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L’Emilia Romagna e le auto elettriche

People For Planet - Dom, 05/12/2019 - 07:32

La Regione Emilia Romagna ha stanziato bonus economici per chi passa a un’auto elettrica. Cosa ne pensano i romagnoli?
I nostri inviati Martina De Polo e Francesco Saverio Valentino sono andati a chiederlo.

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La morale è universale? Individuate 7 regole condivise in tutto il mondo

People For Planet - Dom, 05/12/2019 - 07:16

Aiutare la famiglia, aiutare il proprio gruppo, ricambiare un aiuto, essere coraggiosi, rispettare i propri superiori, dividere le risorse in modo equo e rispettare la proprietà altrui: sono le sette regole morali condivise trasversalmente da 60 culture di tutto il mondo. Una specie di “massimo comune divisore” per convivere, individuato da tre ricercatori dell’Istituto di Antropologia Cognitiva ed Evolutiva dell’Università di Oxford (Regno Unito) che hanno pubblicato i risultati del loro studio su Current Anthropology.

La più ampia indagine interculturale sui costumi

Studi condotti in precedenza avevano già individuato alcune di queste regole come moralmente condivise da alcune società, ma nessuna ricerca aveva mai compreso un campione così ampio: analizzando 60 società e oltre 600 documenti, Oliver Scott Curry, Daniel Austin Mullins e Harvey Whitehouse hanno realizzato la più ampia e completa indagine interculturale sui costumi mai condotta fino a oggi.

Promuovere la cooperazione

Queste sette regole morali, spiegano i ricercatori, sono tutti comportamenti cooperativi e possono essere considerati “universalmente validi” in quanto presenti nella maggior parte delle società esaminate, e sono ritenuti in modo concorde come “moralmente buoni“: osservati con uguale frequenza attraverso i continenti, questi comportamenti non possono essere considerati “riserva esclusiva” dei paesi occidentali (o di qualsiasi altra regione del pianeta). A rinforzare la tesi dell’universalità di queste regole c’è anche il fatto che in nessuna delle società esaminate sono presenti dei contro-esempi che indichino come “moralmente cattivo” uno o più di questi comportamenti.

Morale: universale o relativa?

Curry e colleghi seguono la “teoria della moralità come cooperazione” secondo cui la moralità è un insieme di soluzioni che serve a rispondere a problemi comuni sulla cooperazione all’interno delle società umane: una teoria che potrebbe fornire un modello unificato della moralità che ancora è mancante nell’antropologia. Come spiega Curry, autore principale dello studio, «il dibattito tra i sostenitori di una morale universale e i sostenitori del relativismo morale imperversa ormai da secoli: ora abbiamo alcune risposte. Le persone in ogni luogo del mondo affrontano gli stessi problemi a livello sociale e utilizzano un insieme simile di regole morali per risolverli. Come previsto, queste sette regole morali sembrano essere universali per tutte le culture. Chiunque, in ogni parte del mondo, condivide un comune codice morale. E tutti concordano sul fatto che cooperare, promuovendo il bene comune, sia la cosa giusta da fare».

Le variazioni sul tema

Sebbene tutte le società sembrino essere d’accordo sulle sette regole morali di base, i ricercatori hanno però registrato delle variazioni nel modo in cui le sette regole sono state classificate, mettendo in evidenza differenti scale di priorità in diverse culture. Gli autori dello studio hanno ora sviluppato un nuovo questionario sui valori morali per raccogliere altri dati: il prossimo passo sarà capire se le variazioni nelle regole morali riscontrate all’interno delle diverse culture riflettano, oppure no, le variazioni nella cooperazione.

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Una domenica atomica: vi mostriamo l’interno delle ex centrali nucleari italiane

People For Planet - Dom, 05/12/2019 - 06:47

In Italia la Società pubblica responsabile del decommissioning (vale a dire lo smantellamento di una centrale nucleare) e della gestione dei rifiuti radioattivi è Sogin, incaricata di gestire tutte le operazioni che consentiranno di chiudere il ciclo nucleare italiano, garantendo come obiettivo primario la sicurezza della popolazione e dell’ambiente. Da qualche anno Sogin apre le porte delle ex centrali nucleari presenti sul nostro territorio, ormai non più attive ma simbolo del nostro passato. Abbiamo voluto dare un’occhiata da vicino anche noi e abbiamo partecipato all’Open Gate di aprile.

Impianti costruiti senza pensare di doverli un giorno smantellare

Davide Galli, il responsabile del sito di Trino (Vc) ci ha accompagnati nel nostro tour. Lavora in questa centrale da quando aveva 19 anni, ha trascorso al suo interno qualcosa come 35 anni. Ha visto la centrale quando era operativa, è stato testimone dello spegnimento a seguito dei referendum sul nucleare e oggi si occupa in prima persona di quest’ultima tappa del ciclo di vita: oggi a Trino si lavora per smaltire i rifiuti restanti, compresi quelli più complicati, quelli radioattivi. Occorrono anni perché un decommissioning sia completato.

Le centrali dismesse sono luoghi simbolo della storia industriale italiana, il pubblico si dimostra curioso quanto noi di sapere cosa contengono: i numeri relativi all’Open Gate del 14 e 15 aprile parlano di oltre 5 mila adesioni, di cui 3 mila persone iscritte e 2mila in lista d’attesa, che saranno ricontattate in occasione di prossimi eventi analoghi. Forse è un timore mai sopito, forse è il mistero, forse è il ricordo di catastrofi anche recenti, forse abbiamo solo visto troppi film: in ogni caso, sapere cosa ci sia dentro una centrale nucleare interessa molto a tutti, compresi i più piccoli, a cui i genitori tentano di svelare anche con questi “sopralluoghi” il magico mondo della produzione dell’energia.

Colpisce vedere i fusti che contengono i rifiuti radioattivi, immagazzinati per essere spediti all’estero in attesa che l’Italia realizzi il Deposito Nazionale. «Questi impianti non sono stati costruiti con l’idea che un giorno qualcuno avrebbe dovuto smantellarli”», ci spiega Galli. E questa considerazione si ripresenta martellante mentre ci mostra le varie sezioni, compreso ciò che rimane del reattore, il cuore della centrale. Ci spostiamo lungo i corridoi, scendiamo scalette di ferro ripidissime, cerchiamo di non inciampare su tubi e sporgenze, intanto Galli ci spiega che in realtà in queste aree nessuno era presente quando la centrale era in funzione, tutto veniva monitorato dalla sala controllo. Per completare il decommissioning non basta smontare pezzetto per pezzetto l’impianto e trasportare altrove i rifiuti, separandoli e smaltendoli. Molte parti della struttura pesano centinaia di tonnellate, alcune componenti non si possono rimuovere e far passare da porte o altre aperture esistenti: vanno costruiti strutture ed elementi nuovi. Sembra incredibile, eppure la conferma che questi impianti non siano stati progettati per essere smontati diventa palpabile osservandoli dall’interno.

Al posto della centrale un prato verde

Davide Galli è affezionato all’impianto di Trino in maniera viscerale, ne parla quasi come fosse casa sua. Dando un’occhiata alla sala di controllo, alle vecchie apparecchiature, a tecnologie analogiche e a strumentazioni che ci sembrano appartenenti ad un’epoca lontanissima, capiamo in effetti che qualcosa del passato dell’Italia scomparirà per sempre non appena questi impianti saranno smantellati. Potremo tramandare racconti e informazioni, ma non mostrare e far toccare con mano come abbiamo fatto durante l’Open Gate.

