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Mi sono fatto prendere la mano

Lun, 02/04/2019 - 15:50

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Libri per nutrire l’anima e tonificare i muscoli

Lun, 02/04/2019 - 12:53

Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcìa Màrquez
«Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito».

 

Teresa Batista stanca di guerra di Jorge Amado
“L’allegria è una pianta capricciosa, difficile da coltivare, che fa poca ombra, che dura poco e che richiede cure costanti e terreno concimato, né secco né umido, né esposto ai venti, insomma una coltivazione che viene a costar cara.”

 

 

 

 

Per chi suona la campana di Ernest Hemingway
“Nessun uomo è un’Isola, intero in se stesso. Ogni uomo è un pezzo del Continente, una parte della Terra.”

 

 

 

 

 

Il Falcone Maltese di Dashel Hammet
Una mattina si presenta nell’ufficio dell’investigatore privato Sam Spade, a San Francisco, una giovane donna. Dice di chiamarsi Wonderly e di avere un grosso problema. La ragazza è davvero una meraviglia, almeno secondo il parere di Effie Perine, la segretaria di Sam Spade. Miss Wonderly ha 22 anni, è alta, magra ma non troppo, un bel seno, gambe lunghe e sottili, così come le braccia.

 

 

Il grande sonno di Raymond Chandler
“- Come lo vuole il Brandy?
– Nel bicchiere.”

 

 

 

 

 

Il Socio di John Grisham
Mitchell McDeere, dopo essersi laureato all’Università di Harvard dibattendosi tra le ristrettezze economiche, accetta di entrare a far parte, dietro un lauto stipendio, di uno studio legale molto florido ma semisconosciuto a Memphis, dove si trasferisce insieme alla moglie Abby. Lo studio però nasconde molti segreti ai nuovi associati.

 

 

 

Breve storia di (quasi) tutto di Bill Bryson e M. Fillioley
“L’un per cento circa dei disturbi elettrostatici è dovuto a questo antico residuo del Big Bang. La prossima volta che non vedete niente sullo schermo, invece di lamentarvi, ricordate che state assistendo alla nascita dell’universo.”

 

 

 

 

Lo zen e l’arte della manutenzione della motociclettadi Robert Maynard Pirsig Li
“Se non ti diverti a urlare, su una moto in corsa non fai grandi conversazioni. Invece passi il tempo a percepire le cose e a meditarci sopra. Su quello che vedi, su quello che senti, sull’umore del tempo e i ricordi, sulla macchina che cavalchi e la campagna che ti circonda, pensando a tuo piacimento, senza nulla che t’incalzi, senza…”

 

 

La Lunga Marcia. Conversazioni con Chu Teh di Agnes Smedley
Da una serie di conversazioni con il leggendario comandante dell’Esercito popolare di liberazione cinese, la giornalista americana Agnes Smedley ha ricostruito la vita e i tempi di Chu Teh, dal crollo della dinastia Manciù alla vittoria della rivoluzione cinese.

 

 

 

Una ballata del mare salato di Hugo Pratt
“Sono l’Oceano Pacifico e sono il più grande di tutti. Mi chiamano così da tanto tempo, ma non è vero che sono sempre calmo. A volte mi secco e allora do una spazzolata a tutto e a tutti. Oggi ad esempio mi sono appena calmato dall’ultima arrabbiatura. Ieri devo aver spolverato via tre o quattro isole e altrettanti gusci di noce che gli uomini chiamano navi…”

 

 

Il maestro e Margherita di Michail Bulgakov
“Seguimi lettore! Chi ha detto che non c’è al mondo un amore vero, fedele, eterno? Gli taglino la lingua malefica a quel bugiardo! Seguimi lettore e io ti mostrerò un simile amore! No, si ingannava il maestro quando all’ospedale, verso mezzanotte diceva con amarezza a Ivanuska che essa l’aveva dimenticato. Questo non poteva accadere. Lei naturalmente non l’aveva dimenticato…”

 

 

Huckleberry Finn di Mark Twain
Huckleberry era cordialmente detestato e temuto da tutte le madri del paese, perché era un fannullone, un fuorilegge, volgare e cattivo – e perché tutti i loro figli lo ammiravano da morire, e per divertirsi cercavano la sua compagnia proibita, e avrebbero tanto voluto avere il coraggio di essere come lui. […] Huckleberry indossava sempre abiti smessi, da adulto: un perenne e svolazzante trionfo di stracci.

 

 

Manoscritto ritrovato a Saragozzadi Jan Potocki e R. Caillois
Una “avvertenza” in apertura del romanzo informa del ritrovamento di un manoscritto scritto in spagnolo e successivamente tradotto in francese dall’autore del ritrovamento (il francese è in effetti la lingua in cui il polacco Potocki scrisse il romanzo). Il “manoscritto” altro non è che il romanzo che inizia subito dopo, ambientato in Spagna, suddiviso in sessantasei giornate, il cui protagonista e narratore in prima persona è Alfonso van Worden.

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Reddito di cittadinanza, come funzionerà la card e dove fare domanda

Lun, 02/04/2019 - 09:30

Una normale carta bancaria, del tutto simile a una ricaricabile. Gialla, con i numeri a rilievo e il logo delle Poste. Le ultime indiscrezioni raccontano così la nuova Card sulla quale saranno accreditati i fondi del reddito di cittadinanza. Sarà assegnata al titolare che richiederà il reddito di cittadinanza, ma non avrà sopra il nome e soprattutto si mimetizzerà con le altre normali carte di credito per rispetto della privacy.

Al debutto arriva anche il nuovo sito (www.redditodicittadinanza.gov.it), che sarà attivato da subito e per il primo mese servirà solo a fornire informazioni.
Successivamente, dal 6 marzo, diventerà il portale sul quale sarà possibile richiedere telematicamente il reddito di cittadinanza, uno sportello virtuale al quale si affiancheranno quelli reali di Poste e Caf. Prima sarà necessario richiedere l’Isee.

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Il ricambio generazionale e il patto di famiglia: non si muore di solo banca!

Lun, 02/04/2019 - 01:55

Un recente studio di Confindustria riporta che su ottantamila imprenditori che ogni anno in Italia affrontano la successione generazionale «appena un quarto supera il primo passaggio, il 14 per cento non supera il secondo mentre al terzo rimane in piedi solo il 5 per cento delle imprese». E il 63 per cento delle aziende che superano il passaggio generazionale «non va oltre il quinto anno di vita». In sostanza circa trentamila aziende lasciano il mercato per motivi che «non sono legati alla crisi o alle contingenze ma a due pilastri della parte umana del capitalismo. La capacità intrinseca di fare business e di governare l’azienda».

Insomma, non è sempre detto che l’azienda di famiglia, soprattutto se piccola, sia in grado di creare valore. La maggior parte di quelle trentamila inserite nello studio di Confindustria «cessano l’attività per cause non legate a ragioni legali e neanche fiscali ma per cattiva gestione delle informazioni e delle comunicazioni all’interno del nucleo, per il mancato rispetto dei ruoli di amministratore, azionista e manager, per una scarsa regolamentazione dell’ingresso e del trattamento dei famigliari in azienda». Senza contare che il 68 per cento degli imprenditori manifesta l’intenzione di affidare in blocco l’azienda a un parente. In genere stretto. Indipendentemente dalle capacità.

Il tema del passaggio generazionale è molto sentito nel nostro paese ma viene affrontato come quelle malattie tanto temute che per fasulla scaramanzia non si vogliono curare. Il rapporto nucleo famigliare-impresa-management è un equilibrio complesso tra business e sentimento che il piccolo imprenditore «capo-famiglia» preferisce emotivamente non affrontare.

L’unico rimedio si chiama prevenzione: capacità di preparare, anche attraverso un programma di coaching e tutoring, l’avvicendamento nella gestione.

