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Aggiornato: 2 ore 10 min fa

Come si respira in città? Te lo dice il vaso intelligente!

Lun, 06/03/2019 - 03:40

Dal 2018 i ragazzi di Wiseair sono una delle start up italiane più premiate. Hanno inventato un vaso da giardino, una fioriera, “smart”, intelligente, capace grazie a un sensore di monitorare la qualità dell’aria. Chiunque potrà avere un vaso Wiseair sul proprio balcone e sapere che aria sta respirando in quel momento e in quella specifica zona.
Un grande grande progetto.
Nel video interviste a Carlo Alberto Gaetaniello e Paolo Barbato, creatori e fondatori di Wiseair e Valentina Scozia, Wiseair Ambassador.

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“Patti chiari, collaborazione lunga”: così si recuperano spazi pubblici

Lun, 06/03/2019 - 02:20

I cosiddetti Patti di collaborazione, tra enti pubblici e associazioni o cittadini, stanno diventando una modalità sempre più diffusa per la cura e il recupero di edifici e spazi pubblici.

E sempre più Comuni hanno deciso di trovare una modalità per far funzionare queste collaborazioni: a Torino un Regolamento che le disciplina è stato approvato da pochi mesi (fine gennaio 2019) e già sono partiti diversi progetti (qui si può scaricare la brochure in pdf).

Il Regolamento (qui il pdf) va a disciplinare così la collaborazione tra cittadini e pubblica amministrazione per mantenere e migliorare i “beni comuni” (senza scopo di lucro) e prevede per i contribuenti e per le imprese che si vogliono impegnare in questa attività esenzioni e agevolazioni su canoni e tributi locali.

Viene anche offerto, nei limiti delle risorse disponibili, il comodato d’uso (che per definizione è gratuito) sulle attrezzature e i materiali di consumo necessari per lo svolgimento delle attività.

Tra i beni “materiali e immateriali” e anche “digitali” (una novità per questo tipo di collaborazioni) oggetto di possibile intervento, figurano tutte le aree verdi, dai giardinetti alle rotatorie, spazi spesso abbandonati o degradati che potrebbero invece contribuire a migliorare la qualità ambientale, sociale, estetica e di salute dei quartieri cittadini.

Questa modalità potrebbe essere una delle molte strade da percorrere, partendo dal riconoscimento che nelle nostre città c’è bisogno di verde, c’è bisogno di cura, di trasparenza e anche di collaborazione e un modello che corrisponda a questi requisiti, se funziona, potrebbe essere un percorso valido con vantaggi per tutti.

Ma come funziona operativamente?

Il Regolamento prevede la possibilità di presentare le proposte, da parte di singoli o associazioni, attraverso la predisposizione di una minima “progettualità” e la compilazione di un modello scaricabile dal sito web. Le proposte, che devono riguardare un elenco di immobili e spazi pubblici coinvolti periodicamente aggiornato, vengono vagliate e, se accettate, vengono definite anche le forme di sostegno che possono essere offerte dal Comune.

 Queste possono consistere in:

  • esenzioni o agevolazioni in materia di canoni e tributi locali, che il Comune potrà disporre di volta in volta per ogni specifico patto;
  • materiali di consumo necessari alle attività e dispositivi di protezione individuale, dati in comodato d’uso;
  • formazione e affiancamento da parte di dipendenti comunali;
  • altri vantaggi economici che il Comune può disporre a favore dei cittadini attivi quali l’uso a titolo gratuito di immobili di proprietà comunale, o l’attribuzione al Comune delle spese per utenze e per manutenzioni, ecc.

A seguito dell’accettazione da parte del Comune della proposta viene “siglato” il vero e proprio patto, che disciplina puntualmente oggetto degli interventi, modalità, durata e responsabilità.

Quest’ultima, forse la parte più complicata da definire, viene trattata all’interno di uno specifico capitolo, dove si entra nel merito anche della prevenzione dei rischi: i dispositivi di protezione individuale (DPI), le responsabilità di supervisione e le coperture assicurative.

