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Juventus: la maglia fatta con la plastica riciclata dagli oceani

People For Planet - Lun, 07/30/2018 - 04:24

Avrà un design innovativo nel pieno rispetto per l’ambiente. La nuova maglia della Juventus sarà prodotta col tessuto Parley Ocean Plastic. Ricavato con la plastica riciclata dagli oceani, nasce dalla collaborazione di Adidas e Parleu for the Oceans, un programma ideato per combattere l’inquinamento dei mari.

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Il cibo biologico è migliore. La conferma (anche) dall’Unione europea

People For Planet - Lun, 07/30/2018 - 04:09

Secondo dati Nielsen del 2018, quest’anno il tasso di crescita delle vendite di prodotti bio si è attestato a un 10,5% dopo un triennio caratterizzato da un’impennata delle vendite, a tassi annui tra il 18 e il 19%. Numeri enormi, se si considera che l’alimentare nel suo complesso aumenta del 3% circa l’anno e che, della spesa alimentare complessiva, il biologico da solo rappresenta il 3,7%. Consideriamo inoltre che il biologico ha tutt’ora una scelta limitata, a partire dalla grande distribuzione (GDO), come i supermercati, e dunque un potenziale ben maggiore. Nell’ultimo anno, il numero di acquirenti abituali di prodotti biologici è stato pari a 6,5 milioni di famiglie, mentre il numero di acquirenti saltuari è cresciuto fino a 21,8 milioni di famiglie.

Nella GDO, le vendite di biologico sono aumentate del 15,8% nei supermercati e dell’11,7% negli ipermercati nel 2018.

Vale la pena? Sì. L’ultimo rapporto sui residui di pesticidi dell’Efsa, l’Ente europeo che controlla la sicurezza del cibo, diffuso pochi giorni fa, è tranquillizzante sia per la frutta e la verdura tradizionali che per il biologico (se italiani). Ma notiamo le differenze per capirne di più.

Dei campioni analizzati, il 96% di frutta e verdura “tradizionale” aveva residui di pesticidi entro i limiti di legge: cioè aveva residui, ma le attuali conoscenze scientifiche le considerano sicure. Come si definisce questo parametro? In base a una media, per cui è chiaro che un maschio adulto che pesa 80 kg è danneggiato meno rispetto a un consumatore più fragile come un bambino o un bebè. Ed è altrettanto chiaro che la quantità di frutta e verdura consumata abitualmente fa nuovamente variare la concentrazione nel corpo di questi contaminanti. Si fa una stima e si decide cosa sia sicuro, cosa non danneggi la salute “media”. Ma è evidente che la presenza di queste sostanze, anche quando è considerata sicura, può comportare un rischio.

Inoltre, se su 100 prodotti 96 avevano residui nella norma, significa che 4 li avevano sopra la norma. Altro dato importante: tra quelli a norma, 51 erano praticamente privi di residui.

Questo da cosa dipende? Perché un alimento tradizionale (non biologico) in certi casi contiene residui chimici e in altri casi no? Succede perché, per esempio, alcuni alimenti – come le mele – hanno bisogno di più antiparassitari per crescere, e altri semplicemente assorbono maggiormente le sostanze a cui sono esposti, come ad esempio le pesche.

Adesso il confronto con il biologico: su 5,495 campioni di cibo bio considerati nel 2016, il 98.7% rientrava nei limiti di legge (contro il 96% degli alimenti tradizionali), e l’83.1% (contro il 51 del tradizionale) era completamente esente da residui.

Una differenza – quella tra cibo tradizionale e biologico – davvero notevole: i cibi esenti da contaminanti si trovano tra i cibi biologici con una frequenza maggiore di 32 punti percentuali.

A questo link i grafici dello studio, dove poter confrontare i risultati da Paese a Paese e anche per tipologia di cibo. Si scopre così ad esempio che il topinampur è sempre privo di residui, e che la salvia ha un rischio altissimo di avere contaminanti oltre i limiti di legge, intorno al 20%. Mai male quanto il te, che arriva a esser fuori legge in 24 casi su 100. Male anche la frutta tropicale, che nell’11% dei casi ha valori sopra la normativa. Tra i cereali, spicca in positivo la segale ma anche il mais.

Altra cosa interessante che potete confrontare da soli è un paragone, indicativo, tra Spagna e Italia. Perché la Spagna? Perché è il Paese da dove più spesso arrivano sui nostri banchi le “primizie”, o in genere frutta e verdura a minor costo: e non è un caso. La Spagna ha regole più blande per i limiti di pesticidi nelle coltivazioni e anche da questo rapporto lo si vede bene. Nel confronto tra Stati, in Italia sono stati analizzati oltre 11mila campioni, in Spagna poco più di 2mila: oltre 5 volte di più. Nonostante questo, la Spagna ha un valore quasi doppio al nostro (3,2% rispetto all’1,9%) di prodotti finali con quantità di pesticidi oltre le norme.

Le analisi, condotte nel 2016, hanno valutato 84,657 campioni di cibo, testati su 791 tipi di pesticidi. La maggior parte dei campioni (67%) era di provenienza europea, o da Islanda e Norvegia, il 26.4% erano prodotti importati da paesi terzi. Per ben il 6.6% dei campioni, l’origine era sconosciuta: cosa che purtroppo può avvenire per alcune categorie di prodotto, ma che è sempre bene escludere dal nostro carrello ove possibile.

I limiti di legge non erano rispettati in una media del 2.4% dei casi per quanto riguarda i prodotti europei, del 7,2 per quanto riguarda i prodotti extra-Ue: cosa altrettanto interessante da tenere a mente quando compriamo ananas, banane ma anche un qualsiasi alimento, tra i milioni in commercio, che contiene olio di palma, per esempio.

