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Da “risparmiatore” a “investitore”: un passo necessario

People For Planet - Lun, 08/26/2019 - 15:00

Qualche settimana fa abbiamo affrontato il tema dei “soldi sotto al materasso”, immagine iconica del rapporto con le finanze dell’italiano, da sempre grande risparmiatore ma pessimo investitore.

Una relazione anacronistica se si pensa all’enorme trasformazione economico-sociale in atto, che sempre di più ci obbligherà a sviluppare nuove abitudini e nuovi comportamenti finanziari, prima che sia troppo tardi.

Chi non intercetterà questo cambiamento avrà vita difficile.

Ma come mai si è sviluppata negli anni questa caratteristica ?

Cominciamo con una considerazione storico-antropologica. Innanzitutto, per le particolari abitudini finanziarie che gli italiani hanno adottato dal dopoguerra a oggi. Dal dopoguerra fino all’inizio del nuovo millennio gli italiani erano accuditi da «mamma Stato». In altre parole, dalla culla alla pensione c’era una «mano invisibile» a proteggerli. Lo stato sociale (scuola, sanità, servizi pubblici, assistenza eccetera) permetteva di fare sonni tranquilli, di non doversi preoccupare (economicamente) per eventuali malattie o per l’istruzione dei figli, né tantomeno per la pensione. Tutto era garantito e assicurato, appunto, dallo Stato.

Questa sorta di bolla protettiva in cui gli italiani sono vissuti per oltre settant’anni ha inculcato in loro alcuni comportamenti che nel tempo sono diventati abitudini, sulle quali costruivano il proprio stile di vita finanziario. Infatti, non avvertivano l’esigenza di pianificare un investimento per gli studi dei figli o di accantonare parte del risparmio per il periodo del pensionamento, né di crearsi una copertura finanziaria (o assicurativa) per un’eventuale inabilità sul lavoro, poiché per tutte queste emergenze, future ed eventuali, interveniva lo Stato sociale.

Questo approccio ha rimosso dalla vita finanziaria dei risparmiatori italiani il concetto di tempo, proprio perché non avevano bisogno di guardare al lungo termine, al futuro di per sé incerto.

Non era «percepito» come conveniente rinunciare ai propri risparmi per investirli a dieci o vent’anni al fine di soddisfare un’esigenza futura: alla peggio, pensavano, avrebbero sempre avuto il supporto di «mamma Stato», che garantiva salute, pensione, alloggio eccetera. Era invece considerato conveniente tenere i soldi risparmiati sempre disponibili, «liquidi», come si dice in gergo, in modo da poterli utilizzare a ogni evenienza. È così che nacque il «primo grande amore» degli italiani: i Buoni Ordinari del Tesoro (BOT), titoli di Stato a tre, sei o dodici mesi con un buon tasso d’interesse.

I BOT hanno dominato le scene finanziarie per oltre cinquant’anni. Piacevano perché rispondevano a pennello ai desiderata degli italiani: erano sicuri, liquidabili nel breve periodo e rendevano bene. Basti pensare che negli anni Ottanta i BOT a dodici mesi hanno avuto un rendimento tra il 15% e il 22%!

I risparmiatori erano contentissimi, ma era solo una percezione di «valore». In realtà il rendimento «reale», cioè quello al netto dell’inflazione, spesso era negativo, ma nessuno se ne rammaricava. Ciò che contava in quegli anni era la percezione che si stesse facendo un affare, ed è proprio in quel periodo che nacque la prima convinzione distorta del risparmiatore italiano, cioè quella di poter investire a breve termine, con un rendimento alto, senza correre rischi.

Una equazione impossibile in finanza ma non per gli italiani!

Convinzione che ancora oggi viene discussa sulle scrivanie dei consulenti finanziari, proprio perché figlia della nostra storia recente e quindi difficile da estirpare dall’immaginario collettivo.

Oggi però le condizioni che hanno generato tale consapevolezza non ci sono più.

Perché la «mano invisibile» dello Stato non c’è più, e quindi alla sanità, alla pensione, alla scuola dei nostri figli eccetera dovremo pensare noi con i nostri risparmi.

Le pensioni sono a rischio: un giorno sì e l’altro pure l’INPS lancia l’allarme sulle difficoltà dell’istituto a reggersi in piedi.

Le spese sanitarie sostenute dallo Stato si sono ridotte, e l’assistenza per infortuni, inabilità eccetera si è drasticamente ridimensionata.

Le prestazioni scolastiche in molti casi sono deficitarie, e sempre più spesso per poter entrare con il piede giusto nel mondo del lavoro i nostri figli hanno la necessità di frequentare un’università privata o un master a nostre spese, magari anche all’estero.

E così via.

Se a questo aggiungiamo che i tassi d’interesse si sono praticamente azzerati e che l’epoca del «20% a un anno» non tornerà mai più (per fortuna, dico io, perché non era tutto oro ciò che luccicava, ma questa è un’altra storia), comprendiamo come questo lento e inesorabile cambiamento stia generando un nuovo contesto sociale, tale da rendere sempre più importante per il risparmiatore trasformarsi in investitore.

Non possiamo più pensare solo alle singole esigenze di breve periodo e lasciare il nostro futuro in balia del caso. Dobbiamo imparare a elaborare progetti di lungo periodo con l’obiettivo non solo di soddisfare le nostre necessità, ma anche di assicurarci quei servizi non più garantiti dallo Stato.

Photo by Sara Kurfeß on Unsplash

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Da Bolsonaro, ai VIP al G7: com’è la situazione oggi in Amazzonia

People For Planet - Lun, 08/26/2019 - 11:22
Fonte EURONEWS

Dalla stampa nazionale:

AMAZZONIA IN FIAMME, MACRON: “PAESI G7 UNITI PER AIUTARE I PAESI COLPITI”. I PRETI BRASILIANI CONTRO BOLSONARO: “BASTA DELIRI” – Tutti i leader del G7 sono d’accordo per “aiutare al più presto i paesi colpiti” dagli incendi in AmazzoniaEmmanuel Macron dal summit di Biarritz annuncia l’accordo, sottolineando che “c’è una vera convergenza” per fare fronte ai roghi che nelle ultime settimane stanno devastando la foresta più grande del mondo, dove circa 44mila soldati sono a disposizione per spegnere le fiamme. Il presidente del BrasileJair Bolsonaro, che prima aveva accusato agricoltori e ong del disastro, aveva avvertito la comunità internazionale affinché il disastro non venisse strumentalizzato per imporre sanzioni commerciali. E su quanto sta accadendo in Brasile è intervenuto anche Papa Francesco: “Siamo tutti preoccupati per i vasti incendi che si sono sviluppati in Amazzonia. Preghiamo – ha detto – perché, con l’impegno di tutti, siano domati al più presto. Quel polmone di foreste è vitale per il nostro pianeta”. Ma l’intervento più politico è stato quello dei vescovi brasiliani, che il 24 agostosono hanno lanciato un appello ufficiale. “È urgente che i governi dei Paesi amazzonici, specialmente il Brasile, adottino provvedimenti seri per salvare una regione determinante per l’equilibrio ecologico del pianeta, l’Amazzonia appunto”. Nel testo c’è anche un richiamo al presidente Bolsonaro affinché non si lasci andare a “deliri e debacle nei giudizi e nei discorsi”. Continua a leggere (Fonte: ILFATTOQUOTIDIANO.IT)

