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Terminator contro Trump

Mer, 09/12/2018 - 02:06
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2018: Odissea nello spazio, fra satelliti zombie e sporcizia

Mer, 09/12/2018 - 01:20

Oggi forse avrebbe scritto: “e quindi uscimmo a riveder i detriti”, guastando la terzina. A rovinare lo spazio, ci pensiamo già noi.

Il numero dei corpi estranei nello spazio sta aumentando vertiginosamente. Osservando i dati forniti dalla rivista scientifica Nature, sono più di 1,800  gli “oggetti” lanciati in orbita nel solo 2017, secondo una tendenza che se fino al 2010 era da ritenersi in costante crescita, negli ultimi anni ha registrato un aumento di emissioni nello spazio senza precedenti. Il pericolo non si annida nel progresso della scienza, ma nel rischio sempre più frequente che gli oggetti nello spazio collidano, provocando schegge e detriti di ulteriori oggetti che possono collidere con altri oggetti, comprese strumenti da 140 milioni di euro, responsabili del controllo del ghiaccio sulla Terra. Nientemeno.

Stava per accadere lo scorso 2 luglio, quando il satellite CryoSat-2 dell’Agenzia spaziale europea (ESA) a un certo punto si è trovato in rotta di collisione con un detrito spaziale e ha costretto i responsabili della missione a intervenire e a deviare l’abituale corso del satellite così da spingerlo in un’orbita più alta ed evitare l’impatto.

Nella bassa orbita dello spazio terrestre il traffico si è fatto intenso, lavorare con i satelliti e valutarne lo spazio circostante per prevedere collisioni ed evitare che fior di investimenti di intelligenze e di denaro finiscano nella discarica è operazione assai complessa. Perché di questo si tratta, di discarica spaziale.

Ogni collisione tra oggetti in orbita provoca la una cascata di frammenti i cui spostamenti, anche a causa della diversa forma e proprietà nello spazio di ognuno, rappresentano un rischio per lo svolgimento dei satelliti, siano essi della NASA o di  aziende di comunicazione come Boeing.

Attualmente i radar statunitensi che monitorano la circolazione spaziale nell’orbita terrestre bassa non sono in grado di rilevare oggetti di dimensione minore di dieci centimetri. Entro il 2019 è prevista l’attivazione di un nuovo radar a Kwajalein, nell’Oceano Pacifico, in grado di rilevare oggetti anche più piccoli e così fornire rapporti più dettagliati sul traffico nello spazio, sempre più congestionato.

“Se conoscessimo la posizione di ogni cosa, non avremmo quasi mai un problema”, ha detto Marlon Sorge, specialista in detriti spaziali all’Aerospace Corporation di El Segundo, in California. Tuttavia, come sulla Terra, adibire e conoscere i luoghi specifici in cui si trovano i rifiuti non significa risolvere il problema della sostenibilità.

Lo Inter-Agency Space Debris Committee (IADC, Comitato inter-agenzia per i detriti spaziali) è un’associazione internazionale a cui partecipano varie agenzie spaziali di tutto il mondo, tra cui l’italiana ASI, al fine di porre rimedio al problema dei detriti spaziali.

Come si legge dal sito in inglese – alquanto obsoleto, a onor del vero –  “gli scopi principali della IADC sono lo scambio di informazioni sulle attività di ricerca di detriti spaziali tra le agenzie spaziali membri, per facilitare le opportunità di cooperazione nella ricerca sui detriti spaziali, per esaminare i progressi delle attività di cooperazione in corso e per identificare le opzioni di mitigazione dei detriti”. È appunto per mitigare lo smaltimento dei detriti che la IADC ha stilato delle linee guida su come, ad esempio, “rottamare” un satellite al termine del suo utilizzo, scaricando combustibile e materiali pressurizzati che potrebbero innestare un’esplosione. La rottamazione dei satelliti dovrebbe avvenire per esplosione o disintegrazione nella profondità dell’orbita non oltre i 25 anni di attività, così da evitare contaminazioni con i satelliti ancora attivi. Ma non tutti i Paesi si attengono sempre ai protocolli, e molta preoccupazione destano le aziende private che sempre più spesso si lanciano in progetti pioneristici nella  previsione – errata o no non importa, pur sempre previsione – di poter sostenere le spese dell’intero ciclo vitale di un satellite, compresa la sepoltura.

Circa il 95% degli oggetti attualmente presenti in orbita sono carcasse di satelliti inattivi o menomati, c’è chi all’Università dell’Arizona a Tucson studia per individuare i giusti angoli da adibire a cimiteri dei satelliti, con il proposito di offrire una viabilità satellitare nell’orbita terrestre media (MEO) a dispetto dell’instabilità che presenta per via delle risonanze gravitazionali. Tutto, pur di non sfiorarsi. Aveva ragione Jean-Paul Sartre, “l’enfer est l’autres”.

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Glifosato, muore il simbolo della lotta all’agrochimica argentina

Mar, 09/11/2018 - 14:18

Se il suo nome non vi dice nulla, è possibile invece che lo ricordiate ritratto negli scatti che il fotografo Pablo Piovano aveva raccolto nell’impressionante The Human Cost of Agrotoxins, il reportage con cui ha documentato gli effetti di un ventennale utilizzo indiscriminato dei prodotti agrochimici in Argentina.

«Il suo corpo era diventato un’arma. La sua gabbia toracica da cui sporgevano due braccia sottili che non si capiva come potessero restare attaccate, la sua colonna vertebrale rigonfia per la scoliosi, le palpebre sempre spalancate, le guance emaciate coperte da una folta barba. E nel mezzo, una bocca nera, allargata, che sembra lottare per prendere ancora una boccata d’aria. Era il grido dell’inquinamento argentino, una replica moderna del capolavoro di Edvard Munch»: questo il ritratto con cui il quotidiano francese Le Monde ricorda la figura sofferente e martirizzata dell’operaio agricolo argentino.

