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Aggiornato: 37 min 10 sec fa

Il caso della pagina Facebook dell’Inps e il flop del reddito di cittadinanza

Ven, 04/19/2019 - 10:56

Per migliaia di italiani i risultati del tanto atteso Reddito di cittadinanza sono stati un assoluto flop. Indispettiti e in cerca di risposte, gli utenti hanno letteralmente preso d’assalto la pagina Facebook “Inps per la famiglia” dedicata alle informazioni e alle risposte sul reddito di cittadinanza, con richieste (e insulti) di ogni tipo compreso quella di chi chiede come avere il reddito lavorando in nero.

È vero, non stanno arrivando certo i 780 euro promessi, in molti casi si parla di 80-100 euro. Tanto da far scatenare gli utenti sui social network: “40 euro? Vergogna. Ragazza madre di due figli, disoccupata. Questo è l’aiuto che date”. Per non parlare della penalizzazione delle famiglie numerose, quelle con un figlio disabile o con una pensione di disabilità in famiglia.”

Il caso del Social Media Manager della pagina Inps ufficiale diventa virale evidenziando però un grave fenomeno che sta caratterizzando l’Italia e l’Italiano: la propensione a farsi troppe aspettative e l’ignoranza.

Cosa si dice in Italia? Approfondiamo:

L’account Facebook di INPS per la famiglia è diventato un caso nazionale.L’account Facebook di INPS per la famiglia è diventato un caso nazionale dopo le polemiche relative al social media manager incaricato di rispondere agli utenti. Tale addetto, vista l’altissima quantità di domande, ha cominciato a dare delle risposte molto secche agli utenti. E seppur il confine della sgarbatezza non sia mai stato valicato, il mondo social si è accorto di cosa stava accadendo reagendo in modo molto particolare. Memore delle cosiddette ‘blastate’ di Enrico Mentana e Roberto Burioni, l’account INPS per la famiglia è diventato molto popolare, attraendo anche il like di utenti che non avevano nessuna domanda da porre all’istituto; sono in linea solo per leggere le risposte del social media manager della pagina. Continua a leggere…

Fonte: ILGIORNALE.IT – Giorgia Baroncini

Gli insulti su Facebook all’Inps rivelano il problema numero 1 dell’Italia: l’ignoranza. Se ne discute da tempo, ricerche e analisi socio-demografiche sono pressoché tutte concordi: l’Italia è uno dei Paesi più ignoranti d’Europa. […] Facciamo un esempio, prendiamo un caso molto recente: con l’arrivo del reddito di cittadinanza, molti cittadini rimasti delusi dagli importi mensili accordati dall’Inps si sono riversati nella pagina Facebook “Inps per la famiglia” per protestare contro il trattamento. Sebbene i bassi importi concessi a molti beneficiari siano assolutamente corretti e derivanti da parametri scritti nero su bianco nel provvedimento di legge approvato dal Parlamento, molti cittadini, certi che avrebbe ricevuto i famigerati 780 euro mensili così tanto citati e sbandierati dal vicepremier Luigi Di Maio nel corso della campagna elettorale e dei primi mesi di governo, hanno visto le proprie convinzioni infrangersi di fronte alla realtà dei fatti. Che molti cittadini non siano in grado di comprendere un testo di legge complesso come può essere il ddl che istituisce la misura è normale e comprensibile, ma a colpire oltremodo è il modo in cui quei commenti sono stati scritti: frasi completamente sconnesse e prive di senso, verbi essere e avere utilizzati in maniera errata, scritti senza h o senza accenti, con accenti dove non dovrebbero esserci e viceversa, verbi coniugati in maniera completamente sballata anche nelle declinazioni più semplici e chi più ne ha più ne metta. Continua a leggere…

Fonte: TPI.IT – Charlotte Matteini

Reddito di cittadinanza, bufera social: “Da adesso campagna contro i Cinque Stelle”. Un esercito di delusi. Sono tanti i cittadini che stanno riversando sui social network il proprio scontento dopo aver avuto notizia delle somme destinategli dal reddito di cittadinanza. I beneficiari hanno iniziato a ricevere i messaggi di conferma della domanda da parte dell’Istituto di previdenza sociale nelle scorse ore: delle circa 800mila richieste, al momento ne sono state accettate 487.677. Sms ed email hanno dato speranza a molte famiglie italiane, almeno fino a quando non è stato noto l’importo. Cifre inferiori alle aspettative e, in alcuni casi, irrisorie dato che c’è chi si è visto assegnare 40 euro. “Come si può vivere così?”, sembra essere la domanda ricorrente. Un caso nel caso sono diventati i commenti firmati dalla pagina Inps per la famiglia che in questi giorni è stata presa d’assalto. Continua a leggere…

Fonte: REPUBBLICA.IT – Rosita Rijtano

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CuoreBasilicata COTTO&LUCANO: biscotti al finocchio

Ven, 04/19/2019 - 10:17

INGREDIENTI

500 g di farina 00
1 uovo
1 cucchiaino di semi di finocchio
1 cucchiaino di lievito per dolci
60 g di strutto (in alternativa, olio extravergine di oliva)
sale q.b.

PREPARAZIONE

Disponete la farina a fontana e aggiungete all’interno i semi di finocchio, il sale, l’uovo, il lievito, lo strutto e dell’acqua.

Impastate il tutto (aggiungendo altra acqua se necessario) fino a ottenere un panetto liscio e omogeneo. Il composto dovrà riposare per circa un’ora a temperatura ambiente, coperto da un canovaccio umido.

Nel frattempo, in una pentola portate a bollore dell’acqua che utilizzerete successivamente per la cottura dei biscotti.

Prelevate piccole porzioni di impasto che andrete a stendere in modo da ricavare dei cilindri di 1-2 cm di diametro e 20 cm circa di lunghezza. Prendete le estremità dei vostri cilindri di pasta e sovrapponetele, facendo una leggera pressione per attaccarle tra loro. Le forme da scegliere variano da quella classica del tipico tarallo fino alla tradizionale sagoma ad “8”.

Immergete delicatamente i biscotti nell’acqua bollente. Appena saliranno a galla, scolateli con l’aiuto di una schiumarola e sistemateli su un canovaccio pulito.

