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Australia, ecco il primo treno a energia solare

Mar, 09/18/2018 - 02:30

Da rottame a pioniere della mobilità sostenibile. “Lui” è un vecchio treno, uno storico convoglio australiano rimandato in “pista” dalla Byron Bay Railroad Company con una sostanziale novità: è il primo treno alimentato al 100 per cento da energia solare. Fa la spola fra il centro cittadino di Byron Bay, cittadina balneare del Nuovo Galles del Sud, in Australia, alla zona turistica ricca di resort, lungo tre chilometri di binari. Con i suoi cento posti a sedere e la sua anima green, è la risposta all’esigenza di promuovere la mobilità su ferro a zero emissioni e alle richieste degli stessi cittadini stufi del diesel.

Da luogo d’incontro (la “Cavvanbah” degli aborigeni), paradiso dei surfisti e stella polare degli hippy, oggi Byron Bay si trasforma in capitale dei trasporti eco-friendly. Il convoglio, che originariamente era alimentato proprio da motori diesel, può contare su un impianto solare da 30 chilowatt, un sistema proprietario di accumulo e una stazione di ricarica. I pannelli solari integrati alla locomotiva e i tetti delle carrozze sono di 6,5 chilowatt, mentre il generatore solare installato a bordo è alimentato da una batteria da 77 chilowattora. Il sistema di ricarica a frenata permette di recuperare fino a un quarto dell’energia elettrica.

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Il flop della Ferrari senza Marchionne

Mar, 09/18/2018 - 02:20

Sergio Marchionne si è addormentato con la Ferrari potenziale campione del mondo, in testa alla classifica piloti della Formula Uno con Sebastian Vettel. E ora, se si sarà svegliato da qualche parte, starà fumando persino più del solito e imprecando l’impossibile. Senza di lui, Maranello si è dissolta. Il manager col pullover, che ha stravolto e salvato la Fiat, che è entrato più volte in collisione col sistema Italia, è stato dichiarato in coma irreversibile prima del Gran Premio di Germania che si è corso il 22 luglio. Da appena ventiquattro ore Marchionne non era più il presidente della Ferrari. In quel momento, la scuderia più affascinante della Formula Uno era in testa al Mondiale con Sebastian Vettel che aveva otto punti di vantaggio su Lewis Hamilton. Da allora, però, tutto è cambiato.

Le prima avvisaglie ci furono subito, non in pista ma a Piazza Affari. Dopo la morte di Marchionne, il titolo crollò dell’8%: il secondo peggior risultato di sempre. Era la Ferrari il grande cruccio del manager italo-canadese. Cruccio sportivo. Perché dal punto di vista industriale, l’aveva risollevata eccome. Il cavallino rampante quotato in Borsa anche a New York (oltre a Milano) e trasformato in uno dei grandi marchi di lusso. Mancava la ciliegina sulla torta: riportare il Mondiale a Maranello. Marchionne aveva già deciso: dopo la sua uscita programmata da Fca, si sarebbe dedicato soltanto alla Rossa. Dicono che stesse cercando casa a Modena. Aveva risollevato la scuderia puntando sulla valorizzazione delle risorse interne. E questo sembrava l’anno giusto. Prima del maledetto luglio.    

Quattro vittorie di Hamilton su cinque Gran Premi

Da quando Marchionne non è più presidente della Ferrari, Hamilton ha vinto quattro gare su cinque. Mentre Vettel ha trionfato solo in Belgio e soprattutto Maranello è parsa una scuderia allo sbando. In cinque gare è successo di tutto. Già in Germania, con Marchionne biologicamente (solo biologicamente) ancora vivo, ci furono le prime avvisaglie. Con l’ordine di scuderia imposto a Raikkonen di far passare Vettel. Enzo Ferrari non lo avrebbe mai fatto, è contrario ai suoi principi, è sempre la pista a stabilire chi è il più veloce. E poi Vettel che non ha trovato di meglio che andare a sbattere contro un muro. E perdere la gara e il primo posto in classifica.

A Monza il trionfo dell’approssimazione

L’unica vittoria della Ferrari post Marchionne è stata in Belgio, con Vettel ovviamente. Preludio all’attesissimo Gran Premio di Monza dove è andata in scena l’approssimazione della Ferrari. Due rosse in prima fila, Raikkonen davanti a Vettel, grande eccitazione sugli spalti. Sembrava il giorno del riscatto e invece è stato il giorno del dilettantismo. Con Vettel che prima ha provato invano a superare Raikkonen e poi è entrato in collisione con Hamilton. Un suicidio sportivo pochi secondi dopo la partenza. È finita con Hamilton braccia al cielo, le bandiere rosse ammainate e Vettel quarto, sempre più lontano dalla vetta. E Marchionne chissà dove.

Fino all’altra figuraccia rimediata ieri a Singapore. Dopo aver nel frattempo comunicato che dall’anno prossimo il signor Raikkonen non guiderà più la Rossa. Al suo posto l’astro nascente Leclerc. La musica, però, non è cambiata. La Ferrari ha sbagliato strategia al cambio gomme e ha perso altri tredici punti in classifica.

Marchionne ha lasciato con Vettel in vantaggio di otto punti su Hamilton; in meno di due mesi, l’inglese gliene ha mangiati quarantotto di punti e ora la classifica dice: 281 a 241. Mancano ancora sei gran premi. In teoria, tutto è possibile. In pratica, restano frasi come «Non capiamo che cosa non abbia funzionato» oppure «Sono io il principale nemico di me stesso» pronunciata da Vettel a Singapore. Psicologia a buon mercato più che filosofia di cui Marchionne è stato da sempre grande appassionato e studioso.

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Perché tutti vogliono salvare queste profughe?

