. Con loro e gli abitanti di Riace, rinnova le case vuote della città, abbandonata da molti andati nel nord Italia o emigrati all’estero, in America in particolare. Dalla sua elezione, e attraverso la sua associazione, il Sindaco ha sviluppato una politica di accoglienza nei confronti degli esuli: affittare case per pochi euro simbolici, mestieri di apprendistato, scolarizzazione di bambini…

A poco a poco, Riace si è ripopolata, con negozi che offrono tra l’altro ricami, ceramiche e prodotti eco-compatibili. Tutto a dispetto dei sussidi drasticamente ridotti negli ultimi due anni. Il Ministero degli Interni italiano ha dato un colpo a questo modello di integrazione nei giorni scorsi, non solo tagliando i fondi, ma ordinando il trasferimento di emigranti a centri di accoglienza … prima di tornare indietro per affrontare le accuse di deportazione , precisando che le partenze sarebbero state fatte su base volontaria…

Rosaria Lucano, cugina di primo grado di Domenico Lucano, dal ventesimo arrondissement di Parigi, dove vive, guarda con preoccupazione gli ultimi eventi. “Queste persone vivono a Riace da anni. Hanno un lavoro, i loro figli vanno a scuola, parlano italiano e persino calabrese! Con loro, la vita è tornata in questo villaggio che era quasi morto. È un peccato ridurli a uno status di esuli senza fissa dimora.”
Sorride quando ci ricorda la lunga storia dell’immigrazione sulla costa calabrese, una costa che nei secoli è stata sempre oggetto di sbarchi e di mescolanza tra popoli diversi: “Immagina che in alcuni villaggi si parla ancora una forma di antico greco! “

Sotto la guida di Marc Jacquin, direttore dell’associazione di creazione di radio Phonurgia Nova, è stata lanciata una webradio sotto il nome di Radio Riace International. Per due ore al giorno, giornalisti e artisti del suono trasmettono rapporti, traducono testi italiani e racconti sull’esilio e l’integrazione. “Continueremo fino a quando Riace non sarà confermata nei suoi diritti democratici”, afferma Marc Jacquin. “Dobbiamo sostenere collettivamente questo villaggio, che lontano dalle teorie astratte sull’integrazione, ci offre una realtà esemplare di solidarietà che dura da trent’anni… Perché non applicare questo modello nelle nostre campagne?!”

Radio Riace International ha ricevuto la sponsorizzazione dall’ex ministro della cultura Jack Lang, che ha inaugurato l’antenna in un’intervista.

Emergenza umanitaria? Disperati che sbarcavano hanno incontrato noi, altri disperati come loro. Assieme abbiamo dimostrato che un’altra umanità è possibile
Mimmo Lucano

Fonti:
https://www.telerama.fr/
http://www.phonurgia.org/
http://mixlr.com/radioriaceinternational/
https://www.facebook.com/radioriaceinternational/

Fonte immagine copertina: Tpi

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L’inquinamento uccide i bambini: nel 2016 seicentomila decessi a livello globale

People For Planet - Ven, 11/02/2018 - 04:34

Se non vogliamo farlo per noi, proviamo a farlo per loro.

Se non riusciamo a combattere l’inquinamento per il nostro bene, perché non crediamo abbastanza negli effetti devastanti che avranno in futuro alcuni nostri comportamenti, oppure perché non riusciamo a mettere in pratica abitudini più virtuose, o ancora perché è più facile rimanere ancorati alle vecchie prassi, anche se insane, piuttosto che ingegnarsi per porne in vita di nuove (così come, tanto per fare un esempio, è più semplice gettare tutta la spazzatura nell’indifferenziato che dividerla in diversi bidoni)…ebbene: se non riusciamo a farlo per noi, dicevamo, proviamo a farlo per i bambini.

Per i nostri, e per quelli di tutto il mondo: l’inquinamento atmosferico ha un impatto devastante sulla loro salute, tanto da portarli a difetti nello sviluppo e alla morte.

Il nuovo report dell’Organizzazione mondiale della sanità parla chiaro: nel 2016 sono morti 600 mila bambini di età inferiore ai 5 anni a causa di infezioni del tratto respiratorio provocate dall’aria inquinata.

L’inquinamento uccide i bambini

Secondo il nuovo studio dell’Oms, che riassume le più recenti conoscenze scientifiche sui legami tra esposizione all’inquinamento atmosferico e effetti nocivi sulla salute nei più piccoli, il 93% dei bambini di tutto il mondo con meno di 15 anni, ovvero 1,8 miliardi di giovanissimi, vive in ambienti con livelli di smog superiori alle linee guida dell’Oms e ogni giorno respira aria così insalubre da metterne a rischio salute e sviluppo. Molti di loro muoiono: più di un decesso su quattro di bimbi con meno di 5 anni di età è direttamente o indirettamente correlato a rischi ambientali.

Attenzione anche all’aria di casa

I dati dell’Oms, oltre a mostrare come l’inquinamento abbia un impatto enorme e terribile sulla salute e sulla sopravvivenza dei bambini, mettono anche in evidenza che il pericolo non arriva solo dall’aria poco sana che si respira all’aperto (Ambient Air Pollution, AAP), ma anche da quella presente nelle abitazioni (Household Air Pollution, HAP). A subire i maggiori livelli di esposizione all’inquinamento domestico sono gli abitanti dei Paesi a basso e medio reddito, a causa dell’uso ancora molto diffuso di combustibili e tecnologie inquinanti per soddisfare bisogni quotidiani di base come la cottura dei cibi e il riscaldamento e l’illuminazione delle abitazioni.

