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Aggiornato: 2 ore 13 min fa

Le assurde sneaker Nike per portare il cane a fare i bisognini

Mar, 04/30/2019 - 08:00

Che abbiate in casa un chihuahua o un mastino napoletano poco importa: anche per portare a passeggio il vostro cane servono le giuste scarpe. O almeno devono aver pensato così i creativi di Nike, che per rendere omaggio ai nostri amici a quattro zampe hanno messo a punto le nuove Nike SB Dunk High Dog Walker: speciali sneaker al momento disponibili sul mercato statunitense, con dettagli che esplorano il mondo canino sotto ogni possibile punto di vista. Anche il più assurdo.

Come è possibile notare dalle immagini nella nostra gallery, infatti, queste scarpe presentano una serie di inserti in simil-pelo sintetico di vari colori, manto di Dalmata compreso.

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Le finali Atp di tennis a Torino valgono più di Allegri e Adani

Mar, 04/30/2019 - 05:05

Ha ragione Allegri o ha ragione Adani? Il calcio italiano, e non solo il calcio, è appeso allo scontro televisivo tra l’allenatore della Juventus e uno dei commentatori di Sky Sport. I due non si amano e sono portatori di idee diverse. Banalizzando, e adeguandosi alla sintesi giornalistica imperante, rappresentano la divisione tra i cultori del risultato e quelli del gioco anzi del bel gioco.

Allegri ha mostrato insofferenza e di fatto non ha accettato di poter essere messo in discussione o comunque criticato da un ex calciatore che fondamentalmente nella sua vita professionistica non ha mai raggiunto risultati di livello. E che, diciamolo, non brilla per simpatia. Entrambi, però, non possono essere considerati temi di discussione.

La reazione di Allegri, uno piuttosto fumantino, denota nervosismo. Si sente messo in discussione pur avendo vinto cinque scudetti consecutivi. E da sempre critica i teorici del cosiddetto bel calcio, si batte contro i fautori della complessità del gioco del pallone.

Potremmo proseguire a lungo, però questa volta vorremmo andare oltre la polemica imperante. Ed evidenziare che l’Italia è anche altro. Nella settimana precedente, l’Italia dello sport (e non solo) ha raggiunto un risultato se non storico quantomeno molto importante: l’assegnazione delle finali Atp di tennis per il quinquennio dal 2021 al 2025. Le ha vinte Torino.

E’ un evento senza precedenti. L’Italia del tennis organizza il torneo di Roma che ha una sua nobiltà e ha anche una sua importanza: rientra tra i più ambiti tornei sulla terra rossa. Le finali Atp sono un salto di qualità. Possono in qualche modo essere paragonati all’assegnazione dei giochi olimpici. E’ come se un’agenzia di rating avesse promosso l’economia italiana. Vuol dire che gli sponsor e un sistema economico di lusso si fidano della nostra organizzazione e della nostra affidabilità.

E’ una notizia in controtendenza. Se n’è scritto sui giornali, se n’è parlato in tv. Ma, forse è stata una nostra impressione, non con la stessa enfasi data alle scaramucce tra Adani e Allegri. La verità è che nonostante la nostra pessima pubblicità, il made in Italy funziona ancora e ha presa sul pubblico e sugli sponsor. Se solo fossimo meno autolesionisti.

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Gli Empori di Comunità, cosa sono e come funzionano

Mar, 04/30/2019 - 02:02

A Bologna ha aperto Camilla, un emporio di Comunità, ne abbiamo parlato in un precedente video.
Siamo tornati da Giovanni Notarangelo per farci spiegare meglio da dove arrivano alcuni dei prodotti venduti e se ci sono realtà simili nel mondo.

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Video di Martina De Polo e Francesco Saverio Valentino

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Le piante d’appartamento depurano l’aria?

Lun, 04/29/2019 - 19:00

Sono arredanti, mettono di buon umore e aumentano esponenzialmente il numero di viventi tra le mura di casa. Sicuri, però, che le piante da appartamento riescano anche a purificare l’aria che respiriamo? Un articolo pubblicato sull’Atlantic fa scricchiolare le convinzioni di un esercito di pollici verdi: la scienza su questo è piuttosto chiara – se un effetto c’è, è praticamente impercettibile, considerando il numero di piante e la densità di possibili inquinanti nelle nostre case. 

L’ORIGINE DI UN FALSO MITO. L’equivoco nasce da uno studio della fine degli anni ’80, in cui uno scienziato della NASA, Bill Wolverton, volle verificare se le piante potessero depurare un ambiente chiuso dai composti organici volatili (VOCs), molecole che si sollevano regolarmente da pitture e rivestimenti, smalti per le unghie, shampoo, e da qualunque cosa abbia un odore o un profumo. Diversamente da altri inquinanti come il particolato atmosferico, i composti organici volatili non vengono catturati dai comuni filtri dell’aria. Per la ricerca spaziale, la possibilità di sbarazzarsene non è cosa da poco: in un ambiente completamente sigillato dall’esterno, è facile che queste sostanze si accumulino.

UNA BELLA DIFFERENZA. Le conclusioni di Wolverton furono positive. Nel suo rapporto, pubblicato nel 1989, stabilì che le piante sono “una soluzione promettente ed economica all’inquinamento domestico. Se l’uomo si sposterà in habitat chiusi, sulla Terra e nello Spazio, dovrà portare con sé un sistema naturale di supporto alla vita“. Non c’è nulla di sbagliato in quello studio; piuttosto, è l’interpretazione che ne è stata data in seguito, che ha creato il mito dei “polmoni verdi” di casa.

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Questo Paese ha raggiunto l’uguaglianza di genere?

Lun, 04/29/2019 - 16:00

In Italia il tasso di occupazione è tra i più bassi d’Europa e a parità di mansioni, le donne percepiscono stipendi inferiori. Restano squilibri di genere in molte giunte comunali, con solo il 18% di consigliere. Pesano la carenza dei servizi sociali, soprattutto nel Mezzogiorno, ed un insufficiente sostegno alla maternità. Sulla salute sessuale e riproduttiva delle donne siamo uno dei fanalini di coda, i servizi per assicurare il rispetto dell’interruzione volontaria della gravidanza sono molto carenti in alcune Regioni del Sud, a causa dell’obiezione di coscienza. Però c’è un progetto – che si chiama Obiettivo 2030 – che chiede l’impegno di istituzioni, associazioni e cittadini per raggiungere un’effettiva parità e una piena uguaglianza a tutti i livelli: difendiamo le conquiste del passato e facciamo di nuove.

A 61 milioni di bambine è ancora negato l’accesso all’istruzione. Ogni giorno più di 20mila bambine sono costrette a sposarsi.

Oltre il 30% delle donne italiane subisce nell’arco della vita qualche forma di violenza fisica e sessuale.

L’Italia è tra gli ultimi Paesi in Europa per occupazione femminile. Le donne guadagnano il 30% in meno degli uomini.

Se ci chiedessero: ha il vostro Paese raggiunto la parità di genere? Dovremmo rispondere no. Un sonoro no che fa eco in tutto il mondo.

Obiettivo 2030 è un progetto che nasce allo scopo di diffondere il più possibile la conoscenza dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) previsti dall’Agenda 2030 dell’Onu per accrescere la consapevolezza di azioni e scelte che cittadini, comunità e istituzioni sono chiamati a intraprendere per realizzarli.