Lun, 09/17/2018 - 04:50
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Il Partenope: la moneta complementare di Napoli

Lun, 09/17/2018 - 02:54

E’ la domanda che ha suscitato tante discussioni (anche sui social) a seguito della dichiarazione del sindaco di Napoli Luigi De Magistris di introdurre una moneta complementare, il Partenope, per agevolare gli scambi di beni e servizi prevalentemente all’interno della comunita’ partenopea.

Abbiamo avuto innanzitutto una conferma : siamo il paese con il più alto tasso di ignoranza finanziaria del vecchio continente. E non e’ solo un problema dell’ormai iconica vecchietta da cui non si puo’ pretendere che impari a leggere il Financial Times. L’incompetenza in materia finanziaria investe, invece, anche opinion leader e rappresentanti della politica oltre ovviamente ai webeti tuttologi che hanno inondato i social di commenti superficiali ed ironici, quando non offensivi.

Uno scambio di ignoranza avvilente, probabilmente sollecitato anche dal modo in cui e’ avvenuta la comunicazione del sindaco che ricordiamo oggi di mestiere fa il politico e necessariamente deve utilizzare un linguaggio conciso e populista, termine che occorrerebbe definitivamente sdoganare dalla sua illetterata accezione.

Ma cosa non ha voluto dire De Magistris quando ha parlato del Partenope ?

Il Partenope non è e non può essere:
una moneta di corso legale che puo’ essere emessa, stampata e coniata, solo dalle banche centrali
una moneta virtuale (non è qualcosa di simile ai Bitcoin, ecc);
un sistema di baratto (perché il baratto è solitamente immediato e unilaterale, cioè io do qualcosa a te, tu la dai a me: con il Partenope io do qualcosa a te e poi posso comprare 1, 2, 3 altre cose da altre persone, facendo leva sui crediti accumulati).

Il Partenope dovrebbe essere una moneta complementare. Si tratta di uno strumento di pagamento parallelo ed integrativo della moneta tradizionale, una modalità di transazione tra aziende (inserite in un circuito di corporate barter) con forma di pagamento in merci e servizi che vengono valorizzati attraverso una unita’ di conto digitale basata sulla equazione 1 Partenope=1 Euro; in altri termini il Corporate barter consente alle aziende che hanno poca liquidità e a cui le banche hanno ridotto o chiuso gli affidamenti di pagare gli acquisti con la vendita dei propri prodotti.
E si ritorna alle origini.
Non perché mancano i beni o i servizi (anzi, ce n’è una quantità eccessiva), ma perché manca la moneta o quantomeno non circola.
E se la moneta non gira, non crea mercato. E la produzione, di qualsiasi tipo, implode.
Quindi da qualche anno (Oltreoceano esiste dalla crisi del 1929) si sta sviluppando anche nel nostro Paese (il piu conosciuto e’ il Sardex) tra la comunità delle aziende, soprattutto piccole e medie imprese, un sistema che non produce liquidità, ma che sicuramente ne fa risparmiare tanta: il Corporate barter, una compensazione multilaterale tra aziende che avviene tramite network molto conosciuti sul web in cui e’ previsto lo scambio di beni e servizi attraverso l’uso di monete complementari.

Si paga una quota associativa che mediamente costa circa il 5% dei movimenti.
I dati della Irta (International reciprocal trade association) riportati da Bloomberg stimano negli Stati Uniti un mercato da 12 miliardi dollari all’anno in transazioni che non prevedono scambio di valuta.
A chi si rivolgono i circuiti di Corporate barter?
Soprattutto commercianti con fondi di magazzino che in tal modo hanno il vantaggio di promuovere il proprio invenduto, ma anche fornitori di servizi che non hanno materiale da scambiare e a cui risulta più semplice il do ut des.
Il baratto tra aziende, come abbiamo detto, è multilaterale, cioè avviene tra soggetti diversi e può essere effettuato al 100% in natura oppure pagando una parte in denaro.

Lo schema è semplice: A vende a B che vende a C che a sua volta vende ad A; in tal modo il Corporate barter non solo rappresenta una strategia finanziaria anti-crisi, ma anche una forma nuova di marketing per piccole imprese, tra l’altro sempre percorribile, perché permette di allargare il mercato di riferimento delle aziende che arrivano, in tal modo, a intercettare clienti e territori che prima non erano mai riuscite a raggiungere monetizzando prodotti o servizi disponibili o risultanti da una capacità produttiva finora inespressa.
Al momento dell’ingresso nel network, successivo all’analisi della solvibilità dell’aderente, viene concesso alle aziende un piccolo fido, meglio dire una disponibilità di acquisto (perché non genera interessi di alcun tipo), con cui possono fare le prime transazioni.
Ogni azienda che aderisce al circuito apre quindi un conto che gestisce la contabilità in entrata e in uscita dei valori corrispondenti alle vendite o agli acquisti.
Per cui se l’azienda va “a debito” (cioè ha acquistato più di quanto ha venduto) si salda semplicemente, a fine anno, vendendo merce o offrendo un servizio per un importo pari a quanto acquistato.
Se poi l’azienda non vuole rinnovare la quota associativa, si salderà in denaro.
Se invece va a credito (cioè ha venduto più di quanto ha acquistato) quest’ultimo si estingue solo facendo acquisti in barter, in qualsiasi momento e senza alcuna scadenza, e mai convertendo in denaro il credito.
L’unico handicap riscontrato sta nella legislazione vigente (in Italia, ovviamente) che limita fortemente una società di barter a dare piena soddisfazione a tutte le richieste di acquisto e vendita di beni e servizi in compensazione multilaterale: tasse (è solo un piccolo passo il baratto amministrativo introdotto con il decreto Sblocca Italia del novembre 2014), utenze e oneri finanziari non sono ancora “barterizzabili”.
Come mai? Immaginate un po’…

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Dal 16 al 22 settembre torna la Settimana europea della Mobilità

Lun, 09/17/2018 - 02:46

La Settimana Europea della Mobilità sostenibile, giunta alla 17° edizione, quest’anno ha come  tema principale la “Multimodalità” con lo slogan “Cambia e vai”.