Il particolato fine

Le percentuali di bambini esposti, sia fuori casa che dentro, a livelli di particolato fine (PM 2,5) superiore ai livelli di guardia stabiliti dall’Oms sono:

  • il 93% di tutti i bambini fino ai 15 anni, e circa 630 milioni sotto i 5 anni, nel mondo;
  • il 98-99% di tutti i bambini sotto i 5 anni nei Paesi a reddito medio-basso;
  • il 52% dei bambini sotto i 5 anni nei Paesi ad alto reddito;
  • il 100% di tutti i bambini sotto i 5 anni nelle regioni dell’Oms dell’Africa e del Mediterraneo orientale;
  • l’87% di tutti i bambini sotto i 5 anni nei paesi a basso-medio reddito nella regione Oms delle Americhe.

 

foto: Photo by Wim van ‘t Einde on Unsplash

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Cistite solidale

People For Planet - Ven, 11/02/2018 - 01:06
La storia

Quando avevo 18 anni mi venne una noiosissima cistite. Andai da uno specialista che mi prescrisse antibiotici, ma senza risultati apprezzabili: ogni volta che urinavo o eiaculavo, i dolori persistevano. Mi rivolsi a un medico, che mi fece fare nuove analisi e mi prescrisse altri antibiotici più forti e specifici.
Nessun risultato.
Consultai un terzo specialista che mi consigliò iniezioni di antinfiammatori, ricostituenti e antibiotici. Niente. Un quarto aggiunse, ad antibiotici e antinfiammatori, uno psicofarmaco rilassante e il massaggio prostatico, quest’ultimo consiste nella pratica barbara di infilarti un dito nel sedere e schiacciare la prostata, provocandoti un male cane.
Guarii completamente.
Ma dopo sette giorni i bruciori ripresero.
Visitai un quinto luminare che mi centrifugò di pasticche. Alla fine della cura urinando perdevo sangue. Il sesto medico mi consigliò di rinunciare ai rapporti sessuali.

Alla fine mio padre mi accompagnò da uno dei più grandi urologi del paese, il professor Dell’Adami che per mia fortuna si rivelò di tutt’altra pasta. Mi rifece fare le analisi, appurò che c’era un’infezione batterica ma la cosa non lo interessò più di tanto. Per lui l’infezione non era la causa ma l’effetto di uno squilibrio dell’intero apparato genitale.
Quando funziona, il nostro corpo è perfettamente in grado, da solo, di sconfiggere una piccola infezione. Quindi non si occupò dei batteri, con i quali, nonostante gli antibiotici, convivevo ormai da due anni.
Fu invece il primo a chiedermi se studiavo molto. Gli dissi che lavoravo. Facevo il disegnatore, otto-dieci ore al giorno stavo seduto al tavolo. Mi disse che il mio problema colpiva soprattutto quelli che stanno seduti a lungo come i camionisti e gli studenti di medicina. Il sangue circola male, si crea eccessivo calore e va in tilt la valvola che determina l’uscita di urina o di liquido seminale. Era un disturbo che aveva scoperto dopo anni di ricerche.
Mi prescrisse di camminare, di stare seduto a lungo nella vasca d’acqua calda (immerso fino al bacino) e di procurarmi un cuscino di crine di cavallo bucato nel centro (a ciambella). Non guarii ma iniziai un lento miglioramento. Però era troppo lento. Mi rivolsi così a una pranoterapeuta, una signora anziana che mi metteva del ghiaccio sul pisello dicendomi: «Non ti preoccupare, potrei essere tua nonna». Non ebbi risultati e così, come molti che sono afflitti da malattie ormai croniche, resistenti a qualsiasi cura, intrapresi un lungo pellegrinaggio.

Durante un viaggio in Cina andai da un agopuntore e tornato in Italia mi recai da un altro… ne visitai cinque, ma nessuna delle loro cure ebbe un effetto risolutivo, sebbene ne ricavassi un sollievo momentaneo.
Feci due cure omeopatiche, mi fecero bene ma non guarii. Andai da un paio di maghi che mi tolsero il malocchio e mi prescrissero preghiere e talismani.

Provai svariati infusi di erbe, impacchi, supposte d’aglio, clisteri di olio e lavanda, bagni d’erbe aromatiche. Smisi di mangiare carne, uova, latte, formaggi, dolci e cioccolato.

Provai la macrobiotica. Sperimentai massaggi indiani, automassaggio cinese, rilassamento yoga, medicine tibetane e meditazione zen. Ma dopo quattro anni avevo ancora, spesso, violenti bruciori urinando e raggiungendo l’orgasmo.