Inoltre, questo tipo di impresa dovrebbe passare il più possibile da una condizione di gestione da «padre-padrone», autonoma e poco incline al confronto, a una situazione ove sia presente un team di governance. Bisogna iniziare a separare i ruoli di azionista/socio (o comunque di chi ci mette il capitale) da quelli di consigliere e di manager. Spesso, nei casi di piccole società più evolute, la questione si risolve solo “formalmente” includendo nei consigli di amministrazione amici di famiglia (di solito avvocati o commercialisti), il che genera un fenomeno di complacency ovvero di conferma dei giudizi e spesso dei pregiudizi. L’esatto opposto di quanto riesce ad apportare un consigliere indipendente che ha meno vincoli per valutare un nuovo management, le dinamiche relazionali tra tutti gli attori in campo, analizzare i flussi di informazioni e creare un sistema di controllo in grado di resistere ai cambi generazionali. Ovviamente situazioni così delicate come la cessione di un’azienda da un padre ai figli non è una passeggiata e non ha mai un esito certo perché a fare la differenza sarà sempre la qualità umana dei proprietari come dei manager. Occorre però, ripetiamo, affidarsi a studi di consulenza specializzati con largo anticipo rispetto alle scadenze naturali, di per se imprevedibili. Quasi sempre, di punto in bianco, non è in gioco solo la continuità dell’azienda, ma contemporaneamente anche il patrimonio e la convivenza familiare, il rapporto di fiducia instaurato con i manager-parenti, il giudizio sulla “nuova generazione” e, soprattutto le responsabilità future della proprietà. Pertanto per chi non ha saputo o voluto anticipare il problema, relegandolo invece tra le cose che sono destinate ad avvenire “naturalmente” e che non necessitano particolare attenzione o, peggio ancora, nell’area dei fatti che producono sensazioni sgradevoli e che è meglio dimenticare in fretta per concentrarsi su cose più piacevoli, il risveglio è dei più amari.

A monte si possono anche impostare strumenti di vincolo e di ottimizzazione.

Uno su tutti, il «patto legale della famiglia» che garantisca il ricambio generazionale e la continuità d’impresa. La finalità è quella di assicurare, fissando regole precise, continuità nella gestione delle imprese, attraverso: l’individuazione di uno o più discendenti (figli, nipoti) dell’imprenditore ritenuti idonei alla gestione; il trasferimento a esso dell’azienda o delle partecipazioni (quando l’impresa è svolta attraverso una struttura societaria); la liquidazione dei diritti economici dei legittimari ai quali non viene assegnata l’azienda o non vengono assegnate le partecipazioni. In altri termini, un accordo tra l’imprenditore e gli eredi legittimi che stabilisca le regole future, dalla gestione di potenziali conflitti alle retribuzioni dei membri di famiglia impegnati nell’impresa. E pure le regole fiscali: dall’erogazione dei dividendi all’eventuale istituzione di trust o fondazioni.

Senza dimenticare l’ipotesi di prendere in considerazione l’apertura del capitale a fondi e realtà estranee all’entourage. In Italia fare entrare capitali freschi nell’azienda di famiglia era visto fino a qualche tempo fa come una diminutio sociale. Oggi per fortuna qualcosa sta cambiando. A differenza del mondo anglosassone, l’imprenditore italiano medio ritiene un valore aggiunto trascorrere il maggior numero possibile di ore al giorno in azienda per identificarsi con essa. Osservare le mosse del capitale anche da fuori aiuta invece a creare quel giusto distacco che rende la governance più efficace e il terreno della successione generazionale più fertile.

Ma qui ci scontriamo con la logica professionale del commercialista tuttologo che sulla scena occupano la buca del suggeritore e che, pur fiutando aria di default, non entrano direttamente sul tema ma allestiscono e vendono servizi-tampone o progetti-ponte.

Il ruolo del commercialista non appare ancora pronto ad affrontare, tranne casi eccezionali (significa statisticamente una percentuale bassissima del totale degli iscritti all’ordine), il fenomeno della successione in azienda.

Il consulente deve essere autorevole e meritare la piena fiducia dell’imprenditore e della famiglia comprendendo le diverse esigenze della famiglia e dell’impresa e gli equilibri in gioco. E fin qui ci siamo.

Ma il passaggio generazionale non ha regole e soluzioni standardizzate e precostituite. Occorre gestire e coordinare aspetti eterogenei (organizzazione aziendale, esperienza manageriale, ecc.) in una soluzione personalizzata e armoniosa.

E qui si evidenziano i limiti della categoria

Non se ne risenta l’ordine dei commercialisti. Confrontarsi con le differenze non significa voler eliminare quelle differenze.

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Mobilità, Granelli: «A Milano 5 auto dei vigili solo per fotografare le auto in divieto»

Dom, 02/03/2019 - 23:25

È una delle città più inquinate della pianura padana, a sua volta la zona più inquinata d’Europa, con il maggior numero di morti conseguenza di infarti e tumori ascrivibili ad alti livelli di inquinanti nell’aria. Eppure, rispetto a altre capitali europee, gli sforzi di Milano per migliorare sembrano ridicoli, quasi in mala fede. Le piste ciclabili. Iniziamo da qui. Sono poche, non collegate tra loro, mancano di manutenzione ordinaria e straordinaria, e, soprattutto, non sono rispettate. Ci parcheggiano sopra le auto, comprese quelle dei vigili e del carico-scarico, ci passeggiano le mamme col passeggino, e alle volte sembrano disegnate per uccidere i ciclisti, più che per sostenerli: ciclisti che invece sono, e meritano di essere considerati, super-eroi dell’epoca moderna. Disposti a rischiare la vita per l’ideale di una città delle persone, e non solo delle macchine. Una città dove anche i bambini possano tornare a usare la strada e dove tutti possano respirare senza il rischio di un sensibile taglio all’aspettativa di vita. Ne abbiamo parlato con l’assessore alla mobilità di Milano, Marco Granelli, durante il nostro ultimo Party for Planet.

«Per quanto riguarda i parcheggi selvaggi sulle piste ciclabili, abbiamo aumentato i controlli sui divieti di sosta con un sistema mutuato da Amsterdam. Ci saranno 5 auto dei vigili urbani sempre in giro per la città a fotografare le targhe di chi parcheggia in divieto, anche sulle ciclabili».

Sembrano poche 5 auto, per tutta Milano.

«Amsterdam ne ha 10…»

Ma è molto più piccola di Milano…

«Abbiamo perfezionato il progetto per l’area B, per cui i vecchi diesel non potranno più entrare in città».

Cosa stimate di guadagnare da questo, in termini di emissioni risparmiate? 

«Un 11% in meno di polveri sottili, e NOx [ossidi di azoto e le loro miscele]. Inoltre stiamo potenziando il trasporto pubblico, con l’avvio della M4, linea della metropolitana di Milano in costruzione che prevede il collegamento della città da est, con capolinea Linate Aeroporto, a sud-ovest, attestandosi al capolinea di San Cristoforo. Partirà entro il 2021, con nuove fermate nei due anni successivi (completamento entro il 2023). In più c’è il prolungamento della M1 e della M5 verso Monza: progetto appena finanziato. Del resto la percorrenza è aumentata del 10% dal 2011 a oggi. I viaggiatori sono aumentati del 6,4% solo nell’ultimo anno. Per questo la riforma che vogliamo, con un biglietto unico per tutta la città metropolitana, permetterà di abbassare il costo dell’abbonamento e avere dunque più utenti. Perché questo? Sappiamo che oggi il 46% delle auto in circolazione viene da fuori Milano, dove non a caso il trasporto pubblico è meno efficiente e costa di più. La nostra riforma punta ad abbassare il costo e migliorare l’offerta per chi viene da fuori Milano: andando quindi a cercare nuovi utenti dei mezzi pubblici tra chi oggi li può usare meno. Fino a che punto? Oggi mediamente una famiglia di 4 persone che abita fuori Milano spende in abbonamenti 1.085 euro l’anno: con questa riforma scenderanno a 850. Ancora, potenzieremo il bike-sharing».

