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Aggiornato: 1 ora 55 min fa

Parmitano in videochat con il Museo della Scienza: Milano, abbiamo un problema

Mar, 07/30/2019 - 10:05

Milano, 30 luglio 2019 – «Quui c’è poco spazio», scherza Luca Parmitano in collegamento con il Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano, nella sua prima conferenza stampa dall’arrivo sull’Iss, la stazione spaziale internazionale. È la battuta più ricorrente che in questi giorni si scambiano gli astronauti, impegnati nel trasloco all’interno dell’Iss delle attrezzature e dei materiali appena arrivati da un’astronave cargo. In una frase è riassunto l’ossimoro del trovarsi nello spazio e doversi muovere in pochi metri quadrati, di guardare la Terra fuori dall’oblò invece che sotto i piedi, di rispondere alle domande dei giornalisti sdraiandosi e mettendosi a testa in giù senza che nessuno trovi questo irrispettoso.

È un Luca Parmitano rilassato quello che appare nel primo collegamento interspaziale Terra-Iss, e le ragioni le spiega lui stesso: «L’adattamento è stato velocissimo rispetto alla prima volta, mi sono sentito subito a casa, il mio corpo ha capito subito come muoversi e come spostarsi. E ho iniziato subito a godere della bellezza della microgravità: il piacere di muoversi in libertà, non avere un peso, volare da una parte all’altra spostandosi con un dito», spiega. La cosa più difficile a cui abituarsi? Il caffè a bordo». Parmitano è partito sabato 20 luglio alle 18.28 dal cosmodromo di Bajkonur, in Kazakistan. Dopo 4 orbite attorno alla terra e un viaggio di circa sei ore, alle 3.08 del giorno dopo la navicella ha attraccato e per i tre astronauti a bordo – con Parmitano dell’Esa, l’agenzia spaziale europea, anche Drew Morgan della Nasa e Alexander Skvortsov della Roscosmos – si sono aperti i portelloni della stazione internazionale. Ad accoglierli c’erano due astronauti della Nasa e uno russo. L’attuale comandante a settembre tornerà sulla Terra e Luca prenderà il suo posto, diventando il primo italiano e il terzo europeo a coprire questo ruolo. Nei sei mesi della missione Beyond, gli astronauti condurranno oltre 50 esperimenti europei e 200 internazionali, tra cui alcune ricerche con risvolto neurovestibolare: «È qualcosa di molto nuovo, abbiamo imparato molto in passato in ambito cardiovascolare e osteomuscolare. In questo caso studiamo il modo con cui il cervello integra tutti i sensori del corpo, quindi non solo i cinque sensi ma anche i propriocettori, che ci permettono di capire il nostro orientamento nello spazio». Oltre alle ricerche con un risvolto medico, dalle missioni spaziali ha sempre tratto enorme forza propulsiva anche la tecnologia: «Ho detto che nelle stelle si può vedere il futuro, ed è così – conferma Parmitano – sono circondato da macchinari che parlano di futuro e lo creano. Proprio di fronte a me per esempio il mio collega Nick Hague della Nasa sta utilizzando una stampante tridimensionale per costruire tessuti biologici. Il futuro qui è quello che facciamo ogni giorno».

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Foto di skeeze da Pixabay 

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Brutti, sporchi e cattivi: puntata 15

Mar, 07/30/2019 - 09:29
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La favola di Bouba, il primo laureato con protezione internazionale: «Vorrei fare il professore»

Mar, 07/30/2019 - 08:00

Originario del Mali, è arrivato nel nostro Paese a bordo di un barcone della morte sognando l’Europa: ce l’ha fatta e ora ha conquistato un 110.

Bouba è il primo laureato con protezione internazionale dell’Università di Sassari. Bakary Coulibaly, questo il suo vero nome, viene dal Mali, ha 32 anni e da tre giorni è dottore magistrale in Pianificazione e politiche per la città, l’ambiente e il paesaggio. Un sogno, un traguardo che mai avrebbe potuto immaginare, neanche lontanamente.

La storia di Bouba

Nel 2015 prova ad arrivare in Italia – fuggendo dalla guerra civile – e, partendo dalla Libia, si affida a uno dei barconi della morte. Bouba è fortunato: viene salvato da una Ong e, una volta approdato nel nostro Paese, portato subito in un centro di accoglienza ad Alghero. Il “campo” come lo chiama lui.

Lì inizia a riflettere sul suo futuro: in Mali, infatti, si era laureato in Antropologia. Così ottiene la protezione internazionale e un giorno esprime un desiderio: «Vorrei continuare a studiare». E così conosce la donna, la prof Silvia Serreli, che di lì a poco sarebbe diventata il suo punto di riferimento, il suo tutor e, infine, la sua relatrice.

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Fonte immagine copertina OPEN.ONLINE

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Il nuoto italiano: programmazione che funziona da Nord a Sud

Mar, 07/30/2019 - 07:00

L’Italia che funziona. O comunque un’Italia che funziona. È quella del nuoto. Che funziona da Nord a Sud.

Ai mondiali di Gwanju, in Corea del Sud, vince (ancora) con la fuoriclasse Federica Pellegrini che si allena in Veneto. Vince con la romana Simona Quadarella e con Gregorio Paltrinieri che si allena a Ostia. Sorprende con la quattordicenne Benedetta Pilato, medaglia d’argento nei 50 rana, che ogni giorno percorre sessantadue chilometri tra andata e ritorno per allenarsi vicino casa, a Taranto. Poi lei si allena in una piscina da 25 metri perché quella da 50 è troppo lontano. È il problema delle infrastrutture. Ma l’organizzazione tecnica della Federnuoto funziona. Eccome. Senza dimenticare l’oro nella pallanuoto.

