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Le Ricette di Angela Labellarte: liquore alla Melissa

Gio, 05/09/2019 - 08:12

Ingredienti:

Melissa un mazzo
Alcol a 90º 300 ml.
Zucchero 300 gr.
Acqua 300 ml.

Preparazione

Lavate e asciugate la melissa, mettetela in un contenitore a chiusura ermetica con 300 ml. di alcol e lasciate in infusione per 15 giorni.
Passati i 15 giorni, prendete una casseruola per fare uno sciroppo con acqua e zucchero: lasciate bollire per 15 minuti e fate raffreddare.
Mescolate lo sciroppo di zucchero con l’alcol e la melissa, filtrate e imbottigliate.
Lasciate riposare per 15 giorni prima di offrire il liquore ai vostri ospiti.

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Curare le piante per coltivare noi stessi

Gio, 05/09/2019 - 07:00

Ilaria Bernardini risponde al telefono, e si scusa per aver risposto in ritardo perché “stava piantando”. La cosa fa sorridere, dato che avremmo parlato proprio della cura delle piante: queste sono infatti al centro delle ultime teorie di lifestyle, considerate come i nuovi germogli per imparare a coltivare noi stessi e tutto il mondo che abbiamo intorno. Il trend è diventato infatti centrale nella vita dei millennials: sempre davanti agli schermi e spesso single, trovano sollievo e distrazione nella cura di nuove piante d’appartamento. Inoltre, fotografare oasi verdi che ravvivano corner di appartamenti urbani è anche una delle nuove manie di Instagram. Al centro dei social media in questi giorni è stata anche la discussione tra Jeremy Corbyn e l’amatissima Alexandra Ocasio-Cortez, in cui il primo si è prodigato in consigli da vero pollice verde nei confronti della giovane congresswoman, coinvolta in un progetto di urban gardening e in cerca di consigli utili online.

Il verde delle piante colora appunto il romanzo di Bernardini “Faremo Foresta”, una storia ad alto tasso di coinvolgimento a tema botanico/emotivo. Assieme a lei, alla psicoterapeuta Sivia Cauzzi e alla yogi Chiara De Lucia abbiamo avviato un dibattito su come l’healing gardening, ovvero il giardinaggio inteso per farsi del bene, oltre a crescere le piante aiuti di fatto a ritrovare una consapevolezza interiore.

Il verde per chi crea: l’attrazione naturale tra uomo e piante

Ilaria racconta che il coltivare è diventato parte integrante del suo modo di essere, delle sue pratiche giornaliere di vita e del suo processo creativo di scrittura: ormai coltiva meraviglie green in ogni casa che abita, anche solo temporaneamente o per le vacanze.

Racconta che il migliorare della condizione emotiva della protagonista del libro, ispirato dal suo vissuto personale, si sviluppa in maniera inconsapevole attraverso quella che lei chiama “pratica botanica”. Il coltivare le piante diventa una ripetizione prima involontaria e poi costante e voluta, proprio come una preghiera. La consapevolezza che la protagonista va ad acquisire passa attraverso la cura delle piante che per prima cosa è una pratica manuale e non cerebrale, che quindi al tempo stesso distrae e porta a ridimensionare e a semplificare tutto il resto, aiutandola a distaccarsi e a riacquistare una visione del mondo meno egoriferita.

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Gli ecovillaggi in Italia: parte terza, sud (Infografica)

Gio, 05/09/2019 - 02:21

Dopo il nord e il centro, esploriamo i principali ecovillaggi del sud Italia.

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

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Sindrome di hikikomori: le quattro regole per aiutare gli adolescenti “reclusi”

Mer, 05/08/2019 - 21:00

Sono padroni degli strumenti tecnologici ma ne sono anche vittime. Gli adolescenti di oggi sanno come si usano i device e come trovare tutto in Rete ma manca loro l’esperienza e la malizia per cavarsela, nella vita reale come in quella virtuale, evitando i pericoli quando gli si presentano. Il loro rapporto con la tecnologia, che qualche volta può trasformarsi in un rifugio sicuro e confortevole, è uno degli aspetti analizzati nel convegno “#supereroi fragili, adolescenti oggi tra disagi e opportunità”, organizzato dal Centro Studi Erickson al Palacongressi di Rimini dal 10 all’11 maggio. Un problema che a volte porta a sviluppare vere e proprie dipendenze come, ad esempio, la sindrome di hikikomori, quando i ragazzi si chiudono in camera e rifiutano ogni aiuto. Hanno come unica finestra sul mondo il Pc.

L’età della sperimentazione

“Gli adolescenti sono nell’età della sperimentazione identitaria, perché devono capire chi sono. I media sono occasioni per sperimentare, anche le sensazioni, per comprendere i propri limiti”, spiega Simone Mulargia, professore aggregato presso il Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza Università di Roma, dove insegna Sociologia della Comunicazione, Internet e Social Media Studies e Teoria e Analisi delle Audience. “Capire i propri limiti non è sbagliato perché fa parte della crescita. Diventa sbagliato quando i ragazzi vengono lasciati soli perché, è bene ricordarlo, i media sono un’opportunità ma anche un pericolo: più i ragazzi stanno in Rete più aumentano le opportunità ma anche i pericoli”.

Cosa fare

Ma come si fa a proteggere questi “supereroi fragili”? Occorre costruire insieme un percorso per proteggersi dai pericoli quando questi gli si presentano, che dia loro degli strumenti per corazzarsi. “Il primo passo è dialogare coi genitori perché è vero che gli adolescenti hanno le competenze tecniche per muoversi sul web e nei social ma non hanno le competenze strategiche e informative: non sanno come costruirsi un percorso informativo” spiega l’esperto. “Per esempio non sanno distinguere le fake news dalle notizie vere. Un modo per farlo per esempio è leggere in classe il caro vecchio quotidiano”.

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Il sapone fatto in casa con acqua, olio e soda caustica

Mer, 05/08/2019 - 19:00

Olio, acqua e soda caustica. È quello che ti serve per fare un sapone 100% home made. Quello a cui devi fare molta attenzione è la soda caustica perché è altamente corrosiva (altrimenti la saponificatrice di Correggio non sarebbe mai passata alla storia) e ustionante; bisogna evitare accuratamente il contatto con la pelle, con gli occhi e con le mucose e tenerla ben lontana da bambini e dagli animali di casa. Ma torniamo alle istruzioni per fare il sapone in casa.

