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Aggiornato: 1 ora 37 min fa

Sarri o Guardiola? Sull’allenatore della Juve si gioca la sfida del giornalismo

Mar, 06/04/2019 - 04:43

Comunque vada, sarà un film. O, secondo alcuni, anche un’inchiesta della magistratura. E’ incredibile tutto quel che si è scatenato giornalisticamente sul futuro allenatore della Juventus. Con una spaccatura profonda tra i media tradizionali – giornali e tv nazionali – che hanno da sempre accreditato Maurizio Sarri come successore di Massimiliano Allegri. E quelli che potremmo definire i nuovi media. In sostanza un giornalista molto informato sulla Juventus, Luca Fausto Momblano, ma anche un’agenzia di stampa tradizionale: l’Agi. E non solo.

Perché ad aprire le danze è stato un giornalista di Radio Sportiva, Federico Gennarelli, che ha annunciato il futuro arrivo in bianconero dell’uomo che ha reso grande il Barcellona. Il giorno dopo, il colpo definitivo lo ha assestato l’Agi con una notizia secca datata 23 maggio: Pep Guardiola sarà il prossimo allenatore della Juventus. Sarà annunciato il 4 giugno. E presentato allo Stadium venerdì 14. Evidentemente alla Juve non sono superstiziosi: di venere e di marte non si sposa e non si parte.

Da quel momento, le strade si sono biforcate. Sui giornali e in tv, i soliti esperti di calciomercato hanno raccontato la marcia di avvicinamento di Maurizio Sarri alla Juventus. Senza mai prendere in considerazione l’ipotesi Guardiola. Sui social, invece, soprattutto su Twitter, ha imperversato Momblano (e non solo) che ha fornito non pochi dettagli sul corteggiamento e sulla trattativa. Con tanto di coinvolgimento della signora Guardiola.

La conseguenza – e qui saremmo all’aspetto giudiziario – è stato l’incredibile saliscendi del titolo Juventus in Borsa, che è cresciuto anche del 5% in una giornata. Italo Cucci sul Corriere dello Sport ha scritto: “Qualcuno dovrà pagare”.

A nulla sono valse le smentite di Paratici – uomo mercato della Juventus. Sui social – che qui non intendiamo sminuire – è stato definito poco credibile. La conferenza di addio di Allegri ha fornito indizi buoni per entrambi gli schieramenti: si è presentato rapato a zero alla Guardiola, ma allo stesso tempo ha lanciato una frecciata a Sarri.

Guardiola andrebbe via dal City perché il club sarebbe squalificato dalla Champions per irregolarità finanziarie.

Ovviamente noi non sappiamo come andrà a finire. Ma sappiamo che se alla Juventus dovesse finire Guardiola. sarebbe l’anno zero del giornalismo. La Waterloo del giornalismo tradizionale. Tutto sarebbe messo in discussione.

Se invece il successore di Allegri dovesse essere Sarri, a parte la figuraccia dell’Agi, sarebbe una mazzata per quelli che vengono definiti il webbe, da sempre considerati inattendibili e poco professionali.

La panchina della Juventus non sembra essere l’aspetto più importante in questa vicenda.

Immagine copertina: Armando Tondo

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Tre giorni di vacanza in più a chi non prende l’aereo

Lun, 06/03/2019 - 21:30

Un’impresa di Berlino regala ai dipendenti riposo aggiuntivo, a condizione che per un anno non prenotino voli: «Così insegniamo a proteggere il clima». La nuova frontiera del turismo ecologico si chiama «flight shame»

Tre giorni di vacanza in più fanno comodo a tutti. Da attaccare al «viaggione» estivo dall’altra parte del mondo, o da spendere per rilassarsi dopo un periodo di stress. A insistere per mandare i dipendenti in ferie tre giorni in più di quel che prevede il loro contratto è una piccola azienda di Berlino, la WeiberWirtschaft, che ha deciso di concedere ai lavoratori un bonus-riposo, ma a una condizione. Che i vacanzieri, per un anno, non prendano mai l’aereo. «Ci sono tanti altri mezzi per spostarsi – dicono -, a cominciare dal treno. Si può fare».

La proposta, propagandata anche sul sito, vuole essere di incentivo per i dipendenti a cambiare mentalità: «Vogliamo promuovere opzioni di viaggio più rispettose del clima», ha dichiarato Katja von der Bey, direttrice della cooperativa tutta al femminile, una start-up che sostiene progetti di impresa. L’effetto Greta Thunberg, la rivoluzionaria adolescente svedese che ha scatenato le proteste dei giovani in difesa dell’ambiente in tutto il mondo, inizia a fare capolino nella società civile. Anche se, va detto, le istanze ambientaliste, nella Germania che ha appena portato i Verdi al 20% alle europee, incoronandoli come secondo partito più votato dietro la coalizione di Merkel Cdu-Csu, sono da tempo sentite. A Berlino, i Die Grünen hanno trionfato, diventando addirittura il primo partito. La nuova frontiera dell’ecologismo, dunque, quella dei viaggi a minor impatto ambientale, mettendo al bando gli aerei, passa anche da qui.

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10 cose che (forse) non sai sui tuoi piedi

Lun, 06/03/2019 - 19:00

I piedi sono un’esclusiva di noi umani? Come hanno dato origine a un’unità di misura? Perché per alcune persone sono un richiamo erotico? E, soprattutto, perché puzzano?

Con il suo grande tallone, le dita corte e l’arco lungo e rigido, il nostro piede umano è un tratto distintivo della specie umana perché ha permesso la locomozione su due gambe. I piedi ci hanno reso grandi camminatori su lunghe distanze mentre i nostri arti superiori erano liberi di creare e usare strumenti, incluse le armi. Insomma, se siamo diventati gli animali dominanti della Terra, è anche per merito dei nostri piedi. E non è l’unica curiosità…

1. PIEDI COMPLICATI: I NUMERI. I piedi possono sembrare semplici, ma in realtà sono piuttosto complessi visti da una prospettiva anatomica. il nostro piede ha 26 ossa, 33 articolazioni, 19 muscoli e 107 legamenti.

2. I PIEDI DEI BAMBINI.L’arco nel piede non si sviluppa fino a quando non compiamo 2 o 3 anni; fino a quell’età in quella zona i bambini hanno semplicemente grasso (che è ciò che rende i loro piedi paffuti).

3. PIEDI BESTIALI. Noi umani non siamo gli unici ad avere i piedi. Si tratta di una caratteristica condiviso con altre specie animali. Il primo “piede” potrebbe essere appartenuto addirittura a un mollusco, visto che i  molluschi sono in giro da circa 540 milioni di anni e molte specie hanno parti inferiori simili ai piedi, che permettono loro di muoversi.