La conferma non è soltanto nel medagliere; quattro ori, sei argenti e cinque bronzi. Più pesante di quello di due anni fa a Budapest (ci sono due argenti in più e quattro bronzi in meno). Non è record: a Fukuoka, nel 2001, gli ori furono sei. Ma è la seconda miglior prestazione di sempre. Soltanto sei anni fa, ai mondiali di Barcellona, l’Italia tornò a casa con un oro, tre argenti e un bronzo: e in piscina andarono a medaglia soltanto Pellegrini (seconda) e Paltrinieri (terzo).

Ora è diverso. La conferma della crescita complessiva è nel miglioramento globale del nuoto italiano. Quattordici i record italiani battuti nella vasca olimpica di Gwanju (su quaranta discipline). Vuol dire che è cresciuto tutto il movimento. Che c’è un lavoro di programmazione e crescita che è stato rispettato. E ricordare i nomi dei nuovi primatisti rende l’idea della profondità del percorso: Filippo Megli, Gabriele Detti, Gregorio Paltrinieri, Fabio Scozzoli, Federico Burdisso, le due staffette stile libero maschile, Simona Quadarella, Benedetta Pilato, Martina Carraro, Elena Di Liddo, la staffetta mista femminile 4×100 e la staffetta mista 4×100 uomini e donne. 

E al Sud, ad esempio, oltre alla già citata 14enne Pilato, ci sono Elena Di Liddo di Bisceglie che si è piazzata quarta al mondo nei 100 farfalla, o De Tullio, quinto nei 400 stile libero, che da Bari si è trasferito a Ostia per allenarsi al Centro federale.

Lo sport è anche politica. Tutto è politica. Paolo Barelli, presidente della federazione, avversario di Malagò nella corsa alla presidenza del Coni, rivendica che sono sottopagati rispetto ad altri sport di squadra e cita rugby e pallavolo: “E non possiamo certo dire di essere meno vincenti”, ricorda la Gazzetta. Soprattutto spiega come funziona la preparazione a un evento come i Mondiali.

«Non faccio polemica, ma i risultati, l’attività svolta, sono sotto la responsabilità della federazione. Come la scelta dei tecnici, dei collegiali, delle sedi, la gestione del budget. Il Coni ci dà circa 9-10 milioni, ma per far girare questa macchina ci siamo dovuti mobilitare. Siamo come un’industria, ma di volontari e dilettanti».

Al di là della polemica politica, è una dichiarazione che rende l’idea dello sforzo che c’è dietro i risultati raggiunti dagli altri sport. Gli sport che non sono il calcio. Che non muovono centinaia di milioni di euro. Sport su cui i riflettori sono perennemente spenti ed è in quei lunghissimi periodi di buio che si lavora, quasi sempre in provincia, per farsi trovare pronti quando l’occhio di bue si accenderà e l’Italia, gli italiani e i media torneranno ad accorgersi che esistono il nuoto, la scherma, anche l’atletica

Immagine: Disegno di Armando Tondo

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Le automobili elettriche inizieranno a fare rumore “per finta”

Lun, 07/29/2019 - 21:00

Lo impone una nuova legge dell’Ue che vuole tutelare i pedoni dal pericolo delle auto “silenziose”, che ora saranno riconoscibili quando viaggiano a velocità ridotta o in retromarcia

L’Unione Europea vuole che tutte le auto elettriche ed ibride facciano rumore. In base a una norma entrata in vigore in questi giorni, tutti i nuovi veicoli dovranno essere dotati d’ora in poi di un sistema acustico di segnalazione del veicolo (Avas), che diventerà obbligatorio anche per quelli già esistenti entro la fine di luglio 2021.

Ma perché tutta questa voglia di rumore? Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, l’inquinamento acustico è secondo solo a quello atmosferico e in tutto il mondo si moltiplicano le iniziative per contrastarlo: dalle telecamere del rumore che individuano e multano gli autisti che si spostano su mezzi troppo chiassosi, alle app che mandano una notifica quando viene superata la soglia dei 90 decibel e avvertono l’utente dei potenziali danni all’udito.

La risposta è semplice, se non ovvia: la norma comunitaria nasce per tutelare i pedoni, soprattutto quelli non vedenti. Secondo un report dell’associazione britannica Guide Dogs del 2017, le auto elettriche e ibride hanno il 40% in più di possibilità di causare un incidente. Una delle ragioni dietro a questa incidenza sarebbe proprio il fatto che il motore di questi mezzi è molto silenzioso: le persone non si accorgono della presenza dell’auto e attraversano la strada, rischiando di essere investite.

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Come veniva coltivato il cotone?

Lun, 07/29/2019 - 16:00

La coltura del cotone in molte aree della Sicilia, in passato, era in forte sviluppo. Nel 1957 la si praticava su una superfice totale di quasi 35.000 ettari, di cui 14.500 nell’agrigentino ed il resto quasi completamente nella piana di Gela.

Proprio la cittadina nissena, durante la guerra di secessione americana, ospitò le prime piantagioni dell’isola; nel 1864 le distese di cotone superavano i 12.000 ettari, e non pochi produttori gelesi esportavano il prodotto sino a Malta. Non per nulla Gela venne denominata “la madre del cotone in Italia”.

Dopo una prima crisi produttiva tra le due guerre mondiali, la breve epopea del cotone siciliano – complice la diffusione delle fibre sintetiche – si avviò verso il tramonto agli inizi degli anni Sessanta.

Fu in quel periodo che il ‘Cotonificio Siciliano’ chiuse i battenti, relegando questa lavorazione industriale negli archivi della storia manifatturiera dell’isola.

Oggi, l’unica testimonianza dell’epopea del cotone siciliano è affidata ai relitti di alcune attrezzature di lavoro, tristemente abbandonate.