Purtroppo arriva la doccia fredda: non è possibile trasformare queste centrali in musei, luoghi della memoria. Galli ci spiega il motivo e, ancora una volta, torna la medesima considerazione: sarebbe bellissimo, ma per trasportare i rifiuti e i materiali radioattivi di fatto la struttura viene “sventrata” pezzo dopo pezzo e occorrerebbe ricostruirla. Al posto della centrale, una volta terminato l’iter di decommissioning, vedremo soltanto un enorme prato verde dove potremo far giocare senza alcuna paura i bambini, antichi timori permettendo. Non resterà nulla.

È chiaro però che per lui ogni piccola parte che esce dall’impianto è quasi un pezzetto di cuore che si stacca. Spera che, un giorno, il museo della Scienza e della Tecnica di Milano possa ospitare una parte della strumentazione, o che almeno non vada tutto perduto. Comprendiamo ancora più a fondo lo stato d’animo e la malinconia del nostro cicerone quando ci porta a vedere la sala controllo. Quella dell’impianto di Trino che abbiamo davanti agli occhi possiede una strumentazione analoga a quella installata sul sottomarino nucleare Nautilus. A noi sembra oggi una perla rara con un valore storico incommensurabile. Contrari o favorevoli al nucleare, poco importa: dispiace che il suo destino sia quello di essere estrapolata dal proprio contesto per essere, nel migliore dei casi, esposta in un museo, presumibilmente neanche tutta intera. Galli ci mostra l’angolazione migliore per immortalare in uno scatto la sala controllo. Chiediamo se esiste davvero il pulsante rosso che, in caso d’emergenza, bloccava tutte le attività (abbiamo davvero visto troppi film!): ebbene sì, esiste.

Oggi, dietro il termine decommissioning, si nascondono azioni di varia natura e più fasi. Innanzitutto significa mantenere in sicurezza gli impianti. Occorre poi allontanare dal sito tutto il combustibile nucleare esaurito, decontaminare e smantellare le installazioni nucleari, gestire e porre in sicurezza i rifiuti radioattivi perché si possano un giorno trasferire al Deposito Nazionale. Significa occuparsi della fase di caratterizzazione radiologica finale. A ciclo completo, avremo appunto un prato verde al posto di ogni centrale nucleare, un’immagine poetica che indica l’assoluta mancanza di vincoli radiologici. A quel punto i siti si potranno riutilizzare. Inutile dire che occorrono tecnologie avanzate e un know how specializzato.

Manca un Deposito Nazionale per i rifiuti radioattivi

L’altra questione che torna sistematicamente a galla durante la visita all’impianto di Trino è quella del Deposito Nazionale, che a oggi non esiste. Conosciamo bene le polemiche: nessuno ha piacere di immaginare il deposito sul proprio territorio, sebbene si parli di sicurezza assoluta e di rifiuti che con il passare del tempo perdono progressivamente radioattività. E una delle operazioni più complesse di decommissioning  è proprio la rimozione dall’impianto del combustibile nucleare esaurito per procedere al suo riprocessamento, vale a dire la separazione delle materie riutilizzabili dai rifiuti finali. Questi ultimi poi vanno ridotti a una forma che permetta una riduzione di volume e la loro conservazione in totale sicurezza nel lungo periodo durante il loro decadimento radioattivo (fino a più elevata radioattività al 5% del volume originario del combustibile). Quasi tutto il combustibile esaurito prodotto durante l’esercizio delle centrali nucleari italiane è stato inviato all’estero per il suo riprocessamento. Nei siti come Trino i rifiuti sono trattati, condizionati e stoccati in depositi temporanei realizzati ad hoc, che verranno smantellati una volta terminato il decommissioning.

Sogin ha l’onere di localizzare, progettare, realizzare e gestire il Deposito Nazionale, insieme al quale sarà realizzato il Parco Tecnologico, un centro di ricerca, aperto a collaborazioni internazionali, dove svolgere attività nel campo del decommissioning, della gestione dei rifiuti radioattivi e dello sviluppo sostenibile, in accordo col territorio interessato. Ma, nonostante questi propositi, il deposito non esiste, sebbene pare che si sia usciti dallo stallo sulla questione della redazione della CNAPI, la Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee.

La radioattività di quelli che ormai sono rifiuti scende con il passare del tempo, ma chi lavora qui in impianto come quello che abbiamo visitato è sottoposto a controlli medico-sanitari continui. C’è un valore limite alle radiazioni a cui il corpo umano può essere esposto. In questo impianto – ci spiega Galli – i risultati delle analisi mostrano che l’intero staff è stato esposto a un valore addirittura minore di quello consentito per un solo essere umano.

In ogni caso, prima di iniziare la visita ci hanno fornito una tuta bianca, guanti e calzascarpe. Ci hanno consegnato anche un dosimetro – un rilevatore di radiazioni ionizzanti – non tanto perché ci segnali in tempo che è meglio scappare, quanto per dimostrarci che il pericolo è effettivamente nullo. In effetti ci dimentichiamo in fretta di averlo, non ha mai dato segni di vita. Inconsciamente però nessuno si sente intimorito quando passiamo accanto a file e file di fusti la cui etichetta reca un simbolo inequivocabile. Alla fine della visita, un’apposita macchina misura i nostri valori di radioattività. Nulli. Passiamo tutti il test, i tornelli si aprono e ci riconsegnano al piazzale esterno.

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Allarme Onu: a rischio estinzione api, pipistrelli, scoiattoli e ricci

People For Planet - Sab, 05/11/2019 - 18:00

Nuova allarme per il pianeta: in tempi «relativamente brevi» scompariranno dalla Terra e dagli Oceani un milione di specie animali e vegetali – tra cui allodole, api, scoiattoli rossi, pipistrelli e ricci – in pratica l’equivalente di 1/8 di tutte le specie che popolano il pianeta.

A lanciare l’allerta è l’organismo Onu sulla biodiversità, che la scorsa settimana si è riunito a Parigi per una settimana presenti i rappresentanti di 130 Paesi. È un dato shock quello annunciato dalla Piattaforma intergovernativa scientifico-politica sulla biodiversità e gli ecosistemi (Ipbes) che dalla capitale francese ha chiesto formalmente ai leader mondiali di passare all’azione quanto prima, perché ancora non tutto è perduto. Secondo gli esperti l’unica speranza per evitare il peggio è quella di porre fine allo sfruttamento intensivo degli ecosistemi per le attività umane.

«La salute degli ecosistemi da cui dipendiamo, come tutte le altre specie, peggiora in modo più rapido che mai», sintetizza il presidente dell’Ipbes, Robert Watson, spiegando che il pianeta sta erodendo «le fondamenta stessa delle sue economie, dei mezzi di sussistenza, la sicurezza alimentare, la salute e la qualità di vita nel mondo intero».

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Avere sempre ragione fa malissimo alla salute

People For Planet - Sab, 05/11/2019 - 15:00

La vita si è evoluta dalle forme primitive a creature sempre più complesse e intelligenti perché tendenzialmente penalizza gli stupidi.
Essere intelligenti conviene, anche considerando l’evoluzione.
Guarda che fine hanno fatto i dinosauri, per altro efficienti per molti versi, sono spariti dalla faccia della terra a causa della loro ghiozzezza sociale. In centinaia di milioni di anni sono riusciti a produrre, dal punto di vista concertistico, solo enormi scoregge bitonali. Non sarebbero mai arrivati a suonare la tromba!
Quindi vennero sterminati.

In termini generali chi è intelligente è avvantaggiato.
E visto che artisti e scienziati sono indiscutibilmente (statistiche Oms) la categoria umana che vive più a lungo, possiamo affermare che la durata della vita e la buona salute sono legate all’intelligenza (ci sono scienziati e artisti pirla ma sono comunque professioni che selezionano parecchio).
Detto questo dobbiamo porci la seguente domanda: possiamo sviluppare la nostra intelligenza?
Per rispondere a questo quesito dobbiamo partire da un’altra questione soggiacente: siamo intelligenti?