Fa piacere sapere che, sebbene i campioni analizzati siano stati solo 1.676, il cibo destinato a neonati e bimbi piccoli (quindi prevalentemente latte in polvere e omogeneizzati) era entro i limiti nel 98.1% dei casi, e completamente libero da residui nel’89.8%. Una percentuale vicina a quella già mostrata e che riguarda il biologico, ma dove i campioni analizzati sono stati ben di più: su 5.495 campioni analizzati di biologico, il 98.7% era entro i parametri (quindi di un pelo più sicuri anche rispetto agli alimenti per la prima infanzia) e l’83.1% libero da residui.

Tra i cibi in assoluto e ovunque più “puliti” spiccano come detto la segale, il cavolo cappuccio, e le fragole. I cibi più contaminati sono le mele e i pomodori (dunque quelli dove vale ancor di più la pena scegliere bio). In base ai risultati raggiunti, Efsa ha definito basso il rischio per la salute, sia nel breve che nel lungo periodo: basso, non assente, e, come detto, relativamente a una stima.

Per capire fino a che punto ci convenga spendere di più, e comprare bio, consideriamo anche gli ulteriori controlli ai quali solo il biologico è sottoposto (salvo, ovviamente, le frondi, che possono esistere in qualsiasi ambito). Come ci spiegano dalI’Ispra, in Italia, nel caso del biologico “si testa non solo il prodotto finale, ma anche campioni di suolo e di acqua della falda, si analizzano parti della pianta e si pianificano attività di controllo che possono prevedere analisi chimiche superiori al minimo stabilito dal Regolamento europeo”. Se, ad esempio, nel terreno vengono trovate tracce di pesticidi e fertilizzati usati precedentemente in quel campo, l’agricoltore coltiverà in modo biologico, ma non potrà apporre la scritto bio sui suoi prodotti per almeno 2-3 anni, in modo da far decadere tutti i residui tossici. Ci sono 20 agenzie riconosciute per la certificazione bio. Fanno 62mila ispezioni l’anno e attestano 5mila campioni di suolo e prodotti. Valutano anche la presenza di agenti tossici, compresi i metalli pesanti, non considerati invece, ad esempio, in questa analisi dell’Efsa.

Abbiamo detto certificazioni bio: un elemento fondamentale per essere certi che l’alimento che abbiamo di fronte è veramente più sicuro. A questa pagina, il Ministero delle Politiche agricole stila un elenco delle certificazioni valide e autorizzate che dovremmo imprimere nella memoria quando leggiamo l’etichetta di un prodotto perché ci interessa scegliere biologico.

Da Federbio riassumono: “Le verifiche nel biologico hanno un rapporto di 0 a 100 rispetto al normale agroalimentare o al non certificato”. Qualcosa di prezioso, che inevitabilmente costa di più, ma che – tutto lascia intendere – ci ripaga nel tempo, anche – e certamente – da un punto di vista ambientale.

 

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In una impresa familiare chi scappa con la cassa non è punibile

People For Planet - Lun, 07/30/2018 - 02:16

Mi sono trovato spesso a gestire, da consulente, le dinamiche di riassetto organizzativo delle imprese a gestione familiare e qualche volta mi sono imbattuto anche in casi di ammanchi di cassa e sottrazione indebita di sostanze patrimoniali.

In altri termini ci si accorgeva che qualcuno era scappato con la cassa!

In Italia esistono circa 2,5 milioni di microimprese costituite sotto forma di impresa individuali (o ditta individuale) che impiegano circa 10 milioni di addetti. Si tratta sostanzialmente di imprese familiari disciplinate dall’art. 230 bis c.c., introdotto con la L. 151/1975 (Riforma del diritto di famiglia), che l definisce come l’organizzazione in cui collaborano il coniuge, i parenti entro il terzo grado e gli affini entro il secondo. Una azienda difficile da gestire, forse tra le più difficili, laddove si intrecciano le dinamiche dei sentimenti con lo sviluppo del business soprattutto in determinati momenti della vita dell’azienda come la individuazione della leadership e il il ricambio generazionale che rappresentano le principali cause di morte di quel tipo di imprenditoria.
Ne abbiamo parlato giovedì 21 Giugno, al convegno “Impresa familiare: un collegamento tra Generazione, Impresa & Territorio” , un progetto interessante dell’Università degli Studi di Napoli “Parthenope” che mi ha entusiasmato dalle prime battute per la qualità degli interventi, poco accademici e molto orientati alla individuazione delle soluzioni.

Sono stato sensibilmente e professionalmente coinvolto nel dibattito proposto dall’Avv. penalista del foro di Napoli Rocco Curcio sul tema della non punibilità dei reati contro il patrimonio commessi nell’ambito della impresa familiare. In particolare ci siamo soffermati sul dispositivo dell’art. 649 c.p che stabilisce che qualsiasi danno patrimoniale prodotto in danno di un parente nell’ambito dell’impresa familiare non è punibile!

E’ escluso solo il danno derivante da rapina, estorsione, sequestro di persona a scopo di estorsione e comunque ogni altro delitto contro il patrimonio che sia commesso con violenza alle persone.

Per il resto, anche la cd. Appropriazione indebita, contemplata nel dettaglio dall’articolo 646 il quale punisce “chiunque, per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, si appropria il denaro o la cosa mobile altrui di cui abbia, a qualsiasi titolo, il possesso“, non ha rilevanza penale.

Pertanto se un familiare scappa con la cassa dell’azienda non e’ punibile penalmente. Scioccante !

Un vuoto legislativo che merita una riflessione.

Cari imprenditori, non è forse il caso di tener ben presente tale tematica nella gestione delle imprese familiari laddove solitamente si tende ad apprestare una tutela minima ai rapporti di lavoro che si svolgono in ambito familiare?