C’è però da rilevare – parlando di bici e metro – che Milano ancora non sfrutta l’inter-modalità… la possibilità “chiave” di portarsi la bici sui mezzi, specie sulla metro, e dunque rendere non solo possibile, ma anche facile, usare la bici per spostarsi ovunque, anche su “lunghe” distanze, ovvero per attraversare la città. Al momento, purtroppo, Milano consente di portare la bici in orari abbondantemente fuori l’orario di punta. Cioè solo entro le 7 del mattino e prima delle 16 del pomeriggio. Davvero troppo poco: se è vero che il traffico cittadino è composto prevalentemente da chi va e torna dal lavoro, è impossibile pensare di aumentare i ciclisti tra i lavoratori, se questi non hanno accesso alla metro proprio negli orari di punta. Come già avviene all’estero.

«Dipende dal fatto che non abbiamo al momento la possibilità di aumentare i vagoni, e dunque abbiamo un affollamento nelle metro che non consente di ammettere le biciclette anche negli orari di punta. Però, grazie a un cambio dei sistemi di segnalamento, negli orari di punta riusciremo a breve a potenziare i vagoni, facendo passare un treno non più ogni 210 secondi come succede adesso, ma ogni 90. Per la metro 1 è già così. Per la 2 abbiamo stanziato 400 milioni con questo obiettivo, che raggiungeremo tra 3 anni. Dopo il potenziamento del numero di treni, le bici si potranno portare sempre».

Aspetteremo con ansia questo momento. E i tram?

«Al momento solo 4 tram lo consentono. Ma per implementare il numero dei ciclisti, aprendo anche le porte dei mezzi pubblici, puntiamo sulla diffusione della bici pieghevole, che si può già adesso usare sempre. Abbiamo stanziato 20mila euro per finanziare il 50% dell’acquisto di una bici pieghevole per chi ha un Isee fino a 20mila euro».

Non credo che la bici pieghevole sia la risposta: un mezzo comunque inevitabilmente più piccolo e meno prestante, meno veloce, se pur comodo da trasportare, non può valere quel che costa (mediamente sopra i 150 euro, compresi gli incentivi). Ma comunque. Perché crede che a Milano ci siano così pochi ciclisti?

«Stanno aumentando. Pensiamo di passare dal 6% di oggi al 20% in dieci anni. Un’indagine sul bike sharing parla di 4 milioni di utilizzi l’anno, che è un buon aumento. A frenare l’uso della bici ci sono poi soprattutto i furti, e per questo abbiamo da poco lanciato una piattaforma per registrare il proprio mezzo in accordo con la polizia per una gestione unica della piattaforma per contrastare il fenomeno dei furti».

Speriamo che funzioni… Resta il fatto che paragonando Milano a città come Oslo, che da quest’anno mette al bando tutte le auto dal centro, ma anche Parigi (obiettivo del governo francese è vietare la vendita di nuovi veicoli a combustione interna entro il 2040) o Londra (che ha appena lanciato la prima Ultra Low Emission Zone al mondo) , Milano, che avrebbe più gravi motivi per fare lo stesso, ha invece politiche piuttosto pavide, o comunque insufficienti a fronteggiare il problema, visti anche i continui sforamenti dei già generosi limiti di legge. Per non parlare poi di Amsterdam o Copenhagen…

«L’area C ha ridotto del 30% l’uso dell’auto in città. L’area B porterà un ulteriore taglio alle emissioni, unita a quanto si farà sul trasporto pubblico e le ciclabili. Inoltre aumenteremo le soste a pagamento: e questo è fondamentale per disincentivare l’uso dell’auto. Libereremo l’occupazione dello spazio pubblico, recuperando aree pedonali anche in periferia, non solo in centro. Ne abbiamo appena inaugurate due, in piazza Dergano a nord e Angilberto a sud, che sono andate bene, e ne apriremo altre 4 a primavera e altre 4 in autunno: questo nell’ottica di togliere spazio alle auto per dare spazio alle persone, alla vita. E’ un progetto che portiamo avanti assieme alla fondazione Bloomberg per ripensare lo spazio urbano. Abbiamo poi il progetto car-free, per bloccare al traffico la strada di fronte alle scuole negli orari di ingresso e uscita, in modo da disincentivare i genitori all’uso dell’auto. Abbiamo inaugurato la cosa da pochissimo in via Quarenghi, siamo a 10-12 scuole per ora, e puntiamo ad aumentare».

Qualcosa di bellissimo da vedere, devo dire: una marea di bimbi e genitori affollano la strada al mattino, e per poche manciate di minuti sembra che la faccia delle nostre città potrebbe essere diversa. Anche la pedonalizzazione è estremamente utile in un Paese che fa della (anti) cultura dell’auto una (anti) cultura diffusa: basti confrontare il nostro parco auto con quello di tutti gli altri Paesi europei.

«A Milano oggi siamo a 5,2 auto ogni 10 abitanti, contro una media nazionale del 6,5. Il nostro obiettivo in 10 anni è arrivare a 4 auto ogni 10 abitanti».

Investirete in nuove piste ciclabili? Penso soprattutto ai collegamenti, e alla manutenzione.

«Assolutamente sì. Ci sono progetti pronti per la zona del Cimitero Monumentale, via Cenisio e fino a piazzale Clotilde. La fine di viale Certosa avrà un raccordo fino a Gallarate. Oggi abbiamo 215 km di piste, e arriveremo a 300 per l’inizio del 2021. Ci sono 10 progetti in opera, il primo dei quali, questa settimana, porterà una pista ininterrotta da Conciliazione, via Amendola, e fino a Lotto. Abbiamo destinato a questo 30 milioni. C’è poi un progetto sperimentale per il quale abbiamo ricevuto il nulla osta dal Ministero, e faremo ciclabili solo in segnaletica: in sostanza la bici passa tra il marciapiede e la fila di auto parcheggiate. Questo permetterà ad esempio di completare punti come il cavalcavia Bussa [emblema milanese della politica anti-ciclabilità, ndr], dove al momento la ciclabile finisce nel nulla. Al momento questo sistema è attivo in via Comacchio in modo sperimentale, faremo poi in via Quadrio e fino a via Cenisio in primavera».

Passiamo all’altro grande tema che incide sulla qualità dell’aria milanese: il riscaldamento.

«Le case popolari di proprietà del Comune – circa 30mila appartamenti – dal prossimo inverno non saranno più riscaldate con caldaie a gasolio, ma a metano, grazie a un investimento di 30 milioni di euro. Il Bando Be2  (22 milioni di euro) incentiverà il cambio caldaia anche tra i privati, come pure la coibentazione per aumentare l’efficienza termica e minimizzare la dispersione di calore dalle case. Ricordiamo che metà del patrimonio edilizio di Milano è in classe G: la peggiore da questo punto di vista. Se tutti cambiassero, arriveremmo a un -50% di consumo di carburante. L’idea, sostenuta dall’Unione europea, è quella di coinvolgere gli istituti bancari per abbassare il tasso di interesse di chi ha un mutuo sulla casa, se procede a ristrutturarla pensando anche alla coibentazione».

Tutto bellissimo. Peccato però che chi frequenta gli edifici pubblici – le scuole, gli ospedali o gli uffici del Comune – possa – ancora nel 2019 – esperire un’anacronistica temperatura primaverile all’interno degli stessi anche a gennaio. Negli ospedali e nelle scuole si vive in maglietta tutto l’anno. Questo non le sembra… pazzesco?

«Vogliamo lavorarci. Cerchiamo meccanismi per rivedere le temperature medie negli edifici pubblici e aumentare la coibentazione e ridurre i consumi».

Cosa ne pensa invece dei negozi a porte spalancate, con riscaldamento o condizionamento a tutta forza?