4. PIEDI BESTIALI/2. Tra i vertebrati terrestri, tutti abbiamo ereditato lo stesso corredo-base di ossa dei piedi, dai primi vertebrati a quattro zampe (o tetrapodi). La forma e la posizione di queste ossa si sono diversificate con l’evoluzione delle diverse posture del piede. Così possiamo distinguere tra plantigradi (piede intero a terra, come umani e topi), digitigradi (solo dita a terra, come cani e gatti) e unguligradi (solo le ultime falangi a terra, come cavalli e giraffe).

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Presto un’eco birra tutta italiana

Lun, 06/03/2019 - 15:30

La coltivazione iproponica produce il quadruplo e dimezza il consumo di acqua. Due raccolti raccolti all’anno. Da una startup di Terracina

La birra del futuro avrà meno impatto ambientale e sarà più redditizia per i coltivatori che forniscono l’ingrediente numero 1: il luppolo. E soprattutto parlerà italiano, mentre ora il 97% del luppolo utilizzato dai birrifici nazionali è importato. Con acquisti concentrati su tre varietà Usa e una tedesca per un valore complessivo stimato a 300 milioni di euro l’anno. A Terracina, nel basso Lazio, una startup di giovani – nel team un laureato in ingegneria e un ricercatore in agraria  – ha avviato una coltura sperimentale idroponica (fuori suolo) di luppolo. “Una coltura che non richiede terra perché – come spiega il ceo di Idroluppolo, Alessio Saccocciola pianta cresce quattro volte di più nel suo substrato e ci permette di produrre quattro volte di più, dimezzando il consumo di acqua. I raccolti inoltre sono due l’anno, assicurando maggiore redditività anche alla filiera agricola. E l’uso delle serre consente di mettere da parte gran parte dei timori per il maltempo”.

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4 semplici regole finanziarie

Lun, 06/03/2019 - 15:00

Se vi fate un giro per il web troverete milioni di meme motivazionali e frasi fatte da mental coach che potremmo sintetizzare in: “dimenticati il passato, conta solo il futuro”. È una sorta di mantra della nostra nuova epoca. A conti fatti ci stiamo quasi riuscendo.

Eppure, se essere proiettati in avanti è una buona abitudine per progredire, cancellare ciò che c’era di buono ci rende più poveri. Poveri economicamente perché poveri di conoscenze pratiche e saggezza tipica di chi ha vissuto di niente, di guerra, di fame. Quelli che non avevano nessuna forma di assistenzialismo a supporto e quindi a sé dovevano pensare da soli.

Così, era facile vedere una massaia, che al massimo aveva fatto le elementari, mettere da parte i pochi soldi che racimolava il marito per una progettualità ben organizzata in barattoli di vetro: corredo figlia e fortezza (eventuali malattie o eventi tragici).

È paradossale ma quella donna aveva una consapevolezza finanziaria molto più solida rispetto a quella che oggi appartiene a gran parte degli italiani. Gran parte degli italiani non ha idea di come gestire il proprio reddito, soddisfare i consumi e mettere da parte dei risparmi. Come si fa se di finanza non ne capisci nulla? Nemmeno ci si prova, è troppo difficile.

Nel mio ultimo articolo su queste pagine vi ho parlato di consapevolezza finanziaria, contrapponendola all’educazione finanziaria. Bene, se c’è una cosa che dobbiamo recuperare da quel passato è la consapevolezza finanziaria, non l’educazione. Se su una determinata materia siamo in ritardo non possiamo cimentarci a capofitto sui concetti più complessi di essa perché potremmo non cavarne niente. Per questo stesso motivo, vi ho detto «chi vuole introdurvi nel mondo della finanza, attraverso il proprio linguaggio incomprensibile, lo fa solo dedito a un’operazione simpatia!», non vogliono educarvi, ma tenervi così all’oscuro. Chi è ignorante è facilmente manipolabile, quindi svegliamoci. Allo stesso tempo, ponevo, e pongo, una smisurata fiducia nel cammino della consapevolezza, la consapevolezza finanziaria. Se vogliamo avvicinarci a qualcosa dobbiamo partire dal semplice. Non abbiamo più alibi e siamo corresponsabili se non reagiamo per iniziare un percorso di consapevolezza.

Ho deciso, allora, di accompagnarvi io stesso al semplice in materia di economia. Ho deciso di fornirvi quattro regole macroeconomiche e sarei davvero felice di avere, al netto dei soliti inutili commenti dei leoni da tastiera (che non leggo neppure),  un vostro feedback una volta letto l’articolo. «Vincenzo, è tutto molto chiaro», «non abbiamo capito nulla», qualsiasi cosa mi aiuterebbe a capire, a confermare la tesi che possiamo rimediare, in parte, all’arretramento del Paese sul tema, oppure a cercare ancora altre strade.

Vi dicevo, partiamo da quattro formule.

La prima: R = C + Rs

In questa equazione c’è tutta la vostra capacità decisionale in merito alle problematiche finanziare, o almeno qui dovrebbe essere. Le famiglie ottengono un reddito (R) che in parte viene utilizzato per l’acquisto di beni e servizi, cioè i consumi (C), e in parte accantonato a scopo prudenziale come risparmio (Rs). In pratica quello che guadagniamo (R) lo spendiamo per le nostre esigenze (C) oppure lo risparmiamo (Rs). Facile no? Non sempre perché la seconda formula ci ricorda che:

R < C

Capita spesso che le spese per i consumi siano effettuate prima che il reddito sia disponibile sul proprio conto. In questo caso, il reddito (R) è minore (<) delle spese per i consumi (C). Giusto?
Seguitemi: un lavoratore dipendente incassa lo stipendio il giorno 27 e non riesce ad arrivare a fine mese, nel senso che, ad esempio, dal giorno 15 ha finito tutti i suoi soldi. Che fa a quel punto, non mangia più ? Non mette più la benzina nell’auto? No! In tal caso, ricorre alle forme di credito al consumo, ovvero quei finanziamenti (tra cui la carta di credito) alle persone fisiche o alle famiglie per sostenere i consumi o rateizzare, rimandare, i pagamenti.
Il credito al consumo serve a questo, non per sostenere investimenti ma per finanziare le spese correnti delle famiglie. È una sorta di anticipo dello stipendio che deve arrivare.
Ma capita anche, per chi non ha un reddito fisso, che senza alcuna programmazione si spenda in consumi più di quanto si incassi dall’attività professionale o imprenditoriale. Ahiahiahiahi !! Forse fare un piccolo budget familiare sarebbe utile prima di piangere lacrime di coccodrillo!

Ci siete fin qui? Andiamo avanti:

Terza formula: Rs = Af + Ar (I)

Il risparmio (Rs) può avere due destinazioni, a parte il semplice deposito in banca:
1. Attività finanziarie (Af), se serve all’acquisto di azioni, obbligazioni o altri strumenti finanziari.
2. Attività reali (Ar), anche conosciute come investimenti (I), se serve all’acquisto di beni durevoli (anche detti a fecondità ripetuta, cioè che possono essere usati a più volte per soddisfare un bisogno) come case, opifici, televisori, auto, macchinari, eccetera. Ma cosa succede se non ho risparmio sufficiente per acquistare beni durevoli?