Disponete i vostri biscotti al finocchio su una teglia ben coperta da carta da forno. Infornateli a 200 gradi per 25 minuti circa. Una volta che avranno assunto una colorazione dorata, sfornateli e lasciateli raffreddare completamente prima di consumarli.

Leggi su CuoreBasilicata una curiosità sui biscotti al finocchio

Ricetta a cura di Federico Poletta, Gruppo di Animazione Territoriale CuoreBasilicata

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Ecco la prima molecola che si è formata nell’Universo

Ven, 04/19/2019 - 09:18

Si chiama idruro di elio ed è stata la prima molecola ad essersi formata dopo il Big Bang.

Quand’è nata, in natura, la chimica? Si potrebbe dire che, in un certo senso, che la chimica è nata con la formazione del primo legame molecolare, cioè con la prima molecola. La teoria suggeriva che questa molecola doveva essere lo ione idruro di elio, cioè idrogeno ionizzato (dei semplici protoni) che reagisce con il gas nobile elio. Questa molecola era stata osservata in laboratorio nel 1925, ma mai nello Spazio, fino a ora. Un team dell’Istituto Max Planck per la Radioastronomia di Bonn è riuscito a scoprire lo ione idruro di elio in una giovane nebulosa planetaria, chiudendo così una questione aperta da quasi un secolo. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Nature.

La nascita della chimica

Questa storia potrebbe cominciare, idealmente, più di tredici miliardi di anni fa, quando un giovane Universo iniziava a raffreddarsi. Era un Universo privo di metalli e composto esclusivamente da ioni di elementi leggeri: idrogeno, elio, deuterio e tracce di litio. Quando la temperatura è scesa sotto i 4000 gradi Kelvin, questi ioni hanno cominciato a ricombinarsi, con ordine inverso rispetto al loro potenziale di ionizzazione (l’energia necessaria a strappare un elettrone da un atomo). Così, lo ione elio ha acquisito un elettrone formando il primo elemento neutro in assoluto.

L’idrogeno ionizzato invece, cioè un protone, è altamente reattivo. È il più forte acido noto e tende a reagire con qualunque elemento neutro. In questo modo, si è creato il primo legame molecolare fra elio neutro e ione idrogeno, che ha formato la molecola ione idruro di elio (HeH+). Man mano che la ricombinazione degli elementi procedeva, lo ione idruro di elio si è unito ad altri atomi di idrogeno, aprendo così la strada alla formazione dell’idrogeno molecolare e a tutto l’Universo come lo conosciamo oggi.

Alla ricerca della prima molecola

Secondo le leggi della meccanica quantistica, ogni molecola emette radiazione ad una ben precisa lunghezza d’onda. Si tratta di una firma inequivocabile che permette, grazie a strumenti noti come spettrometri, di riconoscere elementi e molecole contenuti in un certo composto. Nel caso dello ione idruro di elio, questa firma si trova alla lunghezza d’onda di 0.149 millimetri.

Lo HeH+ era stato osservato per la prima volta, in laboratorio, nel 1925, ma nonostante la sua importanza per la storia dell’Universo, non era mai stato rilevato nello Spazio. “La chimica dell’Universo è cominciata con l’HeH+”, ha spiegato Rolf Güsten, coordinatore della ricerca, “e la mancanza di una sua evidenza nello Spazio interstellare è stato un dilemma per l’astronomia per lungo tempo”. Secondo modelli teorici messi a punto alla fine degli anni Settanta, quantità rilevabili di HeH+ si sarebbero dovute trovare in nebulose planetarie, formate da materiale espulso da stelle simili al Sole alla fine del loro ciclo vitale.

Effettivamente, così è stato: gli scienziati sono riusciti a rilevare tracce dello ione idruro di elio ai margini della nebulosa planetaria Ngc 7027. Questa nebulosa, un tempo una stella di massa media come il nostro Sole, si trova nella costellazione del Cigno, a tremila anni luce dalla Terra. Oggi, la nuova, giovane stella al centro della nebulosa è una nana bianca tra le più calde (190 mila gradi Kelvin) e cento volte più luminosa del Sole. Sfortunatamente, la lunghezza d’onda emessa dallo ione idruro di elio è bloccata dall’atmosfera della Terra e non può essere rilevata con i radiotelescopi terrestri.

Osservatori orbitanti: il progetto Great

Per questo motivo, i ricercatori hanno effettuato le osservazioni con un telescopio orbitante chiamato Sofia, di fatto un Boeing modificato per osservazioni ad alta quota. Su Sofia è montato uno spettrometro molto sensibile, noto come Great (German Receiver for Astronomy at Terahertz Frequencies). Questo spettrometro opera appunto nelle frequenze terahertz (1 terahertz sono 1000 gigahertz) che sono invisibili per i telescopi terrestri, a causa dell’atmosfera. Great è operativo dal 2011 ed è stato sviluppato proprio dai ricercatori dell’Istituto Max Planck per la Radioastronomia. “Grazie ai recenti sviluppi nella tecnologia terahertz è stato finalmente possibile fare delle misure molto precise in quella regione di frequenze chiamata lontano infrarosso”, ha spiegato Rolf Güsten.

Questa ricerca chiude felicemente una questione scientifica aperta da tempo, elimina i dubbi sulla nostra comprensione dei processi di formazione molecolare all’inizio dell’Universo e mostra la tendenza della natura a formare legami molecolari nonostante elementi poco reagenti come l’elio.

Riferimenti: Nature

FONTE: GALILEONET.IT

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Cina, chimica e fast fashion ci copriranno di rifiuti tessili

Ven, 04/19/2019 - 06:00

Abiti usati, la materia prima cresce in volume ma crolla la qualità. Questo in estrema sintesi lo scenario che contraddistingue oggi il second hand clothes market, il mercato degli indumenti di seconda mano. Che vale circa 4 miliardi di dollari l’anno e risente inevitabilmente delle grandi trasformazioni avvenute negli ultimi anni nel settore tessile.