I Patti stipulati vengono pubblicati on line sul sito e sono così consultabili da tutti; ad oggi sono già 11 i progetti attivati su giardini, piazze, chiese e monumenti. I modelli di proposta sono scaricabili anch’essi in modo che tutti coloro che vogliono impegnarsi e collaborare possano avere un canale di accesso facile ed uno strumento percorribile per dare un contributo fattivo al mantenimento e alla cura della propria città.

Immagine di copertina: Disegno di Armando Tondo

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Ai bambini dovremmo insegnare a mordere la frutta (e a schifare la plastica)

Dom, 06/02/2019 - 21:30

Perché il progetto Frutta nelle Scuole può essere migliorato, tornando a insegnare ai bambini che un frutto imperfetto potrebbe essere anche più buono

  • Il progetto del Ministero fornisce ai bambini frutta lavata, tagliata, addizionata di antiossidanti, e porzionata in mini sacchetti di plastica 
  • Le istituzioni dovrebbero orientare i bambini ad un mondo migliore e alla salvaguardia dell’ambiente, non a produrre ancora più plastica e rifiuti
  • I bambini dovrebbero essere educati all’integrità dei frutti, a morderli, a comprenderne la stagionalità

Parte anche quest’anno, a poche settimane dalla fine dell’anno scolastico, il progetto “Frutta nella Scuole”, del MiPAAFT (Ministero delle Politiche agricole, alimentari, forestali e del turismo) in partnership con il Ministero della Salute, il Ministero dell’istruzione e l’istituto sperimentale CREA.

Lo scorso anno scolastico gli istituti scolastici che hanno già fornito la propria adesione e quindi ricevuto la frutta per i propri studenti sono stati circa 2.900, corrispondenti a più di 1,2 milioni di alunni. Di questi, 960.000, sono stati coinvolti nelle distribuzioni regolari (dati diffusi dal sito del progetto).

Quest’anno, dal 21 maggio 2019, sul sito del progetto è possibile aderire all’iniziativa iscrivendosi come scuola e quindi ricevere la frutta la mattina, direttamente davanti l’edificio scolastico mediante la rete delle aziende che hanno vinto il bando ministeriale per partecipare al progetto.

Ma a prescindere dal ritardo della partenza, entriamo nel merito del progetto.

Il cortocircuito tra finalità e modalità

Come possiamo leggere dal sito istituzionale, il progetto “è destinato alle scuole ed individua negli alunni delle scuole primarie di età compresa tra i 6 e gli 11 anni i destinatari che vi partecipano a titolo completamente gratuito”.

Segue, sempre sul sito, “l’obiettivo è quello di incoraggiare i bambini al consumo di frutta e verdura e sostenerli nella conquista di abitudini alimentari sane, diffondendo messaggi educativi sulla generazione di sprechi alimentari e sulla loro prevenzione”.

Continua a leggere su NNJAMARKETING.IT di Eliana Glielmi

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Miloud e la Fondazione Parada

Dom, 06/02/2019 - 17:00

È il 1989 quando cade il regime di Ceaucescu in Romania.

La situazione del Paese è sempre più caotica. Nel 1992 un servizio alla televisione francese racconta la drammatica situazione dei bambini abbandonati da famiglie disastrate, fuggiti dagli orfanotrofi, che vivono a Bucarest lungo i canali sotterranei che portano il riscaldamento nella città. Sono migliaia – una stima parla di 3000 – e sopportano i morsi della fame sniffando l’Aurolac, uno smalto colloso per la verniciatura contenente solventi con effetti allucinogeni.

A guardare quella trasmissione c’è un ragazzo di 20 anni, franco-algerino; si chiama Miloud Oukili e non ci dorme a pensare a quei ragazzi con gli occhi vuoti a causa della droga, invisibili al mondo. E decide di fare qualcosa, di partire per conoscerli e magari trovare un modo per aiutarli.