Devi procurarti un chilo di olio d’oliva, 128 grammi di soda caustica e 300 grammi di acqua distillata, oltre a diversi contenitori usa e getta e utensili da adoperare solo per la produzione del sapone. Una volta che hai i tuoi ingredienti a disposizione, indossa guanti e occhialini e mettiti all’opera.

In una pentola di metallo non antiaderente, riscalda l’olio a fuoco lento fino a raggiungere la temperatura di 60° (utilizza un termometro da pasticceria). A parte, pesa la soda caustica e l’acqua; versa lentamente la soda nell’acqua, mescola tutto bene e controlla la temperatura dell’acqua, perché tenderà a salire velocemente a 80-90°C.

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Adesso si può dormire nella casa di Monet

Mer, 05/08/2019 - 16:00

La casa di Monet a Giverny è una tappa fondamentale della cultura mondiale, adesso si può passare una notte romantica lì, tra giardini, fiori e laghetti, è ora possibile. Infatti adesso la dimora del pittore impressionista, in Normandia, è diventato un bed and breakfast.

La Maison Bleue si trova nel centro di Giverny, località a nord della Francia, dove Monet trascorse molti anni della sua vita. L’artista francese la comprò a fine ‘800 per farne il suo rifugio nella natura: ora è accessibile a tutti prenotando sul portale Airbnb.

Passare una notte nella casa blu, che può ospitare fino a sei persone, costa all’incirca 300 euro a notte ma non è sempre facile trovarla disponibile in quanto molto richiesta.

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I fissati con il riscaldamento globale hanno torto marcio: lo scrive Libero

Mer, 05/08/2019 - 15:00

I radical chic fissati con il riscaldamento globale hanno torto marcio. La prova? In questi giorni le temperature sono paragonabili a quelle di novembre. Parola del giornale Libero, la cui redazione, evidentemente al momento impossibilitata a conoscere la differenza tra clima e meteo, ha titolato in prima pagina “Il brivido della realtà, riscaldamento del pianeta? Ma se fa freddo”. A fare psicologia spiccia si direbbe che già “pianeta” scritto in minuscolo è una spia dell’interesse della testata giornalistica diretta da Vittorio Feltri nei confronti del clima. Disinteresse legittimo in democrazia, per carità.  Tanto più che in passato non sono mancate argomentazioni simili da parte di confutatori ben più istituzionali. Quattro anni James Inhofe, senatore repubblicano dell’Oklahoma, confutò durante un’assemblea del Senato ogni ipotesi di riscaldamento portando in aula una palla di neve. Soppesò la palla di neve in mano e disse: “Fuori c’è la neve, quindi non c’è alcun riscaldamento globale in atto”. 

Gli sbalzi di temperatura e le anomalie del meteo, compresa l’ondata di gelo che ha investito l’Italia in questo mese di maggio, sarebbero conseguenze dirette del surriscaldamento climatico. Perché è il meteo a dipendere dal clima, non viceversa. 

I dati dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima (Isac) del Cnr di Bologna hanno espressamente comunicato che il 2018 è stato l’anno più caldo degli ultimi due secoli in Italia, che così conferma la tendenza globale all’aumento delle temperature medie.

Perché, allora, c’è la neve se il Pianeta si surriscalda?

La domanda è lecita e la risposta complessa. Concretamente, è appurato che esiste una relazione tra riscaldamento dell’Artico e gli eventi freddi che si manifestano nell’emisfero Nord. Gli studiosi di tutto il mondo stanno cercando di capirne i nessi così da individuare la strategia migliore per contrastare i fenomeni, spesso disastrosi, legati a tale relazione.

Per ora si parla del cosiddetto vortice polare, un fenomeno atmosferico che prevede, molto in sintesi, che quando una grossa zona di bassa pressione centrata grosso modo sul Polo Nord ruota in senso antiorario, il comportamento del vortice polare dipende in gran parte dalla quantità di ghiaccio e neve presenti. Se nell’oceano del Polo galleggia meno ghiaccio, l’acqua si scalda di più ed evapora più facilmente. Di conseguenza aumenta l’umidità dell’aria e ciò tende a indebolire ed espandere il vortice. Finché il bordo del vortice non si rompe, e l’aria fredda e umida del Polo deborda verso sud, nell’emisfero boreale si manifestano tempeste di neve, perché, per quanto meno fredda degli standard polari, l’aria che proviene dal Polo Nord rimane nettamente inferiore rispetto a quella del nostro continente: perciò si verificano le tempeste di neve.  

Forse è il caso che ci si metta di buona lena e si studi un po’ di fisica, un po’ di legge della conservazione dell’energia, e un tocco di principi della termodinamica, nozioni che non guastano mai, a prescindere dalla questione del riscaldamento globale.

Il surriscaldamento globale esiste e l’unica soluzione è affrontare il problema dalla radice. Il problema, però, è che va contro gli interessi capitalistici. Negarlo come fanno Libero, Donald Trump e gli altri negazionisti con frasi come “riscaldamento del pianeta? Ma se fa freddo”, significa commettere un’operazione del tipo: “Fame nel mondo? Ma se a pranzo ho mangiato 200 grammi di pasta”. Conoscendo quelli di Libero, il titolo di ieri non era né sarcastico né stupido. Il sarcasmo farebbe una provocazione per stimolare un dibattito produttivo. La stupidità farebbe un’affermazione dettata dall’ignoranza. Libero fa di peggio: afferma il falso, per alimentare l’ignoranza. In sostanza fa l’esatto opposto di ciò che dovrebbe fare un giornale: informare.

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I gioiellieri di 6mila anni fa usavano la madreperla fluviale

Mer, 05/08/2019 - 14:00

Un team internazionale di ricercatori guidato dall’Università di Torino, ha scoperto che, nell’Europa di 6000 anni fa, esisteva una tradizione culturale condivisa per la manifattura di ornamenti in madreperla. I ricercatori hanno ottenuto per la prima volta sequenze di proteine antiche da minuscoli ornamenti preistorici, piccoli bottoni doppi.