Le trasformazioni del settore vengono accelerate dal boom del fast fashion – con le sue devastanti ricadute sociali e ambientali – che quest’anno ha sancito la fine di un’epoca: il 2018 sarà infatti il primo anno nel quale più della metà delle vendite di capi di vestiario e calzature avrà avuto origine al di fuori di Europa e Nord America. A rivelarlo sono gli analisti di McKinsey nel rapporto The State of Fashion 2018 secondo il quale le principali fonti di crescita del settore sono i mercati dei Paesi emergenti, soprattutto Asia-Pacifico e Latino-America.

Ma la produzione globale di abbigliamento in crescita galoppante (è raddoppiata tra il 2000 e il 2015) non è l’unica tendenza del comparto moda. Nello stesso periodo il numero medio di volte in cui un capo viene indossato prima dello smaltimento è diminuito del 36%. Un dato impressionante che, guardando alla Cina, arriva addirittura al 70%. L’altra novità riguarda i materiali: il poliestere ha infatti scalzato il cotone, diventando il tessuto più utilizzato dall’inizio del ventunesimo secolo.

Tutte grandi trasformazioni che si rivelano gatte da pelare per l’economia del tessile usato. Forniscono infatti prodotti più complicati da gestire al mercato degli indumenti destinati al riuso o a quello degli scarti da riciclare in materie prime seconde.

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Foto di Couleur da Pixabay

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Azienda vietnamita produce cannucce dall’erba invece che dalla plastica

Gio, 04/18/2019 - 19:00

L’imprenditore vietnamita Tran Minh Tien proprietario dell’azienda “Ong Hut Co” che produce cannucce biodegradabili fatte con l’erba,  ha condiviso il suo innovativo processo di produzione in un video online pubblicato la settimana scorsa.

Per fare le cannucce, Tien raccoglie un tipo specifico di erba chiamata Lepironia Articulata o “Carice grigio” che cresce spontaneamente nelle zone umide del Vietnam. Questo tipo di erba è perfetta per le cannucce perché hanno un gambo cavo e sono molto lunghe.

Per ottenere le cannucce vegetali, prima viene lavata l’erba e tagliata in tubi lunghi 20 cm. Successivamente, l’erba viene pulita più a fondo, dentro e fuori, prima di essere impacchettata in fasci di foglie di banano.

Questo è un ottimo prodotto per ridurre i rifiuti di plastica ed è un esempio perfetto che dimostra che i nostri moderni comfort non devono necessariamente essere fatti di plastica. Sfortunatamente, Ong Hut Co sta ancora vendendo il prodotto solo all’interno del Vietnam, ma sperano di espandersi presto.

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Fonte immagine copertina NONSOLOANIMALI.COM

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Verde pubblico, a Milano è record di giardini e aiuole curati da condominii e aziende

Gio, 04/18/2019 - 16:00

Ci sono i milanesi che piantano alberi e seminano aiuole davanti al portone di casa e ci sono le grandi aziende che sì, anche per una questione di immagine, si coccolano piazze e piazzole davanti alla propria sede. Milano sta sbocciando in questi giorni e il merito è anche dei privati, piccoli e grandi mecenati del verde che si prendono cura di fazzoletti di città. In circa dieci anni di sperimentazione, gli accordi di collaborazione e sponsorizzazione siglati sotto l’etichetta “Cura e adotta il verde pubblico” sono passati da 50 a 504, più 900%, per un totale di 288.290 metri quadrati di aree verdi.

Tra le prossime zone che rifioriranno c’è piazzale Cadorna, dove l’area compresa tra Foro Buonaparte, via San Nicolao e via Carducci sarà inaugurata fra una settimana: il restyling, finanziato da Luxottica la cui sede si affaccia proprio in quell’angolo un po’ spostato rispetto alla stazione, prevede un cambiamento radicale: via i camminamenti al centro dell’aiuola, che stava diventando una mini discarica di rifiuti, e panchine spostate verso l’uscita della metropolitana.

Terminata lo scorso weekend la semina dei papaveri rossi lungo lo spartitraffico di viale Monza – grazie a un progetto promosso da City Art in collaborazione con Fondazione SoutHeritage per l’Arte Contemporanea e Open Design School – ora si sta lavorando in piazza della Scala, per replicare quanto già fatto lo scorso anno in piazza Duca d’Aosta, davanti alla Centrale: il progetto, ideato dall’agenzia di comunicazione Zack Goodman in collaborazione con il Comune e con ManpowerGroup si chiama seMiniAmo e cambierà volto al cuore della città. Elaborato dall’architetto Marco Bay, punterà, nell’anniversario dei 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci, a ricordarne la passione botanica: fiori e piante tra le più amate ridaranno vita, colore e profumo alla piazza. Allontanandosi dal centro, sono appena iniziati i lavori di riqualificazione del parco Franco Russoli di via Carlo Bo, vicino alla sede dell’università Iulm. Diecimila metri quadrati che saranno completamente rimessi a nuovo, grazie ad un’operazione finanziata da Italgas, con verde, giochi per bambini e attrezzature per fare sport all’aria aperta.

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Notre-Dame, si muove anche il mondo dei videogiochi

Gio, 04/18/2019 - 15:00

L’incendio di Notre-Dame ha scosso il mondo. Negli ultimi giorni i messaggi diretti alla Francia e ai francesi hanno invaso i social network. Ma i gesti di solidarietà non sono stati soltanto virtuali. Anzi, dal virtuale si sono catapultati nel mondo reale come è accaduto alla Ubisoft. La nota azienda di videogiochi ha deciso infatti donare 500.000 euro per partecipare alla ricostruzione della cattedrale.

La Ubisoft, inoltre, regalerà Assassin’s Creed Unity per PC. Gli appassionati di questo storico gioco, potranno scaricarlo gratuitamente su Uplay e dallo Store di Ubisoft. L’offerta è valida per una settimana. Un gesto carico di significato, soprattutto perché Assassin’s Creed Unity è ricordato nella storia dei videogames come uno degli sforzi più grandi da parte dei programmatori Ubisoft. Nel 2014 l’episodio venne girato nella Parigi della Rivoluzione Francese.

Immaginate di poter anche salire sui monumenti, sui tetti di Parigi, di poter entrare nei vicoli più bui o nei palazzi più sfarzosi e assistere in prima fila alle decapitazioni dei nobili che li abitavano. Immaginare ora non serve più, almeno per i possessori di una console da gioco “next gen”“. Questa la recensione dell’epoca sul Messaggero.