Sconfiggere la povertà e la fame, promuovere la salute e il benessere, puntare su un’istruzione di qualità per tutti e tutte. Acqua pulita e servizi igienico-sanitari, energia pulita e accessibile, lavoro dignitoso e crescita economica duratura e sostenibile. Incrementare imprese eque, favorire l’innovazione e la nascita di infrastrutture resilienti, ridurre le disuguaglianze. Avere città e comunità sostenibili con consumo e produzione responsabili. Lottare contro i cambiamenti climatici- come Greta Thunberg ci insegna – preoccuparsi degli oceani, dei mari e conservare le risorse marine, allo stesso modo proteggere, ripristinare e tutelare l’ecosistema terrestre. Società pacifiche e più inclusive, rette da istituzioni solide e responsabili che garantiscano a tutti la giustizia. Rafforzare i mezzi di attuazione e rinnovare il partenariato mondiale per lo sviluppo sostenibile.

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Il sesto senso potrebbe esistere davvero

Lun, 04/29/2019 - 15:00

Uccelli, pesci e alcune altre creature percepiscono il campo magnetico terrestre, in un fenomeno chiamato magnetorecezione, che usano anche per navigare. Gli scienziati si sono chiesti a lungo se anche gli umani fossero dotati di questo “sesto senso”.

In un laboratorio del California Institute of Technology, i ricercatori hanno scoperto che le persone, quando sono esposti a un campo magnetico, uguale a quello della Terra, le loro onde celebrali creano un modello particolare, ma solamente quando questo campo si muove in una certa direzione. Questa scoperta ha portato alla luce che le persone hanno una risposta al campo magnetico terrestrema non è chiaro come il cervello possa usare queste informazioni.

Durante un esperimento, 26 persone sono state bendate e fatte sedere in una stanza circondata da bobine elettriche in grado di creare un campo magnetico come quello della Terra. Il team si è focalizzato sulle onde alfa del cervello, le onde che sono presenti quando stiamo fermi, ma che tendono a svanire quando si usano i propri sensi. 

All’accensione del campo magnetico, l’attività di queste onde alfa erano cambiate. La cosa interessante è che il cambiamento è stato innescato quando il campo magnetico è stato puntato come quello dell’emisfero settentrionale della Terra (verso l’alto), mentre non è stato generato alcun segnale quando il campo magnetico è stato puntato in direzione dell’emisfero australe della Terra (verso il basso).

Le persone in questo studio provenivano tutte dall’emisfero settentrionale, per questo motivo, affermano gli scienziati, dovrebbero sentire i campi magnetici rivolti verso il basso (come quello dell’emisfero australe) come campi innaturali. Per avere altre certezze è importante testare l’esperimento con persone dell’emisfero australe.

Ci sono ancora molti punti interrogativi sull’esperimento: come fa il cervello a captare queste onde elettromagnetiche? Per quale motivo la nostra materia grigia risponde ai campi magnetici che ruotano a sinistra ma non a destra? Solamente de test futuri potranno risolvere questi dubbi.

FONTE: TECH.EVERYEYE.IT

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Happycracy: un nuovo modello di governo delle masse dei lavoratori

Lun, 04/29/2019 - 15:00

L’obiettivo primario della vita è la felicità, diventata una vera e propria divinità.

Ma a che costo? Sacrificando parti di noi.

A spingermi in questa riflessione sono stati alcuni articoli e studi recenti circa la tendenza delle aziende, grandi o piccole che siano,  ad assumere, selezionare, formare persone positive. Be happy! È il nuovo mantra.

Nel lontano 2007 ho partecipato io stesso a un percorso di formazione istituito dalla banca per la quale ho lavorato 22 anni. Si chiamava “Leadership for result” e portava con sé uno slogan che sostanzialmente sintetizzava il concetto “se sei felice con te stesso, stai bene in azienda”.

Tutti quanti noi, i manager partecipanti, ci chiedevamo, meravigliati, come mai la banca ponesse tanta attenzione alla nostra felicità. Come mai ci portava in aula (per la prima volta) per fini diversi dall’imparare tecniche di persuasione e di gestione delle risorse umane (venditori) ?

All’ultimo forum economico mondiale, a Davos, si è discusso ampiamente del tema. In quella occasione il CEO di Alibaba, Jack Ma, lo ha detto apertamente: le persone ideali da assumere non sono quelle più qualificate, affatto. Le più ideali sono le più positive.

Perché? Perché non si lamentano. Ecco perché la felicità sul posto di lavoro è il massimo per le aziende.

Dietro ai claime, ai programmi di formazione, ai capitali crescenti investiti dalle aziende in servizi di consulenza, ai seminari motivazionali, ai mental coach d’azienda, ai psicologi d’azienda, agli esperti professionisti della felicità, sapete cosa c’è?

Solo un tornaconto economico, parliamo di miliardi di euro, miliardi di euro di risparmio.

Iniziamo con il dire che l’equazione dipendenti felici = dipendenti più produttivi non assicura un risultato costante, è tutto da dimostrare. È, di certo, solamente fuorviante e aiuta le imprese a sbandierare un ideale esteticamente bello, formalmente piacevole. Insomma, addolcisce la pillola.

Ciò che ci dicono le ricerche è che un’atmosfera positiva sul posto di lavoro aiuta sicuramente gli individui a intraprendere attività più pesanti. Si, perché li rende più sicuri e quindi più superficiali e incoscienti.

Inoltre la felicità, chiamiamola positività, sembrerebbe anche influenzare in negativo l’interesse verso gli altri, portando semplicemente a un calo di empatia. Questo dato ci sembra abbastanza oggettivo, quando siete carichi a mille e felici vi interessano gli altri? Rispondete sinceramente. No, quando si è davvero contenti si è al centro del proprio interesse, diventiamo egoisti.

Continuo ad analizzarvi gli studi in merito. Sembrerebbe, anche, che i dipendenti più felici siano quelli più fragili emotivamente, maggiormente inclini a cali emotivi: dipendono, infatti, dai riconoscimenti e dalle rassicurazioni e vivono male, molto male, un mancato raggiungimento di un obiettivo.

Ciò che è confermato è che i lavoratori contenti e motivati sono quelli che si ammalano di meno e accettano di buon grado la perdita dei propri diritti personali.

Siamo arrivati al nocciolo della questione. Ecco perché le aziende ricercano la felicità come interpretassero Chris Gardner (Will Smith), nella “Ricerca della felicità” di Gabriele Muccino.

“Tesoro, tu sei felice? Perché se sei felice tu, io sono felice ed è questo quello che conta!”

Conta perché quelli felici sono i dipendenti meno costosi, più stai bene, più stai bene, fisicamente e mentalmente. Più stai bene, più ti presti, aumentano i livelli di dedizione. Questo vuol dire taglio dei costi del turnover del personale, della compensazione e del reclutamento. Secondo Gallup negli Usa tali costi si aggirano tra i 438 mila e i 4 milioni di dollari all’anno per una ditta con 100 impiegati.

E, ultimo ma non ultimo, non esiste strumento migliore della felicità per controllare le persone e sottometterle. Un dipendente felice farà meno caso alle condizioni di lavoro, al salario, e tollererà maggiormente lo sfruttamento attraverso l’autosfruttamento.

Meccanismo complesso la mente, che le aziende hanno imparato (da decenni e più) a regolare.

Riescono a trasformare ciò che è necessario, necessità di lavoro,  in  una fonte di libido e consacrazione personale.

È la sottomissione, mai citata a voce alta, ciò a cui mirano attraverso la felicità. Il culmine della felicità, per dirla alla Michel Houellebecq, consista, allora nella sottomissione più assoluta.

L’oblio di sé stessi che rende veramente felici le aziende. Rinunciare a sé stessi, alla libertà, per essere felici è ciò che dicono. Stanno sviluppando l’happycracy, un nuovo modello di governo delle masse

Sembra follia.

Erano felici anche le folle dei regimi totalitari, questo fa riflettere.

Foto di Pexels da Pixabay

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Banksy, il nuovo murale contro i cambiamenti climatici a Londra

Lun, 04/29/2019 - 12:00

…e questa volta dedica un murale in difesa dell’ambiente contro i cambiamenti climatici. Il nuovo graffito attribuito al celebre street artist è comparso a Marble Arch, nei pressi di Hyde Park, a Londra.