La mente mente continuamente.
Se non mentiva si chiamava sincera.

Il più grosso limite della mente umana è che essa funziona a intermittenza e che adora la tranquillità che prova quando è convinta di aver ragione.
Quel che ho appena detto illustra perfettamente oltre che sinteticamente il grande dramma dell’Umanità: ogni tanto siamo un po’ pirla, facciamo cazzate, ma stiamo veramente bene solo quando ci convinciamo che non sbagliamo mai.
Tragica antitesi di concetti matematicamente inconciliabili.

Che la tua mente, povera creatura, funzioni a tratti lo hai sperimentato spesso: cerchi le chiavi in tasca dieci volte e non le trovi, poi le cerchi in tutta la casa e non ci sono, poi sconsolatamente metti le mani in tasca di nuovo e (sorpresa!) le chiavi sono lì, in tasca!
Quindi che il cervello ogni tanto disfunzioni è un fatto semplice da dimostrare.
Questo piacere nell’avere ragione ha una causa semplice. Ci sono migliaia di studi che dimostrano la disastrosa esistenza di un meccanismo potente: godiamo come pangolini in amore quando ci pare che tutto intorno a noi sia a posto.
Il cervello ama la tranquillità consueta e quando gli sembra che siamo riusciti a conquistarci un angolo di tranquillità, ci regala vere e proprie scariche di droghe naturali: endorfine, dopamine e simili…
Sostanze che sono prodotte dal nostro stesso corpo e che oltre a darci sensazioni mentalmente e fisicamente piacevoli provvedono a far funzionare meglio tutti gli organi; quindi DOPPIO BENESSERE! WOW!!!
E siccome quando sono convinto che ho ragione mi pare che tutto intorno a me vada bene, e siccome sono goloso di queste droghe gratificanti, allora succede che anche quando ho torto marcio mi convinco di aver ragione, pur di assaporare una boccata di dopamina.
A questo meccanismo di base se ne giunge un secondo strettamente connesso: la mente umana si è evoluta durante milioni di anni allo scopo di trovare cibo, sesso e contemporaneamente sopravvivere a ogni tipo di pericolo.
E per ottenere questo il cervello di animali e umani ha sviluppato una strabiliante capacità di leggere la realtà. Capiamo subito se quella macchia scura che ci sta piombando addosso è una pericolosissima tigre!
In ogni istante arrivano al cervello milioni di informazioni. Il cervello è essenzialmente una macchina capace di filtrare le informazioni utili in questo marasma. Per fare questo la nostra struttura mentale è basata su schemi, modelli.
Piaget ci ha spiegato che il processo di apprendimento del bambino richiede numerose esperienze per creare un modello riconoscibile di un oggetto. Il bambino deve toccare la sedia, leccarla, passarci sotto, farla cadere, salirci sopra, svariate volte prima di crearsi uno schema mentale che poi gli permetterà di riconoscere lo schema sedia in un batter d’occhio, a prescindere dalla forma di quella particolare sedia e dal punto in cui la guardiamo. Si tratta di una capacità straordinaria che quando i nostri avi erano scimmie nella giungla, ha permesso loro di sopravvivere perché riuscivano a riconoscere una tigre a colpo d’occhio (anche senza doverla toccare, leccare, rovesciare, salirci sopra). Cioè una volta stabiliti alcuni schemi essenziali di riconoscimento possiamo elaborali per svilupparne altri.
Ripeto: un procedimento assolutamente straordinariamente efficiente e stupefacente. Ma siccome noi viviamo in un sistema complesso questo diventa a volte un grave handicap; infatti tendiamo automaticamente, naturalmente, strutturalmente, a esprimere un giudizio il più velocemente possibile sulla base di un sistema di identificazione e di giudizio preconfezionato.
Per comprendere la portata di questo fenomeno basta guardarsi una delle tante trasmissioni televisive di illusionisti e prestigiatori: non riusciamo a vedere i trucchi proprio perché il nostro cervello è attratto dai movimenti più vistosi (possibile fonte di pericolo), quindi hanno la priorità nel nostro sistema di identificazione; il che porta al fatto che non vediamo proprio una serie di movimenti dell’illusionista, perché sono meno evidenti.
Non vedere il trucco di un mago, al limite è divertente perché ci induce piacevole stupore. Il problema è che lo stesso fenomeno viene sfruttato da ogni sorta di escrementi putridi sub umani: truffatori, prevaricatori, politici e simili. Basta guardare come vota la maggioranza dei terrestri…
Aggiungiamo infine che la mente si è sviluppata per riconoscere quel che ci sta succedendo ora, dove possiamo ora trovare cibo, sesso e sicurezza… Quindi abbiamo una buona percezione dell’istante presente, mentre è debole la nostra capacità di analizzare il passato o di proiettare l’effetto delle nostre azioni nel futuro.
Ci sono centinaia di studi che dimostrano che siamo maestri nel fabbricarci falsi ricordi dei quali siamo assolutamente certi. Ugualmente osservando gli schemi che riconosciamo nel presente siamo bravissimi, grazie a un pizzico di pessimismo, a immaginare continuamente apocalissi totali di vario tipo; da quando ho memoria ho sentito parecchie persone terrorizzarsi per la terza guerra mondiale, il colpo di stato, l’ozono, il Millennium Bag, la Mucca Pazza, la gallina scema, il 21 dicembre 2012…
Chilotoni di inutile paura.

Tutte queste predisposizioni all’errore messe insieme hanno poi effetti devastanti sulle relazioni quotidiane, in famiglia e sul lavoro.
C’è un sacco di esseri umani che non sono capaci di ammettere di avere sbagliato, che non si ricordano quel che hanno fatto, che coltivano paure immotivate, che vedono pericoli dappertutto. Ci sono quelli che hanno ragione solo loro e parlano tutto il giorno di quanto gli altri sono stupidi.
Un esercito smisurato di pirla con i quali è meglio avere a che fare il meno possibile.

E aggiungo che questo atteggiamento mentale, questa abitudine di cullare illusioni e preconcetti, questa intenzione, non è sana. Chi la pratica non riesce poi a risvegliare la propria mente creativa.
Perché quando sostengo di avere senza dubbio ragione io, quando cancello pezzi del mio passato e mi invento eventi mai esistiti, in un angolo della mia mente so che è una cazzata. Sto mentendo a me stesso. E questo mi porta a dubitare di me. A essere mentalmente scisso e questa scissione disperde la mia energia, non mi permette di focalizzarla. Vaporizza la mia intenzione positiva e mi fa perdere la capacità di indirizzarla verso un risultato utile.
Se voglio che la mia mente lavori al meglio possibile e produca pensieri sensati devo rendermi conto che è necessario fare attenzione alle trappole della mente e mettere continuamente in discussione le mie idee.
In fondo non è difficile: basta dare valore a questo meccanismo, rendersi conto che solo la verifica degli schemi di identificazione e giudizio ci mette relativamente al sicuro. E dirselo. Ogni volta che parte la verifica di un’idea dirsi: wow come sono intelligente che non penso a vanvera ma sottopongo a verifica i miei pensieri! Basta dirselo con entusiasmo per creare rapidamente un meccanismo di gratificazione (scarica di endorfine) che invece di scattare solo quando riusciamo a identificare un aspetto della realtà scatti anche quando sottoponiamo questo schema a verifica.