Ma vediamo quali erano le procedure che portavano alla faticosa lavorazione del cotone.

Si cominciava il mese di febbraio, primi di marzo, con ripetute arature sul terreno destinato alla semina del cotone. I sacchi che contenevano i semi di cotone venivano messi a bagno nell’acqua per quattro ore e poi ricoperti con un telo, così se ne manteneva la temperatura nella fase di fermentazione.

I semi venivano messi a dimora in fossette profonde di 12 centimetri e tra di loro distanti circa 40 centimetri.

La raccolta veniva effettuata quando il cotone era bene maturo, cioè verso la fine del mese di agosto, inizio settembre.

File di uomini si recavano in campagna e procedevano per raccogliere il cotone alle tre del mattino (per poter lavorare meglio) tenendo legata la cintola al sacco e spogliando le piante dai candidi e morbidissimi fiocchi che sbucavano dalle capsule dischiuse.

I braccianti agricoli cercavano di riempire i sacchi il più possibile per poter guadagnare di più ma il massimo che potevano riempire era un quintale.

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Il “professor” Mustier sconfigge il sistema bancario

Lun, 07/29/2019 - 15:00

È un’indiscrezione di Bloomberg, non una portinaia qualsiasi, il trailer dell’adattamento, in chiave italica, della “casa de papel”.

“La casa de Mustier” arriverà sulle nostre piattaforme il 3 dicembre, quando sarà presentato il nuovo piano strategico quadriennale Unicredit. In tale occasione verremo a conoscenza delle nuove misure del numero uno, del suo disegno. Ma occorrerà aspettare l’ultima puntata per capirne poi la portata.

Solamente la notizia dei tagli ha scatenato il finimondo. I sindacati hanno protestato, si sono detti pronti alla mobilitazione, pronti a fare a cazzotti, pronti anche a fare altro, se dovesse servire. “Faremo barricate, per il Dottor Mustier sarà il Vietnam”.

Ho due cose da dire:

  1. Chapeaux Mr. Mustier: lei è il professore della “Casa de papel” in carne e ossa, il suo piano non è strategico, bensì diabolico e ben congegnato. Risponde a un disegno perfetto che mi sono immaginato come ogni appassionato della serie televisiva e che vi mostrerò a grandi linee.
  2. Cari sindacati siete anacronistici: la vostra non è altro che una demagogia vetusta, da autunno caldo. Adesso vi proclamate pronti alla resistenza, “ad alzare le barricate”. Ma in tutti questi anni dove eravate? Sulle coste panamensi?

Prima che mi tacciate di essere un visionario, vi mostro un dato: dal 2010 ad oggi Unicredit ha tagliato circa 25.000 posti di lavoro. Non so voi ma io, in questi anni, non ho mai visto i sindacati in questione fare a cazzotti. Mai, qualche lamentela e niente più. La verità è che sono rimasti passivi mentre  la precedente governance distruggeva la principale banca del paese. Parlano come si parlava 30 anni fa, perché sono stati seduti.

Eppure era prevedibile. In “Io so e ho le prove” (Chiarelettere – 2014), ho raccontato dei miei 22 anni in quel sistema. Scrivevo: “Il peggio deve ancora venire”. Bastava leggere i dati, il sistema bancario era già impaurito dal continuo flusso in entrata di crediti “incagliati” o in “sofferenza”. Unicredit evidenziava un ammontare di non performing loans pari a 82,3 miliardi di euro e una difficolta assoluta nel fare ricavi.

Eccola la parolina magica: ricavi.

Quando a Mustier hanno chiesto la conferma dell’indiscrezione ha risposto con un “no comment”.
Non poteva fare altrimenti. Ogni amministratore, quasi sempre non bravo, di una azienda ragiona in questi termini.

Discorso semplice, quasi banale: ogni banca è come un’azienda, dunque per chiudere in utile il rapporto tra ricavi e costi deve essere positivo. Per essere positivo o i miei ricavi superano i costi, oppure, rendendomi conto che non posso aumentare i ricavi, taglio i costi.

L’obsolescenza (manageriale, tecnologica, culturale) che avvolge il sistema bancario fa sì che ci si trovi di fronte alla seconda opzione. Mancano le capacità di business e manageriali per fare ricavi, dunque si tagliano i costi. Questa strategia di opportunità è stata vista da Mustier già da tempo.

Ma c’è di più, arriviamo alla chiave di volta del piano.

Come ben sapete la legge non permette a un’azienda che produce utili di licenziare, lo può fare solo se in “crisi”. Unicredit non produce perdite, non è un crisi. Quindi cosa può fare Mustier?

Il “professor” Mustier fa una manovra che mette Unicredit in condizione di percorrere due strade differenti e allo stesso tempo vantaggiose.

Da una parte fa circolare la voce dei tagli, scopre le carte, alza il tono di scontro sindacale, perché attaccare nel caos ti aiuta a vincere.

Successivamente si siederà ai tavoli con i sindacati e gli dirà “veniamoci incontro”.

Farà pressione sui sindacati e li spingerà a far valere le loro capacità di lobbying, a dialogare con il governo per ottenere le cose più disparate: scivoli pensionistici, ammortizzatori sociali, agevolazioni, qualsiasi tipo di supporto.

Se le trattative, come prevedibile, si dovessero fermare, si passerà al piano “Chernobyl”, quello più drastico: cessioni o esternalizzazioni.

Così come già fatto con i gioielli di famiglia (FIneco, Pioneer, Bank of Pekao) o con la macchina informatica del gruppo, cederà un ramo-servizio dell’azienda, comprensivo di questi 10mila dipendenti, a una società esterna, la quale metterà quest’ultimi sotto un contratto che non sarà quello bancario, con i suoi privilegi.

Quelle società sì che potranno, se in perdita, licenziarli davvero a partire dall’anno successivo.