Li trova subito, dopo un viaggio in treno da Parigi: quando scende alla Gare du Nord di Bucarest sono lì che chiedono l’elemosina, lo avvicina una ragazzina di 12 anni che gli si offre come prostituta per i pochi soldi che le permettano di comperare la colla.

Dentro la valigia Miloud ha pochi vestiti ma un sacco di attrezzi da clown, un organino e nasi rossi. Non sa una parola di rumeno e allora chiede ai bambini di insegnargli la loro lingua, in cambio lui insegnerà loro la clownerie.

Si legge nel sito della Fondazione Parada nata nel 1996:
“Il clown è lì per ridere di ogni miseria, per seppellire le paure, per spegnere il dolore. Miloud Oukili non è un educatore né un sociologo. È un saltimbanco, fiero di essere tale. Ha messo in gioco la sua tenerezza, il suo amore per lo spettacolo, il gusto del riso per esorcizzare la paura. Così ha saputo farsi accettare da chi ha alle spalle storie difficili e diverse, ha ricreato con i suoi ragazzi una famiglia, senza orari né obblighi.
«Attraverso lo spettacolo i ragazzi imparano a prendersi in giro, a rispettare gli altri, ad acquisire il senso di responsabilità, a prendere contatto con il mondo esterno – afferma – Hanno un ruolo, quello di divertire il pubblico, e una storia da raccontargli. Lo fanno con abilità e destrezza, con la capacità dei veri artisti».
Qualcuno ha trovato un lavoro, tutti imparano a leggere e scrivere, a parlare una lingua meno essenziale di quella della strada, imparano a dare, a capire che tutto si guadagna, che bisogna lavorare per vivere. Che si può vivere… e ridere… e suscitare un sorriso. Clown del mondo nel circo della vita”.

Con i proventi degli spettacoli e le donazioni la Fondazione Parada organizza un centro diurno che accoglie i ragazzi e propone corsi di qualificazione al lavoro, una decina di appartamenti dove i ragazzi vivono in comunità, un pulmino che gira la notte per la città offrendo soccorso e intessendo rapporti con i ragazzi che ancora diffidano del progetto.

Dal 2010, inoltre, è attiva una collaborazione con la Fondazione ACCOR (primo operatore mondiale nel settore alberghiero) che non solo facilita l’inserimento lavorativo dei giovani, ma prevede un programma informativo per i gestori degli alberghi e i loro dipendenti sulle problematiche legate alla vita in strada.

Un naso rosso: a volte basta solo un naso rosso contro l’indifferenza.

Immagine di copertina: Fonte www.parada.it

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Zero Waste lancia la sfida: diciamo no agli alimenti imballati in plastica per una settimana

Dom, 06/02/2019 - 15:30

Diciamo no alla plastica monouso e agli alimenti avvolti dalla plastica

Che dite ragazzi ci possiamo riuscire? La rete Zero Waste Spain ci invita tutti a non acquistare prodotti alimentari sono imballati nella plastica. Dal la 3 al 9 ribelliamoci alla plastica e aderiamo alla campagna #boicotalplastic, del resto vi assicuro che si possono acquistare ottima frutta e verdura anche senza imballaggio di plastica.

E per tutti gli altri alimenti? Forse per una settimana possiamo rivolgerci ai negozi che vendono lo sfuso (si trova anche in diversi supermercati): pasta, riso, caffè e cereali possono essere tranquillamente acquistati anche in imballaggi alternativi. L’acqua? Se proprio non vogliamo quella del sindaco, proviamo con in vetro a rendere. Fate la lista della spesa e non cedete ad acquisti impulsivi, portatevi la vostra sporta, zaino e altri contenitori: vedrete che difficilmente troverete negozianti che faranno difficoltà a riempire i vostri contenitori.