La mancanza di una sana decisione a proposito del mio diritto al piacere (voglio soffrire) e alla necessità di essere aperti alla correzione di idee sbagliate sono due fattori che insieme, come un padre e una madre snaturati, generano un orribile figlio.
Ho ragione io, gli altri sono stupidi, la prima cosa che mi viene in mente è quella giusta… assomma queste due modalità e cosa ottieni: pessimismo (perché sono tutti cattivi e hanno ricordi sbagliati); e il pessimismo si sposa col disprezzo per gli altri; quindi si rafforza via via una concezione di sé come entità separata dagli altri, noi diventiamo una fortezza da difendere dagli altri; perdiamo quindi il naturale senso di appartenenza a una comunità. E questo è la terza e ultima trappola che può catturare come una devastante tagliola la nostra capacità di ragionare e di vivere nel modo migliore. Ma di questo ti parlerò nella prossima puntata.

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Edimburgo, troppo inquinamento: addio alle automobili

People For Planet - Sab, 05/11/2019 - 15:00

Il primo stop alle automobili c’è stato domenica 5 maggio 2019 ed Edimburgoprima città nel Regno Unito ad aderire al movimento ‘Open Streets’, chiudendo le strade del centro storicodalle 12:00 alle 17:00. Si proseguirà per 18 mesi, fermando l’inquinamento nella ‘old town‘ la prima domenica di ogni meseLa città scozzese si unisce a Parigi, Bogotà, New York, solo per citare alcuni nomi, adottando un programma a misura d’uomo, e non di automobile, intorno alla città vecchia.

Yoga all’aria aperta, scacchi giganti, musica, tai chi, ma anche noleggio di biciclette elettriche: tutte attività che gli scozzesi hanno potuto intraprendere nelle strade della Capitale, anziché muoversi con l’automobile. Felicitazioni dal consigliere cittadino Lesley Macinnes: «Il cambiamento climatico è una vera minaccia per la società, è chiaro che dobbiamo agire. Farlo assieme ad Open Streets è senza dubbio un passo nella giusta direzione. Siamo pienamente impegnati a creare una città accessibile, sostenibile e a misura d’uomo».

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50 Anni di Mistero Buffo: grande evento alla Statale di Milano il 21 Maggio 2019

FrancaRame.it - Sab, 05/11/2019 - 14:36

La Compagnia Teatrale Fo Rame e l’Università Statale di Milano
presentano:
50 ANNI DI MISTERO BUFFO
21 Maggio 2019 ore 17.00
Università Statale - Aula Magna

“Quando nel 1969 abbiamo messo in scena per la prima volta Mistero Buffo a Milano all’università Statale davanti a 3000 ragazzi alla fine ci fu un’esplosione festosa veramente sconvolgente ma i più felici eravamo io e Franca, insieme avevamo rovesciato un luogo comune invalicabile, volevamo dimostrare che nel nostro paese non esistono soltanto la poesia e la cultura aristocratica ma c’è anche quella popolare e testimonia un’autonoma e straordinaria vitalità.”
Con queste parole Dario Fo nel 2016 apre la messa in scena del suo ultimo Mistero Buffo.

E noi il 21 maggio vogliamo festeggiare proprio quell’esplosione festosa che provocano le giullarate di Mistero Buffo e la straordinaria vitalità della cultura popolare che ha regalato a questo spettacolo il successo mondiale che oggi ci permette di celebrare i suoi primi 50 anni di carriera.
Riproposto ad oggi in oltre 5000 allestimenti, in Italia e all'estero, nelle piazze, nelle scuole, nelle fabbriche, nei teatri, e anche nelle chiese! Arricchito di volta in volta da nuove e diverse giullarate, Mistero Buffo è uno straordinario impasto comico-drammatico le cui radici affondano nel teatro popolare, quello delle sacre rappresentazioni medievali (chiamate misteri), dei giullari e della commedia dell'arte.

Era il 30 maggio 1969 quando Dario Fo entrò, con Franca Rame, nell’Aula Magna della Statale di Milano durante una assemblea organizzata dagli studenti, oggi dopo esattamente cinquant’anni la Compagnia Teatrale Fo Rame, in collaborazione con l’Università degli studi di Milano e Corvino Produzioni, e con il Patrocinio del Comune di Milano, organizza una giornata per ricordare quell’esordio sperimentale che portò alla ribalta un archivio di cronache e storie attinte da testi sacri e profani riletti in chiave satirico-grottesca.

Per l’occasione Jacopo Fo, figlio di Dario Fo e Franca Rame e direttore della Compagnia Teatrale di famiglia, racconterà alcuni aneddoti sulla nascita di Mistero Buffo e su come quest’opera di importanza internazionale è “entrata” in casa Fo-Rame.
L’attore Mario Pirovano, che da anni porta in scena in Italia e all’estero gli spettacoli di Dario Fo e Franca Rame, reciterà alcune giullarate tra quelle che hanno reso famoso questo spettacolo in tutto il mondo, mentre l’attrice Lucia Vasini reciterà “Maria sotto la Croce”, monologo che veniva rappresentato da Franca Rame.
Interverrà all’evento anche il regista Felice Cappa, che ha lavorato negli ultimi vent'anni con Fo e Rame, che racconterà il rapporto di Mistero Buffo con le immagini, in tutte le declinazioni, dalle fonti iconografiche ala documentazione fotografica fino alle numerose reinterpretazioni per il cinema e la tv.
Non mancheranno i saluti del Rettore Elio Franzini e la partecipazione del Professore Alberto Bentoglio del dipartimento di Beni Culturali e Ambientali che con la sua maestria farà da trait d’union a questa speciale giornata.

Il 21 maggio sarà anche l'occasione per la Compagnia Teatrale di presentare i numerosi eventi che sta organizzando per festeggiare l'importante ricorrenza tra cui il debutto di “Mistero Buffo 50” con Mario Pirovano, nuovo allestimento in programmazione al Piccolo Teatro Grassi dall'8 al 20 ottobre 2019 dove ogni serata sarà introdotta da protagonisti del mondo della cultura e dello spettacolo vicini a Dario Fo e Franca Rame.

Ingresso Libero fino ad esaurimento posti

Compagnia Teatrale Fo Rame
Ufficio Stampa e maggiori informazioni
Email: info@francarame.it
Tel. Segreteria: +39 345 6308663
Social: #MisteroBuffo50

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Argomento: Compagnia Teatrale Fo Rame - C.T.F.R. - Tutti gli spettacoli e gli EventiAnno: 2019
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50 Anni di Mistero Buffo: grande evento alla Statale di Milano il 21 Maggio 2019

Il blog di Dario Fo - Sab, 05/11/2019 - 14:35

La Compagnia Teatrale Fo Rame e l’Università Statale di Milano
presentano:
50 ANNI DI MISTERO BUFFO
21 Maggio 2019 ore 17.00
Università Statale - Aula Magna

“Quando nel 1969 abbiamo messo in scena per la prima volta Mistero Buffo a Milano all’università Statale davanti a 3000 ragazzi alla fine ci fu un’esplosione festosa veramente sconvolgente ma i più felici eravamo io e Franca, insieme avevamo rovesciato un luogo comune invalicabile, volevamo dimostrare che nel nostro paese non esistono soltanto la poesia e la cultura aristocratica ma c’è anche quella popolare e testimonia un’autonoma e straordinaria vitalità.”
Con queste parole Dario Fo nel 2016 apre la messa in scena del suo ultimo Mistero Buffo.