Ecco quindi l’ultima regola: I = (Rs-Af) + P

Gli investimenti (I) li potrete effettuare solo tramite prestito bancario (P).

Adesso abbiamo finito. Si tratta di quattro semplici formule. Stampate queste formule su un foglio A3, incorniciatelo e appendetelo alle pareti di casa vostra o del vostro ufficio al posto dei mantra dei mental coach.

Memorizzatele e guardatele ogni volta che dovete prendere una decisione finanziaria. Non vi servirà altro, o quasi!

Immagine: Photo by Thought Catalog on Unsplash

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Rischio cancro: in Francia vietato il più diffuso fungicida agricolo

Lun, 06/03/2019 - 12:15

L’Agenzia francese per l’alimentazione e la salute (ANSES) ha annunciato il ritiro della licenza commerciale per 76 prodotti a base di epoxiconazolo.

L’Agenzia francese per l’alimentazione, l’ambiente, la salute e la sicurezza sul lavoro (ANSES) metterà al bando uno dei più diffusi fungicida chimico utilizzato in ambito agricolo perché dannoso per il sistema endocrino umano e per l’ambiente.

L’ANSES ha annunciato che ritirerà la licenza commerciale per 76 prodotti contenenti epoxiconazolo, un principio attivo fungicida ampiamente utilizzato per proteggere colture come cereali e barbabietola da zucchero. Secondo le stime dell’Agenzia francese per l’alimentazione e la salute ogni anno vengono acquistati circa 200 tonnellate di prodotti contenenti epoxiconazole in Francia. Una lista completa dei prodotti che verranno ritirati dal mercato non è stata ancora pubblicata.

“Le conclusioni cui è arrivata l’Agenzia è che l’epoxiconazolo è un interferente endocrino per gli esseri umani e per altri organismi diversi dalle colture bersaglio – si legge in un comunicato stampa dell’ANSES – Pertanto l’epoxiconazolo rappresenta un preoccupante pericolo per gli esseri umani e per l’ambiente”.

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Navi da crocera a Venezia: dalla profezia di Banksy al comitato NO GRANDI NAVI

Lun, 06/03/2019 - 11:00

Una nave da crociera della Msc “Opera” questa mattina (domenica 2 giugno) stava arrivando alla stazione marittima di Venezia nel canale della Giudecca trascinata da un rimorchiatore quando all’improvviso – sembra per un’avaria al motore e la rottura di un cavo del traino della nave – ha perso il controllo.

Il rimorchiatore non è stato in grado di governarla e la grande nave si è scontrata la barca fluviale River Countess, che aveva a bordo 130 persone. L’imbarcazione era parcheggiata di fianco all’imbarcadero San Basilio. Secondo le prime informazioni raccolte, nell’impatto alcune persone sarebbero finite in acqua. Sul posto ambulanza, polizia, vigili del fuoco che hanno allestito un pronto soccorso sul posto: cinque i feriti non gravi, uno a bordo della Msc. La grande nave all’impatto ha suonato per dieci minuti la sirena. Il bacino era pieno di barche che si preparavano per lo sposalizio con il mare, un evento tradizionale di Venezia, che per la prima volta è stato sospeso. “Questa mattina, intorno alle 8.30, Msc Opera in manovra di avvicinamento al terminal per l’ormeggio ha avuto un problema tecnico – spiega in una nota Msc – La nave era accompagnata da due rimorchiatori e ha urtato la banchina all’altezza di San Basilio. Contestualmente si è verificata una collisione con il battello fluviale. Sono in corso tutti gli accertamenti per capire l’esatta dinamica dei fatti, la compagnia sta assicurando la massima collaborazione ed è in contatto costante con le autorità locali”.

Fonte: LAREPUBBLICA.IT

Il dibattito in Italia

BANKSY AVEVA RAGIONE SULLE NAVI A VENEZIA: 10 giorni fa il video dello street artist inglese che a Venezia propose un’istallazione contro le grandi navi. L’artista fu allontanato dalla polizia municipale, che non lo aveva riconosciuto.  Il 22 maggio sui suoi canali social l’artista inglese Banksy pubblicava un video in cui, avvolto dal cappotto e con il capo coperto da un cappello, esponeva per le strade di Venezia un’opera che oggi, dopo l’incidente della nave da crociera dell’Msc che ha speronato un battello turistico, suona come una previsione, un monito contro i rischi del traffico delle grandi navi nei canali.

Fonte: AGI.IT

L’istallazione dello street artist era composta da una serie di oli su tela che rappresentavano una grossa nave da crociera tra gondole e piccole navi. “Venice in Oil” era un’opera di denuncia contro il traffico delle navi da crociera nella laguna. Oil, sia per raccontare la tecnica con cui le tele sono state fatte, che per sensibilizzare all’uso di combustibile usato dalle grandi navi. Continua a leggere [AGI.IT]

Si riaccendo le polemiche contro il traffico delle grandi navi a Venezia, dal comitato NO GRANDI NAVI: Il traffico croceristico -cui va aggiunto quello dei traghetti per la Grecia- a Venezia è andato crescendo in maniera esponenziale, così come le dimensioni delle navi impiegate. Queste, per attraccare in Marittima -ossia in città- entrando ed uscendo dalla bocca di porto del Lido passano per ben due volte nel Bacino di San Marco e nel Canale della Giudecca, il cuore storico di Venezia a 150 metri dal Palazzo Ducale. Con i loro 300 e più metri di lunghezza, 50 di larghezza, 60 d’altezza, stazzano migliaia di tonnellate -e la tendenza è a produrre navi di dimensioni ancora maggiori perché economicamente più remunerative- sono evidentemente fuori scala rispetto la città, ma questa idiosincrasia ‘estetica’ è in realtà l’ultimo dei problemi di Venezia e della sua Laguna. Si pensi:

  • Agli effetti idrodinamici provocati dal transito delle navi (che al loro passaggio dislocano migliaia di tonnellate d’acqua) su un tessuto urbano antico, fragile e delicato e sull’ambiente lagunare;
  • Ai rischi, tendenzialmente sottovalutati, per la salute pubblica: Il traffico croceristico, infatti, costituisce a Venezia la maggior fonte di inquinamento atmosferico (dati Arpav), il tenore di zolfo del carburante usato in navigazione, ad esempio, è dell’1,5% (quello del diesel delle nostre auto è 1500 volte inferiore) durante la navigazione e, solo da poco, dello 0,1% all’ormeggio … il parlamento europeo, valutando che almeno 50000 persone/anno muoiono in Europa per l’inquinamento delle navi-, ha votato una direttiva che imporrà dal 2020 a tutte le navi il limite dello 0,5%, mentre nel Mar Baltico e nel Mare del Nord tale limite è già oggi dello 0,1%;
  • All’inquinamento elettromagnetico causato dai radar perennemente accesi;
  • A quello marino causato dalle pitture antivegetative delle carene;
  • A quello provocato dai rumori assordanti provenienti -giorno e notte- dalle navi all’ormeggio -praticamente a ridosso delle case- con vibrazioni che liquefano i leganti delle malte di case e monumenti;
  • Vi sarebbe poi il rischio, sempre negato, di incidenti (perdita di rotta, incendi, fuoriuscite di carburante);
  • Questione non da poco è, poi, l’impatto turistico. Venezia sta, di fatto, venendo trasformata (se già la metamorfosi non si è conclusa) in un parco tematico … e se il turismo è ricchezza -come sostengono in molti- non si capisce come mai la città, in quanto tale, si stia spegnendo. Visita il sito ufficiale: http://www.nograndinavi.it

VENEZIA ABBANDONATA DAI VENEZIANI? FORSE STA MORENDO… Ma paradossalmente l’occupazione (illegale) delle case vuote ripopola la città.