Altra cosa, approfittate di questa settimana per acquistare più ingredienti e meno prodotti processati e già trasformati: non ci stanchiamo di ripeterlo, cucinare allunga la vita!

Pronti quindi ad affrontare la settimana senza plastica?

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Leggi anche 282 Comuni verso l’azzeramento dei rifiuti

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Australia non è la patria serpenti più letali

Dom, 06/02/2019 - 12:35

La ricerca dimostra che rischio morsi e morte è minimo. Contrariamente alle paure di molti turisti, l’idea che l’Australia sia la patria dei serpenti più letali del mondo, secondo gli esperti, è solo un mito. Il rischio di essere morsi e di morire è infatti molto più alto in Asia, Africa e Sud America. L’erpetologo Ruchira Somaweera dell’ente nazionale di ricerca Csiro, scrive sul sito dell’organizzazione che il mito è nato alcuni decenni fa ed è partito da uno studio sui livelli relativamente alti di tossicità misurati in specie australiane come il serpente bruno e il serpente tigre.

Lo studio tuttavia non includeva alcuni dei serpenti ben conosciuti e altamente pericolosi di altri paesi, e soprattutto aveva scarsa rilevanza per l’impatto sugli esseri umani. “Se si guarda al numero di persone che effettivamente muoiono in Australia ogni anno da morsi di serpenti, i tassi sono minimi rispetto ad altre parti del mondo”, scrive Somaweera. “Fattori come la qualità degli antiveleni e dei nostri servizi paramedici e la conoscenza generale del pronto soccorso, sono di alto livello in Australia e questo contribuisce al numero minimo di morti umane”, aggiunge.

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Non solo hamburger: se volete salvare il pianeta, mettete meno avocado sui vostri toast

Dom, 06/02/2019 - 09:00

La società svedese Doconomy ha realizzato la prima carta di credito che registra le emissioni prodotte dai nostri acquisti. Ogni cosa che compriamo ha un impatto, a partire dal cibo. E non vale solo per i carnivori: anche i vegani hanno le loro colpe

L’idea arriva da una società fintech svedese, Doconomy. La prima ad aver realizzato una carta di credito, DoBlack, che non ha un limite massimo di spesa, bensì di emissioni di anidride carbonica prodotte con i nostri acquisti. Doblack tiene il conto dell’impatto ambientale ogni volta che compriamo qualcosa. E oltre una certa soglia, ci blocca. Dagli avocado alle bistecche, dalle banane agli snack, fino ai viaggi in aereo e ai rifornimenti di benzina, non solo i carnivori, anche vegetariani e vegani scopriranno così di inquinare molto più di quanto pensassero.

Basta scaricare la app Do per vedere rendicontata, con l’uso dell’Aland Index, la nostra impronta di carbonio sul pianeta ogni volta che facciamo shopping. Una volta raggiunto il limite massimo di emissioni, in linea con gli obiettivi di dimezzamento per ciascun Paese entro il 2030, la carta ce lo ricorderà. Anzi, se si sceglie la versione più “rigida” (DoBlack), gli acquisti verranno addirittura bloccati. Realizzate in collaborazione con MasterCard e con il segretariato della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, le carte di credito – che saranno in commercio dall’estate 2019 – sono fatte di materiali di origine biologica, senza striscia magnetica e stampate con Air-Ink, un inchiostro realizzato con la fuliggine di carbone prodotta dallo scarico delle automobili.

«Limitare la possibilità di eseguire transazioni è una scelta estrema. Ma è la soluzione più chiara per illustrare la gravità della situazione in cui ci troviamo», ha spiegato Johan Pihl, tra i fondatori di Doconomy. «Dobbiamo affrontare il modo in cui i consumi impattano sul nostro pianeta».