Datati tra il 4200 e 3800 a.C., gli ornamenti in madreperla ottenuta dalla conchiglia di molluschi d’acqua dolce sono stati rinvenuti in Danimarca, Romania e Germania e in aree costiere con grande abbondanza di molluschi marini perfettamente adatti allo scopo. Studi di archeologia sperimentale hanno suggerito che questi bottoni potessero essere applicati come decorazione di strisce di pelle animale utilizzate come cintura o fascia da braccio.

La senior author dello studio, Dott.ssa Beatrice Demarchi del Dipartimento di Scienze della vita e Biologia dei Sistemi dell’Università di Torino, spiega: “La madreperla di origine fluviale era chiaramente un materiale molto apprezzato dagli artigiani gioiellieri preistorici, ovunque essi si trovassero in Europa e indipendentemente dalla loro appartenenza ad un certo gruppo culturale: Mesolitico, Neolitico, Età del Rame. Alcuni di questi gruppi mantenevano uno stile di vita basato sulla caccia e la raccolta, altri, più a sud, si dedicavano all’agricoltura – con uno stile di vita più sedentario. Ciò suggerisce l’esistenza di una tradizione culturale condivisa ma anche di una profonda conoscenza delle risorse ambientali e delle strategie per sfruttarle al meglio”.

La madreperla di conchiglie dulcicole è un materiale dalle proprietà meccaniche e qualità estetiche eccezionali, relativamente poco studiato a livello archeologico ma molto importante per le ricerche sulla biomineralizzazione. “Palaeoshellomics” reveals the use of freshwater mother-of-pearl in prehistory è il primo studio in cui sequenze proteiche antiche sono state ottenute da conchiglie di molluschi. Jorune Sakalauskaite, dottoranda in co-tutela tra UniTo (DBIOS) e l’Università della Borgogna Franca-Contea e primo autore dell’articolo, commenta: “Le conchiglie di molluschi contengono solo una minima frazione di materiale organico, circa 0.1-1%, rispetto alla parte minerale. Per confronto, l’osso ne contiene all’incirca il 30%. Per questo motivo questo lavoro è particolarmente significativo”.

Il team di ricercatori si occuperà dell’analisi di altri organismi invertebrati calcificati, con la speranza di poter utilizzare le sequenze proteiche preservate in organismi calcificati per contribuire ad elucidare alcuni dei meccanismi di evoluzione biochimica che iniziarono almeno 550 milioni di anni fa.

La ricerca, finanziata dal programma “Giovani Ricercatori – Rita Levi Montalcini” del MIUR e supportata dall’Università Italo Francese (programma Galileo), dal CNRS, e dalle Università di York e Lille, è pubblicata nella rivista eLife e ha coinvolto archeologi, geochimici, biologi, chimici e matematici Italiani di vari istituti internazionali: l’Università di Torino e l’Università Ca’ Foscari di Venezia (Italia), CNRS e Université de Bourgogne-Franche-Comté, Bordeaux e Lille (Francia), University of York e Bradford (UK), Moesgaard Museum (Danimarca), il Landesamt für Denkmalpflege im Regierungspräsidium Stuttgart ed il Niedersächsisches Landesamt für Denkmalpflege (Germania).

FONTE: CRONACAQUI.IT

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Reddito cittadinanza: come spendono i soldi gli italiani e le prime rinunce

Mer, 05/08/2019 - 12:26

Il reddito di cittadinanza è il nuovo beneficio economico introdotto dal governo Lega-M5s con il “decretone” convertito in legge il 27 marzo 2019 e contenente anche la riforma delle pensioni Quota 100. Tale sussidio, che va a integrare il reddito di chi lo riceve e il cui importo varia sulla base del reddito familiare, è accompagnato dalla sottoscrizione di un Patto per il Lavoro e di Inclusione sociale: si tratta di un percorso che il beneficiario del sussidio deve seguire obbligatoriamente, con l’aiuto di un navigator, al fine del suo inserimento nel mercato del lavoro.

Le domande per richiedere il reddito di cittadinanza sono partite il 6 marzo 2019 e dalla fine di aprile i diversi uffici di Poste Italiane – dopo aver ricevuto gli esiti dall’Inps – hanno cominciato a consegnare le prime RdC card con i soldi del sussidio.

[…] Tale aiuto è concesso agli italiani e agli stranieri che risiedano da almeno 10 anni in Italia (di cui gli ultimi due in modo continuativo), in possesso di determinati requisiti. […] Dunque, quali sono le condizioni per ottenere il reddito di cittadinanza? Continua a leggere… [Fonte: TPI.IT]

Cosa si dice in Italia? Approfondiamo:

Reddito di cittadinanza, ecco come gli italiani usano la card.

Dal cibo e dai medicinali fino agli acquisti a cui hanno sempre dovuto rinunciare. Ecco come gli italiani stanno spendendo i soldi del reddito di cittadinanza. E se da una parte i CAF lanciano l’allarme della ‘fuga dal reddito’ – già in 130mila hanno chiesto la disdetta per gli importi troppo bassi, sono in molti coloro che stanno beneficiando delle cifre caricate sulla “card gialla”.
Al primo posto tra le spese dei beneficiari del sussidio grillino tra le spese c’è quella per la casa, in particolare per l’affitto. Seguono a ruota l’acquisto di occhiali e, al terzo posto, le cure dentistiche. Ma oltre a queste c’è anche chi si toglie lo sfizio e compra alimenti che prima non riusciva a permettersi, come pesce e carne rossa. Guarda il video… [Fonte: TGCOM24.IT] Reddito di cittadinanza, cosa succede se non si spendono tutti i soldi dell’assegno mensile. […] Come ha ricordato l’Inps, quasi 337mila domande di quelle accolte ed elaborate (finora 472mila) prevedono una cifra superiore ai 300 euro mensili (il 71%). Il 50% è invece tra i 300 e i 750 euro, mentre il 21% supera i 750. Infine, il 7% dei beneficiari riceve un assegno tra i 40 e i 50 euro al mese. Il Sole 24 Ore risponde a una domanda che riguarda potenzialmente tutti i beneficiari della misura nel caso in cui non riescano a spendere, entro il mese successivo, tutta la somma accreditata sulla carta. Cosa succede se questa cifra non viene spesa integralmente? Il decretone, il decreto legge che ha stabilito le regole del reddito di cittadinanza, prevede che il sussidio sia “ordinariamente fruito entro il mese successivo a quello di erogazione”. Si aspetta però un decreto del ministero del Lavoro per le specifiche del caso: il provvedimento dovrà arrivare entro tre mesi dall’entrata in vigore del decreto. Con quel provvedimento verranno stabilite le modalità di monitoraggio e delle verifiche. Fino a che non verrà approvato il decreto non ci saranno decurtazioni delle somme non spese. Ma cosa succederà dopo? Il beneficio non speso o non prelevato verrà sottratto nel mese successivo, ma per un importo non superiore al 20% del totale. Continua a leggere… [Fonte: FANPAGE.IT – Stefano Rizzuti] Fuga dal Reddito di Cittadinanza: troppi controlli e assegni bassi, in tanti pronti a rinunciare.

