Altri blog

Perché l’allattamento al seno è meglio!

People For Planet - Gio, 10/04/2018 - 02:49

L’allattamento al seno aiuta lo sviluppo del neonato e lo protegge da tantissime malattie, con benefici anche per la mamma. Cosa che il latte artificiale non fa.

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

 

Categorie: Altri blog

Addio stoviglie monouso: anche Pachino è plastic-free

People For Planet - Gio, 10/04/2018 - 02:43

Anche Pachino è un comune “plastic free”. Il sindaco Roberto Bruno ha firmato un’ordinanza con cui vieta dal primo novembre l’uso e la commercializzazione di contenitori, di stoviglie monouso ed altro materiale non biodegradabili. «Abbiamo preso questa decisione – ha dichiarato il sindaco, Roberto Bruno – al fine di orientare e sensibilizzare la comunità verso scelte e comportamenti consapevoli e virtuosi in campo ambientale. L’eliminazione graduale della plastica ci donerà una città più pulita, contribuirà ad aumentare la percentuale di raccolta differenziata e a ridurre i costi sia per i cittadini che per le casse comunali. Si tratta di una vera e propria rivoluzione ecologica, conseguenza della strada della sostenibilità ambientale ed economica su cui abbiamo improntato la nostra azione amministrativa in questi anni».

CONTINUA A LEGGERE SU REPUBBLICA.IT

Categorie: Altri blog

Musica ed Economia Circolare

People For Planet - Gio, 10/04/2018 - 02:15

 

Categorie: Altri blog

Quanto spende lo Stato per i suoi parchi?

People For Planet - Gio, 10/04/2018 - 02:05

A rivelarlo è una nuova indagine del WWF Italia, recente e molto ben fatta, condotta sui ventitré parchi nazionali attualmente operativi e su ventisei delle ventinove aree protette marine attualmente istituite, per una superficie complessiva di circa 9.474.343 ettari, il 21% della superficie terrestre nazionale, che nel solo 2015 è stata visitata da circa 30,5 milioni di persone.

Il solito report allarmista pseudo-indagativo? Niente affatto. I dati sono ufficiali, e l’indagine è stata realizzata mediante la Prioritizzazione Rapida della gestione delle Aree protette (RAPPAM), un metodo introdotto nel 2003 da WWF Internazionale e riaggiornato nel 2017, preso a modello e utilizzato su scala mondiale perché attendibile e in grado di ridurre i margini di approssimazione dei report “vecchia maniera”.

Il rapporto, reso pubblico qui, mette in luce questioni all’italiana sia vecchie che inedite. A stupire, neanche a dirlo, è un dato prettamente economico:  l’Italia ogni anno destina alle sue aree verdi 81 milioni di euro, ossia 1 euro e 35 centesimi per ogni abitante, che equivalgono a un cappuccino. All’anno. A dispetto dei progressi avuti da quando è stata introdotta dalla legge quadro sulle aree protette (la l.n.394/91), infatti, la gestione dei fondi non basta a garantire un adeguato numero di personale qualificato e di strumenti indispensabili alla conservazione del verde.

Ben quindici parchi nazionali su ventitré non hanno nemmeno un presidente o un direttore stabile, ma vengono gestiti da figure terze di “facenti funzioni”. La gestione dei parchi rimane ostaggio della politica, resiste ancora, infatti, il vizietto dell’assegnazione arbitraria di ruoli tecnici ed esecutivi in base all’appartenenza politica dei candidati, senza passare da concorsi che invece premino la competenza dei candidati. Uno stigma, quello dei manager politici e politicizzati a capo dei parchi, che non sfugge al ministro dell’Ambiente Costa, il quale ha espresso l’intenzione di “agire subito, a cominciare dalle nomine, scegliendo i migliori profili a disposizione, attraverso un’ampia selezione di curricula evitando indicazioni di quelle persone che, a volte ‘un po’ troppo politicizzate’, non sono interessate a una vera svolta dei luoghi più importanti per la biodiversità”.

Fra gli attuali enti gestionali a capo dei parchi italiani meno il 10% è dotato di un regolamento, solo il 50% dispone di un Piano per il Parco che sia stato adottato anche dalla Regione competente, e solo il 30% dei parchi ha approvato un piano definitivo. Il 22% dei parchi è inoltre sprovvisto della figura di un naturalista o biologo, nel 22% manca un agronomo o un forestale, e addirittura l’83% non dispone di un veterinario e un geologo. Tutto ciò si traduce in una sola cosa: tirare a campare.

E per quanto riguarda il controllo della fauna selvatica?

Oltre il 60% dei parchi è impegnato in attività di controllo del cinghiale, mentre meno del 10% svolge un controllo sulle altre specie (cervo, corvidi, muflone, trota atlantica). Il metodo utilizzato principalmente è la cattura e l’abbattimento dell’animale (38% dei casi), il 35% mediante cacciatori autorizzati. Un altro 35%, invece, si affida a metodi ecologici come dissuasori e similari.

La perimentazione, intesa come capacità di salvaguardia degli ecosistemi all’interno del perimetro, rimane un tasto dolente, soprattutto in ambito marino. In oltre il 50% delle Aree Marine Protette (AMP), infatti, habitat e specie godono delle stesse condizioni, o addirittura peggiori, delle zone non protette. Le Aree Marine Protette, che coprono pochissimo della costa italiana, solo 700 km, lo 0,08% del totale, nonostante la crescente pressione (in ordine di incidenza) di turismo, specie aliene, smaltimento di rifiuti, inquinamento idrico, pesca e bracconaggio, ricevono 7 milioni di euro all’anno dallo Stato.

Circa le pratiche di censimento ai sensi delle Direttive Habitat ed Uccelli i monitoraggi sono in crescita, specie nei Parchi Alpini, dell’alto Appennino centrale, dalla pianura padana alle coste del nord Adriatico, ad est e a ovest del crinale appenninico. Al primo posto delle specie più investigate troviamo il lupo, monitorato in oltre quattordici parchi, seguito dall’ululone appenninico, dallo scarabeo eremita e dalla cerambice del faggio.

Decisamente promettente il quadro relativo alle attività di comunicazione e di partecipazione con privati ed enti pubblici, quali università, enti di ricerca, cooperative, Carabinieri, associazioni e ONG.

Si sa, l’essere umano è una specie che è sempre meglio monitorare.

Categorie: Altri blog

Le ricette di Angela Labellarte: composta di pesche, zenzero e peperoncino

People For Planet - Gio, 10/04/2018 - 02:02

Ingredienti

Pesche gialle: 1 kg
Aglio: 2 spicchi
Cipolla rossa: 100 gr.
Zenzero fresco: 10 gr.
Aceto di mele: 5 cucchiai
Zucchero semintegrale: 3 cucchiai
Menta: 1 cucchiaio
Sale: q.b.
Peperoncino Carolina Reaper: 1/4*

Preparazione:
Tagliare in modo grossolano la cipolla, l’aglio, lo zenzero e le pesche. Mettere tutto in una pentola alta e a fondo spesso, aggiungere lo zucchero, il sale, il peperoncino e l’aceto di mele. Lasciare cuocere a fuoco medio per circa 20 minuti. Aggiungere la menta e con un frullatore a immersione frullare il tutto creando così una composta omogenea.