Per chi non ha saputo o voluto anticipare il problema – relegandolo invece tra le cose che sono destinate ad avvenire ‘naturalmente’ e che non necessitano particolare attenzione o, peggio ancora, nell’area dei fatti che producono sensazioni sgradevoli e che è meglio dimenticare in fretta per concentrarsi su cose più piacevoli – il risveglio potrebbe essere dei più amari.

Ecco l’esigenza di impostare strumenti di vincolo e di ottimizzazione come il «patto legale della famiglia» che garantisca il ricambio generazionale e la continuità d’impresa anche attraverso la tutela del patrimonio.
La finalità è quella di assicurare, fissando regole precise, continuità nella gestione delle imprese, attraverso: l’individuazione di uno o più discendenti – figli, nipoti – dell’imprenditore ritenuti idonei alla gestione; il trasferimento a esso dell’azienda o delle partecipazioni (quando l’impresa è svolta attraverso una struttura societaria); la liquidazione dei diritti economici dei legittimari ai quali non viene assegnata l’azienda o non vengono date le partecipazioni. E non ultimo anche le garanzie eventualmente da ritirare per far fronte a tale ipotetico, ma non improbabile, evento.

 

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Sculture in metallo che si muovono con il vento

People For Planet - Dom, 07/29/2018 - 04:16

Nel 1996 ha riempito il suo parco di sculture con pezzi metallici che danzano sinuosamente al vento. Il suo lavoro è apparso anche alle Olimpiadi di Rio 2016! L’intento dell’artista è trasmettere agli spettatori attraverso il suo lavoro un momento di pace semi-meditativa.

 

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E se vi chiedessero di lavorare di meno?

People For Planet - Sab, 07/28/2018 - 05:24

Nel produttivo Nord Est c’è un’azienda che ha avviato una sperimentazione che sembra quasi controtendenza: far lavorare i propri dipendenti due ore in meno alla settimana, con altre concessioni come la flessibilità oraria in entrata e due giorni di lavoro da casa.

Sta succedendo alla Salvagnini, azienda che progetta e produce macchine e sistemi per la lavorazione della lamiera, in provincia di Vicenza.
A scaglioni, i 750 dipendenti otterranno quello che hanno richiesto e che è stato scritto in un accordo integrativo appena firmato: 38 ore di lavoro anziché 40 a settimana, con l’uscita alle 14 del venerdì per un weekend più lungo. L’accordo prevede anche la possibilità di entrare in orario flessibile tra le 8 e le 8.30 e, per le 350 persone impiegate negli uffici, anche due giorni a settimana di lavoro da casa. Le due ore saranno comunque pagate: dall’azienda stessa per i primi 75 minuti e 45 minuti saranno scalati dai permessi.

“Dimostreremo che anche con due ore in meno si può realizzare lo stesso prodotto di qualità perché la gente è motivata dal poter stare un pomeriggio intero in più con i propri cari e dall’ipotesi di produrre da casa”, hanno detto al quotidiano La Repubblica i sindacalisti che hanno lavorato all’accordo, Morgan Prebianca della Fiom e Carmine Battipaglia di Fim e Rsu.

Le modalità e l’organizzazione andranno sperimentate sul campo. La riduzione oraria sul lavoro ha dato risultati altalenanti in base alle modalità di attuazione e di diversa interpretazione (pensiamo solo alla Francia e al lungo dibattito sul tema delle 35 ore), ma il lavoro da casa, il cosiddetto Smart Working, va nella direzione seguita da molti Paesi europei ed anche in Italia sta crescendo.

Solo nel 2017 sono cresciuti del 60% i lavoratori che hanno iniziato a sperimentare il lavoro da casa, arrivando al 5-6% di lavoratori totali interessati, secondi dati dell’Osservatorio sullo smart working del Politecnico di Milano, riportato anche dal Sole24Ore. Il quotidiano indica che le cifre sono ancora ben lontane dal 17% della media europea e riporta anche un dato interessante: da casa crescerebbe la produttività. L’Osservatorio stima un incremento della produttività pari al 15%, anche grazie alla riduzione del tempo e del costo per gli spostamenti, alla riduzione dell’assenteismo e all’abbattimento dei costi per gli spazi fisici.

Dall’Osservatorio si evidenzia anche un cambio culturale: puntare sullo smart working significherebbe infatti “traghettare le organizzazioni verso una cultura del lavoro meno legata al presenzialismo e più volta al risultato“.

 

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Tiziano Terzani: avere ci rende felici?

People For Planet - Sab, 07/28/2018 - 04:10

 

Produciamo cose inutili, prodotte da altri in condizioni che vogliamo ignorare in una continua economia competitiva, entrata a far parte anche delle nostre più azioni quotidiane. Soldi per le multinazionali, soldi per il consumismo, soldi sperperati, ma quello che troppo spesso dimentichiamo è la capacità di accontentarsi.

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Che scooter sharing scelgo a Roma e a Milano? (Infografica)

People For Planet - Ven, 07/27/2018 - 02:29

Dopo aver analizzato le offerte dei servizi di car sharing e bike sharing di diverse città italiane andiamo ora a conoscere lo scooter sharing, la condivisione dei motocicli, a Roma e Milano.

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

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Più spazi verdi nelle città per sconfiggere stress e depressione

People For Planet - Ven, 07/27/2018 - 02:16

A dire il vero non occorre che sia la scienza a dirlo, ma ora lo conferma anche uno studio della Perelman School of Medicine e della School of Arts & Sciences dell’Università della Pennsylvania: le città con molti spazi verdi aiutano a ridurre la depressione e favoriscono il benessere mentale per i residenti. Basta poco per riconvertire spazi abbandonati, e i risultati sono notevoli.

Negli Stati Uniti il 15% del suolo è classificato come lotto abbandonato o non ha una destinazione. Spesso queste zone diventano discariche abusive o crescono alberi e piante senza la minima cura; potrebbero invece essere convertite in spazi verdi fruibili per i cittadini. Lo studio parte da questi presupposti.