Dobbiamo affrontare il modo in cui i consumi impattano sul nostro pianeta

Johan Pihl

Ogni cosa che mettiamo nel carrello, insomma, ha un impatto sul pianeta. A partire proprio da quello che mangiamo. Secondo un recente rapporto della rivista medica Lancetcommissionato da Eat Forum, la produzione alimentare è «la più grande causa di cambiamento ambientale globale». E con la popolazione mondiale in continua crescita, è «il principale fattore di degrado ambientale».

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Gli strani casi dell’animo umano: “I sollevatori di tergicristalli”

Dom, 06/02/2019 - 02:12

Nei meandri dell’animo umano, una manifestazione dell’agire su cui da sempre si arrovellano i migliori specialisti (psicologi, psichiatri e carrozzieri) è l’annosa questione dei sollevatori di tergicristalli.

Eminenza grigia del mondo contemporaneo – nessuno ne ha mai visto uno nell’esercizio delle proprie funzioni – si dice abbia il compito di ergere i tergicristalli di alcune auto scelte. Segnatamente – pare – quelle parcheggiate in stile non ortodosso.

Ma cosa passa per la testa di questo ardito vendicatore mascherato? È uno di noi, sotto mentite, invisibili spoglie? Viene, invece, da altri mondi? Agisce da remoto? È in missione per conto di Dio? (cit.)  O, forse, invece, il messaggio è tutt’altro e siamo vittime di un abbaglio collettivo, di un agghiacciante equivoco?

Suspense… 
Suspense

Vediamo, allora, possibili interpretazioni psicologiche, sottotesti, alternative ugualmente plausibili, in un “decalogo in nove punti” (semi-cit.) assolutamente inefficace a giungere ad alcuna conclusione:

1) Il sollevatore di tergicristalli le cose le sa. E ti avverte. La prossima volta, un’entità oscura e crudele – che apparirà sotto forma di carro attrezzi – ti punirà. Salvati, prima che sia troppo tardi.
#convertitifratello #penitenziàgite 

2) Il sollevatore di tergicristalli le cose le sa. E conosce anche i tempi della burocrazia cittadina. Sarà lui stesso, quindi, a passare alla fase successiva: qualsiasi cosa significhi.
#velateminacce #mancotantovelate

3) Il sollevatore di tergicristalli non esiste. È l’automobile “in persona” ad alzare i braccini al cielo invocando acqua. (In effetti: ma chi ha mai capito da dove si metta l’acqua nella Smart? Ah, ci vuole l’acqua? Ma pensa…) #scusatesonobionda

4) Un passante, garrulo, nota con piacere quanto l’automobile parcheggiata sull’angolo e col muso in mezzo alla carreggiata regali a questa città prevedibile e geometrica quel pizzico di asimmetrica, artistica sorpresa. Festoso, solleva i tergicristalli al cielo per contribuire all’allegria generale, accenna due passi di danza e, canticchiando, se ne va.
#lottimismoèilsaledellavita #lagiornatamondialedelbicchieremezzopieno

5) E’ un’installazione

6) In ognuno di noi si nasconde un sollevatore di tergicristalli. Guardati allo specchio, racconta a te stesso e al mondo la verità. Non tenere per te questo oscuro segreto che ti divora dall’interno. Hai bisogno di aiuto? Chiama il n. verde 800 ecc ecc ecc.
#outing

7) È colpa dei sollevatori di tergicristalli immigrati che vengono a rubare il lavoro ai sollevatori di tergicristalli italiani.
#nocomment
#quandoceraluisidormivaconitergicristallisuiparabrezza

8) È appena passata una decappottabile decisamente scoperta. L’auto non riesce a nascondere la propria eccitazione. #anchelemacchinehannouncuore
#chiamiamolocuore

9) Il sollevatore di tergicristalli è un uomo meschino. Invece di lasciare a chi di dovere il compito di verificare una eventuale infrazione del codice della strada, si erge lui stesso – come i tergicristalli – a giudice.