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Io vorrei il Partito dei Migranti

Mar, 09/11/2018 - 02:30

(Raniero Virgilio, fisico cibernetico, dopo Irlanda e Svezia ora vive a Berlino e lavora a Praga)

Quelli disperati dal Nord Africa. Ma migrante sono anche io da dieci anni. Dieci anni in cui produco, come altre centinaia di migliaia, assai più di chi non è emigrato, generando profitto per tasse che paghiamo in molti paesi diversi, pur non usufruendo dei relativi servizi. Io pago le scuole ceche anche se i miei figli non le frequentano, pago gli ospedali tedeschi in cui non vado e le strade italiane in cui non vivo. Noi siamo quelli che lasciano il 15% di mancia nei ristoranti napoletani e fanno gli abbonamenti agli stadi andandoci tre volte in un anno e compriamo case e fittiamo camere d’albergo nei luoghi d’origine riportando in patria un parte cospicua di quanto prodotto e guadagnato altrove. Noi immigrati facciamo girare l’economia. Siamo noi a farlo. A creare i network di conoscenze e competenze. A tenere i legami economici e culturali.
E lo facciamo senza rappresentanza politica. Non possiamo votare in nessuno dei paesi che ci ospitano, e il nostro voto in Italia rimane muto e inutile. Noi immigrati siamo il primo motore del continente, dal venditore ambulante al semaforo fino al CEO della multinazionale, siamo il principale motivo per cui gli anziani possono prendere la pensione non muovendo un dito in patria e i meno anziani il sussidio di disoccupazione senza faticare un giorno, per poi tutti votare per chiudere le frontiere principalmente contro di noi, per impedire lo scambio, per rallentare le integrazioni. Gli stanziali usano l’ipocrita voto di protesta per buscare parte di ciò che noi produciamo, beccandosi contributi che noi, per mancanza di leggi, non potremo mai neppure riscattare un domani.
Noi siamo i lavoratori. E noi, immigrati più fortunati di quelli in fuga, dovremmo formare la leadership di un partito dei migranti. Richiedendo la rappresentatività che ci manca. Ricominciando il vero cammino di un partito internazionalista e progressista, da sempre partito dei “lavoratori” – a prescindere da origine, colore, razza e religione. La-vo-ra-to-ri. Che lavorano i weekend da anni senza chiedere una legge di tutela da bambocci. Perché siamo noi il motore, e siamo stanchi di creare ricchezza per farla mangiare agli stanziali imbolsiti.
E un partito del genere dovrebbe chiedere poche cose ma chiarissime: diritto di cittadinanza immediato, che richieda sei mesi di lavoro in un paese; nessuna necessità di documentazione per muoversi liberamente; diritto conseguente di voto immediato, a sei mesi di occupazione in una nazione. Togliete a noi il voto italiano all’estero e datelo ai migranti ganesi, nigeriani, libici in Italia, e vedremo se vince Di Maio con Salvini. Date a noi il diritto di voto in Irlanda, Germania, Francia, e vedremo se vincono le destre populiste e xenofobe o se la Le Pen finisce nel cesso.
Noi migranti siamo il traino e siete voi stanziali a fare solo da zavorra. E ora ci avete rotto…

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Serena Williams ci ricorda che è la politica a rendere immortale lo sport

Mar, 09/11/2018 - 02:13

Provate a fare un sondaggio e chiedete a un po’ di persone come si chiama la ventenne che ha vinto gli ultimi Us Open di tennis. In pochi vi risponderanno. La frase più gettonata sarà: “la giapponese che ha battuto Serena Williams”. E di cui sui media di tutto il mondo non si è quasi parlato. Il nome non lo ricorderà quasi nessuno. Perché la scena l’ha presa lei: Serena. Forse la più forte tennista di sempre. Che ha trasformato una sconfitta sul campo in una battaglia politica che ha monopolizzato l’opinione pubblica. Secondo alcuni, in maniera ingiusta. Perché Serena ha perso e stava perdendo, e avrebbe dovuto rispettare il risultato del campo invece di dar vita a quella che più persone hanno definito una sceneggiata.

Coaching

Più o meno saprete che cosa è successo. Serena Wlliams, 37 anni e madre da uno (il particolare non è irrilevante), già vincitrice di 23 titoli dello Slam (a uno dal record assoluto della storia del tennis femminile), aveva perso il primo set contro la ventenne avversaria. Nel secondo set, a rimonta in corso, è stata fermata dall’arbitro che l’ha ammonita per aver intercettato un suggerimento del suo allenatore dalla tribuna. Si chiama coaching. E nel tennis è vietato. Anche se poi lo fanno tutti. Ma non è questo il nodo. Così come non lo è la confessione dell’allenatore. Probabilmente Serena nemmeno se n’era accorta. Quella chiamata, però, l’ha destabilizzata. È arrivata in un passaggio fondamentale dell’incontro. In finale. A  casa sua. Dopo la gravidanza. È qui che salta il suo sistema nervoso.

«A un uomo non sarebbe mai successo»

E in un crescendo rossiniano, in una decina di minuti, fracassa la racchetta, incassa un punto di eliminazione e poi attacca platealmente il giudice arbitro Carlos Ramos: “Non sono un’imbrogliona, non faccio queste cose, ho una figlia. Sapete quanta fatica ho fatto per arrivare fin qui. Non c’è stato coaching. Sei un bugiardo, mi manchi di rispetto, mi devi delle scuse. E sei un ladro, mi hai rubato un punto”. Sei un ladro. A questo punto l’arbitro le toglie un game. Serena finisce col perdere la partita. Ma apre una battaglia ben più rilevante della finale di un Grande Slam di tennis. «Lo ha fatto perché sono una donna. A un uomo non sarebbe mai successo». Ed è qui che Serena coglie nel segno.