Di tutte le decine di medici che mi avevano curato a nessuno era venuto in mente di chiedermi come facessi l’amore. Il mio problema stava nel fatto che ero un fantastico eiaculatore precoce: eiaculavo alla velocità della luce.
E, purtroppo, il sistema che avevo scoperto per aumentare i miei tempi di copula era quello di contrarre il basso ventre. Questo comportamento insano era aggravato dal fatto che avevo “il vizio” di contrarre quella zona anche nei momenti di tensione, mentre disegnavo e mentre compivo degli sforzi fisici. Ero molto ansioso e questo atteggiamento si manifestava anche nel mio modo di far l’amore. A causa della paura del dolore che accompagnava l’eiaculazione, non riuscivo ad abbandonarmi completamente neanche durante l’orgasmo. Si era creato un circolo vizioso. Iniziai a rendermi conto di tutto questo facendo l’amore con una meravigliosa giovane rivoluzionaria femminista che mi disse: «Calmati, tesoro!». E mi spiegò che potevamo fare l’amore con meno ansia e uno spirito più giocoso. Tranquillizzato dal suo piglio materno, riuscii a lasciarmi andare e, dopo anni, sperimentai i primi orgasmi senza dolore.

Così finalmente (sono un po’ tardo) mi resi conto che c’era un rapporto diretto tra il mio stato di tensione emotiva e muscolare e l’infiammazione. Se riuscivo a rilassarmi, a distrarmi, a lasciarmi andare morbidamente e senza ansia, il dolore non si manifestava. Ma farlo era per me molto difficile.
Ero ormai un giovane di 23 anni, molto esigente e perfezionista, facile al malumore e alla rabbia; spesso ero incapace di stare con gli altri e mi rinchiudevo a rimuginare, in solitudine, sulle mie sfighe esistenziali. Un musone insomma. Con saltuari scatti isterici.
Poco più tardi, verso i 24 anni, mi resi conto che non mi andava più di vivere in città. Mi trasferii in campagna e ritrovai una certa tranquillità passeggiando a lungo nei boschi. Stavo meglio. Mangiavo molte verdure e molto riso integrale biologico. Ogni tanto mi tornavano lievi bruciori, soprattutto nei periodi di maggior lavoro e tensione. Mi curavo divorando carciofi crudi e cipolle lesse e stendendomi per ore a rilassarmi, respirare e muovere le gambe e il bacino al rallentatore. Facendo l’amore limitavo i coiti e mi dedicavo piuttosto a pratiche sessuali più passive nelle quali non era necessario che io durassi a lungo. Il fatto di sapere esattamente dove fosse la clitoride mi permetteva di comportarmi così senza peraltro lasciare insoddisfatta la mia ragazza.
I numerosi calci in faccia ricevuti dalla vita mi avevano via via insegnato a essere meno ansioso e aggressivo. Un po’ di distacco fa molto bene. Non ha senso prendersela per questioni di poco conto. Spesso non ha senso incazzarsi neanche per le storie importanti.
Se incazzarsi non serve a niente, perché farlo? Tanto le cose vanno comunque come devono andare. Anzi spesso prendersela troppo peggiora la situazione. Invece, se sei un po’ più distaccato, ragioni meglio e la tua calma ha un effetto pacificatore sugli altri.
Arrivare a capire questo fu comunque un processo che richiese molto tempo. La svolta definitiva arrivò in seguito a un aggravamento dei sintomi. Erano passati 20 anni dall’inizio della mia malattia e potevo considerarla quasi guarita.
In quel periodo iniziai a fare conferenze in pubblico e a cantare in un gruppo di rock demenziale. Ogni volta che dovevo affrontare una platea ero colpito da un attacco fulminante di emorroidi e contemporaneamente la cistite ricominciava a ululare. Dopo lo spettacolo, a causa della paura e della tensione, ero in condizioni dolorosissime e vergognose, visto che nessuno si esime dal prendere in giro chi è afflitto da questo malanno. Non ci voleva molto a capire che i due disturbi erano intimamente collegati. Così mi trovai a dover restare a letto per giorni e a pensare di sottopormi a un intervento.
Per mia fortuna, dopo due anni di questa recrudescenza dolorosa, scoprii che adoravo far l’amore a lungo, senza preoccuparmi dell’erezione e dedicandomi invece a rilassare, respirando profondamente, tutto il ventre fino al pube e all’ano. Fu questa tecnica di amore in totale abbandono psicologico e muscolare che liquidò finalmente sia le emorroidi che i residui di cistite.
In realtà, nonostante gli infiniti tentativi, non ero mai riuscito a rilassare veramente la zona genitale. Farlo senza sapere come procedere è veramente difficile. Alla fine ci riuscii, in parte, con la respirazione profonda, in parte immaginando che la zona compresa tra pube, ano e vescica fosse come un palloncino pieno d’acqua.
È un sistema un po’ stupido ma funziona. Ascoltare come la forza di gravità deforma questo palloncino dentro di sé in modo diverso a secondo delle posizioni che si assumono. Cercare di rilassare il palloncino e di abbandonarlo alla pressione dell’attrazione terrestre. Così riuscii finalmente a raggiungere uno stato di totale decontrazione.
Fu allora che mi accorsi che facevo sempre la pipì troppo in fretta. Non svuotavo mai fino in fondo la vescica e questo contribuiva a mantenere contratto il muscolo pubococcigeo. Imparando a svuotarmi fino in fondo e praticando l’esercizio del palloncino, iniziai a vivere con i muscoli pelvici rilassati. Fu così che ritrovai la piena salute di tutta l’area e, finalmente, riuscii ad avere rapporti sessuali totalmente appaganti (solo ogni tanto nei giorni di tempesta, quando la furia degli elementi si abbatte sul veliero del mio cuore e la paura mi artiglia il petto sento lieve un piccolo bruciore. Ma è così lieve che non è un problema, semmai è un primo campanello d’allarme che mi fa capire quando chiedo troppo a me stesso).