La zona è il centro della protesta del movimento ambientalista Extinction Rebellion. Nel murale si vede un bambino con in mano un cartello di Extinction Rebellion e accanto una pianta che spunta dal terreno con la scritta “Da questo momento finisce la disperazione e iniziano le tattiche”.




Fonte articolo TPI.IT

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Caso maratona di Trieste: Cos’è successo veramente?

Lun, 04/29/2019 - 11:33

L’organizzazione del Trieste Running Festival ha annunciato che per la mezza maratona di Trieste del prossimo 5 maggio saranno ingaggiati anche atleti africani, a differenza di quanto aveva inizialmente deciso. L’annuncio è arrivato dopo le numerose critiche e polemiche della giornata di sabato, con accuse nei confronti degli organizzatori di avere discriminato gli atleti africani escludendoli dalla competizione. Fabio Carini, presidente della società che organizza il Trieste Running Festival, ha detto che si era trattato di “una provocazione” per portare l’attenzione sul tema degli ingaggi degli atleti africani, che avvengono a prezzi molto inferiori rispetto a quelli per gli atleti europei.

Le iscrizioni alla mezza maratona sono libere e aperte a tutti, ma come avviene spesso in questi casi gli organizzatori avevano deciso di avere anche corridori professionisti, che vengono ingaggiati tramite un contratto e pagati, di solito con la mediazione di un manager. Secondo Carini: “Gli atleti del Kenya e del Nord Africa pedine di manager sfruttatori senza scrupoli. Questi atleti sono sottopagati e trattati in maniera indecente rispetto a quello che è il loro valore. Questo poi va a discapito di atleti italiani ed europei che chiaramente rispetto al costo della vita non possono essere ingaggiati, perché hanno costi di mercato”.

In seguito all’esclusione degli ingaggi per gli atleti africani, gli organizzatori del Trieste Running Festival avevano ricevuto molte critiche, da politici, atleti e semplici appassionati. La Federazione Italiana Atletica Leggera aveva annunciato di voler verificare scelte e motivazioni dell’esclusione, esprimendo la propria contrarietà. Continua a leggere… [Fonte: ILPOST.IT] 

Cosa si dice in Italia? Approfondiamo:

“Africani esclusi dalla maratona”, poi il dietrofront. Bufera a Trieste.Nessun atleta africano alla mezza maratona di Trieste in programma il prossimo 5 maggio. È bufera sulla manifestazione con la questione che, prima del dietrofront degli organizzatori, finisce in Parlamento e la Procura della Fidal che apre un’inchiesta.

Trieste Running Festival dice no al mercimonio di eccellenti corridori africani sfruttati da manager che si arricchiscono sulla pelle e sulle gambe altrui. Questa è l’unica verità che deve aprire una nuova era dello sport fondato sul rispetto dei valori” le parole di Fabio Carini, presidente dell’Apd Miramar, organizzazione che promuove la 24esima edizione della corsa triestina e che annuncia così la decisione di non ingaggiare alcun atleta africano. “L’ingaggio non dipende da noi, è chiesto dai rappresentanti degli atleti e purtroppo molto spesso ci sono disparità. Con un gesto eclatante abbiamo denunciato fortemente questa situazione e adesso gli organi competenti mi auguro che vadano a fondo a tutto ciò”.

Dopo ore di polemiche, arriva però il dietrofront dell’organizzazione sempre attraverso le parole di Fabio Carini che “apre” all’invito nei confronti atleti africani. “Dopo avere lanciato una provocazione che ha colto nel segno, richiamando grande attenzione su un tema etico fondamentale, contrariamente a quanto comunicato ieri, inviteremo anche atleti africani, come abbiamo fatto con quelli europei, lavorando con quei procuratori che siano in grado di garantire e certificare un comportamento trasparente e tracciabile”. Continua a leggere… 

[Fonte: ILTEMPO.IT ]

Dagli scafisti del mare agli scafisti dello sport: che figuraccia la maratona di Trieste. Gli scafisti della politica navigano nelle acque sicure dove sanno che la pesca è buona. Verificano le paure della gente e poi, individuatane una la ripropongono in tutte le salse sperando di poter ottenere sempre il solito effetto: quel misto di rabbia e indignazione che li elegge uomini forti al comando di un Paese che rischia sempre di sbandare e che finirebbe certo male se non ci fossero loro. Questo fanno gli scafisti della politica. Così nella nostra politica attuale, quella che ha individuato il mare come portatore unico di qualsiasi rischio e qualsiasi sfiga, hanno pensato che per accarezzare la xenofobia (e più sotto il razzismo, strisciante e unto) qualcuno deve avere pensato che se funzionano gli scafisti del Mediterraneo allora funzioneranno anche gli scafisti nello sport, e, che ne so, gli scafisti del commercio all’ingrosso, gli scafisti del succo d’arancia, gli scafisti dei pantaloncini corti oppure gli scafisti del trasporto pubblico.

Nella loro banalità (e nella nostra) credono che basti infarcire con la parola qualsiasi tema, senza nemmeno prendersi la briga di analizzarlo con un po’ di serenità per ottenere sempre il medesimo successo. Poi, ovviamente, sbagliano, e dicono che era tutto solo una provocazioneContinua a leggere…

[Fonte: TPI.IT]

Caso Maratona Trieste, Roberti: “Non è stato escluso nessuno. “Non è stata vietata l’iscrizione a nessuno. Anche un atleta africano, anche keniano, può partecipare e vincere la Trieste Half Marathon il 5 maggio prossimo. Se vuole venire qua, si porta anche a casa il premio in denaro”.L’assessore alla sicurezza del Friuli Venezia Giulia, Pierpaolo Roberti, ha replicato durante lo stesso giorno alla (presunta) polemica dell’esclusione degli atleti africani dalla Trieste Running Festival, divieto motivato dagli organizzatori dalla volontà di non continuare quant’è stato definito uno sfruttamento degli atleti dal continente. La diretta Facebook dell’assessore è stata poi citata dall’Agi e dalla maggior parte delle testate giornalistiche nazionali. Continua a leggere…

[Fonte: TRIESTEALLNEWS.IT – Zeno Saracino]

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Un dispositivo che trasforma l’attività del cervello in parole

Lun, 04/29/2019 - 09:34

Prima legge l’attività del cervello per estrapolare una mappa dei movimenti del sistema vocale, e poi traduce questi in parole.

n maniera del tutto spontanea, praticamente senza che ne abbiamo coscienza, quando parliamomuoviamo qualcosa come cento muscoli. Un intero sistema – dalla laringe, alla mascella, alla lingua alle labbra – si coordina per produrre i suoni che nascono nel cervello. Alcune malattie (come ictus o sclerosi laterale amiotrofica), possono compromette tutto questo, rendendo difficile se non impossibile a chi ne soffre parlare. E così esprimersi, comunicare, interagire. Esistono sistemi che in qualche misura permettono di recuperare queste abilità, sfruttando i movimenti della testa o degli occhi e interfacce cervello-computer per controllare un cursore, selezionare delle lettere e permettere così di esprimersi (cosiddetti spelling-based approaches). Ma si tratta di dispositivi lontani dal mimare il naturale flusso di un discorso. Oggi, sulle pagine di Nature, un team di ricercatori presenta i primi risultati relativi a un sistema che promette di ristabilire la capacità di parlare, in modo più fluente e naturale. L’idea arriva dal team di Edward Chang della University of California di San Francisco che è riuscito a mettere a punto un sintetizzatore vocalein grado di trasformare l’attività del cervello in parole e frasi.