Quando era stato annunciato il Reddito di Cittadinanza, misura totem del Movimento 5 Stelle, a tutto si pensava fuorchè a uno scenario: che qualcuno potesse rinunciare.
Anzi, il timore, opposto, era che si potesse verificare una corsa per accaparrarsi il beneficio tanto da non poter soddisfare tutte le richieste,complice la crisi severa che fa la voce grossa ormai da anni. Invece, non solo la corsa temuta non c’è stata ma anzi addirittura una bella fetta della platea dei poveri, stimata ufficialmente in 5 milioni, si è ben guardata dall’avvicinarsi alla misura, girando accuratamente a largo da controlli e accertamenti vari, necessari per accedervi. La “mazzata” poi è stato l’assegno mensile: in molti casi, decisamente meno dei 780 euro annunciati, come confermato dai numeri Inps.  Continua e leggere… [Fonte: QUIFINANZA.IT]  

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Finlandia, la lotta per l’Artico dell’ultimo popolo indigeno d’Europa

Mer, 05/08/2019 - 12:00

Nel Nord della Lapponia, chiedere il numero di renne che possiede una famiglia è come chiedere il denaro che ha in banca. I Sami – l’unico popolo indigeno dell’Europa, che abita le gelide terre del Nord della Norvegia, della Svezia, della Finlandia e di parte della Russia – vivono della natura: dell’allevamento di renne e della pesca nell’infinità di laghi e fiordi che si snodano in un territorio praticamente vergine.

Questo ecosistema, dove abitano circa 100mila sami (10mila in Finlandia), deve fronteggiare due minacce colossali: il riscaldamento globale e la costruzione di un treno ad alta velocità con destinazione Artico, che dividerà in due questo santuario verde e bianco dove sembra di tornare indietro nel tempo di millenni. Quasi tutti i politici per la prima volta hanno dato la priorità, nei loro programmi, al futuro del pianeta.

La costruzione del treno “sarà catastrofica“, commenta dal salotto della sua casa di legno sulla riva di un lago ghiacciato Jarmo Pyykkö, 53 anni, consulente del popolo sami sull’uso della terra. A pochi chilometri dal suo “quartiere” (come chiama lui decine di migliaia di chilometri quadrati di pini, neve, acqua e nient’altro), Anne Karhu-Angeli, di 38 anni, pascola centinaia di renne insieme a suo marito e a tre figli piccoli. “Per noi sono tutto. Sono la nostra attività economica, il nostro mezzo di sostentamento”, racconta questa donna lentigginosa mentre chiama gridando le sue “bambine” per dargli il lichene che non sono più in grado di brucare da sole, a causa del riscaldamento globale.

“Le temperature estreme fanno sciogliere la neve durante il giorno, e di notte l’acqua si congela rapidamente. Il lichene [che cade dai pini millenari] rimane sotto strati e strati di ghiaccio e neve, e gli animali non possono mangiare”, spiega Anne mentre Riggee, il suo inseparabile cane, si rotola felice nella neve al calore dei primi raggi del sole primaverile. Sini Harkki, direttrice di Greenpeace in Finlandia, spiega che gli effetti dei cambiamenti climatici si percepiscono molto bene in Lapponia, perché le zone vicine ai poli sono quelle che si stanno riscaldando più rapidamente. La cooperativa di Anne Karhu-Angeli, e altre 13 cooperative sami che praticano la pastorizia tradizionale, basata sull’assoluta libertà degli animali e la migrazione a rotazione attraverso quelle zone della Lapponia, devono alimentare gli animali in modo artificiale. Sono queste le terre che saranno attraversate dalla linea ferroviaria che “non serve a nessuno”, secondo abitanti del posto e attivisti.

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Cina: nuova scoperta per limitare l’inquinamento petrolifero

Mer, 05/08/2019 - 09:38

(ANSA-XINHUA) – PECHINO, 7 MAG – Un gruppo di scienziati cinesi ha sviluppato una nuova schiuma di polipropilene bio-mimetico per la separazione di petrolio e acqua, che può essere utilizzata per prevenire e controllare l’inquinamento dovuto al petrolio. Il nuovo materiale è stato stato sviluppato da un gruppo di scienziati del Ningbo Institute of Materials Technology and Engineering legato all’Accademia cinese delle scienze La separazione tra i due materiali ha rilevanza globale a causa delle quantità sempre maggiori di acque reflue industriali contenenti petrolio e delle frequenti fuoriuscite in mare o nei corsi d’acqua. Alcuni metodi convenzionali per gestire l’inquinamento da petrolio, come combustione e filtrazione, presentano diversi limiti, come per esempio un elevato consumo di energia, tempi molto lunghi e la possibilità che in seguito si verifichi un fenomeno di inquinamento secondario.
Le nuove schiume di polipropilene bio-mimetico hanno una struttura innovativa che è in grado di separare acqua e petrolio con un’efficacia elevata anche in ambienti complessi.
Il prodotto, ispirato a materiali naturali, ha una superficie ruvida e una struttura tubolare vuota che ricorda un favo. La schiuma ha mostrato un’elevata capacità di assorbimento e filtrazione durante il processo di separazione tra petrolio e acqua. Quando il miscuglio passa attraverso la schiuma, di questo resta solo acqua pura, mentre il prodotto assorbe il petrolio nel giro di pochi secondi.
Il ritrovato è facile da miscelare, poco costoso ed ecologico. Si tratta perciò di una scoperta che possiede grandi potenzialità di utilizzo su larga scala. La squadra di scienziati ha già richiesto il brevetto per questa tecnologia.
La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Chemical Engineering Journal.