Quest’anno ai cittadini europei viene chiesto di ripensare a come si muovono, come vivono la propria città e di essere sensibili all’ambiente trovando mezzi alternativi per gli spostamenti, magari in modo misto.

Tendenzialmente prendiamo l’auto per andare ovunque: in gita, in palestra, in ufficio.

Invece si può provare a cambiare: in palestra ci si può andare a piedi così si risparmia sul tapis roulant, per la gita domenicale perché non prendere il treno o fare un giro in bici? E per andare in ufficio magari l’autobus è una buona soluzione.

Ce lo chiede l’Europa!
La Commissione Europea chiede a ogni Paese membro di organizzare una settimana di attività dedicate al tema dell’anno, almeno una misura permanente e l’istituzione, preferibilmente il 22 settembre, di una “Giornata senza auto” e in molte città italiane sono state organizzati eventi, performance e attività rivolte a sensibilizzare i cittadini al cambiamento e al rinnovamento dei propri stili di vita.

L’Italia è stata il Paese che nel 2017 ha raccolto più adesioni, 2526, e quest’anno si può dare di più, come diceva il poeta e senza essere eroi.

Per esempio possiamo aderire all’iniziativa della FIAB – Federazione Italiana Amici della Bicicletta Onlus- e alla “Settimana Europea della Mobilità Sostenibile… in Bicicletta” con l’hastag  #CarFreeWeek.
7 giorni a due ruote e i vostri polmoni vi saranno grati in eterno.

Potete scaricare l‘immagine ufficiale sul sito www.settimanaeuropeafiab.it postandola sui vostri social con una foto che vi vede orgogliosamente in sella.

Per ulteriori informazioni e per adesioni alla Settimana Europea della Mobilità è possibile visitare il sito internet http://www.mobilityweek.eu/.
Saranno a breve rese disponibili le linee guida per supportare le amministrazioni locali nell’organizzazione, mentre al link http://www.mobilityweek.eu/communication-toolkit/ è già disponibile un insieme di materiali di comunicazione liberamente utilizzabili.

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A scuola di gay

Dom, 09/16/2018 - 02:26
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Le percezioni distorte degli italiani

Sab, 09/15/2018 - 10:27

E’ come se lo guardassimo riflesso in uno specchio che ne distorce le forme e le proporzioni, ingigantendo alcune parti, rimpicciolendo o deformando o cancellandone altre.
Di tutto ciò spesso non riusciamo a renderci conto. Fatichiamo, insomma, a percepire quanto la nostra percezione delle cose può essere fallace.

Di tutto ciò si è parlato di recente, in occasione dell’uscita di un libro intitolato The perils of perception. L’autore è Robert Duffy, il direttore della sezione inglese della società di ricerche Ipsos. Il testo dà conto dei risultati di uno studio pluriennale che, partito nel 2014, è andato via via estendendosi fino a coinvolgere 38 paesi, tra cui l’Italia. Qui le sintesi annuali dei dati. Qui quel che ne dice il Corriere della Sera. Qui l’articolo scritto da Duffy medesimo, per l’edizione inglese di Huffington Post.

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Le vittime dei taser di cui non si parla

Sab, 09/15/2018 - 09:54

Nancy Schrock sapeva che la situazione stava precipitando. Suo marito era in cortile in uno stato di estrema agitazione, lanciava sedie per aria e urlava contro i demoni. La donna ha chiamato la polizia. “Bisogna portarlo in ospedale”, ha detto al centralinista del 911. Erano le 22.24 di un giovedì del giugno del 2012. “Sta male, molto male”.

Tom Schrock aveva lottato contro la depressione e problemi legati all’abuso di droghe per tutti i 35 anni del loro matrimonio. Dopo la morte del loro primo figlio per un’overdose di eroina, tre anni prima, le crisi erano diventate più violente. La polizia era stata chiamata a casa degli Schrock, che vivono a Ontario, vicino a Los Angeles, almeno una decina di volte. Di solito gli agenti portavano Tom in ospedale, dove veniva curato e rimandato a casa dopo 72 ore.

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Respirare aria sana anche in casa (Infografica)

Sab, 09/15/2018 - 04:14

Vernici, colle, detersivi, ammoniaca, formaldeide, sono tutte sostanze pericolose. In questa infografica segnaliamo alcune piante da appartamento che possono aiutare ad assorbire questi agenti inquinanti.

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

 

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Microplastiche al bando: lo chiede il Parlamento Europeo

Sab, 09/15/2018 - 02:34

Nuove norme e standard di qualità per le pastiche, divieto totale alle microplastiche in detersivi e cosmetici entro il 2020, creazione di un vero e proprio mercato unico per le plastiche riciclate e misure per affrontare il problema dei rifiuti marini. Sono queste le richieste contenute nella risoluzione non vincolante approvata giovedì al Parlamento Europeo, con una grande maggioranza: 597 voti favorevoli, 15 contrari e 25 astensioni.

“La mia relazione non è un appello contro la plastica, ma un appello per un’economia circolare della plastica, in cui trattiamo la plastica in modo sostenibile e responsabile, in modo da poter fermare gli effetti dannosi e preservare il valore della catena di produzione” – ha dichiarato il relatore della proposta, Mark Demesmaeker, europarlamentare belga del Gruppo dei Conservatori e Riformisti europei. “Per avere successo, dobbiamo utilizzare la strategia come leva per modelli circolari di produzione e consumo. Dobbiamo fornire soluzioni su misura, poiché non esistono soluzioni facili. E dobbiamo lavorare insieme lungo l’intera catena”.