Per la prima volta i ricercatori hanno misurato la salute mentale dei residenti di Philadelphia prima e dopo la riconversione delle aree non utilizzate. Chi vive in un raggio di circa 500 metri dalle zone riconvertite in spazi verdi mostra una diminuzione del 41,5% del sentimento di depressione. Si registra inoltre una diminuzione del 63% circa di coloro che dichiarano di soffrire di scarso benessere psichico. Il malessere tende a diminuire e basta la consapevolezza di vivere in un luogo più green.

E’ la dimostrazione lampante che riqualificare le zone dismesse nelle grandi città aiuta moltissimo a migliorare la salute delle persone. Questo, a lungo andare, può contribuire a ridurre i crimini, la violenza, i livelli di stress. Lo stesso team di ricercatori aveva già infatti evidenziato una diminuzione fino al 29% dei crimini violenti nelle zone vicine ai nuovi parchi urbani.

Richard Rogers, l’architetto che insieme a Renzo Piano e a Gianfranco Franchini progettò il Centro Georges Pompidou di Parigi, dice che “Non si può pensare un’architettura senza pensare alla gente”. E la gente ha anche bisogno di spazi di decompressione, dove lasciar defluire i pensieri fuori dalla mente e rilassarsi senza che il ritmo frenetico di una grande città prenda il sopravvento. Gli spazi verdi, i parchi e gli orti urbani sono la soluzione ideale, tutto sommato anche low cost, per ridare all’uomo quella sensazione di benessere che deriva da un contatto con la natura spesso negato dal cemento. E, allo stesso tempo, sono la soluzione perfetta anche per non consegnare all’oblio metri quadrati di territorio prezioso.

John MacDonald, uno dei coordinatori dello studio, professore di criminologia e sociologia, ha evidenziato che “i risultati possono supportare la teoria secondo cui l’esposizione ad elementi ambientali naturali può diventare parte di una terapia per il recupero della salute mentale, in particolare per chi vive in contesti urbani stressanti e caotici”.

Quanto costa? Trasformare un lotto abbandonato in un’area verde è costato circa 1.600 dollari, mentre la manutenzione comporta circa 180 dollari all’anno. Non molto, ma tutto dipende ancora una volta dalla sensibilità delle singole istituzioni. C’è la volontà di migliorare il benessere delle comunità con piccoli interventi?

 

Foto di copertina: esempio di riqualificazione di uno spazio abbandonato, con recinto in legno ad indicare l’area curata e a prevenire lo sversamento di rifiuti (Fonte: Columbia University)

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Ricercatori italiani scoprono un lago su Marte

People For Planet - Gio, 07/26/2018 - 08:44

E’ un lago simile a quelli terrestri. Si trova però al polo sud di Marte, sotto a uno strato di ghiaccio di un chilometro e mezzo. Ha una ventina di chilometri di diametro e una temperatura di almeno dieci gradi sottozero. La pressione del ghiaccio sovrastante e la presenza di sali disciolti (magnesio, calcio e sodio sono elementi di cui è ricco il suolo del pianeta) gli permette di restare liquido nonostante il freddo. Sulla Terra, in Groenlandia come in Antartide, si conoscono decine di laghi subglaciali simili. In alcuni vivono colonie di batteri estremofili, capaci di cavarsela anche al freddo e al buio.

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Ambiente: assassinati 207 attivisti nel solo 2017

People For Planet - Gio, 07/26/2018 - 05:42

Quella di 207 persone, uomini e donne, nei soli 22 Paesi di tutto il mondo presi in esame dal report At What Cost. Una lotta per i loro diritti e per quelli dell’ambiente, la loro Terra fonte di vita e spesso sacra. Così riporta l’ultima analisi di Global Witness, ONG britannica nata nel 1993 e storicamente impegnata nella protezione dei diritti umani e ambientali. Il report, presentato martedì 24 luglio 2018, fa emergere una verità sconcertante, intimidatoria e troppo spesso infangata nella speranza che nessuno faccia più domande e soprattutto non si opponga più.

“L’omicidio è uno dei modi principali per mettere a tacere i difensori, oltre alle minacce di morte, arresti, violenze, rapimenti e aggressioni all’interno della legge”, afferma il rapporto.

In 22 Paesi di tutto il mondo sono stati 207 gli omicidi di attivisti, una media di 4 vittime alla settimana. Stima probabilmente inferiore ai dati reali, ma che vede il 2017 comunque come l’anno peggiore finora; erano infatti 200 le vittime recensite nel 2016, 185 nel 2015 e 116 nel 2014.

Il 60% delle morti sono registrate in America Latina, con in testa il Brasile, che vince l’amaro record di paese al mondo con maggior numero di omicidi (57) a sfondo ambientale.  A seguire, sempre a cifra doppia, troviamo Filippine (48) con il maggior numero di assassinii nella storia di un Paese asiatico, Colombia (24), Messico (15), Repubblica Democratica del Congo (13) e India (11). L’organizzazione riferisce che le vittime sono perlopiù autorità locali, attivisti e ambientalisti che cercano di proteggere le loro case e comunità dalle industrie distruttive, dal bracconaggio e dal depauperamento delle loro terre.

Le industrie del settore agroindustriale sono tra i maggiori responsabili. Dimenticatevi le miniere, oggi è il settore agroindustriale quello che, giorno dopo giorno, sta diventando il più invadente e brutale nei confronti di popolazioni autoctone abbandonate dai governi locali e troppo deboli per una autodifesa efficace.

Dal titolo del rapporto la connessione è chiara: “A quale prezzo?”. Una domanda rivolta a noi consumatori che non ci interessiamo circa la provenienza dei prodotti offerti e non siamo più capaci di etiche rinunce, al costo di enormi sprechi e conseguenze disastrose anche in termini economici. (Vedi lo spreco di cibo in Italia).
Nonostante le alternative possibili di cui oggi disponiamo, continuiamo a ignorare che anche le nostre più semplici abitudini quotidiane possono avere conseguenze sulla vita (e Terra) di qualcun altro.