E noi il 21 maggio vogliamo festeggiare proprio quell’esplosione festosa che provocano le giullarate di Mistero Buffo e la straordinaria vitalità della cultura popolare che ha regalato a questo spettacolo il successo mondiale che oggi ci permette di celebrare i suoi primi 50 anni di carriera.
Riproposto ad oggi in oltre 5000 allestimenti, in Italia e all'estero, nelle piazze, nelle scuole, nelle fabbriche, nei teatri, e anche nelle chiese! Arricchito di volta in volta da nuove e diverse giullarate, Mistero Buffo è uno straordinario impasto comico-drammatico le cui radici affondano nel teatro popolare, quello delle sacre rappresentazioni medievali (chiamate misteri), dei giullari e della commedia dell'arte.

Era il 30 maggio 1969 quando Dario Fo entrò, con Franca Rame, nell’Aula Magna della Statale di Milano durante una assemblea organizzata dagli studenti, oggi dopo esattamente cinquant’anni la Compagnia Teatrale Fo Rame, in collaborazione con l’Università degli studi di Milano e Corvino Produzioni, e con il Patrocinio del Comune di Milano, organizza una giornata per ricordare quell’esordio sperimentale che portò alla ribalta un archivio di cronache e storie attinte da testi sacri e profani riletti in chiave satirico-grottesca.

Per l’occasione Jacopo Fo, figlio di Dario Fo e Franca Rame e direttore della Compagnia Teatrale di famiglia, racconterà alcuni aneddoti sulla nascita di Mistero Buffo e su come quest’opera di importanza internazionale è “entrata” in casa Fo-Rame.
L’attore Mario Pirovano, che da anni porta in scena in Italia e all’estero gli spettacoli di Dario Fo e Franca Rame, reciterà alcune giullarate tra quelle che hanno reso famoso questo spettacolo in tutto il mondo, mentre l’attrice Lucia Vasini reciterà “Maria sotto la Croce”, monologo che veniva rappresentato da Franca Rame.
Interverrà all’evento anche il regista Felice Cappa, che ha lavorato negli ultimi vent'anni con Fo e Rame, che racconterà il rapporto di Mistero Buffo con le immagini, in tutte le declinazioni, dalle fonti iconografiche ala documentazione fotografica fino alle numerose reinterpretazioni per il cinema e la tv.
Non mancheranno i saluti del Rettore Elio Franzini e la partecipazione del Professore Alberto Bentoglio del dipartimento di Beni Culturali e Ambientali che con la sua maestria farà da trait d’union a questa speciale giornata.

Il 21 maggio sarà anche l'occasione per la Compagnia Teatrale di presentare i numerosi eventi che sta organizzando per festeggiare l'importante ricorrenza tra cui il debutto di “Mistero Buffo 50” con Mario Pirovano, nuovo allestimento in programmazione al Piccolo Teatro Grassi dall'8 al 20 ottobre 2019 dove ogni serata sarà introdotta da protagonisti del mondo della cultura e dello spettacolo vicini a Dario Fo e Franca Rame.

Ingresso Libero fino ad esaurimento posti

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Mario Pirovano con MISTERO BUFFO a Milano dall'8 al 20 Ottobre 2019

FrancaRame.it - Sab, 05/11/2019 - 14:26

MISTERO BUFFO 50 CON MARIO PIROVANO
La Compagnia Teatrale Fo Rame presenta, in occasione del cinquantenario,
un nuovo all'estimento del capolavoro che ha segnato in maniera indelebile la storia del teatro. 

Piccolo Teatro Grassi dall’8 al 20 ottobre 2019 
produzione Compagnia Teatrale Fo Rame
distribuzione Corvino produzioni

In occasione del cinquantesimo dello spettacolo le recite saranno introdotte da protagonisti del mondo della cultura e dello spettacolo vicini a Dario Fo e Franca Rame.

Era il 30 maggio 2969 quando, nell’Aula Magna dell’Università Statale di Milano, occupata da oltre 2000 studenti, entrò Dario Fo per presentare in anteprima assoluta il suo “Mistero Buffo”.
Fu l’inizio di un percorso che attrasse subito centinaia di migliaia di persone, la maggior parte delle quali non frequentavano il teatro nei circuiti classici e convenzionali.
Riproposto dal 1969 ad oggi in oltre 5000 allestimenti, in Italia e all’estero, nelle piazze, nelle scuole, nelle fabbriche, nei teatri, e anche nelle chiese!
Arricchito di volta in volta da nuove e diverse giullarate, “Mistero Buffo” è uno straordinario impasto comico-drammatico le cui radici affondano nel teatro popolare,
quello delle sacre rappresentazioni medievali (chiamate misteri), dei giullari e della commedia dell’arte.
Per anni Dario Fo, insieme a Franca Rame, ha raccolto racconti orali, leggende e documenti di teatro popolare di varie regioni italiane e li ha ricostruiti in questo spettacolo.
I monologhi, fortemente provocatori, hanno un sapore ironico e profetico che diverte, stimola, affascina; uno spettacolo che ha la capacità di coinvolgere anche le più giovani generazioni.
Le giullarate, infatti, affrontano tematiche sempre attuali: il potere, l’ingiustizia, la fame, la ribellione, la ricerca di una vita degna da condividere gioiosamente.
I continui richiami all’attualità che fanno da cornice ai vari brani svelano il presente con le sue false ingenuità ed ipocrisie, regalando al pubblico momenti di riflessione ma anche di incontenibile comicità.
I brani sono recitati in un linguaggio che mette insieme vari dialetti dell’Italia settentrionale e centrale: una lingua perfettamente comprensibile grazie alla potente gestualità di Mario Pirovano, che lo stesso Fo ha definito ‘fabulatore di grande talento’.

Argomento: Compagnia Teatrale Fo Rame - C.T.F.R. - Tutti gli spettacoli e gli EventiAnno: 2019
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Mario Pirovano con MISTERO BUFFO a Milano dall'8 al 20 Ottobre 2019

Il blog di Dario Fo - Sab, 05/11/2019 - 14:20

MISTERO BUFFO 50 CON MARIO PIROVANO
La Compagnia Teatrale Fo Rame presenta, in occasione del cinquantenario,
un nuovo all'estimento del capolavoro che ha segnato in maniera indelebile la storia del teatro. 

Piccolo Teatro Grassi dall’8 al 20 ottobre 2019 
produzione Compagnia Teatrale Fo Rame
distribuzione Corvino produzioni

In occasione del cinquantesimo dello spettacolo le recite saranno introdotte da protagonisti del mondo della cultura e dello spettacolo vicini a Dario Fo e Franca Rame.

Era il 30 maggio 2969 quando, nell’Aula Magna dell’Università Statale di Milano, occupata da oltre 2000 studenti, entrò Dario Fo per presentare in anteprima assoluta il suo “Mistero Buffo”.
Fu l’inizio di un percorso che attrasse subito centinaia di migliaia di persone, la maggior parte delle quali non frequentavano il teatro nei circuiti classici e convenzionali.
Riproposto dal 1969 ad oggi in oltre 5000 allestimenti, in Italia e all’estero, nelle piazze, nelle scuole, nelle fabbriche, nei teatri, e anche nelle chiese!
Arricchito di volta in volta da nuove e diverse giullarate, “Mistero Buffo” è uno straordinario impasto comico-drammatico le cui radici affondano nel teatro popolare,
quello delle sacre rappresentazioni medievali (chiamate misteri), dei giullari e della commedia dell’arte.
Per anni Dario Fo, insieme a Franca Rame, ha raccolto racconti orali, leggende e documenti di teatro popolare di varie regioni italiane e li ha ricostruiti in questo spettacolo.
I monologhi, fortemente provocatori, hanno un sapore ironico e profetico che diverte, stimola, affascina; uno spettacolo che ha la capacità di coinvolgere anche le più giovani generazioni.
Le giullarate, infatti, affrontano tematiche sempre attuali: il potere, l’ingiustizia, la fame, la ribellione, la ricerca di una vita degna da condividere gioiosamente.
I continui richiami all’attualità che fanno da cornice ai vari brani svelano il presente con le sue false ingenuità ed ipocrisie, regalando al pubblico momenti di riflessione ma anche di incontenibile comicità.
I brani sono recitati in un linguaggio che mette insieme vari dialetti dell’Italia settentrionale e centrale: una lingua perfettamente comprensibile grazie alla potente gestualità di Mario Pirovano, che lo stesso Fo ha definito ‘fabulatore di grande talento’.