Secondo stime che si possono leggere sul sito del Parlamento Europeo, nell’Unione nel 2015 la produzione globale annua di plastica ha raggiunto i 322 milioni di tonnellate, e si prevede che raddoppierà nei prossimi 20 anni. Ancora oggi, purtroppo, solo il 30% dei rifiuti di plastica viene raccolto per il riciclaggio e solo il 6% della plastica sul mercato è costituita da materiali riciclati.
Plastica che finisce ovunque, in particolare nei nostri mari e nelle nostre spiagge, dove più dell’80% dei rifiuti è composto da plastica.

Un’economia circolare di plastica riciclata
Gli eurodeputati chiedono di spingere verso la creazione di un mercato interno per le materie prime secondarie, necessario per garantire la transizione verso un’economia circolare. La richiesta, rivolta alla Commissione Europea – l’esecutivo europeo – è di proporre degli standard sulla qualità delle plastiche riciclate per creare fiducia e rafforzare il mercato della plastica secondaria, garantendone quindi anche la sicurezza.
Gli incentivi possono essere anche fiscali: gli eurodeputati propongono agli Stati membri di ridurre l’IVA sui prodotti contenenti materiali riciclati.

Nella proposta del Parlamento, oltre all’incentivo, per rafforzare raccolta e riciclaggio si può anche estendere la responsabilità per i produttori crando però anche sistemi di deposito-rimborso e parallelamente cercare di creare azioni di sensibilizzazione verso questi temi.

Il ruolo dei pescatori
Tra le categorie che il Parlamento propone di incentivare c’è quella dei pescatori: proprio loro potrebbero svolgere un ruolo importante nella lotta contro la plastica, raccogliendo i rifiuti durante la pesca e riportandoli in porto.

Leggi il nostro dossier sulle microplastiche

Leggi e firma la nostra petizione

 

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Abbandono scolastico: in vent’anni 3,5 milioni di studenti hanno lasciato gli studi

Ven, 09/14/2018 - 04:09

Tre milioni e mezzo di studenti negli ultimi venti anni hanno abbandonato gli studi di scuola superiore. Su un totale di iscritti di quasi 11 milioni e mezzo – i dati sono riferiti alle scuole statali – non è difficile capire quanti sono gli abbandoni: circa il 31%. Dal 1995 a oggi, quindi, un ragazzo su tre che si è iscritto alle superiori non ha concluso il percorso di studi. I numeri arrivano dal dossier “La scuola colabrodo” di Tuttoscuola – testata specializzata che da oltre quarant’anni si occupa del mondo della scuola, dall’infanzia all’università, e che elabora rapporti, studi e dossier che riguardano le problematiche scolastiche.

Spariti dai radar della scuola

Dal 1995, ovvero da quando Tuttoscuola ha iniziato a raccogliere analiticamente i dati resi pubblici dal Ministero dell’istruzione, ad oggi, per ogni ciclo quinquennale nella scuola secondaria superiore statale sono mancati all’appello, di anno in anno, ben 150-200 mila studenti che si erano iscritti cinque anni prima: tra il 25 e il 35%. “Erano iscritti al primo anno, non c’erano più al quinto. –  si legge in un articolo di Tuttoscuola – Spariti dai radar della scuola statale”.

La previsione per l’a.s. 2018-2019

Tuttoscuola ha anche effettuato una previsione per quanto riguarda l’anno scolastico che sta per iniziare, stimando che dei 590.000 adolescenti che in questi giorni iniziano le scuole superiori almeno 130.000 non arriveranno al diploma. Vale a dire che il 22% degli studenti, ovvero poco più di uno su quattro, non completerà il percorso di studi: per avere un’idea del fenomeno basta pensare che, stando a questi dati, in una classe di prima superiore di 26 alunni saranno in sei a non terminare gli studi.

Costo enorme 

Il costo è enorme, spiega Tuttoscuola: partendo dai conti dell’Ocse (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) secondo cui lo Stato per l’istruzione secondaria investe circa 7.000 euro all’anno per ciascun studente, il costo dell’abbandono scolastico è di circa 2,7 miliardi di euro all’anno. E, se si guarda ai vent’anni presi in considerazione dal dossier, la cifra tocca quota 55,4 miliardi di euro.

Trend in diminuzione

Una notizia buona, in tutto questo, c’è: negli ultimi anni, infatti, il tasso di abbandono scolastico è diminuito, passando dal 36,7% registrato nel 1996-2000 al 24,7% (151mila ragazzi) del 2013-2018. “Sono sicuramente risultati incoraggianti – si legge su Tuttoscuola – ma ancora insufficienti. Perché spesso chi abbandona i libri così precocemente finisce nel buco nero dei Neet (not engaged in education, employment or training), ovvero persone non impegnate nello studio, né nel lavoro né nella formazione”.

Investire sull’istruzione, non solo per l’istruzione

Investire sull’istruzione, cercando di mettere rimedio alla piaga dell’abbandono scolastico, converrebbe non solo ai ragazzi che, non “disperdendosi”, avrebbero la possibilità di concludere gli studi superiori, ma a tutta la società. Se, infatti, si considera che la disoccupazione tra chi ha solo la licenza media è quasi doppia rispetto a chi è arrivato al diploma e quasi il quadruplo di chi è laureato, che l’istruzione incide positivamente sulla salute riducendo i costi per la sanità e che un tasso di alfabetizzazione elevato comporta meno criminalità e meno costi per la sicurezza, non è difficile capire che “prevenire la dispersione scolastica avrebbe costi molto più bassi di quelli che derivano dalla necessità di gestirne le conseguenze sociali – si legge su Tuttoscuola -. Servirebbe un grande piano pluriennale. Eppure l’attenzione oggi va molto di più al milione di migranti sbarcati negli ultimi vent’anni che ai 3 milioni e mezzo di adolescenti italiani che nello stesso arco di tempo hanno abbandonato la scuola rendendo più povero, dal punto di vista educativo e non solo, il nostro Paese”.