Un tergicristallo alzato – oltre a quel briciolo di inquietudine sul momento – non provoca alcuna educazione né cambio di mentalità nel cosiddetto “trasgressore”.
Solo un pizzico di inutile fastidio.
Piccolo e volatile, come l’animo di chi ha voluto provocarlo.

#nonprovatearifarloacasa #salvateivostribambinidaigesticheprovocanomalumore

Photo by Charles Loyer on Unsplash

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Per comprare in Europa servono 15 anni di stipendi, in Italia 12: Parigi e Londra le più care

Sab, 06/01/2019 - 21:30

Dal 2012 i prezzi delle case nelle principali città europee sono cresciuti a dismisura, in modo più che proporzionale rispetto al reddito della popolazione, per la quale si allunga sempre più il periodo in cui riesce a ripagare l’acquisto di un immobile. È quanto afferma uno studio di Moody’s che identifica in Parigi, Amsterdam e Londra le città in cui il potere d’acquisto dei cittadini è diminuito di più. In particolare, nelle tre metropoli, a un individuo servono più di 18 anni di reddito disponibile per comprare un immobile di taglia media (senza contare il ricorso al mutuo): rispettivamente 22 anni, 18,7 e 18,3.

In media, in Europa, lo stesso dato si attesta attorno a 15 anni, mentre Roma e Milano, le due grandi città italiane prese in considerazione dal rapporto, risultano meno onerose della media: 12,1 anni nella capitale e 11,8 nel capoluogo lombardo.

Nel 2005-2007 bastavano tre anni in meno
Nel 2005-2007, ricorda Moody’s, servivano tre anni in meno, cioè 12 anni di reddito disponibile, per comprare un appartamento di taglia media in Europa. La grande città oggi meno esigente in materia è Lisbona con 11,5 anni. Un po’ sopra i 14 anni si situano Dublino, Berlino e Francoforte. A incidere su questi valori sono, del resto, sia gli stipendi, sia i prezzi degli alloggi. Ad Amsterdam, ad esempio, il reddito disponibile risulta medio di 17.500 euro l’anno, uno dei più bassi del panel, contro le 24.600 sterline di Londra (28mila euro circa) e i 36.300 euro di Parigi. Milano e’ a 21.400 euro circa e Roma a 17.800, mentre Francoforte e’ a 23.500 e Lisbona si ferma a 16.700 euro. L’altra variabile è il prezzo a metro quadro, che va dai 9.500 euro medi di Parigi ai 2.750 di Lisbona, passando per le quasi 6.600 sterline di Londra, i 4.850 euro di Francoforte, i 3.600 di Milano e i 3.065 di Roma. Morale: se si vogliono comperare 70 metri quadri sulle rive del Tamigi, bisogna disporre in media di 460mila sterline (oltre 520mila euro) e per prendere la stessa casa nella Ville Lumiere ci vogliono la bellezza di 665mila euro. Se poi ad Amsterdam ne servono 383mila circa, meglio optare su Lisbona, dove ne bastano meno di 193mila euro. Oppure sulle città italiane: per gli agognati 70 metri quadri a Roma sono necessari in media 214.500 euro, qualcosa in più a Milano (253 mila).

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Ecco la SF90 Stradale: la prima Ferrari ibrida

Sab, 06/01/2019 - 15:30

Dalla Formula 1 alla strada: Ferrari ha presentato la SF90 Stradale, la prima vettura ibrida di serie della storia del Cavallino. Con la stessa tecnologia utilizzata da Vettel e Leclerc è nato il modello che celebra i 90 anni di vita della scuderia. Motore da 8 cilindri a V di 90° e tre propulsori elettrici (due all’anteriore e uno, MGUK, al posteriore).