Billie Jean King

Il New York Times si affretta a ricordare che gli uomini sanzionati sono decisamente più rispetto alle donne (23 a 9), ma non basta a sovvertire il piano. L’unico paragone possibile è quello con Roger Federer. Vi immaginate un arbitro che nella finale di uno Slam chiama un coaching a sua maestà Roger in piena rimonta? Il dubbio, Serena, lo ha instillato. E al suo fianco ha immediatamente trovato Billie Jean King grande campionessa del passato, sostenitrice dei diritti delle donne nello sport e non solo, che una volta sfidò e sconfisse un uomo sul campo. Billie Jean difende Serena prima su Twitter e poi sul Washington Post. Molto efficace il suo secondo tweet: “Quando una donna esterna le proprie emozioni, è isterica ed è penalizzata per questo. Se lo fa un uomo, è scaltro e non ci sono ripercussioni. Ha fatto bene Serena denunciare questo doppio standard”.

Nell’anno del #metoo

Il giorno dopo, da L’Equipe a Repubblica, dal Post alla Gazzetta, sui giornali di tutto il mondo si parla solo di Serena. Il nome della vincitrice non compare in alcun titolo. Se le va bene, è relegata in qualche fotina. L’immagine sparata è Serena in versione leonessa, infuriata con l’arbitro. Nessuno, se non le fisiologiche eccezioni, chiede del match in sé. La domanda è: Serena ha ragione o no? Nell’anno del #metoo, la polemica non è di poco conto. Serena ha messo i piedi nel piatto. Ha lasciato il campo da tennis e si è issata in una contesa politica.

Lo sport e la politica

Come hanno fatto tutte le icone dello sport. Da Tommie Smith e il suo pugno nero con John Carlos sul podio di Messico 68, a Diego Armando Maradona che i due gol più discussi della storia del calcio li ha segnati all’Inghilterra che aveva sconfitto la sua Argentina in guerra. A Muhammad Alì che si rifiutò di andare in Vietnam con la famosa dichiarazione: «Mai nessun vietcong mi ha chiamato sporco negro». Probabilmente nemmeno Jesse Owens sarebbe stato Jesse Owens (la freccia nera che vinse quattro ori alle Olimpiadi di Berlino del 1936) senza la leggenda, poi rivelatasi falsa, di Hitler che non gli strinse la mano perché infuriato a causa del colore della sua pelle. Potremmo continuare a lungo. Il racconto sportivo diventa mito quando entra nell’immaginario, quando intercetta un fenomeno ben più ampio della semplice tecnica applicata a uno sport. Persino la mitica Olanda di Cruyff probabilmente non avrebbe avuto la stessa impronta nel calcio e nello sport se non fosse stata associata storicamente ai movimenti politici di ribellione di quegli anni. E potremmo continuare a lungo.

Si potrà dire – non sono in pochi a farlo – che la battaglia di Serena è decisamente meno nobile. Siamo semplicemente di fronte allo sfogo di una campionessa ferita che non ci stava a perdere. E che in nome del femminismo ha finito con l’oscurare un’altra donna, quella che l’ha battuta sul campo. Può darsi. Ma Serena ci ha ricordato che cos’è che rende lo sport immortale.

p.s. A proposito, la vincitrice si chiama Naomi Osaka.

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Cosa si ottiene dalla plastica riciclata? (Infografica)

Lun, 09/10/2018 - 04:02

Nella prima parte abbiamo visto come i rifiuti plastici vengono suddivisi, in questa seconda parte scopriamo come vengono lavorati per farne nuova plastica riciclata.

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

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Mobilità: Berlino è la nuova Amsterdam. Per merito di tre persone qualsiasi

Lun, 09/10/2018 - 02:55

E mostra come noi stessi potremmo essere il cambiamento che vogliamo.
La città, grazie all’impegno dei suoi abitanti, ha un nuovo e ambizioso piano per la mobilità

Non solo, non sempre, ha senso lamentarsi per un governo inetto. L’azione che sta rivoluzionando la mobilità della capitale tedesca – una capitale antica, tradizionalista, legata al suo passato e alle sue Trabant – è stata possibile grazie a una raccolta firme nata dalla semplice iniziativa di tre persone qualsiasi.

Traduco dal Berliner Zeitung, che ha raccontato la loro storia, le frasi che i tre hanno usato a commento del successo ricevuto: Ragnhild, che arrivava dalla Norvegia, ha detto: “A Berlino mi sentivo all’età della pietra”, qualcosa di davvero empatico per noi italiani, che possiamo immedesimarci subito nel loro stato d’animo (teoria della relatività a parte, visto che Berlino era comunque già molto più avanti di noi in civilità ciclistica). Michael ha detto: “Le piste ciclabili erano usate come parcheggi”, una lamentela che avrete notato anche qui. Mentre Denis ha magistralmente affermato: “Il grosso deve ancora iniziare!”. Capito? Lui stesso, che non è un politico, non è un imprenditore di biciclette, e ha il solo interesse che noi tutti potremmo avere a vedere le cose migliorare, sente che il suo lavoro è appena cominciato.

Comunque sia, i tre hanno semplicemente dato vita a una raccolta firme, una petizione destinata al Parlamento cittadino, a seguito – nel 2015 – di una serie di incidenti che avevano colpito pedoni e ciclisti berlinesi. In quel periodo, dal 2010 al 2017, si contarono 87 incidenti mortali solo tra i ciclisti della capitale.

Ma, per capire meglio quel numero, relativizziamolo. Valutando i dati stilati dalla Ue sulle morti che coinvolgono i ciclisti in Europa, in quel periodo, l’Italia ha contato 249 decessi l’anno. In Germania sono stati 354 i morti (più che da noi: ma loro sono 83 milioni, e noi 60, e, soprattutto, loro usano la bici e noi no: sempre secondo i dati della Commissione europea, la percentuale di tedeschi che usa la bici in un giorno qualsiasi era allora al 12%. Da noi al 6%). Quindi la pericolosità statistica delle nostre strade era (ed è) molto più elevata, ma loro sono intervenuti, dal basso, e noi no.