«Stiamo lavorando a un regolamento che contiene anche questo divieto. Serve una legge regionale che noi, al contrario ad esempio dell’Emilia Romagna, non abbiamo ottenuto dalla regione Lombardia. Di conseguenza a marzo porteremo in Consiglio comunale la proposta, in modo che per il prossimo inverno sarà parte del Regolamento comunale, assieme al divieto alle caldaie a gasolio dal primo ottobre 2023».

Una postilla sulle pizzerie. I forni a legna in città soffocate dalle polveri sottili sono – notoriamente – un lusso che non possiamo permetterci. Londra, tanto per citarne una, ha proibito le pizzerie a legna a meno che non abbiano filtri molto costosi e molto efficienti. Invece, Milano…

«Ne siamo consapevoli e stiamo valutando come operare. Vorremmo mettere anche questo nel prossimo regolamento: l’obbligo di filtri ai forni delle pizzerie per abbattere una fonte non trascurabile di polveri sottili».

Tutto fa, nel tentativo di migliorare l’aria che sa di bruciato anche quando nessuno appicca un incendio a un deposito di rifiuti nell’unica città europea d’Italia. Marco Granelli sembra crederci, e noi ci crediamo insieme a lui, anche quando, salutandomi, mi ha ringraziato per lo “stimolo”, la sollecitudine data. Perché purtroppo, anche quando la politica lavora per il bene comune in modo così evidente, anche allora non può esagerare, non può disturbare troppo l’interesse di chi si vede toccato nei privilegi raggiunti: si tratti del milanese che parcheggia (da sempre) sulle aiuole delle strade, e vive impunito, o si tratti dei commercianti ambulanti che manifestano ogni settimana sotto il Comune, contro l’area B.

Per questo motivo abbiamo pensato di aumentare il nostro livello di sollecitudine: il tema è importante, ed è urgente. Ma lo riconosciamo anche come molto difficile.

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Con “Illuminismo adesso” Steven Pinker “inverte la prospettiva”.

Dom, 02/03/2019 - 15:00
Al posto di quella che chiama la diffusa “lugubre valutazione dello stato del mondo”, il docente di psicologia ad Harvard ci invita a considerare i molti aspetti positivi dell’epoca in cui viviamo. Basta partire da un modo di guardare diverso, basato, appunto, su illuminismo, scienza, ragione e progresso: “mai come ora necessitano di una difesa appassionata”. I loro doni? Cibo e acqua per moltissimi se non per tutti, medicine, figli che non vengono mandati in guerra, critici dei potenti che rimangono liberi. Come massimizzare libertà, amore e conoscenza? Con l’umanesimo, nato in italia nel XIV secolo e che proietta fin qui la sua luce benefica. Basta vederla. I RACCONTI DI CORRADO AUGIAS
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Nonostante tutto, per fortuna è nata Alyia.

Dom, 02/03/2019 - 11:26

La giovane nigeriana è stata messa su un treno per Lecce da sola al nono mese di gravidanza senza documentazione sanitaria. I medici: ” E’ nata Aliya, ma siamo increduli”

Aliya è nata venerdì, all’ospedale di Galatina in provincia di Lecce e, per fortuna, sta bene. Ma i medici che hanno fatto partorire la sua giovane mamma, Faitha, 20 anni appena, non riuscivano a credere che una donna, con una gravidanza oltre termine, sia stata messa su un treno da sola, senza alcuna documentazione sanitaria, e mandata ad affrontare un viaggio in cui avrebbe potuto verificarsi in qualsiasi momento un’emergenza.

 

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L’arte di accatastare la legna e i suoi risvolti anti stress ed eco-compatibili

Dom, 02/03/2019 - 01:44

E se appoggiata ai muri perimetrali può anche contribuire all’effetto cappotto termico dell’edificio e a migliorarne la traspirabilità. Ma anche, se non proprio uno stile di vita, può essere un modo per fare arte ed evitare lo stress.

Le cataste sono solitamente costituite da pezzi di legno tagliati pressoché uguali, disposti gli uni sugli altri, con il duplice scopo di accumularli ordinatamente per poi prenderli e bruciarli e di facilitarne l’essiccazione. La legna appena tagliata, infatti, necessita di un periodo di stagionatura prima di essere bruciata, nel quale deve perdere gran parte della sua umidità. La legna ben conservata e asciutta, con un’umidità residua di circa il 20%, è quella che brucia infatti in modo ottimale.

Il modo migliore di conservarla è all’aperto, ce lo dicono i nostri avi che hanno accatastato legna sotto coperture agricole o sotto le tettoie per secoli, perché in luoghi chiusi come cantine o garage non vi è una buona circolazione d’aria. All’esterno, grazie al sole e al vento, si essiccherà più in fretta.

Lo stoccaggio può avvenire in diversi modi, in cataste protette o sotto uno spiovente lungo un muro della casa (meglio se esposto a sud). Quest’ultima soluzione è utilizzata da sempre nei paesi nordici ed è anche quella migliore, un po’ per l’effetto artistico che ne deriva, ma anche ai fini della coibentazione della parete stessa.

Se addossata alla parete esterna di casa, la gronda può proteggerla dalla pioggia, è facile da raggiungere in inverno e, nel suo piccolo, funge anche da isolante contro la dispersione termica durante la stagione fredda e protegge i muri dall’eccessivo calore nella stagione calda. Un rivestimento di un muro perimetrale esterno di un edificio con ceppi di legno accatastati in maniera ordinata infatti ha come dicevamo un effetto “cappotto termico” sulla parete stessa, con proprietà forse meno marcate rispetto ad altri materiali specifici e meno ecologici, ma comunque con proprietà isolanti da rumori (fono assorbenza) e da sbalzi termici (minore conducibilità termica), nonché con una migliore traspirabilità e salubrità complessiva.

I vantaggi di creare cataste lungo muri perimetrali, per chi usa legna da ardere per riscaldarsi e ha quindi necessità di accatastare la legna nei pressi dell’abitazione, sono dunque molti.

Per far circolare l’aria anche nella parte più interna della catasta ed evitare ristagno di umidità questa non deve essere mai troppo spessa, per contro una pila sottile di legna potrebbe dare origine a problemi di stabilità. Ci sono quindi larghezze ed altezze ottimali da considerare. Il luogo di stoccaggio dovrebbe avere le dimensioni per poter contenere senza problemi una scorta di legna per un periodo da uno a due anni. In questo modo, anche la legna fresca che si aggiungerà avrà il tempo sufficiente per essiccarsi. La legna per il caminetto che ha già raggiunto un buon grado di essiccazione può essere conservata anche internamente, anzi sarebbe meglio: la legna fredda infatti brucia male.

Una pila di legna, tuttavia, può anche essere considerata sotto un punto di vista non meramente utilitaristico o di confort abitativo. La legna ben impilata può essere piacevole da vedere per tutto il tempo che intercorre dalla sua sistemazione fino al suo utilizzo finale; ci sono moltissimi esempi di realizzazioni esterne ed interne ad abitazioni, a ristoranti, ecc. dove sono state  costruite pile di legna artistiche coniugando l’efficienza con l’estetica. Nell’interior design intere pareti possono essere rivestite o addirittura composte di ciocchi o cataste di legno.

 

Tali soluzioni, in particolari realizzazioni architettoniche, hanno assolto anche al compito di “sorreggere”, e quindi sono state pensate – per esempio all’interno di strutture metalliche – come elementi strutturali.

Non si tratta -in questi casi- di vecchie baite di montagna, ma piuttosto di progetti molto moderni, affascinanti e minimali.

La cura nel taglio e nella sovrapposizione, si sa, si tramanda di generazione in generazione nei paesini montanari e nelle foreste ma ci sono, tra questi, luoghi dove si può effettivamente affermare “accatastata ad arte”. A Mezzano, piccolo borgo del Trentino, nell’area delle Pale di San Martino, grazie al progetto “Cataste e Canzei”, ad ogni angolo si vedono cumuli di legna aggregati in modo da comporre sculture e figure geometriche.