I partecipanti allo studio hanno ripetuto decine di frasi ad alta voce mentre in contemporanea veniva registrata la loro attività cerebrale corrispondente, che è stata utilizzata per creare unarappresentazione dei movimenti del tratto vocale associati, grazie all’utilizzo di una rete neurale artificiale (e grazie alle informazioni provenienti da una libreria di dati simili collezionati in precedenza). Ed è stato dunque a partire dalla decodifica di questi movimenti, spiegano i ricercatori, che è stato possibile sintetizzare le frasi corrispondenti, trasformando in voce i segnali acustici estrapolati dalla lettura dell’attività cerebrale, in un processo appunto a due fasi. La caratteristica distintiva del loro decoder, puntualizzano infatti gli scienziati, è la rappresentazione articolare intermedia, che fa come da ponte tra l’attività neurale e quella acustica.

Non mancano certo tentativi e strategie per mettere insieme parole direttamente a partire dalla registrazione delle attività cerebrale (e persino le conversazioni interne), ricordano Chethan Pandarinath e Yahia Ali della Emory University e del Georgia Institute of Technology di Atlanta, in un commento al paper. L’approccio di Chang e colleghi a due fasi però, continuano i due, risponde alle osservazioni secondo cui“l’attività nelle aree del cervello collegate al parlare sono più legate ai movimenti dell’apparato vocale che ai segnali acustici prodotti mentre si parla”.

La rappresentazione acustica risultante dall’approccio di Chang e colleghi è stata abbastanza soddisfacente, come è possibile ascoltare. Tanto che alcuni se le frasi venivano fatte ascoltare ad alcuni volontari questi riuscivano a identificare e trascrivere quanto ascoltato.

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5 consigli pratici per passare ad uno stile di vita “plastic-free”

Lun, 04/29/2019 - 07:00

Hanno proprietà utilissime – sono leggere, resistenti all’umidità e alle alte temperatura, sono durevoli ed economiche. Svolgono, inoltre, un ruolo fondamentale in alcuni campi, come in ambito ospedaliero, per le attrezzature industriali, i computer e i cellulari. Le plastiche sono importanti e liberarsene del tutto è impossibile. Tuttavia nella maggior parte dei casi sono dannose e per questo dobbiamo imparare al più presto a eliminarle nei settori nei quali non c’è bisogno: è la tesi di Chantal Plamondon e Jay Sinha, due imprenditori che hanno fondato una società con lo scopo di combattere l’inquinamento da plastica e di cui è appena uscito il libro Vivere felici senza plastica. La guida definitiva. Non ci sono più scuse (Sonda edizioni).

Più di 900 Empire State Building al giorno: tanta è la plastica che viene prodotta nel mondo. Ogni anno nel mondo vengono utilizzate 500 miliardi di buste di plastica, mentre si acquistano 1 milione di bottiglie di plastica ogni minuto, il 10% dei rifiuti di tutto il mondo. Abbiamo 5.25 trilioni di pezzi di plastica galleggianti nei nostri oceani, l’1% di quella nelle acque marine visto che il 99% è sotto la superficie. Le conseguenze sugli animali sono drammatiche: nello stomaco del 60% degli uccelli marini c’è plastica, mentre si stima che il 90% degli uccelli ancora vivi abbia mangiato plastica in qualche sua forma. Insomma la plastica è ovunque, nell’aria, nella terra, nell’acqua, anche a livello microscopici. Sfuggire ad essa è impossibile, bisogna produrne di meno.

Un altro punto che gli autori “sfatano” è il mito del riciclaggio della plastica. “Tutti i consumatori”, scrivono gli autori, “pensano che buona parte della plastica sia riciclabile. In realtà, non è così: in Italia solo 961mila dei 7 milioni di tonnellate di plastica prodotte sono riciclate, anche perché la plastica può essere convertita solo in prodotti di minore qualità”. Da questo punto di vista, ad esempio, è sbagliato lavare più volte le bottiglie usa e getta, perché quella plastica è economica e deperibile e rischia di far filtrare nelle bevande pezzettini microscopici di plastica e sostanze chimiche.

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Biogas e le innovazioni dell’agricoltura di precisione

Lun, 04/29/2019 - 02:28

Questo è ciò che emerge dall’ultimo rapporto dell’Ippc, pubblicato nell’ottobre del 2018. Quindi non basta avviarsi verso una società, e un’economia, senza emissioni ma è necessario levare CO2 (l’anidride carbonica) dall’atmosfera, e diventare una società “carbon negative“, diminuendo in maniera assai drastica, rispedendola al mittente, ossia sottoterra, la CO2 estratta con le fonti fossili. E i metodi per fare ciò non sono poi molti. Ci sono i carbon sink naturali, piante, oceani e suolo, mentre tra quelli artificiali c’è la molto discussa Carbon Capture Sequestration (CCS) che utilizza le stesse tecnologie dell’estrazione delle fonti fossili.

Un’altra strada per “sequestrare” la CO2 e confinarla nel terreno è possibile ed è “Made in Italy“. E oltretutto si coniuga con una delle nostre massime eccellenze: il cibo. Non si tratta della scoperta del secolo che viola la seconda legge della Termodinamica, ma di un’ottimizzazione delle coltivazioni in chiave energetica che utilizza come integrazione l’energia del Sole, usata con il più antico dei metodi: la fotosintesi clorofilliana. Questo metodo antico è stato assemblato sotto il profilo tecnologico, metodologico e agricolo tramite il sistema del Biogasfattobene messo a punto dal Consorzio Italiano Biogas (Cib).

Si tratta di un sistema con il quale gli scarti delle coltivazioni agricole, i reflui zootecnici e le doppie colture – che non intaccano le coltivazioni alimentari – sono utilizzate per la produzione di biogas ottenuto da matrici organiche a base di carbonio.

E oltre a ciò c’è l’uso del digestato come biofertilizzante, a chilometro zero, che usato con continuità sul terreno evita il ricorso di fertilizzanti classici, blocca l’impoverimento del suolo apportandovi materia organica e così fissa la CO2 nel terreno in grandi quantità.

Le potenzialità non sono poche. In Francia hanno fatto i conti usando il progetto Afterre2050, simile al Biogasfattobene. Il tasso di crescita delle riserve di carbonio nel terreno è del 4 per mille annuo e usando questo sistema in maniera diffusa si potrebbero produrre tra i 130 e i 150 TWh (terawattora, equivalente a un miliardo di chilowattore) di elettricità da biogas, abbattendo le emissioni nel settore agricolo di CO2e NOx (gli ossidi di azoto) del 55%, diminuendo l’utilizzo di acqua e di fertilizzanti del 70% e quello d’energia del 40%.

Lo studio di Ecofys voluto dal Cib sulle potenzialità e sui vantaggi del Biogasfattobene è significativo perché osserva la sostenibilità ambientale sotto la lente dei processi produttivi, in questo caso quelli dell’agricoltura, coniugandoli con l’innovazione che sta entrando in maniera importante nel settore. Si tratta di uno studio sul metodo di processo, che coniuga la produzione agricola ed energetica con la tutela ambientale e che proprio per questo motivo ha una notevole valenza. Nella ricerca si analizzano questioni come la disponibilità e il risparmio di risorse idriche, il rischio da cambiamenti indiretti nell’uso del suolo (Indirect land use change: ILUC) definiti con precisione nelle ultime direttive europee sui biocarburanti, le colture sequenziali e il modello di business collegato, la qualità del terreno, la riduzione di CO2 e gli indicatori sulla biodiversità. Il tutto anche verificato sul campo in una serie di aziende agricole della Pianura Padana.

L’approccio del Biogasfattobene, oltre a essere adattabile a realtà molto diverse, è un sistema conservativo in grado di collegare l’energia rinnovabile programmabile con la produzione alimentare, in maniera sinergica e con un alto tasso di sostenibilità ambientale.