 “Si uccidono i militanti locali perché i governi e le aziende hanno a cuore il rapido profitto e non le vite umane. I reparti dei nostri supermercati sono riempiti di prodotti generati da questa carneficina. E ora le comunità, quelle che in modo coraggioso resistono ai funzionari corrotti, alle industrie distruttrici e alla devastazione dell’ambiente, sono brutalmente ridotte al silenzio”, ha denunciato Ben Leather, responsabile di Global Witness.

Il termine corretto è quello di land grabbing, che tradotto significa “accaparramento delle terre”.  Questo è quanto succede quando una larga porzione di terra considerata “inutilizzata” è venduta a terzi, aziende o governi di altri paesi, senza il consenso delle comunità che ci abitano o che la utilizzano per coltivare e produrre il loro cibo. E quindi abbiamo monocolture di olio di palma, distese di coltivazioni di ananas, campi di avocado… prodotti usati in cucina, ma anche per la bellezza. Sarebbe sufficiente una maggiore attenzione alle etichette per rendersi conto della dimensione globale del fenomeno, e più attenzione a tavola per dare il nostro contributo.

Che la violenza sia direttamente legata ai prodotti comprati dai consumatori è una delle denunce che il rapporto vuole evidenziare cercando di sensibilizzare su una condotta responsabile. Global Witness chiede: “Un’azione urgente per invertire la tendenza. Oggi, i governi e le imprese sono responsabili, ma possono decidere, al contrario, di trovare delle soluzioni. Devono affrontare le cause stesse di queste violenze, assicurandosi, per esempio, che le comunità abbiano il diritto di rifiutare dei progetti sulle loro terre, ma anche sostenendo e proteggendo i difensori minacciati e assicurando che sia resa giustizia a coloro che subiscono questa violenza».

 

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Punta Marina (RA), il primo bagno per disabili in regione

People For Planet - Gio, 07/26/2018 - 04:24

Ci sono attimi di vita che tendiamo a dare per scontati, come ad esempio un bagno al mare. Ma per qualcuno anche solo immergersi in acqua è tutt’altro che normale e semplice. Parliamo delle persone affette da disabilità più o meno gravi che finalmente da lunedì (inaugurazione alle 19) e per tutto agosto, in un tratto di spiaggia attrezzata di Punta Marina (Ravenna) tra gli stabilimenti Chicco Beach e Susanna, avranno la possibilità di andare in spiaggia e fare il bagno in una struttura ad hoc, la prima a loro dedicata in regione e la terza in tutta Italia.
L’idea è stata portata avanti da Debora Donati, moglie del faentino Dario Alvisi, morto di Sla a 44 anni l’1 aprile scorso: «Perché voglio aiutare le persone che si trovano a vivere la mia stessa esperienza. In tanti hanno aiutato me e io voglio ricambiare» spiega.

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Incontro al Senato sulla vendita dei farmaci sfusi

People For Planet - Gio, 07/26/2018 - 02:22

Dopo aver affrontato preliminarmente diversi temi di discussione con la senatrice Mariolina Castellone ho incontrato una decina di membri del M5S delle Commissioni Sanità di Camera e Senato.

Abbiamo parlato dei medicinali sfusi, proposta che dovrebbe avere la via spianata perché la Ministro Grillo è stata la prima firmataria di una proposta di legge in questa direzione riferita alla distribuzione dei farmaci negli ospedali, nella passata legislatura. Legge che tra l’altro fu proposta anche da parlamentari del Pd nel 2007. Ci sono perciò le condizioni per ottenere una vasta alleanza ed è quindi importante impegnarsi fuori dal parlamento perché si arrivi all’approvazione, proprio perché c’è un sostegno diffuso a questa idea. Conoscendo la lentezza del Parlamento sarà essenziale che ci sia una spinta della “società civile”.

Qui i documenti in pdf che abbiamo presentato alle Commissioni:

Farmaci Sfusi – Sintesi Legislativa
Farmaci Sfusi – Esperienze Altri Paesi
Somministrazione Farmaci In Dose Unitaria – Italia

 

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Le Ricette di Angela Labellarte: crema di rape rosse per te…

People For Planet - Gio, 07/26/2018 - 02:02

Ingredienti per 4 persone

Barbabietole cotte a vapore 2
Sedano 2 coste
Cipolle 1
Patate 2
Olio 4 cucchiai
Sale q.b.
Maggiorana 1 mazzetto
Yogurt 4 cucchiaini

Preparazione
In una casseruola tagliare la cipolla a pezzettoni e rosolarla nell’olio, aggiungere le patate pelate e il sedano tagliati grossolanamente, coprire di acqua calda e cuocere a fuoco medio per circa 20 minuti. In seguito aggiungere le barbabietole precedentemente cotte a vapore, pelate e tagliate a pezzettoni, aggiungere il sale e se necessario un po’ d’acqua fino a coprire le verdure, proseguire la cottura per 10 minuti. Passare il tutto con un frullatore a immersione, non dimenticando di aggiungere la maggiorana.
Servire la crema nei piatti da portata con un cucchiaino di yogurt e un rametto di maggiorana.