 

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I 4 hotel sugli alberi in Piemonte

People For Planet - Sab, 05/11/2019 - 12:00

La casa sull’albero è uno dei desideri più comuni e tradizionali dei bambini: avere un posto lontano dai più grandi dove potersi rifugiare e stare tranquilli osservando il mondo dall’alto. Alzi la mano chi non ha mai desiderato da piccolo di avere un posto così dove nascondere i propri segreti e riunirsi con gli amici lontano da sguardi indiscreti.

Se quando eravate più piccoli non avete avuto la fortuna di avere una casa sull’albero oppure se l’avete avuta e ripensate con nostalgia all’emozione di vivere qualche metro sopra la terra, in Piemonte c’è la possibilità di rimediare e fare avverare il vostro sogno di bambino.

Proprio così, in Piemonte è possibile dormire ed alloggiare a qualche metro da terra in bellissime case sull’albero per vivere il vostro sogno di bambini e trovare un po’ di relax lontani dal caos della città e delle vita di tutti i giorni.

Così, appoggiati al tronco di un grande albero e sospesi a qualche metro da terra, potrete vivere per qualche giorno come in una favola… solo voi, la natura e quel sogno che vi riavvicinerà alla spensieratezza dell’infanzia.

Eco-Lodge

Tre Lodge costruiti con materiali naturali ed eco compatibili e posizionati a circa 3 metri di altezza al di sopra degli alberi che li circondano vi aspettano per farvi vivere un’esperienza sensoriale completamente integrata nella natura. Al mattino sarete svegliati dal cinguettio degli uccelli accompagnati dal canto del gallo e la sera potrete ammirare il tramonto sulle cime delle Alpi.

Indirizzo: Via Pittamiglio, 13 – 12062 Cherasco (Cuneo). Sito internet

Il giardino dei semplici

Sulla collina di Manta, ai piedi del Monviso e delle Alpi occidentali, si trova questo Bed & Breakfast immerso nel verde di un rigoglioso giardino. Qui potrete dormire in due romantiche casette che si trovano su un giovane e generoso Toulipier e in mezzo alle fronde di una possente Quercia. A 4 metri di altezza, in queste casette costruite in legno con un terrazzino dove poter fare colazione, potrete ammirare lo splendido giardino, la pianura e nelle giornate più limpide il bellissimo panorama delle Langhe.

Indirizzo: Via San Giacomo, 12 – 12030 Manta (Cuneo). Sito internet

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Fonte immagine copertina GUIDATORINO.COM


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No a pesticidi e glifosato

People For Planet - Sab, 05/11/2019 - 10:16

La scelta di Coop: saranno 35 le filiere di ortofrutta progressivamente coinvolte in un periodo di tre anni per un totale di 116 fornitori e oltre 7 mila aziende agricole.

Si incomincia con le ciliegie a maggio, poi si passerà a meloni, uva e clementine. Nei reparti ortofrutta dei 1.100 punti vendita Coop ci saranno prodotti senza quattro molecole controverse utilizzate nei pesticidi. La decisione è stata annunciata in un evento alla fiera MacFrut a Rimini, la più importante del settore. L’iniziativa segue la riduzione dei pesticidi avviata 26 anni fa da Coop con la raccolta di firme «Disarmiamo i pesticidi».

L’impegno in tre anni
Saranno 35 le filiere di ortofrutta a marchio Coop progressivamente coinvolte nell’ulteriore riduzione dei pesticidi, fino all’eliminazione, per un totale di 116 fornitori e oltre 7 mila aziende agricole. Tutte le famiglie di prodotti ortofrutticoli a marchio Coop saranno a regime entro tre anni per un volume complessivo di oltre 100 mila tonnellate di prodotti coinvolti (a valore circa 325 milioni di euro). «Come Coop abbiamo deciso di attivare quel principio di precauzione che ci ha fatto dire di No in altri casi controversi: agli Ogm, all’olio di palma, all’uso diffuso o sistematico di antibiotici negli allevamenti», ha detto Marco Pedroni, presidente di Coop Italia.

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Parcheggiare in seconda fila è reato? Forse sì, forse no

People For Planet - Sab, 05/11/2019 - 10:00

La cosa bella di Google è notare le differenze quando fai una ricerca in italiano e poi la ripeti in inglese. Con l’espressione “parcheggio in seconda fila” nella sezione notizie si trovano articoli e riferimenti a casi di cronaca, oppure interessanti consigli su quando e come si possa aggirare il divieto. In inglese si trova invece la spiegazione, anche in forma di video tutorial, di cosa si intenda per parcheggio in doppia fila.

Questo non significa certo che all’estero il problema non esista, ma chiarisce subito la differente portata del fenomeno. In Italia il parcheggio selvaggio, compresa la doppia fila, è molto diffuso, sebbene sia estremamente pericoloso (diminuisce la visuale, restringe la carreggiata, costringe i ciclisti a spostarsi nel centro della strada…). Non è raro vedere intere strade bloccate perché un autobus, un camion o un tram non riescono a passare nella strettoia creata dai parcheggi in seconda fila. 

In genere all’estero basta far rispettare la legge per vedere il fenomeno morire o almeno avvilirsi, e in pochi Paesi oltre al nostro – ad esempio Israele – è stato necessario introdurre il reato penale di parcheggio in doppia fila. Da noi non si tratta però di una regola fissa, dipende dalla gravità del fenomeno: se il parcheggio selvaggio provoca l’interruzione di un servizio pubblico, si ricade in questo reato. È successo così che, per la prima volta, la Procura di Roma abbia contestato l’interruzione di pubblico servizio a chi aveva parcheggiato in seconda fila. Nella capitale circa mille mezzi pubblici sono bloccati ogni anno da questa prassi (dati Atac), e se i vigili non bastano ci pensano i giudici. I magistrati della Procura di Roma hanno iniziato a intervenire circa un anno fa, per contestare il reato di interruzione di pubblico servizio almeno nei casi più gravi, quelli che appunto impediscono ad esempio il passaggio di un mezzo di soccorso anche per pochi minuti, senza la possibilità di un percorso alternativo. L’interruzione di pubblico servizio è un reato per il quale il codice penale prevede da sei mesi a un anno di reclusione, e comprende anche: l’impedimento ai camion per la raccolta dei rifiuti oppure il passaggio dei mezzi pubblici.

Il risultato è stato una decina di persone già arrivate a processo di fronte al giudice monocratico (nessuno ancora giunto a sentenza). Se ne occupa il procuratore aggiunto Paolo Ielo, che coordina il gruppo che indaga contro i reati di pubblica amministrazione e la cui scrivania è ormai invasa, ogni settimana, da un centinaio di segnalazioni provenienti dagli uffici dell’Atac. Arrivano poi in tribunale solo i casi più gravi, come detto: ad esempio l’auto che il 4 marzo ha bloccato per tre ore il tram a Centocelle, o quella che il 28 febbraio ha impedito la circolazione nell’intero quartiere Trieste per un’ora e mezza. 