Vengono così celebrate le secolari cataste di legna, dette in dialetto “canzei”, incaricando artisti di realizzare installazioni tra le viuzze, piazze e case. Allegri rivestimenti di legno su case in pietra, con tanto di bucature in cui inserire piante e angoli definiti da tronchi orizzontali, sono esempi tradizionali di accatastamento, ma in questo paese non mancano opere più originali fatte coi tronchi: volti, immagini sacre, paesaggi o forme geometriche che sembrano rotolare da un ballatoio sulla tettoia sottostante o a terra!

Impilare la legna in maniera corretta e ordinata protegge la parete e dunque la casa, fa asciugare correttamente la legna prima di bruciarla ed è anche bello da vedere, ma anche da realizzare. Uno scrittore scandinavo, Lars Mytting, racconta in un manuale il metodo norvegese per tagliare, accatastare e scaldarsi con la legna. Non è solo un manuale pratico, “Norvegian Wood” è un saggio e un racconto antropologico al contempo, una vera e propria lezione di vita, un invito a riprenderci il nostro tempo e ridargli il giusto valore, ricco di consigli su come riscoprire la pazienza e il rispetto per la natura che ci circonda.

In un mondo sempre più veloce e metropolitano, tra cemento e smartphone, fermarsi a contemplare e praticare l’antica arte del legno può essere un’inattesa via di fuga ed un anti stress. Mytting ci racconta come si scelgono gli alberi, come si tagliano, come si accatasta la legna e come la si mette da parte per farla asciugare e poi, alla fine, bruciare. Ma mentre parla di taglialegna, di motoseghe e di camini, giunge ad una vera e propria meditazione sull’istinto di sopravvivenza e sul rapporto tra uomo e natura, fatto di tempi lunghi e silenzi.

Il motto di Mytting, che è un po’ il cuore del suo scrivere, suona così: «Incidere sulla qualità della giornata, ecco la più sublime delle arti».

Non sulla qualità della vita, che sarebbe troppo anche per un tagliatore di alberi, un accatastatore di tronchi, un segatore di ciocchi, ma sulla qualità della giornata sì: accatastando la legna si può fare.

 

Fonti:

https://www.architetturaecosostenibile.it/materiali/legno/arte-accatastare-legna-186
http://myinteriordesign.it/arredare-con-le-cataste-di-legna/
https://www.lafeltrinelli.it/libri/lars-mytting/norwegian-wood-metodo-scandinavo-tagliare/9788851140649
https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2016/10/12/lo-strano-caso-del-bestseller-per-taglialegna34.html?refresh_ce

Splendide cataste nel borgo di Mezzano!

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Siamo andati al Festival della Felicità Interna Lorda

Dom, 02/03/2019 - 01:16

Il tema centrale di questa edizione è stato il Tempo.
Il PIL (Prodotto Interno Lordo) è certamente importante ma non sarebbe necessario anche considerare il FIL, la Felicità Interna Lorda? Cos’è il Capitale umano e quanto conta? Quanto conta il nostro Tempo?

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Piste ciclabili solari

Sab, 02/02/2019 - 14:00

Sono passati oltre quattro anni dalla inaugurazione della prima pista ciclabile solare in Europa che collega Krommenie e Wormerveer, due sobborghi di Amsterdam (vedi post), che anche il nostro paese potrebbe avere il suo primo manto ciclabile a Villasiumis nei pressi di Cagliari, famosa per la sua spiaggia.

Si tratta di una delle iniziative previste nell’ambito del progetto STRATUS, acronimo di “STRategie Ambientali per un TUrismo Sostenibile), lanciato quest’anno e finalizzato a rinforzare la competitività internazionale delle micro, piccole e medie imprese della filiera del turismo sostenibile (marino e balneare), in Sardegna, in Liguria e nella regione francese PACA (Provenza-Alpi-Costa Azzurra). e che prevede l’integrazione di pannelli solari nel manto della futura pista ciclabile del Comune di Villasimius.

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La messa iniziata 96 giorni fa per proteggere una famiglia di migranti armeni è terminata

Sab, 02/02/2019 - 07:37

La messa iniziata 96 giorni fa in una chiesta protestante dell’Aia, nei Paesi Bassi, è infine terminata. La messa era stata organizzata dalla chiesa per proteggere una famiglia di immigrati armeni che rischiava di essere espulsa dal paese e la cui richiesta di asilo era stata rifiutata in terzo grado di giudizio. Centinaia di sacerdoti e volontari si erano alternati per settimane per sfruttare un’antica legge olandese che impedisce alla polizia di interrompere una funzione religiosa. Questa settimana, però, la chiesa ha interrotto la messa: il governo olandese ha infatti deciso di ritirare il decreto di espulsione e ha garantito alla famiglia armena che le sarà permesso rimanere nei Paesi Bassi.

La famiglia, che si trova nei Paesi Bassi dal 2010, è formata da una coppia, Sasun e Anousche Tamrazyan, e da tre figli: Hayarpi (21 anni), Warduhi (19) e Seyran (15). Sasun Tamrazyan ha detto di non poter ritornare in Armenia a causa delle minacce di morte ricevute per il suo attivismo politico. Nelle scorse settimane il caso dei Tamrazyan era finito sui giornali di mezzo mondo, ma fino a pochi giorni fa il governo olandese non aveva ceduto, sostenendo che non avrebbe rivalutato casi singoli di richieste di protezione umanitaria.

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Condividendo dati e informazioni si può sconfiggere la fame nel mondo. Parola di Godan

Sab, 02/02/2019 - 01:30

L’iniziativa è nata a seguito del G8 nel 2012 e ha raggiunto enormi traguardi grazie alla condivisione di dati e informazioni: “un diritto che ogni contribuente dovrebbe pretendere dal proprio governo”.

In Sudafrica i pescatori usano un’app che mostra loro come identificare l’altezza delle onde, in modo da sapere quando è il momento giusto, e sicuro, per pescare. A fine giornata, riportano nella stessa app la quantità di pesce catturato e le spese sostenute, per generare un rendiconto finanziario mensile che, per la prima volta nella loro vita, ha permesso loro di accedere al credito bancario.

In Olanda, con la stessa app, gli agricoltori sono stati in grado di individuare per tempo pericolose infestazioni che avrebbero causato gravi danni alle colture, grazie a una tecnologia via satellite diffusa tramite smartphone. In questo modo sono stati evitati vasti contagi, e di conseguenza anche l’uso massiccio di pesticidi.

In Ghana, migliaia di allevatori ricevono allo stesso modo consigli correlati all’andamento dei prezzi del mercato locale, e allerte meteo preziose per il loro bestiame. Il risultato è stato un aumento del 15/30% dei profitti in un anno. Poco dopo, lo stesso approccio si è esteso a 16 Paesi africani, a beneficio di oltre 350mila allevatori.

Tutto questo (ben raccontato nella pluripremiata serie Open Water) e molto altro è possibile grazie agli sforzi di Godan (Global Open Data for Agriculture & Nutrition) un’iniziativa nata dal G8 del 2012 per rispondere alle esigenze nutrizionali di una crescente popolazione mondiale. In poche parole, Godan – che ha sede nel Regno Unito, in Olanda e Italia – punta a migliorare resa ed efficienza nella produzione alimentare globale, di un piccolo orto come di una grande azienda, grazie alla diffusione delle informazioni disponibili: la magia degli open data. “Un diritto di tutti i cittadini che pagano le tasse”, ci tiene a sottolineare André Laperrière, ceo di Godan, “e che dobbiamo imparare a pretendere”.

Il maggior successo di Godan è stato raggiunto nel 2017, quando Laperrière è stato invitato a parlare sul tema dal governo kenyano. La conseguenza è stata che 16 Paesi africani hanno firmato l’impegno (noto come Dichiarazione di Nairobi) a condividere dati e informazioni e a lavorare insieme a favore di un’agricoltura più semplice e accessibile, più sicura e fruttuosa.