Tempo di preparazione: 40 minuti

Ph. Angela Prati

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Il digestato da biogas in agricoltura biologica

People For Planet - Mer, 07/25/2018 - 16:01

Recita il comunicato stampa del CIB: “Piero Gattoni e Paolo Carnemolla, presidente di Federbio, hanno firmato le linee guida per l’uso agronomico del digestato in agricoltura biologica, frutto di un tavolo di lavoro tecnico lanciato l’anno scorso proprio da Ecofuturo.
Gattoni esprime la propria soddisfazione:”È stato un lavoro significativo frutto di un confronto tecnico articolato di cui siamo molto soddisfatti perché dimostra la sempre maggiore convergenza tra l’agricoltura del Biogasfattobene e l’agricoltura biologica.”
“La conversione all’agricoltura biologica su larga scala può consentire di sequestrare carbonio con maggiore rapidità. – dichiara Paolo Carnemolla, presidente Federbio –
L’impiego del digestato è stata una opportunità che dobbiamo cogliere senza venir meno ai principi e alle regole del biologico, per questo la collaborazione con CIB è fondamentale ed ha consentito di
produrre linee guida molto utili anzitutto per gli agricoltori bio italiani”
“L’accordo sul digestato trovato dopo un anno di confronto tecnico e scientifico da chi fa biogasfattobene e mondo del biologico crea le premesse per una nuova agricoltura capace di ricucire lo strappo al futuro dovuto al petrolio e ai suoi derivati – dichiara Jacopo Fo, co-fondatore del Festival Ecofuturo – Con questo accordo si dimostra che Ecofuturo era nel giusto nel credere che l’ecologia e la tecnologia unendosi avrebbero determinato una nuova speranza concreta. Cib e Federbio rendono grande l’intuizione che abbiamo avuto con Michele Dotti e Fabio Roggiolani.””

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I vestiti ecologici di Vigga

People For Planet - Mer, 07/25/2018 - 09:21

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L’eclissi lunare totale più lunga del secolo

People For Planet - Mer, 07/25/2018 - 09:18

Venerdì 27 luglio potremo assistere in Italia a un’eclissi totale di Luna. Il fenomeno inizierà intorno alle 19 di sera, quando ci sarà ancora il Sole a illuminare il cielo, ma raggiungerà comunque il suo picco dopo le 22, quando sarà buio a sufficienza per osservarlo al meglio.
Anche se sono spesso riprese dai media con grande enfasi, le eclissi lunari sono un fenomeno piuttosto frequente: se ne registrano in media tre ogni due anni, ma non mancano i periodi in cui ne avvengono tre in un solo anno, considerando sia quelle parziali sia quelle totali.
Questo non deve comunque intaccare il vostro improvviso entusiasmo per la Luna: negli ultimi anni le eclissi visibili dall’Italia sono state poco frequenti e inoltre quella di venerdì sarà la più lunga di tutto il Ventunesimo secolo.

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Perché sono andato in Parlamento a incontrare deputati e senatori

People For Planet - Mer, 07/25/2018 - 02:49

La mia idea è che le cose migliorano se le persone si parlano e se le idee più concrete circolano. Per questo da anni collaboriamo con tutti quelli che hanno voglia di progresso a prescindere dalle appartenenze politiche. Sembrerà strano ma anche in un momento di polemiche furiose tra i progressisti stiamo riuscendo, come in passato, a creare momenti di dialogo che mettono assieme ambiti di collaborazione che paiono impossibili: ad esempio hanno aderito alla nostra proposta “3 Leggi Facili” militanti e parlamentari di M5S, Pd e Leu (impossibile ma vero, siamo un contingente pacifista di interposizione!!!)

Da 20 anni giriamo i comuni di tutti i colori proponendo forme di risparmio energetico. A Padova con l’allora Sindaco Zanonato del Pd, abbiamo tagliato 1 milione e mezzo di euro all’anno sostituendo illuminazione pubblica e riscaldamenti, era il 2007, 9 anni prima che le lampadine dei lampioni venissero sostituite a Milano, Roma, Torino e Firenze. Pensate se questo progetto, realizzato dall’ingegner Maurizio Fauri, fosse stato adottato subito dopo il successo di Padova… Si sarebbero risparmiati centinaia di milioni all’anno! Ma allora la politica aveva altro da pensare…

In questi anni abbiamo lavorato per il risparmio energetico di una quarantina di altri piccoli comuni amministrati da Pd, Si, M5S e perfino con ex comunisti passati alla Lega. Un lavoro lento, ancor oggi dopo 11 anni che abbiamo dimostrato cosa si potesse fare ci sono migliaia di comuni che continuano a buttare i soldi dalla finestra con le vecchie, antiche, lampadine…

Al Senato ho avuto due incontri molto importanti: uno con i parlamentari M5S delle Commissioni Sanità di Camera e Senato, per portare la nostra proposta di legge sui farmaci sfusi (ne parlo nell’articolo che verrà pubblicato domani). Questo intervento è stato possibile grazie alla senatrice Mariolina Castellone che si è dimostrata tra le prime persone aperte al dialogo.

L’altro incontro è stato con il senatore Gianni Pietro Girotto, che da anni partecipa come relatore anche al nostro Festival Ecofuturo e grazie al quale in passato abbiamo organizzato incontri con senatori e deputati del M5S, Pd, Sinistra Italiana, e che ora è diventato Presidente della Commissione Commercio, Industria, Turismo. L’obiettivo dell’incontro è stato presentare un’idea semplice per rilanciare l’appoggio alle startup innovative.

Dando vita a People for Planet abbiamo promesso di raccontarti non solo quel che è successo ma anche che cosa stiamo facendo succedere.

Una dichiarazione altisonante.

E anche una proposta che speriamo coinvolga sempre più persone.

Quel che proponiamo è un modo diverso di impegnarsi per migliorare la situazione italiana.

Da quando mia madre era al Senato (2007) abbiamo lavorato per individuare leggi facili e utili che fosse realmente possibile far approvare in tempi rapidi.

La situazione è difficile, l’Italia è spaccata in 3 fazioni politiche, è inutile cercare di ottenere riforme epocali, nessuno ha in parlamento la forza di farle approvare. È invece possibile vincere piccole battaglie che a volte possono portare a grandi risultati e magari dare forza e fiducia a chi lotta per il progresso.