* Questa varietà di peperoncino è molto saporita e anche molto piccante. Scegliete voi che tipo di peperoncino usare anche a seconda del vostro gusto. In tutti i casi inseritelo in questa ricetta perché dona una nota piccante indispensabile all’armonia della salsa.

Ph. Angela Prati

Categorie: Altri blog

Proibire la caccia la domenica? Di’ la tua

People For Planet - Mer, 10/03/2018 - 07:50

Ci riferiamo al recente incidente che ha visto la morte di un ragazzo ma anche a molti altri comunque gravi. Sicuramente bisogna rivedere una normativa obsoleta ma può servire anche proibire la caccia al cinghiale la domenica?

La storia del ragazzo ucciso da una fucilata si è ammantata di mistero. Secondo la procura lui stesso non era a spasso col cane, ma era in perfetta tenuta da cacciatore: con fucili, munizioni e tuta mimetica, senza avere però la licenza. Resterebbe da capire perché non ha risposto ai richiami del cacciatore che gli ha sparato, che cercava di capire se si trattasse veramente di un cinghiale, come pure restano vaghi molti altri dettagli di una storia fino a ora parecchio intricata. Ma non è di questo che vogliamo parlare. La questione sicurezza durante i periodi di caccia resta una questione alta. “La domenica qui da noi sembra il Libano. Si alternano camionette per la caccia al cinghiale: per un esemplare si muovono in 40. Non dico che ci chiudiamo in casa… ma quasi…non ci sentiamo affatto sicuri… figuriamoci nei boschi”, racconta Lucia, 45 anni, che vive e lavora nella campagna umbra, vicino Gubbio.

E difatti gli episodi di cui parlare sono purtroppo molti, in crescita, nonostante il numero dei cacciatori sia diminuito negli ultimi anni. Per questa stagione autunnale, ricordiamo tra gli altri il bimbo colpito alla schiena nel giardino di casa sua. La cosa ha scatenato una sollevazione contro una vecchia legge – anche da noi ampiamente contestata in questo articolo – che consente l’ingresso nei terreni privati anche senza il permesso del proprietario. E poi c’è stato anche il caso del giovane colpito a un occhio mentre pedalava su una pista ciclabile: anche qui, la responsabilità sembra stare nelle norme. I cacciatori hanno l’obbligo di indossare giubbini ad alta visibilità e segnalare con cartelli la propria presenza, ma anche di operare a distanza di sicurezza da case, animali da compagnia o greggi, sentieri e strade. La pista ciclabile dove è avvenuto il fatto però – teatro già altre volte di simili sciagure – dal punto di vista amministrativo è catalogata “Percorso storico naturalistico” e non pista ciclabile: quindi è aggirato il divieto dei 150 metri della fascia di rispetto.

Infine, il giovane morto. Il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, generale di brigata dei Carabinieri scelto da Luigi Di Maio, ha lanciato una proposta: chiudere la caccia la domenica, per permettere a tutti una scampagnata serena nei boschi.

Ha scritto cosi:

Voglio lanciare un appello alle Regioni affinché modifichino fin da subito il calendario in corso e blocchino almeno le battute di caccia (quelle ai cinghiali, le più pericolose e a rischio incidenti) la domenica, quando boschi e monti sono popolati ancora di più di escursionisti, da chi va a funghi, a castagne o semplicemente vuole godersi la Natura senza correre il rischio di morire. Per adesso, con le competenze date al Ministero dell’Ambiente, è quanto si può fare”.

E’ vero: si può rimanere bersaglio in qualsiasi giorno (e la normativa già prevede lo stop nei giorni di martedì e venerdì, anche se festivi). Ma sembra chiaro che il giorno festivo per eccellenza, la domenica, per chi lavora è ideale sia per cacciare sia per fare passeggiate nei boschi, anche se – a chi non fosse addentro al mondo venatorio – sorgono dei dubbi.

Ci sono moltissimi spazi dove fare escursioni, boschi interi liberi dai cacciatori già adesso, ogni domenica. Le aree in cui si può cacciare, infatti, sono ben precise: quindi non è come si vuol far credere. Fare passeggiate in massima sicurezza è oltremodo possibile anche la domenica”, mi dice Luigi, 37 anni, agente immobiliare milanese, cacciatore da due anni (il nome è di fantasia, ndr). “Le zone di caccia sono come cantieri: sono delimitate e chiuse, rese visibili dalle bandiere, e si suona la tromba prima di cominciare. Il capocaccia dà regole precise, e prima di sparare bisogna guardare dove è il proprio compagno, e salutarlo”, rincara Luca Gottardi, cacciatore trentino e autore del libro “Il cacciatore in favola”, una discussa opera per bambini che spiega perché è giusto “uccidere Bambi” (e anche noi qualche cosa a proposito la sappiamo: leggi qui l’intervista al conservazionista Spartaco Gippoliti che spiega perché il male peggiore per l’ambientalismo è stato Bambi e Walt Disney)

Come tutte le cose che vengono fatte sull’orlo dell’emergenza … a caldo… e non ragionate, anche questa sembra un’idea balzana, basata su episodi sporadici e ancora da chiarire … se si fa legge si fa per tutti…” conclude Gottardi.

Dunque da un lato si fa pressione per ampliare i periodi di caccia, visto la preoccupante emergenza ungulati – cioè cinghiali, in primis – che devastano i raccolti e arrivano a invadere i centri abitati, anche spesso caricando gli abitanti (vedi i centri abitati di Genova o Roma, qui la nostra gallery). Dall’altro la paura di essere impallinati. Nel mezzo, sicuramente, tante lacune normative, oltre a una legge vecchia e inappropriata, che forse andrebbero riviste prima di fermare la caccia al cinghiale la domenica. O forse no?

Di’ la tua nel nostro sondaggio Facebook

Tutti gli articoli dell’Inchiesta sulla Caccia

Categorie: Altri blog

Il Ministero dell’Ambiente diventa “plastic free”

People For Planet - Mar, 10/02/2018 - 04:42

Sono iniziati i cambiamenti che renderanno entro il 4 ottobre 2018 il ministero dell’Ambiente Plastic Free.  Il Ministro Sergio Costa lo avevo annunciato il 5 giugno scorso e adesso, attraverso un post pubblicato la scorsa domenica su Facebook, comunica l’avvio concreto al cambiamento green. Così si scrive:

“L’avevamo promesso subito, fin dal primo giorno, e ci siamo: il 4 ottobre il ministero dell’Ambiente diventa #plasticfree! Inizia domani una settimana di cambiamenti in quella che per me è la Casa di Tutti: l’installazione dei dispense di acqua alla spina, la sostituzione dei prodotti all’interno dei distributori.
Ed è una piccola grande rivoluzione che non riguarda solo il Ministero. Se così fosse, sarebbe davvero limitata. Da quando abbiamo lanciato la “sfida”, ed era il 5 giugno, durante la Giornata internazionale dell’Ambiente, ci sono arrivate centinaia di adesioni: comuni, regioni, università, prefetture, associazioni, catene di supermercati, piccole isole… un’onda che si sta propagando anche nelle case di ciascuno di voi. Continuate a raccontarci la vostra trasformazione #plasticfree sia qui che su Twitter, taggandomi.
Contemporaneamente, stiamo lavorando a due grandi leggi per la riduzione della plastica monouso e degli imballaggi. Una sarà pronta entro un paio di settimane e ci piacerebbe chiamarla “SalvAmare” e di fatto anticipa la direttiva europea contro la plastica monouso.
L’altra prevede agevolazioni sia per gli imprenditori che scelgono di ridurre gli imballaggi sia per i consumatori che riempiranno il carrello con prodotti più sostenibili, e per questa abbiamo già trovato i fondi.
Serve l’aiuto di tutti, di ciascuno di noi, a tutti i livelli, perché l’Ambiente non ha colori e non ha steccati politici.
#IosonoAmbiente
Ad maiora semper”