Arriviamo all’obiettivo primario del Professor Mustier: ripulire completamente Unicredit, renderla leggera, e arrivare finalmente a una fusione con un altro gruppo bancario, a oggi impossibile.

Il “professor” Mustier è un passo avanti e i sindacati molti passi indietro.

Detto in parole povere, siamo di fronte a un sistema bancario destinato a cambiare profondamente, che avrà bisogno di un numero di dipendenti molto inferiore a quello al quale siamo abituati e di competenze tecniche che oggi risultano ancora difficili da reperire sul mercato.

Leggetemi su #IlFattoQuotidiano

Chapeau Monsieur Mustier.

Perdonatemi per lo spoiler.

Fonte immagine: Lettera43.it

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L’Earth Overshoot Day oggi abbiamo finito le risorse 2019 del Pianeta

Lun, 07/29/2019 - 11:50
Fonte: Asvis Italia

Dalla stampa nazionale:

Cade il 29 luglio l’Earth Overshoot Day 2019, ovvero il giorno in cui saranno esaurite tutte le risorse che il nostro pianeta può generare nell’anno. Una data che si anticipa di anno in anno, a dimostrazione del fatto che il consumo di quello che la Terra offre è sempre più accelerato. Negli ultimi 20 anni, il giorno dell’Overshoot si è spostato infatti di tre mesi in anticipo nel calendario, fino a superare quest’anno anche il record del 2018, quando cadde il 1 agosto. L’evento, che in italiano è letteralmente il “giorno del sovrasfruttamento”, segna il momento dal quale tutti i consumi dell’uomo saranno in eccesso rispetto a quello che gli ecosistemi della Terra possono rigenerare, bruciando in anticipo le risorse per il futuro.

Ad annunciarlo è il Global Footprint Network, un’organizzazione di ricerca internazionale che monitora l’impronta ecologica dell’uomo, ovvero una sorta di contabilità dello sfruttamento delle risorse naturali, che ha stimato che in media, tutto il mondo consumerà nel 2019 le risorse di 1,75 pianeti. Il velocizzarsi del fenomeno di sovra-sfruttamento è dovuto al fatto che intaccare il capitale naturale del pianeta compromette ulteriormente la sua capacità futura di rigenerazione delle risorse. Continua a leggere (Fonte: “Earth Overshoot Day 2019, il 29 luglio la Terra esaurisce tutte le sue risorse annuali: l’Italia però le ha già finite il 15 maggio”- ILFATTOQUOTIDIANO.IT)

OVERSHOOT DAY 2019, LA FINE DELLE RISORSE NON ERA MAI ARRIVATA COSÌ PRESTO. Le specie animali che, dall’origine della vita sulla Terra ad oggi, hanno popolato il pianeta sono vissute in media quattro milioni di anni. La nostra specie, autoproclamatasi con un po’ di arroganza “uomo sapiente”, esiste da appena 300mila anni, eppure sembra destinata a scomparire ben prima dei quattro milioni di anni “pattuiti”.

In questo lasso di tempo, infinitesimale dal punto di vista evolutivo, siamo infatti riusciti ad alterare profondamente gli equilibri climatici e chimici del pianeta, saturando l’atmosfera di gas velenosi e sfruttando in maniera dissennata le risorse naturali. Proprio il bulimico appetito di risorse sta rendendo la Terra sempre più inospitale per noi e per le altre specie con cui la condividiamo. Quest’anno l’umanità avrà completamente utilizzato il budget di risorse naturali che il nostro pianeta ci ha messo a disposizione per l’intero 2019 il 29 luglio. (…)

Continua a leggere  (Fonte: Overshoot day 2019, la fine delle risorse non era mai arrivata così presto – LIFEGATE.IT di Lorenzo Brenna)

IL TRISTE ANTICIPO DELL’ITALIA – Secondo il Global Footprint Network, l’Italia, che nella classifica dei «Paesi spreconi» si trova al nono posto, ha già passato il suo Overshoot Day per quest’anno. Gli italiani avrebbero infatti consumato tutte le loro risorse già dal 15 maggio e, secondo i calcoli, servirebbero le risorse di 4,7 Paesi altrettanto grandi per soddisfarne gli sprechi. Il motivo? Nell’analisi, in cui viene calcolato il rapporto fra la quantità di risorse naturali pro capite e la quantità di consumi di ogni singola persona, viene fuori che in Italia consumiamo 4,44 ettari globali a fronte di soli 0,90 disponibili. Solo il Giappone consuma di più in rapporto a quello che produce: 7,7 volte. Dopo l’Italia, nella classifica, troviamo Svizzera (4,6), Gran Bretagna (4,0) e Cina (3,8). Considerando i consumi assoluti, sono gli Stati Uniti consumano di più: servirebbero addirittura le risorse di 5 pianeti per soddisfare la richiesta attuale di risorse. Seguono l’Australia (4,1 pianeti) e la Russia (3,2). Continua a leggere (Fonte: Earth Overshoot Day 2019, dal 29 luglio abbiamo finito tutte le risorse annuali della Terra – CORRIERE.IT di Silvia Morosi)

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Gli incentivi fanno decollare le vendite di scooter elettrici

Lun, 07/29/2019 - 10:00

La mobilità è sempre più elettrica: nuove sensibilità ecologiche delle persone, ma soprattutto nuove politiche di incentivi, economici e non, favoriscono l’acquisto dei veicoli elettrici.

L’EcoBonus del Decreto Crescita per auto, motorini, scooter. Gli incentivi per l’acquisto elettrico

Le vendite di scooter, motorini e motocicli elettrici stanno avendo successo in Italia grazie all’Ecobonus per i veicoli elettrici che con il Decreto Crescita è stato esteso anche alle due ruote.