A Roma, nel 2018, i vigili hanno firmato 615mila contravvenzioni per intralcio alla circolazione, di vario ordine e grado, dall’ostruzione dei passaggi pedonali alle corsie preferenziali, dall’occupazione delle aree di carico e scarico merci agli incroci stradali e agli spazi per disabili. La metà di queste multe riguarda proprio il restringimento – o la totale ostruzione – delle strade, e leggerne la cronaca dà ancora una volta il polso della situazione: ci sono i passeggeri del bus che dopo un’ora di attesa hanno sollevato di peso l’auto che bloccava il passaggio del tram, vicino al Verano; o l’altra auto divenuta di tendenza su Instagram grazie alle numerose foto dei turisti, affascinati dalla vista, in piazza Risorgimento, di un’Audi parcheggiata sui binari della linea 19. 

È la prima volta che la disperazione porta le Procure ad agire al posto dei vigili urbani ed è possibile che l’idea prenda piede anche in altre città. Ricordiamo che, da dati ufficiali del Comune di Milano, ogni giorno ci sono 70.000 veicoli in divieto di sosta, di cui quasi 50.000 sui marciapiedi. Milano paga con oltre 50 morti e 12mila feriti all’anno la scarsa sicurezza delle sue strade.

Ma ha senso affidare alle Procure un problema che potrebbe forse risolversi meglio con l’applicazione delle regole già note? Ha senso ingolfare la già tristemente lenta giustizia italiana, quando si potrebbe prima tentare di migliorare il sistema delle sanzioni amministrative? Se difatti i vigili urbani sembrano sottodimensionati in molte città, in relazione al numero di auto circolanti, c’è un altro problema: come rileva la CGA di Mestre, sebbene le multe siano in costante aumento, diminuisce vertiginosamente la propensione a pagarle. Nel 2016, ultimo anno in cui i dati sono disponibili, appena il 39% di coloro che hanno ricevuto una multa l’ha pagata.

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Perché la marijuana è vietata?

People For Planet - Sab, 05/11/2019 - 09:00

Molti presumono che, da qualche parte nel mondo e in un momento dato, ci sia stato qualcuno che con prove scientifiche alla mano abbia dedotto che la cannabis fosse molto più letale di qualsiasi altra droga usata allora, più dell’alcool e delle sigarette, per intenderci. Eppure…

Ci sono sempre più persone nel mondo che si chiedono: perché è vietata la marijuana? Perché le persone che la consumano o la vendono vengono ancora arrestate?

Molti presumono che, da qualche parte nel mondo e in un momento dato, ci sia stato qualcuno che con prove scientifiche alla mano abbia dedotto che la cannabis fosse molto più letale di qualsiasi altra droga usata allora, più dell’alcool e delle sigarette, per intenderci.

C’è stato quindi qualcuno che si è preso la briga di interessarsi alla faccenda per il bene di tutti.

Tuttavia, quando ho iniziato ad analizzare gli archivi pubblici, durante le ricerche per il mio libro Chasing the Scream: The First and Last Days of the War on Drugs, con l’obiettivo di scoprire perché la cannabis fu vietata negli anni trenta, mi sono reso conto che non è andata proprio così.

Niente affatto.

Nel 1929, un signore di nome Harry Anslinger è stato posto a capo del Dipartimento del Proibizionismo di Washington. A quell’epoca il governo era totalmente incapace di gestire il divieto legato al consumo dell’alcool. I gangster detenevano il controllo di interi quartieri. L’alcool, la cui diffusione era nelle mani dei criminali, era una vera e propria piaga.

Per questo si decise di porre fine al divieto di assunzione di bevande alcoliche ma tale decisione spaventava Harry Anslinger. Si trovava a capo di un dipartimento enorme e c’era ben poco che potesse fare. Fino a poco prima della liberalizzazione dell’alcool aveva sostenuto che la cannabis non rappresentava un problema. Non è nociva, dichiarava, “e non c’è niente di più assurdo dell’idea” che possa rendere le persone violente.

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State buoni! Calm down! (VIDEO)

People For Planet - Sab, 05/11/2019 - 06:58
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Birra contaminata da pesticidi, la classifica delle marche migliori e peggiori

People For Planet - Ven, 05/10/2019 - 21:00

Birra con presenza di pesticidi, una su quattro ne contiene, a denunciarlo nel giugno 2018 la rivista francese 60 Millions de Consommateurs, che pubblicò un test che dimostrava che tre birre su quattro, da una selezione di birre di diverse marche, contenevano tracce di pesticidi. Il glifosato, il pesticida pericoloso associato al cancro, da uno studio condotto dalla US Public Interest Research Group, ha rilevato che circa il novantacinque per cento delle marche esaminate hanno la presenza di questo pesticida.   […] Le marche analizzate

I dati ufficiali riportano che una concentrazione di glifosato è da ritenersi pericolosa quando supera il benchmark di Ewg di 160 parti per miliardo, o ppb. Gli studiosi tedeschi, invece, sostengono che basta 01 ppb di glisofato per stimolare le cellule responsabili del cancro al seno. Ecco la lista di birre e dei vini esaminati.

Birre con presenza di glisofato

Ecco l’elenco completo delle marche esaminate e la presenza di glisofato rilevato.

  • Heineken (Olanda) – 20,9 ppb
  • Stella Artois (Belgio) – 18,7 ppb
  • Stella Artois Cidre (Belgio) – 9,1 ppb
  • Tsingtao Beer (Cina) – 49,7 ppb
  • Corona Extra (Messico) – 25,1 ppb
  • Coors Light (Usa) – 31,1 ppb
  • Miller Lite (Usa) – 29,8 ppb
  • Budweiser (Usa) – 27,0 ppa
  • Ace Perry Hard Cider (Usa) – 14,4 ppb
  • Guinness Draught (Irlanda) – 20,3 ppb

Continua a leggere la classifica e scopri di più anche sui vini su NOTIZIEORA.IT

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Il costo etico, ambientale e umano dietro il cibo “conveniente”

People For Planet - Ven, 05/10/2019 - 18:00

Il cibo a basso prezzo è uno dei pilastri della nostra economia. L’impulso a riempirsi la pancia spendendo il meno possibile è antico e irresistibile e, girando tra i banchi del supermercato o passando davanti a un fast food, la tentazione di cedervi è forte. Ma se è vero che un prezzo salato non è necessariamente sinonimo di alta qualità e maggiori garanzie, è assai più probabile che i prodotti a pochi euro siano di pessima categoria. Se non in termini qualitativi, probabilmente non rispettano gli standard etici – quando non sono scadenti da entrambi i punti di vista.

Per sostenere un prezzo stracciato infatti deve essere inevitabilmente sacrificata almeno una delle variabili che fanno il prezzo finale di un prodotto: la materia prima, il tempo, l’energia o i mezzi impiegati nella produzione e nella lavorazione, oppure, non ultima, la manodopera. Se nell’immediato ci sembra di risparmiare qualche euro sulla spesa, è quindi scontato che, come ci avverte il giornalista Michael Pollan, in realtà ci perdiamo sul medio e lungo periodo. Prima di tutto in termini di tasse – che vanno ad esempio perse in sussidi agli agricoltori o nella sanità per sopperire i danni di un’alimentazione sbagliata – e poi in salute.

La prima variabile che compone il prezzo finale è la materia prima. Se parliamo di carne di pollo ad esempio – secondo il giornalista britannico Raj Patel uno degli esempi più lampanti per spiegare come funziona questo meccanismo – potremo essere sicuri che provenga da allevamento intensivo. Quella che comunemente si trova al supermercato e in rosticceria è una delle carni più a buon mercato e meno sostenibili in assoluto: selezionato per crescere in pochi giorni e sviluppare principalmente petto e cosce, imbottito di antibiotici in allevamenti sovraffollati, il bestiame conduce una vita indegna e arriva sulle nostre tavole sotto forma di carne poco nutriente e poco saporita. 