  • IN AMAZZONIA LA SITUAZIONE È GRAVE E IL PRIMO PASSO DA COMPIERE È (ANCHE) NOSTRO L’Amazzonia non è (più) il polmone del mondo: a causa della deforestazione in atto in Brasile e Bolivia consuma ossigeno e emette anidride carbonica. Ma il problema non è Bolsonaro (o Morales), il problema siamo noi

(…) Prima di tutto partiamo dall’inizio, ovvero gli incendiin Brasile. Ogni anno nella stagione secca (luglio-ottobre) i satelliti rilevano molti incendi nel bacino amazzonico. Secondo l’Instituto Nacional de Pesquisas da Amazôna, il 99% sono accesi dall’uomo, sia su terreni già senza alberi (fuochi agricoli legali) che per aprire all’uso agricolo aree ancora boscate ( spesso illegalmente). Questi fuochi non riguardano tanto la giungla tropicale come la immaginiamo, ma più le aree di margine più rade e aride. L’Amazzonia è fatta anche di questi ecosistemi (come il “cerrado”), ugualmente preziosi e delicati.

Eppure, un problema c’è. L’Amazzonia è grande quanto l’Unione Europea e da gennaio a luglio 2019 ne sono bruciati 18600 km quadrati, cioè lo 0.3%. Al’inizio di agosto questa superficie era il doppio rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, ma siamo lontani dal record e in media con il periodo 2000-2018. Il fenomeno deve preoccuparci, anche se ne parliamo solo quest’anno.

Il problema dell’Amazzonia: la deforestazione. L’Amazzonia è così grande che produce tramite l’evaporazione dagli alberi la “proprie” nuvole e la “propria” pioggia. Se incendi e deforestazione arriveranno a riguardare il 25%-40% della foresta (per ora siamo intorno al 15%), l’ecosistema non sarà più in grado di regolare il proprio clima e potrebbe tornare ad essere una savana come era già 55 milioni di anni fa. Ciò porterebbe al rilascio di enormi quantità di CO2 nell’atmosfera e mettendo a rischio milioni di specie animali e vegetali, tra cui il 25% delle piante medicinali che l’umanità utilizza per la fabbricazione di farmaci di ogni tipo. Continua a leggere (Fonte: TODAY.IT di Alberto Berlini)

> L’Amazzonia brucia: cosa possiamo fare nel nostro piccolo per aiutare la foresta

  • L’AMAZZONIA BRUCIA: SPIEGO IN MODO SEMPLICE CHE COSA SUCCEDE – Leggiamo che l’Amazzonia è in fiamme, che il cambiamento climatico, che le multinazionali, che il presidente bolsonaro eccetera. Qui spiego in modo chiaro e semplice che cosa accade. E spiego anche che cosa non accade.

Il clima non c’entra. Gli incendi in amazzonia non sono effetto del cambiamento climatico.
ripeto: non sono provocati dal cambiamento climatico. Invece possono contribuire ad accelerarlo: gli incendi in amazzonia possono essere una causa dei fenomeni climatici che vedremo nei prossimi anni.

Sono bruciate aree già in parte danneggiate. Le rilevazioni dei satelliti dell’agenzia spaziale brasiliana e le testimonianze sul posto hanno rilevato che gli incendi hanno distrutto anche alcune porzioni di foresta pluviale storica, ma la maggior parte delle fiamme ha interessato zone che erano già degradate dall’intervento dell’uomo, con inizi di impoverimento vegetale (savana), in gran parte parzialmente disboscate per ricavarne pascoli o campi coltivati.

Gli incendi sono accesi dall’uomo. Esistono anche gli incendi di origine naturale, ma nel caso degli incendi in amazzonia di questa estate la maggior parte sono stati prodotti da uomini per disboscare aree che interessano all’agricoltura o all’allevamento. Continua a leggere (Fonte ILSOLE24ORE.IT di Jacopo Giliberto)

Fonte immagine ILMESSAGGERO.IT

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I cani fanno bene al cuore e allungano la vita

People For Planet - Lun, 08/26/2019 - 08:51

Il cane è il miglior amico della salute dell’uomo. E del suo cuore. Infatti, avere un cane, tra passeggiatine mattutine e serali e corse al parco, migliora l’attività fisica. Il segreto è seguire le sue attività di gioco e non farsi prendere dalla pigrizia. È questa la conclusione di uno studio che ha anche firme italiane: quelle di tre ricercatori dell’Università di Catania. Il team di ricercatori siciliani ha lavorato allo studio condotto anche dal dipartimento di Medicina cardiovascolare della Mayo Clinic di Rochester (Usa) e dall’ospedale universitario Sant’Anna di Brno, in Repubblica Ceca.

Proprio nella città dell’Est Europa, da gennaio 2013 a dicembre 2014 sono state esaminate circa 2.000 persone. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Mayo Clinic Proceedings: Innovations, Quality & Outcomes, ha dimostrato un’associazione tra il possedere un cane e la salute del cuore, secondo quanto già osservato dall’American Heart Association in termini di attività fisica e riduzione del rischio di malattie cardiovascolari. In altri studi possedere un cane è stato collegato a una migliore salute mentale e a una minore percezione dell’isolamento sociale, entrambi fattori di rischio per gli attacchi di cuore.

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Piante aromatiche: colori e odori per riempire giardino e balcone

People For Planet - Lun, 08/26/2019 - 07:00

Entrare in giardino ed essere sommersi dall’odore di liquerizia o da fiori azzurri facili da far crescere, che hanno poi anche un ottimo uso, magari in cucina.

Sono alcune delle soddisfazioni che si possono ottenere coltivando le piante aromatiche, termine “ombrello” usato per definire generalmente tutte le piante che hanno, in qualche loro parte, una fragranza di qualche tipo, un aroma, appunto.

Coltivarle anche nel proprio giardino o sul balcone non è poi così difficile, come ci ha spiegato l’agronomo Francesco Beldì, che ha appena scritto sull’argomento il libro “Coltivazione biologica delle piante aromatiche”, ed.  Terra Nuova Edizioni.