In Italia ci sono oltre 7 milioni di immobili vuoti, inutilizzati. In un surreale paradosso, molte persone ogni giorno lottano per il diritto alla casa, mentre in altre zone del Paese si assiste ad un lento spopolamento. Accade al Sud ma accade anche in una città come Venezia, sfinita dall’overtourism, dal turismo selvaggio mordi e fuggi che ha spinto gli affitti alle stelle e costretto i veneziani a trasferirsi a malincuore nelle zone limitrofe.

Senza i veneziani, Venezia ha perso gran parte del suo sapore autentico e si è tramutata in un meraviglioso luna park gigante – Veniceland, la chiamano – in cui pezzi di storia vengono svenduti per diventare hotel e case vacanze e i residenti non trovano alloggi a prezzo dignitoso. Gli attivisti dell’ASC da anni tentano di fermare questo meccanismo e chiedono politiche abitative che favoriscano chi vuole prendere residenza in città: entrano negli immobili pubblici inutilizzati, si fanno carico dei lavori di restauro e adeguamento e – seppur in maniera non legale, dunque – operano una serie di azioni di riqualificazione urbana al solo scopo di tornare a vivere e lavorare nella città in cui sono nati e a cui è stata tolta l’anima. Il 10 ottobre l’ennesima protesta è sfociata nell’occupazione del Comune. In questa lunga intervista, Nicola Ussardi dell’ASC ci spiega meglio cosa sta succedendo a Venezia e quali sono le ragioni degli attivisti.

E’ evidente, a Venezia ci sono ormai più turisti che residenti. La città sembra il set di un film popolato da comparse e con enormi navi che solcano il Canal Grande sullo sfondo. Dove sono i veneziani? Ci spiega le ragioni questo lento ma continuo spopolamento?

 Continua a leggere [PEOPLEFORPLANET.IT – Anna Tita Gallo]

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Non solo farmaci, i malati di tumore si curano anche con «terapie umane»

Lun, 06/03/2019 - 09:40

Disagio psicologico per 7 pazienti su 10, cosa si può far per arginarlo.

Paura, rabbia, angoscia, disturbi del sonno e della sfera emotiva. Ne soffrono praticamente tutti i malati di cancro, quando scoprono la presenza di un tumore e anche per molti anni a seguire. Sono circa 367mila gli italiani che ogni hanno devono fare i conti con una diagnosi oncologica, che inevitabilmente scuote l’esistenza dei diretti interessati e delle loro famiglie.Una ricerca italiana presentata oggi al congresso dell’Associazione Americana di Oncologia Medica (Asco) in corso a Chicago dimostra però che con il giusto sostegno psicologico e sociale si può fare molto e, concretamente, migliorare la vita delle persone.

7 malati su 10 mostrano segni di disagio

«Disturbi d’ansia e depressivi interferiscono in maniera significativa sia con l’adesione alle cure sia con la qualità della vita – commenta Giordano Beretta, presidente eletto dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) -. Praticamente la totalità dei pazienti, e con loro i familiari, subisce uno choc emotivo al momento della diagnosi: rabbia, disperazione, angoscia prendono il sopravvento iniziale. E anche successivamente diverse statistiche hanno dimostrato che circa il 70 per cento dei malati mostra sintomi di disagio. Ma solo un terzo dei casi di disagio psichico grave viene riconosciuto, mentre la sofferenza psicologica dovrebbe essere rilevata subito, come avviene per i parametri vitali, al pari di temperatura corporea, frequenza cardiaca e respiratoria, pressione e dolore».Con un incremento degli interventi psico-sociali nei reparti di oncologia è però possibile migliorare in modo scientificamente misurato e rilevato la qualità di vita dei pazienti. E’ la conclusione a cui è giunto uno studio che ha coinvolto in totale 772 pazienti di 15 diversi reparti oncologici italiani, equamente distribuiti su tutto il territorio nazionale.

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Il giorno in cui il prosciutto è diventato rosa

Lun, 06/03/2019 - 08:00

E come il prosciutto è diventato inesorabilmente di quel colorino rosa spento.

Come siamo passati dai “magnifici pezzi di maiale gallico salato esportati fino a Roma” di cui si vantava Strabonio, geografo greco, al rapporto allarmante del Centro Internazionale di ricerca sul cancro (Circ) che classifica i salumi come “pericolosi per l’uomo”?

Lo studio in questione, pubblicato 2015, ha avuto l’effetto di un terremoto sul mondo dell’agroalimentare. Abbiamo appreso, leggendo le conclusioni dei ricercatori, che i salumi sono pericolosi per l’uomo come il tabacco e l’amianto.

In realtà, come sottolinea Guillaume Coudray nel suo libroCochonneries, comment la charcuterie est devenue un poison(edizioni La Découverte), non bisogna rinunciare a tutti i salumi. Basta semplicemente evitare quelli che sono cancerogeni.

Due additivi sono segnalati come i responsabili: il nitrito di sodio e il nitrito di potassio. Al giorno d’oggi le industrie sottolineano che il loro ricorso a questo trattamento chimico ha lo scopo di prevenire il rischio di botulismo, un’infezione alimentare provocata da una tossina presente in alcuni alimenti, tra cui la carne cruda, e ne giustificano l’utilizzo come eredità di una pratica millenaria.

Due argomenti rifiutati da Guillaume Coudray, che ha effettuato ricerche per rintracciare l’origine dell’utilizzo di salnitro (un sinonimo del nitrato di potassio) nella carne.

“Gli storici delle tecniche alimentari hanno provato che tradizionalmente si conservava la carne con sale marino, pepe, spezie. È molto più tardi, in epoca moderna, che abbiamo cominciato ad aggiungere additivi chimici, ed è ancora più tardi (con l’industrializzazione), che l’utilizzo è divenuto sistematico.”