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Per un mondo che riaffiori dalla plastica

Ven, 09/14/2018 - 02:54

Una filiera 100% naturale, ecocompatibile e biodegradabile: finalmente microplastiche che non derivano più da idrocarburi

Questo è il progetto che sta realizzando Bio-On, con una squadra, ad oggi, di 65 persone tra tecnici e ricercatori ed una produzione che già si assesta su un migliaio di tonnellate l’anno di microsfere.
Finalmente microplastiche che non derivano più dagli idrocarburi, ma dai residui di lavorazione di barbabietole e canne da zucchero, senza nessun impatto sull’ambiente. Grazie ad una tecnica di produzione certificata in Europa e in Usa e coperta da numerosi brevetti.

Il primo impianto Bio-On si è insediato nel marzo 2017 a San Giorgio di Piano, vicino Bologna, nello stesso sito dove fino al 2009 Granarolo produceva yogurt dalla fermentazione del latte e dove è stato realizzato un impianto che è un unicum del genere in Italia e il più avanzato tecnologicamente al mondo. “Assomiglia più a un birrificio che a una raffineria”, afferma Marco Astorri, Ceo di Bio-On.
Un investimento da 20 milioni di euro tra la fabbrica di 3.700 metri quadrati (ed altri 6 mila edificabili in un’area di 30 mila mq), laboratori di ricerca e attrezzature.

L’Intellectual property company Bio-on nasce nel 2007 con l’intento di operare nel settore delle moderne Biotecnologie applicate ai materiali di uso per dare vita a prodotti e soluzioni completamente naturali, al 100% ottenuti da fonti rinnovabili o da scarti della lavorazione agricola.
Il prodotto che uscirà ora dal nuovo polo Bio-On sarà Minerva Bio Cosmetics, le microperline in bioplastica per l’industria cosmetica (MINERV-PHA), ma nel laboratorio di R&S si sperimenteranno anche soluzioni per molti altri campi di applicazione.

La “base” del materiale prodotto è il Polyhydroxyalkanoato o PHAs, un poliestere lineare prodotto in natura da una fermentazione batterica di alcuni tipi di zucchero che ben si adatta a molti usi. Infatti più di 100 differenti molecole semplici (tecnicamente chiamate “monomeri”) possono essere unite da questa famiglia per dare vita a materiali con proprietà estremamente differenti. Possono essere creati materiali termoplastici o “elastici” (elastomerici), con il punto di fusione che varia da 40 a oltre 180°C. Gli utilizzi possono essere svariati: si va dal farmaceutico, al packaging generico, al packaging alimentare, al design, all’abbigliamento, all’automotive, al biomedicale, alla nanomedicina, all’elettronica.
Altro importantissimo aspetto è che può anche sostituire prodotti altamente inquinanti (come PET, PP, PE, HDPE, LDPE, tutte plastiche contrassegnate da acronimi – e nomi – incomprensibili per i non addetti ai lavori).

«Il nostro core business resterà però la concessione in licenza dei nostri brevetti. Altri due stabilimenti simili a questo, ma su scala industriale (5-10 mila tonnellate) sono in costruzione uno in Francia e l’altro a San Quirico di Parma, ma sono già 13 le licenze cedute in giro per il mondo», rimarca il Presidente, che punta ai 140 milioni di fatturato nel 2020 (dagli 11 milioni del 2017).

Da fine giugno Bio-On inoltre ha superato la fatidica soglia di 1 miliardo di euro di valore, traguardo di un’incredibile galoppata in Borsa: +100% dall’inizio dell’anno, +200% negli ultimi 12 mesi e +820% da quando è stata quotata a Piazza Affari, nell’ottobre 2014. Allora le azioni vennero valutate 5,82 euro, oggi per comprare un titolo Bio-On bisogna pagarlo 58 euro.
L’azienda oggi è corteggiata dai giganti mondiali della cosmetica che vogliono le sue micro-perline biodegradabili per metterle nelle creme, negli scrub, nei dentifrici, in tutti quei prodotti dove prima c’erano le micro-plastiche esfolianti (micro-bead) da idrocarburi, oggi vietate negli Usa e anche in Italia (per saperne di più clicca qui) e fra poco, probabilmente, fuori legge anche in tutta Europa.

Ci sono tutti gli ingredienti per rappresentare concretamente un’alternativa valida ad un mondo sempre più invaso dalla plastica.

Fonti:
http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2018-06-20/bio-on-inaugura-primo-impianto-bioplastica-l-industria-cosmetica-192939.shtml?uuid=AEZute9E
http://www.bio-on.it/
https://it.businessinsider.com/bio-on-la-societa-italiana-che-ha-inventato-il-modo-per-produrre-plastica-biodegradabile-al-100-vale-piu-di-1-miliardo-di-euro/

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Tell Me: raccontami la tua storia

Gio, 09/13/2018 - 10:36

Il teatro come linguaggio universale per l’inclusione sociale dei migranti, come strumento di relazione e apprendimento.

 

Il sito internet di Tell Me

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Isola di Henderson: l’atollo nel Pacifico ricoperto da 18 tonnellate di plastica

Gio, 09/13/2018 - 04:45

L’Isola di Henderson, la più grande delle quattro isole del gruppo Pitcairn, dichiarata Patrimonio dell’umanità dall’Unesco per la sua bellezza paradisiaca che ricorda le tipiche foto da depliant informativo delle più esclusive agenzie di viaggi, sale al primo posto del podio per densità di detriti di plastica: sull’isola sembrano essere presenti circa 38 milioni di pezzi di plastica per un peso totale di 18 tonnellate.