Cosa sono e come sono fatte le piante aromatiche?

«Non esiste una definizione precisa a livello scientifico per questo tipo di piante, si usa questo termine riferendosi alla fragranza racchiusa in una delle loro parti, dalle foglie, al fusto, alla radice. Molte di loro coincidono con quelle che sono definite “piante officinali”, perché spesso questo aroma coincide con un principio attivo che veniva utilizzato – o viene usato tutt’ora – in erboristeria o in medicina.
Il termine “piante aromatiche” è più ampio e fa riferimento al loro uso sia per alimentazione sia per l’aromatizzazione dell’ambiente, del giardino.
Le tipologie sono varie: possono essere alberi, come l’Alloro, oppure arbusti, ma anche piante erbacee e possono essere annuali e morire a fine stagione oppure perenni e durare nel tempo.»

Perché sono importanti e perché è utile coltivarle?

«Sono piante che si coltivano da sempre, nella tradizione, pensiamo ai ‘giardini dei semplici’ nei conventi, ma ognuno di noi ha coltivato un qualche tipo di pianta aromatica, pensiamo al vasetto di Basilico sul balcone.
Queste piante presentano di solito due grossi vantaggi: sono quasi tutte molto ‘rustiche’, cioè si adattano bene ai terreni e patiscono poco i parassiti. E poi basta coltivarne poche per soddisfare quello che è il proprio fabbisogno personale. Ad esempio, coltivando una pianta di Melissa una persona beve tisane di Melissa quasi per tutto l’anno. Oppure torniamo al classico Basilico, quasi tutti ne abbiamo un vasetto in casa perché se è fresco ha più sapore, ne basta poco e non ha particolari esigenze.»

Qual è l’origine delle piante aromatiche? Da dove provengono?

«Possono essere piante autoctone o piante che si sono adattate ai nostri climi: si pensi ad esempio alla Stevia, che da noi non esiste spontanea – viene dall’Oriente – ma che oggi viene coltivata anche nei nostri climi in quanto molto richiesta come dolcificante.
In effetti le piante autoctone sono davvero molto poche. Lo stesso grano viene dagli altipiani etiopici, cosi come il pomodoro che viene coltivato in Italia solo dal 1600.
Si tenga conto che vi sono specie che da noi non sono usate come aromatiche e in altri Paesi invece lo sono, e viceversa: ad esempio il coriandolo è una pianta che da noi cresce anche spontanea le cui foglie sono usate come aroma in India e in Centro America e non da noi.»

Chi può coltivarle?

«Non serve essere professionisti per coltivare queste piante, nel libro abbiamo messo indicazioni per tutti quelli che vogliono avviare una coltivazione, sia per hobby sia per chi vuole avvicinarsi a queste piante per scopi professionali.»

Quanto spazio ci vuole, dove possono essere coltivate? Si possono coltivare anche sul balcone o ci vuole l’orto e l’angolino delle aromatiche? Va bene qualsiasi terreno?

«Certamente molte piante possono essere coltivate anche sul balcone, mentre in giardino spesso si fanno delle aiuole delle aromatiche. Le aromatiche annuali possono essere messe nelle normali rotazioni dell’orto, quelle perenni invece vanno sistemate in un angolino o bisogna trovargli una collocazione fissa che sia adatta alle piante e comoda per continuare a coltivare l’orto. È anche vero che in un orto per uso famigliare basta coltivarle in piccole quantità, anche uno o due metri quadri se lo spazio è poco.»

Esiste uno ‘starter pack’ per chi vuole mettere le aromatiche nel giardino o in balcone?

«Prima di scegliere cosa piantare va analizzata la situazione del giardino e del balcone e la sua posizione e su quello decidere. Ad esempio se è in ombra si possono mettere menta o melissa…ma di solito si parte da piante di uso frequente, quindi quelle che sappiamo che useremo di più e alle quali poi abbiniamo altre piante.
Un ‘pacchetto di partenza’ classico potrebbe essere il Rosmarino con la Salvia al quale si può abbinare della Santoreggia, oppure dell’Issopo, a seconda di com’è l’aiuola e di quale è il suo posizionamento.
Se il giardino lo abbiamo dietro alla porta della cucina metteremo piante che si usano molto in cucina, se lo vogliamo fare all’ingresso di casa metteremo piante che abbinano la funzione estetica alla funzione aromatica. Dobbiamo però ricordarci che dipende dalle condizioni del giardino, basta fare un’analisi su quali sono le caratteristiche dell’angolo che scegliamo per le aromatiche. Non c’è bisogno di un professionista, basta guardare l’insolazione, l’uso che vogliamo fare delle piante, se c’è l’acqua facilmente a disposizione….
Ad esempio, se si ha un giardino roccioso, ben protetto dal freddo, magari in una zona d’Italia non freddissima si potrebbero mettere addirittura dei Capperi. La scelta è vastissima, qualunque tipo di angolo si può adattare per ospitare aromatiche.»

E riguardo al consumo, le possono usare tutti?

«Sono comunque piante che in generale vanno utilizzate con attenzione. Nel libro suggeriamo come e quando raccoglierle, come conservarle, come possono essere usate e che effetto hanno, però non diamo indicazioni o posologie perché non è il nostro lavoro. Bisogna comunque ricordare che si tratta di piante con un principio attivo che su alcune persone può avere un effetto negativo. Ad esempio il Timo, una pianta che uno pensa solitamente innocua, accelera il battito cardiaco. Se qualcuno ha la pressione alta e fa un bagno nelle foglie di Timo può avere una tachicardia, l’uso deve essere moderato. Nel testo ho cercato anche di segnalare quando e che cosa poteva far male.»

Il libro si intitola “Coltivazione biologica delle piante aromatiche”. Come mai si fa riferimento al metodo biologico come metodo di coltivazione?

«Secondo me, soprattutto se uno coltiva per se stesso, deve farlo utilizzando il minor numero possibile di prodotti che possano essere nocivi per la sua salute, non solo nell’alimento ma anche nell’utilizzazione. Nel senso anche di una protezione del coltivatore che non entra in contatto con prodotti pericolosi.
Nel caso del consumo di queste piante a maggior ragione non credo serva usare prodotti chimici, perché si assumono in piccole quantità, devono avere un aroma molto intenso e ne estraiamo delle sostanze concentrate: pertanto è necessario avere questi prodotti il più puri possibile.»

Nelle tue ricerche hai trovato qualche pianta aromatica un po’ particolare?