Sulla pagina ufficiale che parla dell’iniziativa, Ubisoft sottolinea: «Dopo quanto successo alla cattedrale di Notre-Dame di Parigi, vogliamo offrire ai giocatori di tutto il mondo la possibilità di rivevere la maestosità di questo luogo Assassin’s Creed Unity su PC»

FONTE: ILMESSAGGERO.IT

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In arrivo il primo pane con farina di agrumi

Gio, 04/18/2019 - 15:00

È benefico per la salute e, allo stesso tempo, rappresenta un’alternativa ecologica per il riutilizzo e la valorizzazione degli scarti e dei sottoprodotti della lavorazione di arance rosse e limoni. È un nuovo tipo di pane di grano duro ad alto contenuto di fibre, unico nel suo genere perché arricchito per la prima volta con le fibre contenute nella farina degli agrumi. Arriverà presto sulle tavole degli italiani e a metterlo a punto sono stati i ricercatori dei centri di Cerealicoltura e colture industriali e di Olivicoltura, frutticoltura e agrumicoltura del Crea (il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria) in collaborazione con il dipartimento di Agricoltura, alimentazione e ambiente dell’Università di Catania.

Si usa il pastazzo

Nel processo di produzione descritto sulle pagine della rivista Frontiers in Nutrition, si legge che la farina di agrumi è costituita per oltre il 70% da fibra (di cui circa il 60% sono fibre insolubili e il 40% fibre solubili) e si ottiene dopo diversi lavaggi e dopo l’essiccazione del pastazzo, un sottoprodotto della lavorazione degli agrumi costituito da buccia, polpa e semi che rappresenta un rifiuto che comporta elevati costi di smaltimento e problematiche ambientali data la notevole produzione annua, pari a circa 500 mila tonnellate.  

Sapore agrumato, consistenza tradizionale

Se dal punto di vista del sapore risulta leggermente agrumato, per il resto dal punto di vista qualitativo (nella consistenza, ad esempio) è simile agli altri tipi di pane a base di farina di grano duro. Dal punto di vista chimico-fisico, poi, le fibre di agrumi non hanno avuto alcun impatto sulla conservabilità del pane, sul suo volume, sul peso e sulla struttura interna.

Più fibre, più salute

Dal punto di vista nutrizionale, invece, il pane a base di farina di agrumi può vantarsi di avere un maggior valore rispetto al pane tradizionale: con la farina di arance rosse e limoni si aggiunge infatti all’impasto un importante contenuto di fibre, con valori complessivi superiori ai 6 grammi di fibre ogni 100 grammi di pane, a tutto favore della prevenzione dell’insorgenza di patologie come le malattie cardiovascolari e il diabete di tipo 2

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Foglie di banano al posto dei sacchetti di plastica

Gio, 04/18/2019 - 12:00

La plastica è nemica dell’ambiente e sta inquinando i nostri mari, con diversi studi che hanno trovato dei residui di questo materiale nella pancia dei pesci, anche quelli che vivono in profondità, e di conseguenza avvelenando la catena alimentare.

Trovare un sostituto della plastica è quindi fondamentale: in Vietnam e in Thailandia, la catena di supermercati Rimping ha introdotto le foglie di banano al posto dei sacchetti di plastica.

Le foglie di banano vengono tradizionalmente usate in molti Paesi asiatici, così come in Messico e nelle Hawaii, come contenitori per il cibo, ma è la prima volta che vengono utilizzate su larga scala in un supermercato.

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Le ricette di Angela Labellarte: crema di piselli

Gio, 04/18/2019 - 11:11

Ingredienti

Piselli surgelati 600g
Cipolla piccola 1
Olio 8 cucchiai
Sale
Maggiorana 1 cucchiaio
Parmigiano per le cialdine 4 cucchiaini

Preparazione

Per preparare le cialdine di parmigiano rivestite una teglia con carta da forno, disponete con un cucchiaino il parmigiano grattugiato a mucchietti distanti tra loro, infornate a 220°C fino a quando il parmigiano sarà sciolto e dorato poi lasciar raffreddare.

In una casseruola mettete l’olio, rosolate la cipolla, aggiungete i piselli ancora surgelati, salate, mescolate e coprite con acqua calda.

Cuocete per 20 minuti, togliete la casseruola dal fuoco, aggiungete un cucchiaio di foglie di maggiorana e frullate con un frullatore a immersione.

Servite la crema calda o fredda, a seconda della stagione, decorando con le cialde di parmigiano.
A piacere si possono aggiungere anche fiori edibili.

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Il Governo taglia la democrazia e Radio Radicale rischia di chiudere

Gio, 04/18/2019 - 10:15

Radio Radicale, la storica emittente nata nel 1976, oggi rischia di chiudere. Dal 1994 gode di una convenzione per la trasmissione delle sedute del Parlamento: «Radio Radicale riceve 10 milioni di finanziamento annui per la convenzione, che se non rinnovata scade a maggio, e quattro milioni per contributi pubblici all’editoria, di cui si sa già verranno a meno a partire dal gennaio del 2020», spiega Annarita Digiorgio.

Non poche le voci contrarie rispetto alla decisione del governo Lega- M5S: da Mariastella Gelmini a Stefano Parisi, da Renato Brunetta a Piero Fassino e Valeria Fedeli, sono tantissime le voci che, trasversalmente agli schieramenti, si sono espresse in difesa dell’emittente per il contributo dato in 25 anni alla libertà di informazione in Italia.