Quindi, in arrivo due leggi contro plastica monouso e imballaggi e un reale cambiamento in corso da parte di un’istituzione che deve fungere da esempio non solo per i singoli cittadini, ma anche e soprattutto per le altre istituzioni italiane. Nel suo video pubblicato sul sito ufficiale del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, il Ministro Costa non manca di sollecitare apertamente il Presidente della Camera, l’Onorevole Roberto Fico e il Ministro dello sviluppo economico e del lavoro, l’Onorevole Luigi di Maio, affinché prendano d’esempio il Ministero di via Cristoforo Colombo e si assumano l’impegno di liberarsi una volta per tutte dalla plastica.

Ricordiamoci che ognuno di noi è motore del cambiamento. Sarebbe anche solo sufficiente porre più attenzione alle nostre azioni quotidiane per fare molto: scegliere con cura i nostri acquisti, modificare i consumi, ridurre gli sprechi

Puoi cominciare subito a essere parte del cambiamento! Leggi e sottoscrivi il Manifesto di People For Planet dove sono proposte 3 leggi facili per un mondo di domani migliore.

Categorie: Altri blog

Più bici che auto private: Copenaghen capitale europea del traffico green

People For Planet - Mar, 10/02/2018 - 02:24

Ogni paese ha i suoi primati, i paesi più civili di solito vantano primati positivi. E’ il caso della Danimarca, giudicato da anni dall’Onu la società più felice del mondo. Copenaghen, la bella capitale del regno, è diventata la prima metropoli dove nel vasto centro circolano più biciclette che non automobili private. La prima almeno in Europa, aggiungiamo, perché non sono a disposizione dati precisi sulle megalopoli asiatiche o africane, dove però moto e motorini sono preferiti alle bikes.

E’ un successo sui cui allori Copenaghen non vuole dormire, anzi: progetta di continuo nuove iniziative per incoraggiare sempre più pendolari a usare la bicicletta e non l’auto privata per il percorso casa-lavoro. Attualmente scelgono le due ruote a pedali 41 pendolari su cento, l’obiettivo è di raggiungere entro il 2025 un numero del 50 per cento e oltre dei ‘commuters’ che lasciano l’auto in garage o davanti casa e vanno a lavorare in bici.

CONTINUA LEGGERE SU REPUBBLICA.IT

Categorie: Altri blog

Vade retro Var, gli arbitri celebrano la rivincita del luddismo

People For Planet - Mar, 10/02/2018 - 02:17
Ned Ludd

Ned Ludd è un misterioso personaggio sulla cui esistenza esistono forti dubbi. Avrebbe vissuto tra il Settecento e l’Ottocento, e in piena rivoluzione industriale si sarebbe reso protagonista della distruzione di un telaio meccanico. Ha così incarnato nell’immaginario mondiale la resistenza alla meccanizzazione del lavoro, all’avanzare della tecnologia che avrebbe via via ridotto gli spazi occupazionali per l’uomo.

La resistenza passiva

Cosa c’entra col calcio, direte voi? C’entra, c’entra. Nonostante le belle parole che ogni tanto ci propinano alti dirigenti del calcio italiano e internazionale, è quel che sta avvenendo con la resistenza all’introduzione dell’uso della tecnologia nel mondo del pallone. A differenza del luddismo, questo movimento politico sta raggiungendo i propri obiettivi. Gli arbitri – che a parole sono tutti compatti nell’affermare che il Var è una manna dal cielo – di fatto hanno attuato una sorta di resistenza passiva, uno sciopero bianco. E hanno progressivamente e lentamente depotenziato la tecnologia. In Italia, ma non solo. E non lasciatevi abbindolare dalle promesse dell’uso del Var in Champions o in altri campionati.   

Gli arbitri sono figure sacrali

Non ci vuole Machiavelli per arrivare alla conclusione che la delega al mezzo televisivo costituisce la perdita di un potere. Non più arbitro in terra del bene e del male, per dirla alla De Andrè che parlava di un giudice ma va bene lo stesso. Bensì al massimo addetto al videoregistratore, intento a premere i pulsanti per la visione rallentata dell’azione. Sarebbe un po’ come se le sorti della Festa del ringraziamento fossero affidate ai tacchini. Voterebbero all’unanimità per l’abolizione, ovviamente. Gli arbitri – e i dirigenti – stanno facendo lo stesso. In maniera più dissimulata. E approfittando della cortina sovietica che da sempre avvolge il mondo del calcio. Un sistema di potere impermeabile a qualsiasi agente esterno. E così nessuno domanda, nessuno indaga, nessuno si informa. L’arbitro è una figura sacrale che non può essere disturbata.

Loro ce l’hanno fatta

Mentre in tanti sport l’uso dello strumento televisivo è pacificamente accettato, nel calcio ci si scontra con un muro di gomma di un’efficacia straordinaria. L’arbitro resta il giudice supremo della partita. E poco importa se in tv sia possibile guardare e individuare qualcosa che è sfuggito al direttore di gara. È come se non fosse mai esistito se non è lo stesso arbitro ad accettarne l’intervento. È meraviglioso. È l’arbitro che decide se aprire le porte del calcio alla realtà. Come se noi avessimo il potere di impedire a una brutta notizia di entrare nelle nostre vite.

C’è anche tanta innegabile invidia sia per i tecnocrati del pallone sia per questi signori – un tempo in giacchetta nera – che per novanta minuti detengono le chiavi delle emozioni di milioni di persone. Invidia perché ormai la nostra vita è quasi tutta legata all’uso della tecnologia. Il luddismo è stato travolto più che sconfitto. Eppure infonde speranza sapere che c’è una piccola regione battagliera che continua fieramente a resistere. E che nel proprio territorio detiene la maggioranza assoluta. Un fortino inespugnabile che è riuscito a smentire la profezia di Orwell con il suo 1984, che ha fatto marameo a Popper e la sua “cattiva televisione”. E che ti inchioda quando ti sfida ad affermare che possa esistere una e una sola verità. Non può esistere, e allora è meglio la loro.

Ned Ludd è stato vendicato

Un mondo, il loro appunto, dove si cucina ancora con la bombola. Ci si lava con l’acqua calda riscaldata col fuoco. Zero frigoriferi. Non ci sono bancomat né carte di credito. Niente Telepass, ma che diciamo: niente automobili. Non ci azzardiamo a citare gli i-pad o gli smart-phone. Non sanno nemmeno che cosa siano. Google tutt’al più è un calciatore dalla provenienza misteriosa, probabilmente di origine armene. Gli arbitri comunicano col telefono a gettone. I mega direttori galattici dell’universo del pallone scrivono direttamente nel cielo i loro pensieri. Come in Fantozzi.