Andiamo avanti. I tre amici berlinesi hanno mosso le acque (evidentemente fertili) tra i loro contatti, poi tra alcuni attivisti, hanno coinvolto intellettuali e politici. Hanno organizzato veglie, dimostrazioni, sit-in. Hanno allargato la loro schiera di amici. In tre settimane hanno raccolto 105mila firme a sostegno di un referendum, ma la politica diceva non se ne parla. Nel 2017 iniziò il dialogo, che finì quando il Parlamento approvò una legge di bilancio che aumentava del 300% il budget per le piste ciclabili, portandolo a 100 milioni. Ma ancora non bastava.

La lobby di ciclisti che si era formata si propose per lavorare a una nuova legge sulla mobilità pulita, e al Dipartimento del Senato si riunirono 17 volte, insieme ad ambientalisti, alla SPD e ai verdi. Una società di consulenza, la KCW, ha collaborato gratuitamente. Ad agosto 2017, il progetto di legge era disponibile. “L’ultimo incontro è durato fino all’una di notte”, ricorda Denis. “Nel mezzo arrivò la Critical Mass a portarci la pizza. Il Segretario di Stato rimase colpito quando improvvisamente 400 ciclisti si fermarono davanti all’Amministrazione del Senato”. A fine giugno di quest’anno, quel progetto di legge è stato approvato.

Nel frattempo, la squadra del referendum è diventata un’associazione – Changing Cities -, che oggi può permettersi tre dipendenti pagati dai circa 400 sponsor. “Oggi siamo presenti anche a livello nazionale”, continua Denis. “Ci sono iniziative per promuovere referendum in dieci città, così come nella regione Reno-Westfalia e in Baviera, e ne vengono aggiunte altre in continuazione”. Cosa ha ottenuto Berlino? Potete leggerlo qui. Ha ottenuto tutto.

Per vostro agio, ecco uno schema dei punti salienti del nuovo piano per una mobilità sostenibile:

  • Saranno costruite piste ciclabili separate su TUTTE le strade principali
  • Ci saranno 100 km di piste particolarmente ampie, con priorità sul resto del traffico, pensate per coprire velocemente grandi distanze
  • Sono previsti 100mila nuovi parcheggi per bici
  • Saranno messi in sicurezza almeno 30 incroci all’anno, iniziando da quelli che maggiormente vedono incidenti per i ciclisti
  • I poliziotti si muoveranno anche in bici, in tutti i quartieri
  • I trasporti pubblici saranno potenziati, specialmente nelle periferie e nei collegamenti fra periferia e centro
  • Gli autobus saranno a emissioni zero entro il 2030
  • Sarà garantita migliore accessibilità alle stazioni del trasporto pubblico per le persone a mobilità ridotta
  • I biglietti per il trasporto pubblico saranno scontati su base reddittuale


Immagine di copertina:
fotomontaggio di Armando Tondo – 2018

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Imprenditori: cosa fare per combattere la stretta del credito autunnale

Lun, 09/10/2018 - 02:50

Potrebbe diventare l’inno ufficiale degli imprenditori che hanno rapporti problematici, ma non ancora compromessi, con gli istituti di credito.

Perché il rientro dalle vacanze si presenterà davvero senza quel metaforico “sole” rappresentato dal rubinetto del credito che, dopo 10 anni di sistematica e costante contrazione e contrariamente alle dichiarazioni propagandistiche degli ultimi tempi, non ha sicuramente ripreso ad erogare finanza alle piccole-medie imprese che rappresentano il 90% del tessuto produttivo del nostro paese.

I segnali sono inequivocabili: numerose segnalazioni da parte di piccoli imprenditori meravigliati dal sollecito ricevuto dalle banche per la restituzione di quanto ottenuto in prestito.

Le banche hanno problemi di bilancio evidenti: non riescono più a fare (eticamente) fatturato e la riduzione dei costi (personale, logistica, Npl) ha raggiunto livelli ben difficilmente superabili.

La disciplina di Basilea sull’esercizio del credito impone inoltre obblighi di accantonamenti per sostenere la probabilità di default della aziende affidate e tutelare quindi il risparmio.
E l’ accantonamento è un costo.

Le banche, per tutelarsi, cercano quindi di ridurre il rischio nei confronti dell’azienda affidata, cioè chiedono alla stessa la restituzione dei soldi che non ha (la crisi ha colpito tutti).

Si apre quella fase definita ‘pre-contenzioso‘, una subdola formula che si manifesta con le muscolari minacce dei funzionari di banca che promettono di girare la pratica all’ufficio contenzioso, nel caso non si rientri immediatamente dalla scopertura, per le successive azioni giudiziarie di recupero.

E’ puro terrorismo psicologico. Le banche non hanno alcun interesse a ‘girare’, per i previsti maggiori accantonamenti, le posizioni a ‘contenzioso’ e tentano quindi dapprima di recuperare dalla azienda quanto più possibile. O, quanto meno, tentano di ‘fortificare’ una posizione che molto spesso, per effetto di tutte le irregolarità commesse (non solo usura e anatocismo), è più debole di quanto si possa immaginare.

Nel momento in cui hanno deciso di ‘disimpegnarsi’ dalla gran parte dei rapporti bancari con rating costosi (in termini di accantonamenti) , gli istituti di credito cercano in ogni modo di ottenere la regolarizzazione formale delle singole posizioni prima di formalizzare il contenzioso (lettera di revoca dagli affidamenti e messa in mora) e di attivare le garanzie (fideiussioni), cioè di richiedere i soldi ai garanti – se l’azienda non ha liquidità – con la possibilità di agire sui beni immobili degli stessi.