Cosa si dice in Italia? Approfondiamo:

Radio Radicale rischia la chiusura: “Governo non rinnoverà la convenzione”.È intenzione di questo governo (almeno mia e del Mise che abbiamo seguito il dossier) di non rinnovare la Convenzione con Radio Radicale per svolgere il servizio. […] Non rinnovare la convenzione per svolgere un servizio che Radio Radicale ha svolto per 25 anni senza alcun tipo di valutazione, come l’affidamento con una gara. Nessuno ce l’ha con Radio Radicale o né vuole la chiusura. Sta nella libertà del Governo farlo”. Così afferma il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri con delega all’Editoria, Vito Crimi. Negli ultimi vent’anni, secondo Crimi, “è stata rinnovata come una concessione. Esiste Rai Parlamento, un servizio pubblico, un canale istituzionale che trasmette le sedute parlamentari e delle commissioni“. Continua a leggere…

Fonte: ILGIORNALE.IT – Giorgia Baroncini

Radio Radicale, il bavaglio del governo sull’informazione libera. Una scelta “sciagurata”, la definisce Giuseppe Giulietti, presidente nazionale della Fnsi, perché colpisce le voci delle differenze. Per capirci: colpisce Radio Radicale, Il Manifesto, l’Avvenire, tanti giornali diocesani. Sono tagli destinati a diventare bavagli”. Ma Crimi non fa una piega. […]

Allora perché non ha il coraggio di indire la gara, visto che ne ha la competenza?”. Risponde la parlamentare del Pd Enza Bruno Bossio . La senatrice Valeria Fedeli, capogruppo Pd nella commissione Diritti umani, sottolinea come il governo si stia assumendo “la responsabilità politica di tagliare la democrazia nel nostro Paese”, mentre la dem Francesca Puglisi, fondatrice di Towanda e candidata alle europee, osserva in un tweet che “Sono le voci libere che danno fastidio ai pentafascisti“. Continua a leggere…

Fonte: DEMOCRATICA.COM – Giovanni Belfiori

Se ne va Bordin, la voce espressionista, rauca, gutturale e intelligente di Radio Radicale. Eh-émmm!… Mmmmmhhh… Ehe-he-heh…. grugniti, pause e sospiri espressionisti, ma sempre dosati con sapienza, con eleganza, con ironia e con stile, erano diventati la voce della carta stampata. Adesso ci mancheranno come l’aria. Sembrava che Massimo Bordin ci fosse da sempre e che potesse durare per sempre, dal momento che era una delle istituzioni informali di questo paese, del mondo della notizia, dei quotidiani cartacei che ogni mattina gli frusciavano tra le mani. Se ne va, Massimo Bordin, e con lui tutta la gamma di gutturali e di onomatopee che davano senso al giornalismo italiano (anche quando sembrava che non lo avesse). Continua a leggere…

Fonte: TPI.IT – Luca Telese

Fonte immagine copertina Fanpage

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Riattivate dopo la morte cellule del cervello di maiali

Gio, 04/18/2019 - 09:31

Circolazione del sangue e funzioni cellulari nel cervello di maiale sono state ripristinate ore dopo la morte, ma non l’attività elettrica associata alla coscienza. Il risultato, al quale Nature dedica la copertina, si deve al gruppo dell’Università di Yale guidato da Nenad Sestan. Ricadute possibili sulla possibilità di studiare più a fondo malattie neurodegenerative e sperimentare farmaci.

Dopo una prima fuga di notizie nel 2018, i risultati dell’esperimento indicano che il cervello dell’uomo e degli altri grandi mammiferi conserva la capacità, finora ritenuta impossibile, di ripristinare la funzione di alcune cellule e la circolazione sanguigna anche a ore di distanza da un arresto circolatorio. Alla ricerca, i cui primi autori sono Zvonimir Vrselja e Stefano G. Daniele, ha collaborato l’italiana Francesca Talpo, che lavora fra Yale e Università di Pavia. Per Sestan, in futuro la stessa tecnologia “potrebbe essere utilizzata per terapie contro i danni provocati dall’ictus”.

L’esperimento è stato condotto su 32 cervelli di maiale ottenuti da macelli con lo strumento chiamato BrainEx, progettato e finanziato nell’ambito della Brain Initiative promossa dagli statunitensi National Institutes of Health (Nih). Il dispositivo si basa su un sistema che, a temperatura ambiente, pompa nelle principali arterie del cervello una soluzione chiamata BEx perfusato, un sostituto del sangue basato su un mix di sostanze protettive, stabilizzanti e agenti di contrasto. Immersi nel dispositivo, che in sei ore ha ripristinato l’irrorazione in tutti i vasi sanguigni, i cervelli hanno mostrato sia la riduzione della morte cellulare, sia il ripristino di alcune funzioni cellulari, compresa la formazione di connessioni tra i neuroni (sinapsi).

Non è chiaro se tempi di perfusione più lunghi potranno ripristinare completamente l’attività cerebrale: per verificarlo saranno necessari ulteriori esperimenti. E’ stato invece dimostrato che mantenere l’irrorazione sanguigna e la vitalità di alcune cellule può aiutare a conservare gli organi più lungo. Nel caso del cervello umano, per esempio, ritarderebbe il processo di degradazione che distrugge le cellule e permetterebbe ricerche oggi impossibili perché le attuali tecniche di conservazione richiedono processi, come il congelamento, che alterano la struttura cellula in modo irreparabile.  

FONTE: ANSA.IT
FOTO: A sinistra le cellule del cervello di maiale dopo la morte, a destra dopo la perfusione (fonte: Stefano G. Daniele & Zvonimir Vrselja; Sestan Laboratory; Yale School of Medicine)

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Pavia, l’asfalto assorbe la luce del sole e si illumina di notte: la ciclabile è blu fluo

Gio, 04/18/2019 - 08:00

Una pista ciclabile a sud del fiume Ticino fruibile in completa sicurezza anche durante la notte grazie a un asfalto autoilluminante trattato con resine particolari che sono in grado di assorbire la luce del sole per poi restituirla nelle ore notturne: verrà presto realizzata a Pavia, precisamente tra via Cà Bella (nel quartiere di Borgo Ticino) e il vicino comune di Travacò Siccomario.

L’utilizzo di questo particolare metodo – ideato dal TPA Sp. z o.o., ovvero l’Istituto Tecnologie del Futuro di Pruszkow, in Polonia  – trasforma l’asfalto in un manto cangiante che passa dal blu al verde e consente di evitare il ricorso ai lampioni, rispettando così le indicazioni dell’Agenzia interregionale per il fiume Po (Aipo), che ha vietato l’illuminazione tradizionale per garantire il rispetto dell’ambiente.