Gli incentivi all’acquisto dei veicoli elettrici riguardano tutti i veicoli a due, tre e quattro ruote di categoria L, ovvero motorini e moto di ogni cilindrata (è stato rimosso il limite di 11 kW), tricicli e quadricicli.

È stata anche ampliata la platea dei destinatari dell’incentivo, che si applicherà anche a chi rottama un qualunque veicolo di categoria L Euro 3 – prima era possibile solo per gli Euro 0, 1 e 2 – e sarà valido anche se la categoria acquistata è diversa da quella rottamata. Questi veicoli, inoltre, possono essere rottamati anche da un familiare convivente, purché in possesso del veicolo stesso da almeno 12 mesi.

L’Ecobonus ha avuto subito un impatto positivo sul mercato. Rispetto allo scorso anno, infatti, le vendite di scooter, motorini e motocicli di cilindrata 50 cc hanno fatto fatti registrare un +2,2%, pari a 5.420 veicoli in più, grazie soprattutto ai veicoli elettrici, che hanno più che raddoppiato i volumi totalizzando 871 vendite. Come ha rilevato ANCMA, Associazione di Confindustria che riunisce le aziende italiane costruttrici di veicoli a due e tre ruote.

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Foto di Trinity_eRoller da Pixabay

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Brutti, sporchi e cattivi: puntata 14

Lun, 07/29/2019 - 09:29
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Mangiare vegan è davvero più costoso?

Lun, 07/29/2019 - 08:00

Scegliere di seguire una dieta vegana è davvero più costoso rispetto a una onnivora?

Questa domanda è forse la più frequente che si pone chi decide di prediligere una dieta plant based.

Imparare a scegliere – Complice anche chi del veganismo ne ha fatta una moda, le diete senza derivati animali vengono percepite da molti come un capriccio snob.

«Il recente pullulare di micro-galassie veg così “cool” e costose ha avuto spesso l’effetto contrario a quello sperato e, al posto di far avvicinare le persone a una dieta sana e sostenibile, ha finito col far ritenere alla maggior parte di noi che l’alimentazione a base vegetale, di stagione e legata al territorio, non fosse alla portata di tutti – spiega Greenpeace –. Il veganismo, dunque, è stato percepito da molti come una scelta fashion, snob e capricciosa delle classi più fortunate».

Cosa acquistare e cosa no – Sugli scaffali dei supermercati tradizionali compaiono sempre più spesso surrogati di prodotti animali.

Alimenti lavorati e raffinati e dai prezzi – molto spesso – proibitivi.

Eppure, la soluzione migliore è anche la più facile: basterebbe seguire la vera dieta mediterranea, prediligendo ai prodotti lavorati e industriali frutta e verdura di stagione.

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L’inutile businnes dell’igiene intima femminile

Lun, 07/29/2019 - 07:00

Premessa: la vagina è un muscolo tubolare che unisce la cervice all’apertura vaginale, che invece si chiama vulva e rappresenta i genitali esterni.

Secondo un sondaggio condotto nel Regno Unito su oltre 2 mila donne dalla Jo’s Cervical Cancer Trust, il 35% delle donne si imbarazza per il proprio corpo durante il pap test, il 34% si preoccupa dell’aspetto della proprio vulva e il 38% è in ansia rispetto all’odore che può emanare. Percentuali che possono solo aumentare quando la paura del giudizio si sviluppa nel corso di un rapporto sentimentale. Secondo una indagine riportata sul New York Times, una donna su tre si preoccupa, in generale, che la propria vagina abbia un cattivo odore. Tutte queste paure alimentano un mercato, non inutile ma proprio dannoso, che è l’industria igienica riservata alle donne: lavande vaginali, ovvero miscele di acqua e detergenti da spruzzare all’interno della cavità vaginale; ma anche assorbenti profumati; o anche detergenti intimi spesso molto aggressivi.

Come ci spiega la pubblicità, le donne avrebbero bisogno di un detergente intimo dedicato – che abbia sì un ph specifico, certo, ma anche magari che sia antibatterico e deodorante – mentre gli uomini no. Da qualche anno anche le bambine – ma i bambini no – hanno detergenti intimi pensati per loro. Tutto gioca (alla fine è la mamma che compra) sulla nostra abitudine a sentirci inadeguate, e anche un po’ sporche, quando parliamo di parti intime.

Eppure la scienza ha stabilito da tempo che un detergente antibatterico può creare resistenze pericolose e comunque non lava meglio di uno non-antibatterico (e vale anche per le pulizie della casa), che le profumazioni dei prodotti per l’igiene in generale possono danneggiarci (e invece vengono proposti, e con buon successo, addirittura assorbenti profumati), e che il talco, messo lì, non è benefico (ma collegato al tumore alla cervice) per la nostra vulva, mentre le lavande vaginali sono il prodotto di una distorsione (indotta) della nostra psiche. Sarebbe un po’ come pensare di dare una lavata al pancreas o al retto.

Un recente studio statunitense ha dimostrato che il rischio di sviluppare un cancro alle ovaie quasi raddoppia nelle donne che hanno l’abitudine di usare lavande vaginali, e sono milioni di donne nel mondo (un quarto delle donne di età compresa tra i 15 e i 44 anni usa lavande vaginali negli Usa, secondo una stima dell’HHS). Studi precedenti avevano già collegato l’uso di lavande o l’uso di dispositivi per il lavaggio vaginale all’infezione da lieviti, a malattie infiammatorie e a gravidanze ectopiche.

I ricercatori hanno anche trovato associazioni tra le lavande e il cancro alla cervice, riduzione della fertilità, maggior rischio di contrarre HIV e altre malattie sessualmente trasmissibili.