Il caro vecchio calcio non si è piegato. Meglio non ingrandire l’immagine, come ci mostrò Antonioni col suo Blow-up. “Stiamo bene così – ci sembra di ascoltarli -. E quando le polemiche superano il livello di guardia, riaccendiamo la tv per qualche partita. Giusto il tempo di far placare le acque”. Ned Ludd è stato vendicato.

Categorie: Altri blog

Auto elettriche: produrle in Ue costa caro, mantenerle anche. La Cina sorride

People For Planet - Lun, 10/01/2018 - 12:46

A lanciare l’allarme è Herbert Diess, Chief Executive Officer di Volkswagen, che avverte: mantenere la promessa di proporre al mercato una versione elettrica di ogni modello di auto costerà più del previsto. Non basteranno i 20 mld di euro immaginati, almeno alla luce di nuovi dati che spingerebbero Diess a pressare l’azienda verso una riduzione delle spese funzionale ad investire su nuove tecnologie e fronteggiare eventuali crisi.

Le dichiarazioni sono estratte da un’intervista Diess ha realizzato per una newsletter interna, in cui appunto ammette che i costi della transizione verso l’elettrico sono più alti di quanto ci si aspettasse. La ragione è anche che i competitor hanno fatto progressi maggiori, ma si tratta di una preoccupazione comune che unisce tutte le case produttrici. Anche la Daimler (Mercedes-Benz) ha recentemente ammesso che la prospettiva di presentare una gamma di 10 veicoli elettrici entro il 2022 significa oltrepassare le stime di 10 mld di euro previsti inizialmente come investimento. Da parte sua, VW ha in programma di aggiungere 300 versioni ibride plug-in e elettriche al 2030, di conseguenza la questione costi diventa fondamentale.
Servono profitti per finanziare il nostro futuro”, sentenzia Diess. Ma non sono soltanto slogan allarmistici, si parla di numeri. “Il 4% è il minimo, il 5-6% ci consente alcuni investimenti, il 7-8% ci rende a prova di crisi”. Detto questo, la crisi di cui parla Diess non è comunque imminente: la strategia del gruppo al 2025 ha come obiettivo un utile operativo sulle vendite che si attesti proprio tra il 7 e l’8%, con sviluppi particolari nel comparto della mobilità sostenibile.

Costruire auto elettriche significa oggi vedersela con l’elevato costo delle componenti, batterie in primis. In generale, l’Europa è partita in ritardo rispetto a Paesi come la Cina che invece concede crediti per i produttori di veicoli elettrici e nell’ultimo anno ha investito 21,7 mld di euro in questo settore (l’Ue 3,2 mld). Le cifre vengono dal rapporto “Auto elettrica: investimenti e nuovi posti di lavoro in Cina. E l’Europa?” diffuso da Greenpeace, Legambiente, WWF, Kyoto Club, Fondazione per lo sviluppo sostenibile e Cittadini per l’Aria, che nei mesi scorsi si erano rivolti al ministro Sergio Costa perché venissero introdotti obiettivi di vendita per i produttori. Si legge:

“La politica cinese in materia di veicoli puliti – il ‘mandato per i veicoli a energia nuova’ – prevede che i costruttori di automobili ottengano crediti per la produzione di veicoli elettrici equivalenti al 10% del mercato complessivo delle autovetture nel 2019 e al 12% nel 2020. Considerando la struttura del credito, l’obiettivo per il 2020 si tradurrebbe in veicoli a zero emissioni pari a circa il 4% dei veicoli venduti. Nel novembre dello scorso anno, la Commissione europea ha proposto nuovi obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 delle autovetture del 15% e del 30% rispettivamente nel 2025 e nel 2030, ma non ha posto nessun obiettivo significativo sulle vendite di veicoli a zero emissioni”.

Se l’Europa non schiaccerà l’acceleratore, insomma, si potrebbe verificare un’invasione di componenti provenienti dal mercato cinese, gli stessi produttori peraltro si stanno affrettando ad aprire stabilimenti in Cina o a stringere partnership con realtà locali, basti pensare alla joint venture tra BMW Group e Brilliance China Automotive Holdings o alla megafactory che la stessa VW possiede in Cina, a Foshan, entrambi siti destinati allo sviluppo della e-mobility attraverso la fabbricazione di batterie.

Va meglio dal punto di vista dei potenziali acquirenti di veicoli elettrici, ma non in Italia. Secondo i dati pubblicati da LeasePlan, nel nostro Paese possedere un’auto elettrica costa più che altrove.
Lo studio annuale Car Cost Index mostra che i veicoli elettrici sono già più economici rispetto alle auto con motore tradizionale in Norvegia e nei Paesi Bassi, mentre in Belgio e nel Regno Unito, il gap nel costo totale di proprietà si sta rapidamente riducendo. Ma in Italia, rispetto ad una media Ue di costo medio di possesso di 616 euro mensili, si arriva al primato di 761 euro mensili come media delle 3 alimentazioni (benzina a 667 euro, diesel 628 e elettrico a 986 euro). Si spende meno che altrove in Polonia: 448 euro.
I costi di proprietà considerati sono quelli del segmento auto di piccole e medie dimensioni di 21 Paesi Ue e vengono presi in esame tutti i costi sostenuti dagli automobilisti, compresi carburante, ammortamento, imposte, assicurazione e manutenzione.
Rapportato al PIL dei vari paesi, i conducenti in Italia, Finlandia e Belgio devono sostenere il costo di proprietà più elevato, mentre gli automobilisti di Irlanda, Polonia e Svizzera quello più basso. Soltanto la Norvegia presenta un costo medio totale di proprietà per un veicolo elettrico – 670 euro al mese – inferiore al costo da sostenere sia per un’auto a benzina (731 euro) che a diesel (722 euro).

Non dimentichiamo poi che i proprietari di veicoli elettrici pagano più tasse: in media 131 euro al mese in tasse di circolazione e IVA per via dei costi di acquisto elevati, contro i 104 euro spesi in media per le auto alimentate a benzina e i 108 euro per quelle a diesel. Ma risparmiano in termini di alimentazione: 39 euro in media al mese per l’energia elettrica contro i 110 euro della benzina e i 78 euro del diesel. La benzina resta ancora la soluzione più economica per i guidatori in Romania, dove il costo totale mensile di proprietà per un veicolo è di 353 euro in media e le imposte si paga 50 euro al mese di IVA e una tassa di circolazione inferiore del 48% rispetto alla media europea.