FONTE: ANSA.IT

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In Italia beviamo 8 mld di bottiglie di plastica all’anno

Mer, 05/08/2019 - 07:00

Dagli anni Ottanta in poi, e soprattutto negli ultimi dieci anni – per effetto anche dell’arricchimento della popolazione nei Paesi in via di sviluppo – il consumo di acqua in bottiglia è aumentato vertiginosamente in tutto il mondo. In queste classifiche, l’Italia si piazza al primo posto in Europa e terzo nel mondo, con 188 litri annui consumati nel 2017, contro una media europea di 117, e 206 litri nel 2018.

Davanti a noi si trovano solo il Messico, dove, stando ai dati dell’Organizzazione mondiale della sanità, nel 2015 solo il 43% della popolazione aveva accesso ad acqua corrente sicura, e la Thailandia, dove questa garanzia era limitata al 47% della popolazione. In totale nei 28 Paesi dell’Ue si consumano annualmente 46 miliardi di bottiglie in plastica, tra i 7,2 e gli 8,4 miliardi sono nel nostro Paese.

Nel database di Beverfood si contano 259 marchi registrati (con oscillazioni tra un anno e l’altro, ma sempre ben al di sopra dei duecento) di acqua imbottigliata disponibili sul mercato italiano, gestiti per il 74,5% da otto grandi gruppi (San Pellegrino, San Benedetto, Sant’Anna, Gruppo Acque Minerali d’Italia, Lete, Ferrarelle, Cogedi/Uliveto/Rocchetta, Spumador). Tra i maggiori distributori di acqua confezionata al mondo si contano Nestlé (che comprende San Pellegrino, Pure Life e Acqua Panna), Hangzhou Wahaha Group, PepsiCo (con Aquafina), Danone (con Evian) e Coca Cola. Ma come viene gestita l’acqua nel nostro Paese?

Le aziende di imbottigliamento che hanno in concessione presso le regioni le fonti da cui attingono dovrebbero, secondo quanto stabilito dalla Conferenza delle Regioni nel 2006, pagare un doppio canone tra 1 e 2,5 euro per m3 di acqua imbottigliata e tra 0,5 e 2 euro per m3 di acqua utilizzata. Il canone superficiario non dovrà mai essere inferiore ai 30 euro per ettaro, ma partendo da questi limiti le Regioni sono libere di stabilire le cifre. Avviene in pochi casi, dato che, nel quadro eterogeneo delle Regioni italiane, non sono in molte quelle che applicano effettivamente il doppio canone previsto, mentre alcune lo applicano “scontato”. Il risultato è che le società prelevano l’acqua (teoricamente pubblica) a prezzo inferiore rispetto a quanto dovrebbero e la rivendono con un grande ritorno economico.

Dalle fonti (o meglio, dalle aziende di imbottigliamento), le diverse bottiglie vengono distribuite nei quattro continenti: tra i marchi di acqua venduti in tutto il mondo, l’acqua Fiji è prodotta nell’omonimo arcipelago del sud Pacifico dove la popolazione locale ha periodicamente difficoltà a procurarsi acqua potabile, trovandosi a oltre 2.500 chilometri di distanza dal continente più vicino. Senza dover guardare fino al Pacifico, l’acqua Evian dal Sud Est francese viene esportata fino in Cina. Anche in Italia, il trasporto dell’acqua è uno dei punti salienti dello spreco nell’intero ciclo produttivo. Dagli stabilimenti di imbottigliamento, situati nella maggior parte dei casi in Lombardia, Piemonte e Toscana, seguiti da Calabria, Emilia-Romagna e Sardegna, le bottiglie percorrono centinaia di chilometri per essere distribuite in tutto il Paese: nell’85% dei casi circa, lo fanno su gomma, con le conseguenti emissioni di CO2, e solo nel 15% su rotaia. 

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Italia Sicilia Gela, web serie quinto episodio: Giuseppe

Mer, 05/08/2019 - 06:01

Sembra che a Gela lo conoscano tutti: è Giuseppe La Spina, archeologo con una grandissima passione per il suo territorio, Gela, un patrimonio archeologico immenso.
Giuseppe è anche scopritore della Pietra Calendario, diventata oggi oggetto di studio.

Prossimo episodio: 15 maggio 2019!

Per approfondire visita Gela Le Radici Del Futuro

INDICE EPISODI

Ep01 Don Lino
Ep02 Elisa
Ep03 Sandra
Ep04 Silvia
Ep05 Giuseppe
Ep06 Francesco (online dal 15 maggio 2019)
Ep 07 Tiberio, Dalila e Viola (online dal 22 maggio 2019)

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Patrick, il primo bambino modello di Zara con la sindrome di Down

Mar, 05/07/2019 - 21:00

Patrick ha 11 anni e la sindrome di Down ed è il primo ragazzino a vestire i panni di modello per la collezione bambino di Zara. Ha il viso pieno di lentiggini e un sorriso che contagerebbe chiunque, Patrick.

Tutti lo conoscono come Roscòn e proprio in questi giorni le sue foto per la collezione estate 2019 stanno facendo il giro del mondo. È la prima volta che un bambino affetto dalla sindrome di Down posa per una campagna pubblicitaria a questo livello.

Ma il marchio spagnolo è da sempre attento all’inclusività e ha voluto l’undicenne come testimonial proprio per abbattere i pregiudizi. Patrick è uno dei quattro figli del noto enologo Pedro Aznar Escudero e della chef spagnola Samantha Vallejo Nágera, volto noto della tv spagnola. La chef, infatti, è stata tra i giudici di Master Chef e si è fatta conoscere in tutto il paese.

Sui social, proprio Samantha Vallejo Nágera ha espresso la gioia mista alla soddisfazione per vedere sulle pagine dei giornali e sui cartelloni pubblicitari il viso di Roscòn, protagonista di un messaggio nient’affatto scontato, quello contro i pregiudizi che troppo spesso circolano attorno alla trisomia 21.

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Fonte immagine copertina TPI.IT

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Recoaro, cigno ucciso a bastonate. E la compagna si lascia morire

Mar, 05/07/2019 - 19:00

Il suo compagno è stato trovato morto nell’acqua, il collo spezzato, forse ucciso a bastonate da un ignoto senza cuore. E lei, senza lui, non riusciva a vivere: è morta di inedia, smettendo di mangiare.