Insomma, paghiamo per consumare prodotti che danneggiano la nostra salute, proprio come sprechiamo tempo per renderci sempre migliori di quello che siamo, ma solo limitatamente all’aspetto fisico: ci depiliamo, ci levighiamo, ci sottoponiamo a trattamenti di bellezza di ogni tipo, e infine ci trucchiamo, ma solo dopo aver scelto il colore di scarpe giusto da abbinare al vestito. Spesso andiamo anche oltre, nel “curare” la nostra inadeguatezza, e lo scorso anno 22 donne con tumore alle ovaie sono state rimborsate da Johnson e Johnson perché un giudice ha stabilito, sulla base di studi come questo, che la causa della loro malattia risaliva al talco usato per profumarsi le parti intime.  Sei di queste donne   sono già morte.

In tutto sono ad oggi oltre 13.000 le donne che hanno citato in giudizio Johnson & Johnson per tumori associabili ai suoi prodotti. Eppure il talco continua ad essere commercializzato, solo o all’interno di altri prodotti, esattamente come le lavande vaginali e molti altri prodotti “igienici” potenzialmente dannosi.

Photo by Gesina Kunkel on Unsplash

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Previsione traffico estate 2019: ecco le giornate più critiche

Dom, 07/28/2019 - 21:00

Viabilità Italia, il Centro di coordinamento nazionale della viabilità istituito presso il Ministero dell’Interno, ha disposto un piano, in vista degli spostamenti verso le località turistiche.

Le giornate altamente critiche, cosiddette da “bollino nero” sono sabato 3 e 10 agosto, mentre quelle da “bollino rosso” riguardano l’ultimo fine settimana di luglio, il primo del mese di agosto, il 18 e il 25 agosto e i primi due week end di settembre.

La Polizia di Stato raccomanda a tutti gli automobilisti di intraprendere il viaggio con un veicolo efficiente e completo nelle dotazioni di sicurezza, in condizioni fisiche ottimali e ben informati sulle condizioni delle strade, del traffico e del meteo.“

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Gli alberi “mangia plastica” che ripuliscono l’ambiente

Dom, 07/28/2019 - 15:00

Una ricerca italiana ha mostrato le proprietà degli alberi “mangia plastica”. Un’importante scoperta contro l’inquinamento di un materiale nocivo per l’ambiente.

pioppi sono in grado attraverso le loro radici di assorbire alcuni inquinantipropri della plastica, gli ftalati, ripulendo così l’ambiente. Lo ha dimostrato una ricerca dell’Istituto di Scienze della Vita della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, guidata da Francesca Vannucchi e pubblicata sulla rivista scientifica “Environmental Science and Pollution Research”.

La specie di pioppi dotata di questa caratteristica è la Populus Alba Villafranca, un pioppo bianco di sesso femminile, con foglie dalla forma ovale o tondeggiante, che cresce in pianura e lungo i litorali, grazie alla sua resistenza alla salsedine. Questi pioppi riescono ad assorbire gli ftalati e distruggerli all’interno dei tessuti vegetali, confermando la loro grande tolleranza alle sostanze inquinanti.

Gli ftalati sono sostanze micro-inquinanti molto dannose per gli ecosistemi e per la salute umana. Sono composti chimici utilizzati nell’industria delle materie plastiche come agenti plastificanti, soprattutto nel Pvc, per migliorarne flessibilità e modellabilità. Vengono utilizzati anche in molti prodotti di uso comune, come smalti per le unghie, profumi, vernici e pesticidi.

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Brutti, sporchi e cattivi: puntata 13

Dom, 07/28/2019 - 09:29
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Mozziconi di sigaretta: quanto danneggiano l’ambiente?

Dom, 07/28/2019 - 09:00

I filtri dei mozziconi di sigaretta rappresentano un serissimo pericolo per l’ambiente, perché riducono in maniera significativa la capacità delle piante di riprodursi e crescere. È quanto si legge in una ricerca condotta presso l’inglese Anglia Ruskin University e recentemente pubblicata su Ecotoxicology and Environmental Safety.

I filtri dei mozziconi di sigarette – Il lavoro degli accademici è partito da due considerazioni. La prima è che di solito i filtri delle sigarette sono fatti in fibra di acetato di cellulosa, un tipo di bioplastica che può impiegare decenni per decomporsi e che dunque ha di per sé un potenziale di rischio per l’ambiente: l’indagine della ARU ha appunto tentato di stabilire con esattezza quanto fosse grande.

La seconda premessa della ricerca è che stiamo parlando di una quantità enorme di mozziconi: si calcola che ogni anno ne vengano gettati a terra qualcosa come4,5 miliardi. In alcuni prati della cittadina di Cambridge, utilizzati per i test, sono state trovate concentrazioni pari a 128 filtri per metro quadrato.

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Gli strani casi dell’animo umano: “Altro che immigrazione, il nemico si annida in casa”

Dom, 07/28/2019 - 07:00

Tempo di crisi, Signora mia. Di crisi e di rabbia. I giornali iniziano ogni articolo con l’espressione “tempo di crisi”, mentre la politica ci aizza gli uni contro gli altri.

Le dinamiche di gruppo si estremizzano: affamati di ragioni e di vendetta, cerchiamo un nemico e lo troviamo nell’altro.

Ingenui! In questa guerra fratricida, dimentichiamo un elemento fondamentale.
Nulla è più pericoloso dell’inanimato, che, apparentemente immobile e privo di intenzioni, nasconde insidie, cela pericoli.

Non è un caso che il maggior numero di incidenti si verifichi tra le mura domestiche. Eppure la vittima si colpevolizza. “Sono stato io”, “avrei dovuto fare attenzione”, “ è solo un oggetto”. 

E no, cari miei, troppo comodo!

È il momento di direzionare la nostra rabbia non uomo contro uomo: ma verso l’inanimato.