In breve si tratta di:

• Regolare la dieta.
• Imparare a fare pipì fino in fondo.
• Rilassare la zona ano-genitale.
• Respirare e praticare l’esercizio del palloncino.
• Non contrarsi durante i rapporti sessuali.
• Praticare l’automassaggio.
• Seguire una specifica dieta alimentare: acqua molto leggera, molte verdure, in particolare sedano, carciofi crudi o cotti, cipolle lesse.

I consigli di Antonella Concina

ALIMENTAZIONE
Bere molta acqua e tisane diuretiche. Eliminare asparagi, pomodori, spezie e gli alimenti irritanti quali bevande alcoliche, caffè, tè, bevande gassate. Bere succo di limone e preferire mele, porri (ottima la minestra), rape crude. Aggiungere all’alimentazione yogurt e fermenti lattici.

IMPACCHI
Si possono fare degli impacchi al basso ventre con le foglie di cavolo-verza (2-3 strati) da tenere tutta la notte.

OLIGOELEMENTI E INTEGRATORI
Si possono alternare le fiale di rame-oro-argento a quelle di manganese-rame. Vitamina C e Vitamina A.

FITOTERAPIA
Infuso di: foglie di betulla 20 g, foglie di uva ursina 20 g, epilobio 15 g, verga d’oro 15 g, tarassaco 15 g, ginepro 15 g, un cucchiaio da tavola per tazza bollente.

OLI ESSENZIALI
Caieput, 2-4 gocce in un po’ di miele, 3-4 volte al giorno. Eucalipto, 2-4 gocce in un po’ di miele, 2-3 volte al giorno Pino, 3-5 gocce in un po’ di miele, 3-4 volte al giorno.

 

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Questo sì che è un robot da cucina!

People For Planet - Ven, 11/02/2018 - 01:06

 

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Un Paese impreparato al maltempo può dirsi civile?

People For Planet - Gio, 11/01/2018 - 01:13

Venti forti, nubifragi, piogge torrenziali e trombe d’aria hanno messo in ginocchio l’Italia e fatto salire a undici il numero delle vittime, nonostante l’impegno massivo dei vigili del fuoco – quasi 8mila interventi nell’arco di 48 ore in tutte le regioni. Fra le vittime del maltempo, un vigile del fuoco volontario. Decine i feriti. Per evitare ulteriori tragedie il Viminale ha inviato una circolare a tutti i prefetti invitando a prendere in esame la possibilità di chiudere non soltanto le scuole, ma anche gli uffici pubblici.

“La strada provinciale 227 per Portofino non esiste più, il borgo è isolato” ha dichiarato Matteo Viacava, sindaco di Portofino. Alle 5 di mattina di ieri è collassata una carreggiata della strada Aurelia a Finale Ligure, all’altezza della zona Malpasso. La forte pioggia ha provocato una voragine di 6 metri in cui è finita un’automobile, al volante una donna rimasta ferita. Un’altra donna, in Val di Sole, in provincia di Trento, è morta a causa dell’esondazione del torrente Meladrio. Sempre al nord, in Val Venosta, a Silandro, una bambina è rimasta ferita da un sasso, cadutole addosso mentre viaggiava in auto. Monterosso evaquata, il porto di Rapallo devastato, case scoperchiate in Valsugana, alberi che cadono a Roma. La situazione peggiore è in Calabria, dove i morti per il maltempo sono  quattro. Massimo Marrelli, manager in ambito sanitario privato della Regione, è stato sepolto vivo insieme ai suoi tre operai durante un lavoro a una condotta fognaria a Isola Capo Rizzuto, in provincia di Crotone.

Il 9 ottobre di 55 anni fa avveniva il disatro del Vajont. 260 milioni di metri cubi di roccia si staccarono in blocco dal Monte Toc, dietro la diga del Vajont, crollando nell’omonimo lago. Quattro minuti di apocalisse che provocarono la morte di 1917 persone. Dopo lunghi dibattiti, processi e inchieste, la responsabilità cadde sui progettisti e dirigenti della SADE (ente gestore dell’opera della diga del Vajont fino alla nazionalizzazione) che nascosero l’incoerenza e la fragilità morfologiche dei versanti del bacino, scopertosi in seguito non idoneo per un serbatoio idroelettrico di quella portata.

“L’italia non dimentica le vite spezzate, l’immane dolore dei parenti dei sopravvissuti, la sconvolgente devastazione del territorio, i tormenti delle comunità colpite. Neppure può dimenticare che così tante morti e distruzioni potevano e dovevano essere evitate”. Questo il commento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della commemorazione dalla tragedia del Vajont. Una tragedia annunciata, resa ancora più infame dall’indifferenza nei confronti dei geologi che avevano preannunciato l’eventuale catastrofe. Le cose da allora non sono cambiate. I geologi di oggi rimangono inascoltati, come accadeva a quelli di ieri. Identica l’arroganza dei politici che non si curano del territorio, invariata la supponenza di progetti ritenuti inarrivabili anche se basati inevitabilmente, necessariamente, su approssimazioni, e perciò non monitorati e manutenuti con la dovuta attenzione.