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Piantare alberi per la salute di tutti: persone e pianeta

Gio, 04/18/2019 - 06:21

È ormai a tutti noto che gli alberi e gli arbusti fungono da intercettatori di CO2, fissando il carbonio in modo anche permanente sotto forma di biomassa. L’entità degli scambi gassosi tra l’albero e l’atmosfera cambia a seconda dell’età e dello stato di salute dell’albero stesso, ma il bilancio netto globale di una macchia di vegetazione in equilibrio con l’ambiente circostante si può considerare stabile nel tempo. 

A questo riguardo, i boschi periurbani, i parchi cittadini e i giardini, fungendo da accumulatori di CO2, giocano un ruolo fondamentale nel combattere i livelli crescenti di anidride carbonica atmosferica. Non solo: le piante hanno un ruolo importante anche nell’intercettare le polveri sottili, il PM10 e il PM 2.5, particelle grandi quanto 1/5 della sezione di un capello, che hanno le maggiori ripercussioni sulla salute umana: se il primo viene intercettato dalle prime vie respiratorie, il secondo va a depositarsi nelle terminazioni polmonari e nelle arterie.

In un’intervista pubblicata sull’Independent, Thomas Crowther, giovanissimo professore presso il Global Ecosystem Ecology dell’ETH Zürich, e il suo gruppo di studio hanno spiegato che la possibilità di piantumare 1,2 milioni di miliardi di alberi in parchi, foreste e zone verdi abbandonate, avrebbe un impatto nel contrastare il cambiamento climatico superiore a qualsiasi altra misura adottata dall’essere umano: dalla costruzione di impianti fotovoltaici a quella di turbine eoliche.

In termini quantitativi, ridurrebbe la quantità di CO2 nell’atmosfera in quantità pari a quella emessa dagli esseri umani nell’arco di un decennio. Infatti, secondo questo gruppo di ricerca, la presenza degli attuali 3 milioni di miliardi di alberi riesce ad abbattere 400 gigatonnellate annue e se a questi fosse aggiunto un altro 1,2 milione di miliardi di alberi, verrebbe catturato un altro centinaio di gigatonnellate di CO2, pari alle emissioni causate dall’uomo nell’arco di un decennio.

«Così possiamo affrontare due delle maggiori sfide del nostro tempo: il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità ed è una cosa bellissima perché coinvolge chiunque – è opinione di professor Crowthe – Piantare alberi, letteralmente, rende le persone più felici nei contesti urbani, migliora la qualità dell’aria, quella dell’acqua, del cibo, l’ecosistema: è un qualcosa di tanto semplice quanto tangibile».

In Italia ogni abitante dispone in città di appena 31 metri quadrati di verde urbano, e la situazione peggiora per le metropoli del nord. Di fronte all’evidente cambiamento del clima in atto – sostiene la Coldiretti sull’argomento – non si può continuare a rincorrere le emergenze, ma bisogna intervenire in modo strutturale favorendo nelle città la diffusione del verde pubblico e privato che concorre a combattere le polveri sottili e gli inquinanti gassosi.

Una pianta adulta – spiega la Coldiretti – è capace di catturare dall’aria dai 100 ai 250 grammi di polveri sottili e un ettaro di piante elimina circa 20 chili di polveri e smog in un anno. Particelle che, nell’arco di un anno, in Italia, secondo l’Agenzia europea dell’Ambiente causano circa 80.000 morti premature.

È sempre della Codiretti uno studio recente, molto interessante, che si è concentrato sulle essenze e ha prodotto una classifica delle prime dieci piante mangia smog.  Al primo posto c’è l’Acero Riccio che raggiunge un’altezza di 20 metri, con un tronco slanciato e diritto e foglie di grandi dimensioni, fra i 10 e i 15 cm, con al termine una punta spesso ricurva da cui deriva l’appellativo di “riccio”: ogni esemplare è in grado di assorbire fino a 3.800 chili di CO2 in vent’anni e ha un’ottima capacità complessiva di mitigazione dell’inquinamento e di abbattimento delle isole di calore negli ambienti urbani. A pari merito, con 3.100 chili di CO2 aspirate dall’aria, ci sono poi la Betulla verrucosa, in grado di crescere sui terreni più difficili e il Cerro che può arrivare fino a 35 metri di altezza.

Il Ginkgo Biloba, un albero antichissimo le cui origini risalgono a 250 milioni di anni fa, oltre ad assorbire 2.800 chili di CO2 vanta anche un’alta capacità di barriera contro gas, polveri e afa e ha una forte adattabilità a tutti i terreni compresi quelli urbani. Fra gli alberi anti smog troviamo il Tiglio, il Bagolaro che è fra i più longevi, con radici profonde e salde come quelle dell’Olmo campestre. Il Frassino comune è un altro gigante verde che può arrivare a 40 metri mentre l’Ontano nero è il piccolino del gruppo con un’altezza media di 10 metri, ma che, nonostante le dimensioni ridotte, riesce a bloccare fino a 2.600 chili di CO2 e a garantire un forte assorbimento di inquinanti gassosi.

Secondo uno studio di “The Nature Conservancy”, svolto in quasi 300 città di tutto il mondo, un albero può ridurre il particolato nell’aria che lo circonda in una percentuale che va dal 7% al 24%; piantare alberi in città, realizzare orti urbani anche sopraelevati come la meravigliosa HighLane di New York, è il miglior investimento per un sindaco. Altri effetti benefici sono intuibili, ma oggi sono anche provati scientificamente: i ricercatori delle Università di York e Edimburgo hanno condotto uno studio, pubblicato sulla rivista International Journal of Environmental Research and Public Health, sugli effetti cognitivi che hanno vari contesti urbani sulle persone più anziane. Ad esempio camminare in città, attraversare piazzali circondati da palazzi o aree dalla vegetazione lussureggiante, modifica il nostro umore – in meglio nel secondo caso – e può arrivare secondo altri studi a ridurre significativamente anche il rischio di depressione.

Piantumare diffusamente, coltivare gli orti urbani è una attività che riqualifica interi quartieri, responsabilizza i cittadini, li rende orgogliosi e spesso fa aumentare anche il valore economico degli immobili. Coltivare la città vuol dire coltivarla ovunque sia possibile, riempiendo ogni spazio, anche il meno accogliente; l’“agritecture”, parola usata negli USA che coniuga agricoltura e architettura sostenibile, rende bene il concetto.