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La discarica di Peccioli oltre a essere bella produce welfare

Lun, 06/03/2019 - 06:07

A Peccioli, un piccolo borgo di nemmeno 5mila abitanti che si staglia dall’alto di una collina sulla Valle dell’Era nella verde provincia di Pisa, esiste il più bell’impianto di smaltimento e trattamento di rifiuti d’Italia. Talmente bello da sembrare l’installazione di un artista islandese dal cognome impronunciabile; invece le statue antropomorfe giganti disseminate nell’impianto di smaltimento rifiuti (una sta sopra l’incubatore) sono state realizzate da un’azienda italianissima, Naturaliter, operante nel settore degli allestimenti museali. Le chiamano “le presenze”.

A Peccioli colossi come Mercedes girano spot pubblicitari e i marchi di lusso allestiscono shooting di moda, come quello voluto da How to Spend it,il magazine de Il Sole 24 ore. Modelle vestite di Gucci, Bulgari, Prada e Bottega Veneta in posa nella discarica.

L’impianto di Peccioli è uno dei più grandi della Toscana e produce tra i 7 e gli 8 milioni di euro all’anno di utili, investiti per lo più in welfare a beneficio del Comune e del territorio circostante: scuola, musei, centri educativi, strutture polivalenti, asilo nido, accademia musicale, centro fotovoltaico, parcheggio multipiano, piste ciclabili. E poi eventi e percorsi turistici che nel 2018 sono valsi al Comune la bandiera arancione, marchio di qualità turistico ambientale del Touring Club Italiano.  Si stima che l’impatto economico dell’impianto sul territorio sia di 20 milioni di euro, e il bilancio sociale del 2017 – anno in cui l’impianto ha compiuto 20 anni – è pubblico e consultabile qui.

Quotidianamente produce energia da fonti rinnovabili ottenute dal trattamento di circa mille tonnellate di rifiuti al giorno, vale a dire circa 300mila tonnellate l’anno di rifiuti che provengono dalle province di Pisa, Firenze, Prato e Massa Carrara.

Un esempio paradigmatico di come una realtà municipale possa farsi imprenditrice mediante una cittadinanza partecipe e direttamente coinvolta: il 64% di Belvedere, la S.p.A. che gestisce la discarica, è posseduto dal Comune, il restante 36% è in mano a 900 azionisti, dei quali oltre 500 sono cittadini residenti a Peccioli. Di più: la selezione dei dipendenti presso Belvedere (che ne conta oltre 100) riserva corsie preferenziali ai candidati che risiedono nel Comune o nei territori limitrofi, e per le famiglie più disagiate il Comune riserva un dividendo sociale.

A intraprendere l’iniziativa nell’aprile 1997 fu l’allora e più volte poi sindaco Renzo Macelloni, che vinse le titubanze iniziali dell’azienda Belvedere e chiamò a raccolta diverse università, sia italiane che straniere, a sostegno del progetto. Che tuttavia non piace a tutti.

I dubbi sul modello Peccioli

Secondo l’Antitrust quello di Peccioli sarebbe un Capitalismo municipale suscettibile di rischi: «in quanto azionista, l’ente locale condivida l’obiettivo di massimizzazione del profitto dell’impresa e possa eventualmente agire, non necessariamente per rappresentare e tutelare l’interesse collettivo inciso dall’attività dell’impresa, ma quello proprio di socio-amministratore». Tanto più che il Sindaco, ex Ad di Belvedere, rappresenta sia la figura di proprietario della Spa sia il garante che deve vigilare sui controlli. «Non ci sono problemi di incompatibilità», tranquillizza Macelloni, ma i dubbi rimangono, specie fra i comitati e le associazioni preoccupate per le possibili ricadute sulla salute dei cittadini dell’area limitrofa all’impianto di smaltimento. «La gestione dei rifiuti è ancora ai primordi»dice il consigliere di opposizione Davide Fabbri.  Mentre la differenziata nell’Unione Europea si attesta al 70%, nella Provincia di Pisa solo il 38% dei rifiuti è sottoposto a differenziata e c’è chi, all’opposizione, sostiene che la presenza della discarica di Peccioli disincentiverebbe la pratica della differenziata. Intanto le indagini degli ultimi anni hanno portato alla luce 45mila tonnellate di scarti di cartiere e depuratori altamente tossici sversati nei campi come fertilizzante, con 20 aziende coinvolte e 59 persone indagate tra dirigenti e consulenti commerciali. Fanghi usati come fertilizzanti che hanno inquinato il suolo con la complicità di consorzi e Spa toscane.

Comunque, finché Belvedere non figura nel registro degli indagati, è lecito ritenere che il Comune di Peccioli sia un modello virtuoso da imitare, e in fretta.

Immagine di copertina di LigaDue

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Come si respira in città? Te lo dice il vaso intelligente!

Lun, 06/03/2019 - 03:40

Dal 2018 i ragazzi di Wiseair sono una delle start up italiane più premiate. Hanno inventato un vaso da giardino, una fioriera, “smart”, intelligente, capace grazie a un sensore di monitorare la qualità dell’aria. Chiunque potrà avere un vaso Wiseair sul proprio balcone e sapere che aria sta respirando in quel momento e in quella specifica zona.
Un grande grande progetto.
Nel video interviste a Carlo Alberto Gaetaniello e Paolo Barbato, creatori e fondatori di Wiseair e Valentina Scozia, Wiseair Ambassador.

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“Patti chiari, collaborazione lunga”: così si recuperano spazi pubblici

Lun, 06/03/2019 - 02:20

I cosiddetti Patti di collaborazione, tra enti pubblici e associazioni o cittadini, stanno diventando una modalità sempre più diffusa per la cura e il recupero di edifici e spazi pubblici.

E sempre più Comuni hanno deciso di trovare una modalità per far funzionare queste collaborazioni: a Torino un Regolamento che le disciplina è stato approvato da pochi mesi (fine gennaio 2019) e già sono partiti diversi progetti (qui si può scaricare la brochure in pdf).

Il Regolamento (qui il pdf) va a disciplinare così la collaborazione tra cittadini e pubblica amministrazione per mantenere e migliorare i “beni comuni” (senza scopo di lucro) e prevede per i contribuenti e per le imprese che si vogliono impegnare in questa attività esenzioni e agevolazioni su canoni e tributi locali.

Viene anche offerto, nei limiti delle risorse disponibili, il comodato d’uso (che per definizione è gratuito) sulle attrezzature e i materiali di consumo necessari per lo svolgimento delle attività.

Tra i beni “materiali e immateriali” e anche “digitali” (una novità per questo tipo di collaborazioni) oggetto di possibile intervento, figurano tutte le aree verdi, dai giardinetti alle rotatorie, spazi spesso abbandonati o degradati che potrebbero invece contribuire a migliorare la qualità ambientale, sociale, estetica e di salute dei quartieri cittadini.

Questa modalità potrebbe essere una delle molte strade da percorrere, partendo dal riconoscimento che nelle nostre città c’è bisogno di verde, c’è bisogno di cura, di trasparenza e anche di collaborazione e un modello che corrisponda a questi requisiti, se funziona, potrebbe essere un percorso valido con vantaggi per tutti.