La memoria collettiva segue percorsi ricorsivi. Con il tempo, i ricordi tragici si attenuano, immagini inquietanti come quelle degli yacht in frantumi tendono a confondersi tra le macerie passate. Alcune, come quelle del Vajont, vengono iconizzate, smorzando parte del loro potere perturbante. È fisiologico. C’è un tratto trasversale e comune a questi atteggiamenti, proprio della cultura dell’ottimismo, che è tipicamente italiano, certo, ma fisiologico a ogni nazione inevitabilmente tenuta a misurarsi con l’imponderabile, l’emergenza, la casualità. Lo si potrebbe definire “istinto di sopravvivenza nazionale”, che in parte trae forza dal dubbio più o meno verbalizzato di chi rimane, ricorda, e sa che il motivo per il quale l’ennesima tragedia lo ha risparmiato non è dato a sapere. Ciò però non può e non deve esimere dal porsi una questione: un Paese impreparato al maltempo, può dirsi civile?

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Ecco il making of della canzone della Bandabardò Oh Capitano

People For Planet - Mer, 10/31/2018 - 03:16

Nel making of le fasi della registrazione della colonna sonora del cortometraggio “Perché tutti vogliono salvare queste profughe?“, prodotto dal magazine online www.peopleforplanet.it che racconta in chiave satirica il salvataggio di un gommone carico di povere profughe extracomunitarie norvegesi, giovani e bionde, ad opera di un gruppo di generosi pescatori e bagnini di Cesenatico. Le riprese del lavoro della Bandabardò sono miscelate con animazioni dei disegni dello story board e con scene del salvataggio. Il corto ha avuto un grande successo sul web e in tv.
L’idea di questa operazione bontà è proprio quella di usare la tecnica del rovesciamento comico per provare a far riflettere.
Salvate le profughe bionde che hanno le tette rotonde è il ritornello di questa canzone che inneggia agli italiani che hanno il cuore d’oro e la forza di un toro e si commuovono per queste povere ragazze votate a un destino crudele: mangiano le aringhe anche alla mattina, è una vita meschina… Vogliono anche loro la pizza pazza anche se sono di un’altra razza!
La musica è di Enrico Greppi, il testo di Jacopo Fo.

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Se sono gli studenti a salvare il mare

People For Planet - Mer, 10/31/2018 - 03:07

Da piccoli si andava sulla spiaggia in cerca di conchiglie. Non si sapeva di che specie fossero, ma le si collezionava con criteri propri. Poi magari ci si imbatteva in qualche pesce spiaggiato e i più «scientifici» di noi provavano a catalogarlo. Era un gioco, ma se si traducesse in qualcosa di sistematico e analitico?
Avremmo una fotografia della biodiversità nelle nostre coste, utile per sensibilizzare sulla fragilità del patrimonio naturalistico a bordo mare, oggi spesso aggredito dall’aumento dei rifiuti.
«Beh, la mia classe e io – racconta Giosuè Mangialavori – abbiamo fatto proprio questo. Siamo andati su due spiagge dell’isola d’Elba e per quattro giorni abbiamo classificato gli organismi marini, la vegetazione e i rifiuti. Così abbiamo scoperto specie che non conoscevamo e, purtroppo, anche trovato tante bottiglie di plastica buttate». Giosuè frequenta l’istituto tecnico Natta di Milano ed è uno tra le migliaia di studenti italiani del triennio delle superiori che può fregiarsi del titolo di «Guardiano della Costa».
La maiuscola deriva dal fatto che tutto è partito da un progetto promosso dalla Fondazione Costa Crociere in collaborazione con il Miur, il ministero dell’Istruzione, per l’anno scolastico 2017-2018.

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Nel Nord Italia il 95% degli europei a rischio per lo smog

People For Planet - Mer, 10/31/2018 - 01:55

In Europa 3,9mln di persone abitano in aree dove sono superati contemporaneamente e regolarmente i limiti dei principali inquinanti dell’aria (Pm10, biossido di azoto e ozono). Di queste, 3,7mln, cioè circa il 95%, vive nel Nord Italia.
E’ quanto emerge dall’ultimo rapporto sulla qualità dell’aria dell’Agenzia Ue per l’ambiente. Il nostro Paese è al secondo posto in Europa per morti per Pm2.5 (60.600) e al primo per le morti da biossido di azoto (20.500) e per l’ozono (3.200).

Il dato sulle morti premature conferma il primato negativo dell’Italia dello scorso anno, con un lieve peggioramento delle cifre sui decessi. Solo la Germania fa peggio per le morti causate da Pm2,5. Il rapporto offre una nuova prospettiva quando afferma che su 3,9 milioni di persone che vivono in aree dagli sforamenti simultanei e regolari (giornalieri per il Pm10 e annuali per biossido di azoto e ozono) 3,7 milioni abitano nel Nord della Penisola. Nella Pianura padana si conferma particolarmente critica la situazione dell’ozono e degli ossidi di azoto (principalmente da motori diesel).