Per tutte queste ragioni sono importanti interventi massicci nelle città: sia da parte degli Amministratori per quanto riguarda gli spazi pubblici, ma anche le misure di defiscalizzazione degli interventi su giardini e terrazzi, anche condominiali, come il bonus verde del 36%, che favoriscono la crescita di spazi verdi privati. Misure necessarie e strategiche per la lotta italiana all’inquinamento, anche alla luce del provvedimento adottato dalla Commissione europea che il 17 maggio 2018 ha deferito l’Italia (insieme a Francia, Germania, Ungheria, Romania e Regno Unito) alla Corte di giustizia dell’Ue per mancato rispetto dei valori limite stabiliti per la qualità dell’aria e per aver omesso di prendere misure appropriate per ridurre al minimo i periodi di superamento.

In particolare all’Italia è contestato il superamento per più di 35 giorni in un anno dei valori limite giornalieri delle polveri sottili con 50 microgrammi per metro cubo in 28 aree nel territorio nazionale in Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio, dove i valori limite giornalieri sono stati costantemente superati; situazione che, nelle grandi città, si sa, si ripete praticamente ogni anno soprattutto nel periodo invernale quando non piove.

La natura in città può quindi avere un ruolo importante in questa sfida, gli alberi devono far parte di un portafoglio di interventi volti a “pulire” l’aria urbana, anche se non possono e non devono sostituire altre strategie per rendere l’aria più sana. Devono essere usati insieme a queste.

Ci sono degli accorgimenti generali che devono essere considerati nelle valutazioni, oltre alla scelta delle essenze, li vediamo di seguito:

  • piantare vere e proprie barriere di vegetazione vicino alle fonti di inquinamento atmosferico;
  • usare tipologie di barriere moderatamente dense, le migliori per la rimozione degli inquinanti;
  • usare alberi, arbusti ed erba per la “cattura” a più livelli;
  • selezionare le piante opportunamente.

Per quanto riguarda quest’ultimo criterio, la selezione delle piante deve basarsi su questi punti  generali, ma essenziali:

  • Gli alberi sempreverdi possono rimuovere più inquinanti, tuttavia molte specie di conifere sono sensibili agli inquinanti comuni e la valutazione deve essere fatta caso per caso.
  • Selezionare piante con ramificazione e, quindi, chioma densa.
  • Le foglie con superfici pelose, resinose e ruvide catturano più particelle delle foglie lisce.
  • Le foglie più piccole sono generalmente collettori più efficienti delle foglie più grandi.
  • Le specie erbacee possono assorbire più inquinanti gassosi.
  • Usare più specie per mantenere o aumentare la biodiversità.
  • Utilizzare specie a vita lunga che richiedono una gestione minima.
  • Selezionare le specie con resistenza ai parassiti e alle malattie.
  • Selezionare le specie adatte al sito.
LA TOP TEN DELLE PIANTE ANTI SMOG IN TABELLA:
Fonte: Elaborazione Coldiretti su dati Cnr 
(Istituto di Biometeorologia (Ibimet) del Cnr di Bologna

Altre Fonti:

http://www.rinnovabili.it/ambiente/cancellare-10-anni-emissioni-piantando-miliardi-alberi/

http://www.alternativasostenibile.it/articolo/inquinamento-aria-con-soli-31-mq-di-verde-testa-torna-stop-citt%C3%A0

https://www.agi.it/blog-italia/new-botanics/orti_urbani_inquinamento_cambiamenti_climatici-4939096/post/2019-02-02/

http://www.georgofili.info/detail.aspx?id=1451

Ecco la prima top ten delle piante mangia smog https://it-it.facebook.com/arboricolturaurbana/
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Economia circolare: diamo i numeri! (Infografica)

Gio, 04/18/2019 - 03:40

Per realizzare questa infografica siamo partiti dai dati raccolti da Milena Gabanelli nel suo interessante Dataroom realizzato per Corriere.it e dedicato all’economia circolare e agli sprechi.

Clicca qui per vedere il Dataroom della Gabanelli

Clicca qui per vedere l’infografica più grande


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Nasce la “Rete delle Donne in Cammino”, network di camminatrici con l’anima green

Mer, 04/17/2019 - 19:00

Segni particolari? Sono belle. Ma soprattutto, felici. Saranno i paesaggi attraversati, sarà il profumo della libertà offerto dai sentieri, saranno le endorfine: sempre più donne in Italia, scoprono la bellezza dei cammini, del passo lento, della totale immersione nel “qui ed ora”.
Che percorrano la via Francigena o le altre antiche strade dell’Europa medievale, che attraversino boschi e colline o particolari angoli delle loro città, le donne hanno un approccio tutto loro al camminare: si aiutano e sostengono a vicenda, guardano la natura con amore e cercano soluzioni per proteggerla, pensano a come declinare alcuni percorsi con i propri bambini, fanno un viaggio (spesso lungo) interiore. «Anche in questo campo, le donne sono fonte di ispirazione, esempi di resilienza, passione, intraprendenza e determinazione», spiega Ilaria Canali, promotrice della Rete Nazionale delle Donne in Cammino.

Il nuovo network, che ha debuttato l’8 marzo a Milano, si propone di mettere insieme le energie delle donne impegnate nel mondo dei cammini e dell’ecologia, «per offrire un punto di riferimento a quante vogliono scoprire cosa sia il camminare e si preoccupano di lasciare un mondo migliore alle future generazioni», spiega Ilaria, Canali, che è impegnata anche professionalmente sui temi della comunicazione ambientale (ha collaborato per le principali realtà italiane nel campo, da Legambiente a Earth Day Italia fino a FederTrek). «Ho pensato: cosa succederebbe se le donne, che ormai sono pioniere nell’approccio verso l’economia verde, il turismo emozionale e nell’unire in modo polifonico nuove armonie anche nella semplice ideazione di un nuovo sentiero e di una camminata, potessero essere davvero rappresentate e partecipare nei contesti decisionali (e anche ai bandi di finanziamento per i progetti!) che direttamente o indirettamente si occupano dei cammini: enti, associazioni, federazioni, parchi, case editrici, stampa?».