Un primato triste e quasi paradossale se si pensa che l’isola, di origine corallina, si trova nel bel mezzo dell’oceano Pacifico, tra l’Oceania e l’America Latina, a circa 5.000 km dal più vicino centro abitato. Quest’isola di rara bellezza è talmente remota e fuori rotta che, mediamente, viene visitata solo ogni cinque anni per puri scopi di ricerca. Ma questo non è bastato per difenderla dai rifiuti.

Com’è possibile che si sia creata una vera e propria discarica a cielo aperto in un posto del mondo dove l’uomo non è presente? La responsabilità è da attribuire al Vortice del Pacifico, conosciuto anche come South Pacific Gyre, una corrente marina che raccoglie i rifiuti dell’America Latina e la spazzatura abbandonata in mare dalle navi che navigano nel Pacifico, veicolando la massa di scarti fino alle coste di Henderson. Rifiuti che si depositano sulle spiagge e che impiegheranno fino a mille anni per decomporsi, distruggendo non solo la bellezza naturale del posto, ma arrecando gravi danni anche alla fauna presente. Gli unici abitanti dell’atollo, oltre ad una rigogliosa flora, costantemente rischiano di rimanere intrappolati nei detriti o accidentalmente ne ingeriscono micro frammenti con conseguenze spesso letali.

In uno uno studio pubblicato sulla rivista scientifica PNAS da un gruppo di ricercatori guidato da Jennifer L. Lavers dell’Università della Tasmania (Australia), si è stimato che sulle coste di Henderson, che misura una superficie di circa 36 chilometri quadrati, arrivino ogni giorno circa 3.500 frammenti di plastica, una buona parte dei quali non è neppure visibile sia a causa delle minuscole dimensioni (come nel caso delle microplastiche) sia perché finiscono sepolti in profondità dalla sabbia.

Questa è l’ennesima prova scoraggiante della portata dell’inquinamento, che ormai sembra non conoscere confini, raggiungendo i posti più impensabili, dal Polo Nord alla Fossa delle Marianne.

Il caso dell’Isola Henderson è un esempio scioccante ma purtroppo tipico di come i detriti di plastica influenzino l’ambiente su scala globale diventando un rischio per molte specie, uomo compreso. La situazione, a lungo termine, è chiaramente insostenibile. È davvero questo il mondo che vogliamo lasciare ai nostri figli?

Scegli di fare la differenza! Puoi sostenere anche tu il Manifesto di People For Planet per costruire insieme un mondo migliore. Tre leggi facili, utili e di buon senso, volte anche ad abbattere l’inquinamento da microplastiche.


Immagine di copertina – Copyright holder: UNESCO – Author: Ron Van Oers

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Bioplastica naturale dall’olio di frittura

Gio, 09/13/2018 - 02:14

Utilizzare l’olio di frittura usato per produrre bioplastica naturale, biodegradabile al 100% e con le stesse proprietà termo-meccaniche delle plastiche tradizionali. Questa la scoperta che arriva dai laboratori Bio-on, azienda bolognese attiva nel settore della bioplastica di alta qualità, che ha pensato di utilizzare come materia prima un elemento di scarto tra i più costosi in termini di smaltimento e con un alto impatto ambientale. È la prima volta che la fonte di carbonio utilizzata per alimentare il processo produttivo è di natura lipidica. L’olio esausto di frittura, infatti, va ad aggiungersi alle materie prime già utilizzate dalla Bio-on per produrre bioplastica…

CONTINUA A LEGGERE SU RINNOVABILI.IT

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Il Car Sharing? Sì, ma da privato a privato

Gio, 09/13/2018 - 00:09

Dicono le statistiche che un’auto privata rimane ferma per il 95% del tempo. E se ci pensiamo bene è abbastanza logico: a meno che non si faccia un lavoro in cui viene richiesto di essere in macchina per molte ore al giorno, ci limitiamo a usarla per andare al lavoro, e spesso neanche in questo caso, se vengono presi i mezzi pubblici. E poi può servire per fare la spesa il sabato o la gita fuoriporta la domenica. Per il resto l’auto resta in garage o nel posteggio.

L’auto privata è inoltre una bella spesa: bollo, assicurazione, manutenzione; non a caso molte persone negli anni della crisi hanno dovuto o voluto rinunciarci.

Oppure hanno trovato un altro modo per sopportarne i costi: il noleggio a terzi.

In pratica funziona così: tramite un’app si mette a disposizione la propria auto tra privati, chi desidera noleggiare la macchina si mette in contatto con il proprietario, paga tramite carta di credito e oplà! Il gestore dell’app trattiene circa il 30%, che comprende anche l’assistenza stradale e l’assicurazione per danni, furto, responsabilità civile.

In tutta Europa sono nate aziende che gestiscono il noleggio auto peer to peer.

In Spagna la più famosa è Amovens utile sia per chi vuole condividere un viaggio – secondo il modello più noto di Blablacar – o noleggiare un’auto privata con prezzi che variano a seconda della tipologia del mezzo.

Per esempio una Renault Clio si può avere a 35 euro al giorno, che comprendono la percorrenza di 150 chilometri, o un’Audi Tt 2.0 a 90 euro per lo stesso chilometraggio. Sono registrate al sito un milione e mezzo di persone per oltre 180mila auto. Per ogni automobile è presente una breve presentazione e tutte le caratteristiche nonché le richieste del proprietario, per esempio se si può fumare o trasportare animali.