Quest’opera è svolta in maniera surrettizia e talvolta scorretta, perché ‘camuffata’ attraverso:

a) offerta di un piano di rientro con una clausola che «manleva le banche da ogni responsabilità in merito alla concessione del finanziamento e che determina, da parte del debitore, il riconoscimento del saldo» e quindi una ‘blindatura’ di fronte al diritto di contestarlo successivamente;
b) concessione di un finanziamento (a tre-cinque anni) che non costituisce nuova finanza per l’azienda, ma serve solo a eliminare la pregressa esposizione di conto corrente (anche in questo caso il nuovo contratto presenta la clausola di cui sopra).
Questa pratica rappresenta, come dicevamo, l’estremo tentativo, ancorché tardivo, per la ‘sistemazione’ dei vecchi affidamenti delle cui irregolarità il debitore non ha consapevolezza.
Gli inviti, in questa fase apparentemente concilianti, sottendono la volontà di impedire che l’azienda possa, anche giudizialmente, sollevare eccezioni di sorta.

Cosa fare?
Ai primi ‘segnali’ di approccio inflessibile, occorre “anticipare” la banca e contrastare il descritto comportamento avviando, nella tutela dei propri diritti, una preventiva azione giudiziaria al fine di proporre tutte le questioni giuridiche che l’istituto di credito avrebbe voluto, surrettiziamente, evitare e quindi trasformando una criticità evidente in una seria opportunità per resistere a istanze tanto pressanti quanto vessatorie. Acquisire tale consapevolezza conferisce al debitore il potere contrattuale necessario per trattare da pari a pari con la banca invertendo in tal modo il rapporto di forza che per decenni l’ha vista come «contraente debole».
Questa consapevolezza necessita pero’ di coraggio, di tempismo e di attenzione da parte chi deve decidere il suo futuro.

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Trump spazza via Obama: Usa a carbone

Lun, 09/10/2018 - 02:46

È stata una delle promesse di Donald Trump e il presidente statunitense vorrebbe che diventi presto legge: più carbone, meno rinnovabili, meno costi per le aziende, più inquinamento.
Entro la fine dell’anno l’Affordable Clean Energy di Trump dovrebbe prendere il posto del Clean Power Plan, varato da Barack Obama nel 2015. Un provvedimento che consentirà ai vari Stati americani indipendenza e flessibilità sulle regole di emissioni per aziende e centrali elettriche, favorendo così il ritorno agli idrocarburi.
L’Epa, l’agenzia per la protezione dell’ambiente, ha infatti predisposto un disegno di legge per cancellare il Clean Power Plan, che avrebbe dovuto limitare le emissioni di gas serra prodotte dalle centrali a carbone, e mai entrato in vigore perché nel 2016 la Corte Suprema lo aveva fermato temporaneamente per le critiche di alcuni Stati federali (principalmente quelli produttori di carbone ) che avevano come obiettivo quello di bloccare la norma.

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Che fine hanno fatto le Solar Roof di Tesla?

Dom, 09/09/2018 - 04:50

Solar Roof, tetto solare o meglio “tegole solari”, in grado di catturare i raggi del Sole e trasformarli in energia elettrica rinnovabile.
Presentate per la prima volta nell’ottobre del 2016, in Italia pare non siano ancora disponibili: dovevano arrivare nei primi mesi del 2018 ma il sito internet di Tesla consente ancora solo una “prenotazione” pagando 930 euro.
Negli Stati Uniti sono in vendita da maggio 2017.
Le tegole solari hanno la stessa forma e la stessa dimensione di quelle utilizzate per i tetti delle case, con la particolarità di integrare un pannello fotovoltaico al loro interno. Vengono poi ricoperte da uno speciale materiale vetroso che protegge il pannello solare dalle intemperie e lo rende praticamente indistruttibile.
Elon Musk è stato il primo imprenditore al mondo a crederci veramente e a iniziare una produzione di massa. Le tegole solari sono adatte per un tetto inclinato dai 14 ai 90 gradi e sono predisposte per essere collegate a Powerwall, le batterie per le abitazioni prodotte sempre da Tesla.
Montano celle solari Panasonic garantite 30 anni e proprio sui 30 anni si gioca la convenienza (o la non convenienza) di un tetto solare rispetto a un tetto normale con installato un impianto fotovoltaico tradizionale.
Da Qualenergia.it: “Il problema è l’elevato investimento iniziale: per sostituire un tetto di circa 2.000 piedi quadrati (185 metri) di una casa nello Stato di New York, con un solar roof costituito dal 40% di tegole “attive”, esempio fatto da Bloomberg, bisogna sborsare circa 50.000 dollari.
Certo, la spesa si ripagherà totalmente, secondo il calcolatore web di Tesla, perché il valore dell’energia generata in 30 anni – grazie anche all’utilizzo di una batteria – sarà superiore (64.000 $) al costo di partenza, ma il tempo di ritorno dell’investimento può essere troppo lungo per molti potenziali clienti.
Ancora più critiche sono le valutazioni del blog Pick my solar, secondo cui il tetto solare di Tesla è ben più costoso di una copertura tradizionale abbinata a un impianto FV da 6 kW: 52.300 $ per un solar roof di circa 185 metri quadrati in California, contro circa 26.000 $ per una soluzione standard più i pannelli.”
L’idea è che le tegole fotovoltaiche chiudano cerchio dell’indipendenza energetica: loro producono energia, accumulata dalla Powerball e consumata dalla casa e dall’auto elettrica.

Perché nessuno dice quanta energia producono?

Fonti:

http://www.qualenergia.it/articoli/20170515-prezzi-e-promesse-del-solar-roof-di-tesla-le-prime-valutazioni

https://www.tesla.com/it_IT/solarroof

Qui il brevetto delle Solar Roof

https://pro.hwupgrade.it/news/scienza-tecnologia/piu-dettagli-sulle-tegole-solar-roof-di-tesla-ecco-perche-sono-belle-e-funzionano_75802.html

Immagine di copertina: fotomontaggio di Armando Tondo, luglio 2018

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Qui Everest: abbiamo un problema con la cacca!