 

 

Fonte img di copertina: Flickr

Categorie: Altri blog

Il bilancio di una piccola impresa: una fotografia sfuocata

People For Planet - Lun, 10/01/2018 - 02:33

Si tratta di un fenomeno che assomiglia al meccanismo della roulette russa dove la rivoltella da puntare alla testa viene offerta dall’arbitro ma a spararsi e’ lo stesso giocatore.
In questo caso quella pistola assume le sembianze del bilancio dell’azienda.
Il bilancio di una piccola impresa a carattere familiare dovrebbe prevedere (il condizionale non è usato a caso) tre semplici voci.
– «Attivo»: il denaro contante; il saldo creditore presso le banche; le fatture non ancora incassate nonché beni come veicoli, macchinari, immobili eccetera.
– «Passivo»: i saldi debitori presso le banche (affidamenti); fatture non ancora pagate; le tasse da regolare; il capitale sociale ossia i soldi messi dai soci per far partire e vivere l’azienda.
– «Patrimonio netto»: la differenza tra «attivo» e «passivo» che ci dice la sostanza netta, l’effettiva ricchezza della società.
Bene, in buona parte dei casi, in Italia, il bilancio di una piccola impresa a carattere familiare (dove i soci sono legati da vincoli familiari) non esprime nulla di tutto questo.
Non rappresenta mai o quasi mai l’esatta fotografia dell’azienda.
Di solito il «capitale sociale» è di 10 mila euro e, per di più, viene solo deliberato e mai interamente versato; il magazzino è sovrastimato per motivi fiscali; gli immobili (quando si possiedono) sono iscritti in bilancio a valori più bassi rispetto a quelli di mercato; i crediti verso clienti e i debiti verso i fornitori contengono perdite conclamate e contenziosi ormai accertati; compaiono ammortamenti ancora in essere di beni ormai logori e superati; gli utili risultano annacquati: questa è la vera istantanea della stragrande maggioranza delle imprese italiane.
Una realtà che le banche conoscono da sempre (i rating erano negativi anche prima del 2008), ma sulla quale hanno lasciato correre per anni.
Almeno fino a quando non hanno deciso, obtorto collo per le decisioni di Bruxelles (e con gli stessi rating), la stretta del credito, dimenticandosi del passato e della loro complicità nell’affossare i clienti.
Oggi, quindi, sono necessarie, per la sopravvivenza dell’azienda, alcune accortezze fondamentali che deve prendere per primo l’imprenditore.
La prima cosa che deve fare è capire che il bilancio della azienda e il bilancio familiare dei singoli soci sono due cose differenti.
Nelle imprese familiari si commette sistematicamente l’errore di non ripartire gli eventuali utili alla fine dell’esercizio, ma di considerare gli stessi come degli anticipi sui probabili redditi.
La maggior parte dei piccoli imprenditori (sistematicamente nelle imprese familiari), infatti, ha la percezione che la finanza di un’azienda altro non sia che un cassetto dal quale attingere soldi per fini personali: pagare la retta scolastica dei figli, mettere la benzina all’auto o comprare il regalo per il matrimonio di un parente.
Dovrebbe essere la norma che solo al 31 dicembre di ogni anno un imprenditore possa sapere se ha realizzato utili o perdite.
E solo a quel punto possa capire quanto spendere per le proprie esigenze personali oppure quanti soldi debba mettere, nel caso sia andato in perdita, di tasca propria per ripristinare il capitale.
Quelli familiari sono dei costi che molto spesso determinano degli scompensi finanziari e liti tra eventuali soci.
Da lì, se non se ne ha consapevolezza, il default è a un passo.
Ecco il motivo per cui è necessario che tutte le piccole imprese predispongano il budget familiare attraverso un programma Excel (ce ne sono tanti gratis sul web) che prenda in considerazione tutte le spese possibili e immaginabili cui va incontro la famiglia nel corso dell’anno: statisticamente sono i costi più difficili da tenere sotto controllo.
Spesso ho avuto a che fare con imprenditori che si lamentavano di aver chiuso l’esercizio in perdita salvo “scoprire” (dopo che li avevo sottoposti alla “violenza” del bilancio familiare) che, al lordo delle spese correnti dei familiari non espresse nel bilancio aziendale, quella impresa aveva prodotto utili che erano stati “anticipati” ai singoli soci.
Siamo all’anno zero e bisogna ripartire dalle basi per far crescere la cultura manageriale.
Se non facciamo maturare questa consapevolezza, siamo (consulenti e associazioni di categoria) corresponsabili del genocidio pensato e attuato dal sistema bancario.

Categorie: Altri blog

La generosità? E’ contagiosa

People For Planet - Lun, 10/01/2018 - 02:14

È UNA delle caratteristiche che più ci distingue, nonché una delle chiavi di successo della nostra specie: la capacità di cooperare, e di farlo in maniera flessibile, a seconda del contesto e delle esigenze. Lo facciamo persino quando apparentemente non guadagniamo nulla in cambio, per esempio donando sangue o contribuendo a cause benefiche.
Ma più che un comportamento ereditato appare piuttosto come qualcosa che facciamo in virtù di quello che fanno gli altri membri del gruppo in cui viviamo. In altre parole è come se la cooperazione, ma anche la condivisione e persino la generosità, fossero contagiose, poco legate alle predisposizioni individuali.
A suggerirlo, alzando un velo su una caratteristica così umana ma difficile da spiegare, è oggi uno studio apparso sulle pagine di Current Biology, che ha analizzato il comportamento di alcuni membri degli Hazda, in Tanzania.

CONTINUA A LEGGERE SU REPUBBLICA.IT

Categorie: Altri blog

Dal Nepal buone notizie per la tigre

People For Planet - Lun, 10/01/2018 - 02:03

Erano 198 nel 2013, ora le tigri in Nepal sono 235. La notizia è stata diffusa ieri, in occasione del National Conservation Day. Un passo avanti verso l’ambizioso obiettivo WWF denominato TX2, che conta di raddoppiare la popolazione di tigri nel mondo entro il 2022, lanciato in occasione del Summit sulla tigre di San Pietroburgo nel 2010.
“Il nostro impegno per il piano d’azione per la conservazione della tigre continua”, ha dichiarato Bishwa Nath Oli, segretario del Ministero delle foreste e dell’ambiente. “Proteggere le tigri è una priorità assoluta per il governo, le forze dell’ordine, le comunità locali e la comunità internazionale”.

CONTINUA A LEGGERE SU WWF.IT

Categorie: Altri blog

Abbiamo meno di 10 anni per dire stop alle auto a benzina e diesel se vogliamo salvare il clima