«Una che mi piace citare è la Monarda, o Tè Oswego. Era una pianta consumata come tè dagli indiani Oswego e che gli americani hanno cominciato a consumare come ‘tè alternativo’ quando alla fine del 1700 boicottavano il tè delle Indie della corona inglese. Ha un profumo molto buono, una fioritura bellissima e molto colorata, tanto che viene coltivata più spesso come pianta ornamentale. Non è semplice da trovare nei garden ma è molto bella da avere in giardino.
Oppure possiamo parlare dell’Issopo, che ha un sapore un po’ resinoso e un po’ amaro e si usa per aromatizzare gli arrosti e la carne, e si può usare per fare un ottimo sciroppo per la tosse. Ha una fioritura di lunga durata, molto bella, colorata di azzurro, ed è un pascolo per le api e per gli impollinatori molto apprezzato, quindi ha anche una serie di funzioni ecologiche molto interessanti, oltre ovviamente alla funzione estetica, come pianta ornamentale. 
Le aromatiche in generale sono ottime come pianta ornamentale. Nella Scuola Professionale dove insegno abbiamo provato a fare una aiuola ornamentale con l’erba cipollina, è venuta molto bene. Una collega invece ha messo all’ingresso dell’Elicriso, che ha un odore di liquerizia fortissimo che si avverte subito quando si arriva a scuola: è una bella sensazione.»

Immagine di copertina: Disegno di Armando Tondo

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“Il Titanic sta sparendo”

People For Planet - Dom, 08/25/2019 - 20:00

Per la prima volta in 14 anni, sono state raccolte nuove immagini del relitto del RMS Titanic, affondato nell’Oceano Atlantico il 15 aprile 1912 dopo la collisione con un iceberg. La Atlantic Productions, una casa di produzione video che vanta pellicole pluripremiate con Emmy e Bafta, ha annunciato e condiviso alcuni filmati in 4K del transatlantico dopo il successo della prima immersione per un nuovo documentario.

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Nel sito della società si legge che il loro sommergibile è partito all’inizio di agosto con un team di esplorazione guidato dall’esploratore Victor Vescovo, dall’esperto di Titanic Parks Stephenson e dal leader Rob McCallum. Durante gli otto giorni di immersioni si sono potute verificare le condizioni del transatlantico che appare quasi totalmente corroso dal sale.

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Gli strani casi dell’animo umano: “I ciclisti sulla statale”

People For Planet - Dom, 08/25/2019 - 10:00

Forse, solo il condimento “cozze e pecorino” regge sul piano dell’assurda convivenza tra personalità apparentemente inconciliabili. O l’inspiegabile, longevo matrimonio tra Giorgio Gaber e Signora. 

Ma: 
come il formaggio è lì per neutralizzare il mare e rendere la cozza meno cozza; 
come la Colli ha dichiarato che Morgan sia l’erede naturale del marito (rendendo Gaber un po’ meno Gaber ma soprattutto un po’ meno marito); 
così lo sciame di ciclisti ci ricorda che la vita è dura per tutti, che la ragione non basta a comprendere la realtà e che non sempre si possono assecondare gli istinti più profondi.

Vietato, dunque, inveire contro il cuoco, sparare sul pianista e cedere alla tentazione di provare a vedere se – grazie a una sterzata decisa di una qualsivoglia autovettura – i ciclisti schizzino garruli in ogni direzione, come in un festoso strike a bowling.

Il “ciclista sulla statale” è un animale particolare. Dal mantello lucido e cangiante, si crede adoperi gli stridenti accostamenti di colore per attrarre l’attenzione di altre specie ma – contemporaneamente – provocare in esse una forte repulsione.
Non si ha notizia – infatti – di ulteriori esseri viventi dal manto fucsia e gialloevidenziatore. Se si eccettua una pianta carnivora del Borneo che si nutre solo di tapiri daltonici di Sumatra, alcuni alieni raffigurati in antiche iscrizioni rupestri nel cuore dell’africa sub-sahariana e i preadolescenti in un unico giorno delle medie, in cui mamma ha appena deciso che siano grandi abbastanza da scegliersi i vestiti da soli. (Grave errore).

Bipedi, dotati di zampe metalliche, rotonde e ampie, i “ciclisti sulla statale” si muovono prevalentemente in branco, prediligendo sentieri periferici ma battuti, già tracciati in precedenza dagli umani
Asessuati (sembra impossibile riconoscere in loro differenze di genere), si riproducono – con ogni probabilità – come alcuni ciliati o parameci. Nessuno, infatti, ha mai assistito ad alcuna forma di accoppiamento o ha notato movimenti differenti dal semplice recarsi su e giù ossessivamente per la stessa strada, dall’alba al tramonto.

Si immagina che abbiano il nido, o la tana, sulla statale stessa; perché mai sono stati avvistati in altri luoghi; nemmeno su sentieri limitrofi. 

Un’antica leggenda narra di come siano stati condannati – da un Deus ex machina di cui non avevano rispettato il volere – a indossare per sempre orrendi cappellini e a pedalare su due ruote sino allo sfinimento. O fino a che, vecchi e logori, non vengano – disonore dei disonori – doppiati dal loro stesso gruppo. 
In tal caso, al calar della notte, si dirigono solitari verso un non-luogo defilato; certo per unirsi al Grande Triciclo, divinità una e trina dalla quale s’è detto discendano.

Qualcuno potrebbe ritenerla una esistenza priva di significato: andare avanti e indietro percorrendo le stesse vie, in un tran tran fatto di inutili, abitudinarie ripetizioni. Giorno dopo giorno, anno dopo anno. 
O, almeno, questo è ciò che si domandano le piante carnivore del Borneo, gli alieni e i pre-adolescenti guardando noi umani e le nostre vite. 

I ciclisti, almeno – a quanto dicono loro – hanno il vento nei capelli.
(Ma sotto orrendi cappellini).

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Trascurare l’ambiente? Può costare al Pianeta il 7% del Pil entro il 2100

People For Planet - Dom, 08/25/2019 - 07:00

Se c’è un falso mito da scongiurare quanto alla questione climatica e agli attacchi allo stato di salute (già precario) del Pianeta è che i suoi effetti più evidenti riguardino soprattutto i Paesi della fascia tropicale o quelli più poveri. Anche quando se ne prendono in considerazione le conseguenze economiche, alle quali il mondo occidentale risulta essere più sensibile, visto che fino ad oggi si è ritenuto quasi immune da quelle ambientali.