In Argentina l’Istituto Nazionale di Tecnologia Agroeconomica ha osservato che l’adozione di colture sequenziali e l’utilizzo dei reflui zootecnici e dei sottoprodotti agricoli su nove milioni di ettari abbatterebbe del 50% le importazioni di gas naturale fossile del paese, sostituendolo con gas rinnovabile. Negli Stati Uniti, presso la Pennsylvania State University, è stato stimato che le colture sequenziali possono essere applicate su 35 milioni di ettari negli Stati Uniti, anche grazie al fatto che le agricolture di precisione e conservative lì sono molto diffuse. Il che significa che, sommando le colture sequenziali agli effluenti zootecnici e ai sottoprodotti agricoli, si potrebbe produrre biometano pari al 21%, del metano di origine fossile consumato dal paese.

In Italia il potenziale di biometano producibile al 2030 è stimato in otto miliardi di metri cubi l’anno, cosa che consente il raggiungimento degli obiettivi della nuova direttiva europea sulle rinnovabili, la Red II.

E se ora abbiamo parlato solo delle questioni ambientali, bisogna evidenziare anche questioni come l’integrazione del reddito agricolo grazie alla produzione energetica e dell’innovazione.

La vendita dell’energia, infatti, consente una differenzazione degli utili, una valorizzazione degli scarti che da costo diventano una risorsa, con un conseguente aumento della produzione agricola a cui si deve aggiungere l’efficienza energetica indotta dall’utilizzo, presso la stessa azienda agricola, del calore cogenerato.

Gli elementi per un’economia circolare ci sono tutti: e a questo si affianca l’innovazione legata all’agricoltura di precisione che consente d’iniettare il digestato liquido in punti precisi del terreno grazie alla memorizzazione della posizione Gps dei semi piantati in precedenza e grazie all’utilizzo di una seminatrice di ultima generazione in grado di seminare centinaia di migliaia di semi ricordando per ognuno la posizione. Stiamo parlando del fatto che ogni seme di mais ha delle coordinate geografiche satellitari univoche – la distanza tra un seme e l’altro è di circa venti centimetri – mentre l’iniezione del digestato avviene alla distanza ottimale dal seme stesso: quattro centimetri. Quando si parla di agricoltura di precisione si parla di una cosa “precisa” e non ci riferiamo a tecnologie “sperimentali” ma a tecniche usate oggi in Italia e nello specifico in Pianura Padana.

In tal modo si evita sia lo spargimento inefficiente del digestato sul terreno sia le conseguenze di un’aratura che rimette in atmosfera la CO2 presente nel suolo e fa perdere sostanza organica impoverendolo. Si semina a sodo, in pratica, ottenendo risultati sia ambientali, sia produttivi, molto migliori di quelli a cui siamo abituati da secoli. Si manda in soffitta l’aratro. E si salvaguardano anche le risorse idriche: la conoscenza delle posizioni delle piante consente infatti di stendere sistemi d’irrigazione goccia a goccia che permettono di risparmiare circa il 40% di acqua. E infine: ciliegina sulla torta. La produzione è biologia, visto che si usa come fertilizzante il digestato uscito dai digestori anaerobici che hanno come materia prima in ingresso le colture vegetali sequenziali e le deiezioni animali provenienti dagli allevamenti. Che molto spesso fanno parte della stessa azienda agricola. Ecco quindi che la sostenibilità ambientale a tutto tondo si sposa con la produttività agricola e la qualità.

Le prospettive sul medio periodo sono ancora maggiori rispetto alla produzione energetica. Sono stati messi a punto processi per ottenere dal biometano carburanti liquidi destinati all’aviazione, e le bioraffinerie alimentate da questo gas potranno realizzare prodotti simili a quelli petrolchimici odierni. Rendendo molti processi assolutamente circolari.

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Alberi da leggere, vecchi tronchi si trasformano in librerie

Dom, 04/28/2019 - 16:00

In un tronco troveranno spazio i libri per bambini, le favole più conosciute e i volumi con i disegni e le figure. In un altro, invece, saranno messi in fila tutti i grandi classici della letteratura. Mentre nel terzo ci saranno testi che raccontano la storia locale. Ad Arcidosso, borgo medievale di poco più di quattromila abitanti ai piedi del Monte Amiata, in provincia di Grosseto, tra pochi giorni nascerà una libreria all’aperto. La biblioteca  sarà ospitata nel parco del Pero, che sorge nel centro della città tra due palazzi ottocenteschi: Pastorelli e la Greca. A fare da scaffale tre grossi tronchi di pino che lo scorso anno il Comune ha dovuto abbattere perché pericolanti. Ma che non sono andati perduti. Anzi, sono diventate opere d’arte.

A trasformare i fusti dell’altezza di tre-quattro metri in “librerie artistiche” è stato un giovane scultore romano, Andrea Gandini, che per quattro settimane ha scolpito il legno. Su ogni albero ha rappresentato alcune scene. In uno ha inciso la storia di una favola tibetana in cui un elefante sorregge una scimma che a sua volta sostiene un coniglio e una colomba. La sommità di un altro albero, invece, ha preso la forma di quattro libri: la Divina Commedia, Pinocchio, Il piccolo principe e i Fratelli Karamazov. Mentre sul terzo è stata scolpita la rocca aldobrandesca e il profilo del centro storico di Arcidosso. In ogni tronco sarà scavata una piccola mensola, dove troveranno posto i libri, che adulti e bambini potranno prendere e leggere. Per poi rimetterli a posto al termine della lettura.

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L’appello: la storia è un bene comune, salviamola

Dom, 04/28/2019 - 10:00

La storia è un bene comune. La sua conoscenza è un principio di democrazia e di uguaglianza tra i cittadini. È un sapere critico non uniforme, non omogeneo, che rifiuta il conformismo e vive nel dialogo. Lo storico ha le proprie idee politiche ma deve sottoporle alle prove dei documenti e del dibattito, confrontandole con le idee altrui e impegnandosi nella loro diffusione. 

Ci appelliamo a tutti i cittadini e alle loro rappresentanze politiche e istituzionali per la difesa e il progresso della ricerca storica in un momento di grave pericolo per la sopravvivenza stessa della conoscenza critica del passato e delle esperienze che la storia fornisce al presente e al futuro del nostro Paese. 

Sono diffusi, in molte società contemporanee, sentimenti di rifiuto e diffidenza nei confronti degli “esperti”, a qualunque settore appartengano, la medicina come l’astronomia, l’economia come la storia. La comunicazione semplificata tipica dei social media fa nascere la figura del contro-esperto che rappresenta una presunta opinione del popolo, una sorta di sapienza mistica che attinge a giacimenti di verità che i professori, i maestri e i competenti occulterebbero per proteggere interessi e privilegi. 

I pericoli sono sotto gli occhi di tutti: si negano fatti ampiamente documentati; si costruiscono fantasiose contro-storie; si resuscitano ideologie funeste in nome della deideologizzazione. Ciò nonostante, queste stesse distorsioni celano un bisogno di storia e nascono anche da sensibilità autentiche, curiosità, desideri di esplorazione che non trovano appagamento altrove. È necessario quindi rafforzare l’impegno, rinnovare le parole, trovare vie di contatto, moltiplicare i luoghi di incontro per la trasmissione della conoscenza. 

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Fonte immagine copertina Il Post

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Lavorare dalle 9 di mattina alle 9 di sera è una benedizione

Dom, 04/28/2019 - 07:02

L’ha definita la formula 996. Lavorare dalle 9 di mattina alle 9 di sera per 6 giorni alla settimana. Il settimo si riposò pure Dio, e magari Jack Ma ha pensato che non poteva esagerare.

72 ore di lavoro alla settimana, altro che le 28 della Germania o le 35 della Grecia o le 33 del nostro Paese.