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L’11 maggio si celebra il primo Disconnect Day d’Italia

People For Planet - Ven, 05/10/2019 - 15:00

Si terrà nelle Marche, a Corinaldo, uno dei Borghi più belli d’Italia, l’11 maggio prossimo, il primo Disconnect Day nazionale, l’iniziativa per farci capire quanto siamo dipendenti da smartphone e tablet.

L’evento promosso dall’associazione nazionale Di.Te. (Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo) prevede incontri, attività e laboratori per adulti e bambini, ma ogni partecipante dovrà spegnere il proprio telefono o dispositivo e sigillarlo in un’apposita busta consegnata presso uno degli infopoint sparsi in città, in modo da passare almeno tre ore senza interferenze o distrazioni tecnologiche. Un modo per staccare la spina, per lavorare a stretto contatto con emozioni e sensazioni, per comprendere meglio se stessi e gli altri.

Smartphone, tablet e qualsiasi altro dispositivo ipertecnologico, come risulta dall’ultima ricerca dell’associazione Di.Te. in collaborazione con il portale per gli studenti Skuola.net, tengono incollati sugli schermi tra le 4 e le 6 ore 3 ragazzi su 10, tra gli 11 e i 26 anni. Il 13% del campione intervistato, addirittura, è connesso on line per oltre 10 ore.

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L’anarchia, la tempesta e l’impeto

People For Planet - Ven, 05/10/2019 - 15:00

“È fantastico. È ciò di cui abbiamo bisogno di questi tempi: giovani pieni di gioia, pieni di amore, pieni di amicizia, in un mondo in cui tutti noi facciamo fatica a capire quanto ci sta attorno”. È la frase che Jürgen Klopp – l’allenatore del Liverpool, tra le protagoniste in questi giorni, assieme al Barcellona, di una tra le semifinali più epiche che la Champions League ricordi – affida al giornalista di Channel4.

L’intervistatore allarga la prospettiva, sente di poterlo fare con l’uomo che ha di fronte, che pare aver quasi fatto del suo stesso eroismo sportivo un proprio tratto distintivo. Gli chiede perché egli abbia fatto sapere di ritenere la Brexit un errore e abbia appoggiato l’idea di un secondo referendum in Gran Bretagna. Klopp risponde senza sfruttare un centesimo del suo credito, forse perché lo sport ha insegnato a questa ultima incarnazione dello Sturm und Drang su prato il senso del ridicolo e della misura. “Non sono la persona adatta a rispondere, non sono la persona più informata al mondo” dice, “Ma la gente le presta ascolto” incalza il giornalista, “Forse questo è il problema” chiosa il tecnico tedesco.

Il tramonto dei classici nella nostra civiltà a favore dell’ascolto del caos più mediocre è certamente un problema, ma l’abuso delle posizioni di potere che si tramutano in pulpiti e dei blog che si trasformano in partiti è forse un pericolo ancora più grande. Jurgen ha battuto in rimonta e per quattro reti a zero la squadra del calciatore più forte al mondo. Lo ha fatto in una gara in cui ogni previsione tecnica, qualunque approccio metodico a questo sport, ciascuna opinione è stata dissolta nel presente, nella densità mitologica di un evento che diveniva classico nel suo stesso svolgimento. Klopp ha poche parole: “Cosa volete? Vivere una situazione imperfetta da soli o viverne una imperfetta da partner forti in una unione forte? È buon senso. La storia ci ha insegnato che se siamo soli siamo più deboli”.

Forse il nostro buon senso è svanito anche a causa del nostro impegno salottiero, quello che ci ha fatto derubricare a attività ludica una storia drammatica ed esaltante come la Champions League, lasciando che a raccontarcela fossero frotte di grigi ragionieri del calcio. L’allenatore tedesco ha usato la parola “amore” per descrivere i ragazzi che vi partecipano, un termine che difficilmente abbiamo ascoltato da un qualunque leader politico negli ultimi quarant’anni – bisogna tornare indietro a Errico Malatesta e ai suoi anarchici che scrivevano “noi vogliamo per tutti pane, libertà, amore, scienza”. È il caso di smetterla di considerarli ventidue giovanotti in mutande che corrono dietro ad un pallone, o figli di una disciplina troppo complessa perché chiunque possa avvicinarvisi senza aver studiato milioni di pagine di moduli tattici sofisticatissimi. Jürgen Klopp non gioca solo e banalmente in Europa. Jürgen Klopp vi gioca perché questo continente, prima di tutto, lo ama.

Fonti:
Youtube.com
Channel4.com

Immagine: South China Mornin Post

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Pioggia di dazi dall’America, a rischio export Made in Italy.

People For Planet - Ven, 05/10/2019 - 14:10

Preoccupazione per i dazi voluti dal presidente Trump, a rischio i prodotti alimentari made in Italy. Su tutti vino e olio, allarme di Coldiretti

La pioggia dei dazi minacciati dal presidente americano Donald Trump si sta per abbattere sull’Europa colpendo, tra gli altri, i prodotti alimentari made in Italy. Una procedura avviata dall’amministrazione americana in seguito alla disputa con l’Unione Europea per l’industria aeronautica e che si abbatte con un lungo strascico sull’export della filiera agroalimentare e vinicola italiana, con termine ultimo il 28 maggio prossimo, come si legge sul registro Federale dal Dipartimento del Commercio statunitense.
Una voce però si è levata per salvaguardare l’olio d’oliva europeo, arriva dalla North American Olive Oil Association che ha avviato la petizione “Non tassare la nostra salute”. L’iniziativa è sottoscrivibile on line (qui), ed è resa nota da Coldiretti che esprime la propria preoccupazione nelle parole del presidente Ettore Prandini: “Ci sono le condizioni per evitare uno scontro dagli scenari inediti e preoccupanti che rischia di determinare un pericoloso effetto valanga sull’economia e sulle relazioni tra Paesi alleati. Gli Usa si collocano al terzo posto tra i principali italian food buyer dopo Germania e Francia, ma prima della Gran Bretagna”.
La petizione fa leva sul fattore salutare dell’olio d’oliva nella dieta mediterranea. La Food and Drug Administration ha infatti riconosciuto l’olio d’oliva come alimento benefico per la salute cardiovascolare, inteso come sostitutivo di trattamenti per malattie cardiache, cancro, diabete e demenza. I numeri della petizione parlano di un consumo annuo di 300.000 tonnellate d’olio d’oliva negli USA, a fronte di una produzione totale di soli 10.000 tonnellate, nel 2018-19. 
Un valore complessivo di 11 miliardi di euro. Questo è quanto valgono le esportazioni alimentari europee negli USA, con prodotti che includono, oltre l’olio d’oliva, vino, formaggi, agrumi, uva, marmellate, succhi di frutta, acqua e superalcolici.
I dazi colpiranno, secondo Coldiretti, il 50% degli alimentari e delle bevande Made in Italy esportate negli Stati Uniti, che rappresentano un valore complessivo di mercato di 4,2 miliardi di euro. Un dato di mercato che rappresenta un record raggiunto nel corso del 2018 segnando una crescita del +2% rispetto all’anno precedente.
La preoccupazione per la drastica manovra del presidente americano riguarda anche il vino che rappresenta la fetta più grande del mercato alimentare italiano, con un totale di 1,5 miliardi di euro (2018), seguito dai 436 milioni dell’olio d’oliva e i formaggi per 273 milioni di euro.

FONTE: WINENEWS.IT

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