Guardate lei, ad esempio: lì, in silenzio. “Mi si nota di più se non vengo, o se vengo e me ne sto in un angolo?” Lei, maledetta trappola: la scarpiera! 

  • La scarpiera si annida negli anfratti; si cela, infida, dietro le porte, pronta a saltarti addosso.
  • Ricettacolo di microbi. In un mondo in cui il privato viene sbattuto sotto gli occhi di tutti, in piazze più o meno virtuali, la scarpiera opera al contrario: porta in casa il peggio del fuori.
  • Invade i luoghi più intimi e segreti: il bagno, la stanza da letto! Non ti puoi difendere: lei è lì, ti osserva. Sottile, minuta, taciturna. Presto indispensabile.
  • Una volta che ti è entrata in casa, è come una droga: “come facevo prima?”, “dove sei stata tutto questo tempo???”.
  • La scarpiera libera spazio dentro l’armadio. Spazio che sarà necessariamente riempito da altri oggetti, vestiti. O altre scarpe! Se ci stavano prima, che male c’è a mettercene un paio? Solo uno, uno solo… posso smettere quando voglio. E allora di nuovo scarpe, scarpe che chiamano scarpiere; e di scarpiera in scarpiera la casa si popola, si riempie.
  • Due mesi prima avevi scelto un arredamento essenziale. Ti eri addormentato nella tua casa-copertina di “Feng shui magazine”, avevi vinto il premio “piccola fiammiferaia”… e tempo 60 giorni ti sembrerà di svegliarti nel Paradiso della ciabatta. Scarpiere in ogni dove, di ogni materiale: formica, laminato, a specchio. E scarpiere a specchio che si specchiano in scarpiere a specchio: un film di Dario Argento.
  • La scarpiera è brutta, diciamocelo. Eppure ce n’è una in ogni mobilificio. Dall’Ikea a Cattelan, tutti hanno concepito la loro personalissima scarpiera. È come se ogni autosalone ospitasse la sua Duna, come se la Ferrari avesse previsto un suo modello di Duna Rampante.
  • La scarpiera è discriminatoria: non vi trovano spazio stivali e scarpe dal 41 in su. 

Eccola, la metafora perfetta. Per una società che ci massifica, ci vuole “altezza media”, ci pretende banali: senza picchi (maledetta lei!).

BIBLIOGRAFIA: 

“La scarpiera e il crollo del Capitalismo” (K.Marx)

“Cattiva Maestra dai tacchi a spillo” (K.Popper – A.Signorini)

“La scarpiera a una dimensione” (H.Marcuse)

 “La scarpiera nel Libro dell’Apocalisse” (J.Ratzinger)

“Scusa se ti chiamo De Fonseca” (F.Moccia)

Immagine: Foto di Pexels da Pixabay

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Prodotti non testati su animali: ecco la lista

Sab, 07/27/2019 - 21:00

Oltre ai medicinali, anche molti prodotti per la cura della casa e per l’igiene della persona vengono testati sugli animali. Ma non tutti, molti rispettano le indicazioni etiche e noi consumatori possiamo scegliere!

Cosa dice la normativa

Dal marzo 2013 i test di cosmetici su animali e la vendita di prodotti cosmetici e per l’igiene personale testati su animali sono vietati in Europa. Questo divieto, però, non include tutti i prodotti per la pulizia della casa e molti altri di uso quotidiano.

Alcuni marchi, inoltre, hanno dovuto adeguare parte della loro produzione per il mercato europeo, ma continuano a finanziare test su animali in altri Paesi del mondo, oppure possono essere coinvolti nella sperimentazione animale in altri settori.

Le etichette possono essere ingannevoli

Comprendere le diciture è il primo passo per compiere scelte consapevoli.

Quando leggiamo “Prodotto finito non testato su animali”significa, però, che gli ingredienti con cui è composto il prodotto possono essere stati testati su animali.

“Prodotto non testato su animali”, invece, non dà nessuna informazione specifica, il prodotto è l’insieme dei vari componenti che, se di nuova formulazione, sono stati testati.

“Testato clinicamente” significa che il prodotto è stato testato su volontari umani, ma potrebbe essere stato testato anche sugli animali o potrebbero esserlo stati gli ingredienti che lo compongono.

“Testato dermatologicamente” significa che il prodotto (o gli ingredienti) è stato testato sulla pelle, ma non specifica se di uomini o di animali.

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Il clima pazzo dimezza la produzione di miele

Sab, 07/27/2019 - 15:00

Acacia e agrumi sono diminuiti del 41% a causa del meteo anomalo dei primi mesi del 2019: e i ricavi per gli apicoltori hanno subito un taglio di 73 milioni di euro.

La produzione di miele ha risentito del clima pazzo dei primi mesi del 2019. In particolare, acacia e agrumi sono diminuite del 41% rispetto alle attese, portando a un taglio dei ricavi di 73 milioni di euro per gli apicoltori di tutta Italia. Lo rivela Ismea sottolinenado come, allo stesso tempo, le importazioni siano volate totalizzando, secondo la Coldiretti, 82 milioni di chili tra gennaio ed aprile.

Un settore già in difficoltà – L’andamento climatico anomalo ha messo definitivamente in ginocchio un settore già alle prese con problemi sanitari e minacciato dalla forte concorrenza del prodotto di provenienza estera. Le perdite produttive per il miele d’acacia, stimate intorno ai 55 milioni di euro, hanno penalizzato soprattutto le regioni del Nord (Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia). 

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Punto G, muscoletti vaginali e piacere femminile

Sab, 07/27/2019 - 12:00

Sono passati 40 anni da quando l’associazione dei sessuologi Usa ha certificato l’esistenza del punto G scatenando polemiche che ancora non si sono sopite.