Jack Ma afferma che il messaggio è rivolto ai giovani che vogliono arrivare al successo, guadagnare tantissimo e probabilmente, pensiamo noi, spendere poi quei soldi per risolvere i problemi creati dal superlavoro.

Come dice giustamente Bruno Contigiani, scrittore e fondatore de L’Arte del vivere con lentezza nel suo blog sul Il Fatto Quotidiano.it: «Ci sono tantissime persone che lavorano 12 ore al giorno, non solo in Cina, basta pensare ai piccoli esercizi a conduzione familiare anche nel nostro Paese, quindi non è tanto il numero di ore che colpisce, quanto il sostenere che questa sia la strada che conduce al successo e soprattutto l’obbligatorietà di un orario del genere.»

E, aggiungo, l’idea che questo orario sia per sempre. Può capitare di avere un periodo della propria vita lavorativa particolarmente intenso, ma davvero si può lavorare per 40 anni a quei ritmi? E poi per che cosa? Lavorare così tanto significa rinunciare a tutto: rapporti sociali, famiglia, cultura, divertimento.

Se lavori 12 ore al giorno per 6 giorni alla settimana la domenica la passi in coma sul divano e al massimo puoi vedere in tv Barbara D’Urso eleggendola a tuo guru di riferimento.

Scherzi a parte, l’Asia non è nuova al superlavoro. I giapponesi ne sanno qualcosa.

Ultimamente i lavoratori nipponici sono andati in crisi perché per festeggiare l’incoronazione del nuovo imperatore Naruhito il parlamento ha decretato ferie obbligatorie dal 27 aprile al 6 maggio (quella che per noi, fannulloni italici, è un’infilzata di ponti come non si vedeva da tempo).

Il cielo giapponese per poco non è caduto sulla testa di questi poveri lavoratori costretti al riposo e si possono capire: se si è abituati a lavorare sempre, trovarsi improvvisamente in ferie può essere un choc terribile.

Da un sondaggio del quotidiano Asahi  pubblicato da Agi, il 45% degli intervistati si è dichiarato “infelice” e solo il 35% è contento della pausa, il restante 20% probabilmente è rassegnato.

Il parlamento giapponese inoltre ha approvato nuove leggi per regolamentare gli orari di lavoro onde cercare di arginare il fenomeno del “karoshi”: lavoratori che muoiono per troppo lavoro.

Forse anche Jack Ma sta cercando di controllare in questo modo l’aumento demografico cinese? D’altra parte così si controllano pure le nascite, lavorando 72 ore alla settimana dove lo trovi il tempo e soprattutto la voglia di fare l’amore?

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Doccia o bagno? Il metodo per ‘salvare la pelle’ senza sbagliare

Sab, 04/27/2019 - 16:00

Con il cambio di stagione e di temperature anche la pelle va incontro a esigenze e bisogni differenti, specialmente per quanto riguarda l’idratazione. Se durante l’inverno il freddo ha messo a dura prova la pelle, di per se più secca e con maggiore richiesta di protezione e nutrimento, con le belle giornate servono acqua e sostanze antiossidanti. Ma è importante anche scegliere bene i detergenti e la modalità con cui ci laviamo perché a volte si rischia di danneggiare la cute. Ecco i consigli dell’esperto. 

Meglio il bagno in vasca o la doccia?

“Il cambio di temperatura anche se ancora graduale determina anche un cambiamento nella naturale respirazione cutanea con un aumento della sudorazione ed in generale una maggiore perdita di acqua dovuta ad una diversa gestione della termoregolazione”, spiega Leonardo Celleno, dermatologo e presidente di AIDECO – Associazione Italiana Dermatologia. “Ecco perché durante i periodi più caldi, le creme leggere sono da preferire alle formulazioni più ricche e corpose”.

Ma per quanto riguarda la detersione, visto che l’obiettivo primario è non far seccare eccessivamente la pelle del corpo, meglio la doccia o il bagno? In realtà, siamo liberi di scegliere entrambe le soluzioni perché l’unica differenza, almeno per la pelle, sta nella durata e nella temperatura dell’acqua utilizzata. “Bagni e docce prolungate o a temperature elevate – chiarisce il dermatologo – possono alterare la fisiologica idratazione cutanea attraverso lo squilibrio di due meccanismi fondamentali: la traspirazione, nota come “perspiratio insensibilis” e la TEWL-Trans Epidermal Water Loss, ovvero la normale perdita di acqua cutanea. Queste alterazioni si traducono nell’immediato con un indebolimento del film idrolipidico cutaneo e poi a distanza di qualche ora, attraverso una secchezza generale della cute, con fastidiose sensazioni di pelle che tira e possibili, ma lievi, desquamazioni” conclude Celleno.

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Giornata mondiale del disegno

Sab, 04/27/2019 - 15:00

Si celebra il 27 aprile da un’iniziativa del Consiglio internazionale delle associazioni di disegno grafico e delle Nazioni Unite. Dalla Mano de Dios di Maradona alla rovesciata di CR7: ricordiamo così, come se fossero bozzetti di un artista, campioni e momenti storici

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Integratori alimentari contenenti potassio, dal ministero nota per etichettatura

Sab, 04/27/2019 - 10:37

Il ministero della Salute ha comunicato alle aziende produttrici di provvedere ad una diversa etichettatura degli integratori alimentari contenenti potassio.

«Per l’apporto di potassio si consiglia di sentire il parere del medico. L’assunzione contemporanea di alcuni farmaci può a sua volta interferire con la ritenzione di potassio nell’organismo. L’uso è sconsigliato per i bambini». È questa l’avvertenza che le imprese produttrici di integratori alimentari contenenti potassio dovranno indicare sull’etichetta dei prodotti che, con una dose giornaliera, forniscono 1000 mg o più di potassio ai pazienti che li assumono. L’inserimento di tale indicazione si è resa necessaria in seguito alla rivalutazione degli apporti di potassio ammissibili forniti dagli integratori alimentari, a cura della sezione dietetica e nutrizionale del Comitato tecnico per la nutrizione e la sanità animale, nella seduta del 26 febbraio 2019. Ne da notizia la Federazione degli ordini dei farmacisti italiani, citando una circolare ministeriale inviata alle associazioni di categoria.

Nello specifico, la Sezione dietetica e nutrizione «ha concordato – si legge nella nota – sull’opportunità di prevedere una specifica avvertenza per l’etichettatura a partire da una dose giornaliera che arriva a fornire il 50% del Valore nutritivo di riferimento (Vnr) del minerale», ovvero 1000 mg. In una nota del novembre del 2018, lo stesso ministero aveva comunicato nuovi divieti e limitazioni legati all’impiego di determinate sostanze negli integratori alimentari. All’epoca la nota aveva interessato l’acido lipoico, l’epigallo catechina gallato (Egcg) da tè verde, ed infine la serratio-peptidasi. Nel primo caso, a seguito delle evidenze scientifiche che hanno mostrato la possibile insorgenza di ipoglicemia tipica della sindrome di Hirata (evento peraltro molto raro) in seguito all’assunzione di sostanze come l’acido lipoico, vi era stata la modifica dell’avvertenza per l’uso di integratori contenenti acido lipoico. Nel secondo caso, «considerando l’emergere di evidenze scientifiche attestanti che la sostanza interferisce negativamente sulla biodisponibilità di acido folico e, tenendo conto nel contempo dell’entità del fabbisogno di tale vitamina in gravidanza», il ministero aveva ritenuto di sconsigliare in tale condizione l’uso di integratori contenenti Ecgc. In ultimo, per la serratio-peptidasi, il ministero aveva concluso che essendo «la sostanza un novel food, come attesta il catalogo della Commissione Ue aggiornato con tale indicazione», non è ammessa per l’impiego negli integratori alimentari.