Nel mondo, Godan lavora tra l’altro anche in Cina, Messico e Usa: “Attualmente lavoriamo con oltre 850 partner nel mondo, in 110 Paesi, e il numero di alleanze strette è in rapido aumento”. Questo dipende anche dal fatto che i cambiamenti climatici alterano le normali condizioni ambientali, in certi casi in modo drammatico, e sapere come fare a fronteggiarli è sempre più urgente, anche in agricoltura. Secondo i dati Noaa, il National Climatic Data Centre, il 2018 si colloca al quarto posto tra gli anni più bollenti a livello planetario, con una temperatura media sulla superficie della terra e degli oceani superiore di 0,77 gradi rispetto alla media del ventesimo secolo, superato solo, nell’ordine, dal 2016 che si classifica al primo posto, dal 2017 e dal 2015. Un disastro.

Oggi circa 800 milioni di persone nel mondo non hanno accesso a una quantità di cibo sufficiente a vivere in modo sano. Gli open data sono uno strumento chiave per migliorare l’efficienza delle amministrazioni, creare opportunità per la crescita economica e migliorare il welfare sociale”, afferma Laperrière.

Il nostro obiettivo è far sparire la fame nel mondo” continua il capo di Godan. “ Milioni di morti oggi potrebbero essere evitate grazie alla tecnologia. Quel che è più importante, ciò che ancora manca per raggiungere questo obiettivo non è tanto qualcosa di “tecnico”, quanto di culturale: la sfida principale per arrivare a condividere i dati è che chi li possiede superi il “fattore paura” che sempre si associa alla condivisione. Il nostro obiettivo è superare tutto questo entro il 2030“.

André Laperrière, ceo di GODAN

Cosa possiamo fare, nel frattempo, per aiutare Godan? “Beh innanzitutto diffondere conoscenza sull’importanza dell’accessibilità agli open data” conclude Laperrière. “Condividerli è un dovere per i governi, e noi cittadini dobbiamo essere consapevoli che è un nostro diritto pretenderli. Allo stesso modo, sfruttare questi dati pone anche una responsabilità circa il loro utilizzo, rispettando le regole sulla privacy degli individui. In generale, serve pressione sui governi affinché la diffusione degli open data diventi un tema rilevante nell’agenda politica di ogni Paese”.

 

 

 

 

Immagine di copertina: Armando Tondo

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Oslo, prima città senza auto. Vietate anche le elettriche

Sab, 02/02/2019 - 01:03

Se l’intento è quello di eliminare dalle città lo smog dovuto alle emissioni delle automobili è chiaro che il miglior risultato lo si potrebbe ottenere con un divieto totale di circolazione dei veicoli, senza deroghe né ztl di qualsiasi tipo. E proprio questo è accaduto ad Oslo, dove dall’inizio dell’anno nel centro storico nessuna auto può circolare. Nessuna eccezione.

È un primato in Europa, già programmato 3 anni fa, quando la decisione che ora è entrata in vigore è stata presa. Nel frattempo la città è stata trasformata perché potesse diventare più green e più vivibile: i parcheggi, non più indispensabili, hanno lasciato spazio alle piste ciclabili, mentre il trasporto pubblico è stato potenziato e ha beneficiato di più finanziamenti. Naturalmente, se in centro non è possibile entrare con l’auto, i cittadini sono spinti verso l’utilizzo di altri mezzi, che garantiscono spostamenti più verdi e meno stressanti.

Nemmeno le auto elettriche possono circolare, la nuova Oslo è totalmente “car free”. Nel corso degli anni il numero dei parcheggi si è ridotto notevolmente, nell’ottica di scoraggiare chiunque avesse una smania irrefrenabile di recarsi in centro in auto, senza ovviamente eliminare gli stalli dedicati ai disabili.

Vi ricorda qualcosa? Certo, suona molto danese come idea. A Copenaghen già negli anni Sessanta si immaginava una città diversa e si è iniziato a rendere una serie di zone del tutto pedonali.

Ma il caso di Oslo è una vera perla perché stiamo parlando di una città in cui le biciclette non sono storicamente nel dna degli abitanti. Anzi, da quando al largo delle coste norvegesi sono stati scoperti giacimenti petroliferi, i cittadini hanno acquistato sempre più automobili. Intanto, cresceva l’urbanizzazione, crescevano gli spostamenti e cresceva lo smog. Secondo le stime, la popolazione aumenterà del 30% entro il 2040, con un conseguente aumento nelle città di vetture private e di traffico. Ai norvegesi, in ogni caso, piacciono molto le auto elettriche, tanto che lo scorso anno hanno rappresentato un terzo del totale di vetture vendute nel Paese: è il record mondiale.

L’inversione di rotta recente di Oslo è ancora più drastica. Dal 2015 la sindaca Marianne Borgen (Partito della Sinistra Socialista) ha sostanzialmente deciso che non si possono condannare i cittadini a morire di inquinamento e ha puntato tutto sul costringere in maniera indiretta le persone a munirsi di bici (per l’acquisto di quelle elettriche per giunta vengono erogati incentivi) e a sfruttare le decine di km di piste ciclabili esistenti. All’inizio, quando si parlava “semplicemente” di vietare il centro storico alle auto erano scoppiate le proteste; in questo modo è diventato meno conveniente spostarsi in auto visto che si rischia di non trovare parcheggio, perdere tempo e innervosirsi.

Missione compiuta.

Prossimo obiettivo: Oslo, già nominata Green Capital 2019 dalla Commissione Ue (si v. il video https://youtu.be/9s-lC1vjumE), punta ora a triplicare la percentuale di spostamenti in bici dal 6% al 18% entro il 2020.

Immagine di copertina: Armando Tondo

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Party For Planet: è stato un grande successo!

Ven, 02/01/2019 - 23:39

Diretta Facebook del Party For Planet

La neve caduta su Milano non ha spaventato le quasi 200 persone che hanno affollato la Palazzina Liberty Dario Fo e Franca Rame per assistere al Party for Planet, l’evento ideato per coinvolgere supporter, lettori, amici ed ospiti speciali e festeggiare sotto lo stesso tetto il primo anno di vita di People for Planet, il magazine digitale del Gruppo Atlantide.

Ad aprire la serata è stato Jacopo Fo, direttore creativo di People for Planet, con un personale ricordo di Dario Fo e Franca Rame e della loro attività alla Palazzina Liberty, che oggi ne porta il nome: “I miei genitori arrivarono ad occupare la Palazzina Liberty perché non c’era uno spazio disponibile in cui poter recitare. La Palazzina a quel tempo era un ex mercato comunale ormai abbandonato. I miei genitori diedero appuntamento al mondo della rivolta di quegli anni e, alla fine, la porta fu sfondata. La prima cosa da fare fu pulire. Furono portati fuori 15 camion di immondizia grazie a tanti volontari. E poi altri volontari e tanti artigiani iniziarono a restaurare gli interni per rendere di nuovo agibile la Palazzina. Alla fine dei lavori – ricorda Jacopo Fo – in questo ‘teatro militante’ entravano fino a 800 persone. In primavera ed estate gli spettacoli si facevano anche all’aperto, dove oggi ci sono gli alberi. Ed è proprio qui, alla Palazzina Liberty, che furono girati gli spettacoli del ritorno di Dario Fo e Franca Rame in tv”.

A traghettare il pubblico verso il primo dibattito della serata è stata un’ospite speciale, l’attrice Lucia Vasini, che ha portato in anteprima sul palco del Party for Planet un brano dello spettacolo “Mistero Buffo – Le parti femminili“. Un vero regalo di compleanno per il magazine e per tutti i presenti.
La questione della qualità dell’aria è un tema sul quale i cittadini sono particolarmente sensibili, scelto non a caso come filo conduttore del primo dibattito, moderato da Sergio Parini, direttore editoriale di People for Planet. Abbiamo voluto fare il punto della situazione prendendo spunto dai dati ufficiali e, grazie ai nostri divulgatori e a parole semplici, abbiamo finalmente capito a fondo cosa sia l’inquinamento dell’aria e le conseguenze sulla salute.
Perché siamo così preoccupati dei veicoli che circolano nelle nostre città? Quella contro lo smog è la “più grande battaglia che si sta combattendo sul Pianeta”, dice Valerio Rossi Albertini. Ma quando parliamo di “polveri sottili” cosa intendiamo? E come vengono generate dal motore di un’auto? Il fisico del Cnr lo spiega grazie ad una delle sue celebri dimostrazioni pratiche, e aggiunge: “Non solo abbiamo 50 mila vittime legate alle polveri sottile, ma a fronte di ogni decesso abbiamo 10 nuovi casi di malati cronici a carico del sistema sanitario nazionale. Può davvero non interessarci?”.