Ma ormai le evidenze scientifiche sono indiscutibili.

Negli anni ‘90 il Professor Jannini ha fotografato i tessuti cavernosi dimostrando che c’è e lotta insieme a noi. Questi tessuti sono detti cavernosi perché si gonfiano con l’eccitazione grazie a un aumento dell’afflusso di sangue.

Le ricerche di Jannini hanno però chiarito una questione essenziale: il Punto G non è un punto ma un’area particolarmente sensibile. Si tratta sostanzialmente di terminazioni nervose molto sensibili che potremmo descrivere, per semplificare, come la radice della clitoride (o del clitoride se preferite).

Questa zona del piacere è situata a circa 3 centimetri di profondità sulla parete della vagina anteriore, cioè dietro l’osso pubico. Accarezzare quest’area non è sufficiente, è necessario premere (senza esagerare che è delicata) verso l’osso pubico. Al tatto il centro di quest’area si presenta come una lieve depressione.

Continuare a negare l’esistenza di questa zona del piacere è ormai assurdo perché milioni di donne ne fanno esperienza continuamente. Ma allora perché tante discussioni?

Perché alcune donne, eminenti sessuologhe oltretutto, continuano a sostenere che si tratti di un’illusione?

L’arcano è molto semplice.

La sensibilità di questa zona è connessa con la mobilità muscolare genitale.

Come tutte le parti del corpo anche l’organo femminile è dotato di muscoli (pubococcigei, altrimenti indicati con il termine pavimento pelvico; l’insieme dei muscoli che avvolgono l’area genitale si chiama Perineo).

I muscoli pubococcigei sono quelli che utilizziamo tutti, anche i maschi, quando facendo pipì blocchiamo il flusso delle urine (proprio come stai facendo in questo momento!). Si tratta di contrarre per alcuni secondi, senza sforzarsi troppo, il pavimento pelvico e quindi ascoltare il progressivo rilassamento. 3 secondi di contrazione, 9 secondi di rilassamento. È un esercizio base che puoi fare ovunque, non se ne accorge nessuno (fa bene anche ai maschi).

Condizionamenti culturali secolari hanno fatto sì che molte donne abbiano sviluppato una specie di negazione della loro fisicità genitale e quindi muovano pochissimo questi muscoli. Questo fatto determina gravi danni che rendono poco efficiente il controllo della minzione femminile: in Italia il 50% delle donne soffre di incontinenza delle urine dopo la menopausa.

Questo disturbo a partire dagli anni ‘30 si cura con la ginnastica come dimostrò il dottor Kegel. Questa ginnastica è molto più efficace dell’intervento chirurgico che oltretutto dà risultati spesso provvisori.

Inoltre è utile anche per prevenire il prolasso vaginale.

Ma Kegel scoprì anche che le sue pazienti che soffrivano di frigidità, sovente riuscivano a raggiungere per la prima volta il culmine del piacere dopo essersi dedicate per qualche tempo a questa ginnastica.

Il nesso è semplice: se non muovo i muscoli di una parte del corpo la sensibilità diminuisce e la sollecitazione può addirittura diventare fastidiosa invece che piacevole.

Con questo discorso non voglio certo affermare che solo scoprendo il piacere dell’Area G, una donna possa avere una vita sessuale soddisfacente. Ogni persona è diversa e il piacere ha molteplici forme; ci sono donne che hanno l’orgasmo prevalentemente clitorideo, altre che hanno maggiore sensibilità in altre aree della vagina. In questi anni molto si è parlato di altre zone orgasmiche… Dal punto di vista scientifico pare che queste diverse sensibilità dipendano sia dai terminali nervosi che si diramano nell’organo femminile sia da particolari sensibilità psicologiche. La sessualità è in realtà una questione nella quale l’emotività e i meccanismi psicologici sono ben più importanti delle questioni fisiologiche. Ma sicuramente conoscere di più il proprio corpo fa bene all’amore anche se poi una donna può scoprire che per lei la zona G è meno importante che per altre donne.

Per concludere accenno a due questioni connesse.

È importante sapere che risvegliando la muscolatura intima la donna potrebbe anche recuperare la capacità di emettere durante l’orgasmo un liquido simile a quello maschile. Se succede non spaventarti, è normale anche se poche donne occidentali lo sperimentano. Anche in questo caso è una questione che riguarda millenni di condizionamenti culturali. Presso molti popoli maggiormente matriarcali, che vivono una sessualità più libera, questa reazione è invece molto diffusa tanto che presso alcuni gruppi etnici la donna viene considerata adulta non quando ha le prime mestruazioni ma quando sperimenta l’eiaculazione. Il Professor Jannini ha fotografato quella che potremmo definire una prostata femminile che in alcune donne è sviluppata mentre in altre è praticamente assente. Quindi se non eiaculi non preoccuparti, ma se eiaculi stai attenta a non incappare in un sessuologo medioevale. Fino a pochi anni fa alcuni sessuologi scambiavano questa reazione fisiologica per incontinenza e procedevano col bisturi. Ma di questo tema parleremo diffusamente in un prossimo articolo.

Infine per chi dubita del nesso tra la mancanza di tonicità del muscolo pubococcigeo e l’incontinenza ricordo che mentre in Italia questo malanno è tanto diffuso che la pubblicità dei pannolini per donne imperversa in tv, in Francia e Paesi scandinavi l’incidenza di questo disturbo è solo del 18%, una differenza enorme dovuta allo sforzo delle strutture sanitarie nella diffusione della ginnastica del pavimento pelvico.

ATTENZIONE: fare ginnastica fa bene ma NON fa bene bloccare il flusso delle urine!

Per saperne di più sessosublime.it
Il video del Centro Medico Sant’agostino
Esercizi per il pavimento pelvico

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