Dom, 09/09/2018 - 02:41

La quantità di escrementi lasciata dagli alpinisti è eccessiva. Ma c’è chi ha trovato una soluzione.
Non è la prima volta che si parla dei rifiuti lasciati dietro di sé da coloro che si avventurano alla conquista della vetta dell’Everest. Si tratta, ogni anno, di un esercito di circa 1.200 persone che sfidano le temperature rigidissime, il mal di montagna, il disorientamento, la fatica… Solo la metà di essi riesce a coronare il sogno. Rifiuti, si diceva; in particolare, quelli umani. Nel tempo impiegato per raggiungere la meta (in media, circa 2 mesi) si stima che ogni alpinista produca circa 27 kg di escrementi.

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L’inquinamento uccide il doppio!

Sab, 09/08/2018 - 02:53

L’inquinamento potrebbe essere un problema grosso il doppio di quello che pensiamo per la nostra salute. Uno studio internazionale pubblicato sulla rivista americana Pnas, dell’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti d’America, ha rivisto al rialzo le cifre che associano le morti per varie malattie all’inquinamento atmosferico.

Allo studio hanno lavorato oltre 50 scienziati provenienti da tutto il mondo, che hanno messo in relazione la misura diretta delle concentrazioni delle polveri sottili in determinati luoghi studiando gruppi di popolazioni esposte con i dati legati all’incidenza di determinate malattie come ischemie, ictus, tumori, infezioni polmonari, malattie ostruttive… Rispetto ai modelli predittivi usati in precedenza, da questo studio sui dati diretti emerge una correlazione molto più forte tra inquinamento e malattie. Con questo sistema di calcolo, sarebbero quasi 9 milioni i morti all’anno imputabili all’inquinamento atmosferico. Lo studio confermerebbe anche il ruolo negativo dell’inquinamento anche su malattie neurodegenerative e sul diabete, malattie che più studi stanno iniziando ad associare anche ai fattori di inquinamento ambientale.

Il Corriere della Sera riporta i commenti allo studio da parte di Francesco Forastiere dell’Oms: «Lo studio indica un aumento del 120% delle morti evitabili che si possono attribuire all’inquinamento dell’aria, ponendo questo fattore di rischio ai vertici delle cause di morte nel mondo, poco al di sotto di quelle dovute alle malattie di origine alimentare e decisamente superiore al fumo (6,3 milioni di morti all’anno). Ma soprattutto suggerisce alle autorità sanitarie che la riduzione dei livelli di inquinamento fa risparmiare vite in maniera ancora più significativa di quanto si pensasse prima» commenta Forastiere.

Ridurre l’inquinamento quindi potrebbe in fondo portare ad un risparmio di vite e, se si vuole pensare al brutale dato economico, a popolazioni più sane che non hanno bisogno di essere curate a spese dei sistemi sanitari.

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Costa: cambiare norma sugli inceneritori per puntare sul riciclo

Sab, 09/08/2018 - 02:39

Metter mano alla norma sugli inceneritori per inaugurare un nuovo percorso che punti su differenziata e riciclo piuttosto che sulla combustione. Questo quanto anticipato ieri dal ministro dell’Ambiente Sergio Costa al termine del Consiglio dei Ministri. La proposta arriva dopo l’impugnazione da parte dello stesso Costa della legge della Regione Marche n. 22 del giugno 2018.

In realtà il provvedimento in questione va esattamente nella direzione “no inceneritori”: la legge vieta, infatti, la combustione dei rifiuti e del CCS sul territorio marchigiano (ad eccezione del biometano), bloccando di conseguenza la realizzazione del nuovo termovalorizzatore voluto dal precedente governo.
Qual è il problema? Come sempre la diatriba tra competenze statali e regionali.

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Premio CerviaAmbiente 2018 a Donatella Bianchi e Jacopo Fo

Ven, 09/07/2018 - 10:23

C’è anche un po’ di People for Planet nell’edizione 2018 del Premio CerviaAmbiente, che verrà consegnato sabato 8 settembre nel centro storico di Cervia, dalle 10 alle 13.
E’ stato istituito nel 1973 in favore di studiosi, ricercatori, personalità, città e istituzioni scientifiche che si sono distinte nel campo della tutela ambientale. Negli anni è stato assegnato a personaggi del calibro di Jacques Yves Cousteau (l’esploratore), Konrad Lorenz (Premio Nobel per la medicina e la fisiologia) e Barry Commoner (biologo).
Il premio CerviaAmbiente 2018 va a Donatella Bianchi, scrittrice, conduttrice televisiva (LineaBlu su Rai1) e presidente di Wwf Italia dal 2014, per il suo impegno nel diffondere le tematiche della cultura marinara e della protezione della biodiversità.
Il Riconoscimento CerviaAmbiente 2018 va invece al nostro Direttore Creativo Jacopo Fo, per il suo impegno nel campo dell’ecologia e del risparmio energetico, per aver creato con Michele Dotti e Fabio Roggiolani Ecofuturo, il Festival delle ecotecnologie e dell’autocostruzione, e per aver fondato il magazine online People for Planet.
“Con la sua Libera Università di Alcatraz diffonde la cultura della pace, dell’arte e dell’ecologia in vari settori” scrive RavennaToday.it.

Abbiamo chiamato Jacopo Fo per una dichiarazione: “E’ la prima volta che mi danno un premio, sono contento e anche un po’ preoccupato. Grazie mille e complimenti a Donatella!

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Celiachia: cambiano i rimborsi statali sui prodotti gluten-free

Ven, 09/07/2018 - 04:21

Nuova divisione delle fasce di età e differenze tra uomini e donne: sono questi, in sintesi, i principali cambiamenti contenuti nel nuovo decreto del Ministro della Salute sulla celiachia, “Limiti massimi di spesa per l’erogazione dei prodotti senza glutine“.