People For Planet - Lun, 10/01/2018 - 00:15
Se vogliamo limitare il surriscaldamento globale, l’ultima auto che viaggia con un combustibile “fossile”, anche se ibrida, dovrà essere venduta entro e non oltre il 2028, e il “parco macchine” europeo andrà comunque in generale ridotto a breve. Lo rivela uno studio commissionato da Greenpeace all’istituto di ricerca tedesco DLR, che ha preso come riferimento massimo per l’innalzamento delle temperature medie quello stabilito dagli accordi di Parigi del 2015, dove si era concordato che non dovessero aumentare oltre il grado e mezzo. Una soglia ambiziosa e ai limiti dell’azzardo, dato che molti studi hanno confermato che un aumento superiore ai due gradi spazzerebbe via intere isole e nazioni vicine al mare. La ricerca si riferisce alle auto circolanti nell’Unione Europea, più Norvegia e Svizzera. Il modello messo a punto dall’istituto DLR mostra che l’ultima automobile con un motore a combustione interna, comprese le auto ibride convenzionali, dovrà essere venduto al più tardi entro il 2028, se si vogliono evitare le conseguenze più severe del cambiamento climatico. In più, sempre secondo lo studio, il numero delle auto circolanti alimentate con derivati del petrolio dovrà essere ridotto dell’80% entro il 2035 e in generale dovranno diminuire le auto private. Il rapporto dell’istituto tedesco rivela che anche un ambizioso “phase out”, un pensionamento dei veicoli “fossili” entro il 2028  sforerebbe comunque gli obiettivi, e di ben 300 milioni di tonnellate di Co2. La deduzione che ne consegue è che non sia quindi sostenibile la prospettiva di sostituire semplicemente ogni auto con un motore a combustione interna con un’auto elettrica, ma dovranno diminuire le auto private a favore di altri modelli di mobilità, condivisa, pubblica, multimodale (cioè con più mezzi combinati tra loro). Greenpeace ha voluto dare una scossa alle industrie automobilistiche, che oggi hanno ancora modelli per lo più legati al motore a combustione interna, e ai governi europei, che in generale negli ultimi anni hanno affrontato i problemi ambientali sempre con una certa flemma. L’associazione ambientalista non si è limitata a lanciare l’allarme ma ha anche voluto evidenziare i vantaggi di un rapido passaggio alle tecnologie elettriche e a nuovi modelli di mobilità. Le opportunità: più salute, città più vivibili, nuove economie green   “I benefici di una rapida transizione energetica nel settore dei trasporti vanno oltre la necessità di difendere il clima”, spiega Greenpeace nel suo report, “prima elimineremo i gas di scarico dalle strade di fronte alle nostre abitazioni, alle scuole, agli ospedali – specie quelli dei veicoli diesel – prima attenueremo la crisi sanitaria dovuta all’inquinamento atmosferico, responsabile ogni anno, in Europa, di circa 400.000 morti premature. Le sostanze patogene concentrate nell’aria che respiriamo rappresentano oggi il più grande rischio ambientale per la salute pubblica in Europa, secondo la Corte dei Conti dell’UE”.
Dal punto di vista del passaggio all’elettrico, secondo Greenpeace, una buona pianificazione può determinare una virtuosa “alleanza” tra mobilità elettrica e fonti rinnovabili, con i veicoli che possono fare da accumulatori di elettricità e contribuire a migliorare una rete di fonti elettriche al 100% rinnovabili. In tutto questo andrebbe ripensato anche il sistema di produrre le auto stesse, che dovrebbe essere riprogettato in ottica circolare, con auto più facilmente smaltibili, anche quelle elettriche. Una buona opportunità anche per le industrie e la ricerca, per abbandonare definitivamente i vecchi modelli economici e abbracciare gli obiettivi di economia circolare già fissati come prioritari dall’Unione Europea. Greenpeace ha stilato un decalogo di richieste per i governi, evidenziando anche i vantaggi di questi passaggi. Siamo in un momento storico in cui tutte le democrazie si stanno curando particolarmente del “qui ed ora”, più che del futuro. Ma alcuni di questi suggerimenti sono in discussione da anni, altri sono semplice buonsenso. E, se ci pensiamo, il 2028 è ormai “qui ed ora”, a nove anni di distanza, una/due legislature, un paio di mandati scarsi.
Ce la faremo? In gioco c’è ben più di una rielezione.
Categorie: Altri blog

Il futuro dello smart working è la settimana di 4 giorni

People For Planet - Dom, 09/30/2018 - 02:58

Smart work è una parola inglese che tutti abbiamo incontrato prima o poi leggendo un articolo di giornale, guardando il telegiornale oppure avendolo sperimentato in prima persona sul luogo di lavoro. Stando alla definizione del Ministero del Lavoro lo smart work(ing) o “lavoro agile” secondo la traduzione italiana permette a chi lo sottoscrive di lavorare in modo flessibile e di non essere fisicamente in azienda durante una parte dell’orario lavorativo, dato che la tecnologia oramai permette di svolgere moltissime attività “in remoto” tramite le funzionalità dei nostri laptop, tablet oppure smartphone.

L’ultima novità nell’ambito lavorativo sembra andare in una direzione simile ma ancora più smart e agile. Secondo quanto riportato da CNBC, infatti, il futuro del mondo del lavoro sarà sempre di più caratterizzato da una settimana a 4 giorni lavorativi anziché 5 (ma pagati come se fossero 5) chiamata 4-day work week.

CONTINUA A LEGGERE CLICCA QUI

Categorie: Altri blog

In piazza con i Sentinelli, “in rosso come Aylan”

People For Planet - Dom, 09/30/2018 - 02:04

“Il 30 saremo in piazza per raccontare un clima preparato e alimentato in Italia e in Europa, che ha portato una deriva razzista, sessista, omofoba e antisemita. Da anni si seminano e si fomentano, nel nostro paese, odio e rancore. Ora però la violenza verbale e fisica pare senza precedenti. Parleremo in Piazza del Duomo, a Milano, di diritti faticosamente conquistati e di quelli ancora negati, di libertà, di nuovi cittadini e di tutte le famiglie. Della donne, delle persone di tutti gli orientamenti sessuali, politici e religiosi. Parleremo del nostro presente, fatto di esperienze concrete di integrazione e solidarietà, di diversità e mescolanze. Ricorderemo che la Resistenza ha la dote di non invecchiare mai, nell’80esimo dell’emanazione delle leggi razziste della dittatura fascista, e lo faremo in contemporanea ad altre città italiane ed europee in luoghi simbolici”.
Così Paola Pandolfi, fondatrice dei Sentinelli, assieme a un’altra quindicina di appassionati di Costituzione e diritti, presenta la manifestazione che oggi alle 15 partirà da Piazza Duomo a Milano e in concomitanza in altre città d’Europa, tra cui Parigi, Londra e Berlino, ma anche Catania e Sassari. Tutti, rigorosamente, in rosso, per mantenere alta l’idea lanciata da Libera di “un’emorragia di umanità”. Ma anche perché “i migranti spesso vestono di rosso i loro figli per renderli più visibili in caso di naufragio, come rossa era la maglietta di Aylan”, il bimbo affogato nel 2015 forse non del tutto inutilmente.

“Siamo un movimento laico e antifascista, nato per aggregazione spontanea nell’epoca in cui in Parlamento si discuteva di unioni civili, ci piace dire che siamo nati tra il serio e il faceto in una calda domenica d’ottobre milanese. Innamorati persi della laicità dello Stato, sempre con un plus di ironia”.

Perché partecipare?
Paola non ha dubbi. “Partecipo perché gli intolleranti sono oggi molto più visibili, pericolosi, sovversivi. Manipolano le notizie per alimentare un clima anti-democratico, mefitico per il nostro Paese e per la libertà. Ma non sono la maggioranza: hanno solo un’ampia visibilità. Per questo è fondamentale metterci la faccia per dire: io non ci sto, il Paese che voglio lasciare alle nuove generazioni è un altro, non voglio arrendermi alla barbarie del sopruso”.

Che la manifestazione abbia un respiro europeo non è un caso. “Sull’Europa in generale soffia forte il vento del sovranismo nazionalista e delle destre estreme. In particolare penso all’Italia, all’Ungheria, all’Austria. Ma guardo anche preoccupata alla Svezia, dove la maggioranza socialdemocratica, che ha portato diritti avanzati nel Paese e un welfare invidiabile, ha ceduto il passo alle ultime elezioni”.