In Francia c’è Drivy con 36mila auto registrate e più di un milione di utenti. Il sito afferma che viene noleggiata una macchina ogni 3 secondi, un traffico da far girare la testa. Si trovano anche i mezzi da lavoro e le auto storiche, se avete nostalgia degli anni 70/80 potete prendere una 2 cavalli del 1988 e far finta che ci siano ancora i figli dei fiori. Costa 62 euro al giorno. Volendo esagerare si trova anche una Renault 4cv del 1955 a 139 euro. I prezzi si abbassano notevolmente per le auto da città o i furgoni da lavoro: per una Renault Clio del 2005 il costo è di 16 euro al giorno, assicurazione e assistenza inclusi. I proprietari delle auto incassano anche in questo caso circa il 70% dell’importo.

In Italia sono due le start up che organizzano il car sharing peer to peer. I numeri rispetto alle aziende europee sono molto più bassi ma probabilmente si tratta solo di aspettare che la pratica di noleggiare la propria auto prenda piede anche nel nostro Paese.

La prima è Auting, una società bolognese attiva da maggio 2017 e che conta oggi cinquemila utenti e quasi mille vetture.
La seconda è la milanese Genial Move, attiva dallo scorso novembre.
In entrambe i costi sono in linea con il mercato europeo nella fascia più bassa. Anche in questi casi la commissione per l’azienda è del 30%. Il prezzo lo decide il possessore, anche se la piattaforma dà suggerimenti in base a quello di auto simili.
La stima di guadagno per il proprietario può arrivare a 30 euro al giorno. E’ come avere la propria auto gratis, il noleggio paga le spese per tutto l’anno. E se si è fortunati ci si guadagna pure qualcosa.

Fonti e link:

https://www.internazionale.it/notizie/nick-leiber/2016/10/10/car-sharing-affittare-auto-private
https://www.wired.it/economia/start-up/2018/05/14/car-sharing-privati-italia/
https://amovens.com/
https://www.drivy.com/
https://auting.it/
https://genialmove.com/home

 

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Negozi aperti la domenica e nei giorni festivi: favorevoli o contrari?

Mer, 09/12/2018 - 15:27

I piccoli commercianti da una parte, la grande distribuzione organizzata con le associazioni dei consumatori dall’altra. Preferenza per le chiusure dei negozi di domenica e nei giorni festivi i primi, preferenza per le aperture gli altri. Anche l’opinione pubblica è divisa, tra chi pensa che si viveva benissimo anche quando i negozi di domenica e nei festivi erano chiusi (senza contare i nostalgici che sostengono che, proprio perché gli esercizi commerciali erano chiusi, si viveva addirittura meglio), e chi invece afferma che – per fare un solo esempio – se non fosse per i negozi aperti di domenica e nei festivi la maggior parte delle persone che lavora durante la settimana, soprattutto nelle grandi città, non avrebbe tempo di fare acquisti.

Il M5S e la Lega in campagna elettorale avevano promesso la chiusura degli esercizi commerciali di domenica e nei giorni di festa, e ora hanno deciso di far partire una serie di proposte di legge che puntano all’obiettivo. Tu come la pensi? Rispondi al nostro sondaggio.

Foto: Kevin Bhagat on Unsplash

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383 blog per Gela (VIDEO)

Mer, 09/12/2018 - 04:22

L’idea è che i ragazzi, all’interno dell’alternanza scuola-lavoro, possano imparare a creare e gestire un blog personale dedicato alla propria città e alle proprie passioni.
Il 9 giugno 2018, presso la Villa Comunale di Gela, si è svolto l’evento finale del progetto con la presentazione di alcuni dei blog realizzati.

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Video di Iacopo Patierno
Direttore della Fotografia: Paolo Negro
Audio: Daniele Sosio

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Cos’è il Last Minute Market? Lo abbiamo chiesto al suo fondatore, Andrea Segrè

Mer, 09/12/2018 - 04:20

Recuperare il cibo invenduto o vicino alla scadenza per ridistribuirlo a chi ne ha bisogno. E’ il concetto su cui si basa il Last Minute Market, nato copiando il modello di Suor Matilde…
Intervista ad Andrea Segrè, il fondatore di LMM.

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Video di Martina De Polo e Francesco Saverio Valentino

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100 blog per Gela. Se cambi l’immagine di una città poi la città cambia?

Mer, 09/12/2018 - 04:07

Abbiamo iniziato incontrando decine di associazioni, dal Rotary alla parrocchia, e abbiamo scoperto che in questa città c’è grande fermento e voglia di migliorare.

Non avevamo un progetto. Siamo stati a sentire.

Ci siamo resi conto così che uno dei problemi di questa città era la pessima immagine. Se cercavi “Gela immagini” su Google venivano fuori centinaia di foto di auto e negozi bruciati, refurtive e pregiudicati.

Se uno vede una cosa così dice: “Ok, a Gela non ci vado!”.

Quindi il primo problema che abbiamo deciso di affrontare è l’immagine web della città.

Ci siamo ispirati all’esperienza di Kate Miner, una ricca signora americana che a un certo punto della sua vita decide di vendere la sua rete di boutique di alta moda, di godersi la vita ma anche di fare qualche cosa di buono.

Allestisce così un mega camion-camper trasformato in beauty center e, aiutata da un gruppo di psicologhe e femministe, inizia a raccogliere donne senzatetto che vivevano sotto i ponti. Le lavano, le fanno dormire, poi massaggi, manicure, pedicure, parrucchiere, trucco, vestiti di lusso. Poi le fanno sfilare di fronte a un gruppo di estetiste, fanno loro i complimenti, qualche consiglio sul portamento…

Poi assistenza per trovare una casa e un lavoro. Vittorio Zucconi racconta che hanno tirato via dalla strada in questo modo più di 5 mila donne. La Miner poi ha detto: “Ho passato anni a vestire delle prostitute da regine e poi si comportavano da regine. La cosa più stupida che ho sentito dire nella mia vita è che l’abito non fa il monaco!”

Alcune foto dall’evento “100 Blog per Gela”, organizzato dal progetto “Gela le Radici del Futuro” per festeggiare la fine del primo anno di alternanza scuola lavoro con 5 istituti scolastici della città.