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Prendi a pugni il mal di testa

People For Planet - Mar, 10/30/2018 - 15:38

Quando mi fu diagnosticata un’emicrania con aura avevo circa 32 anni e vivevo a Milano.
Un sabato mattina, mentre ero in ufficio, mi accorgo che non vedo più alla destra del mio occhio destro, solo da quell’occhio il mio capo visivo si è ristretto.
Spiacevole… penso a uno sbalzo di pressione, dopo pochi minuti mi accorgo che non riesco più a leggere il giornale, le parole saltano davanti ai miei occhi e durante una telefonata non riesco a dire la parola “tavolo”. A questo punto decido di andare a casa ma salendo in macchina sento di non avere più la sensibilità dei polpastrelli delle mani.
Ok, vado in ospedale… vicino al mio ufficio c’è il Fatebenefratelli, posso andarci a piedi… lì mi fanno un’iniezione di Valium e mi dicono che è una crisi d’ansia perché sono obesa (cerco di spiegare che non è che ieri ero 60 chili e stamattina mi sono svegliata a 110… e quindi un po’ d’ansia sarebbe giustificabile ma non mi danno retta). Mi fanno sedere su una sedia e a me viene un mal di testa da incubo. Quando dopo un’ora mi chiedono come va e rispondo: “Benissimo!” purché mi lascino andare via di lì. Arrivata a casa passo due giorni che non so neanche chi sono… un dolore incredibile.

Il mio medico di base insinua che potrebbe esserci qualcosa che preme sul nervo ottico e quando gli chiedo cosa potrebbe premere sul nervo ottico mi guarda con aria rassegnata. Mi piacciono i medici ottimisti.

Faccio le corna al menagramo e scopro per fortuna che nel mio stesso palazzo vive un primario dell’Istituto Neurologico Besta che, saputa la disavventura, mi prescrive una serie di esami.
Dopo tac, elettroencefalogramma, doppler e quant’altro un giovane e gentile medico mi diagnostica una emicrania con aura.
“Lei è un caso da manuale” dice “Praticamente succede che una vena del suo cervello si chiude e prima di arrivare il dolore, che è la vera malattia, lei ha una serie di disturbi neurologici”
“Bene” dico io “La cura?”
“Non c’è” mi risponde serafico “Possiamo solo darle dei farmaci che l’aiutino a superare le crisi”
“E la causa delle crisi?”
“Non ne sappiamo niente” dice sempre più serafico “Speriamo solo di imbroccare in fretta il farmaco che le faccia sentire meno dolore. Deve cercare di fare una vita regolare, andare a letto e svegliarsi sempre alla stessa ora, non bere, non fumare, non… questo non la guarirà, perché non si guarisce da questo male ma magari aiuta…”
Fantastico.
Il primo farmaco è quello “giusto” e lo prendo ogni volta che sento arrivare i disturbi ma mi spacca lo stomaco e anche se il dolore è lieve mi sento come dentro a un acquario, le percezioni sono fumose e non riesco a lavorare.
Le crisi arrivano a intervalli irregolari, impossibile pianificare alcunché. A poco più di 30 anni la mia vita non è certo regolare e mi rifiuto che lo sia, accidenti.

A 35 anni mi trasferisco in Umbria, la mia vita cambia radicalmente ma l’emicrania non molla, mi accorgo che arriva quando sono molto stanca, e anche, soprattutto, quando pare a lei… la bastarda.
Poi un bel giorno conosco la dottoressa Maria Ernestina Fabrizio, l’assistente del prof. Vezio Ruggeri dell’Università la Sapienza di Roma. All’università Ruggeri e Fabrizio stanno conducendo uno studio molto interessante sui disturbi dell’alimentazione e riescono a curare con 12 sedute casi di anoressia e bulimia su adolescenti semplicemente attuando modifiche posturali e facendo giochi di visualizzazione: la chiamano “psicofisiologia”.
Mi ci butto a pesce (grasso) e durante una di queste sedute parlo con Maria Ernestina della mia emicrania e lei mi chiede “Che accade durante la crisi, fisicamente?”
“Dicono sia una vena che si stringe” rispondo.
“Bene” ribatte lei “Aprila”
Seeee… come se non ci avessi provato, son mica una pivella della new age, penso, ma quando arriva il male forse mi agito e la visualizzazione della vena che si apre non funziona.
“No, no, niente visualizzazioni” dice Matina “Aprila fisicamente”
“Cioè?”
“Prova a chiudere la mano sinistra a pugno e avvolgi il pungo con la mano destra, stringendola, poi, facendo forza, apri il pugno. Prova un po’ di volte, quando senti che arriva la crisi”
Bah… certo che provare non costa niente… mal che vada c’è sempre il pillolone di scorta.
Pochi giorni dopo, sono al ristorante dell’agriturismo della “Libera Università di Alcatraz” e sento che il mio occhio fa lo scemo, bah, provo. In mezzo al ristorante qualche ospite ha visto una cretina che chiudeva una mano a pugno, la copriva con l’altra e poi apriva il pugno, mettendoci forza.
La crisi non arriva. “Mah”, penso “Sarà stato uno sbalzo di pressione e non l’emicrania”.
La volta dopo idem, e quella dopo ancora niente crisi.
Vuoi vedere che…
Dopo un anno ho smesso di andare in giro giorno e notte con le pillole in tasca e ho anche smesso di fare quel gesto, perché secondo me il mio cervello ha recepito il messaggio, non ne ha più bisogno. La venetta ha capito l’antifona e quando sta per stringersi si ricorda di Maria Ernestina e si riapre subito. Oggi ho 60 anni e non ho più avuto una crisi.
Non son neanche dimagrita… ma questa è un’altra storia.

Racconto sempre questa storia, appena ne ho l’occasione perché spero serva a qualcuno che ha il mio stesso problema. Finora non ho avuto altri riscontri, e forse questa tecnica è servita a me e magari altri hanno trovato altre soluzioni. Che mi raccontate voi?