Si arriva a 1000 cv, potenza record per un vettura molto estrema. Prezzo ancora top secret, ma dalle prime indiscrezioni il valore dovrebbe essere di circa 600mila euro

Fonte immagine: SPORTMEDIASET.IT

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Il padre che indica l’altrove

Sab, 06/01/2019 - 15:00

Gli interessanti tempi che viviamo hanno delocalizzato, giustamente, anche le feste: la Germania festeggia quella del papà il 30 maggio, giorno dell’Ascensione. Sebbene io sia altrove, i fruitori della paternità rimangono i figli, per cui la calendarizzazione delle feste spetta a loro che sono nella capitale tedesca e da Berlino mi arrivano gli auguri in questa data.

“Cosa resta del padre?”, chiedeva il titolo di un libro dello psicanalista Massimo Recalcati, nell’epoca della evaporazione dei canoni che hanno tenuto assieme l’ideale della famiglia tradizionale. Essendo impossibile decontestualizzarsi e tirare un giudizio sul proprio ruolo nel presente o avere una reale visione d’assieme di sé stessi nel mondo mentre lo si vive, ha forse senso ascoltare il riverbero dei classici. “Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre verso il paese che io ti indicherò” prescrive il Signore ad Abramo e, mentre comanda e consacra la legge del più profondo distacco, chiama l’uomo al nietzschiano diventare ciò che si è – “[Nell’ebraico biblico] ’Vattene’ si scrive, infatti, Lech lechà, che però, suddividendo le sillabe che lo compongono Lech le-chà, significa anche ‘Vai verso te stesso!’”.

La figura del padre è evaporata ma la fisica ci insegna che si tratta solo di un cambio di stato energetico del sistema, al quale bisogna far seguire un riadattamento. I vincoli delle necessità sociali sono sostanzialmente caduti, ora sta agli uomini fare la loro parte, nudi di ogni istituzione. La parola del padre rimarrà sempre traumatica, non smarrirà mai la sua natura di censura, anche di scandalo, perché per portare i figli a conoscere il desiderio – vero obiettivo del papà –, a esplorare il senso liminare delle cose, a camminare sul loro confine sentendo il brivido del terrore di oltrepassarlo, scoprendo con il tempo la tecnica opportuna a tenere l’equilibrio necessario a percorrerlo, per fare tutto ciò è richiesto l’aiuto di chi sia parte di un nucleo familiare anche nella sua assenza. È necessario fornire un chiaroscuro più che una luce, una vena eretica più che un esempio costante di integrità, perché il desiderio che va iniettato nel sangue acerbo dei figli è un veleno, sublime e mortale come ogni tossina, di cui il padre deve essere pronto a pagare le conseguenze, morendo egli stesso. Fu forse un caso, ma mi piace pensare non lo sia stato del tutto, se la mia prima figlia sostava nella pancia della sua mamma mentre eravamo, nel deserto marocchino, ospiti dei Tuareg, il cui spirito temporaneo alla vita, il cui approccio imperfetto ed immaginifico al mondo possono ritenersi esemplari in questa costante ed errabonda ricerca del sé che il padre deve generare nei suoi piccoli.

Durante l’ultimo saggio di pianoforte di uno dei miei figli, uno tra i cinquanta ragazzini chiamati sul palco a eseguire i pezzi più disparati – da Chopin al jazz di Take Five – ha fatto ascoltare un estratto della Nona Sinfonia di Beethoven. Al termine, dopo gli applausi, il maestro ha chiosato così: “Questa è la musica che ci insegna la libertà”. È la sete inestinguibile di quella bellezza ciò che il padre deve instillare come ponte verso l’altrove e, in questa funzione, il suo ruolo è vivo oggi come ai tempi di Ulisse e Telemaco. E, come allora, richiede l’insegnamento sia della tenerezza che della violenza cruenta della sfida finale contro i Proci. Quelle sfide, infatti, non sono tramontate. Esse ancora risuonano con le parole di Schiller, nel quarto movimento dell’opera di Beethoven: “Abbracciatevi, moltitudini! / Questo bacio vada al mondo intero! / Fratelli, sopra il cielo stellato / deve abitare un padre affettuoso”

Fonte immagine copertina: Wikipedia

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