Gli effetti economici interesseranno invece senza distinzioni Paesi ricchi e Paesi poveri, Paesi «freddi» e Paesi «caldi»: uno studio di pochi giorni fa dell’Università di Cambridge mostra che i fenomeni che incidono sull’ambiente hanno anche un riflesso di lungo periodo sull’attività economica, colpendo e compromettendo tra l’altro salute, capacità di lavoro e produttività, ecosistemi e mercati, oltre a infrastrutture fisiche. E riducendo anche il Pil procapite, l’indicatore più evidente del benessere individuale. Non si tratta solo di danni immediati. Se non si facesse niente per contrastare il degrado ambientale (nel caso «business as usual») gli Stati Uniti, prima economia del mondo, vedrebbero il loro Pil procapite scendere del 10,5% al 2100.

Un tracollo che si ridurrebbe al 2% se venissero rispettati gli impegni di Parigi 2015 (dai quali gli Usa si sono ritirati e che anche il Brasile di Bolsonaro ha rifiutato).

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In Kenya il primo impianto a energia solare che trasforma l’acqua dell’oceano in acqua potabile

People For Planet - Sab, 08/24/2019 - 15:00

Secondo un recente rapporto dell’UNICEF e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, oltre 2 miliardi di abitanti del pianeta non ha accesso all’acqua potabile.

Una persona su tre utilizza acqua contaminata o non controllata per lavarsi, cucinare, bere, spesso recuperata dopo aver percorso distanze notevoli a piedi o con mezzi di fortuna.

La maggioranza di queste persone, circa l’80%, vive infatti in aree rurali dove non esistono infrastrutture di base per poter avere accesso all’acqua o dove l’acqua non è sicura o è troppo distante.

Garantire l’accesso all’acqua potabile rappresenta una vera e propria sfida che l’ONG GivePower ha deciso di cogliere, costruendo il primo impianto di desalinizzazione dell’acqua a energia solare.

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Ti meriti di vivere meglio! E lo puoi fare

People For Planet - Sab, 08/24/2019 - 07:30

Vedi la prima parte dell’articolo qui

Qualunque sconfitta è per me meglio di una resa preventiva e del rimpianto.
Ma io la penso così perché ho avuto la grande fortuna di nascere comunista. Che detto così sembra una stronzata. Mi spiego… 

Provengo da una famiglia strana forte. 
Sono stato cresciuto con l’idea di dovermi impegnare a fondo per poter diventare un VERO COMUNISTA.
Che era una cosa che c’entrava solo lateralmente con la politica. Essere un vero comunista voleva dire mettere in pratica quotidianamente gli ideali di rispetto, impegno, disciplina… Non so se mi capisci… Forse se non hai avuto una mamma maoista e una nonna che ricuciva i partigiani feriti hai difficoltà a immaginare.
Qualche cosa del genere forse accade tra i più ferventi cristiani. Ma nelle famiglie comuniste c’era un accento particolarmente drammatico.
Per me è sempre stato chiaro che nell’essere comunista c’erano anche buone probabilità di essere ammazzato o di fare secoli di carcere… Il che ha 12 anni è un po’ ansiogeno. Sapevo che eravamo sulla lista dei ribelli che in caso di colpo di Stato sarebbero finiti nella base militare di Decimomannu, in Sardegna. Avevo letto carrettate di libri sui campi di concentramento e i colpi di Stato, e le torture… E mio zio era finito prigioniero in Germania.
A 13 anni mi sono messo d’accordo con mia madre che se c’era il colpo di Stato mi doveva avvisare subito, con una frase in codice. Io abitavo ai margini di un bosco, sopra Cernobbio, e mi ero allenato a raggiungere di corsa il reticolato del confine svizzero percorrendo un tratturo semiverticale. Ci impiegavo 45 minuti.
Questo per dire che per me essere comunista era una cosa seria. E soprattutto era uno stile di vita, un far parte di un popolo indomabile, vestirsi in modo diverso, pensare in modo diverso.
E mettere al primo posto l’interesse della collettività.
Era un modo di vivere la “causa politica” che discendeva da un’antica tradizione. 
I progressisti di 100 anni fa avevano un sogno: la crescita della coscienza del popolo. L’idea era di lottare nell’immediato per l’aumento salariale, senza trascurare la crescita globale dell’individuo.
Imparare a leggere e scrivere, mettere in pratica la parità dei sessi, educare i bambini rispettando la loro unicità, sviluppare la cooperazione, la professionalità, il rispetto e il “senso dell’onore comunista”.
Col tempo questi obiettivi “culturali” si sono un po’ persi per strada. E sono restate le rivendicazioni salariali, le lotte elettorali, e per finire abbiamo scoperto che anche i comunisti rubano… Amara constatazione che ha divelto l’idea stessa dell’essere comunisti… Disastri delle ideologie… Illusioni di perfezione mitica e successivo disincanto… Sono pure diventato pacifista, indiano metropolitano, claun militante. E mi sono anche reso conto che quando eravamo dentro il sogno comunista parlavamo troppo poco di amore e di arte

Però quel senso morale profondo dell’ESSERE UN VERO COMUNISTA, io lo salvo. Sto parlando dell’idea di avere un patto col mondo che ti vincola a dare il meglio di te, a mettere la collettività e il rispetto al primo posto, e impegnarti a crescere umanamente.
E sto parlando della necessità di fare progetti dettagliati, meditarci sopra, e poi avere fiducia che se li metti in pratica con attenzione puoi anche ottenere dei risultati.
E comunque il solo provarci ti arricchisce. E se vieni sconfitto non ti deprimi troppo, perché hai capito in che direzione va la storia, e sai che il tempo e la continua mutazione delle cose giocano a favore del progresso.
Marx diceva che i comunisti sono spirituali, non sono devoti a un Dio perché temono la sua punizione o desiderano il paradiso in cielo. Credono nella storia, in una forza ineluttabile che sta migliorando il mondo.
Il comunismo è una fede.

Vedo parecchie persone che potrebbero ottenere cambiamenti stratosfericamente buoni nella loro vita se scoprissero un po’ di sana fede nelle meraviglie della società futura, dei tramonti, della passera e di tutto il resto… E nella loro possibilità di riscatto.
Il capitalismo ti offre solo una vita di merda.
Ma non è obbligatorio mangiarla tutta.
La ribellione è afrodisiaca.

P.S.: Marx diceva anche che è l’essere sociale che determina l’uomo. Cioè il tuo modo di pensare e di sentire la vita dipende dal lavoro che fai, da dove vivi, da quanto denaro hai, dalla struttura delle tue relazioni sociali.
Il che è stato interpretato in modo ristretto dai leninisti: prima cambiamo l’essere sociale facendo la rivoluzione e poi la nuova società socialista forgerà un essere umano di qualità superiore che svilupperà appieno le sue potenzialità creative, spirituali, relazionali, umane.
Beh, gli ultimi 100 anni hanno dimostrato che non funziona.
L’essere sociale presente ha rotto i coglioni. E per cambiarlo dobbiamo innanzi tutto far crescere la nostra umanità, il modo di vivere la quotidianità. Lo spazio c’è e il vantaggio arriva subito. Questa società ci fornisce una dose di libertà maggiore di quella che stiamo utilizzando.
Riempiamo tutti gli spazi liberi e il disegno complessivo cambierà.