Una vicenda tristissima che mette in mostra sentimenti molto umani, ma i cui protagonisti sono due cigni. Nella serata di domenica 5 maggio nel laghetto superiore del parco in centro a Recoaro Terme è stata trovata morta anche la femmina della coppia di bellissimi volatili che da anni faceva mostra di sé nello specchio d’acqua. Il maschio era morto appena due giorni prima. «La femmina si è lasciata morire. Si vedeva che stava male, non mangiava più e temevamo finisse così» commenta il sindaco Davide Branco.

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Diciamo la verità: tutta l’Italia è Terra dei Fuochi (e lo è da sempre)

Mar, 05/07/2019 - 15:00

La Terra dei Fuochi non esiste più. Anzi, a dire il vero non è mai esistita. L’Italia dei Fuochi, invece, è viva e vegeta, e lo è da sempre. Questi versi riconducibili ad un poeta partenopeo sono in verità la reale ricostruzione storica del Bel Paese: una nazione tossica, da nord a sud. I focolai di rifiuti speciali e industriali non sono quindi un’esclusiva del meridione e i capannoni pieni di scorie, recentemente scoperti nelle campagne del Torinese e del Milanese, in aggiunta alle 30 inchieste aperte dalle rispettive procure al Nord (al Sud sono 33), ne sono la prova.

L’emergenza viene inoltre stimata dai dati dell’Ispra nel Rapporto Rifiuti Speciali del 2018: “La produzione nazionale dei rifiuti speciali, nel 2016, si attesta a quasi 135,1 milioni di tonnellate (…) Sono, inoltre, compresi i quantitativi di rifiuti speciali provenienti dal trattamento dei rifiuti urbani, pari a quasi 11,2 milioni di tonnellate”. La produzione aumenta del 2% rispetto al 2015 (4,5% rispetto al 2014), con l’aggravante dei rifiuti speciali pericolosi, aumentati di oltre 9,6 milioni di tonnellate (+5,6% rispetto al 2015).

Detto ciò, nel settore del riciclaggio pur qualcosa si muove. L’avvio allo smaltimento dei rifiuti pericolosi aumenta del 7,9% (887 mila tonnellate), nonostante una riduzione del numero delle discariche operative (da 392 nel 2014 a 350 nel 2016), registrando il 65% del riciclaggio. Siamo tra i migliori in Europa per il riciclaggio, come del resto siamo tra gli ultimi della classe in termini di prevenzione: “Se i dati mostrano un buon lavoro sul fronte del riciclo, occorre investire di più su quello della “prevenzione” dei rifiuti speciali. Se ne producono ancora troppi e l’Italia è lontana dall’obiettivo fissato dal Programma Nazionale di Prevenzione del 2013, che prevede al 2020 una riduzione del 5% nella produzione dei “non pericolosi” e del 10% per i pericolosi, calcolati per unità di Pil al 2010”.


Questioni economiche e logistiche spingono non solo le mafie classiche a questa nuova pratica: sono infatti piccole imprese o aziende messe con le spalle al muro dal lassismo legislativo del Governo a farsi largo tra gli attori più attivi


È bene ricordare: secondo il Testo Unico Ambientale (D. Lgs. N. 152/2006) per speciali si intende quei rifiuti provenienti da attività industriali, agricole, artigianali, commerciali e di servizi. Per quanto riguarda la loro pericolosità, invece, c’è l’obbligo da parte del produttore di attribuire correttamente il CER (Codice Europeo del Rifiuto) con il quale viene riportato la classificazione del rifiuto e le sue proprietà inquinanti – infiammabile, comburente, esplosivo, cancerogeno e via dicendo.

Tuttavia, molte volte al passaggio della classificazione, un produttore come la stessa azienda (è importante evidenziare come il detentore del rifiuto non è necessariamente chi lo produce ma chi in ultima istanza lo prende in carico), non arriva nemmeno. Un vuoto normativo difatti piega ai voleri affaristici della malavita la gestione di questa categoria di rifiuti: non tracciata né vincolata (come i rifiuti urbani), ma in libera circolazione, se non per la formula del Modello unico di dichiarazione ambientale (Mud), famoso per essere diventato ben presto il “giro bolla” del clan dei casalesi.

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Auto ad aria compressa: che fine ha fatto?

Mar, 05/07/2019 - 15:00

Un’auto economica, a consumi ed impatto quasi zero? Troppo bello per essere vero, infatti i prototipi di auto ad aria compressa fanno fatica a diventare veicoli da proporre sul mercato, sogni mai diventati realtà e additati come bufala clamorosa. Eppure ciclicamente si torna a parlarne, forse perché il problema dello smog nelle nostre città è diventato per tutti insopportabile. Ma dov’è finita l’auto ad aria compressa? Esiste? Qualcuno ci sta lavorando? La risposta all’ultima domanda è affermativa: qualcuno è attivo, rilascia licenze, esistono stabilimenti… ma sulle strade i veicoli non arrivano mai.

Guy Nègre, la MDI ed Eolo Italia

Nel 2001 con il suggestivo nome Eolo passa alla storia quella che in seguito verrà identificata come la prima auto ad aria compressa di successo. Alle sue spalle Guy Nègre, personaggio che per anni sarà ricordato per quest’invenzione straordinaria. La produzione di Eolo avrebbe dovuto essere gestita dalla MDI – Moteur Developpement International, che inizia a cedere la licenza per la costruzione e la commercializzazione del veicolo ad altre società in giro per il mondo. Nel nostro Paese entra appunto in gioco la Eolo Italia e il primo prototipo fu presentato nel 2001 al Motorshow di Bologna. L’eco mediatica fu strepitosa.

Il motore ad aria compressa: le ragioni del flop

Il motore ad aria compressa – o motore pneumatico – viene usato nel comparto dei trasporti già dalla metà dell’Ottocento. La prima applicazione vera e propria fu il sistema Mekarski per le locomotive, usato per la prima volta per far muovere il Tramway de Nantes, che oggi funziona in versione elettrica.