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Sub sentinelle contro le «reti fantasma» che inquinano il mare

People For Planet - Mar, 10/30/2018 - 02:58

L’acronimo internazionale è un impronunciabile Aldfg, che sta per Abandoned, lost or otherwise discarded fishing gear. La definizione italiana di reti fantasma rende invece particolarmente bene l’idea.
Si calcola che negli oceani di tutto il mondo vi siano almeno 640 mila tonnellate di attrezzature da pesca abbandonate, che costituiscono il 10% circa di tutti i rifiuti presenti in mare.
Vere e proprie trappole che invadono i fondali o che vengono trascinate dalle correnti, quasi invisibili, che continuano a imprigionare fauna marina e a pescare pesci che nessuno andrà mai a recuperare. Sono 135 le diverse specie segnalate come vittime delle reti fantasma: animali rimasti intrappolati o feriti e, quasi sempre, uccisi. L’azione silenziosa di questi predatori artificiali è letale: gli organismi marini catturati passivamente muoiono per soffocamento, per inedia (ossia l’impossibilità di cibarsi a causa della costrizione) o per le lacerazioni procurate dai tentativi di liberarsi. Nelle maglie finiscono un po’ tutti: animali protetti come tartarughe, foche e cetacei, uccelli che si gettano in acqua per catturare piccole prede, ma anche pesci considerati «target» per la pesca, con danni enormi per l’economia ittica. «Una situazione a cui bisogna porre un freno – dice Donatella Bianchi, presidente del Wwf Italia e da sempre ambasciatrice del mare, che da 26 anni conduce Linea Blu su Raiuno raccontando non solo le bellezze ma anche i pericoli che corrono acque e fondali – Una grossa mano può arrivare da chi quel mondo sottomarino lo ama e lo conosce davvero, ovvero gli appassionati di immersioni».

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L’indiano Apu dei Simpson è davvero espressione di razzismo?

People For Planet - Mar, 10/30/2018 - 01:38

Creata dal fumettista Matt Groening nel 1987, The Simpson è una tra le sitcom animate più popolari di sempre. Ambientata nella cittadina statunitense di Springfield, il cartone vuole essere una parodia satirica della società e dello stile di vita statunitense.

Ma, a più di trent’anni dalla prima puntata, i tempi cambiano e con essi anche l’umorismo, evidentemente. La serie animata sembrerebbe aver deciso di lasciar cadere il suo personaggio storico Apu Nahasapeemapetilon, il commerciante indiano padre di otto gemelli che è divenuto oggetto di critiche in quanto incarnazione dei luoghi comuni più beceri, e per molti, stereotipo razzista di come gli occidentali vedono gli Indiani.

Facciamo un passo indietro: nell’autunno 2017, il comico americano di origini indiane Hari Kondabolu produce il documentario The Problem with Apu, nel quale vengono messi in evidenza un insieme di luoghi comuni, stereotipi culturali e razziali che il personaggio di Apu incarna nel famoso cartone animato americano. Come se non bastasse, il proprietario del Jet Market di Springfield è anche doppiato dall’attore bianco Hank Azaria: Apu sarebbe quindi, secondo Kondabolu, nient’altro che “un uomo bianco che fa l’imitazione di un uomo bianco che prende in giro mio padre”.

Come prevedibile, non si sono fatte attendere molto le critiche alle quali i creatori dei The Simpson e lo stesso doppiatore hanno reagito piuttosto fermamente, difendendo la loro libertà creativa e la libertà di portare in scena una satira volta solo a divertire; il personaggio di Apu è infatti una caricatura di quello che rappresenta la minoranza indiana in America, creata solo per strappare qualche risata.

La notizia del malcontento raggiunge rapidamente diversi personaggi di spicco del settore, tra cui il produttore Adi Shankar che, nel mese di aprile, aveva lanciato un concorso di sceneggiatura aperto a tutti nel tentativo di riscrive il personaggio in una chiave più attuale e con l’intento di “sovvertire Apu in maniera intelligente, mostrandone un altro aspetto che lo trasformi in un ritratto fresco, divertente e realistico degli indiani che vivono in America“. Nonostante il produttore Shankar abbia trovato la sceneggiatura perfetta, la sua operazione di riabilitazione del personaggio sembrerebbe essere stata inutile: l’indefesso lavoratore che gestisce un supermarket h24, coltissimo e titolato dottore in informatica, potrebbe lasciare lo show, dal momento che la Fox starebbe pensando di rimuoverlo in maniera definitiva dalle prossime stagioni per evitare ulteriori polemiche.

Mentre la Fox e i produttori stanno ancora decidendo cosa dichiarare ufficialmente sulla sorte di Apu, il web si divide tra i buonisti del politicamente corretto e il malcontento di chi s’interroga su quale sia il limite tra l’offesa e la satira, riportando l’attenzione sui diversi personaggi stranieri di Matt Groening , tutti ottimi stereotipi: che cosa dovrebbero dire gli italo-americani rappresentati nella serie dai due italiani Tony Ciccione e Luigi, non a caso un mafioso e un pizzaiolo in evidente sovrappeso? Forse, ossessionati dalla volontà di difendere il politicamente corretto e il terrore di rischiare di offendere qualcuno, stiamo perdendo la capacità di ironizzare su noi stessi.

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L’Entella Calcio, una storia italiana perfetta per Kafka

People For Planet - Mar, 10/30/2018 - 01:28
L’America’s Cup

C’è un filo che lega Franz Kafka, la tragedia del Ponte Morandi e l’Entella Calcio, la squadra che è finita nelle maglie della burocrazia e da un mese e mezzo è diventata una formazione fantasma: senza campionato né avversari.