Ma come funziona operativamente?

Il Regolamento prevede la possibilità di presentare le proposte, da parte di singoli o associazioni, attraverso la predisposizione di una minima “progettualità” e la compilazione di un modello scaricabile dal sito web. Le proposte, che devono riguardare un elenco di immobili e spazi pubblici coinvolti periodicamente aggiornato, vengono vagliate e, se accettate, vengono definite anche le forme di sostegno che possono essere offerte dal Comune.

 Queste possono consistere in:

  • esenzioni o agevolazioni in materia di canoni e tributi locali, che il Comune potrà disporre di volta in volta per ogni specifico patto;
  • materiali di consumo necessari alle attività e dispositivi di protezione individuale, dati in comodato d’uso;
  • formazione e affiancamento da parte di dipendenti comunali;
  • altri vantaggi economici che il Comune può disporre a favore dei cittadini attivi quali l’uso a titolo gratuito di immobili di proprietà comunale, o l’attribuzione al Comune delle spese per utenze e per manutenzioni, ecc.

A seguito dell’accettazione da parte del Comune della proposta viene “siglato” il vero e proprio patto, che disciplina puntualmente oggetto degli interventi, modalità, durata e responsabilità.

Quest’ultima, forse la parte più complicata da definire, viene trattata all’interno di uno specifico capitolo, dove si entra nel merito anche della prevenzione dei rischi: i dispositivi di protezione individuale (DPI), le responsabilità di supervisione e le coperture assicurative.

I Patti stipulati vengono pubblicati on line sul sito e sono così consultabili da tutti; ad oggi sono già 11 i progetti attivati su giardini, piazze, chiese e monumenti. I modelli di proposta sono scaricabili anch’essi in modo che tutti coloro che vogliono impegnarsi e collaborare possano avere un canale di accesso facile ed uno strumento percorribile per dare un contributo fattivo al mantenimento e alla cura della propria città.

Immagine di copertina: Disegno di Armando Tondo

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Ai bambini dovremmo insegnare a mordere la frutta (e a schifare la plastica)

Dom, 06/02/2019 - 21:30

Perché il progetto Frutta nelle Scuole può essere migliorato, tornando a insegnare ai bambini che un frutto imperfetto potrebbe essere anche più buono

  • Il progetto del Ministero fornisce ai bambini frutta lavata, tagliata, addizionata di antiossidanti, e porzionata in mini sacchetti di plastica 
  • Le istituzioni dovrebbero orientare i bambini ad un mondo migliore e alla salvaguardia dell’ambiente, non a produrre ancora più plastica e rifiuti
  • I bambini dovrebbero essere educati all’integrità dei frutti, a morderli, a comprenderne la stagionalità

Parte anche quest’anno, a poche settimane dalla fine dell’anno scolastico, il progetto “Frutta nella Scuole”, del MiPAAFT (Ministero delle Politiche agricole, alimentari, forestali e del turismo) in partnership con il Ministero della Salute, il Ministero dell’istruzione e l’istituto sperimentale CREA.

Lo scorso anno scolastico gli istituti scolastici che hanno già fornito la propria adesione e quindi ricevuto la frutta per i propri studenti sono stati circa 2.900, corrispondenti a più di 1,2 milioni di alunni. Di questi, 960.000, sono stati coinvolti nelle distribuzioni regolari (dati diffusi dal sito del progetto).

Quest’anno, dal 21 maggio 2019, sul sito del progetto è possibile aderire all’iniziativa iscrivendosi come scuola e quindi ricevere la frutta la mattina, direttamente davanti l’edificio scolastico mediante la rete delle aziende che hanno vinto il bando ministeriale per partecipare al progetto.

Ma a prescindere dal ritardo della partenza, entriamo nel merito del progetto.

Il cortocircuito tra finalità e modalità

Come possiamo leggere dal sito istituzionale, il progetto “è destinato alle scuole ed individua negli alunni delle scuole primarie di età compresa tra i 6 e gli 11 anni i destinatari che vi partecipano a titolo completamente gratuito”.

Segue, sempre sul sito, “l’obiettivo è quello di incoraggiare i bambini al consumo di frutta e verdura e sostenerli nella conquista di abitudini alimentari sane, diffondendo messaggi educativi sulla generazione di sprechi alimentari e sulla loro prevenzione”.

Continua a leggere su NNJAMARKETING.IT di Eliana Glielmi

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Miloud e la Fondazione Parada

Dom, 06/02/2019 - 17:00

È il 1989 quando cade il regime di Ceaucescu in Romania.

La situazione del Paese è sempre più caotica. Nel 1992 un servizio alla televisione francese racconta la drammatica situazione dei bambini abbandonati da famiglie disastrate, fuggiti dagli orfanotrofi, che vivono a Bucarest lungo i canali sotterranei che portano il riscaldamento nella città. Sono migliaia – una stima parla di 3000 – e sopportano i morsi della fame sniffando l’Aurolac, uno smalto colloso per la verniciatura contenente solventi con effetti allucinogeni.

A guardare quella trasmissione c’è un ragazzo di 20 anni, franco-algerino; si chiama Miloud Oukili e non ci dorme a pensare a quei ragazzi con gli occhi vuoti a causa della droga, invisibili al mondo. E decide di fare qualcosa, di partire per conoscerli e magari trovare un modo per aiutarli.

Li trova subito, dopo un viaggio in treno da Parigi: quando scende alla Gare du Nord di Bucarest sono lì che chiedono l’elemosina, lo avvicina una ragazzina di 12 anni che gli si offre come prostituta per i pochi soldi che le permettano di comperare la colla.

Dentro la valigia Miloud ha pochi vestiti ma un sacco di attrezzi da clown, un organino e nasi rossi. Non sa una parola di rumeno e allora chiede ai bambini di insegnargli la loro lingua, in cambio lui insegnerà loro la clownerie.

Si legge nel sito della Fondazione Parada nata nel 1996:
“Il clown è lì per ridere di ogni miseria, per seppellire le paure, per spegnere il dolore. Miloud Oukili non è un educatore né un sociologo. È un saltimbanco, fiero di essere tale. Ha messo in gioco la sua tenerezza, il suo amore per lo spettacolo, il gusto del riso per esorcizzare la paura. Così ha saputo farsi accettare da chi ha alle spalle storie difficili e diverse, ha ricreato con i suoi ragazzi una famiglia, senza orari né obblighi.
«Attraverso lo spettacolo i ragazzi imparano a prendersi in giro, a rispettare gli altri, ad acquisire il senso di responsabilità, a prendere contatto con il mondo esterno – afferma – Hanno un ruolo, quello di divertire il pubblico, e una storia da raccontargli. Lo fanno con abilità e destrezza, con la capacità dei veri artisti».
Qualcuno ha trovato un lavoro, tutti imparano a leggere e scrivere, a parlare una lingua meno essenziale di quella della strada, imparano a dare, a capire che tutto si guadagna, che bisogna lavorare per vivere. Che si può vivere… e ridere… e suscitare un sorriso. Clown del mondo nel circo della vita”.