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Cosa succede al nostro cervello quando Facebook, Instagram e Whatsapp smettono di funzionare

Mer, 04/17/2019 - 16:00

Nell’ultimo mese due breakdown dei server hanno messo al tappeto Facebook, Instagram e Whatsapp e i mezzi di comunicazione e condivisione più diffusi al mondo hanno smesso di funzionare contemporaneamente per ore.

Pensate a come vi siete sentiti quando ve ne siete accorti: crisi nera o senso di libertà?

I sentimenti sono contrastanti perché ci si trova davanti a un fenomeno che porta riflessioni profonde sul modo in cui viviamo. In altre parole, nelle ore di blocco ci si rende conto che senza questi mezzi siamo costretti a vivere la realtà del presente.

Vi spieghiamo cosa succede al cervello quando i maggiori social network smettono di funzionare.

La prima reazione è l’allarme

Si continuano ad aggiornare le varie pagine ma non succede niente.

La rotella di caricamento della conversazione con la migliore amica su Whatsapp continua a girare e intanto cominciamo a chiederci se a non funzionare sia il nostro telefono, il wifi di casa, la rete cellulare o le App.

Chiudi le App, disattivi il wifi, spegni e accendi la connessione dati e il telefono.

E poi adesso come potremo comunicare?

Insomma nel nostro cervello sta scattando l’allarme perché c’è qualcosa della nostra quotidianità che si è fermato e che non sappiamo come sostituire.

Crisi di astinenza

Se il tempo di blocco dei social è prolungato, potreste provare sintomi simili all’astinenza dalle sostanze stupefacenti. Nervosismo, irritazione, cattivo umore e quella sensazione legata al pensiero di perdersi qualcosa.

Ci si sente disconnessi dal resto del mondo e per questo isolati.

Cosa starà succedendo là fuori?

Quante volte avete provato a riaprire l’app per vedere se aveva ripreso a funzionare?

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6 in Ond@!

Mer, 04/17/2019 - 15:00

“L’utilizzo delle tecnologie nella didattica può rendere particolarmente profondo il percorso di apprendimento che uno studente fa ed è questa la ragione per cui abbiamo immaginato di utilizzare la radio”, ci spiega Linda Guarino, la formatrice che ha preso parte alla ideazione e realizzazione del progetto.
Su questa filosofia sta nascendo il progetto “Agrischool Radio”, una radio sul web creata e gestita dagli alunni delle scuole primarie della Val D’Agri.
Siamo andati a intervistare gli alunni della 3A dell’Istituto Omnicomprensivo di Marsicovetere, in provincia di Potenza.
Le classi dove vengono registrati i programmi, sono state insonorizzate dagli studenti stessi con materiali di recupero.

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Amazon, Alexa ci spia realmente?

Mer, 04/17/2019 - 15:00

Probabilmente ci abbiamo pensato qualche volta tutti noi: ma non è che gli assistenti virtuali con cui sempre più spesso ci interfacciamo, si spiano e ci ascoltano?

O, per meglio dire, i loro programmatori possono avere accesso alle nostre conversazioni?

Alla fine abbiamo liquidato in fretta la questione, pensando che dopotutto a chi potranno mai interessare le nostre questioni, ma  a quanto pare l’eventualità di essere spiati non è poi così tanto remota.

Stando a quanto scrive il Sole 24 Ore, riportando un’indiscrezione lanciata da Bloomberg, migliaia di persone verrebbero impiegate per rendere più efficiente l’assistenza Alexa che gira sui suoi altoparlanti Echo.

Bloomberg, nello specifico, racconta come la piattaforma di Jeff Bezos impieghi migliaia di persone in tutto il mondo per rendere più efficiente l’assistenza di Alexa sui dispositivi Echo. Per farlo, permette ad un team di ascoltare le conversazioni che gli utenti hanno con i propri assistenti, in modo da capire i bisogni e la soddisfazione.

I dipendenti sono obbligati a firmare un contratto che gli vieti di parlare del programma in pubblico, lavorano dalle 8 alle 9 ore al giorno e analizzano una media di 1000 registrazioni al giorno.

Amazon non memorizza nomi completi, indirizzi o codici cliente nelle sue registrazioni, ma questo poco importa perché sa benissimo che l’ID dell’account, lo username e il numero di serie dell’Echo sono necessariamente collegati ad una persona, dunque è facile per i dipendenti Amazon scoprire a quale utente appartiene la voce.

FONTE: BUSINESSANDTECH.COM

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L’azienda che assume solo ultracinquantenni rimasti senza lavoro per colpa della crisi

Mer, 04/17/2019 - 12:00

Da anni ormai quando si parla di precariato si parla di loro: i cinquantenni disoccupati, vere vittime di quella che dovrebbe essere la flessibilità del posto di lavoro, ma in realtà mette in ginocchio persone che restano disoccupate e non riescono a ricollocarsi. Ma in Toscana c’è un’azienda che ha fatto tesoro di questo tipo di problema e ha pensato bene di cercare di risolverlo.

La MrKelp, azienda ben avviata nel settore dei multiservizi, assume infatti solo cinquantenni reduci da precariato, fallimenti o disoccupazione: lavoratori rimasti senza lavoro perché la loro azienda ha chiuso o esternalizzato, o perché è fallita, o per qualsiasi altro motivo. Ne parla oggi il quotidiano La Nazione: un caso più unico che raro, che dimostra come sia possibile fare qualcosa per aiutare queste persone, spesso lavoratori specializzati utilissimi alla causa, ma ignorati e sacrificati sull’altare della precedenza ai giovani.

Finora sono una ventina le persone assunte dalla MrKelp, guidata da tre imprenditori, Alessandro Marzocca, Simone Orselli e Serena Profeti. Marzocca spiega: «Abbiamo optato per assunzioni che privilegiassero l’inserimento di donne e uomini che avessero perso il proprio lavoro per colpa della crisi – le sue parole a La Nazione – Vogliamo dare opportunità a persone sui cinquanta che si trovano in difficoltà, aiutandole a reinserirsi nel mondo del lavoro».

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Fonte immagine copertina LEGGO.IT

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