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La Baltic Way: la catena umana di 600 km che segnò l’indipendenza dei Paesi baltici

People For Planet - Ven, 08/23/2019 - 17:00

È un evento incredibile ma spesso dimenticato: oltre due milioni di lettoni, lituani ed estoni si presero per mano nell’agosto del 1989 formando una linea che unì Tallinn, Riga e Vilnius, per protestare ed esprimere la loro voglia di autodeterminazione

Il 23 agosto 1989, diversi milioni di residenti delle repubbliche baltiche sovietiche – Estonia, Lettonia e Lituania – organizzarono la più grande protesta pacifica mai avvenuta nell’Urss. Prendendosi per mano, formarono una catena umana che collegava le tre capitali baltiche: Tallinn, Riga e Vilnius. Con una lunghezza di oltre 600 chilometri, la catena umana è entrata nel Guinness dei primati come la più lunga della storia.

Continua a leggere fonte it.rbth.com

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Diabete, ansia e depressione: ecco le malattie che si scovano sui diari di Facebook

People For Planet - Ven, 08/23/2019 - 15:00

Su Facebook si scrivono molte cose: dallo stato d’animo attuale, a questioni che riguardano problematiche lavorative, passando per eventi importanti come il raggiungimento di un titolo di studio o la nascita di un figlio. I post in rigoroso ordine cronologico scorrono dal più al meno recente, tanto che la bacheca di ciascun iscritto si chiama “diario”. E proprio dall’analisi dei diari di Facebook, secondo un gruppo di ricercatori della Penn Medicine University di Filadelfia e della Stony Brook University (Stati Uniti), si può capire molto dello stato di salute delle persone. In particolare, spiegano gli autori di uno studio pubblicato su Plos One, l’analisi del linguaggio impiegato mostra che l’identificazione di determinati gruppi di parole può essere utilizzata in modo significativo per individuare – o anticipare – la presenza di alcune problematiche mediche.

Diabete, depressione e psicosi

In particolare dalla ricerca emerge che ansia, diabete, depressione e la tendenza ad alcune psicosi sarebbero le questioni di salute identificabili tramite lo studio dei post e dei commenti su Facebook. «Il nostro lavoro è ancora prematuro – spiega Raina Merchant, prima autrice dello studio, direttrice del Centro di salute digitale e docente di Medicina d’emergenza alla Penn Medicine University – ma poiché i post sui social media riguardano spesso sentimenti, scelte ed esperienze di vita, la nostra speranza è che le intuizioni ricavate dai testi esaminati possano essere utilizzate per conoscere meglio le condizioni di salute delle persone».

Tre modelli d’analisi

Utilizzando una tecnica di raccolta automatica dei dati, i ricercatori hanno analizzato il diario di Facebook di quasi mille pazienti che hanno accettato di collegare le loro cartelle cliniche elettroniche ai loro profili del social network più famoso. I ricercatori hanno quindi sviluppato tre modelli d’analisi per esaminare le condizioni di salute dei partecipanti allo studio: il primo analizzava i post scritti sul social network, un altro utilizzava dati demografici (come età e sesso) e l’ultimo combinava i due set di dati. Dopo aver comparato le previsioni effettuate dai tre modelli, i ricercatori hanno scoperto che 10 delle 21 condizioni di salute esaminate risultavano individuate con maggiore accuratezza tramite l’analisi dei post su Facebook.

Drink e alcol, preghiere e diabete

Se dall’analisi dei post il nesso con alcuni disturbi in alcuni casi era piuttosto intuitivo – le parole “drink” e “bottiglia” sono ad esempio risultate predittive di atteggiamenti tendenti al’abuso di alcol – altre correlazioni non erano invece così immediate: per dare un’idea, le persone che più spesso menzionavano nei loro post parole come “Dio” o “pregare” avevano una probabilità 15 volte maggiore di avere il diabete rispetto a coloro che usavano meno questi termini, e parole che esprimevano ostilità – come “stupido” – fungevano da indicatori dell’abuso di droghe e della presenza di alcune  psicosi. «Il linguaggio che utilizziamo sui social media – spiega l’autore senior dello studio, Andrew Schwartz – cattura aspetti potenti della nostra vita che possono essere molto diversi da quelli acquisiti attraverso i dati medici tradizionali».

Info utili per migliorare l’assistenza

Questo lavoro dimostra che in futuro potrebbe essere sviluppato un sistema in grado di analizzare i post dei social media per fornire ai medici ulteriori informazioni al fine di perfezionare l’assistenza sanitaria nei confronti dei pazienti che usano frequentemente Facebook e simili.

Immagine di copertina: Disegno di Armando Tondo

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Le app che permettono di localizzare il telefono se ti perdi o cadi in un burrone

People For Planet - Ven, 08/23/2019 - 15:00

Dopo il caso di Simon Gautier, ecco un modo sicuro per farsi geolocalizzare quando si chiama da cellulare per chiedere aiuto. Il presidente nazionale società 118 Balzanelli: “Se l’Italia avesse applicato la direttiva Ue recepita nel 2009, Simon Gautier sarebbe stato immediatamente geolocalizzato, soccorso in tempi rapidissimi, e forse con esiti ben diversi”

Geolocalizzazione, questa sconosciuta. Il caso di Simon Gautier, il francese di 27 anni trovato morto in un burrone dopo nove giorni di ricerche, ha reso evidente a tutti che l’Italia non è ancora in grado di localizzare con esattezza una chiamata di emergenza effettuata con un cellulare. In attesa che il Paese si doti della tecnologia Advanced Mobile Locator, che sfrutta la tecnologia Gps per indicare alle centrali operative la posizione precisa del chiamante, l’unica alternativa che rimane al cittadino per assicurarsi di essere trovato, anche senza connessione dati, si chiama ‘112 Where Are You’ (Dove sei ndr), l’app ufficiale del Nue 112 che però è valida solo per circa il 43% della popolazione italiana.

Se invece si ha la possibilità di accedere a Internet i metodi per essere localizzati sempre e ovunque – anche se non dal 112 o dagli altri numeri del soccorso, ma dai propri contatti (si può ovviamente scegliere chi) – sono tanti: da Google Maps, con cui si può condividere a tempo indeterminato la propria posizione, alle varie chat come WhatsApp e Facebook Messenger. Molti smartphone permettono anche di condividere la propria posizione senza scaricare alcuna app, direttamente dalle preferenze del sistema operativo. E c’è anche Sms Locator, un sistema che invia un sms con un link da cliccare e inoltra subito le coordinate ai soccorritori.