Con i proventi degli spettacoli e le donazioni la Fondazione Parada organizza un centro diurno che accoglie i ragazzi e propone corsi di qualificazione al lavoro, una decina di appartamenti dove i ragazzi vivono in comunità, un pulmino che gira la notte per la città offrendo soccorso e intessendo rapporti con i ragazzi che ancora diffidano del progetto.

Dal 2010, inoltre, è attiva una collaborazione con la Fondazione ACCOR (primo operatore mondiale nel settore alberghiero) che non solo facilita l’inserimento lavorativo dei giovani, ma prevede un programma informativo per i gestori degli alberghi e i loro dipendenti sulle problematiche legate alla vita in strada.

Un naso rosso: a volte basta solo un naso rosso contro l’indifferenza.

Immagine di copertina: Fonte www.parada.it

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Zero Waste lancia la sfida: diciamo no agli alimenti imballati in plastica per una settimana

Dom, 06/02/2019 - 15:30

Diciamo no alla plastica monouso e agli alimenti avvolti dalla plastica

Che dite ragazzi ci possiamo riuscire? La rete Zero Waste Spain ci invita tutti a non acquistare prodotti alimentari sono imballati nella plastica. Dal la 3 al 9 ribelliamoci alla plastica e aderiamo alla campagna #boicotalplastic, del resto vi assicuro che si possono acquistare ottima frutta e verdura anche senza imballaggio di plastica.

E per tutti gli altri alimenti? Forse per una settimana possiamo rivolgerci ai negozi che vendono lo sfuso (si trova anche in diversi supermercati): pasta, riso, caffè e cereali possono essere tranquillamente acquistati anche in imballaggi alternativi. L’acqua? Se proprio non vogliamo quella del sindaco, proviamo con in vetro a rendere. Fate la lista della spesa e non cedete ad acquisti impulsivi, portatevi la vostra sporta, zaino e altri contenitori: vedrete che difficilmente troverete negozianti che faranno difficoltà a riempire i vostri contenitori.

Altra cosa, approfittate di questa settimana per acquistare più ingredienti e meno prodotti processati e già trasformati: non ci stanchiamo di ripeterlo, cucinare allunga la vita!

Pronti quindi ad affrontare la settimana senza plastica?

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Leggi anche 282 Comuni verso l’azzeramento dei rifiuti

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Australia non è la patria serpenti più letali

Dom, 06/02/2019 - 12:35

La ricerca dimostra che rischio morsi e morte è minimo. Contrariamente alle paure di molti turisti, l’idea che l’Australia sia la patria dei serpenti più letali del mondo, secondo gli esperti, è solo un mito. Il rischio di essere morsi e di morire è infatti molto più alto in Asia, Africa e Sud America. L’erpetologo Ruchira Somaweera dell’ente nazionale di ricerca Csiro, scrive sul sito dell’organizzazione che il mito è nato alcuni decenni fa ed è partito da uno studio sui livelli relativamente alti di tossicità misurati in specie australiane come il serpente bruno e il serpente tigre.

Lo studio tuttavia non includeva alcuni dei serpenti ben conosciuti e altamente pericolosi di altri paesi, e soprattutto aveva scarsa rilevanza per l’impatto sugli esseri umani. “Se si guarda al numero di persone che effettivamente muoiono in Australia ogni anno da morsi di serpenti, i tassi sono minimi rispetto ad altre parti del mondo”, scrive Somaweera. “Fattori come la qualità degli antiveleni e dei nostri servizi paramedici e la conoscenza generale del pronto soccorso, sono di alto livello in Australia e questo contribuisce al numero minimo di morti umane”, aggiunge.

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Non solo hamburger: se volete salvare il pianeta, mettete meno avocado sui vostri toast

Dom, 06/02/2019 - 09:00

La società svedese Doconomy ha realizzato la prima carta di credito che registra le emissioni prodotte dai nostri acquisti. Ogni cosa che compriamo ha un impatto, a partire dal cibo. E non vale solo per i carnivori: anche i vegani hanno le loro colpe

L’idea arriva da una società fintech svedese, Doconomy. La prima ad aver realizzato una carta di credito, DoBlack, che non ha un limite massimo di spesa, bensì di emissioni di anidride carbonica prodotte con i nostri acquisti. Doblack tiene il conto dell’impatto ambientale ogni volta che compriamo qualcosa. E oltre una certa soglia, ci blocca. Dagli avocado alle bistecche, dalle banane agli snack, fino ai viaggi in aereo e ai rifornimenti di benzina, non solo i carnivori, anche vegetariani e vegani scopriranno così di inquinare molto più di quanto pensassero.

Basta scaricare la app Do per vedere rendicontata, con l’uso dell’Aland Index, la nostra impronta di carbonio sul pianeta ogni volta che facciamo shopping. Una volta raggiunto il limite massimo di emissioni, in linea con gli obiettivi di dimezzamento per ciascun Paese entro il 2030, la carta ce lo ricorderà. Anzi, se si sceglie la versione più “rigida” (DoBlack), gli acquisti verranno addirittura bloccati. Realizzate in collaborazione con MasterCard e con il segretariato della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, le carte di credito – che saranno in commercio dall’estate 2019 – sono fatte di materiali di origine biologica, senza striscia magnetica e stampate con Air-Ink, un inchiostro realizzato con la fuliggine di carbone prodotta dallo scarico delle automobili.

«Limitare la possibilità di eseguire transazioni è una scelta estrema. Ma è la soluzione più chiara per illustrare la gravità della situazione in cui ci troviamo», ha spiegato Johan Pihl, tra i fondatori di Doconomy. «Dobbiamo affrontare il modo in cui i consumi impattano sul nostro pianeta».

Dobbiamo affrontare il modo in cui i consumi impattano sul nostro pianeta

Johan Pihl

Ogni cosa che mettiamo nel carrello, insomma, ha un impatto sul pianeta. A partire proprio da quello che mangiamo. Secondo un recente rapporto della rivista medica Lancetcommissionato da Eat Forum, la produzione alimentare è «la più grande causa di cambiamento ambientale globale». E con la popolazione mondiale in continua crescita, è «il principale fattore di degrado ambientale».

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Gli strani casi dell’animo umano: “I sollevatori di tergicristalli”

Dom, 06/02/2019 - 02:12

Nei meandri dell’animo umano, una manifestazione dell’agire su cui da sempre si arrovellano i migliori specialisti (psicologi, psichiatri e carrozzieri) è l’annosa questione dei sollevatori di tergicristalli.