Sempre in merito agli integratori alimentari, l’Associazione scientifica farmacisti italiani (Asfi), aveva puntato il dito contro l’uso troppo disinvolto di tali preparati. «La continua e crescente immissione in commercio di nuovi prodotti salutistici – aveva spiegato l’associazione -, notificati presso il ministero della Salute come “integratori alimentari”, ma poi propagandati presso la classe medica come se fossero veri e propri medicinali dotati di proprietà terapeutiche, da prescrivere su ricetta, è profondamente preoccupante», chiedendo «una legislazione più stringente, che impedisca possibili abusi a danno del paziente», ed invitando il ministero della Salute «ad aumentare l’attenzione con cui sorvegliano queste nuove delicate categorie di prodotti».

FONTE: FARMACIAVIRTUALE.IT

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La seconda più grande colonia di pinguini imperatori non esiste più

Sab, 04/27/2019 - 10:00

Nel 2016 migliaia di giovani pinguini imperatori della colonia della baia di Halley, la seconda più grande del mondo, sono morti perché il ghiaccio su cui erano nati, quello della piattaforma Brunt, in Antartide, aveva cominciato a sciogliersi e spaccarsi in anticipo, prima che i nuovi nati fossero in grado di nuotare. Né nel 2017 né nel 2018 il ghiaccio si è riformato in modo da poter sostenere la colonia, che oggi non esiste più. Quello che è successo è stato accertato dagli scienziati della British Antarctic Survey, l’organizzazione governativa britannica che si occupa di ricerca e divulgazione scientifica sull’Antartide, e spiegato in un articolo pubblicato oggi sulla rivista Antarctic Science.

I pinguini imperatori (Aptenodytes forsteri) sono la specie di pinguini più grande e pesante. A differenza di altre specie di pinguini, covano le loro uova sul ghiaccio e non sulle rocce. Per questo hanno bisogno di piattaforme di ghiaccio stabili da aprile, quando inizia la stagione degli accoppiamenti, a dicembre, quando in Antartide è estate e i nuovi nati sono in grado di nuotare e procurarsi il cibo da soli.

Fino a tre anni fa la baia di Halley era un ambiente ideale per una colonia. Si trova nel mare di Weddell, cioè nella zona del mare antartico più vicina all’Argentina, sul margine della piattaforma di ghiaccio (nel senso che sotto non c’è terra, ma mare) Brunt. La colonia riuniva ogni anno tra le 14mila e le 25mila coppie di pinguini imperatori: tra il 5 e il 9 per cento della popolazione mondiale di questa specie. Per sessant’anni le condizioni climatiche della baia di Halley erano rimaste stabili, dando ai pinguini imperatori un posto ideale dove riprodursi. Nel 2016 le cose sono cambiate per via di una stagione particolarmente tempestosa: forti venti hanno colpito i margini della piattaforma Brunt, rendendone più fragile il ghiaccio. Per questo il ghiaccio della baia di Halley ha cominciato a spaccarsi a ottobre: la stessa cosa è successa nel 2017 e nel 2018, causando la morte di quasi tutti i giovani pinguini nati in ciascun anno.

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Il pensiero che guarisce

Sab, 04/27/2019 - 07:00

Negli articoli “Come compiere miracoli e altre cose facili da fare 1 e 2” ho raccontato di tutte le ricerche che hanno dimostrato come uno stato d’animo improntato alla fiducia dia la possibilità (ma non la certezza) di ottenere guarigioni che risultano anomale per la scienza.
Sappiamo anche che questo stato d’animo positivo NON dà la certezza della guarigione, che resta statisticamente bassa, ma sappiamo anche che la mancanza di questo stato d’animo dà la certezza contraria: nessuno guarisce contro le aspettative della scienza se pensa negativo.
Ho poi raccontato quel che si sa sulle caratteristiche di questo pensiero che cura. E non è molto!
Ci mancano perfino le parole per descrivere cosa succede nella nostra mente quando entriamo in questa modalità.
Possiamo però individuare due qualità essenziali.

Non desiderare di soffrire.
Rendersi conto che la mente mente (sennò si chiamava sincera) e che siamo quindi superlativi nell’arte di sbagliare, confonderci, produrre qui pro quo, malintesi, falsi ricordi e confusione in genere.

Le persone che vogliono soffrire NON hanno nessuna possibilità di smettere di soffrire.
E le persone che sono convinte di avere sempre ragione coltivano una stolida presunzione che li porta ad avere un atteggiamento duro e chiuso verso se stessi e gli altri.
Sanno nel loro intimo che anche loro fanno cazzate dalla mattina alla sera ma lo negano.

Come ho detto non possiamo riuscire a descrivere lo stato creativo/guaritore della mente, perché ci mancano proprio le parole per dirlo, ma possiamo tracciarne i confini, determinandolo per esclusione.

Ora vorrei chiarire che quando dico che ci mancano le parole per descrivere lo stato della mente che sto chiamando creativo, intendo esattamente quello che scrivo.
Il problema è che non parliamo abbastanza di come ci sentiamo in certe situazioni e quindi non abbiamo identificato questi stati mentali, non abbiamo forgiato parole per indicarli quindi siamo sostanzialmente incapaci di vedere un pezzo della realtà che viviamo.
C’è una storia che non so se sia vera ma che illustra molto bene questo concetto: si dice che quando i primi nativi americani videro gli spagnoli sbarcare dalle barche, non riuscirono a identificare le navi dalle quali le barche provenivano: per loro erano qualche cosa di talmente incredibilmente grande che le identificarono come nuvole.
Ciò a dire che se non pensi che una cosa possa esistere non la vedi.
Una recente ricerca ha scoperto che gli Jahai, Malesia, usano parecchie parole per indicare specifici odori.
Noi abbiamo parole che indicano i colori, ed è chiaro a tutti a cosa mi riferisco con la parola blu; ugualmente gli Jahai hanno parole che identificano precisamente determinate categorie di aromi. “Ad esempio, itpit si usa per descrivere il profumo di alcuni fiori, dei frutti maturi, del legno di aquilaria e dei binturong, particolari animali chiamati anche orsi-gatto. Un’altra parola… è cŋɛs, utilizzata per descrivere l’odore di benzina, fumo, escrementi e tane di pipistrello, alcune specie di millepiedi e le radici dello zenzero selvatico.”
“…l’odore della cannella è cŋəs (che è diverso da cŋɛs, nda), la stessa parola che usano per l’odore di aglio, cipolla, caffè, cioccolato e cocco. Questo sembra indicare che siano in grado di individuare alcune proprietà comuni agli odori di questi alimenti.” (vedi Internazionale)
Tanto per rendersi conto della complessità di questo sistema di identificazione degli aromi olfattivi essi usano due parole per descrivere l’odore dell’urina e tre parole per descrivere quello del sangue di diversi animali (qui lista parole: Olfaction in Aslian Ideology and Language)
Questa cultura dell’odore permette agli Jahai di descrivere qualunque odore scomponendolo nei “colori” (aromi) che lo compongono; e quindi gli Jahai danno tutti la stessa descrizione degli stessi odori, cosa che invece noi occidentali non riusciamo a fare proprio perché ci mancano i nomi condivisi e non abbiamo identificato una tavola cromatica degli odori a cui riferirci.
Ed è da notare che questa coscienza delle sfumature olfattive fa sì che tutto il sistema culturale sia differente. Ad esempio gli Jahai pensano che i rapporti con le divinità passino per gli odori, e che nella cura delle malattie sia indispensabile usare gli odori che guariscono. E se il sangue di un certo animale ha un certo odore non si può lavarne la carne nell’acqua del fiume.

Nella nostra cultura la coscienza gli odori è molto limitata e similmente non abbiamo identificato gli “odori” del nostro stato d’animo. Anche il concetto di stato d’animo è limitativo. Parliamo di una classe di concetti che va dallo stato di coscienza, al modo di pensare, all’umore, le emozioni che proviamo pensando, il punto di vista sulla vita, l’atteggiamento etico, la sensibilità, l’empatia.
Potremmo indicare tutto questo parlando di qualità del nostro software mentale.