E in Italia, quali segnali noti? 
“Mi hanno colpito diversi fatti, di diversa gravità ma sempre sintomo di una situazione di emergenza democratica in cui ci troviamo, perché le parole sono pietre e armano la mano. Penso agli spari sugli stranieri a Macerata; al tentativo di incendiare la casa di una coppia di giovani uomini a Verona, colpevoli solo di amarsi; al pestaggio di un ragazzo a Milano in attesa dei mezzi, poiché il suo atteggiamento è stato ritenuto indice di omosessualità, e quindi da punire… Penso alle continue aggressioni verbali sessiste a cui sono sottoposte le donne nelle loro uscite mediatiche, indice di quel clima che di fatto alimenta poi la violenza nei loro confronti, agli attacchi organizzati sui social alle pagine di chi si occupa di argomenti antifascisti antirazzisti, per far chiudere voci non allineate con l’intolleranza. All’utilizzo dell’immagine di Anna Frank sulla curva della Lazio come insulto verso la tifoseria avversa, così come in altre curve (la veronese per esempio). Potrei continuare per ore, perché purtroppo ogni giorno ci sono più episodi su queste tematiche. Vorrei solo sottolineare che tutto questo ha un legame diretto, e più volte evidenziato, con l’atteggiamento della politica. Da lì parte la negazione del fatto che si possa avere un’opinione diversa, si creano fake news e si mistifica tutto ciò che non è allineato. Il fatto di voler tornare indietro su diritti acquisiti, le dichiarazioni di voler abolire le unioni civili, ma penso anche al decreto allo studio sulle separazioni, all’incredibile vicenda della nave Diciotti… La cosa più pericolosa è la legittimazione del clima d’odio e di sopraffazione, la creazione di nemici a cui attribuire le colpe dei problemi dell’Italia, solo perché non si è in grado di dare una risposta”.

In piazza ci saranno esempi concreti di integrazione, portati come testimonianza. Ma anche diverse persone che hanno subito aggressioni di vario tipo, per testimoniare insieme a loro che la violenza non è una soluzione e che siamo tutti uniti nel contrastarla.

121mila contatti Facebook, oltre 12mila follower su Twitter, 7mila su Instagram dove sono sbarcati da poco.
La realtà dei Sentinelli è la storia di un successo enorme, anche social. Ma come è nata? “Il nome è stato scelto per caso, come presa in giro scherzosa delle “sentinelle in piedi” che protestavano in formazione schierata, direi quasi militarmente, leggendo testi vari, per impedire l’approvazione della legge che poi ha portato alle unioni civili. Io nella vita lavoro, sono un medico veterinario, ho due figlie, un compagno e sono consigliere comunale. Tutti noi Sentinelli ci dividiamo i compiti e dedichiamo alla causa il tempo che si riesce a ritagliare… Il nostro obiettivo? Ovviamente vogliamo cambiare il mondo! (ride, ndr)… E per farlo iniziamo con l’ottenere più diritti. Il bello dei diritti è che se qualcuno ne conquista uno nuovo… non li toglie agli altri che già li avevano. I diritti, come l’amore, si moltiplicano e non dividono. Il nostro metodo per ottenerli è appunto la leggerezza, unità alla trasversalità… anche interna: siamo in 30, abbiamo 40 visioni diverse e a volte ce lo diciamo vivacemente. Ma ci piace lavorare per ciò che ci unisce, trovando una mediazione su ciò che ci divide. Penso che abbiamo ottenuto attenzione per le nostre tematiche, alimentato un dibattito che era asfittico in questo paese, con tutte le opportunità che ci dà il fatto di non essere legati a una formazione politica particolare.

Il nostro successo, soprattutto su Facebook, ci lascia esterrefatti, perché gestiamo la pagina senza esperti, lo facciamo a turno, a seconda di quello che ci stimola. Questo fa capire perché la nostra pagina è costantemente sotto attacco nel tentativo di farla chiudere, perché questi numeri impensieriscono chi vorrebbe trasformare l’Italia in un Paese dal pensiero unico”.

E difatti lo stesso Facebook che segna il successo dei sentinelli, è anche fonte di forte preoccupazione. Il social ha rimosso il  simbolo dei Sentinelli senza motivo, e il portavoce ha subito recentemente pesantissime minacce rivolte a lui e alla sua famiglia. “Purtroppo è così. Riceviamo quotidianamente minacce da parte di fake sulla nostra pagina e in particolare, nei mesi passati, è stato preso a bersaglio il nostro portavoce con minacce e scritte intimidatorie”.

“A luglio la nostra pagina è stata chiusa, così come stata chiusa la pagina dell’osservatore sulle destre e una pagina di un Anpi provinciale”.

“Succede perché le segnalazioni su Facebook portano a sospensione dell’account prima ancora che venga effettuato un controllo per sincerarsi che effettivamente il contenuto pubblicato non sia idoneo. Questo era successo a noi. Di fatto vengono bloccati anche gli amministratori, i loro profili privati. Molto spesso Facebook tiene aperte pagine che inneggiano al razzismo, all’intolleranza, alla xenofobia e al sessismo; e anche quando vengono segnalate vengono identificate come idonee. È invece frequente veder chiudere pagine che si occupano di denunciarle”.

“C’è poi il fenomeno dei troll che si autorigenerano continuamente e su cui tutti noi dobbiamo prestare molta attenzione. Loro pubblicano contenuti non idonei per poi segnalarsi da soli e far chiudere la pagina. Ci sono poi anche le bufale, che vengono messe in rete per screditare chi sbugiarda i creatori di fake news, persone pagate per creare bufale che vengono rilanciate da pagine apposite e poi riprese dai singoli per alimentare l’odio. Come la bufala della migrante naufragata con lo smalto sulle mani, per intenderci. Noi continuiamo comunque, nonostante tutto, a vivere i social come un’opportunità per fare la nostra parte e sensibilizzare sulle nostre tematiche, sperando di rendere questo mondo più tollerante e civilmente avanzato”.

E di fatti questa manifestazione, che I Sentinelli stanno ideando da luglio, ha tantissimi riconoscimenti pubblici: si è mobilitato il mondo dello spettacolo, del giornalismo, delle associazioni non governative, dell’attivismo: basta dare un occhi ai messaggi pubblici lasciati proprio sulla loro bacheca Facebook. “Siamo molto emozionati di riuscire a portare in piazza le loro istanze, che sono il bello di questo Paese: ancora generoso nonostante le apparenze”.

 

Categorie: Altri blog

La microplastica? La beviamo tutti i giorni

People For Planet - Sab, 09/29/2018 - 04:28

Sono frammenti di plastica inferiori ai 2 millimetri. Per quanto piccoli e non visibili a occhio nudo, contaminano le nostre tavole inquinando bibite e alimenti: se diverse ricerche hanno ormai constatato la presenza di microplastiche all’interno di diversi cibi (molluschi, pesci e crostacei, ma anche il sale marino), un controllo eseguito su 18 bottiglie di bibite tra le più vendute nei supermercati (cole, tè freddi, gassose, aranciate e acque toniche) ha messo in evidenza “una contaminazione al di là delle aspettative: la presenza di microplastiche non ha risparmiato alcun prodotto, tutte e 18 le bottiglie sono risultate contaminate, con valori che vanno da un minimo di 0,89 microparticelle per litro (mpp/l) a un massimo di 18,89 mpp/l”. La notizia arriva da un’inchiesta della rivista “Il Salvagente“, mensile leader nei test di laboratorio contro le truffe ai consumatori, che ha fatto eseguire le analisi nei laboratori del Gruppo Maurizi, società che opera nel campo della sicurezza alimentare, ambientale e dei luoghi di lavoro.