Cominciamo da lontano. Tanti anni fa, era il 2003, la città di Napoli fu candidata a ospitare l’America’s Cup del 2007. Il regolamento della manifestazione prevede che le gare si svolgano nel continente del vincitore. E poiché, per la prima volta, i vincitori furono europei – gli svizzeri di Alinghi – il campo di gara del 2007 andava scelto in Europa.

Furono mesi di grande fibrillazione. Grandi progetti, architetti, urbanisti, economisti, ovviamente politici, al lavoro tra Palazzo Chigi e Napoli per non perdere la grande occasione. Napoli e l’Italia arrivarono alla selezione finale. Ma persero. I detentori di Alinghi scelsero come campo di regata Valencia un luogo tra l’altro non baciato dal vento.

La giungla giudiziaria

Mesi dopo, vennero fuori le motivazioni di quella scelta. Mai troppo pubblicizzate. E in quei documenti emerse che gli svizzeri erano terrorizzati dalla burocrazia e dalla legislazione italiana. Dal groviglio di istituzioni deputate a emettere sentenze, nessuna definitiva e sempre con la possibilità di essere messa in discussione da un nuovo ricorso. Gli svizzeri di Alinghi preferirono non correre il rischio di vedere sfumare un progetto internazionale e multimilionario e pensarono che avrebbe fatto meno danni un campo di regata con poco vento invece di un palcoscenico affascinante ma terribilmente incerto.

Difficile dar loro torto. Le conferme non mancano. Anche nello sport. Come dimostra la situazione della Serie B di calcio. La scorsa estate tre squadre – Avellino, Bari e Cesena – non sono riuscite a iscriversi al campionato e la Federcalcio ha optato per il blocco dei ripescaggi: la Serie B non si sarebbe più giocata a 22 squadre, bensì a 19. E infatti così è andata. Ogni turno c’è una squadra che riposa. Fin qui, siamo a fine ottobre, ciascuna squadra ha giocato otto o nove partite.

Nel limbo

Nel frattempo, però, alcuni club hanno attivato la macchina che tanto intimorì Alinghi e di cui ha perfettamente scritto Franz Kafka. La macchina della giustizia. Con infiniti ricorsi. Tra cui quello dell’Entella che però ha una ragione sportiva. È la squadra che lo scorso anno è retrocessa dalla Serie B, e una sentenza del Coni ha stabilito che il Cesena, già penalizzato per plusvalenze fittizie, dovesse pagare in maniera retroattiva. Proprio come aveva chiesto – nel ricorso presentato, ovviamente – l’Entella. Che però, nel frattempo, aveva anche già giocato una partita di Serie C, peraltro vinta contro il Gozzano. Da quel giorno, era il 17 settembre, l’Entella è finita nella terra di nessuno. Non gioca più in Serie C e aspetta un riaccoglimento in Serie B che fin qui non è mai avvenuto. Si sono soltanto susseguite sentenze del Tar e del Consiglio di Stato, a giorni alterne come le targhe quando c’è troppo inquinamento. I giocatori continuano ad allenarsi, ma non sanno perché. Una versione riadattata di Joseph K.

Tutti responsabili, nessuno responsabile

Impossibile, ovviamente, risalire a un responsabile. Come sta accadendo per la vicenda giudiziaria del Ponte Morandi. Purtroppo i media ne parlano sempre meno. Se non abitate a Genova e non leggete il Secolo XIX, siete tagliati fuori. Eppure sta emergendo un quadro tanto perfetto quanto inquietante della nostra Italia. I pubblici ministeri che stanno indagando, stanno scoprendo quanto sia arduo risalire a una responsabilità certa. Così ha scritto qualche giorno fa il quotidiano genovese: “Agli atti dei pubblici ministeri sono finiti ricorsi e richieste di pareri legali che i vari dirigenti avevano inoltrato agli avvocati del ministero per capire quali fossero le varie responsabilità. Alcuni (ritenuti dalla procura “interessanti”) risalgono ai mesi precedenti al crollo del Morandi, altri invece sono successivi”. Tutti responsabili, nessuno responsabile.

Parole che ricordano molto le dichiarazioni rilasciate un mese fa al Guardian da Gabriel Cleur, 20 anni, australiano, difensore del club: «È ridicolo, nessuno vuole prendere una decisione. Mai nella mia vita avrei immaginato di essere coinvolto in una situazione come questa. Tutti quelli con cui ho parlato, sono sbalorditi dalla situazione». Non a caso, l’Australia ospitò l’America’s Cup del 1987.

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Meno esperimenti sugli animali grazie ai software informatici

People For Planet - Mar, 10/30/2018 - 01:21

Per sviluppare un nuovo farmaco, un antitumorale ad esempio, servono mediamente fino a 14 anni, con un costo economico molto elevato, 1 miliardo e 200 milioni di dollari. Il processo prevede, ad un certo punto, la sperimentazione su animali.
Si potrebbe rendere il tutto meno dispendioso e più sostenibile utilizzando simulazioni al computer del comportamento del farmaco e delle reazioni dell’organismo.
Non si eliminano completamente gli esperimenti su animali ma si riducono sensibilmente.

Per maggiori informazioni http://www.softmining.it/

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