È la strategia dei piccoli passi, la strategia dello Shangai, il gioco nel quale devi spostare per prime le bacchette più facili da muovere (ho scoperto che questo gioco si chiama anche Mikado, nome giapponese).

La battaglia per ottenere la limitazione dei vitalizi è di certo importante per il principio etico che contiene ma in termini di risultati di denaro sono al massimo 150 milioni di euro risparmiati. La nostra proposta di adottare la vendita dei farmaci nella quantità esatta prescritta dal medico porterebbe, secondo le stime più prudenti, a un risparmio di 500 milioni di euro. In Germania, Usa, Francia e Spagna già lo fanno, perché non dovremmo imitarli?

Un’altra proposta è istituire un’Autorità che vigili in via preventiva sui contratti “di massa” (telefonia, banche, assicurazioni, gas e luce eccetera), eviterebbe 300 mila cause civili e darebbe garanzie ai cittadini che firmano  questi contratti pieni di clausole imposte dalle compagnie. Anche qui un risparmio superiore a quello ottenuto con i vitalizi.

Nella lotta alle ludopatie abbiamo già ottenuto un successo perché, grazie alla campagna che da tempo sosteniamo in molti, il “Decreto Dignità” (già approvato e ora in fase di conversione) contiene finalmente il divieto della pubblicità per il gioco d’azzardo…

In questo momento stiamo cercando idee per altre proposte da portare avanti e stiamo cercando in ogni direzione alleati.

Per questo stiamo prendendo contatti con esponenti di varie forze politiche e progettiamo una serie di convegni tematici con i parlamentari. Parlare, spiegare, far conoscere, un modo per fare lobbying trasparente.

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La strana voglia di punire degli italiani spiegata da Cesare Beccaria, un ragazzo

People For Planet - Mer, 07/25/2018 - 02:15

Quando nel 1764 fece pubblicare Dei delitti e delle pene Cesare Beccaria era un giovane marchese di 26 anni. Quando Matteo Salvini e Giorgia Meloni scrivono di castrazione chimica e di abolizione del reato della tortura ne hanno qualcuno in più.

Il libretto, messo dalla Chiesa all’Indice nel 1766, è tra le cose di cui gli italiani dovrebbero andare maggiormente orgogliosi, più della pizza.

L’abolizione della pena di morte, l’ispirazione egualitaria secondo cui alla radice del crimine c’è la disuguaglianza economica e sociale e i principi laici che disciplinano il diritto di punire da parte dello Stato in Italia, in Europa e nel mondo sono stati possibili (anche) grazie al libro scritto da un ragazzo ventiseienne. Un ragazzo, come Federico Aldrovandi o Stefano Cucchi, per intenderci.

Nella stesura di Dei delitti e delle pene, Beccaria si fece aiutare dai fratelli Verri e dagli amici dell’Accademia dei Pugni, una società di persone che riunivano i propri intelletti a Milano, in Via Monte Napoleone, per fare metaforicamente “a pugni” con le arretratezze e i soprusi che caratterizzavano la società in cui vivevano.

La politica è per stessa sua natura linguistica, violenta: l’avversario politico va “battuto”, i governi “cadono”, i candidati “lottano”, e la “battaglia” politica non si ferma al termine della campagna elettorale, ma prosegue anche in assenza di una “opposizione” forte da mettere a tacere. La comunicazione di un politico risulta quanto più efficace quanto più scientemente violenta, e ciò tradisce un certo isterismo collettivo, dove sono spesso gli emarginati e i più colpiti da questa o da quella crisi a pretendere un’autorità minacciosa, potente, con cui possano identificarsi.

Il fatto di cronaca avvenuto ieri in Stazione Centrale a Milano e che ha per protagonista Massimiliano Codoro, leghista e candidato non eletto con il centrodestra alle ultime consultazioni politiche, pone l’accento su un ulteriore fenomeno sempre più frequente: la confusione tra il diritto a difendersi (con il placet dello Stato) e il diritto a esercitare un’autorità al posto dello Stato. Massimiliano Codoro ha estratto la pistola dopo che la molestia sarebbe avvenuta, dunque non per evitare la molestia in atto, ma per punirla a posteriori.

Scriveva Beccaria:

È evidente che il fine delle pene non è di tormentare ed affliggere un essere sensibile, né di disfare un delitto già commesso”.

E aggiungeva che lo Stato, avvalendosi di un “corpo” e “ben lungi di agire per passione, è il tranquillo moderatore delle passioni particolari”, deve decidere l’entità e i modi della pena seguendo come unico criterio “l’utile sociale”.

Sono passati due secoli ma ancora si assiste, sia pure attraverso i social network, alla legittimazione dell’esercizio di una violenza legalizzata e promossa come necessaria.

La castrazione chimica invocata da Matteo Salvini non ha alcun effetto sulla psicologia di una persona che si macchia del reato di aggressione o di violenza sessuale. Chi esercita o reitera un’aggressione sessuale lo fa indipendentemente dall’efficienza del proprio organo sessuale. Imporre la castrazione chimica obbligatoria per chi commette reati sessuali sarebbe dunque una pena che non segue l’“utile sociale”.

Un’altra posizione che sta facendo molto discutere è quella di Giorgia Meloni, che ha recentemente postato su Facebook la seguente frase: “Abolire il reato di  tortura che impedisce agli agenti di fare il proprio lavoro”. A rendere sottilmente ambigua la frase della leader di Fratelli d’Italia è la doppia natura del concetto stesso di diritto. Il diritto dovrebbe essere contemporaneamente lo strumento per proteggere i cittadini dall’arbitrio dell’autorità e il mezzo con cui l’autorità cerca di proteggere se stessa nel suo esercizio. Una condizione non facile da raggiungere, ma necessaria, perché, come diceva il grande Montesquieu citato da Beccaria, “ogni pena che non derivi dall’assoluta necessità è tirannica”.