(Fonte foto: patrick-sorin.fr)

A inizi Novecento, l’americano Charles Hodges mise a punto il progetto di una locomotiva pneumatica il cui brevetto fu venduto alla HK Porter di Pittsburgh per l’utilizzo nelle miniere di carbone, dove un motore che non usa la combustione rappresentava  un’alternativa più sicura.

Il motore ad aria compressa non è dunque un’invenzione di Nègre, ma il suo nome viene indissolubilmente legato a veicoli futuristici, che potrebbero risolverci la vita consentendoci spostamenti comodi e a impatto quasi zero. I tentativi sono stati vari, citiamo anche quello di Angelo Di Pietro, ingegnere italiano che dall’Australia ha presentato il suo EngineAir, un motore ad aria compressa utilizzabile su qualsiasi veicolo, almeno secondo le promesse. 

Il motore ad aria compressa funziona con un lavoro meccanico basato sull’espansione dell’aria contenuta in un serbatoio; l’aria compressa aumenta di pressione, di forza, e si converte in lavoro meccanico (genera movimento in uscita), a quel punto si può usare per far muovere un pistone collegato ad un albero, ad esempio. Non occorre carburante. È aria che entra ed esce. Se davvero venissero prodotti veicoli con un motore del genere si potrebbero tenere in vita con costi di manutenzione ridotti, a fronte di migliaia di km percorsi. Allora come mai non arrivano ancora nelle concessionarie?

Una serie di problemi ricorrenti ha bloccato la produzione effettiva, di cui il più evidente è la formazione di ghiaccio nel motore. Se l’aria compressa tende a ghiacciare quando esce dalla bombola che la contiene, occorre calore per riscaldarla, cioè energia, che invece di alimentare l’auto viene sprecata in queste operazioni. Non trascurabile poi la questione economica: trasformare i prototipi in vetture è costoso e quei prototipi non hanno finora garantito il successo assoluto, in un’epoca storica – quella degli scorsi decenni – in cui le case automobilistiche difendevano non solo la qualità migliore e la sicurezza dei veicoli esistenti ma anche i costi minori di produzione. Oggi forse il quadro sta cambiando, ecco perché ci interroghiamo su dove siano finiti questi progetti. Ma non dimentichiamo che intanto sono arrivate le auto elettriche! C’è chi non demorde, tuttavia sembra che il tempo per l’auto ad aria compressa sia scaduto. O forse, più semplicemente, non è una soluzione realmente applicabile come all’inizio poteva sembrare.

Eolo Italia: un disastro colossale

Dopo il Motorshow del 2001 venne annunciata la produzione di un’auto ad aria compressa a Ferentino a partire dal 2003. Eolo avrebbe percorso fino a 100 km con un investimento di poco più di 70 centesimi di euro; per fare il pieno sarebbero bastati 3 minuti; ogni 50 mila chilometri il proprietario avrebbe dovuto ricordarsi della manutenzione, vale a dire il cambio di un olio vegetale. Per il resto, avrebbe viaggiato su un’auto con velocità massima di 130 km/h e un’autonomia di 300 chilometri. La city car perfetta, insomma. Peccato che non ci risultino chilometri percorsi su strada. Nessuna auto uscì dallo stabilimento di Ferentino, la Eolo Italia annunciava un ritardo dopo l’altro, alla fine i dipendenti furono licenziati nel 2005 e si resero protagonisti di una causa nei confronti della MDI (per una ricostruzione  più dettagliata rimandiamo al blog di Paolo Attivissimo).

Entra in gioco la TATA Motors

Ma la MDI aveva sempre in mano la sua idea e a molti investitori sembrava ugualmente qualcosa di rivoluzionario. Nel 2007 strinse un accordo con l’indiana Tata Motors per produrre una citycar low cost. Velocità massima di 50 km/h e autonomia fino a 200 km, con un motore a scoppio per portarla fino a 100 km/h. La struttura quasi del tutto in fibra di vetro fu uno dei dubbi cruciali: troppo poco resistente, come superare i test di sicurezza europei? Secondo gli annunci comunque nel 2008 Citycat sarebbe arrivata sul mercato indiano con 6 mila esemplari.

Anche in questo caso, tanti annunci ma nulla di concreto. Cyril Nègre, “figlio d’arte”, rilascia in compenso un’intervista a La Repubblica in cui svela molti dettagli e rassicura i potenziali clienti.

AirPod: l’auto ad aria compressa che avrebbe salvato la Sardegna

L’altro caso eclatante è sardo e porta stavolta il nome di AirPod. Alle sue spalle compare ancora una volta il cognome Nègre. Airpod viene presentata ufficialmente al Salone dell’auto di Ginevra nel 2009. Il progetto avrebbe dovuto prendere corpo in Sardegna, a Bolotana. Da questi stabilimenti, secondo le promesse, sarebbe uscita una vettura a 3 posti da circa 7 mila euro, ricaricabile attaccandola ad una colonnina in un paio di minuti e straordinariamente economica visto che un pieno di aria compressa sarebbe costato circa 2 euro passando dalle stazioni di servizio.

Per Bolotana sarebbe stata una vera ancora di salvezza, una boccata d’aria per gli abitanti di una zona depressa in cui uno stabilimento così innovativo avrebbe generato posti di lavoro, fama ed altri progetti connessi all’insegna della sostenibilità. Basta andare sul sito Web della AirMobility (licenziataria del marchio MDI SA – Motor Development International per la Sardegna del modello AirPod) per rendersi conto che l’ultimo aggiornamento della sezione News risale al 2017 ed è un semplice augurio di Buon Natale… Brutto segno.

Nel 2016 intanto muore Guy Nègre, ma in tutto il mondo sono ormai presenti licenziatarie che hanno creduto nel suo progetto e in quello della MDI. Inutile menzionare i vari tentativi di produzione, la realtà ci mostra che nessun veicolo ad aria compressa circola sulle nostre strade. Qua e là emergono notizie di sperimentazioni in qualche aeroporto, ma oltre agli annunci poco altro si incontra.

Il caso di Bolotana è quello più in luce per noi italiani e di cui abbiamo notizie recenti. Giovanni Monni, amministratore delegato di Airmobility, annunciava il debutto di AirPod per novembre 2018. A dire il vero, anche per il 2014 era previsto il debutto, poi rimandato.