Chiarita la misura dell’ostacolo che sto cercando di superare raccontando le qualità del pensiero creativo (abbiate pietà di me) torniamo al cuore del discorso.
Stiamo mappando gli elementi essenziali del pensiero negativo allo scopo di indicare i confini entro i quali si muove la mente creativa.
Abbiamo individuato il desiderio di soffrire e l’idea di aver sempre ragione come elementi centrali nel pensiero negativo.
A partire soltanto da queste due semplici idee (stupide) la maggioranza delle persone riesce a costruire tutta la cattedrale del loro punto di vista e del loro modo di pensare.
Se non fosse così non ci sarebbero guerre, corruzione e miseria.

Soffro abbastanza?
Forse qualcuno negherà che una colonna portante del pensiero dominante sia il desiderio di soffrire.
Questo perché tendiamo a nasconderlo.
In effetti poche persone vanno in giro a dire: Io voglio stare veramente male!
Qualcuno in effetti c’è… Gente che si frusta come atto di devozione al suo Dio. Gente che si fa crocifiggere, che si infila spunzoni acuminati in ogni dove… Ma sono in effetti casi limite.
Quante volte hai sentito a dire che per imparare bisogna accettare sacrifici? Quante volte ti hanno raccontato che solo con il dolore si cresce?
Quante persone dicono che la vita fa schifo? Quanti si commiserano?
E quante volte abbiamo scoperto che la sofferenza può diventare un vantaggio sociale? I mafiosi dicono chiagni e fotti, (piangi e fotti).
Quante persone conosci che usano la loro tristezza e il loro dolore per prendere potere sugli altri?
Quanta gente ha impostato le proprie conversazioni sull’unico canale della lamentazione?
La vita è complicata, non si capisce niente e a volte il destino prende la mazza da baseball e te la sbatte violentemente in testa.
Tutto è provvisorio, fragile, dubbio.
Così succede che siamo tentati di attaccarci al dolore.
Il dolore è chiaro, è certo, e ti assolve da tutti i tuoi peccati restituendoti la purezza di un bambino.
Le persone soffrono anche per vendetta, per punire gli altri…
Ovviamente non sto dicendo che tutte le persone che soffrono sono degli speculatori. Ahimè soffrono anche persone squisite che non usano in nessun modo il dolore. Persone che riescono a conservare la propria umanità nonostante tutto. Persone che vivono il proprio dolore senza venderlo a caro prezzo.
Quante volte ti è capitato di vedere una persona che soffre in modo spaventoso e poi accorgerti che in effetti non gli è successo un cazzo?… E quante volte hai incontrato una persona che fa di tutto per essere positiva e vitale e dare agli altri allegria e serenità e poi ti accorgi che a questa persona sono successe cose allucinanti?
E anche senza arrivare allo sfruttamento utilitaristico o vendicativo del dolore, saprai che a volte, di fronte a un dolore potente, rischi di cadere in uno stato di autocommiserazione… arrivi quasi a cullarti nel tuo dolore, a conservarlo e venerarlo come un tempio. Quante persone a distanza di anni continuano a vivere un lutto con la stessa terribile intensità del primo giorno?
Quante persone restano avvinghiate al loro lutto quasi fosse un atto di devozione per la persona che hanno perso?
Quante volte TU hai sentito un impulso simile?… La terribile voglia di coltivare il dolore.
E in fondo anche una certa psicanalisi è una ritualità del dolore…
Paghi una persona che ti aiuti a rivangare tutto il tuo passato alla ricerca dei ricordi più tragici!
Ma oltre a chi coltiva il dolore come attività prioritaria c’è anche chi, più modestamente, rinuncia al piacere. Tutte le cose più piacevoli o sono vietate o fanno ingrassare.
Quanti dicono: “Nella scelta del lavoro bisogna mettere al primo posto la sicurezza”.
Quante persone rinunciano all’allegria perché in fondo il grigio e l’anestesia totale esistenziale costante sono meglio?
Non innamorarsi, non avere amici, non avere passioni, ci mette al sicuro da molti dolori. E non è certo possibile trovare un lavoro che ti piaccia e che sia anche pagato…
Quante persone conosci invece che si impegnano con dedizione a coltivare il piacere? Quante persone vedi che fanno un lavoro che sarebbero disposti a pagare loro pur di farlo? Quante persone coltivano passioni? Quanti si dedicano con lena a incontrare gli amici, partecipare a feste e ad altre attività piacevoli?
È incredibile che mentre la nostra società e la nostra cultura paiono improntate al piacere, all’edonismo, al lusso e al consumismo, questa spasmodica ricerca del benessere poi non si traduca in un lavoro metodico per raggiungere il piacere più intenso.
Quante persone fotografano ossessivamente il tramonto con le loro super macchine fotografiche ma non perdono mai tempo a guardarlo?
Tutto il sistema dominante di identificazione del piacere è sfasato!
Ci sono milioni di canzoni e poesie che raccontano tutto dal primo sguardo al primo bacio. Milioni di canzoni e poesie che narrano quel che succede tra la prima litigata e il divorzio con coltellate. Perché non c’è quasi nulla che racconti come si fa a godersi la vita assieme continuando ad amarsi?
È tutto finto: il piacere terrorizza! Il godimento ti rende fragile, senza difese, senza muri e corazze. Il godimento a molti fa schifo.

Soffrire è facile, sono capaci tutti!
Per provare piacere invece serve intelligenza.
La ricerca del piacere senza intelligenza finisce per cambiarsi in noia. È pieno il mondo di persone che si annoiano in Rolls Royce, sul jet privato, sulla pista da sci riservata, sul super yacht da 50 metri. Che palle andare a letto con 10 ragazze perfette.
E se hai tutto e non ti diverti per niente ti terrorizzi perché hai paura che non ci sia proprio niente di buono nella vita.
Niente che ti possa soddisfare.
Non a caso i miliardari non sono la categoria sociale che vive più a lungo.

Il simbolo di questa parossistica ricerca del piacere consumistico lo troviamo nei film porno. Verrebbe da pensare che un film porno ci faccia vedere persone che godono in maniera pazzesca. In nove scene su dieci i due o più amanti si sbattono in tutte le maniere possibili e immaginabili e poi il maschio si stacca dalla femmina e si masturba da solo!!! Quel che viene rappresentato non è il piacere fisico ma il gusto mentale di schizzare una ragazza bellissima. Senza contare poi tutti i porno nei quali non c’è proprio nessun piacere, solo botte e cattiverie varie. 

La ricerca del piacere comporta una decisione, una scelta e tempo dedicato a scoprire cosa desideri veramente, cosa ti piace e come ti piace. E poi comporta il rifiuto di qualunque situazione non sia piacevole, sia noiosa, degradante, inutile.
La ricerca del piacere è un’avventura esaltante che richiede passione, impegno, attenzione, ascolto e cervello.
La vita non è eterna e per prendere tutto il piacere possibile devi darti una mossa.

Nella prossima puntata ti parlerò dell’altra colonna del pensiero negativo dominante: l’idea di aver sempre ragione.
Cercherò poi di dimostrare che chi non cerca il piacere ed è convinto di aver sempre ragione, si vede poi come un’entità separata dal resto del mondo e dell’umanità. Nella nostra cultura il senso di appartenenza alla comunità umana e alla più vasta comunità delle creature viventi è molto flebile. E questa è la terza ed ultima grande limitazione mentale.
E cercherò di dimostrare che una persona ha centrato l’essenza del pensiero creativo se mette il valore del piacere, la coscienza dei proprie errori e il senso di appartenenza al mondo al centro del suo modo di vedere. E non è poi così difficile riuscirci!

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