Soltanto in uno Stato garante e con un governo solido può esserci un diritto di punire esercitato legalmente e al riparo da “passioni particolari” senza calpestare il contratto sociale che ogni cittadino, più o meno consapevolmente, stipula con i suoi simili, in quanto, come scritto in Dei delitti e delle pene:

Fu la necessità che costrinse gli uomini a cedere parte della propria libertà […] ciascuno non ne vuole mettere nel pubblico deposito che la minima porzion possibile, quella sola che basti ad indurre gli altri a difenderlo. L’aggregato di queste minimi porzioni possibili forma il diritto di punire; tutto il di più è abuso e non giustizia”.

Parole di Cesare Beccaria, un ragazzo.

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Emilia 4, l’auto solare dell’università di Bologna vince l’American Solar Challenge

People For Planet - Mar, 07/24/2018 - 08:34

Emilia 4, l’auto solare progettata e costruita dall’Università di Bologna, ha trionfato nell’American Solar Challenge, la competizione riservata a veicoli solari sviluppati dalle università di tutto il mondo.
Nata da un progetto di ricerca industriale finanziato dalla Regione Emilia-Romagna grazie ai Fondi europei – Por Fesr 2014-2020, Emilia 4 è stata sviluppata e costruita interamente in Emilia-Romagna dall’Università di Bologna e dal team di Onda Solare, con il coinvolgimento del CIRI Meccanica Avanzata e Materiali e il CIRI Aeronautica e il sostegno di diverse aziende e centri di ricerca, tra cui il Centro di super calcolo del Cineca e Scm Group.
Il lavoro di progettazione, che ha coinvolto una sessantina di persone, è durato due anni, mentre la fase di costruzione è stata portata a termine in meno di un anno.

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In Italia il consumo di suolo non si ferma. E così il cemento si mangia il bel Paese.

People For Planet - Mar, 07/24/2018 - 04:57

La presentazione dell’edizione 2018 del Rapporto realizzato dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale  (ISPRA) e dal Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA), tenutasi a Palazzo Montecitorio il 17 luglio, ha messo in evidenza un trend italiano tutt’altro che incoraggiante: un consumo di suolo ad oltranza che in Italia continua ad aumentare anche nel 2017, nonostante la crisi economica e i tentativi da parte di Istituzioni e Associazioni di sensibilizzare sul tema di territorio e ambiente.

Il Rapporto ha come obiettivo quello di restituire una fotografia completa e aggiornata del territorio e di fornire una valutazione delle dinamiche di cambiamento della copertura del suolo e della crescita urbana, anche a livello locale, e delle conseguenze sull’ambiente, sul paesaggio, sulle risorse naturali e sul sistema economico. Andiamo a vedere alcuni dei dati emersi:

Il cemento, durante lo scorso anno, ha sottratto alla natura 2 metri quadrati al secondo, che equivalgono a 15 ettari al giorno, per una superficie totale di 52 km quadrati all’anno: un dato, stabile in tutta Italia, ma in crescita nel Nord-Est. È come se avessimo costruito un’intera piazza Navona ogni due ore. In termini economici la sfrenata urbanizzazione rappresenta per il Paese una perdita superiore ai 2 miliardi di euro l’anno.

La rapida e costante trasformazione innescata da nuove infrastrutture e cantieri (che da soli coprono più di 3.000 ettari) non sembra trovare nessun tipo di limitazione sconfinando anche in aree protette e zone a rischio idrogeologico, arrivando a invadere addirittura le aree vincolate per la tutela del paesaggio come coste, laghi, fiumi, montagne e vulcani. I numeri, ancora una volta, ci sorprendono negativamente: la stima è di 74.554 ettari di territorio consumato all’interno delle nostre aree protette. In termini percentuali emerge che: il 24% del territorio trasformato è soggetto a vincoli paesaggistici, il 6% a rischio frana, il 32% ad alto rischio sismico e l’1,6% protetto. Il territorio più minacciato è quello delle coste e dei bacini idrici dove il cemento ricopre oltre 350 mila ettari, circa l’8% della loro estensione totale.

Maglia nera delle trasformazioni sul suolo 2017 va al Parco nazionale dei Monti Sibillini, con oltre 24 ettari di territorio consumato, seguito da quello del Gran Sasso e Monti della Laga, con altri 24 ettari di territorio impermeabilizzati da costruzioni ed opere successive ai recenti fenomeni sismici del Centro Italia. I parchi nazionali del Vesuvio, dell’Arcipelago di La Maddalena e del Circeo sono invece le aree tutelate con le maggiori percentuali di cementificazione.

Si continua quindi a ricoprire irreversibilmente aree naturali e agricole con asfalto e cemento, edifici e fabbricati, strade, infrastrutture e insediamenti commerciali. A livello nazionale il consumo di suolo è passato dal 2,7% stimato per gli anni ’50 al 7,65% del 2017 segnando una crescita percentuale del 180%.

“È nostro dovere seguire le trasformazioni del territorio, risorsa non rinnovabile e vitale per il nostro benessere e per l’economia – ha dichiarato il Presidente ISPRA e SNPA Stefano Laporta – senza interventi normativi efficaci, il consumo di suolo non si fermerà”.

Ma esistono soluzioni a questo fenomeno che sembrerebbe non risparmiare nulla? Sembrerebbe di sì ma manca la volontà. C’è il disegno di legge del 2016 “Contenimento del consumo di suolo e riuso del suolo edificato” che però, dopo che ci sono voluti tre anni e tre mesi per l’approvazione della Camera a Montecitorio, è ancora oggi bloccato al Senato. Il provvedimento mira ad introdurre incentivi alla rigenerazione urbana, al riuso degli edifici sfitti e delle aree dismesse, introducendo maggiore tutela delle aree agricole e soprattutto un obiettivo di zero consumo di suolo netto al 2050.

Noi aspettiamo…

 

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