Non solo smog. I milanesi lo scorso anno hanno dovuto fronteggiare la preoccupazione dovuta all’odore di “plastica bruciata” che si è sprigionato durante gli incendi divampati nei depositi di rifiuti di Novate e della Bovisasca. Avevamo ospitato su People for Planet il racconto di Anita Panizza, una mamma milanese, che è tornata a parlarne per noi sul palco del Party for Planet e ancora oggi si chiede: “Ma cosa abbiamo respirato davvero in quei giorni?”.

Ci sono anche cittadini che si mobilitano ogni giorno, ad esempio misurando l’inquinamento come ha fatto l’Associazione Cittadini per l’Aria Onlus con la sua ciclostaffetta. I dati sull’inquinamento dell’aria a Milano sono stati presentati al Comune, che intanto, qualche giorno dopo, si apprestava ad annunciare il varo di Area B. Una mossa apprezzabile ma non sufficiente, secondo l’associazione. “Abbiamo impugnato per il secondo anno di seguito il piano regionale degli interventi per la qualità dell’aria”, spiega Anna Girometta, elencando i prossimi obiettivi.

L’Area B scatterà a Milano il prossimo 25 febbraio e sarà la Ztl più grande d’Italia. Come affronta l’inquinamento una grande città? “Area B è grande quanto l’intera città, con l’idea che possa allargarsi ad altri Comuni. Un sistema di telecamere ‘selezionerà’ i veicoli tramite lettura della targa, per i più inquinanti scatteranno le sanzioni – spiega l’assessore alla Mobilità del Comune di Milano, Marco Granelli – In Lombardia dal 1 ottobre i diesel che producono la maggior parte del pm10 da combustione non possono viaggiare, ma non bastano i controlli delle pattuglie. E la stessa delibera della Regione ha troppe eccezioni, il quadro normativo va migliorato. Ecco perché abbiamo pensato ad un tipo di Area B con telecamere. L’obiettivo è quello di innescare un processo di cambiamento in cittadini, imprese e mercato. Ma non dimentichiamo l’inquinamento dell’aria provocato dal riscaldamento degli edifici; il Comune di Milano ha iniziato a cambiare le caldaie nelle case popolari. 22 milioni di euro sono stati poi stanziati per i privati che vogliono cambiare le caldaie e attuare opere nei propri edifici per farli passare da Classe G a livelli migliori. Il costo sociale dell’inquinamento è enorme, ma non è denaro che il cittadino vede uscire direttamente dal portafoglio; dobbiamo agire perché le misure incidano sui singoli comportamenti”.

Altra esperienza virtuosa, quella della Provincia di Trento, dove nel 2017 è stato varato il Piano della mobilità elettrica. Il professor Maurizio Fauri spaventa la platea: “Il 2018 sarà l’anno più caldo di sempre. Ad agosto di ogni hanno abbiamo già consumato tutte le risorse disponibili che la Terra ci offre”. Le auto elettriche ci possono aiutare? “Alimentare un’auto elettrica costa un terzo in meno di quelle a combustione interna… e se siete in coda in mezzo al traffico a quale delle due preferite stare dietro?”. La Provincia di Trento ha pensato di incentivare interventi perché tutti possano ricaricare il proprio veicolo a casa, nei luoghi di lavoro e presso le strutture ricettive, in modo da azzerare l’”ansia di ricarica”. “Ma non basta sostituire un’auto con un’altra, va cambiata la mentalità, vanno cambiate le abitudini delle persone e il loro modo di affrontare il problema”, conclude Fauri.

Le auto si possono però anche trasformare, come spiega Gaetano La Legname di Mobility r-Evolution: “Quanti di voi sapevano che in Italia esiste la possibilità di trasformare con un kit di retrofit una vecchia auto in un’auto elettrica? E costa meno di un terzo rispetto ad un veicolo nuovo. Non solo, parliamo di un mercato potenziale di 500 mln di euro all’anno”.

A chiudere il primo dibattito, i fondatori della startup Wiseair, Paolo Barbato e Andrea Torrone, creatori del vaso smart connesso ad Internet capace di monitorare la qualità dell’aria, di cui un prototipo è stato messo in opera anche alla Palazzina Liberty durante la serata. Così raccontano la loro invenzione: “L’inquinamento non solo ci fa male ma rende i cittadini meno felici. C’è un’evidenza scientifica. A Milano le centraline dell’Arpa sono poche, la zona Ovest è scoperta ad esempio, quindi è impossibile un monitoraggio capillare. Servono più sensori, migliaia, nelle nostre città per misurare la concentrazione di particolato. Le fioriere e i vasi sono infrastrutture non utilizzate… e se ogni vaso diventasse un sensore?”.

Nella seconda parte della serata People for Planet ha deciso di lasciare il microfono ai protagonisti delle storie raccontate nel corso del suo primo anno online.
Massimo Moretti di WASP, azienda leader nel settore della stampa 3D, ha raccontato il progetto di stampa in 3D di una casa realizzata in terra e paglia.

Aninga di Music of the Plants ha portato sul palco il magico suono delle piante grazie ad un dispositivo in grado di registrarne la resistenza elettrica e trasformarla in musica.

Pietro Basile de Il Balzo Associazione di Solidarietà Familiare ci ha raccontato l’attività nel campo della disabilità e del disagio minorile e, in particolare, la realtà del Bar Balzo di Milano, dove ragazzi con disabilità cognitive sperimentano l’approccio al lavoro, e quella di “Io Balzo da Solo”, dove invece si mettono alla prova con l’abitare da soli.

Adriana Santanocito, per presentare la sua Orange Fiber è partita da un dato di fatto: la domanda di tessuti cellulosici è in aumento. Sono tessuti ricavati soprattutto dal legno, ma è chiaro che non possiamo continuare ad abbattere alberi. L’alternativa è italiana, catanese, e si chiama Orange Fiber: filato ricavato dai sottoprodotti dell’industria di trasformazione agrumicola. Il risultato è un tessuto unico al mondo, venduto ai brand di moda, che già può vantare la collaborazione unica con Salvatore Ferragamo.

Marco Abbro ha descritto BIOlogic, il primo Bio FabLab del Sud Italia, dove è stato creato un altro tessuto particolarissimo e 100% naturale, Scoby Skin, ricavato dalla cellulosa estratta dal tè Kombucha. Anche in questo caso, si tratta di una validissima alternativa all’abbattimento di alberi per ricavare cellulosa.

Infine, Suami Rocha di Bamboo Bicycle Club, impresa sociale nata a Londra nel 2012 ed esportata a Brescia con l’obiettivo di insegnare alle persone a costruire la propria bicicletta in bambù, promuovendo così la mobilità sostenibile. Perché proprio il bambù? Perché permette di realizzare forme perfette, è flessibile, ha proprietà smorzanti, non necessita di saldature e a parità di peso è più forte dell’acciaio. Inoltre, è anche molto gradevole alla vista, oltre che sostenibile.

A chiudere la serata la band campana Capone & BungtBangt con il suo sound inconfondibile. Tutti gli strumenti utilizzati nelle performance del gruppo sono autocostruiti partendo da oggetti riciclati che, in questo modo, acquisiscono una nuova vita e diventano strumenti musicali di inestimabile pregio. Impossibile, quindi, limitarsi ad ascoltare senza guardare come, grazie a quest’arte del riciclo e a sapienti mani, si ridona valore ad oggetti che ne sembrano ormai privi.