L’APP DEL 112 E LE SUE FUNZIONI
‘112 Where are You’ è l’applicazione sviluppata dal Numero Unico Europeo 112 per incrementare la precisione della localizzazione delle emergenze. Grazie all’app, tra le prime a utilizzare già la tecnologia Aml, le centrali Nue possono riecevere dati più precisi sulla posizione del chiamante, cosa che non accade con una semplice chiamata. L’unica pecca è che la sua diffusione è legata a quella del servizio, per cui Lombardia, provincia di Roma con prefisso 06, Liguria, Friuli Venezia Giulia, Provincia di Trento, Bolzano e in Sicilia in alcune aree (A questo link è possibile vedere dove si può usare l’app).

Disponibile per AndroidiOS e Windows, l’app consente di inoltrare una richiesta di aiuto alla centrale Nue 112 di competenza corredata dai dati sulla localizzazione. Oltre a questo, le funzionalità sono tante: mette a disposizione degli operatori i numeri Ice (In Case of Emergency), ovvero i contatti da chiamare in caso di necessità, consente di effettuare ‘chiamate mute’, utili in casi di un’emergenza in cui il chiamante non può parlare e, infine, permette di selezionare manualmente il tipo di servizio di cui si ha bisogno (ambulanza, vigili del fuoco o forze dell’ordine). 

Continua a leggere su REPUBBLICA.IT di Valentina Ruggiu

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Com’è la situazione a 3 anni dal terremoto di Amatrice?

People For Planet - Ven, 08/23/2019 - 10:52
Fonte: La Repubblica

Dalla stampa nazionale:

A 3 ANNI DAL SISMA. SENZA CASE (E SENZA SPERANZA), AMATRICE RESTA NELLA POLVERE (…) Profondi rossi. Tre anni dopo, nulla è troppo diverso. Neanche la notte ad Amatrice, neanche a Pescara del Tronto o ad Arquata. E sono ancora troppi i profondi rossi. Come le zone, i centri storici spesso, che furono devastate e che stanno lì, tutte, come millenovantacinque giorni fa. Come gli occhi dei vecchi, che non si riaccendono. In Umbria, uno striscione scritto con lo spray è firmato dallo “Spi Valnerina”, che ha scritto «I terremotati pensionati vogliono ricostruire prima di morire».

Macerie. Sommati, Retrosi e via via le altre frazioni di Amatrice sono vuote e abbandonate. Da qualche parte, qui e là, un po’ di macerie sono state portate via, ma nei 138 Comuni del cratere creato dalle tre grandi “botte” che sbranarono il Centro Italia (il 24 agosto e il 30 ottobre 2016 e il 18 gennaio 2017) il trenta, trentacinque per cento rimane dov’era. S’incontrano panni stesi alle finestre, stanze squarciate, letti e tavoli di cucina, docce affacciate sul vuoto, lampadari che sul vuoto oscillano, scarpe, tovaglie, coperte. Chilometri e poi chilometri, tornanti, tratti di Salaria, Lazio, Umbria e Marche, fino a Visso, Norcia, Camerino, passando per altre frazioni come Campi e Preci, fra casette (le “<+CORSIVO50> Soluzioni abitative di emergenza<+TONDO50>”) arrivate dopo due anni e che hanno già dato un bel po’ di problemi, verde di colline, cantieri, pochissimi, qui e là, cimiteri sempre sfasciati, animali, cavalli e mucche tornati a pascolare, avvilimento, tristezze, sensazione fra la gente d’esser stata lasciata sola e neppure più troppa rabbia. «Abbiamo avuto tre governi e tre commissari, ma non sappiamo ancora chi sono i nostri interlocutori», dice Aleandro Petrucci, sindaco di Arquata. «Non sappiamo come andare avanti. Continua a leggere (Fonte: – AVVENIRE.IT DI Pino Ciociola)

TERREMOTO, ALLE 3.36 DEL 24 AGOSTO UN BOATO: “AMATRICE NON C’È PIÙ” (…) Alle 3.36, un boato nel centro Italia. Terremoto di magnitudo 6.0 nella zona tra Lazio, Marche e Umbria. La terra trema per 142 interminabili secondi, devastando i paesi di Accumoli  (Rieti), Amatrice (Rieti), Arquata del Tronto e la frazione di Pescara del Tronto (Ascoli Piceno).

Dopo meno di un’ora, alle 4.33, un’altra scossa di magnitudo 5.3 farà tremare Norcia, la cittadina di San Benedetto. In attesa dei soccorsi, le dirette televisive danno voce ai sindaci dei paesi più colpiti. ”C’è gente sotto le macerie, al momento la cosa più importante è sgomberare le strade di accesso per far arrivare i mezzi di soccorso”, è l’appello del sindaco di Amatrice . ”Vedo crolli dappertutto, siamo inermi, non abbiamo mezzi, c’è gente sotto le macerie”, dice con voce rotta il sindaco di Accumoli, Stefano Petrucci.“ Terremoto, nel 2016 la scossa che rase al suolo Amatrice

Dopo poche ore, le immagini dall’alto dei Vigili del Fuoco mostreranno senza scampo tutta la devastazione provocata dal sisma“ Continua a leggere (Fonte: L’Amazzonia brucia, Bolsonaro gode: ora è lui la più grande minaccia per il Pianeta – TODAY.IT)

Fonte immagine: www.lavoripubblici.it

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Cuore, assolti latte intero formaggi grassi e uova

People For Planet - Ven, 08/23/2019 - 08:22

Latte, formaggi e yogurt prodotti con latte intero così come le uova non aggravano il rischio di malattie di cuore o ictus, mentre la carne rossa dovrebbe essere limitata a non più di tre pasti a settimana. Sono le raccomandazioni aggiornate della Fondazione per il Cuore in Australia su questi alimenti dopo che un gruppo di esperti ha condotto un’estesa rassegna di ricerche australiane e internazionali. Dati alla mano infatti non vi sono evidenze che sia necessario limitarne il consumo per le persone sane.

La Heart Foundation in passato raccomandava a tutti di limitarsi ai prodotti caseari con ridotto contenuto di grassi, ma ora la raccomandazione è limitata a chi soffre di ipertensione, malattie cardiache o diabete tipo due. Secondo le nuove linee guida, non vi è un limite raccomandato per il consumo di uova per adulti sani, mentre per chi soffre di diabete tipo due il limite è uno al giorno.

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Quarant’anni di “Apocalypse Now”…

People For Planet - Ven, 08/23/2019 - 07:00

“Apocalypse Now” capolavoro assoluto di sua maestà Francis Ford Coppola compie 40 anni e si propone agli estimatori anziani e giovani in una versione che il regista annuncia definitiva per durata e scelta.