È la filosofia Shangai, il gioco delle bacchette. Devi cominciare togliendo le bacchette facili da spostare. Cioè bisogna partire affrontando i problemi periferici, che sono i più facili. Così, insieme a Bruno Patierno, coordinatore del progetto, siamo andati a parlare con i presidi di Gela, poi con gli studenti. “Care ragazze e ragazzi, volete fare qualche cosa di utile per voi e la vostra città? Oppure siete rassegnati a emigrare e a scordarvi il sapore degli arancini di riso?” E abbiamo proposto che ognuno realizzasse un suo blog, individuale, su un argomento che lo appassionasse: sport, arte, cucina, moda, tecnologia, storia… L’idea era di puntare sulla passione, perché se una persona sviluppa la propria passione cresce e dà il massimo.

Era importante che fossero blog individuali, perché quando si lavora in gruppo c’è il rischio di fare a scarica barile e inoltre se una iniziativa ha successo non sai mai di chi è il merito… L’idea era quella di connettere, in un secondo momento, tutti i blog, valorizzando così anche la forza della cooperazione… E si collabora a partire da quel che ognuno riesce a fare da solo… Un mix di passione, individualismo e azione collettiva… Ci sono state un po’ di resistenze sull’individualismo ma poi l’idea è passata.

Gli studenti partecipanti sono stati formati e seguiti dai tutor nella creazione e gestione di un blog personale che parlasse delle proprio passioni.

Durante uno degli incontri con le scuole superiori una ragazza ha sollevato il problema di dove reperire le notizie da pubblicare sul blog: “Cosa posso scrivere di diverso da quel che c’è già in rete?”

Le ho risposto: “Tu fai parte della potentissima rete dei blog studenteschi di Gela, che aderisce alla strapotente rete dei blog del gruppo Atlantide: sei l’emissaria di una folgorante forza comunicativa. Telefona all’agente della cantante che vuoi intervistare e chiedi una video intervista!” Mi guardava come se fossi un marziano biondo.

Poi però si è trovata a intervistare la grande cantante che adora… e la credibilità è esplosa, perché abbiamo dimostrato che, quando si lavora tutti assieme e ognuno mette a disposizione le sue risorse, si va lontano.

Poi, anche grazie alla sponsorizzazione di Eni, abbiamo realizzato un corso per gli insegnanti, tutor di questo progetto di Alternanza Scuola Lavoro: abbiamo girato 14 tutorial su come si fa e si gestisce un blog e costruito un software di scambio automatico di contenuti tra i blog (http://www.blogtu.it/) oltre al Gruppo FacebookBlogtu”. Con il Gruppo di Animazione Territoriale gelese, che abbiamo formato durante un laboratorio di 2 settimane alla Libera Università di Alcatraz, abbiamo seguito le scuole con costanza, offrendo consulenze tecniche e suggerimenti per migliorare la qualità dei testi. Insomma, ci abbiamo lavorato. E i risultati sono stati strepitosi.

Volevamo 100 blog per Gela e dopo 3 mesi in rete ce n’erano 383! Quando all’assemblea degli studenti abbiamo proiettato la schermata di Google “Gela immagini” e tutti hanno visto che non c’era più neanche un’immagine negativa ma solo foto bellissime, è stato un momento di grande entusiasmo. E abbiamo aggiunto: “Potrete raccontarlo ai vostri figli e ai vostri nipoti!”

La risposta degli studenti è stata massiccia, con la nascita di un totale di 383 blog.

Ovviamente non intendiamo fermarci qui: stiamo collaborando nell’organizzazione di eventi teatrali, archeologici e festaioli, mettendo la nostra rete di comunicazione al servizio delle iniziative delle associazioni gelesi. E stiamo portando avanti idee di collaborazione tra agricoltori, artigiani e chi vuol lavorare nel turismo sviluppando un albergo diffuso. Da un mese Gela ha finalmente un sito rivolto ai turisti, che presenta le bellezze della città e la ricchezza culinaria e di eventi, in italiano e in inglese (Gela le Radici del Futuro)…

Il nostro progetto ha fondi per continuare per i prossimi 2 anni. Svilupperemo il progetto dei blog e racconteremo una città che cambia, anche grazie al fatto che il petrolchimico ha chiuso ed Eni lo sta trasformando in un centro d’eccellenza di produzione di biocarburanti.

E vedremo se è vero che se una città sembra più bella, i suoi cittadini la amano di più e quindi la migliorano.

Questo progetto è però molto importante anche al di là di Gela, perché mostra che coinvolgere gli studenti appassionandoli dà risultati migliori della paura delle bocciature.

La gioventù non aspetta altro che trovare un’occasione per appassionarsi: gli stessi ragazzi, anche inconsciamente, sanno che è la mancanza di passione il loro maggior problema.

Se riusciamo a trovare i fondi, a ottobre ospiteremo ad Alcatraz 30 giovani a rischio emarginazione. Staranno con noi 20 giorni imparando come si usa una telecamera, un computer, un social network. Vedremo se diventare videomaker sarà abbastanza appassionante da indurre questi giovani a non abbandonare la scuola e a dedicarsi a un mestiere scommettendo sulle loro potenzialità.

La più grande emergenza nazionale è la disaffezione alla vita dei giovani.

Le più di 30 aggressioni a insegnanti di quest’anno sono un segnale terribile!

La passione è la cura.

Diamoci da fare!

I Blog parlano di Gela, di motori, di moda, di cucina di televisione, ma anche di libri, di città estere da visitare, di arte.

Foto di Bruno Patierno, giugno 2018. Le foto sono state scattate in occasione della Festa “383 Blog per Gela” presso la Villa Comunale della città.

Clicca qui per vedere il video!

 

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