La corsa della Green Economy

Libri La Corsa della Green EconomyEcco un libro che non poteva mancare nel nostro catalogo di informazione alternativa.
201 pagine di buone notizie nelle quali gli autori, Antonio Cianciullo e Gianni Silvestrin, il primo inviato di Repubblica, il secondo ricercatore del CNR, raccontano  i casi di eccellenza nella “corsa all'economia verde” che alcune aziende e alcuni governi hanno intrapreso negli ultimi anni.
Sapevate che a Stoccolma c'è una fermata di autobus ogni 300 metri? E che se l'attesa del mezzo pubblico supera i 20 minuti si ha diritto a prendere un taxi gratuitamente?
E cosa dire del record stabilito a Friburgo, ne parlammo anche su Cacao, dove ci sono più biciclette che abitanti e il traffico è gestito con la regola del 30, 30% degli spostamenti in bicicletta, 30% con mezzi pubblici e 30% con l'auto?
Un parte del libro è dedicata alle aziende che hanno investito, e tratto profitti, da una produzione più attenta all'efficienza energetica e alla sostenibilità ambientale.
Un caso è quello della STMicroelectronics, che riportiamo di seguito.
Buona lettura.

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STMicroelectronics: l'ecologia che regala profitti
L'avventura industriale della STMicroelectronics ha l'andamento della favola in cui il brutto anatroccolo, un'azienda che perde un terzo del suo fatturato, si trasforma in un cigno bianco, in uno dei grandi player del microchip che nel 2008 ha guadagnato 260 milioni di dollari dagli investimenti in efficienza ambientale. E' quasi troppo bello per crederci, forse perché è difficile credere ai cigni bianchi: nel profondo restiamo affascinati dalla catastrofe, attirati dall'immagine del cigno nero che nell'omonimo libro di Nassim Nicholas Taleb simboleggia il disastro in agguato.
Eppure, accanto alle trappole, ci sono molte opportunità nascoste. In questo caso la bacchetta magica era celata in uno slogan che all'epoca suonava come un'eresia: ecology in free. Lo lancia Pasquale Pistorio quando, nel 1980, accetta una missione che sembra impossibile. Pistorio, un siciliano che dice di parlare con le mani ma quando va alla lavagna scrive in inglese, all'epoca è International General Manager della Motorola, con la responsabilità commerciale di tutto il mondo al di fuori degli Stati Uniti. Si dimette da un'azienda con un fatturato da un miliardo di dollari e, a stipendio dimezzato e sfida raddoppiata, assume la guida di un'azienda dieci volte più piccola, la Sgs, unico presidio italiano nel campo della microelettronica, un avamposto che era in rosso da dieci anni.
Il rilancio non è facile. Per innovare bisogna ristrutturare. Per competere bisogna correre veloci. Il gruppo Iri, a cui appartiene Sgs, non abituato alle accelerazioni improvvise e quando davanti ai cancelli dell'azienda bloccati dagli scioperi partono i cori “Pasqualino u marajà, tu voi fa' l'americano”, la dirigenza esita. Pistorio va avanti da solo rischiando l'isolamento. Ma la cura funziona e nel giugno 1983, per la prima volta, la chiusura dei bilanci mensili risulta in attivo.
Nel 1987 parte la seconda fase del rilancio: la fusione con la francese Thomson Semiconducteurs che serve a proiettare il gruppo in una dimensione internazionale. Il tempo di riorganizzarsi e viene chiamato come consulente Amory Lovins, il fondatore del Rocky Mountain Institute, uno dei più importanti centri di ricerca sull'innovazione energetica. Parte il check up energetico delle fabbriche del gruppo nel mondo per mettere a punto un radicale programma di sfida ecologica.
“Oggi negli Stati Uniti il motto Green is the new black (il verde produce bilanci in positivo, ndA) è diventato popolare perché risulta sempre più chiaro che si possono tenere i bilanci in attivo solo imparando a usare le enormi potenzialità dell'efficienza energetica, delle rinnovabili, del risparmio dei materiali”, ricorda Pistorio. “Ma vent'anni fa erano in pochi a crederci. Noi abbiamo preso le norme ambientali più severe tra tutte quelle dei paesi in cui operavamo e le abbiamo adottate in tutti gli altri in cui avevamo uno stabilimento. Per esempio, il primo paese al mondo che impose la riciclabilità dei cartoni è stato la Germania e noi abbiamo deciso di fare lo stesso in tutte le nostre fabbriche. In tanti mi dicevano 'ma perché devo riciclare i cartoni in Cina dove non gliene importa niente a nessuno?' Sembrava solo un atto di generosità ambientale e invece ha dato anche risultati economici: abbiamo risparmiato perché a quel punto avevamo un solo tipo di cartone anziché dieci. Con un colpo solo abbiamo ottenuto standardizzazione, risparmio, miglioramento dell'immagine aziendale, coinvolgimento di tutti i dipendenti in un obiettivo aziendale con forte carica etica. Non è poco”.