Modalità uniformi su tutto il territorio nazionale

Pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo scorso 28 agosto il nuovo decreto, a firma del Ministro Giulia Grillo, abroga quello del 4 maggio 2006 e riguarda l’erogazione gratuita di prodotti alimentari per celiaci, ovvero i limiti di spesa mensili a carico dello Stato cui hanno diritto le persone che soffrono di celiachia per l’acquisto di cibi privi di glutine. “È opportuno – si legge nel decreto – rendere uniformi le modalità di erogazione degli alimenti senza glutine specificamente formulati per celiaci al fine di garantire i livelli essenziali di assistenza su tutto il territorio nazionale e di contenere i costi per il Servizio sanitario nazionale”.

Nuovi limiti di spesa 

Rispetto al decreto del 2006 la normativa attuale inserisce una diversa divisione per fasce di età e una differente ripartizione nei limiti di spesa per uomini e donne. La differenza più marcata riguarda i tetti di spesa, più elevati per i minori e più bassi per adulti e in particolare per gli anziani con più di 60 anni: per la popolazione di questa fascia d’età, infatti, i rimborsi a carico dello Stato arrivano fino quasi a dimezzarsi, passando dai 140 euro mensili previsti dal decreto del 2006 agli 89 euro per gli uomini e a 75 euro per le donne.

Obiettivo: dieta varia ed equilibrata

Nel decreto si precisa che le persone con celiachia devono seguire una dieta varia ed equilibrata “con un apporto energetico giornaliero da carboidrati stimabile in almeno il 55%, che deve derivare anche da alimenti naturalmente privi di glutine provenienti da riso, mais, patate e legumi come fonte di carboidrati complessi, per cui la quota da soddisfare con alimenti senza glutine di base (pane, pasta e farina) è stimabile nel 35% dell’apporto energetico totale”. Il supporto economico previsto dal decreto servirebbe proprio per aiutare i celiaci a condurre un’alimentazione sana.

L’aggiornamento del Registro nazionale degli alimenti senza glutine

Entro sei mesi dall’entrata in vigore del decreto, si legge tra le norme transitorie, verrà aggiornato il Registro nazionale degli alimenti senza glutine e successivamente, entro tre mesi dagli aggiornamenti, le Regioni dovranno provvedere ad adeguare le modalità di erogazione degli alimenti privi di glutine così come indicato nel decreto.

Il twitter del ministro Grillo

Il 30 agosto, all’indomani della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto, il ministro della Salute ha voluto precisare su Twitter che, sebbene porti la sua firma, “il decreto era stato deciso e deliberato dal precedente Governo e ha avuto l’ok dalla Stato-Regioni prima del mio insediamento”. Ha quindi concluso il cinguettio scrivendo di aver “avviato una verifica per valutare eventuali modifiche così da non penalizzare i cittadini”.

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Lego, la svolta green

Ven, 09/07/2018 - 02:57

Anche il mattoncino dice addio alla plastica. L’azienda danese Lego ha annunciato il cambio di marcia green che, nelle intenzioni, avverrà entro il 2030 con l’uso di materiale riciclabile per le costruzioni giocattolo così come per il packaging.
Anzi, le confezioni ecosostenibili arriveranno anche prima. Per realizzare l’impegno preso, Lego ha assunto un centinaio di esperti e investito circa 130 milioni di euro per individuare un nuovo materiale (finora ne ha studiati 200) che sia all’altezza delle aspettative.

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Venezia, nel Green Drop Award la terra del vulcano Laki

Ven, 09/07/2018 - 02:32

Arriva direttamente dal vulcano islandese Laki la terra che quest’anno è inserita nel trofeo del Green Drop Award, il premio assegnato al film più ecologista tra le pellicole in concorso alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Promotrice dell’iniziativa, la Ong Green Cross Italia, filiale del network fondato da Mikhail Gorbaciov, che per la settima volta sbarca al Lido per testimoniare il ruolo fondamentale del cinema per la difesa dell’ambiente. La cerimonia di premiazione è in programma il 7 settembre.

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Andiamo a vivere tutti insieme? Il Cohousing (VIDEO)

Ven, 09/07/2018 - 02:23

Casa del Cuculo è il nome di una casa che si trova sulle colline romagnole, tra Forlì e Cesena. E’ abitata da tre famiglie che condividono pasti, aree comuni e tutte le attività della struttura (che è anche una cooperativa).

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Link di approfondimento: http://www.casadelcuculo.org/

Video di Martina De Polo e Francesco Saverio Valentino

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I personaggi delle fiabe Disney nel mondo reale

Gio, 09/06/2018 - 08:44

“Ho pensato di togliere le principesse Disney dai loro paesaggi fiabeschi per catapultarle nel contesto urbano. Mi piace portare qualcosa fuori dal proprio elemento e metterlo in un ambiente diametralmente opposto al solito, per dargli un nuovo significato”.
Così Jeff Hong, disegnatore di storyboard, spiega com’è nato il progetto Unhappily ever after (E vissero infelici per sempre).

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Binge drinking: ubriacarsi alla velocità della luce fa male

Gio, 09/06/2018 - 02:40

Sebbene tra i ragazzi sia in diminuzione il consumo giornaliero di alcol, l’assunzione di bevande alcoliche fuori dai pasti risulta in crescita e sale la percentuale di giovani che beve alcol in modo smodato fino a ubriacarsi, fenomeno noto come binge drinking.

Diminuisce il consumo giornaliero di alcol, ma aumenta quello fuori dai pasti e il ricorso alla pratica del binge drinking, pratica pericolosa per la salute che consiste nell’assunzione smodata di alcolici finalizzata al rapido raggiungimento dell’ubriachezza. Il tema “alcol e giovani” nel nostro Paese può essere visto attualmente come una medaglia con due facce molto diverse tra loro, che da un lato presenta un dato positivo, ovvero la diminuzione del consumo giornaliero, mentre sull’altro riporta ben due dati negativi: l’aumento del consumo di bevande alcoliche al di fuori dei pasti e la crescita della pericolosa pratica del binge drinking. I dati arrivano dal Report 2016 sul Consumo di alcol in Italia dell’Istat, l’Istituto nazionale di statistica.