Nella catena alimentare
“In tutti i campioni sono stati trovate microplastiche – spiega Daniela Maurizi, amministratore delegato del Gruppo Maurizi – a conferma del fatto che l’inquinamento ambientale ha scalato le montagne fino a entrare nella catena alimentare, contaminando quello che mangiamo e beviamo”.

Tema attuale
Le ricerche internazionali sull’accumulo di microplastiche in alimenti e bevande sono molte, il tema è ormai all’attenzione di tutti e piuttosto scottante: c’è infatti da capire se e quanto queste microparticelle di plastica siano effettivamente dannose e che rischi possa comportare il loro accumulo nell’organismo.

Per approfondire: Leggi il nostro dossier sulle microplastiche

Importante il contributo di tutti
E mentre la consapevolezza sul problema aumenta, tanto che il parlamento europeo ha chiesto il divieto totale della presenza di microplastiche in cosmetici e prodotti per la pulizia e la messa al bando delle plastiche non riciclabili nè compostabili entro il 2020, sarebbe bene cercare, ognuno nel proprio piccolo, di ridurre al minimo l’uso di questo materiale nella vita quotidiana, ad esempio scegliendo di acquistare prodotti privi di imballaggio, utilizzando buste per la spesa biodegradabili ed evitando l’uso di plastiche “usa e getta”. E ricordando di differenziare i rifiuti.

La petizione del Wwf Italia
Contro l’uso di plastiche usa e getta il Wwf Italia ha lanciato una petizione on-line – change.org/plasticfree: “Abbiamo 7.500 buoni motivi (tanti sono i km di costa italiani) per chiedere di tutelare i nostri mari dall’inquinamento da plastica – si legge nella petizione del Wwf Italia -. Il 95% dei rifiuti del Mar Mediterraneo è composto da plastica, con impatti devastanti su specie e habitat. […] Nel Mediterraneo sono 134 le specie vittime di ingestione da plastica, tra cui tutte le specie di tartaruga marina, che scambiano i sacchetti di plastica per prede”.

Verremo sommersi?
Quanto alla raccolta differenziata, a livello mondiale si deve ancora fare molto. Secondo uno studio pubblicato nel luglio 2017 su Science Advances la quantità di plastica prodotta fino a oggi è di 8 miliardi e 300 milioni di tonnellate, ovvero un peso pari, per capirci, a quello di poco meno di un miliardo e mezzo di elefanti. Ma a essere sconcertante non è tanto la quantità di plastica prodotta – che pure è tutt’altro che rassicurante per il benessere del pianeta – ma, come spiegano gli autori dello studio, il fatto che solo 2 miliardi del totale della plastica prodotta è ancora utilizzato, mentre gli altri 6,3 miliardi di tonnellate sono già diventati “scarto” e, di questi, solo il 9% è stato riciclato. Il 12% è stato incenerito, mentre il rimanente 79% è finito nell’ambiente terrestre e marino.

Filtri anti-microfibre
Contro l’inquinamento da microplastiche possono aiutare anche i filtri per lavatrici anti-microfibre: firma la proposta di legge di People for planet

 

Categorie: Altri blog

20 designers rivoluzionano il tavolo

People For Planet - Sab, 09/29/2018 - 02:50

 

Categorie: Altri blog

In Olanda la pista ciclabile fatta con gli scarti della plastica

People For Planet - Sab, 09/29/2018 - 02:12

CINQUECENTOMILA bottigliette riciclate in 30 metri di pista su cui pedalare. Si chiama PlasticRoad la prima ciclabile realizzata con uno dei materiali più inquinanti della Terra recuperato e riusato. Per il 70% è fatta di quella stessa plastica che ormai ha invaso terra e oceani con 8,3 miliardi di tonnellate di rifiuti. La ciclabile “sostenibile” è stata inaugurata a Zwolle, nel Paese delle due ruote, dove è stata installata in poco tempo grazie alla sua struttura modulare.

A presentare il progetto pilota, prova su strada, i due creatori Anne Koudtaal e Simon Jorritsma, che a nome dell’azienda di infrastrutture stradali Kws ne hanno illustrato lo sviluppo dal 2013 a oggi. “Un grande passo verso la sostenibilità”, hanno dichiarato soddisfatti.
I moduli, cavi all’interno così da poter ospitare il passaggio di tubi o sensori che controllino lo stato e la temperatura della superficie – sono stati studiati per avere una durata tre volte tanto quella di una pista ciclabile tradizionale. Anche il peso del materiale stesso, risulta quattro volte più leggero di quello che viene in genere utilizzato per rivestire percorsi ciclabili.

CONTINUA A LEGGERE SU REPUBBLICA.IT

Categorie: Altri blog

Se denunci ti licenzio

People For Planet - Ven, 09/28/2018 - 04:04

Molti di noi hanno visto il film “Erin Brockovich – Forte come la verità” in cui una intrepida Julia Roberts riesce a sconfiggere una multinazionale colpevole di aver intossicato una intera comunità.

Ora la cronaca ci propone un nuovo caso, questa volta reale. E, per ora, senza lieto fine.

Micaela Quintavalle, autista dell’Atac di Roma, ha denunciato i disservizi dell’azienda, famosa soprattutto perché gli autobus si incendiano con una frequenza record. Micaela ha fatto emergere che gli incendi non sono dovuti al caso né a gruppi di fantomatici sabotatori bensì alla cattiva manutenzione, all’utilizzo di pezzi di ricambio non adatti… e che gli autisti che segnalano le cause dei guasti sono mobbizzati dall’azienda.

Micaela per questo è stata prima sospesa dall’Atac per 128 giorni e poi licenziata “per aver danneggiato l’immagine e l’onorabilità dell’azienda”. Come i romani ben sanno, danneggiare l’immagine e l’onorabilità dell’Atac è impossibile, è già a livelli infimi. E questo episodio ne è un’ulteriore conferma: anziché far fronte alle magagne si licenzia chi le denuncia.

Magari qualcuno potrebbe pensare che Micaela abbia esagerato o che non abbia visto bene. Non è così: i periti nominati dalla Procura della Repubblica di Roma hanno dichiarato che gli incendi degli automezzi dell’Atac sono provocati dall’utilizzo di pezzi di ricambio non compatibili. Proprio come Micaela ha denunciato.

Ora aspettiamo con fiducia che un giudice (che magari ha visto Erin Brockovic) si ispiri al film e faccia trionfare la giustizia. Serve un segnale perché non resti impunito chi dice “se denunci ti licenzio”.

Fonte imm: TgCom24

Approfondimento
Denunciò a Le Iene i rischi dei bus Atac: licenziata l’autista | VIDEO

Categorie: Altri blog