E questo primo anno di People for Planet è solo l’inizio di una grande avventura.
Dice Jacopo Fo: “Siamo in un momento in cui le persone sono spaventate, minacciate dalla crisi economica e spiazzate dai nuovi mezzi di comunicazione. Quando abbiamo creato People for Planet abbiamo voluto immaginare qualcosa di diverso e abbiamo deciso di impegnarci non solo nel fare buona informazione, ma anche nel far succedere cose molto semplici, quasi banali, che possono però cambiare la realtà. Con l’aiuto di tutti”.

Buon compleanno People for Planet!

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Prescrizioni illegali di latte artificiale: cosa ne pensa il ministero della Salute?

Ven, 02/01/2019 - 23:12

Da quando abbiamo pubblicato la nostra inchiesta sul latte artificiale ci siamo attivati su vari fronti. Abbiamo chiesto un appuntamento alla ministra della Salute Grillo per conoscere il suo parere sulla questione. Lo staff della ministra, pur avendoci fatto sapere di aver ricevuto la comunicazione con la richiesta di un incontro, non ci ha però contattato per fissare un appuntamento e non ha dato riscontro alle nostre successive sollecitazioni. Nella convinzione che l’argomento sia di suo interesse, rimaniamo fiduciosi che riusciremo ad incontrarla.

Intanto abbiamo attivato un gruppo di avvocati esperti in materia per capire se e come si può agire per vie legali.

Cosa abbiamo scoperto

Abbiamo riscontrato che in alcuni ospedali consegnano alle neomamme in dimissione dopo il parto, insieme alle informazioni sanitarie del neonato, anche l’indicazione di quale marca di latte artificiale per neonati utilizzare. In alcune strutture la prescrizione viene effettuata direttamente sul libretto sanitario del bimbo che viene consegnato al momento delle dimissioni, mentre in altre viene fatta su un foglio (che non sempre riporta l’intestazione della struttura ospedaliera) che viene poi infilato tra le pagine del libretto sanitario.

Un comportamento vietato dalla legge

Tutto questo, però, è illegale: il Decreto 09 aprile 2009 , n. 82, infatti, all’articolo 10 precisa che “la pubblicità degli alimenti per lattanti è vietata in qualunque modo, in qualunque forma e attraverso qualsiasi canale, compresi gli ospedali, i consultori familiari, gli asili nido, gli studi medici, nonché convegni, congressi, stand ed esposizioni”, e all’art. 14 specifica che “le lettere di dimissione per i neonati non devono prevedere uno spazio predefinito per le prescrizioni dei sostituti del latte materno”.

Non abbiamo nulla contro il latte in formula

Vogliamo precisare che non abbiamo nulla contro il latte in formula. Quello che ci preme sottolineare è l’illegalità del comportamento di molte strutture che ancora oggi, nonostante la legge parli chiaro, continuano indisturbate a promuovere l’uso della formula specificandone la marca.

Ringraziamo tutti i lettori che ci hanno inviato le loro testimonianze e, qualora aveste altro da raccontarci sull’argomento, scriveteci a redazione@peopleforplanet.it.

Photo by rawpixel on Unsplash

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Party For Planet in diretta web!

Ven, 02/01/2019 - 16:30
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La «falla» delle compagnie aeree

Ven, 02/01/2019 - 14:29

Come trovare la tariffa più conveniente? L’indagine del Corriere su centinaia di combinazioni

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Perché non parlate dei problemi degli italiani?

Ven, 02/01/2019 - 12:49

Accoglienza agli immigrati, i terremotati, i gay, lo scioglimento dei ghiacciai… Come parlare di un problema quando chi ascolta o legge chiede un’attribuzione differente delle priorità? Ci provano i The Jackal nell’ultimo video che risponde al quesito del momento: “Perché non parlate dei problemi degli italiani?”. Perché rispondere a un problema con un altro problema non risolverà nessun problema. DA REPUBBLICA.IT

 

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Empatia… che magia!

Ven, 02/01/2019 - 10:25

Michele Dotti ci spiega cos’è l’empatia

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Alberi invece di lapidi

Ven, 02/01/2019 - 01:47

Sovraffollamento, grattacieli di loculi, mancanza di spazio: la questione dei cimiteri italiani è cronicamente in crisi.

Ne scriveva anni fa anche Jacopo Fo nel suo blog su Il Fatto Quotidiano: “In tutte le nazioni normali i cimiteri sono grandi appezzamenti di terreno dove si scavano le buche per seppellire le bare. In Italia è obbligatorio costruire un’enorme scatola di cemento armato, con una recinzione muraria alta due metri tutto intorno. E questa struttura di cemento è obbligatoriamente dotata di sofisticati sistemi di drenaggio. Poi lo spropositato scatolone di cemento viene riempito di terra e poi le buche vengono scavate lì. Ovviamente questo moltiplica per 10mila volte i costi per la costruzione di un cimitero rispetto al resto del mondo, visto che gli altri non costruiscono nulla, scavano solo dei buchi nella sacra terra.
Il costo di produzione di un metro quadrato di cimitero è così talmente oneroso che sono stati inventati i loculi disposti a più piani, per ammortizzare le spese”.

L’argomento è spinoso, a parlare di cimiteri, di morte si rischia di passare per menagramo.

A cercare di risolvere il problema però ci stanno pensando gli ecologisti che sempre più spesso chiedono che gli eventi della loro vita siano “green”. Anche il funerale e la sepoltura.
Una soluzione in armonia con la natura potrebbe arrivare da due designer italiani: Anna Citelli e Raoul Bretzel che hanno ideato la Capsula Mundi.

Si tratta di un contenitore biodegradabile a forma di uovo dove si può inserire il caro estinto in posizione fetale o le sue ceneri, e che viene messo a dimora in terra, dove viene poi piantato un alberello, magari a scelta del defunto che ne sarà il fertilizzante.
Potremmo dire ai nipoti: “La vedi quella quercia? È la nonna Amelia! Mentre quel ciliegio laggiù è lo zio Ettore”. Immaginatevi che meraviglia: un bosco rigoglioso al posto di lapidi di marmo con scritte improbabili.

Mentre aspettiamo che venga rivista la legge che regola la normativa cimiteriale, risalente al regio decreto del 27 luglio 1934, possiamo pensare a non sprecare dell’ottimo legno per la bara. Ci sono già in commercio feretri in cartone e urne in mais, in legno naturale privo di vernici, o realizzati con lastre di cellulosa ricavate da fibre naturali recuperate e rigenerate, nonché cortame di legno giuntato a pettine. Una soluzione quest’ultima pensata per contrastare il depauperamento forestale.

Come spiegano i titolari di un’agenzia di pompe funebri a Milano: “Da un metro cubo di legno si ricavano 5 – 6 bare tradizionali contro le 30 – 35 nel caso di bara ecologica in fibra vergine. Per le bare tradizionali, il legname complessivo necessario per il fabbisogno della regione europea corrisponde a circa 7 km quadrati all’anno. Ipotizzando circa 7 milioni di decessi nel periodo indicato, il tempo necessario per la riforestazione è di almeno 50 anni, occupando un territorio di 300.000 km quadrati. Tale superficie, che andrà deforestata, è pari a quella dell’intero stato italiano”.

Nel caso della cremazione poi è importante anche il risparmio energetico che una sepoltura ecologica offre rispetto a quella tradizionale. Una bara in legno verniciato brucia in un’ora e mezza mentre quella in cellulosa in un’ora. Moltiplicate per il numero di cremazioni all’anno in Italia e il numero di ore di esercizio risparmiate diventa impressionante: 33mila equivalenti a 22mila cremazioni in meno. Per non parlare dell’inquinamento provocato dalle vernici disperse nell’ambiente.

Meglio, molto meglio un albero. Io vorrei un bel castagno, e voi?

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