Eminenza grigia del mondo contemporaneo – nessuno ne ha mai visto uno nell’esercizio delle proprie funzioni – si dice abbia il compito di ergere i tergicristalli di alcune auto scelte. Segnatamente – pare – quelle parcheggiate in stile non ortodosso.

Ma cosa passa per la testa di questo ardito vendicatore mascherato? È uno di noi, sotto mentite, invisibili spoglie? Viene, invece, da altri mondi? Agisce da remoto? È in missione per conto di Dio? (cit.)  O, forse, invece, il messaggio è tutt’altro e siamo vittime di un abbaglio collettivo, di un agghiacciante equivoco?

Suspense… 
Suspense

Vediamo, allora, possibili interpretazioni psicologiche, sottotesti, alternative ugualmente plausibili, in un “decalogo in nove punti” (semi-cit.) assolutamente inefficace a giungere ad alcuna conclusione:

1) Il sollevatore di tergicristalli le cose le sa. E ti avverte. La prossima volta, un’entità oscura e crudele – che apparirà sotto forma di carro attrezzi – ti punirà. Salvati, prima che sia troppo tardi.
#convertitifratello #penitenziàgite 

2) Il sollevatore di tergicristalli le cose le sa. E conosce anche i tempi della burocrazia cittadina. Sarà lui stesso, quindi, a passare alla fase successiva: qualsiasi cosa significhi.
#velateminacce #mancotantovelate

3) Il sollevatore di tergicristalli non esiste. È l’automobile “in persona” ad alzare i braccini al cielo invocando acqua. (In effetti: ma chi ha mai capito da dove si metta l’acqua nella Smart? Ah, ci vuole l’acqua? Ma pensa…) #scusatesonobionda

4) Un passante, garrulo, nota con piacere quanto l’automobile parcheggiata sull’angolo e col muso in mezzo alla carreggiata regali a questa città prevedibile e geometrica quel pizzico di asimmetrica, artistica sorpresa. Festoso, solleva i tergicristalli al cielo per contribuire all’allegria generale, accenna due passi di danza e, canticchiando, se ne va.
#lottimismoèilsaledellavita #lagiornatamondialedelbicchieremezzopieno

5) E’ un’installazione

6) In ognuno di noi si nasconde un sollevatore di tergicristalli. Guardati allo specchio, racconta a te stesso e al mondo la verità. Non tenere per te questo oscuro segreto che ti divora dall’interno. Hai bisogno di aiuto? Chiama il n. verde 800 ecc ecc ecc.
#outing

7) È colpa dei sollevatori di tergicristalli immigrati che vengono a rubare il lavoro ai sollevatori di tergicristalli italiani.
#nocomment
#quandoceraluisidormivaconitergicristallisuiparabrezza

8) È appena passata una decappottabile decisamente scoperta. L’auto non riesce a nascondere la propria eccitazione. #anchelemacchinehannouncuore
#chiamiamolocuore

9) Il sollevatore di tergicristalli è un uomo meschino. Invece di lasciare a chi di dovere il compito di verificare una eventuale infrazione del codice della strada, si erge lui stesso – come i tergicristalli – a giudice.

Un tergicristallo alzato – oltre a quel briciolo di inquietudine sul momento – non provoca alcuna educazione né cambio di mentalità nel cosiddetto “trasgressore”.
Solo un pizzico di inutile fastidio.
Piccolo e volatile, come l’animo di chi ha voluto provocarlo.

#nonprovatearifarloacasa #salvateivostribambinidaigesticheprovocanomalumore

Photo by Charles Loyer on Unsplash

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Per comprare in Europa servono 15 anni di stipendi, in Italia 12: Parigi e Londra le più care

Sab, 06/01/2019 - 21:30

Dal 2012 i prezzi delle case nelle principali città europee sono cresciuti a dismisura, in modo più che proporzionale rispetto al reddito della popolazione, per la quale si allunga sempre più il periodo in cui riesce a ripagare l’acquisto di un immobile. È quanto afferma uno studio di Moody’s che identifica in Parigi, Amsterdam e Londra le città in cui il potere d’acquisto dei cittadini è diminuito di più. In particolare, nelle tre metropoli, a un individuo servono più di 18 anni di reddito disponibile per comprare un immobile di taglia media (senza contare il ricorso al mutuo): rispettivamente 22 anni, 18,7 e 18,3.

In media, in Europa, lo stesso dato si attesta attorno a 15 anni, mentre Roma e Milano, le due grandi città italiane prese in considerazione dal rapporto, risultano meno onerose della media: 12,1 anni nella capitale e 11,8 nel capoluogo lombardo.

Nel 2005-2007 bastavano tre anni in meno
Nel 2005-2007, ricorda Moody’s, servivano tre anni in meno, cioè 12 anni di reddito disponibile, per comprare un appartamento di taglia media in Europa. La grande città oggi meno esigente in materia è Lisbona con 11,5 anni. Un po’ sopra i 14 anni si situano Dublino, Berlino e Francoforte. A incidere su questi valori sono, del resto, sia gli stipendi, sia i prezzi degli alloggi. Ad Amsterdam, ad esempio, il reddito disponibile risulta medio di 17.500 euro l’anno, uno dei più bassi del panel, contro le 24.600 sterline di Londra (28mila euro circa) e i 36.300 euro di Parigi. Milano e’ a 21.400 euro circa e Roma a 17.800, mentre Francoforte e’ a 23.500 e Lisbona si ferma a 16.700 euro. L’altra variabile è il prezzo a metro quadro, che va dai 9.500 euro medi di Parigi ai 2.750 di Lisbona, passando per le quasi 6.600 sterline di Londra, i 4.850 euro di Francoforte, i 3.600 di Milano e i 3.065 di Roma. Morale: se si vogliono comperare 70 metri quadri sulle rive del Tamigi, bisogna disporre in media di 460mila sterline (oltre 520mila euro) e per prendere la stessa casa nella Ville Lumiere ci vogliono la bellezza di 665mila euro. Se poi ad Amsterdam ne servono 383mila circa, meglio optare su Lisbona, dove ne bastano meno di 193mila euro. Oppure sulle città italiane: per gli agognati 70 metri quadri a Roma sono necessari in media 214.500 euro, qualcosa in più a Milano (253 mila).

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Ecco la SF90 Stradale: la prima Ferrari ibrida

Sab, 06/01/2019 - 15:30

Dalla Formula 1 alla strada: Ferrari ha presentato la SF90 Stradale, la prima vettura ibrida di serie della storia del Cavallino. Con la stessa tecnologia utilizzata da Vettel e Leclerc è nato il modello che celebra i 90 anni di vita della scuderia. Motore da 8 cilindri a V di 90° e tre propulsori elettrici (due all’anteriore e uno, MGUK, al posteriore).

Si arriva a 1000 cv, potenza record per un vettura molto estrema. Prezzo ancora top secret, ma dalle prime indiscrezioni il valore dovrebbe essere di circa 600mila euro

Fonte immagine: SPORTMEDIASET.IT

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