Giovani e adolescenti: eccessi frequenti

In particolare, dal Report emerge che il consumo di alcolici tra gli adolescenti – sia quello giornaliero (peraltro molto contenuto), sia quello occasionale (seppure con un andamento oscillante negli ultimi anni) – è diminuito sensibilmente, passando dal 29% al 20,4%, sebbene nel consumo di alcol le fasce d’età a eccedere più frequentemente sia proprio quella degli adolescenti di 11-17 anni (22,9% maschi e 17,9% femmine) seguita da quella dei giovani di 18-24 anni (22,8% maschi e 12,2% femmine), preceduta solo dagli ultrasessantacinquenni (36,2% uomini e 8,3% donne).

Alcolici fuori pasto: consumo massimo intorno ai 29 anni

L’abitudine di assumere bevande alcoliche fuori pasto frequentemente (ovvero almeno una volta a settimana) riguarda soprattutto i giovani di 18-34 anni, con un’incidenza fra i ragazzi più che doppia rispetto alle ragazze. In particolare considerando l’andamento per età, la quota di consumo almeno settimanale di alcol fuori pasto sale fino al raggiungimento della fascia di età 25-29 anni, per poi scendere progressivamente nelle classi di età immediatamente successive.

Il binge drinking

Secondo i nuovi Livelli di Assunzione di Riferimento di Nutrienti (LARN), si parla di binge drinking quando si assumono oltre 6 unità alcoliche (UA) in un’unica occasione. Una unità alcolica corrisponde a circa 12 grammi di etanolo, che sono contenuti in un bicchiere piccolo (125 ml) di vino a media gradazione, in una lattina o bottiglia di birra (330 ml) di media gradazione o in una dose da bar (40 ml) di superalcolico. La popolazione giovane di 18-24 anni, rileva l’Istat, è quella più a rischio per il binge drinking, frequente soprattutto durante momenti di socializzazione, come dichiara il 17% dei ragazzi (21,8% dei maschi e 11,7% delle femmine), e in particolare tra i 16 e 17 anni questa pratica raggiunge livelli superiori a quelli medi della popolazione.

Il luoghi del binge drinking

Il Rapporto 2016 dell’Istat ha anche indagato quali sono i luoghi in cui più spesso i giovani si lasciano andare al binge drinking: per adolescenti e giovani fino a 24 anni i posti preferiti risultano essere le discoteche e, in generale, i locali “night”, mentre le persone un po’ più grandi (24-44 anni) mostrano di preferire i bar, i pub o le birrerie. Per quanto riguarda il luogo in cui è avvenuto più frequentemente l’ultimo episodio di binge drinking, nell’ordine si trovano: casa di amici o parenti (39,3%); bar, pub o birreria (29,4%); ristorante, pizzeria, osteria (27,5%); casa propria (25,1%); discoteca/night (13,0%); all’aperto o in strada (5,3%) e altri luoghi (2,7%), come ad esempio posti di degustazione o vinoforum .

Chi va in discoteca consuma più alcol

Alcuni comportamenti non moderati nel consumo di alcolici risultano più diffusi tra chi frequenta abitualmente (più di 12 volte nell’anno) discoteche e luoghi in cui si balla. “Pur non potendo affermare che il consumo di bevande alcoliche avviene necessariamente nel momento in cui ci si trova in discoteca o in altri luoghi in cui si balla – si legge nel Rapporto Istat – si osserva che alla frequentazione assidua di questi luoghi nel tempo libero (12 o più volte all’anno) si associa un’abitudine maggiore al bere in modo non moderato”. E il fenomeno riguarda soprattutto i giovani e gli adulti fino a 44 anni. In particolare, poi, “tra i giovani di 18-24 anni di sesso maschile che vanno abitualmente in discoteca, il 38,4% ha l’abitudine al binge drinking (contro il 10% di quelli che non ci vanno) e il 24,4% delle donne (contro il 3,2%). Anche la quota dei giovanissimi di 11-17 anni con l’abitudine al binge drinking (3,5%) sale tra chi frequenta le discoteche e raggiunge il 18,9% tra chi le frequenta maggiormente”.

Le bevande alcoliche preferite

Tra gli adolescenti di 11-17 anni e i giovani (fino a 44 anni) ai primi posti si trovano birra e aperitivi, amari e superalcolici, e all’ultimo posto il vino. Ma sono forti le differenze di genere: gli uomini scelgono soprattutto la birra, le giovani fino a 24 anni invece aperitivi, amari e super alcolici.

L’esempio dei genitori conta

Il consumo non moderato di alcol dei genitori influenza il comportamento dei figli: ha infatti abitudini alcoliche non moderate il 30,5% degli 11- 24enni che vivono in famiglie dove almeno un genitore ha un consumo di alcol eccedente, mentre la percentuale scende al 16,2% tra i giovani con genitori che non bevono o bevono in maniera moderata.

Indispensabili monitoraggio e prevenzione

Nonostante alcuni segnali positivi come la diminuzione del consumo giornaliero di alcol tra i giovani, “si osservano ormai da tempo modalità di consumo rischiose per la salute che vanno monitorate – si legge nel documento elaborato dall’istituto superiore di sanità in base ai dati Istat in occasione dell’Alcohol prevention day 2017. “L’attenzione va posta specialmente su consumo di alcol in età precoce, consumo occasionale e al di fuori dai pasti e consumo quotidiano non moderato e binge drinking”. Tra le strategie che dovranno essere poste in atto nel futuro per ridurre il consumo di alcolici, conclude il documento, “è necessario monitorare il comportamento di gruppi specifici di popolazione più a rischio, come i giovani”, e “informarli ed educarli a un consumo moderato non legato alle mode, superando l’ignoranza e i falsi miti legati alla socializzazione e al successo. Senza dimenticare di puntare sulla prevenzione a partire dalla famiglia, “perché molti comportamenti scorretti vengono appresi anche tra le mura domestiche”.

Immagine di copertina: fotomontaggio di Armando Tondo, luglio 2018

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