Presentato in anteprima nella versione restaurata al Tribeca festival negli USA, poi al Festival del cinema ritrovato di Bologna alla presenza del regista che ha incantato centinaia di giovani con le sue parole, arriva ora nelle sale americane, e in autunno in quelle italiane. 183  minuti di “Final Cut” che dovrebbe dare un assetto definitivo al film summa sul Vietnam, metafora dell’esistenza umana e della follia della guerra desunto dalla letteratura di Conrad rielaborata da John Milius.

Ne durava 153 di minuti la prima versione originale massacrata dalle prime recensioni e portata incompleta a Cannes dove a sorpresa trionfa vincendo la Palma d’oro e salvando una produzione titanica che registra tifoni assassini, incidenti di ogni sorta e un montaggio durato anni. Sarà consenso di critica e di pubblico universale con sequenze memorabili e dialoghi celebri entrati nell’immaginario collettivo con una colonna sonora capace di mettere nella stessa compilation “La cavalcata delle Valchirie” di Wagner e “The end” dei Doors.

Nel 2001 Coppola tornerà a Cannes per presentare la versione Redux di ben 202 minuti che viene distribuita di nuovo nelle sale per poter far ammirare gli episodi che erano stati tagliati nella travagliata vicenda produttiva di un film monumento. A distanza di anni e per il quarantennale Coppola ha sentenziato che era una durata troppo lunga quella di Redux e ha elaborato la versione definitiva del film. 

Il suono di Walter Murch e le immagini di Vittorio Storaro premiati all’epoca con l’Oscar sono stati rimasterizzati e digitalizzati in 4 K ricavati dal negativo originale con il lavoro di un maestro del cinema che rielabora sempre ossessionato dalla perfezione. Coppola sta infatti lavorando a un nuovo restauro del capolavoro del muto, il “Napoleon” di Abel Gance di cui ha ritrovato sequenze inedite, che con la partitura musicale scritta dal padre Carmine fu un evento indimenticabile dell’Estate romana dell’assessore Nicolini segnando una delle più felici stagione della cinefilia italiana.

In questa nuova versione rivedremo certamente i monologhi del colonnello Kurz, il viaggio sul fiume, i deliri psichedelici, risentiremo l’odore del napalm e squadreremo con emozione una cast stellare che declina Marlon Brando, Martin Sheene, Robert Duvall, Denis Hopper, Harrison Ford quest’ultimo nella parte del colonnello Lucas (dichiarato omaggio all’omonimo regista che si occupò della sceneggiatura e che doveva essere l’autore del film).

Sarà «Il miglior Apocalypse Now possibile», parola di Francis Ford Coppola.

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Combatte l’ansia e migliora la memoria: 5 motivi per apprezzare il silenzio

People For Planet - Gio, 08/22/2019 - 15:00

In estate e soprattutto in vacanza aumenta la voglia di socializzare e divertirsi. Ecco allora che, complici il bel tempo e le temperature calde, ci si lascia trasportare da cene all’aperto con gli amici, tra chiacchiere e musica, a tutto vantaggio del buonumore e del benessere mentale (del resto, i benefici della socializzazione sulla salute del cervello sono noti da tempo: gli anziani che hanno una regolare vita sociale, ad esempio, corrono minori rischi di incappare nel declino cognitivo).

Eppure, se si vuole favorire la propria salute psichica è importante imparare ad apprezzare il silenzio. Intendiamoci: nulla contro il ritrovarsi con gli amici tra una risata e l’altra (non può che far bene). Ma i neuroscienziati che hanno preso parte a ICONS (International conference on the neurophysiology of silence), la prima conferenza internazionale sulla neurofisiologia del silenzio, per avere una buona salute mentale invitano a riscoprire il silenzio. Una situazione ambientale troppo spesso sottovalutata che, invece, porta diversi vantaggi tra cui la riduzione dell’ansia e il miglioramento della memoria.

Cinque in particolare sono le ragioni emerse durante il convegno ICONS – organizzato in collaborazione con l’Università Sapienza di Roma e l’Haifa University di Israele dalla Fondazione Patrizio Paoletti, da vent’anni impegnata nella ricerca neuroscientifica e psicopedagogica – per “allenarsi” al silenzio.

1. Migliora la memoria

Secondo uno studio diretto da Imke Kirste della statunitense Duke University, due ore di silenzio al giorno solleciterebbero lo sviluppo dell’ippocampo, la regione del cervello collegata alla formazione della memoria. Il silenzio, inoltre, aiuta a concentrarsi e rimanendo concentrati la nostra memoria guadagna punti giorno dopo giorno.

2. Riduce l’ansia

L’effetto anti-ansia è stato spiegato Adam Hanley, ricercatore all’Università dello Utah (Usa), che ha condotto tre studi sperimentali volti a indagare gli effetti su corpo e mente derivanti dal silenzio indotto dalla meditazione. Il risultato? Alcuni gruppi di persone in procinto di sottoporsi a interventi chirurgici hanno riportato sollievo dal dolore, riduzione del desiderio di antidolorifici e livelli più bassi di ansia.

3. Potenzia l’immaginazione

Il silenzio è un grande alleato dell’immaginazione: basti pensare a quando dopo un input sonoro come una canzone, che poi si interrompe improvvisamente, spesso si continui lo stesso a cantarla tra sé e sé. L’apparente mancanza di input, dunque, sembra essere essa stessa un input, che consente alla nostra mente di “ricavarsi lo spazio giusto per fare le sue cose, per tessere ciò che siamo”, spiegano i ricercatori.

4. Aumenta la capacità di elaborare le emozioni altrui

Olga Capirci, ricercatrice dell’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), ha presentato uno studio secondo cui l’assenza dei suoni consente alle persone sorde di percepire ed elaborare in modo più profondo le emozioni degli altri. Osservare in silenzio le persone mettendo da parte l’opportunità di comunicare verbalmente – ha spiegato la studiosa – può dunque aiutarci a comprendere meglio le emozioni che passano dalle espressioni dei volti, spesso influenzate dalle parole.

5. Facilita l’ascolto di se stessi

Infine nel corso del convegno Moshe Bar, neuroscienziato di fama internazionale, ha spiegato che il silenzio ha anche il merito di renderci più presenti a noi stessi e a quello che ci circonda: “Attraverso la meditazione e il silenzio è possibile godere delle piccole cose che sono intorno a noi e che molto spesso si danno per scontate”, mentre al contrario i rumori “ci allontanano dalla conoscenza di noi stessi”.

Photo by Kristina Flour on Unsplash

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