I media locali hanno tenuto d’occhio la situazione, anche perché il caso AirPod è diventato politico. Ugo Cappellacci, ex governatore della Regione, si era fatto riprendere alla guida di una vettura – così come da quel famoso Motorshow del 2004 in molti avevano fatto, in buona fede – poi però sono passati gli anni e la palla è passata alla giunta successiva, quella di Francesco Pigliaru. Cappellacci sostiene che qualcuno avrebbe dovuto verificare che negli stabilimenti qualcosa effettivamente si producesse. Al di là delle frecciate, il disappunto è legato soprattutto ai fondi europei 2007-13 che il progetto AirPod ha ottenuto e allo stanziamento di 130mila euro a favore di Airmobility, prima tranche per la realizzazione delle opere murarie. Lo stabilimento in effetti esiste.

A fine agosto, come riportano le cronache locali, si fa notare che il debutto previsto per luglio in Lussemburgo e in contemporanea in Francia non è avvenuto. L’azienda chiede di pazientare. Secondo indiscrezioni, il problema sarebbe relativo agli stampi della carrozzeria, ma siamo quasi a metà 2019 e della presentazione di questa vettura rivoluzionaria in cui credevano cittadini, politici e il mondo intero ancora non se ne sa nulla.

Per quanto riguarda la MDI, vende le sue licenze e non ne fa mistero. AirPod compare con tutte le sue caratteristiche invitanti sul sito Web aziendale, così come compaiono la TATA Motors e la AirMobility tra i partner. Compare anche la KLM, altro nome altisonante, e si riporta il test pilota nell’aeroporto di Schiphol insieme ad altri test “presi in considerazione per migliorare il veicolo”.

Volete un’AirPod? Se compilate il modulo apposito vi arriva un messaggio e-mail da cui potete confermare la vostra iscrizione alla mailing list aziendale. Null’altro.

Immagine di copertina: Disegno di Armando Tondo

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Identificato il ‘cugino’ piccolo del T-rex

Mar, 05/07/2019 - 13:00

Superava appena il metro di altezza, era lungo meno di tre e aveva un peso inferiore ai 40 chilogrammi: si tratta del cugino piccolo del T-rex
Superava appena il metro di altezza, era lungo meno di tre e aveva un peso inferiore ai 40 chilogrammi. Si tratta del cugino piccolo del T-rex, vissuto 92 milioni di anni fa, nel Cretaceo. Il suo nome è Suskityrannus hazelae, dal nome di una tribù di nativi americani e del paleontologo americano Hazel Wolfe. Le sue caratteristiche sono illustrate in uno studio pubblicato sulla rivista Nature Ecology & Evolution da un gruppo di paleontologi del Politecnico americano della Virginia, coordinati da Sterling Nesbitt. I resti fossili del cugino piccolo del T-rex sono stati rinvenuti nel 1998 nel New Mexico, negli Usa.

Ci sono voluti molti anni per identificarli, credevamo all’inizio che appartenessero a un dinosauro come il velociraptor“, ha spiegato Nesbitt, che ha scoperto i resti fossili del piccolo dinosauro a 16 anni, quando era ancora studente e partecipava alla campagna di scavi con la propria scuola. “L’intero animale era poco più grande del solo cranio di un T-rex“, ha aggiunto. Un T-rex adulto, infatti, pesava fino a 9 tonnellate. L’analisi dei fossili mostra che l’animale, al momento della morte, doveva avere almeno tre anni di vita. Le sue abitudini alimentari non dovevano essere molto diverse da quella del T-rex, anche se, per via delle sue dimensioni, doveva cacciare prede più piccole. “Lo studio di questo piccolo dinosauro – conclude Nesbitt – ci aiuterà a capire meglio l’evoluzione dei tirannosauri, che li ha portati a diventare i dominatori del Pianeta“.

FONTE: METEOWEB.EU


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Il sultano del Brunei sospende la pena di morte per gli omosessuali

Mar, 05/07/2019 - 12:00

Le pressioni della comunità internazionale, compreso il boicottaggio dei suoi hotel di lusso, hanno convinto Hassanal Bolkiah a fare una parziale retromarcia: domenica il sultano del Brunei ha parlato per la prima volta in pubblico della nuova legge basata sulla sharia dicendo che non estenderà la moratoria sulla pena di morte prevista per gli omosessuali, lo stupro e l’adulterio.

Le nuove regole, annunciate il 3 aprile, avevano suscitato proteste e boicottaggi: le Nazioni Unite hanno chiesto al sultano di ritirare la nuova legge mentre celebrità come George Clooney e i gruppi per i diritti umani hanno lanciato il boicottaggio degli hotel di proprietà del sultano, tra cui il Dorchester di Londra e il Beverley Hills Hotel di Los Angeles.

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EcoFuturo TV: terza puntata

Mar, 05/07/2019 - 11:30

In questo episodio scopriamo i numerosi vantaggi delle case in legno e un’innovativo pannello antisismico dalle incredibili prestazioni; il contributo del biogas e del biometano al futuro rinnovabile dell’energia e dei trasporti; una gestione dei rifiuti che ha portato straordinari risultati, anche grazie ad alcune ecotecnologie innovative nel recupero degli olii esausti. E poi Licia Colò con una riflessione sull’impronta ecologia per misurare la sostenibilità delle nostre scelte, Michele Dotti con una provocazione ironica sul tema della sicurezza, Jacopo Fo che ci spiega il ruolo dei “batteri scoreggioni”, i protagonisti invisibili al cuore della tecnologia del biogas, il mago Walter Klinkon che ci porta a riflettere su una particolarità nel riciclaggio della carta, il Professor Valerio Rossi Albertini che ci mostra con un esperimento l’impatto delle polveri sottili sulla nostra salute, l’autoproduzione con Lucia Cuffaro che spiega come produrre in casa il sapone da barba con ingredienti naturali, Sergio Ferraris che ci offre spunti per capire la geopolitica dell’energia e Fabio Roggiolani che analizza i vantaggi delle ecotecnologie presentate in questa puntata.

In onda ogni SABATO e DOMENICA dal 13/4 al 2/6/2019 su ilfattoquotidiano.it e il circuito di emittenti di Fox Production & Music.

Scarica qui l’elenco delle emittenti del circuito con gli orari di messa in onda della trasmissione

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